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Aggiornato: 31 min 49 sec fa

I disboscatori illegali stanno approfittando del covid-19 nel mondo

Gio, 05/07/2020 - 20:00
La deforestazione illegale causa malattie zoonotiche come covid-19

La deforestazione ci minaccia facilitando le malattie zoonotiche (da animale a uomo) come covid-19, poiché gli habitat diminuiscono e la fauna selvatica entra in contatto sempre più stretto con noi.

“La zoonosi si verifica a velocità accelerata quando distruggiamo le tane nella foresta di animali selvatici costringendoli a cercare riparo nelle zone antropizzate”, ha dichiarato Etelle Higgonet del movimento attivista ambientale Mighty Earth. “Se non fermiamo la deforestazione, l’obiettivo di porre fine al traffico di specie selvatiche non può essere raggiunto. Sarebbe come correre solo per metà della maratona e poi sedersi.” 

Covid-19 facilita la deforestazione illegale

La deforestazione illegale, causa di inondazioni e frane improvvise, diventa più facile per la pandemia di coronavirus. Le opportunità per i criminali sono aumentate, sostiene il WWF, perché le restrizioni di allontanamento sociale significano un minor numero di pattuglie che sorvegliano le foreste nel mondo per prevenire il crimine. Il blocco ha distolto l’attenzione dalle forze dell’ordine e ci sono prove della crescita delle attività illegali un po’ ovunque, dal Grande Mekong al Madagascar.

Insomma, la deforestazione favorisce le malattie zoonotiche come covid-19 e reciprocamente il covid-19 sta facilitando le attività criminali di deforestazione.

A descrivere il quadro della deforestazione illegale nel mondo è Nick Clark, editorialista ambientale di Al Jazeera.

Brasile

In Brasile, il governo di Jair Bolsonaro ha reso più difficili le ispezioni e il monitoraggio delle foreste. La deforestazione in Amazzonia nei primi tre mesi del 2020 era già aumentata del 51%.

In effetti, i dati appena rilasciati dall’istituto spaziale brasiliano INPE mostrano che, nel corso della crisi del coronavirus, gli interessi delle imprese di allevamento bovino, di mangimi e commercio di legname hanno accelerato la deforestazione nell’Amazzonia brasiliana al più alto livello in più di un decennio.

Eric Karipuna, leader del popolo Karipuna in Brasile, ha detto ai ricercatori di Greenpeace che è aumentato il numero dei taglialegna che hanno abbattuto la foresta nella loro terra dall’inizio della quarantena della pandemia.

Colombia

Nell’Amazzonia colombiana a marzo è stato registrato un numero record di incendi e il governo ha citato un aumento del land grabbing come causa principale, sempre a causa di una minore sorveglianza dovuta all’attenzione su covid-19. Il WWF ha affermato che molti di questi incendi si sono verificati nel Chiribiquete National Natural Park, il più grande parco nazionale della foresta pluviale tropicale del mondo che è stato riconosciuto come patrimonio mondiale nel 2018.

Madagascar

In Madagascar ci sono notizie di un aumento della raccolta di mangrovie per la produzione di carbone.
Del resto in tutto il mondo le persone povere che vivono in territori isolati sono costrette a cercare modi alternativi per soddisfare i loro bisogni primari di cibo e carburante, poiché le restrizioni lasciano le comunità agricole e di pescatori tradizionali senza altra scelta che sfruttare foreste, mangrovie e scogliere.

I sussidi vanno alle imprese che inquinano

Mighty Earth ha documentato quante delle peggiori compagnie inquinanti del mondo abbiano usato la crisi come scusa per ottenere decine di miliardi di dollari in nuovi sussidi governativi.

E questo, dice, include l’industria della carne, uno dei maggiori beneficiari di sussidi negli ultimi anni, anche se inquina i corsi d’acqua dell’America e continua a guidare la deforestazione su larga scala per bestiame e mangimi in Sud America.

La buona notizia

La buona notizia è che ci sono ancora posti come le colline della foresta Mau in Kenia, dove si trova ancora un processo naturale che supporta una rete di ecosistemi. La pioggia cade e in basso percola dolcemente nei corsi d’acqua e nelle falde acquifere che formano il bacino del fiume Mara, sede della Riserva di caccia Masai Mara e del bordo settentrionale del Parco Nazionale del Serengeti. La foresta Mau è una torre d’acqua naturale, che vive, respira, cresce e pulsa di vita, poiché sopporta milioni di animali e persone che vivono nelle pianure sottostanti. Per adesso.

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Foto di Luca Bravo

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Oli essenziali per lo stress e il relax

Gio, 05/07/2020 - 17:58

In questo strano periodo in cui la stragrande maggioranza di noi è costretta a rimanere a casa per contenere i contagi del nuovo coronavirus, può succedere di sentirsi sopraffatti dall’ansia e dall’agitazione.

Sono molti i motivi per cui possiamo sentirci stressati: le preoccupazioni legate alla nostra salute e a quella dei propri cari, la diminuzione di relazioni umane, la mancanza di controllo e di risposte per il futuro, per citarne alcuni.

Lo stress però, oltre a farci percepire uno stato di malessere, può renderci nervosi, irritabili o disturbare il sonno e il riposo, peggiorando ulteriormente la situazione e diminuendo le nostre difese immunitarie. È dunque importante cercare di rimanere sereni nonostante le difficoltà di questo particolare momento e, a questo scopo, esistono rimedi naturali che possono aiutarci.

Tra questi, troviamo gli oli essenziali, composti volatili prodotti dalle piante per difendersi da malattie e parassiti, attirare impollinatori o comunicare tra loro.

Si tratta di essenze che troviamo nei fiori, nelle foglie, nelle cortecce e in altre parti delle piante e che possono essere estratte attraverso la distillazione, la spremitura o l’uso di solventi.

Molti oli essenziali contengono terpeni con attività sedativa sul sistema nervoso centrale e sono in grado di favorire il rilassamento e la calma, aumentare il buon umore, migliorare il riposo e diminuire l’ansia.

Tra gli oli essenziali che hanno dimostrato in modo più marcato l’azione calmante troviamo quello di lavanda, quello di melissa, nonché l’olio essenziale di camomilla romana e l’essenza di neroli.

Altri oli essenziali capaci di migliorare il sonno e il tono dell’umore sono quelli di salvia, artemisia, bergamotto, limone e mandarino.

Come utilizzare gli oli essenziali per rilassarsi

Per favorire il relax e fronteggiare al meglio le situazioni stressanti è possibile diffondere gli oli essenziali nell’ambiente.

In seguito all’inalazione, infatti, molti terpenoidi riescono ad attraversare la barriera ematoencefalica, con conseguenti effetti sul sistema nervoso centrale.

Per godere dei benefici rilassanti degli oli essenziali è dunque sufficiente versare circa 10-15 gocce di essenza nel diffusore, con l’acqua. Si possono utilizzare fino a tre essenze, associando più oli essenziali in base ai propri gusti. Oltre ad avere un beneficio sulla psiche, la diffusione di oli essenziali permette anche di profumare in modo naturale la casa e rinfrescare l’aria.

La penetrazione degli oli essenziali attraverso la pelle è ancora più efficace rispetto all’inalazione. Un altro metodo per utilizzare gli oli essenziali è dunque attraverso i massaggi, mescolando da 30 a 50 gocce di olio essenziale in 50 millilitri di olio vegetale, come quello di mandorle dolci o di girasole. L’olio rilassante ottenuto si applica sul corpo con un leggero massaggio, preferibilmente prima di andare a dormire per ritrovare calma, serenità e favorire il sonno.

Fonti:
Buchbauer G, Jirovetz L, Jäger W, Plank C, Dietrich H. Fragrance compounds and essential oils with sedative effects upon inhalation. J Pharm Sci. 1993;82(6):660–664. doi:10.1002/jps.2600820623
Setzer WN. Essential oils and anxiolytic aromatherapy. Nat Prod Commun. 2009;4(9):1305–1316.
Domingos Tda S, Braga EM. Massagem com aromaterapia: efetividade sobre a ansiedade de usuárioscom transtornos de personalidade em internação psiquiátrica Rev Esc Enferm USP. 2015;49(3):453–459. doi:10.1590/S0080-623420150000300013

Copertina: disegno di Armando Tondo

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L’Amazzonia brucia ancora, oggi come ieri

Gio, 05/07/2020 - 16:56

In Brasile il blocco delle attività provocato dalla diffusione del coronavirus ha avuto delle conseguenze negative e la foresta amazzonica non ha avuto, nemmeno in questa occasione, la possibilità di respirare.

Il personale che era tenuto a proteggere e salvaguardare le foreste è stato dimezzato a causa dell’alta contagiosità del virus. Tra l’altro, come si legge su Reuters, un terzo dei guardiani ha più di 60 anni e rappresenta, quindi, una delle categorie più a rischio. Secondo le dichiarazioni di alcuni dipendenti dell’Ibama (Istituto brasiliano dell’ambiente e delle risorse naturali) molti lavoratori hanno paura di diffondere il virus nei propri villaggi. Come abbiamo già spiegato in quest’articolo, se il coronavirus dovesse penetrare nelle tribù indigene locali, prive di strutture sanitarie adeguate e senza anticorpi, si verificherebbe una vera e propria strage.

La foresta amazzonica è stata esposta, oggi come ieri, alle violenze di disboscatori illegali e di coloro che ne distruggono la linfa vitale appiccando fuochi colpendo il cuore del polmone verde del mondo. Inoltre, l’appoggio ad allevatori e speculatori di terra da parte del presidente Jair Bolsonaro aggrava maggiormente la situazione.

Un indebolimento dell’applicazione implica sicuramente un maggior rischio di deforestazione per ovvie ragioni“, ha dichiarato l’economista ambientale Sergio Margulis, autore di un saggio sulle “Cause di deforestazione dell’Amazzonia brasiliana“.

Secondo l’Inpe, istituto nazionale per la ricerca spaziale, nei primi tre mesi del 2020 l’Amazzonia ha subìto una distruzione superiore del 50% rispetto allo stesso lasso di tempo dell’anno precedente.

Incendi e deforestazione rappresentano una piaga per l’Amazzonia brasiliana, che da sola assorbe la maggior parte dei gas a effetto serra rilasciati nell’aria. Secondo gli esperti, la profonda recessione innescata dalla pandemia potrebbe provocare un aumento della disoccupazione, con un conseguente aumento delle attività criminali, causando una svendita illegale dei terreni e  deforestazione selvaggia a causa dell’ipotetica diminuzione del prezzo del legname.

Il coronavirus e il mal governo stanno uccidendo l’Amazzonia.

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Orsi in Trentino: “Gestiamoli o li uccideranno”

Gio, 05/07/2020 - 16:00

“Chi chiede il rilascio dell’orso catturato in Trentino? Gli stessi animalisti da tastiera che sono terrorizzati se vedono un ragno in casa. Provate a immaginare la sensazione di chi invece si trova un enorme plantigrado affacciato alla finestra!”, Spartaco Gippoliti, conservazionista e membro della Commissione CITES del Ministero dell’Ambiente, è preoccupato dalle pressioni irrazionali di chi vuole il rilascio di M49, un orso maschio che ha minacciato più volte le zone abitate della Provincia autonoma di Trento ed è stato quindi catturato e riportato nella zona recintata di Casteller a lui dedicata, dalla quale era fuggito.

La petizione per il rilascio e la minaccia degli animalisti di Ape

“Abbiamo già raccolto oltre 53.000 firme sulla piattaforma Change.org per richiedere il rilascio dell’orso M49”, ha fatto sapere all’Ansa Rinaldo Sidoli, portavoce di Alleanza popolare ecologista (Ape). “Chiederemo un incontro al ministro dell’ambiente Sergio Costa, a cui sottoporremo le istanze della maggioranza degli italiani, contrari a questa detenzione. Riportare il plantigrado nel centro del Casteller è un atto illegittimo visto che la condizione di benessere verrebbe meno”, aggiunge Sidoli. (…) La mancata attuazione ci vedrà costretti a denunciare il presidente della Provincia autonoma di Trento per il reato di maltrattamento di animali ai sensi dell’art. 544 ter del Codice penale”.

La nuova, gravissima, incursione

Nel frattempo ieri sera si è diffuso il video di un altro maschio adulto che nella stessa zona si è addirittura affacciato alla finestra di una casa al secondo piano. “Qualcosa di straordinario, che chiarisce bene come il problema vada gestito bene e subito, se non si vuole che la cittadinanza – comprensibilmente – agisca da sola”. Come avvenuto nei Pirenei francesi, dove l’orso non è mai stato reintrodotto per via della paura delle popolazioni locali, che hanno decimato gli animali mal gestiti a colpi di fucile. “O come sta avvenendo negli Usa, dove la reintroduzione del lupo rosso non sta avendo successo perché le persone non sono abbastanza rassicurate, e procedono quindi da sole a liberarsi dal pericolo percepito”.

La richiesta dei ricercatori

Questa sotto la lettera aperta che Spartaco Gippoliti e alcuni suoi colleghi hanno scritto in risposta alle richieste “irrazionali” degli animalisti:

M49, soprannominato dal Ministro Costa “Papillon”, è un orso simpatico; interpreta bene la figura del fuorilegge romantico.
Nei fatti, M49 è solo un animale come gli altri. Rispetto agli altri orsi ha però evidenziato dei comportamenti dannosi ed eccessivamente confidenti nei confronti dell’uomo e delle sue attività (più di quaranta tentativi di intrusione in rifugi, abitazioni, stalle).
Catturato, evade e sfugge a lungo alla cattura girovagando per le montagne. Come può non essere simpatico? Forse è però meno simpatico a chi i danni li ha subiti. È molto semplice dal divano di casa considerare l’orso “intoccabile”; più difficile lo è per un malgaro o per chi vive in ambienti agricoli. Impazzano così le due curve, in un derby tipicamente italiano.
Proviamo allora a mettere in fila alcuni fatti. In Trentino vivono circa 80-90 orsi, grazie a una lodevole operazione di reintroduzione operata dalla Provincia Autonoma di Trento. Poiché il Trentino non è una zona selvaggia, ma abbastanza antropizzata, la reintroduzione dell’orso DEVE essere accompagnata dalla GESTIONE della specie, in modo da garantirne la convivenza con l’uomo. M49 è solo uno dei tanti orsi che girano per le montagne, non è la specie Orso bruno. Che è salva proprio grazie alla Provincia Autonoma di Trento e non agli euro raccolti dalle organizzazioni animaliste.
La cattura di M49 non sposta di una virgola la consistenza della specie Orso bruno in Trentino, anzi ne garantisce la convivenza con l’uomo. Mentre il protocollo internazionale PACOBACE prevede esplicitamente la rimozione di orsi come M49, in Italia prevale una narrazione distorta della relazione uomo-animali-ambiente, con seri effetti negativi sulla gestione ambientale, sulla conservazione delle specie animali selvatiche, sulla salvaguardia del patrimonio agro-zootecnico, sulla corretta applicazione dei protocolli di sanità e sicurezza pubblica.
Spiace constatare che i massimi vertici della politica ambientale italiana sposino una visione sentimentale del rapporto con gli animali, mentre bisognerebbe basarsi, in modo imprescindibile, sulle evidenze e sul consenso scientifico.
La stessa visione che in Italia ostacola la ricerca con enormi restrizioni alla sperimentazione animale, senza la quale non avremmo farmaci e vaccini.
La stessa impostazione ideologica che fa di M49 un eroe invece che un orso problematico, alimentando lo scontro tra governo nazionale ed istituzioni locali, tra interessi rurali e urbani.

Firmato
Duccio Berzi, Ettore Casanova, Giulia Corsini, Spartaco Gippoliti, Giuliano Milana, Perco Franco, Luigi Spagnolli , Paolo Tosi, Silvano Toso, Ettore Zanon

Altre le priorità per l’ambiente

“Prevedo nell’immediato un attacco alla diligenza ‘Ambiente’ ma, incredibilmente, si continua a parlare e dividerci su questioni di secondaria importanza come M49”, conclude Gippoliti. “Siamo e saremo a lungo in difficoltà economica, ed è facile aspettarsi richieste di allentamento ai vincoli ambientali: è dunque ancora più cruciale in questo momento promuovere politiche che siano sostenibili sia dal punto di vista ecologico che economico, e concentrarci su quelle che sono le reali battaglie per difendere l’ambiente, la biodiversità e le risorse a nostra disposizione”.

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Il virus sta perdendo aggressività? Bentornato ottimismo

Gio, 05/07/2020 - 15:00

Il virus sta perdendo aggressività? Secondo le osservazioni cliniche, sì. Mentre a marzo la maggior parte dei pazienti necessitava di ricovero in terapia intensiva, da circa due settimane le cose stanno cambiando. L’infezione non sfocia più nella fase gravissima, la cosiddetta “tempesta citochinica” e a dirlo, sia pure cautamente, sono già in molti medici e studiosi. “Stiamo osservando che il virus perde potenza. Evolve, ma perde contagiosità e, probabilmente, letalità” ha spiegato l’epidemiologo Massimo Ciccozzi dell’Università Campus biomedico di Roma nel corso di un‘audizione al Senato.

Dello stesso avviso anche Massimo Clementi, virologo tanto bravo quanto silenzioso, che in un’intervista rilasciata ieri al Corriere, alla domanda “SARS-CoV-2 è diventato meno aggressivo?” ha così risposto: 

“L’espressione clinica dell’infezione adesso è più mite. Nella fase drammatica, al San Raffaele arrivavano 80 persone al giorno, la maggior parte necessitava di ricovero in terapia intensiva. Le cose sono nettamente cambiate, le terapie intensive si stanno man mano liberando, l’infezione non sfocia più nella fase gravissima, la cosiddetta “tempesta citochinica”. Per ora è solo un’osservazione empirica, l’epidemia c’è ancora ma dal punto di vista clinico si sta svuotando.”

Perché il virus sta diventando meno aggressivo?

Il virus si sta comportando da virus. Si sta, cioè, adattando all’ospite, ovvero all’uomo. Un virus nuovo è sempre molto aggressivo nelle prime fasi, poi impara a convivere con la sua “vittima”. Si tratta di un atteggiamento puramente utilitaristico, che gli consente di sopravvivere. Se un virus uccide l’ospite (come il virus Ebola) perde, a sua volta, la possibilità di replicarsi.

Del resto i numeri parlano chiaro: anche oggi, per il ventiquattresimo giorno consecutivo, è calato il numero totale dei ricoveri in terapia intensiva per COVID-19, da 1427 a 1333, quindi di ben 94 unità, e ora siamo a meno di un terzo del picco registrato a metà marzo con 4.068 ricoveri. Promettente anche il numero dei ricoveri ospedalieri totali, calato da 16.270 a 15.769, meno 501 unità.

Quindi avanti così, un giorno alla volta, con prudenza, ma anche con un sentimento nuovo: bentornato ottimismo.

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Il video di Ghali per la Fase 2 a Milano

Gio, 05/07/2020 - 14:00
Ghali

UN PASSO ALLA VOLTA

Milano, il silenzio ha fatto festa per le strade della città. Ora che anche le fermate si sono fermate i nostri parchi, le nostre panche, i nostri palchi come dei giocatori che si marcano larghi. In quarantena con le stesse messe, i nostri ramadan. Mascherine ci fanno ormai da grembiule in questa grande scuola e ricordano che siamo tutti uguali. Ci siamo laureti in pigiama abbiamo vissuto il prima e il dopo E ogni cameriere è diventato cuoco il primo passo. Dobbiamo fare attenzione, non dobbiamo avere paura siamo in maschera, non siamo bendati. Milano anche il cielo si è fatto bello. È giunto il momento, ora più che mai di seguire le regole questa è la fase in cui stiamo capendo Il valore della libertà. E insieme siamo più umani che mai. UN NUOVO INZIO, UN PASSO ALLA VOLTA.

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Carlo Petrini: Cambiare prospettiva per salvare agricoltura e ristorazione

Gio, 05/07/2020 - 13:30

Carlo Petrini, in un lungo articolo apparso oggi su Repubblica, dice che le stime di diversi studi di settore affermano che il 30% delle aziende di ristorazione potrebbe non riaprire: “Un’enormità di famiglie e di microaziende che, oltre a generare economia positiva e posti di lavoro, rappresentano l’anima dei nostri territori e la cinghia di trasmissione privilegiata tra cittadini e contadini virtuosi.”

La ristorazione, continua Petrini, è legata in modo indissolubile all’agricoltura e in particolare la piccola ristorazione di qualità è legata alle produzioni agricole locali, diffuse nel territorio e in genere di piccola scala che garantiscono “la salvaguardia della biodiversità agricola, la tutela dell’ambiente, la rigenerazione della fertilità dei suoli, la vita di molti piccoli borghi e tanti posti di lavoro”.

Diventa essenziale quindi, salvare questo patrimonio gastronomico e culturale: “Se la sinergia tra produttori, ristoratori e cittadini si consoliderà, allora tutti ne avranno benefici. Una filiera gastronomica di prossimità e di qualità costituisce un patrimonio collettivo di un territorio e le sue ricadute positive arrivano a tutti i livelli: chi lavora la terra in maniera virtuosa sarà incentivato a continuare e a migliorare, i ristoratori potranno valorizzare le unicità di un Paese meravigliosamente variegato, i cittadini avranno sempre più accesso a un cibo buono, pulito e al giusto prezzo, i turisti (che prima o poi torneranno), avranno un motivo in più per muoversi, l’ambiente e il paesaggio saranno migliori.”

Fare rete a questo punto è l’unica soluzione possibile ed è per questo che Slow Food ha lanciato un appello al premier Conte, ai ministri e agli assessori regionali per estendere il credito d’imposta all’acquisto di prodotti agricoli e artigianato alimentare che si può firmare su www.slowfood.it e che pubblichiamo qui di seguito.

“Ma questo non basterà” conclude Carlo Petrini: “Se non sarà accompagnato da un grande sforzo sinergico in cui un ruolo determinante sarà giocato dai cittadini, che avranno la responsabilità di sostenere quei ristoratori che lotteranno per essere sostenibili economicamente senza rinunciare a qualità e prossimità”.

Appello dell’Alleanza Slow Food dei cuochi a sostegno della ristorazione di qualità e dei produttori buoni, puliti e giusti

Facciamo parte dell’Alleanza Slow Food dei Cuochi e gestiamo più di 540 locali in tutta Italia: siamo cuochi di osterie e di ristoranti, di food-truck e di rifugi alpini, siamo pizzaioli e insegnanti di scuole alberghiere.

Con questo appello ci facciamo portavoce anche di altri colleghi ristoratori, molti dei quali raccontati nella guida Slow Food Osterie d’Italia, e di migliaia di agricoltori, allevatori, artigiani. Prendiamo la parola a nome di tutti, perché anche se oggi siamo noi i più fragili, sentiamo l’energia e la passione necessarie per ripartire e avvertiamo la forza che deriva dall’essere parte della rete di comunità solidali di Slow Food.

Grazie alla nostra cucina abbiamo diffuso conoscenza, bellezza, piacere. Abbiamo raccontato territori e culture locali. Tutto ciò non sarebbe stato possibile senza il lavoro quotidiano di contadini, allevatori, casari, viticoltori e artigiani che producono con passione e rispetto per la terra e per i loro animali.

Questi produttori traggono buona parte del loro reddito dalla relazione con ristoratori come noi, che sanno rispettare i loro ritmi, riconoscere il giusto prezzo ai loro prodotti e garantire sviluppo e opportunità economiche a territori spesso difficili.

Ogni giorno, servendo un buon piatto e prendendoci cura dei nostri commensali, abbiamo educato alla qualità, a un’alimentazione sana e alla convivialità, formando cittadini più consapevoli. Molti di noi, nelle settimane scorse, hanno cucinato per i più fragili e bisognosi, e siamo pronti a farlo ancora in futuro, perché crediamo nel valore della solidarietà.

Oggi siamo in crisi, e con noi lo sono i nostri produttori, una parte dei quali faticava già prima a reggere la concorrenza dell’agroindustria e le logiche del mercato e della distribuzione. La parte migliore dell’agricoltura di questo Paese dipende infatti fortemente dalla ristorazione di qualità.

Crediamo che l’immagine di questo Paese sia legata alla sopravvivenza di queste aziende e di chi, proponendo i loro prodotti, li rappresenta al meglio. Gravano sulle nostre spalle non solo i destini dei nostri collaboratori, ma anche il futuro di migliaia di piccole aziende agricole che dipendono dai nostri ordinativi.

Abbiamo deciso di scrivere questo appello perché pensiamo che le difficoltà dovute alla pandemia possano dare a questo Paese il coraggio della necessità e dell’urgenza; la forza di trasformare un’emergenza in una grande occasione per il settore dell’agricoltura, dell’accoglienza e della ristorazione italiana.

I veri nemici da combattere nel post pandemia saranno ancora la perdita di biodiversità, l’erosione del territorio, l’inquinamento dell’aria, dell’acqua, l’impoverimento della fertilità nei nostri terreni, la cementificazione, l’abbandono delle aree rurali e dei piccoli borghi, lo spreco alimentare, lo sfruttamento del lavoro, l’indifferenza per chi produce con attenzione alle ragioni e ai tempi della natura e l’individualismo, che fa prevalere l’io sul senso di comunità.

La ristorazione troppe volte ha assecondato un mercato che ha rincorso il prezzo più basso e stroncato l’agricoltura di prossimità, approvvigionandosi di prodotti ottenuti grazie alla chimica, alle monocolture, facendo viaggiare derrate alimentari migliaia di chilometri.

Se vogliamo porre le basi di un futuro diverso dobbiamo cambiare prospettiva.

Le Istituzioni possono fare molto, sviluppando iniziative che sostengano chi genera economie e benessere per tutta la comunità e non solo per la propria impresa. Per chi acquista prodotti di agricoltori, allevatori e artigiani del proprio territorio.

Chiediamo quindi di estendere il credito di imposta, già previsto per alcune spese legate all’emergenza Covid-19, agli acquisti di prodotti agricoli e di artigianato alimentare di piccola scala legato a filiere locali (dove per locale si intende la dimensione regionale), in una misura pari almeno al 20%, da aumentare al 30% nel caso in cui tali aziende pratichino un’agricoltura biologica, biodinamica, o siano localizzate in aree marginali, disagiate e di particolare valore ambientale del nostro Paese.

Un provvedimento come questo rappresenterebbe una grande occasione, economica, sociale e culturale: permetterebbe di innalzare il livello dell’offerta gastronomica italiana, garantendo una maggiore qualità, e al tempo stesso sosterrebbe e rilancerebbe le piccole e medie aziende agricole locali e il turismo rurale, che vive essenzialmente di paesaggi agrari. Infine, aiuterebbe i ristoratori ad affrontare mesi e forse anni difficili.

Per evitare che troppe attività non riaprano, servono anche misure immediate, ovviamente, e per questo ci associamo alle richieste delle associazioni di settore: risorse a fondo perduto per le imprese in base alle perdite di fatturato, moratoria sugli affitti per compensare il periodo di chiusura e il periodo di ripartenza, cancellazione di imposte anche locali come quelle per l’affitto di suolo pubblico fino alla fine del periodo di crisi, sospensione del pagamento delle utenze, prolungamento degli ammortizzatori sociali fino alla fine della pandemia e sgravi contributivi per chi manterrà i livelli occupazionali. Serve un piano di riapertura con modalità certe per permettere a tutte le imprese di operare in sicurezza.

È importante che sia concessa ovunque la possibilità di lavorare per asporto e contare su spazi all’aperto più ampi nel periodo di convivenza con il virus.

Da questo grave momento non possiamo riemergere se non condividiamo una visione: quella di un Paese che sa proteggere e fare tesoro dei suoi saperi, della sua storia, della sua biodiversità agroalimentare, dei suoi paesaggi. Un paese che conosce il valore del cibo, che sa accogliere e condividere con senso di comunità.

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Passeggiata ad Alcatraz con Jacopo Fo

Gio, 05/07/2020 - 13:00

La seconda passeggiata in mezzo al bosco della Libera Università di Alcatraz (Perugia), una boccata d’aria per chi è chiuso in casa o per chi si trova in una grande città, impossibilitato a raggiungere spazi verdi.

Un momento tra panorami gradevoli e rilassanti e creazioni artistiche che abitano il bosco.

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Arriva il plasma, il coronavirus scappa. Le industrie si arrabbiano?

Gio, 05/07/2020 - 12:00

Arriva una cura che avrebbe guarito già quasi 80 pazienti ricoverati negli ospedali di Mantova e Pavia in condizioni gravissime. Risultati straordinari che ora si stanno verificando per pubblicare uno studio. Anche Padova sta iniziando la sperimentazione.

Ma l’affermarsi di questa scoperta, che potrebbe cambiare l’impatto del Covid-19, non è stata facile. Giuseppe De Donno, direttore della Pneumologia e dell’Unità di Terapia intensiva respiratoria all’ospedale Carlo Poma di Mantova e Il dottor Massimo Franchini, ematologo e primario del centro trasfusioni dell’ospedale di Mantova hanno inizialmente avuto poco spazio sui media e poco sostegno da università e grandi ospedali e alcuni hanno minimizzato i risultati (costa troppo, non è sicura…).

Visto che la cura costa veramente poco e che, sostengono a Mantova, non ci sono pericoli di trasmissione di altri malanni perché il sangue è trattato in modo sicuro, questi commenti sui media hanno fatto imbestialire i due scopritori e alla fine li hanno portati all’onore delle cronache…

Ad esempio, il virologo Roberto Burioni, pur ammettendo le potenzialità dell’approccio, ha avanzato preoccupazioni per le tecniche di produzione del plasma e possibili effetti sconosciuti di queste procedure. Auspicando al contempo che si giunga alla produzione di un plasma artificiale.

De Donno ha risposto sua pagina Fb attaccando Burioni a gamba tesa.

Dopodiché ha affermato anche che da Fazio fosse vietato parlare della sua cura.

A questo punto scattano le sirene del complottismo perché la pagina di De Donno su Facebook scompare. In effetti non si sa neppure se sia stato Fb, oppure lo stesso De Donno a chiuderla.

Comunque De Donno atterra pure da Vespa e in quattro e quattr’otto la cura al plasma esplode, è sulla bocca di tutti e si muove pure l’Oms e la squadra di Trump.

De Donno, ora ricercatissimo anche dai media internazionali, può quindi raccontare al mondo che il plasma è donato gratuitamente dai cittadini che sono in fase di guarigione, che il costo è solo quello tecnico di estrazione delle emoglobine che agiscono da anticorpi (il sangue poi viene reiniettato ai donatori); considerando tutto il ciclo di purificazione e perfino il costo della sacca di plastica si superano di poco gli 80 euro.

Si tratta quindi di una medicina basata sul dono, dice, con costi bassi, che non può essere eguagliata da un eventuale, futuro, plasma artificiale; infatti il Coronavirus è instabile e muta rapidamente, quindi solo il prelievo del sangue dai malati più recenti può seguire queste mutazioni ed essere efficace.

Una medicina democratica, la definisce: «Dal popolo al popolo» e per questo osteggiata dalle case farmaceutiche

Lo scontro con Burioni

Scrive De Donno su Facebook: “Il signor scienziato, quello che nonostante avesse detto che il coronavirus non sarebbe mai arrivato in Italia, si è accorto in ritardo del plasma iperimmune… Forse il prof non sa cosa è il test di neutralizzazione. Forse non conosce le metodiche di controllo del plasma. Visto che noi abbiamo il supporto di AVIS glielo perdono. Io piccolo pneumologo di periferia. Io che non sono mai stato invitato da Fazio o da Vespa. Ora, ci andrà lui a parlare di plasma iperimmune. Ed io e Franchini alzeremo le spalle, perché…. importante è salvare vite! Buona vita, quindi, prof Burioni. Le abbiamo dato modo di discutere un altro po’. I miei pazienti ringraziano.
PS: vedo che si sta già arrovellando a come fare per trasformare una donazione democratica e gratuita in una ‘cosa’ sintetizzata da una casa farmaceutica. Non siamo mammalucchi!”

Qui di seguito dal sito di Radio Radio, emittente di Mantova, alcuni brani dell’intervista a De Donno.

Burioni: «Cura al plasma costosa», la risposta del Prof. De Donno

«Il Prof. Burioni forse ha fatto male i conti. Il plasma è gratuito perché viene donato dal popolo e torna al popolo. Noi abbiamo fatto due conti per capire quanto può costare una sacca di plasma da 600 ml e costa circa 160 euro con tutto: spese del personale, il percorso per purificare il sangue, il costo della sacca di plastica, cioè tutto quello che serve per produrre una sacca. Per cui un’aliquota da 300 ml costa circa 80 euro, 82,50 per la precisione, e io penso che spendere 82,50 euro per salvare una vita vuol dire avere un costo quasi gratuito».

Verifiche dei Nas all’ospedale di Mantova: avversione nei confronti del sistema?

«Una volta che l’Italia fa una scoperta come questa penso che i Nas debbano essere orgogliosi, non vessatori. A me piacerebbe sapere se i Nas stanno indagando su tutte le ricerche di farmaci utilizzati off-label, vorrei sapere quanti medici hanno chiesto il consenso ai pazienti per utilizzare farmaci che non hanno nessuna indicazione per le polmoniti da coronavirus. Noi abbiamo sempre chiesto il consenso per la sperimentazione e il consenso alla trasfusione di plasma a ogni paziente».

Se questo plasma fosse prodotto in laboratorio ci sarebbero tutte queste polemiche?

«No. La mia risposta è no. Però bisogna anche capire cosa vogliamo ottenere in laboratorio. Il coronavirus è un virus mutante e anche se avremo la possibilità di sintetizzare in laboratorio le immunoglobuline, sarà molto costoso. Noi invece abbiamo la fortuna di avere un popolo generoso, un esercito di eroi che vengono a donare il plasma e che vogliono salvare altri pazienti ammalati. Questa cura è gratuita, segue l’andamento della virosi, per cui se il virus muta muterà anche il plasma iperimmune».

Per approfondire:
De Donno vs Burioni: “Su plasma sperimentazione molto seria”
“Tante polemiche sul plasma perché non è prodotto in laboratori farmaceutici. Nas controllano così anche le altre ricerche?” 
Il complotto del profilo di De Donno oscurato su Facebook

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Foto da ilprimatonazionale.it

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Fase 2, non hai voglia di uscire di casa? È la sindrome del prigioniero

Gio, 05/07/2020 - 11:40

Si accettano scommesse su quelle che saranno le conseguenze sulla nostra salute, fisica e mentale, dovute al lockdown che ci ha costretto al distanziamento sociale per due mesi. Perché inevitabilmente ce ne saranno, più o meno a lungo termine: basta pensare, tanto per fare un esempio, all’accumulo di chili di troppo dovuto alla passione per la cucina riscoperta durante la quarantena da molti italiani, unita alla difficoltà di svolgere attività. Una conseguenza diretta del lockdown la stiamo già sperimentando in questi giorni: una irrefrenabile voglia di… non uscire di casa. Proprio così: se durante il lockdown tutti volevamo stare all’aria aperta, spinti da uno smanioso impulso accentuato proprio dall’impossibilità di farlo, ora che grazie alla parziale riapertura iniziata con la fase 2 uno spiraglio di luce in fondo al tunnel si intravede, sono diverse le persone che preferiscono non uscire e rimanersene tra le quattro mura che in questi ultimi due mesi hanno fatto da contorno a tutte le giornate. Si chiama “sindrome della capanna” o – nella versione meno poetica – “sindrome del prigioniero”.

Stare a casa non è poi così male

Il fenomeno viene raccontato al quotidiano spagnolo El País da Timanfaya Hernández, del Collegio Ufficiale di Psicologi di Madrid, che spiega che, in realtà, non è una cosa particolarmente strana, ma anzi può essere considerata del tutto normale. Da una parte c’è chi, dopo mesi di quarantena, vive l’ansia di riprendere i ritmi precedenti ai quali spesso non riesce a stare dietro – “viviamo nella società del fare: fare sempre cose, produrre sempre”, afferma la psicologa. Dall’altra c’è chi ha scoperto, dopo settimane di permanenza forzata in casa, che la vita domestica non è poi così male.

Prospettiva non allettante

Non tutti, quindi, vogliono tornare alla normalità. Del resto le mura domestiche finora ci hanno perlopiù protetto dal nuovo coronavirus, e lasciarle per tornare a uscire nell’incertezza di quello che potrebbe accaderci non è per tutti una prospettiva allettante. “Stiamo percependo un numero maggiore di persone in difficoltà all’idea di uscire di nuovo – spiega Hernández -. Abbiamo stabilito un perimetro di sicurezza e ora dobbiamo abbandonarlo in un clima di incertezza”.

Non c’è (ancora) nulla da festeggiare

Se da una parte c’è chi preferisce rimanere in casa anche ora che le misure restrittive si sono un pochino allentate, dall’altra c’è chi, invece, pensa che dal 4 maggio tutto sia tornato alla normalità. Niente di più sbagliato. Gli esperti lo ripetono da settimane, in vista della graduale riapertura del Paese alla vita normale: l’inizio della fase 2 non è un “tana libera tutti“. Se è vero che a partire da lunedì scorso rispetto alla fase 1 alcune misure di contenimento fisico si sono allentate – si può ad esempio svolgere attività fisica all’aperto con più facilità e far visita ai nonni e ad altri parenti con i quali si ha un rapporto affettivo stabile – e circa 4 milioni di persone hanno ripreso a lavorare, per il resto, spiegano gli esperti, non c’è nulla da festeggiare: non ci si può abbracciare, il distanziamento sociale deve rimanere (è consigliato indossare le mascherine quando si va dai nonni, per esempio) ed è presto per poterci dire fuori pericolo. Il nostro futuro e il modo di gestire questa situazione senza precedenti dipenderà proprio dal  comportamento di queste settimane di iniziale “riapertura”. Ce la possiamo fare.

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Due rimedi naturali fai da te contro le zanzare

Gio, 05/07/2020 - 10:00

Combattere le zanzare non è mai stato cosi semplice ed economico con questi due semplici modi di farlo. Si tratta di un antizanzare naturale, specialmente contro la zanzara tigre. Mentre l’altro metodo, è una trappola per zanzare molto economica, costruita con materiali riciclati. Buona visione!

Dall’Orto ai Fornelli

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Covid-19: “Per salvare la fase 2 servono tamponi di massa”

Gio, 05/07/2020 - 09:20

Se il nostro comportamento risulterà essere troppo “allegro” in questi giorni di riapertura – seppur graduale – del Paese dopo il lockdown imposto dal nuovo coronavirus, il rischio di una nuova ondata di contagi è molto alto. Gli esperti lo ripetono da giorni: non bisogna abbassare la guardia. «Non c’è stato nessun ‘rompete le righe’», afferma Paolo Ascierto, direttore dell’Unità di Oncologia, Immunoterapia oncologica e Terapie innovative dell’Istituto Nazionale dei Tumori “G. Pascale” di Napoli, il primo a utilizzare il farmaco anti-artrite reumatoide (il tocilizumab) nel trattamento della polmonite interstiziale da Covid-19. A fargli eco diversi esperti del settore ma anche docenti, che in un documento sottoscritto da Lettera 150, l’associazione che riunisce 150 accademici sostenitori della riapertura in sicurezza dopo il lockdown, parlano di «rischi grandissimi».

“Poco tempo e rischi grandissimi”

Nella lettera, firmata tra gli altri dall’immunologo Andrea Crisanti dell’Università di Padova, dal sociologo e politologo Luca Ricolfi, presidente della Fondazione David Hume, e dal giurista Giuseppe Valditara dell’Università di Torino, gli accademici chiedono la somministrazione di tamponi a tappeto a tutta la popolazione per proseguire la fase 2 in sicurezza e salvare il Paese da una seconda quarantena, cui si dovrebbe ricorrere nel caso di un nuovo aumento importante del numero di contagi. «Se vogliamo che la imminente riapertura non sia effimera, se vogliamo evitare la chiusura di centinaia di migliaia di aziende, se vogliamo che milioni di lavoratori non perdano il posto di lavoro, occorre cambiare rotta. Bisogna iniziare subito a fare tamponi di massa. È ora di agire – scrivono i firmatari – perché il tempo è poco e i rischi sono grandissimi». 

Individuare gli asintomatici

Effettuare tamponi a tappeto significa riuscire a identificare anche i casi asintomatici, passo fondamentale per bloccare l’epidemia dato che, secondo gli studi effettuati a Vo’ Euganeo (Padova), il paese di tremila abitanti  primo focolaio italiano del Covid-19 insieme a Codogno (Lodi), quasi la metà delle persone infettate dal nuovo coronavirus è risultata essere asintomatica, rappresentando un’importante fonte di contagio. Secondo gli esperti, dunque, durante la fase 2, quella della “riapertura” e della convivenza col virus, è fondamentale identificare e tracciare i nuovi focolai di contagio. Cercando di individuare quindi anche i portatori inconsapevoli dell’infezione: gli asintomatici.

Il  “protocollo Remanzacco”

Ed è quello che hanno fatto a Remanzacco, un paese friulano in provincia di Udine di seimila anime: effettuare tamponi anche su casi asintomatici seguendo il criterio dei “contatti stretti di un caso certo“. Partendo dai contatti del primo contagiato, le autorità sanitarie hanno individuato altre 18 persone positive, 11 delle quali asintomatiche, e l’epidemia è stata bloccata – anche grazie alla precoce chiusura delle scuole e a una densità abitativa non particolarmente alta, spiega Carlo Tascini, direttore Malattie infettive della Clinica universitaria di Udine. Fatto sta che i contagi non si sono diffusi, e quello che è stato rinominato il “protocollo Remanzacco” si è guadagnato un posto in un articolo su Clinical Microbiology and Infection, la rivista della Società europea di Malattie infettive.

Asintomatici punto nodale

Come racconta Tascini, il tracciamento dei contatti di una prima persona positiva (era fine febbraio) ha permesso di individuare altri 18 soggetti positivi al virus, 11 dei quali asintomatici. “Il tampone è stato fatto al gruppo di soggetti senza sintomi proprio per identificare eventuali altri positivi: un’ulteriore fascia da porre, subito, in isolamento stretto. E poi sempre gli asintomatici ci hanno permesso di scoprire altri contatti stretti – i familiari, i contatti dei nuclei familiari, i colleghi di lavoro. Se non si fosse proceduto con questa logica, anche una sola persona avrebbe potuto far crescere l’albero delle ramificazioni del contagio”.

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Cina: vaccino funziona sui macachi | Primo suicidio per Covid | Bonafede: “I boss torneranno in cella”

Gio, 05/07/2020 - 06:25

Tgcom24: Il numero dei guariti supera quello dei malati | Trump: “Virus peggio dell’11/9” | Conte: valutiamo nuove aperture | Mappa;

Il Mattino: Coronavirus, 3.037 rientrati in Campania: 10 positivi al test, nessuno al tampone. Coronavirus in Campania, sette vittime in 24 ore ma altri 197 pazienti guariti Coronavirus Italia, bollettino 6 maggio: boom di guariti, oltre 8mila più di ieri. Le vittime salgono a 29.684, +369 in 24 ore;

Il Giornale: Il primo suicidio per il Covid: imprenditore si toglie la vita;

Corriere della Sera: La buona notizia dalla Cina: un vaccino di tipo tradizionale funziona bene sui macachi;

Il Messaggero: Bonafede, decreto contro le scarcerazioni dei boss: «Finito il rischio Covid tutti in cella»;

Il Fatto Quotidiano: Sharing in crisi – Airbnb taglia 1.900 posti e Uber 3.700. Con il lockdown crolla la domanda;

Il Sole 24 Ore: Il coronavirus ucciderà l’auto elettrica? – Perché il crollo del mercato automotive è peggiore di quello del 2008 – Hertz evita il crac ;

Leggo: Sanatoria migranti, Bellanova: «Se non passa penso a dimissioni». Crimi: «No a permessi temporanei». E Salvini…;

Il Manifesto: Il permesso di sei mesi non cambia la vita dei migranti nei ghetti;

La Repubblica: Sesso, bugie e complotti: così è caduto Ferguson, il super consulente di Johnson per il virus.

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Batteri buoni contro batteri cattivi anche in ospedale (VIDEO)

Mer, 05/06/2020 - 20:00

Per contrastare le infezioni correlate all’assistenza sanitaria, cioè la possibilità di ammalarsi in ospedale a causa di una scarsa igiene, l’equipe della Dottoressa Elisabetta Caselli, docente e ricercatore di Microbiologia clinica all’Università di Ferrara, sta lavorando a nuovi sistemi di sanificazione ambientale basati sulla competizione batterica. Batteri buoni che distruggono i batteri cattivi.

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INDICE INCHIESTA BATTERI

Lo sporco fa bene! I batteri fanno bene!

Batteri resistenti agli antibiotici: le nuove strategie

Troppa igiene? E le allergie aumentano

Troppa pulizia fa male all’intestino (e al sistema immunitario): ecco perché

Igienizzano e sono eco-friendly: i nuovi detersivi sono a base di batteri buoni

Batteri buoni contro batteri cattivi anche in ospedale (VIDEO)

L’eccesso di igiene in casa può far male alla salute? (VIDEO)

 

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Rinnovabili: ecco la prima mappa mondiale

Mer, 05/06/2020 - 17:34

Realizzata per la prima volta una mappa mondiale dell’energia solare ed eolica. Lo studio è stato condotto dall’Università di Southampton, nel Regno Unito, e colma un grave gap in tema di rinnovabili: la localizzazione delle infrastrutture. Come salta all’occhio nell’immagine, tanta strada da fare resta soprattutto in Africa e in Sud America, ma anche in Russia e buona parte dell’Australia. Ma l’indagine va molto più nel dettaglio.

Un aiuto per capire l’impatto delle rinnovabili

“La mancanza di dati era problematica per diversi motivi. Ad esempio, gli impatti degli impianti eolici e solari sulla biodiversità sono tutt’altro che noti, anche a livello locale”. L’ampia ricerca è stata pubblicata sulla rivista Nature Scientific Data, e mostra sia la densità infrastrutturale a livello regionale che la potenza approssimativa

Il team ha utilizzato per il proprio lavoro OpenStreetMap (OSM), un progetto di mappatura globale collaborativo e open source generato da milioni di utenti. I ricercatori hanno estratto dati relativi a “energia solare” o “eolico” e li hanno poi incrociati con quelli elaborati dalle nazioni e riguardanti la capacità.

Un modo per capire dove e come implementare

Il risultato potrà essere utilizzato per supportare una vasta tipologia di applicazioni, tra cui l’analisi dell’impatto ambientale sul suolo delle infrastrutture e la misurazione dei progressi – e la loro distribuzione – rispetto agli obiettivi energetici mondiali. Inoltre può fornire informazioni per le pianificazioni delle future centrali verdi, in modo da renderle più armoniche e ben distribuite, oltreché funzionali dal punto di vista economico.

“Si tratta di una vera pietra miliare nella nostra comprensione di dove si sta attuando la rivoluzione globale dell’energia pulita”, ha commentato Felix Eigenbrod supervisore dello studio. “Sarà una risorsa preziosa per i ricercatori negli anni a venire: l’abbiamo progettata in modo che possa essere aggiornato con le ultime informazioni in qualsiasi momento per consentire cambiamenti in quello che resta un settore in rapida espansione”.

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Covid-19, Iss: “Mai la mascherina per la corsa o in bici”

Mer, 05/06/2020 - 14:41

Al supermercato, sui mezzi pubblici e in ospedale – e laddove volete sentirvi più sicuri – la mascherina preferibile è la “chirurgica”. Più propriamente dette mascherine facciali certificate: sono quelle di tipo 1, 2 e 2R (codice indicato sulla confezione). Sono certificate perché hanno superato determinati standard (quelle che costano adesso 50 centesimi più Iva) e garantiscono una efficace barriera che protegge gli altri e se stessi. Sono le stesse mascherine che dovrebbero indossare i malati”, spiega Paolo D’Ancona esperto di prevenzione e controllo delle malattie infettive, comprese le mascherine, all’Istituto Superiore di Sanità (Iss). “Tra queste, le più protettive sono quelle che è appropriato definire chirurgiche, cioè il tipo 2 e 2R“. Quasi tutte le certificate sono monouso. Quindi indossarle ha un costo ripetuto e determinate modalità di utilizzo che poi dettaglieremo.

All’aperto, le lavabili

“All’aria aperta o per le altre situazioni in spazi chiusi dove vi è meno affollamento vanno benissimo le mascherine lavabili”, continua D’Ancona.

Per questo motivo, in totale sicurezza, per fare una passeggiata, o incontrare i congiunti, sono adeguate “le cosiddette mascherine di comunità: offrono una barriera sufficiente, anche senza alcun dato reale sulla capacità di filtrare. Vanno benissimo per uso in comunità, perché si presuppone che si mantenga sempre la distanza di sicurezza (minimo un metro)”, prosegue D’Ancona. Anche qui, chiariremo anche quali caratteristiche rendono migliori le mascherine lavabili.

Ricordiamo che in alcune regioni anche per uscire all’aperto le mascherine non sono obbligatorie se è possibile rispettare il distanziamento fisico.

Per lo sport niente mascherina

Per fare sport, invece, quindi per correre o andare in bici, mai indossare la mascherina: a meno che lo sforzo sia molto modesto. “Correre con una mascherina sul volto significa andare in affanno ed esporsi a un certo pericolo. L’attività fisica con la mascherina non garantisce la respirabilità che mi serve perché tutte le mascherine non sono fatte per correre o respirare in affanno, ma per i medici, che lavorano da fermi. Il rischio è l’ipossia: non arriva abbastanza ossigeno e si possono avere giramenti di testa e sensazione di capogiro. Anche per la bici. Uno sforzo con la mascherina è come fare sforzo ad alta quota dove c’è meno ossigeno. Io non farei mai sport con la mascherina, non premette la normale respirazione: cosa ancora più pericolosa soprattutto se si dovessero avere problemi cardiaci o respiratori”, precisa D’Ancona. Ricordiamo tuttavia che alcune regioni, come la Lombardia, consentono lo sport senza mascherina ma è d’obbligo averla con sé se poi, per esempio, dopo l’attività, si cammina su marciapiedi affollati per tornare a casa.

Come gestire le monouso

Perché le monouso vanno gettate dopo 4/6 ore di utilizzo? “Perché l’umidità del respiro ne altera la trama, che diventa meno fitta e quindi non più protettiva”, continua D’Ancona. Anche spruzzarle di disinfettante (che le inumidirebbe con lo stesso risultato) e farle asciugare all’aria non va assolutamente bene”. Però posso riporle, dopo aver fatto la spesa, e riutilizzarle un altro paio di volte, se resto nel totale di 4 ore? “No, perché se al supermercato sono entrato a contatto con il virus e si è depositato sull’esterno della mia mascherina, è un rischio: quindi meglio buttarla“. In alternativa, se proprio, si può sanificarla in questo modo, esponendola solo al vapore dell’alcol, e senza mai bagnarla (“anche se non ci sono prove scientifiche che funzioni o che sia sicuro”, commenta D’Ancona).

Come gestire le lavabili

Anche per le lavabili: non spruzziamole di amuchina o alcol, “andremmo poi a respirare quei vapori e non sarebbe salutare. Scegliamo una lavabile che sia adatta al lavaggio a 60 gradi con il detersivo normale: senza bisogno di particolari additivi. Il coronavirus è un virus labile: facile da lavare via. Non servono particolare disinfettanti se non acqua e sapone”. “L’Amuchina può rovinare i tessuti, anche quelli in cotone – aggiunge Ettore Guerriero, del Cnr – perché contiene candeggina e poi respirarla non va bene”.

I respiratori Ffp2 e Ffp3

I respiratori Ffp2 e Ffp3 sono – come ormai sappiamo – a solo uso professionale. Hanno senso per un medico – o per chi assiste un parente malato – a distanza ravvicinata e per molto tempo. “In comunità no, proteggono è vero: ma è un investimento esagerato per quello che serve, e se il respiratore ha la valvola diffonderemmo il virus nel caso fossimo malati, magari asintomatici”, spiega ancora Paolo D’Ancona. Anche perché un respiratore costa circa 10 euro.

Perché i respiratori vanno buttati dopo 6 ore? “I respiratori si intasano dopo 6 ore. Secondo gli studi condotti finora, i respiratori in teoria si potrebbero sanificare, ma servono apparecchi particolari e costosi che in casa non abbiamo. Anche col calore e microonde si deforma la valvola.

Due mascherine? Una follia

Per ovviare “all’egoismo” del respiratore con valvola, alcuni mettono la mascherina con il respiratore con sopra la chirurgica: “E’ sbagliato. Non sono stati progettati per essere usati così. Respirare diventa troppo faticoso e si accumula la condensa all’interno”.

L’INTERVISTA CONTINUA QUI: Covid-19, Iss: “I guanti sono inutili”

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Covid-19, Iss: “I guanti sono inutili”

Mer, 05/06/2020 - 14:40

Abbiamo visto quali mascherine sono raccomandate dall’Istituto Superiore di Sanità a seconda delle occasioni nelle prima parte di questa intervista dedicata ai dpi, i dispositivi di sicurezza individuale: le chirurgiche per le situazioni a rischio, le lavabili per tutto il resto. Mentre per lo sport non si deve indossare la mascherina. Ma i guanti? Questi ordigni malefici, che stanno inondando città e campagne, mari e fiumi, servono veramente?

Guanti solo al supermercato

“I guanti non servono a nulla, se non al supermercato: infatti all’ingresso si trovano offerti dal punto vendita, spiega Paolo D’Ancona esperto di prevenzione e controllo delle malattie infettive, comprese le mascherine, all’Istituto Superiore di Sanità (Iss). Qui ha senso perché si evita che una persona con le mani contaminate possa toccare e infettare oggetti in vendita che poi arrivano nelle nostre case. Ma il guanto è inutile altrimenti: basta che io non mi tocchi il volto finché non torno a casa e mi lavo le mani o uso il gel idroalcolico dopo che penso di potermi essere contaminato le mani. Se ho il guanto e toccando qualcosa lo contamino, il guanto si comporta esattamente come la pelle e può diffondere il virus o farmi contagiare se con il guanto mi tocco la bocca o gli occhi: in altre parole, sfilarsi il guanto o lavarsi le mani è esattamente la stessa cosa”. 

Quale mascherina lavabile scegliere?

Abbiamo visto le differenze tra chirurgiche e lavabili nella prima parte di questa intervista. Tra le seconde, che useremo di più, sono più economiche e sostenibili, quali scegliere? Ci sono quelle in cotone, quelle in cotone con la tasca per inserire magari carta forno, ci sono quelle in propilene o altri tessuti “tecnici”. Come orientarsi? “Quelle in cotone – spiega D’Ancona – devono avere un tessuto fitto, diciamo un cotone pesante, multistrato, che permetta di respirare senza difficoltà e che aderisca bene.

Come farle in casa

Il CDC di Atlanta ha diffuso queste istruzioni per farle anche da soli in casa (qui sotto il relativo tutorial facilissimo da ripetere).

In sostanza, “si prende un tessuto in cotone piuttosto pesante, si piega due, tre volte, per ottenere una dimensione che copra bene il naso fino al mento: questo è importante, e che sia abbastanza aderente attorno alla bocca”. Inserire la carta forno? “Renderebbe troppo difficoltosa la respirazione, ed è quindi un accorgimento dannoso”, spiega D’Ancona. Altra caratteristica che una lavabile deve avere: sopportare lavaggi di 60 gradi.

Come fare con i bambini

Perché si è posto l’obbligo per l’utilizzo nei bambini dai 6 anni e non dai 2, come suggerivano i pediatri? “Nel decreto è stato tenuto conto di bambini e disabilità, considerando tutti i casi dove la mascherina non può essere utilizzata: i bimbi sotto i 6 anni sia perché potrebbero mal sopportarla e per un possibile rischio di soffocamento se ingestita, ma anche chi soffre di autismo o le persone anziane che non sopportano le mascherine o chi ha broncopatie. Per i bambini tecnicamente non c’è alcun problema, ma a parte il rischio soffocamento, sotto i 6 anni diventa difficile ad esempio anche gestire la mascherina nel modo corretto: cioè ad esempio evitare di toccarla dopo averla indossata. “Un dettaglio importante che anche gli adulti devono tenere a mente anche quando usano la propria”, spiega D’Ancona.

L’INTERVISTA INIZIA QUI: Covid-19, Iss: “Mai la mascherina per la corsa o in bici”

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Momenti imbarazzanti in video-call capitati a tutti i questi mesi

Mer, 05/06/2020 - 14:00

Quest’anno abbiamo iniziato a lavorare così e grazie alla tecnologia, anche in questi momenti di difficoltà abbiamo trovato nuovi modi DI FARE SCHIFO!

Il video dei the JackaL per non dimenticare il bello, il brutto e il divertente delle videochiamate durante questi mesi!

the JackaL

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Yoga demenziale con Jacopo Fo: QUEL CHE TI RICORDI È FALSO

Mer, 05/06/2020 - 12:00

E’ una disciplina che ha scelto, come maestri spirituali, la gioia e il piacere. Via i sensi di colpa che ci bloccano, via le paure che ci paralizzano e ci avvelenano la vita: dentro di noi abbiamo tante energie belle, lucide e sane. Impariamo a liberarle per poi poter godere a fondo dei piaceri spirituali come di quelli fisici.

Lo Yoga demenziale, messo a punto da Jacopo Fo, accoppia il meglio della civiltà occidentale (un sano laicismo, il rigore della sperimentazione, il training autogeno) con quello delle civiltà orientali (la meditazione trascendentale, le arti marziali, le tecniche yoga). Perché tutta la saggezza dei due mondi può essere riassunta in una gigantesca risata.

L’obiettivo? Raccontare cose semplici in modo semplice per risultati semplici. Come ci racconta Jacopo Fo “l’idea è che, se io sperimento e ascolto quello che succede, poi posso trarre le mie conclusione ed ottenere con questi esercizi dei vantaggi elementari”.

Lezione n°15 – Quel che ti ricordi è falso

Pillole di Yoga Demenziale N.15: QUELLO CHE TI RICORDI È FALSO

Come evitare delle risse inutili.

Pubblicato da Jacopo Fo su Martedì 31 marzo 2020

Lezione n°15 – Discussione su Quel che ti ricordi è falso

Discussioni sulle Pillole di Yoga demenziale N.15: Quello che ti ricordi è falso

Pubblicato da Jacopo Fo su Martedì 31 marzo 2020

Yoga Demenziale – Guarda tutti i video!

Visita la pagina Facebook di Yoga demenziale

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Decreto “aprile”: detrazioni fino al 110% per chi ristruttura casa

Mer, 05/06/2020 - 11:22

“Imprimere una svolta epocale nelle politiche pubbliche, per far compiere all’Italia un passo da gigante nella crescita sostenibile rendendo la tutela ambientale il volano dell’economia“, così ha dichiarato il sottosegretario di Stato Riccardo Fraccaro.

E l’iniziativa è senz’altro interessante: per rilanciare l’edilizia il governo non solo permette delle detrazioni fiscali totali ma “aggiunge” il 10%. In pratica chi spende 10mila euro per ristrutturare la propria casa avrà una detrazione fiscale di 11mila dilazionata in cinque anni (2200 euro l’anno).

La detrazione riguarda gli interventi di riqualificazione energetica e messa in sicurezza degli edifici già introdotti nel 2013.

Il Dipartimento Dinanze del Tesoro ha valutato l’impatto sui conti pubblici: le minori entrate fiscali nel quinquennio su cui varrà la misura dovrebbero attestarsi su 16 miliardi di euro totali, come differenza tra le attuali aliquote di sgravio e il prossimo 110%.

Ma “l’aumento del gettito legato agli effetti moltiplicativi dell’investimento iniziale consente alla misura di ripagarsi praticamente da sola” ha dichiarato Fraccaro. Lo Stato non ci rimette, quindi, lo sviluppo dell’edilizia e il risparmio energetico conseguente alle ristrutturazioni ripagano il surplus di detrazione fiscale.

Riassumendo

Da luglio, e per 18 mesi, le aliquote detraibili per gli interventi di efficientamento energetico (il cosiddetto “ecobonus“) e antisismico (“sismabonus“), rispettivamente del 65% e del 50% dei lavori, saliranno al 110%. E la detrazione al 110% varrà anche per altri lavori di riqualificazione energetica, restauro facciate o installazione di impianti fotovoltaici per produrre elettricità.

I nuovi incentivi si applicano “agli interventi effettuati dai condomini, dalle persone fisiche, al di fuori dell’esercizio di attività di impresa, arti e professioni, e dagli Istituti autonomi case popolari (Iacp)”, si legge nell’ultima bozza.

Le soglie massime

Fino a 60mila euro “per numero di unità immobiliari” (nel caso di abitazioni in condominio) per interventi di isolamento termico; fino a 30 mila euro per numero di unità immobiliari per quelli sulle parti comuni e sulla climatizzazione; fino a 10 mila euro per numero di unità immobiliari per quelli sulle caldaie a gasolio (almeno di classe A); fino a 48 mila euro, o 2.400 euro per Kwh di potenza nominale, per gli impianti fotovoltaici.  

Credito cedibile

Il credito sarà cedibile a terzi di ogni tipo senza limiti. E si può cedere anche all’impresa che fa i lavori in questo modo ripagandosi per intero l’intervento.

Scrive Andrea Greco su Repubblica:

“Nel caso il committente lo giri all’impresa che fa i lavori, li otterrà senza versare un euro: lo sconto applicato sarà identico alla fattura (100%), poi l’impresa recupererà il credito d’imposta in cinque anni dalle sue tasse. Se invece chi fa i lavori cederà il credito fiscale a una compagnia assicurativa, potrà beneficiare del 90% della somma per stipulare una contestuale polizza su rischi di calamità (finora quella detrazione è del 19%)”.

“Il meccanismo genererà un aumento del volume di lavoro per le imprese, che a loro volta potranno riscuotere un credito di imposta al 110% cedibile senza limiti anche alle banche – aggiunge Fraccaro -. La salvaguardia di ambiente e territorio contribuirà così in maniera decisiva alla ripresa economica, del lavoro e del Pil: la sostenibilità diventa la chiave per contrastare sia i cambiamenti climatici sia la crisi da coronavirus“.

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Foto di Klaus-Uwe Gerhardt da Pixabay

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