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Mamma in Blu: il deodorante naturale

Sab, 02/29/2020 - 07:00

Costa poco e funziona benissimo come antibatterico e astringente (ottimo dopo la rasatura), basta bagnarlo leggermente sotto l’acqua.

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Verità dal carcere

Sab, 02/29/2020 - 07:00

Quando si entra o esce dal carcere di Bollate, la seconda casa di reclusione di Milano dopo San Vittore, si parcheggia la macchina proprio di fronte a dove era installato l’albero della vita durante l’Expo. Alto 37 metri, costruito in acciaio e legno, era il simbolo del Padiglione Italia.
“Se uno passa davanti a un ospedale pensa a un servizio pubblico che cura i malati; quando si passa davanti a un carcere non si pensa a un servizio pubblico, si pensa al male in sé”. A dirlo in un’intervista a tutto tondo è Roberto Bezzi, responsabile dell’area educativa del carcere di Bollate nonché professore universitario.

L’intervista

Quando si pensa al carcere si è sempre forcaioli?

«Il carcere sollecita parti interne di tutti noi: quel muro di cinta separa il bene dal male; se io lo guardo dal di fuori, dalla parte “buona”, mi sento abilitato a dare giudizi sommari sulla parte “cattiva”. Eppure, lavorando in carcere, se penso a reati come il femminicidio, mi scorrono ricordi di persone ricche, persone povere, persone con pochi strumenti culturali, persone con il master, persone con un lavoretto in nero, persone con incarichi importanti.»

Anche i laureati uccidono…

«Più che “anche i laureati” è l’umanità in sé che può incorrere nel male. Già questo dovrebbe farci capire che il muro di cinta che divide la società, la parte cosiddetta buona, e il carcere, la parte cosiddetta cattiva, è più sottile di quanto si pensi.»

Bollate è ritenuto il miglior carcere d’Italia. Perché? E che cosa significa “migliore”?

«A Bollate, fin dalla sua apertura alla fine degli anni 2000, i detenuti sono liberi di muoversi. La legge penitenziaria, dal 1975, ha sempre parlato di “camere di pernottamento”. Nelle camere, nelle celle si dovrebbe andare solo per dormire. Non spetta a me dire se il nostro istituto penitenziario è il migliore d’Italia, noi ci siamo attenuti unicamente al regolamento penitenziario. Certamente Bollate si presta ad avere spazi più umani già dal punto di vista architettonico perché è stato costruito con le sezioni già aperte: oggi questo sistema è in uso anche altrove ma all’epoca erano pochi gli istituti penitenziari ad adottarlo, erano quasi tutti a sezioni chiuse.»

Quindi non siete voi l’eccezione positiva, sono le altre carceri a non attenersi alla legge?

«Come dicevo, nelle camere, nelle celle si dovrebbe solo dormire. Ma perché un carcere funzioni è necessario che intorno vi sia una rete territoriale attiva, senza quella non potremmo fare nulla di quel che facciamo, ovvero fare in modo che “dentro” ci sia un’offerta più simile possibile a quella che c’è “fuori”.»

Ci può spiegare in cosa consiste la “sorveglianza dinamica”?

«L’ordinamento penitenziario prevede che la persona esca dal carcere con competenze nuove. Perché ciò avvenga, il carcere deve organizzare la giornata di una persona nel modo più dinamico possibile. Una giornata piena, dove uno fa delle cose, e visto che per farle si deve muovere, il detenuto Rossi di mattina va a lavorare nella cooperativa, nel pomeriggio va a fare volontariato e di sera va al corso di teatro senza essere costantemente sorvegliato. La guardia penitenziaria è più simile a un poliziotto di quartiere che a un custode fermo che guarda te, signor Rossi, che te ne stai fermo. Questo regime richiede una responsabilizzazione più alta al detenuto. È vero che stare chiusi è destabilizzante dal punto di vista umano, ma espone a meno rischi. Stai fermo, chiuso, protetto.»

Lasciare i detenuti liberi di muoversi espone a rischi?

«Il senso è: “ti metto nella condizione di fare delle cose, ti muovi da solo, non vieni accompagnato, hai un tesserino che ti dice dove puoi andare durante la tua giornata.” La libertà di movimento non significa maggiore rischio. Il detenuto deve muoversi per reinserirsi nella società e il poliziotto deve muoversi per poter fare un controllo che sia a tutto tondo e che abbia al centro la persona.»

Si parla spesso della carenza di personale penitenziario. Stando però al rapporto di Antigone del 2019, in Europa ci sono 2,6 detenuti per agente, in Italia 1,6: o la tanto denunciata carenza degli agenti è da relativizzare oppure molte mansioni che altrove vengono svolte da personale civile vengono svolte dagli agenti.

«È la famosa fetta di torta. Io ne ho tre, lei ne ha una e il totale fa due a testa. Per una questione strutturale molti agenti hanno mansioni anche di carattere amministrativo quindi non possono essere annoverati tra quelli che fanno per così dire front office, sorveglianza. In ogni caso credo che ai numeri debbano essere uniti gli spazi, per cui, qualunque sia il rapporto agenti/detenuti, se accade in uno spazio particolarmente angusto con un turnover altissimo – come quello tipico delle case circondariali, dove i detenuti vanno e vengono senza che si abbiamo gli strumenti per conoscere l’individuo – è chiaro che viene vissuto con un peso diverso.»

Misure alternative per i detenuti: il tema divide.

«La legge, fin dai tempi della Costituzione, ha sempre parlato di “pene” e non di “pena”, vorrà dire qualche cosa. Se il termine è declinato al plurale significa che ci sono varie tipologie di pena. Il vero problema è che noi siamo ancora legati all’idea di “pena uguale carcere”. I dati della recidiva, al netto della loro lettura, sempre complicata, ci dicono invece che chi ha una misura alternativa o uno sconto della pena è portato tendenzialmente a non delinquere più, a differenza di chi sconta la pena in carcere.»

Per l’opinione pubblica un detenuto che può uscire fuori è un detenuto libero.

«Ma non è così. Con la misura alternativa la persona non è libera, è monitorata, supportata da servizi specifici, è più produttiva, lavora, risarcisce. Spesso nelle prescrizioni i magistrati inseriscono attività riparative: questo significa che chi sconta misure alternative dedica parte del proprio tempo gratuitamente agli altri. Considerando che ha ferito il tessuto sociale mi sembra un’azione di senso. La gente vuole una pena certa, mi piacerebbe spostare il focus sulla pena efficace

In che modo a Bollate vi occupate della parte offesa dal detenuto?

«Torniamo al discorso di prima, della responsabilizzazione. Se nella tua sentenza di condanna il giudice ha previsto che tu risarcisca la parte offesa, e tu, scontando il carcere, inizi a lavorare, a responsabilizzarti e a pagare il risarcimento, sei un uomo che si sta assumendo delle responsabilità civili oltre che penali. Significa che la pena che stai scontando è efficace. Lo Stato ti lascia fare quello che ritieni più opportuno, basta che il risultato sia una maggiore sicurezza ed efficienza sociale. È una questione di cultura, ma anche di conoscenza.»

È anche una questione economica, il carcere costa molto allo Stato.

«Il carcere costa moltissimo. Il fatto che a Bollate abbiamo molte aziende, sia all’interno che all’esterno della struttura carcere, che assumono detenuti, ci ha permesso nel 2017 di versare allo Stato 500mila euro. Lavorando, il detenuto versa una propria quota di mantenimento, sia pure simbolica, forfettaria. Stupisce che il fatto che il detenuto che esce per lavorare sia percepito come un privilegiato. Permettere di lavorare non è una concessione così strana, il detenuto è una persona adulta, gli adulti lavorano.»

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Covid-19, il primo cane in quarantena

Ven, 02/28/2020 - 19:15

A Hong Kong un cane è risultato positivo al Covid-19. O meglio, ci sono riscontri in questa direzione dopo i risultati di alcuni test effettuati su mucose prelevate dalle sue cavità nasali e dalla bocca. Ed è subito allarme delle associazioni animaliste visto che l’animale appartiene a una donna di 60 anni affetta da coronavirus, attualmente ricoverata in isolamento. 

L’animale è in quarantena per due settimane, tuttavia non ha sintomi, non è dunque ammalato e, soprattutto, non ci sono prove che animali da compagnia come cani e gatti siano in grado di trasmettere il virus all’uomo, cosa in realtà smentita dalla stessa Oms. Il rischio è la psicosi, ovvero che questo caso venga male interpretato e generi psicosi: potrebbero verificarsi abbandoni di massa o ancora peggio abbattimenti.

Modello Shenzhen

In ogni caso la Cina, che ha già vietato il commercio di animali selvatici, si prepara a vietare anche il commercio di carne di cane. Con 13 milioni di abitanti Shenzhen è la quarta città più popolosa della Cina e gode di speciali autonomie legislative rispetto al resto del paese. Qui è stata avanzata una proposta di legge che riconosce cani e gatti come animali da compagnia: in questo modo verrebbe preclusa la possibilità a chiunque di commerciarne la carne per fini alimentari. Nella stessa legge viene riportata la lista di specie animali selvatici autorizzati al consumo: via libera a manzo, maiale, pollo, coniglio, agnello, asino, anatre, oche, piccioni, pesci e crostacei. Bannati invece serpenti, tartarughe e rane. 

La lotta di World Dog Alliance

A muoversi in questa direzione è anche la World Dog Alliance, l’associazione internazionale che si batte da tempo per vietare il consumo di carne di cane in tutto il mondo, anche nei paesi occidentali dove la pratica è molto poco diffusa. “La situazione che si è venuta a creare con la diffusione del nuovo coronavirus — spiega Genlin in una lettera al Corriere della Sera — può essere però una buona occasione per rilanciare la battaglia per il divieto della vendita di carne di cane in Cina. Abbiamo il sostegno di molti parlamentari cinesi e speriamo di riuscire a raggiungere il risultato. Abbiamo coniato un nuovo slogan: niente carne selvaggia per la salute, niente carne di cane o gatto per questioni morali”.

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Photo by Mike Burke on Unsplash

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Brescia, la terra dei fuochi del Nord

Ven, 02/28/2020 - 16:20

La chiamano “la Terra dei fuochi del nord”, è Brescia che con la sua provincia è una delle zone più inquinate d’Italia. Nel 2013 iniziano le proteste dei genitori per ottenere la bonifica del cortile della scuola elementare Grazia Deledda, altamente inquinato dai Pcb – policlorobifenili ovvero derivati del cloro – cromo, diossine, furani, mercurio, arsenico, tetracloruro di carbonio sversati dall’azienda Caffaro, ormai non più attiva, su quei terreni.

Purtroppo l’intera zona del bresciano è stata avvelenata da queste sostanze sin dagli anni Settanta, con i canali artificiali di irrigazione, che attraversano il sito e si spostano verso i territori a sud della città, ancora non bonificati. Le falde acquifere di tutta la provincia di Brescia sono compromesse e l’opera di bonifica non è affatto semplice. In questi giorni sono in corso i rilevamenti dell’Arpa sulla penetrazione del mercurio nei terreni.

Le proteste di Basta Veleni

Nel 2013 nasce il movimento Basta Veleni sceso in piazza in due occasioni, nel 2016 e il 27 ottobre 2019, coinvolgendo oltre 15 mila persone nel chiedere bonifichetutela della salute e dell’ambiente. Nell’ultima occasione è stato lanciato l’hashtag #iononfacciofintadiniente per stimolare la cittadinanza e il dialogo con le istituzioni.

Nel solco delle proteste e soprattutto delle domande dei cittadini che ancora non trovano risposte, nasce la docu-inchiesta di 50 minuti, “Io non faccio finta di niente. Basta Veleni”. Realizzato dalla giornalista Rosy Battaglia, verrà presentato il 6 marzo a Roma, durante la prima edizione del Festival del giornalismo ambientale  promosso dal ministero dell’Ambiente e dall’Enea assieme a Ispra e Fima, la Federazione italiana dei media ambientali. 

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Foto: Manifestazione di Basta Veleni del 27 ottobre 2019

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I 10 migliori film Noir classici

Ven, 02/28/2020 - 12:00

Il noir è un sottogenere del crime story pervaso da un pessimismo cosmico. Negli Usa trionfa tra gli anni Quaranta e Cinquanta compresso dalle paure collettive provocate da grande Depressione, guerra e maccartismo. Gli eroi positivi sono molto pochi e sempre sullo sfondo. Il proscenio è per i peggiori farabutti, detective privati posizionati in una terra di nessuno posta tra il legale e l’illegale, e le dark lady bellissime e malvagie. La critica ha molto sviscerato sulla misoginia del genere, ma Piera Detassis, grande cultrice di materia e curatrice di uno splendido fascicolo tematico sostiene che “l’apparenza inganna”. Atmosfere ambigue dove si fa fatica a comprendere il giusto e chi sono i veri cattivi pervase da un erotismo dissimulato ma molto perverso. Predomina il chiaroscuro, è spesso presente il flashback, le trame sono sciarade rompicapo complesse e intriganti. 

Film bellissimi e molto amati dai cinefili novecenteschi. Da tramandare alle giovani generazioni che vedono le serie Netflix. Ho scelto i miei migliori dieci con una sigaretta accesa come il genere richiede. 

L’INFERNALE QUINLAIN di Orson Welles, 1958

Da uno sconosciuto romanzo pulp completamente rivisitato e stravolto da sua maestà Orson Welles che ne compone un capolavoro del cinema noir. Il film è la cesura perfetta tra il noir classico e quello della modernità. Charles Heston è un funzionario antidroga messicano in viaggio di nozze con la moglie e viene in contatto e contrasto con il capitano Quinlain (interpretato magnificamente dallo stesso regista), una sorta di sceriffo che applica la Legge con il suo Ordine, e ne fa un memorabile ritratto di uno sporco poliziotto, ma a modo suo un grand’uomo. Più che un film, un’allucinazione morale che si svolge tra infami commissariati e strade desolate. La miserabile cittadina di Tijuana contiene una sorta di tragedia shakespeariana dai toni sempre vibranti e avvolta da un barocchismo lussureggiante. Tecniche da maestro a partire dal piano sequenza iniziale che per fortuna viene messo a lezione nelle scuole di cinema ancora oggi. Bianco e nero d’autore con inquadrature accuratissime e molto particolari per il cinema dell’epoca. Profondità di campo esasperate, uso del grandangolo, montaggio innovativo. Scritto con cura maniacale, ha una galleria di personaggi minori riuscitissimi in cui svetta Marlene Dietrich (c’è anche Zsa Zsa Gabor) nei panni di un’indimenticabile chiromante e che si trovò per caso a recitare sul set. Secondo Goffredo Fofi “a Welles non interessa la grandezza del male, quanto l’innocenza del peccato”. Il metodo legale deduttivo di Vargas-Heston si scontra con il fiuto di chi fabbrica le prove a sostegno dell’intuito di Welles-Quinlain. Secondo Mereghetti “noir sadico dalle ascendenze kafkiane”. Finale tragico. Massacrato dalla produzione che stravolge l’impianto originario del film allontanando definitivamente Welles da Hollywood.
Il restauro prodotto nel 1998, sulla base di un memo wellesiano, per le cure del montatore Walter Murch (è il premio Oscar di Apocalipse Now) e del critico Jonathan Rosenbaum lo ha riportato all’ineguagliabile idea creativa di Welles. 

IL TERZO UOMO di Carol Reed, 1949

La guerra è da poco finita e lo scrittore canadese Holly Martins si reca a Vienna controllata dagli alleati per incontrare il vecchio amico Harry Lime magistralmente interpretato da Orson Welles che ne farà un personaggio memorabile anche quando non è presente sulla scena. Lo scrittore apprende che il suo enigmatico amico è morto e sembra di trovarsi nella trama di un suo romanzo. Non fidandosi delle indagini ufficiali, l’uomo inizia le proprie ricerche di un terzo uomo che può risolvere gli arcani. Memorabile l’inseguimento nelle fogne della città. 
È un film inglese in cui il regista adotta le tecniche dell’espressionismo tedesco. Contiene tutte le ansie della Guerra Fredda appena iniziata con una Vienna divisa in quattro zone alleate come Berlino. Scritto da Graham Green che poi ne farà un romanzo con insolito percorso inverso. Secondo Morandini “un perfetto ingranaggio d’azione in cui la tecnica del giallo si coniuga con una sottile indagine psicologica”. Orson Welles collaborò con il regista in molte scelte. Accreditato ufficialmente nei dialoghi, sua la celebre frase ancora molto citata: “In Italia sotto i Borgia, per trent’anni, hanno avuto assassinii, guerre, terrore e massacri, ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e che cos’hanno prodotto? Gli orologi a cucù”. Il personaggio di Harry Lime diventerà un alter ego di Orson Welles tanto da portarlo al centro di un dramma radiofonico di 39 puntate. Palma d’oro a Cannes e Oscar alla Fotografia. 

IL MISTERO DEL FALCO di John Huston, 1941

Il detective privato Sam Spade indaga su un intricato caso che coinvolge tre eccentrici criminali e una misteriosa donna, tutti alla ricerca di una preziosa statuetta e molti moriranno per un risultato che non soddisfa nessuno. Trama complessa e dai diversi punti di vista. Uno dei capostipiti del genere. Tratto da un romanzo del padre dell’hard boiled Dashiell Hammett, già portato sullo schermo ma senza il successo e il mito di Bogart che rende universale il personaggio di Sam Spade: e pensare che l’attore venne chiamato come ripiego. Diventerà l’archetipo dell’uomo duro con l’anima fragile sotto il trench. Opera prima di John Huston che all’epoca era solo uno sceneggiatore. Per motivi di budget gira tutto in interni indovinandone il regime claustrofobico e adopera le tecniche dell’Espressionismo, come il piano olandese che inclina l’inquadratura. Da Welles prende invece il set con il soffitto che rende il film angoscioso insieme al bianco e nero dall’atmosfera molto cupa. Una pietra miliare.  

IL GRANDE SONNO di Howard Hawks, 1946

Bogart, sempre lui, questa volta cambia regista registro e incarna il detective di Raymond Chandler che aveva meglio proseguito l’opera di Hammett. Sceneggia un certo Faulkner a rendere la materia più letteraria. Philip Marlowe, ovviamente detective privato ma questa volta molto più ironico e disilluso, deve scoprire chi si cela dietro ai ricatti alle figlie del vecchio generale Sternwood. Una è ninfomane e tossicodipendente, l’altra fa prendere una sbandata all’investigatore. Attorno si sviluppa una girandola di omicidi in una trama anche in questo caso complessa e disseminata da colpi di scena. Stupenda la scena iniziale dove le ombre proiettate di Bogart e della Bacall, introducendo perfettamente le atmosfere notturne e intriganti del genere, si accendono reciprocamente una sigaretta. Un film realizzato con grande stile dove lo spettatore spesso guarda gli avvenimenti prima dei personaggi.

LA DONNA DEL RITRATTO di Fritz Lang, 1943

Un criminologo solo in città per le vacanze incontra una bella donna che ha visto ritratta in quadro. Si addormenta leggendo “Il Cantico dei cantici” (lo stesso libro di “C’era una volta in America”) e si trova e vivere uno dei più incredibili incubi cinematografici  dai risvolti psicanalitici. Non c’è differenza tra sogno e realtà e tutti possiamo essere colpevoli o innocenti. Un film sull’ambiguità del doppio girato con atmosfera onirica. Ognuno può essere coinvolto nella colpevolezza del delitto. Tratto da un romanzo è in netta continuità con i filmi del maestro del cinema espressionista tedesco. Secondo Gianni Amelio: “La sorpresa finale è di quelle che fanno epoca e viene ancora oggi imitata in televisione”. Per Mereghetti “Uno dei migliori ritratti del grigiore borghese e di quello che può nascondere dietro la faccia rispettosa”.

LA FIAMMA DEL PECCATO di Billy Wilder, 1944

Un assicuratore si lascia intrappolare in uno schema di omicidio e frode da una dark lady molto diabolica che vuole incassare la polizza sulla vita del marito. È smascherato da un collega pignolo che uccide la donna avida e perversa. “La fatalità sostituisce la suspence nella ricerca del colpevole”. Inizia con la confessione del colpevole a un dittafono strutturando il film con un lungo flashback. Altro capolavoro del noir denso di contenuti e girato da Wilder con stile molto originale che adopera una fotografia in chiaroscura e disegna la femme fatale Barbara Stanwyck in modo perfetto, con la sua sua chioma bionda e il braccialetto alla caviglia. Sei nomination ma nessuna statuetta. Tratto da un libro dell’autore del “Postino suona sempre due volte” e sceneggiato da Chandler alla sua prima esperienza di scrittura cinematografica. 

OMBRE MALESI di William Wyler, 1940

A Singapore una donna uccide a sangue freddo un uomo e poi dice al marito e all’avvocato che è stata legittima difesa. Bette Davis è la moglie di un piantatore inglese che – lei sostiene – voleva violentarla. Il titolo originario è “The letter”, quella che che viene ritrovata nell’indagine e che accerta che il delitto ha un movente passionale. Per questo motivo viene ricattata e nel processo viene assolta ma sarà smascherata dalla vedova della vittima. Tratto da un libro poi trasformato in piece teatrale. La messinscena è molto sinistra con una fotografia notturna che gioca sulla luce bianca della luna piena. L’atmosfera tropicale della colonia in disfacimento aggiunge una cornice strepitosa in cui si consuma il molteplice misfatto. Più volte rifatto, (c’è anche una versione del 1929) nessuno comparabile con questo capolavoro. 

GIUNGLA D’ASFALTO di John Huston, 1950

Noir capostipite del sottogenere gran colpo per bottino che ti cambia la vita al centro della trama. Doc, il protagonista, nei sette anni di carcere ha preparato cartesianamente una rapina a una gioielleria studiata in ogni dettaglio. Quando esce mette su una banda con personaggi meravigliosamente scritti e ritratti. Il colpo riesce tra un dedalo di sotterranei ma quando c’è da spartirsi il bottino sarà un feroce regolamento di conti senza vincitori. Secondo Morandini: “Ha la forza di una complessa allegoria morale, radicata nel costume americano, sfuggendo alla convenzione del genere: non c’è un traditore, non una divisione manichea tra buoni e cattivi”. Uno dei più bei film di Huston. La scena in cui un rapinatore muore dissanguato tra i cavalli è stata citata come omaggio da Cimino in “Ore disperate”. Primo ruolo di rilievo per Marylin Monroe.

IL GRANDE CALDO di Fritz Lang, 1953

Il sergente di polizia Bannion sta indagando sull’apparente suicidio di un agente corrotto dalla mafia. All’improvviso dai suoi superiori gli viene ordinato di fermarsi ma l’uomo continua a fare ricerche finché un’esplosione mirata a lui uccide sua moglie. Si allea con la donna del gangster che l’ha sfigurata versandole del caffè bollente in faccia, in una scena di grande impatto violento che creando una donna dal volto a metà turbò non poco critica e pubblico dell’epoca. La tecnica espressionista è dedicata con grande successo ai temi della corruzione e di quanto la legalità abbia sempre dei limiti che nessun Codice può garantire. Ma centrale rimane il motivo della vendetta e che pone ogni uomo nella condizione di uccidere secondo la tesi ricorrente del cinema di Lang.

LE CATENE DELLA COLPA di Jacques Tourner, 1947

Un detective privato, ritiratosi in un paesino di provincia, scopre di non poter sfuggire al proprio passato quando un ex datore di lavoro molto squalo e l’ex amante, la dark lady moglie di quest’ultimo, lo attirano in una trappola fatale. Tre donne attorno a Robert Mitchum (alla sua prima volta nei panni del protagonista). Acapulco e San Francisco tra i luoghi di un intrigo che si presta sempre a nuovi inattesi colpi di scena in un intreccio molto labirintico. Il passato torna in forma di flashback. La dark lady e le fragilità delle passioni umane. Restauro della Rai che ha aggiunto molte scene inedite in inglese non sottotitolato. Un dramma dell’ossessione e della disperazione. Bellissime le scene nel bar di Acapulco dove il direttore della fotografia Nicholas Misuraca “gioca con le ombre degli interni oscurando spesso le silhouette dei diversi personaggi”.

Immagine in cover: Foto di Orson Welles in Touch of Evil (L’infernale Quinlain)

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Covid-19: cosa fare in gravidanza e allattamento

Ven, 02/28/2020 - 09:51

È la domanda che da diversi giorni in molti (e molte) si stanno ponendo. La risposta arriva ora dall’Istituto superiore di sanità.

Se sei in gravidanza

In assenza di un vaccino contro il nuovo coronavirus Covid-19 e di informazioni circa la suscettibilità delle donne incinta alla patologia causata da questo nuovo virus, si raccomanda di seguire le comuni azioni di prevenzione primaria che prevedono l’igiene frequente e accurata delle mani e l’attenzione a evitare il contatto con soggetti malati o sospetti, secondo le raccomandazioni del ministero della Salute e delle istituzioni internazionali (che vanno estese anche ai contatti delle donne in gravidanza).

Taglio cesareo non necessario

Allo stato attuale delle conoscenze, per le donne con infezione da nuovo coronavirus Covid-19 non c’è un’indicazione al taglio cesareo. Per quanto riguarda la gestione ospedaliera dei casi sospetti o certi, le indicazioni da seguire sono le stesse di quelle raccomandate per la gestione degli altri casi di infezioni da Covid-19 incluso, se ritenuto necessario, l’isolamento di madre e/o neonato.

Non c’è trasmissione da madre a feto

La trasmissione verticale, cioè dalla madre al feto, del nuovo coronavirus non sembra verificarsi: dai primi casi descritti il virus non è stato rilevato nel liquido amniotico o nel sangue neonatale prelevato da cordone ombelicale e nessun neonato nato da madre affetta dal nuovo coronovirus Covid-19 è risultato essere positivo al virus.

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Le regole per chi allatta

Date le informazioni scientifiche disponibili al momento e il potenziale protettivo del latte materno si ritiene che, nel caso in cui la madre stia facendo gli accertamenti diagnostici o sia affetta da Covid-19, le sue condizioni cliniche lo consentano e lei lo desideri, l’allattamento debba essere avviato e/o mantenuto, direttamente al seno o con latte materno spremuto. Va detto infatti che il virus responsabile della COVID-19 non è stato rilevato finora nel latte materno raccolto dopo la prima poppata (colostro) delle donne affette; in almeno un caso sono stati invece rilevati anticorpi contro questo virus.

Importante mantenere la produzione di latte

Per ridurre il rischio di trasmissione al bambino/a, si raccomanda l’adozione delle procedure preventive come l’igiene delle mani e l’uso della mascherina durante la poppata, secondo le raccomandazioni del ministero della Salute. Nel caso in cui madre e bambino/a debbano essere temporaneamente separati, si raccomanda di aiutare la madre a mantenere la produzione di latte attraverso la spremitura manuale o meccanica. Anche la spremitura del latte, manuale o meccanica, dovrà essere effettuata seguendo le stesse indicazioni igieniche.

Per approfondire vai su Epicentro

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Il Colorado abolisce la pena di morte

Ven, 02/28/2020 - 09:00

Dal primo luglio 2020 il Colorado diventerà il 22esimo Stato americano ad abolire la pena capitale. La legge è stata approvata in via definitiva dal Parlamento, a maggioranza democratico, e attende ora la firma del governatore Jared Polis.

Era dal 1979 che i parlamentari del Colorado tentavano, senza successo, di far abolire la pena di morte. Nel 2007 è nato un vero e proprio Movimento abolizionista che ha tentato per 6 volte di far approvare la legge.

Bellissima la dichiarazione del leader della maggioranza democratica, Alec Garnett: “Spero in una società in cui le risorse vengano spese per la riabilitazione, nel trattamento della dipendenza, non in iniezioni letali”.

Scrive Repubblica che, invece, un rappresentante repubblicano, Steve Humphrey, contrario al provvedimento ma, pare, a corto di argomentazioni, abbia letto la Bibbia per quasi 45 minuti.

Lo scorso anno negli Stati Uniti sono state registrate 22 esecuzioni capitali, concentrate in soli 7 Stati. In Colorado l’ultima esecuzione risale al 1997 mentre sono tre i condannati a morte in attesa. Il governatore Polis si è detto pronto a valutare la grazia caso per caso.

Immagine: Bandiera del Colorado – By Seth Haller – Own work, CC0

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Vecchie medicine per nuove terapie

Ven, 02/28/2020 - 07:00

Nuovi scopi curativi per “vecchie” medicine: un gruppo di ricercatori del Broad Institute of Massachusetts Institute of Technology and Harvard di Cambridge (Massachusetts, Stati Uniti) e del Dana-Farber Cancer Institute di Boston (Stati Uniti) hanno scoperto che 48 farmaci in commercio da anni e destinati alla cura di svariate condizioni mediche come diabete, infiammazioni e colesterolo alto sono in grado di agire anche come farmaci anti-tumorali, uccidendo le cellule malate e lasciando intatti i tessuti sani circostanti. I risultati, che hanno anche rivelato nuovi meccanismi di contrasto alle neoplasie, suggeriscono un possibile modo per accelerare lo sviluppo di nuovi farmaci antitumorali o riutilizzare farmaci già esistenti per curare forme tumorali. I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista Nature Cancer.

Diabete, infiammazioni e colesterolo alto

Gli studi sono stati condotti in laboratorio: i ricercatori hanno testato su 578 campioni di cancro umano 4518 composti farmacologici già noti e sviluppati per malattie diverse dal tumore come diabete, infiammazione, alcolismo e persino l’artrite nei cani, individuandone quasi 50 con attività anticancro per uso umano. Un numero sorprendentemente alto a detta degli stessi ricercatori: Todd Golub, direttore scientifico e direttore del Cancer Program presso il Broad Institute e professore di pediatria alla Harvard Medical School di Boston ha affermato infatti che «saremmo stati fortunati se avessimo trovato anche un singolo composto con proprietà anti-cancro, e invece con nostra sorpresa ne abbiamo trovati molti».

Il Drug Repurposing Hub

Non è la prima volta che gli studiosi si imbattono in nuovi usi legati a farmaci già esistenti: basta pensare alla scoperta dei benefici cardiovascolari dell’aspirina, ideata per combattere dolore, infiammazione e sintomi influenzali. Così come non è la prima volta che farmaci non oncologici sono stati scovati come in grado di trattare anche le neoplasie: ma fino a oggi queste scoperte sono state sempre e solo casuali. E invece, poiché farmaci già esistenti utilizzabili per nuove terapie possono essere una risorsa da non sottovalutare né dal punto di vista terapeutico né dal punto di vista economico, Steven Corsello, primo autore dello studio e oncologo del Dana-Farber, spiega che è per questo che è nato il Drug Repurposing Hub (“Centro di riutilizzo dei farmaci”, ndr), di cui è fondatore. L’Hub attualmente comprende oltre 6000 farmaci approvati dalla Food and drug administration (Fda), l’ente governativo statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici: «Proprio per agevolare questo genere di scoperte e renderle più semplici abbiamo creato il Drug Repurposing Hub, il centro di riutilizzo dei farmaci». E lo studio pubblicato su Nature Cancer è il più ampio che finora abbia mai utilizzato l’Hub (che al momento dello studio contava 4518 farmaci) .

Scoperti meccanismi di funzionamento innovativi…

Oltre a funzionare inaspettatamente contro le neoplasie, alcuni dei farmaci individuati hanno dimostrato di riuscire a uccidere le cellule tumorali con procedimenti finora non conosciuti. «La maggior parte dei farmaci antitumorali esistenti agisce bloccando l’attività di alcune proteine, ma stiamo scoprendo che i composti agiscono anche attraverso altri meccanismi», ha detto Corsello. Alcuni dei farmaci identificati dallo studio come aventi potere antitumorale sembrano agire non inibendo una proteina, come i ricercatori si aspettavano, bensì attivando una proteina o stabilizzando un meccanismo di interazione tra due proteine. «L’aver compreso come questi farmaci uccidono le cellule tumorali – spiega Corsello – ci fornisce un punto di partenza per lo sviluppo di nuove terapie».

…e nuovi spunti contro la chemio-resistenza

Non solo un punto di partenza per nuove terapie contro i tumori. Molti dei farmaci non oncologici identificati nello studio hanno dimostrato di funzionare come antitumorali interagendo con bersagli molecolari fino a oggi non riconosciuti come tali: ad esempio il farmaco anti-infiammatorio tepossalina, originariamente sviluppato per l’uso nelle persone ma approvato per il trattamento dell’osteoartrite nei cani, ha ucciso le cellule tumorali colpendo un bersaglio sconosciuto nelle cellule che presentano quantità eccessive della proteina MDR1, nota per guidare la resistenza ai farmaci chemioterapici. Una scoperta che quindi potrebbe aprire la strada a nuove strategie anche per contrastare la resistenza ai farmaci chemioterapici.

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La “Banca Ore solidale” regala giorni di permesso ai lavoratori che ne hanno bisogno

Gio, 02/27/2020 - 15:00

Alzi la mano quanti di noi sanno che le ferie sono un diritto previsto e garantito dalla nostra Costituzione: l’art. 36, infatti, oltre ad affermare il diritto del lavoratore “a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa” stabilisce anche che il lavoratore ha il “diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite e non può rinunziarvi”.

Le ferie solidali

Un decreto legislativo del 2003 riconosce in almeno 4 settimane all’anno – due delle quali possono essere godute anche nei 18 mesi successivi – il periodo ferie che spetta a chi lavora, e soprattutto ne vieta la “monetizzazione”, proibisce cioè il pagamento delle ferie non godute.

Ma le ferie possono, appunto, essere più di 4 settimane, e oltre a queste quasi tutti i contratti collettivi riconoscono il diritto ai permessi retribuiti che solitamente arrivano a 104 ore annue.

E sono proprio queste ferie e queste ore a costituire un “bene” nella disponibilità di chi lavora, che può decidere – in totale anonimato, dispone la legge – di regalarle a chi ne ha bisogno.

In questo modo i lavoratori che abbiano esaurito la dotazione di ferie e permessi – e che si trovino ad affrontare gravi e documentate situazioni personali o familiari – possono attingere alla “Banca Ore” e usufruire delle donazioni dei colleghi.

Il Jobs Act e il modello francese: la legge Mathys

Mathys Germaine era un bimbo francese a cui venne diagnosticato un tumore al fegato: quando i suoi genitori terminarono ferie e permessi, la disperazione per non poter più stare vicino al loro piccolo si sommò all’immenso dolore per quella vicenda senza speranza. Fu allora che i colleghi del papà decisero di rinunciare a parte delle loro ferie e gli misero a disposizione ben 170 giorni di reduction du temps de travail, permettendogli di rimanere vicino al figlio fino alla fine. La storia commosse non solo l’opinione pubblica ma anche la politica, che poco tempo dopo approvò una legge – conosciuta appunto come legge Mathys – che regolamentava la possibilità di scambiare giorni di riposo o di ferie fra colleghi.

Un anno dopo, era il 2015, la proposta di una simile regolamentazione è arrivata in Italia grazie alla senatrice della Lega Nord Emanuela Munerato, ed è stata inserita all’interno di uno dei decreti che costituiscono il Jobs Act (il d.lgs n. 151 del 2015).

Da allora numerosi sono stati i contratti collettivi di lavoro – ai quali la nostra normativa demanda la definizione delle condizioni e delle modalità – che hanno reso reale questa forma di solidarietà e aiuto: e numerosi, soprattutto, sono stati i casi che hanno concretizzato questo particolare welfare aziendale.

La gara di solidarietà all’azienda Parker di Gessate

L’ultimo in ordine di tempo è di pochi giorni fa, in un’azienda vicino a Milano, nella quale un lavoratore di 66 anni, malato oncologico, aveva esaurito i permessi per malattia e non era in grado di tornare a lavorare. E d’altra parte per maturare i requisiti per andare in pensione deve aspettare gennaio dell’anno prossimo. Le prospettive del 2020 erano davvero grigie, senza reddito né altri tipi di assistenza. E così parte il tam tam della solidarietà e i 190 colleghi mettono assieme un pacchetto di 256 giornate, anche di più di quante ne servissero. “La storia del movimento dei lavoratori è costellata di pagine belle – scrive la Fiom Cgil in una nota -. Le metalmeccaniche e i metalmeccanici della Parker di Gessate ne hanno scritta una oggi, restituendo senso alla parola solidarietà in questi tempi dove troppo spesso a predominare sono l’individualismo e la competizione selvaggia”.

In cover l’immagine della sede centrale della Parker Hannifinin in Ohio

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In Scozia assorbenti a tamponi gratis: approvata proposta di legge

Gio, 02/27/2020 - 12:00

Il Parlamento scozzese ha approvato un nuovo disegno di legge per rendere gratuiti i tamponi e gli assorbenti per tutte le donne.

Contro la cosiddetta “period poverty” il governo vuole garantire che i prodotti necessari durante le mestruazioni siano gratuiti e disponibili per “chiunque ne abbia bisogno” soprattutto per proteggere le donne a basso reddito che non si possono permette di acquistare assorbenti e tamponi.

Un sondaggio effettuato su 2.000 persone da Young Scot ha rilevato che circa una ragazza su 4 tra quelle intervistate in scuole e università scozzesi fa fatica ad accedere ai prodotti necessari durante il ciclo. Nel Regno Unito nel complesso, invece, il 10% delle ragazze non può permettersi di acquistarli, il 15% fa fatica e il 19% è passato a prodotti meno adatti a causa dei costi.

L’Italia non è un paese per donne

Ci son volute proteste e interrogazioni parlamentari per abbassare l’Iva sugli assorbenti in Italia dal 22 al 5%. Ma, attenzione, c’è il trucco: l’aliquota più bassa vale solo per assorbenti ecologici e coppette mestruali.

Niente da eccepire, le coppette sono un’ottima soluzione ecologica e sostenibile, peccato che se ne parli pochissimo, che le ragazze molte volte non sappiano nemmeno che esiste. Per quanto riguarda poi gli assorbenti ecologici costano mediamente un 50% in più degli altri.

In un Paese in cui una ragazza mestruata dice ancora che “è indisposta” e che ha “le sue cose”, la strada verso la distribuzione gratis di assorbenti e tamponi è ancora lunga.

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Covid-19: tre pillole antipanico dall’Istituto superiore di sanità

Gio, 02/27/2020 - 10:30

Il numero di contagi dovuti al nuovo Coronavirus Covid-19 in Italia è in aumento e le infezioni stanno iniziando a interessare anche altri Paesi (Estonia, Danimarca, Romania) proprio mentre in Cina la diffusione del virus sembra stia finalmente rallentando. Per cercare di arginare il panico l’Istituto superiore di sanità ha stilato un elenco di pillole anti-panico che dovrebbero servire alla popolazione italiana a vivere senza eccessivi allarmismi questa situazione.

L’Iss spiega che non dobbiamo aver paura di:

  • Restare senza cibo: non è necessario fare scorte di generi alimentari. Gli esercizi commerciali, nelle zone che attualmente non sono sede di focolai epidemici, restano aperti e garantiscono il rifornimento di tutti i prodotti, non soltanto quelli di prima necessità.
  • Rimanere senza prodotti per l’igiene delle mani: anche se, a causa della paura generata dal contagio, le farmacie e altri punti vendita possono rimanere sprovvisti di gel o soluzioni per l’igiene delle mani, va ricordato che il lavaggio con acqua e sapone, se ben effettuato, garantisce una perfetta igiene anche nei confronti del nuovo Coronavirus (Covid-19). Qualora voleste approfittare della comodità di un gel o di una soluzione per l’igiene delle mani a base idroalcolica da portare con voi e da usare in qualunque situazione, segnaliamo che questi prodotti possono essere preparati anche da alcune farmacie come prodotti galenici provvisti di apposita etichetta. Suggeriamo di scegliere quelli con una percentuale di alcol pari ad almeno il 60%.
  • Essere contagiati dagli animali da compagnia: sebbene si possa ipotizzare che il SARS -CoV-2 sia originato da un serbatoio animale, il contagio della malattia da coronavirus (Covid-19) è interumano. È comunque una buona regola igienica, per proteggersi da altri patogeni più comuni, lavarsi le mani con acqua e sapone dopo avere accudito gli animali.

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Ue: l’Italia è il primo e peggiore inquinatore energetico

Gio, 02/27/2020 - 09:55

L’Italia sta facendo progressi, ma in ambito ambientale è ancora sotto la media europea in molti campi. Lo sostiene il monitoraggio delle economie dei paesi membri, condotto dalla Commissione europea per valutare la sostenibilità ambientale dei singoli e stabilire dove intervenire con il Green Deal approvato di recente, e che dispone di un totale di 7,5 milioni di euro di fondi.

Energia, siamo i peggiori

Siamo il quarto produttore di gas a effetto serra dell’Unione. Nel solo settore energetico siamo responsabili del contributo più importante, con una quota del 56% del totale, a causa di centrali al carbone e di stabilimenti siderurgici: in particolare Taranto e il Sulcis sardo, dove si trovano rispettivamente lo stabilimento siderurgico dell’Ilva e una importante miniera di carbone. Per questo motivo le due zone entrano nelle lista di regioni pubblicata ieri dalla Commissione, per stabilire chi potrà godere dell’aiuto finanziario europeo nella transizione ecologica.

360 milioni, per ora una promessa

360 milioni su un totale di 7,5 miliardi andranno molto probabilmente all’Italia per sostenere la transizione ecologica delle sue aree peggiormente inquinate: Taranto, dove la popolazione e soprattutto i bambini continuano a soffrire pesanti ricadute dell’inquinamento dell’aria sulla salute fisica e intellettiva, e il Sulcis. Gli altri Paesi che maggiormente beneficeranno del Green Deal sono la Polonia (2 miliardi di euro) e la Germania (877 milioni di euro). Nella Repubblica federale, gli aiuti dovrebbero essere diretti verso la Renania e la ex Ddr.

L’obiettivo dell’esecutivo comunitario è aiutare i paesi a raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. La proposta di finanziamento della Commissione europea dovrà essere rafforzata da piani di sviluppo che i singoli paesi dovranno presentare all’esecutivo comunitario, perché possa decidere un programma specifico, esattamente come avviene con i fondi di coesione.

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Tutte le scuole dovrebbero essere come quella di Guastalla!

Gio, 02/27/2020 - 07:00

Non sappiamo se è effettivamente il più bell’asilo di Italia, ma di certo l’asilo nido di Guastalla, in provincia di Reggio Emilia, rientra tra gli edifici più belli, ecocompatibili e a misura di bambino mai realizzati.

La ricostruzione dopo il terremoto

A seguito dello sciame sismico avvenuto nel 2012 in Emilia Romagna, gran parte delle scuole, tra cui quelle di Guastalla, risultavano inagibili o comunque gravemente danneggiate. Per un periodo molto lungo le lezioni si sono svolte in container messi a disposizione dalla protezione civile, o in altre stanze di edifici pubblici “risparmiate” dal terremoto, ma comunque in locali tristi e poco idonei.

Nel frattempo l’amministrazione comunale decise di concentrare in un’unica nuova struttura tutte le sezioni dei nidi scegliendo di ricostruire sul luogo che ospitava uno dei due edifici danneggiati. La comunità che riparte e lo fa accostandosi ai bisogni dei più piccoli: uno scatto di orgoglio, immaginando la cosa più costosa e più difficile da realizzare, un edificio bello, pensato per il loro benessere e i loro bisogni, un edificio più sicuro, volto al futuro.

Una struttura bella e ecocompatibile

L’edificio è costituito da un corpo principale rettangolare, di 1.300 mq circa, una struttura su un unico livello di legno e vetro, composta dalla moltiplicazione di 50 portali in legno lamellare intervallati da ampie vetrate, che ospita le sei sezioni di nido, ognuna con il relativo dormitorio e servizio.

Morbido, accogliente, dominato da linee sinuose l’interno; ritmico, simmetrico e lineare l’esterno.

Dietro al corpo principale sono posizionati due volumi dalla pianta ovale che ospitano i servizi: cucina, dispensa, lavanderia, locali tecnici ecc.

La sostenibilità ambientale è uno dei punti forti dell’edificio costruito con materiali a basso impatto ambientale e progettato per l’utilizzo delle fonti rinnovabili. La scuola è quasi autosufficiente da un punto di vista del fabbisogno energetico: riscaldamento a pavimento, pannelli solari, fotovoltaico, led, recupero acqua piovana, pompe di calore, caldaia a condensazione, coibentazione. Ma la cosa che più colpisce è certamente la luce e la trasparenza: le ampie vetrate mettono in comunicazione il dentro con il fuori, creando un armonico tutt’uno. Il legno della struttura ti inganna, respirando, perché ti sembra di stare in montagna, in mezzo a un bosco: assomiglia ad uno di quegli alberghi inerpicati su una qualche montagna del Trentino, ma anche al salotto accogliente di casa.

Il percorso partecipato e coinvolgente

I progettisti, vincitori del bando a evidenza pubblica, nell’elaborazione del progetto hanno tenuto conto, in un lento e paziente processo di coinvolgimento, dei pareri, delle osservazioni e dei suggerimenti di genitori, alunni, insegnanti, famiglie. Tutti sono stati chiamati a partecipare all’ideazione e all’accompagnamento di ogni fase della costruzione: visite al cantiere, momenti di confronto con la cittadinanza, anche nel percorso per la scelta del nome del nido.

Dall’inferno di un container al paradiso di questo luogo meraviglioso, l’inaugurazione diventa la scusa per chiudere anche simbolicamente con una pagina durissima che ha segnato un’intera comunità, mostrando che il cambiamento è possibile sempre e ovunque, anche in quei posti e in quei momenti in cui la ragione e i fatti ti inchioderebbero al suo contrario.

Vedi il video inaugurale dell’asilo nido di Guastalla:

Gli asili sono luoghi importanti perché si esplora il mondo e lo si comincia a conoscere. Luce naturale che racconta il sole, materiali naturali per aumentare la sensibilità tattile, colore per immaginare e disegnare il paesaggio e natura intesa come orologio delle stagioni. Fiori e colori dipendono dalle stagioni e danno il ritmo della natura.
Mario Cucinella Architects

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Stop pulcini triturati e maiali castrati: svolta della Francia

Mer, 02/26/2020 - 15:00

Triturazione dei pulcini maschi ancora in vita e castrazione dei maialini vivi, due pratiche purtroppo ancora molto diffuse negli allevamenti, diventeranno illegali a partire dalla fine del 2021. Succede in Francia, ad annunciarlo è stato il ministro dell’Agricoltura, Didier Guillaume, che ha fatto sapere che la decisione è solo una delle tante che nel biennio verranno adottate per migliorare il benessere degli animali. A differenza dell’Italia, dopo due settimane dal contagio del COVID-19 già paralizzata, la Francia è da mesi in preda a problemi di ordine sociale, ciò nonostante, il Parlamento ha continuato a lavorare, non solo a tutela dei cittadini, ma anche degli animali.  

Eliminare i pulcini maschi «inutili»

Per prassi, negli allevamenti di galline ovaiole, i pulcini maschi che non potranno mai produrre uova vengono separati dalle femmine, che invece vengono poi vendute alle aziende che producono uova. Per motivi economici (non è vantaggioso allevare i maschi a scopi alimentari e i polli da carne della filiera industriale, i «broiler», sono di diverso tipo) i pulcini maschi vengono immediatamente eliminati. Lo smistamento dei pulcini maschi dalle femmine avviene posizionandoli su un nastro trasportatore dove passano al vaglio di addetti esperti che individuano i maschi e li separano dalle femmine, inserendoli direttamente nella bocca del trituratore, oppure spostandoli su un altro nastro trasportatore che ha per destinazione, appunto, il trituratore. Immediatamente tritati, i pulcini «non soffrono», dicono le aziende. Tra i primi a denunciare questi impianti di «smaltimento» furono gli attivisti dell’associazione Essere Animali, che girarono un video all’interno di una di queste aziende. 

Togliere l’odore ai maialini con la castrazione

Nel caso dei maialini, la castrazione ha invece l’obiettivo di prevenire il cosiddetto «odore di verro», il cattivo odore che può prodursi nelle carni per effetto di un ormone che si trova negli esemplari non castrati.  L’odore di verro non piace ai consumatori. Perciò, anche se non è automatico che la carne acquisisca davvero il cattivo odore, i maialini vengono castrati e poi allevati. Secondo le associazioni animaliste, soltanto il 3% degli esemplari non castrati sviluppa la carne che odora di verro, ma per evitare costi di inutile allevamento e costi di smaltimento, le aziende applicano preventivamente la castrazione. E se attuata entro la prima settimana di vita, questa può essere effettuata direttamente dagli operai degli allevamenti, senza anestesia, con atroci sofferenze per l’animale. La Lega antivivisezione aveva condotto un’investigazione in incognito in un allevamento italiano in cui si mostrava la pratica inflitta a un metro dalla madre che assiste impotente alla scena.

Etichettatura del «benessere degli animali»: la proposta della Germania all’Europa

Un’etichetta comune europea che certifichi e indichi al consumatore i prodotti alimentari realizzati con un’attenzione particolare al benessere animale. È la proposta che la Germania ha presentato durante il Consiglio agricoltura tenutosi a fine gennaio e che ha ricevuto l’adesione di oltre dieci Paesi, tra cui Italia, Francia e Spagna, con però delle condizioni speciali per Danimarca, Polonia e Ungheria, che hanno insistito affinché l’etichettatura sia una scelta volontaria delle aziende e non imposta. Se è vero che «fornire le più complete informazioni possibile ai consumatori sta diventando un fattore di competitività», come dice la ministra Teresa Bellanova ricordando Classyfarm, l’iniziativa italiana sul tema benessere animale, è altrettanto vero che siamo ancora lontani da un quadro chiaro e univocamente condiviso tra gli Stati membri dell’Ue. Quasi che l’etica dipendesse dalla moralità e dagli interessi di ciascuno, e non viceversa.

(Photo credit: should read KIRILL KUDRYAVTSEV/AFP/Getty Images)

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Cannabinoidi, a Portici il primo centro multidisciplinare di ricerca

Mer, 02/26/2020 - 14:50

È campano il primo centro multidisciplinare di ricerca per il controllo, lo sviluppo e la sperimentazione dei cannabinoidi in Italia: si trova a Portici (Napoli), si chiama Reica ed è stato istituto all’interno dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno (Izsm), ente pubblico nazionale accreditato per la determinazione dei cannabinoidi.

Punto di riferimento nazionale per il censimento delle coltivazioni di cannabis, degli studi clinici, delle attività di ricerca chimica e microbiologica sui cannabinoidi – oltre che per la formazione specializzata e il supporto alle Forze dell’Ordine nelle attività di indagine e monitoraggio – il centro si avvale della collaborazione dell’Istituto nazionale tumori Irccs Fondazione Pascale e dell’Università Federico II di Napoli.

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Cannabis per uso antitumorale

“Nonostante l’uso di Cannabis sia consolidato nella pratica clinica corrente, sono ancora scarse le evidenze scientifiche sui benefici associati – spiega Gerardo Botti, Direttore Scientifico dell’Int Irccs Fondazione Pascale -. La partnership con l’Izsm è strategica per l’esecuzione di studi clinici in ambito oncologico e non solo, anche alla luce delle potenzialità di tipo anti-neoplastico e immunomodulante dimostrate dagli studi in vitro”.

L’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno condurrà, in collaborazione con il Dipartimento di Sanità Pubblica dell’Università Federico II di Napoli e l’Irccs Pascale, studi clinici sull’impiego della cannabis terapeutica per il trattamento di diverse patologie, fra cui quelle oncologiche, come coadiuvanti ai trattamenti immunoterapici. Centrale sarà la coltivazione sperimentale di cannabis con Thc (tetraidrocannobinolo) ai fini di ricerca, allo scopo di selezionare varietà terapeutiche per il ministero della Salute.

Coltivazione di Cannabis con Thc “non noto”

“Il nostro è un approccio esplorativo mosso dalla volontà di acquisire e di conseguenza divulgare, conoscenza sui prodotti derivati dalla Cannabis e sulle infiorescenze – afferma il direttore generale dell’Izsm, Antonio Limone –. Oggi l’Izsm possiede il know-how e il personale medico e paramedico per la conduzione di trials sperimentali, osservazionali e interventistici in grado di studiare la sicurezza e l’efficacia della Cannabis nei più vari ambiti terapeutici e nutraceutici. Nell’agosto 2019 abbiamo ricevuto dal ministero della Salute l’autorizzazione per la coltivazione indoor di Cannabis con contenuto di Thc non noto ai fini sperimentali, base indispensabile per arricchire e proseguire tutte le attività di ricerca in ambito agronomico, clinico, genetico nel complesso universo della Cannabis”.

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Un decreto ci cancellerà tutti

Mer, 02/26/2020 - 12:00

Alle sette della domenica mattina nel torpore di una giornata volta all’ozio un messaggio arriva direttamente dal MIUR e recita che tutte le Gite, Viaggi di Istruzione e assimilati vengono temporaneamente sospesi.

Per moltissime persone in quel decreto scarno, che sa quasi di bollettino di guerra, c’è un sospiro di sollievo nel vedere come il Corona virus venga bloccato nei luoghi della speranza e della cultura che la nostra gioventù frequenta, preservando così il seme del nostro futuro.

Ma non è per tutti così

Non lo è per Claudia che lavora da settembre a marzo per convincere migliaia di persone a venire in campagna e così vivere  esperienze in viaggio di istruzione, diverse dalla classica visita della città d’arte.

Non lo è per Osvaldo, maestro di sci, che prima ha il patema della neve che con la temperatura che abbiamo è sempre più rara, preziosa… e poi ci si mette anche il Corona a chiudere le piste.

Anche Alessio, con Dylan ed Enea che da un anno aspettano l’apertura dell’Hotel per cominciare col contratto a termine e ora sospeso con l’incubo che i giorni residui della stagione non siano sufficienti per avere la disoccupazione una volta chiusa la stagione.

Stessa cosa per Gabriella, Rosanna, Simona, Federica, Ludmilla, Serena , Sara e migliaia di altre persone che per decreto sono state cancellate.

La sicurezza Nazionale legata al Corona virus non permette lo scambio culturale che passa in secondo piano. Su questo non ci piove.

Ma piove su queste persone e su quegli imprenditori che come loro hanno il mutuo da pagare per l’hotel o il pullman e poi la Tari e tutto quello che attraverso il decreto viene cancellato.

Oggi ho fatto la riunione con il mio personale: dodici persone, con gli occhi sgranati di chi, come in guerra, ha solo la prospettiva di capire come le prossime dodici ore siano determinanti per il loro futuro.

Gente come questi miei  compagni di lavoro dove la lotta di classe è stata ormai superata da un affetto verso il proprio posto di lavoro che non ha orari, né sigle sindacali, ma solamente il senso di appartenenza e sussistenza che ha quel luogo, quel ruolo.

Allora se va bene preservare il seme del nostro futuro, vale anche la preghiera di non dimenticare quelli che per decreto sono stati cancellati e che magari non hanno la “fortuna” di essere in zona rossa con l’attenzione dei media, rimanendo solo col problema che sono vittime della sicurezza Nazionale. 

Una preghiera ora che le sale del palazzo del governo brulicano di esperti, consulenti, professori che decretano il come e il quando: non cancellate le speranze

La Corte della Miniera
www.cortedellaminiera.it
Michele Piersantini
Claudia Baratti 

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La carta da cucina? Come risparmiare soldi (e il pianeta)

Mer, 02/26/2020 - 11:55

Secondo i dati Comieco, consumiamo una media nazionale pro capire di 51.5kg di carta l’anno. Considerato che siamo oltre 60 milioni e che per produrre un chilo di carta sono necessari 0.7 kg di cellulosa è chiaro l’impatto ambientale di consumi spesso non necessari. Eppure secondo un recente studio, “gli alberi sono la nostra arma più potente nella lotta contro il cambiamento climatico”, ma continuiamo a compromettere moltissimi alberi spesso in modo facilmente evitabile.

La carta da cucina

Prendiamo la carta da cucina. Solo negli Usa se ne consumano 13 miliardi di libbre l’anno: l’equivalente di 80 rotoli per persona, all’anno. Tradotto fa 110 milioni di alberi all’anno e 130 miliardi di litri d’acqua. A ciò si aggiunga il consumo dell’energia per la produzione e la consegna dalla fabbrica al negozio, e la gestione e le emissioni in discarica (ricordiamo che anche la decomposizione della carta genera metano, un gas serra fortemente implicato nel cambiamento climatico). La comodità degli asciugamani di carta, dello “scottex” e dei fazzolettini ha un prezzo molto superiore a quello che paghiamo in negozio.

Una alternativa sana ed economica

Cambiare si può, risparmiando anche notevolmente. Se si è affezionati alla vecchia maniera, sono disponibili nei negozi – e ancora più facilmente online – rotoloni in carta di bambù lavabili, naturalmente antibatterici e comunque economici considerato il ripetuto utilizzo (fino a 2.500 usi per rotolo). Ma a questo punto il passo è breve – e il risparmio ancora maggiore – se per pulire e asciugare casa si usano i vecchi e sempre ottimi panni: magari in bambù o cotone, per evitare la dispersione di microplastiche dei più diffusi panni in microfibra. Il bambù (100%) garantisce un’ottima performance (verificate le recensioni sui siti di e-commerce), non lascia aloni o pelucchi, è eterno, sano, e anche antibatterico naturale (al punto che anche la sua coltivazione non richiede particolare uso di antiparassitari).

Il peso della carta igienica

Di lì a vivere il concetto di carta usa e getta più responsabilmente a 360 gradi, è un attimo. Stampare meno, usare tovaglioli e fazzoletti di stoffa sono abitudini che stanno giustamente riprendendo piede, mentre anche l’uso della carta igienica può farsi più responsabile. Basti dire che gli americani ingenuamente ci elogiano perché credono che l’uso del bidet sia per noi un’alternativa alla carta igienica: non è così, ma potremmo iniziare a valutarlo? Gli Usa calcolano che farlo risparmierebbe 15 miliardi di alberi solo in America, ogni anno.

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Foto di Mabel Amber

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Scuole chiuse: contro la noia un sito con giochi e storie

Mer, 02/26/2020 - 10:07

L’idea è degli scrittori per ragazzi Matteo Corradini e Andrea Valente e all’iniziativa hanno contribuito molti scrittori e insegnanti. Audio, video, racconti per aiutare bambini e ragazzi costretti a casa a causa del coronavirus.

Lezioni sul sofà si presenta con una filastrocca:

Ma che comodità
se la lezione salterò
c’è chi mi aiuterà
scaricando troverò
tutto quel che servirà
per seguire ancora un po’
le lezioni sul sofà.

Sul sito non solo le lezioni ma anche giochi, libri da colorare, poesie, video, audio, così da permettere ai più giovani di imparare divertendosi senza passare ore davanti ai videogiochi.

Come racconta Corradini, che abita nella “zona rossa” a Borgo Val Tidone, sulla sua pagina Facebook: «C’è in giro un virus che si chiama Corona. Le scuole sono chiuse. In giro consigliano di non andare. Come fare a scacciare la noia? Ci pensiamo noi scrittrici e scrittori italiani: facciamo noi lezione! Sulle cose più diverse, su quelle che ci piacciono, su quelle che vi piacciono, su quelle che non conoscevate, e su quelle che amate. Sono lezioni a casa, sono lezioni sul sofà. Con Andrea Valente ho pensato di radunare un gruppo di amici, autrici e autori che stimo, intorno a un progetto sperimentale: le lezioni sul sofà, per tutti quei ragazzi (e sono centinaia di migliaia) costretti a casa perché le scuole son chiuse, causa Coronavirus. Non lasceremo soli i nostri ragazzi in balia dei compiti e dei malefici videogame!».

Il sito è diviso in sezioni a seconda dell’età, si parte da 3 anni fino ai 14 e c’è una sezione anche per insegnanti e genitori. Inoltre il menu prevede anche una divisione per argomenti.

Insomma, dalla scuola non si scappa e questa è veramente divertente!

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Detrazioni fiscali e pagamenti tracciabili: tutto ciò che conviene sapere

Mer, 02/26/2020 - 07:00

C’era una volta la ricevuta: un fogliettino numerato, solitamente staccato da un blocchetto stampato su carta copiativa, sul quale venivano indicati l’importo pagato e perché. E quella bastava per accedere alle agevolazioni fiscali, a prescindere dal modo di pagamento.

Avete presente? Bene, dimenticatela.

La Legge di Bilancio 2020 (legge 27/12/2019 n. 160) ha infatti cambiato le regole previste per il recupero delle spese detraibili, cioè delle spese che possono essere sottratte direttamente dalle imposte da pagare. Ma prima di arrivare alla regola vediamo meglio di cosa stiamo parlando e partiamo da un esempio: supponiamo che, fatti tutti conti, risulti che la mia IRPEF (imposta sulle persone fisiche) sia di 1.000. Ma se posso portare in detrazione 150, pagherò 850. Quindi le detrazioni vanno proprio a scalare l’importo dovuto all’erario.

Quali sono queste spese che vanno ad abbassare le imposte? Qui entrano in gioco le famose scelte di politica fiscale attuate dai governi a cui spetta, appunto, decidere le spese di cui una parte (il 19%) può essere detratta dalle imposte.

Le spese detraibili

Queste sono le spese che – se sostenute nel corso del 2019 – possono essere portate in detrazione nella dichiarazione dei redditi del 2020 (con l’avvertenza che alcune di queste hanno comunque un limite di importo: es. le spese veterinarie fino a 500 euro, quelle per lo sport dei ragazzi 210 euro):

  • le spese sanitarie
  • gli interessi per mutui ipotecari per acquisto immobili
  • le spese per istruzione
  • le spese funebri
  • le spese per l’assistenza personale
  • le spese per attività sportive per ragazzi fino a 18 anni
  • le spese per intermediazione immobiliare
  • le spese per canoni di locazione sostenute da studenti universitari fuori sede
  • le erogazioni liberali
  • le spese relative a beni soggetti a regime vincolistico
  • le spese veterinarie
  • i premi per assicurazioni sulla vita e contro gli infortuni
  • le spese sostenute per l’acquisto di abbonamenti ai servizi di trasporto pubblico locale, regionale e interregionale.

Da quest’anno la detrazione (ricordiamo: del 19% della spesa sostenuta) spetta in toto per redditi fino a 120mila euro, mentre sopra a questa cifra si riduce, in base a un calcolo preciso, fino ad esaurirsi a quota 240mila euro (fanno eccezione le spese sanitarie e il mutuo prima casa).

Il “paletto” del pagamento tracciabile

E torniamo così alle nuove regole introdotte dalla legge di Bilancio: il comma 679 dispone che a partire dal 1 gennaio 2020 è consentita la detrazione dall’IRPEF solo se le spese detraibili sono effettuate con pagamenti tracciabili.

In altre parole, il pagamento effettuato in contanti – che chiaramente è sempre possibile – non consente più il “risparmio fiscale” del 19% nei limiti previsti dalla norma di riferimento.

Fanno eccezione “le spese sostenute per l’acquisto di medicinali e di dispositivi medici, nonché alle detrazioni per prestazioni sanitarie rese dalle strutture pubbliche o da strutture private accreditate al Servizio sanitario nazionale” (comma 680).

Dunque, se si vuole usufruire del risparmio fiscale, è “vietato” l’uso del contante e i pagamenti devono essere fatti mediante carte di credito o di debito o prepagate, bancomat, bonifico bancario, bonifico postale o assegni.

Rinvio sì, rinvio no?

La misura, come ben si comprende, rientra nel più ampio progetto governativo di contrastare  l’economia sommersa puntando a ridurre al minimo le transazioni effettuate con il contante, facendo leva sulla trasparenza dei movimenti finanziari.

Ma l’accoglienza è stata così critica – soprattutto da parte degli esercenti interessati, di fatto obbligati a installare un apparecchio POS – che numerosi rumors, in queste settimane d’inizio d’anno, la davano per sospesa almeno fino al 1 aprile. E invece nel Decreto Milleproroghe, già approvato pochi giorni fa alla Camera e ora in Senato, della moratoria alla fine non vi è traccia.

Affrettiamoci dunque a cambiare le nostre consuetudini e invece di mettere mano al portafoglio abituiamoci fin d’ora a usare il nostro bancomat o la nostra carta di credito.

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Latte in polvere: alcuni tipi contengono più zucchero delle bibite gassate

Mar, 02/25/2020 - 15:22

Alcuni tipi di latte in formula per neonati contengono il doppio dello zucchero rispetto alla stessa quantità (100 ml) di alcune bibite gassate. La notizia arriva da uno studio pubblicato su Nature da un gruppo di tre ricercatori guidati da Gemma Bridge della Leeds Business School della Leeds Beckett University, nel Regno Unito.

Leggi anche: Prescrizione di latte in formula in dimissione dall’ospedale: è capitato anche a te?

Esaminati 212 tipi di latte in formula

I ricercatori per giungere ai loro risultati hanno preso sotto esame 212 tipi di latte in formula destinati al consumo di bambini di età inferiore ai tre anni venduti nei supermercati di 11 Paesi e confrontato, attraverso un’analisi delle etichette nutrizionali, i dati sul loro contenuto di zucchero. Hanno quindi paragonato gli zuccheri con quelli presenti nella composizione media del latte materno. Hanno così rilevato che oltre la metà dei prodotti esaminati conteneva più di 5 g di zucchero per 100 ml. In molti casi il contenuto di zucchero era superiore a 7,5 g per 100 ml, superando i livelli raccomandati dal Parlamento europeo per i prodotti alimentari destinati ai bambini: questo è accaduto, ad esempio, in un latte in polvere per bambini di età inferiore a sei mesi venduto in Francia, che conteneva 8,2 g di zucchero per 100 ml, vale a dire quasi due cucchiaini da tè, e in una formula di latte pronta da bere per bambini di età inferiore a 12 mesi venduta nel Regno Unito, che conteneva 8,1 g di zucchero per 100 ml. Considerando che tra le bibite gassate che nel Regno Unito sono molto diffuse ce ne sono alcune – quelle meno zuccherate – che contengono circa 4 grammi di zucchero ogni 100 ml di prodotto, ecco che alcuni latti in formula risultano avere un contenuto di zucchero doppio rispetto a queste.

Zuccheri aggiunti, rischio carie, obesità e diabete 2

Il latte materno, spiega Bridge, “è la fonte di nutrimento raccomandata per i bambini, specialmente durante i primi sei mesi di vita. Sebbene sia dolce e ricco di energia, lo zucchero presente in esso è principalmente il lattosio e il contenuto è specifico per le esigenze del bambino in crescita. Al contrario, i latte in polvere per lattanti contengono zuccheri aggiunti come lo sciroppo di mais che vengono aggiunti durante la produzione e che non sono presenti nel latte materno. Ciò rappresenta un male per i bambini perché un alto consumo di zuccheri aggiunti può contribuire all’insorgenza della carie e di cattive abitudini alimentari, poiché l’assunzione di zucchero nei bambini può aumentare il desiderio di consumare cose dolci, oltre che predisporre allo sviluppo di malattie come obesità e diabete“.

Leggi anche: Prescrizioni illegali di latte in formula: tutti gli articoli della nostra inchiesta

Etichette poco chiare

I ricercatori hanno anche rilevato che le etichette dei latti in formula sono perlopiù poco chiare e anche molto diverse tra loro, e questo non facilita lettura e comprensione da parte degli acquirenti. “I nostri risultati suggeriscono che a livello globale i prodotti in formula per bambini sono più ricchi di carboidrati, zucchero e lattosio rispetto al latte materno. L’etichettatura non è chiara ed è incoerente tra i marchi e tra i Paesi. Sulla base dei risultati di questo studio pensiamo sia necessaria una regolamentazione obbligatoria del contenuto di zucchero nei prodotti in formula con chiare informazioni nutrizionali sulle etichette e sulle confezioni al fine di aiutare i consumatori a scegliere l’opzione migliore per la salute dei loro bambini“.

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