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Aggiornato: 2 ore 56 min fa

Ecco i potenziali tormentoni dell’estate 2019

Mar, 07/16/2019 - 21:20

Anche quest’anno li sentirete ovunque: sono quei motivetti che escono apposta d’estate per non darvi tregua, per poi svanire a settembre: le canzoni tormentone. Vediamo cosa ci riserva la musica estiva quest’anno

Qualcuno di voi è già al mare, lo capiamo dal fatto che sui social network le foto cominciano ad arrivare. Qualcun altro sta per partire, qualcuno lo farà tra qualche settimana o non lo farà proprio. In ogni caso, accesa la radio non avrete scampo: sarete stalkerizzati da quei motivetti che escono apposta d’estate per non darvi tregua, per poi svanire alle prime impressioni di settembre. Non è un caso che sia così, sono realizzati con questo scopo. Parliamo dei tormentoni estivi, le canzoni che vengono costruite appositamente per fare da colonna sonora delle vostre vacanze: che poi questa colonna sonora vi piaccia o no, ve la dovrete comunque sorbire (a meno di non cambiare stazione, spegnere la radio o saltare il brano in streaming).

Squadra che vince non si cambia, e in tanti, che hanno vinto l’estate scorsa, tornano a sfidarsi nell’agone del tormentone estivo. A volte, e perché non farlo, ripetendo la stessa formula. Ci sono dei veri specialisti, che sono ovunque, e partecipano alla sfida in più squadre. Nel mondo del tormentone tutto è collegato. Chi vincerà lo sapremo, come ogni anno, intorno a Ferragosto.

Come nei mondiali di calcio di una volta, in cui la partita inaugurale era appannaggio dei campioni in carica, iniziamo la nostra carrellata partendo dai vincitori della scorsa estate, che oggi sperano di rifare il colpaccio…

Jambo, Takagi & Ketra, Omi e Giusy Ferreri

House Music, elettronica e un pizzico di musica etnica ed esotismo. Più la voce roca e graffiante di Giusy Ferreri che, vi piaccia o no, è inconfondibile. Era la ricetta di Amore & Capoeira, il tormentone dell’estate scorsa, cantato a squarciagola anche dei bambini, ignari di cosa significasse quel “non dirmi buonanotte, almeno questa sera”. Takagi & Ketra ci riprovano, cambiando un ingrediente e aggiungendone un altro: in squadra entra anche Omi, che apre il pezzo con un rap, e, al posto del Brasile, c’è l’Africa. Che è solo lo sfondo della solita storia d’amore in terra esotica (“tra il cielo e la Savana tutto girava, Jambo Bwana dicevi tu guardando me”).

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Veterinario gratis per chi adotta animali nei canili

Mar, 07/16/2019 - 17:10

L’Umbria è la prima regione italiana in cui sarà possibile adottare un cane o un gatto ottenendo il rimborso delle spese medico veterinarie.

L’Umbria è la prima regione italiana in cui sarà possibile adottare un cane o un gatto ottenendo il rimborso delle spese medico veterinarie. La proposta – primo firmatario Marco Squarta (Fdi) seconda firmataria Carla Casciari (Pd) – è diventata legge: “In questa maniera – dichiara il capogruppo di Fratelli d’Italia – gli umbri che vivono in condizioni di fragilità potranno prendersi cura di un animale e allo stesso tempo si svuoteranno gradualmente le strutture che rappresentano un costo per le casse pubbliche e un impegno per i gestori. 

E’ un provvedimento di grande civiltà e dovrebbe essere esteso a livello nazionale”.  Il testo della legge prevede “l’erogazione delle prestazioni veterinarie gratuite, compresa la microchippatura e la sterilizzazione” degli animali, per i loro nuovi padroni “in situazione di svantaggio economico” oppure disabili. Nelle nuove disposizioni in materia di sanità e servizi sociali rientrano anche i cani e i gatti “impiegati negli interventi assistiti con animali” ossia quelli utilizzati per la pet therapy.“

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Neofascisti italiani e mercato nero dei missili in Ucraina

Mar, 07/16/2019 - 15:29

«Ho un missile aria-aria di fabbricazione francese da vendere. Ti interessa?». A scrivere è Fabio Del Bergiolo, 60 anni, ex ispettore delle Dogane in servizio a Malpensa, candidato al Senato nel 2001 per Forza Nuova nel collegio di Gallarate. Il destinatario del messaggio intercettato via WhatsApp dalla Digos di Torino è un combattente italiano reduce del Donbass.

La notizia dell’operazione della polizia coordinata dalla procura torinese che ha portato all’arresto di tre persone per detenzione e posta in vendita di arsenali militari e armi da guerra sta facendo il giro dei giornali nazionali. Pistole, in prevalenza di produzione austriaca, tedesca e statunitense trovate sotto il letto dell’ex aspirante senatore Del Bergiolo. Ma anche fucili d’assalto tipo «bullpup» Steyr Aug, Colt M16 in dotazione all’esercito Usa, una Steyr Mannlicher usata dai Gis dei carabinieri. E un moschetto Carcano 91, del tutto simile a quello utilizzato da Lee Oswald per uccidere John Fitzgerald Kennedy. Un pezzo d’antiquariato che inserito in un contesto fatto di svastiche e monili nazi-fascisti assume un valore quantomeno simbolico.

Agli agenti dell’antiterrorismo De Bergiolo ha confessato il piano di vendita del missile: «Sono amico di Alessandro Monti, per motivi lavorativi, commercializzando aerei. Alcuni mesi fa mi ha detto di avere un contenitore con dentro un missile e che gli serviva la mia consulenza per venderlo». In un magazzino di Oriolo, nei pressi di Voghera, Del Bergiolo ha visionato l’arma. «Abbiamo aperto il portellone e fatto scivolare fuori la testata». Ha scattato delle foto e ha stimato un prezzo, come usa fare ogni consulente: tra i 450 e 500 mila euro. Poi il missile, fatto arrivare in Italia lungo un percorso ancora ignoto, è stato trasferito a Rivanazzano Terme.

Elementi a sufficienza per destare la preoccupazione di chiunque. Difficile immaginare la pioggia di dichiarazioni se dietro l’arsenale ci fosse stata una qualche cellula anche lontanamente collegata a islamici, immigrati, ong, Soros, e via dicendo. Dal Governo però tutto tace, solo Matteo Salvini, poche ore fa da Genova, sulla questione ha detto: «L’ho segnalata io, sono contento di essere stato utile a trovare dei missili. Era una delle tante minacce di morte che mi arrivano quotidianamente di cui non faccio pubblicità ma questa volta i servizi segreti parlavano di un gruppo ucraino che attentava alla mia vita. Penso di non aver mai fatto niente di male agli ucraini ma abbiamo inoltrato la segnalazione e non era un mitomane. Sono contento sia servito a scoprire un arsenale di qualche demente». Peccato che, a detta della stessa procura, la pista dell’attentato contro Matteo Salvini si sia rivelata da subito un vicolo cieco senza «consistenza investigativa».

Un manipolo di neofascisti “isolati”, dunque, possedeva un arsenale militare. Cosa potevano mai farsene? Immetterlo nel mercato nero, ad esempio. Un mercato illecito di armi tutt’altro che piccolo e con piazza l’Ucraina, specie la regione del Donbass dove si consuma la battaglia silenziosa della Russia.

Nel corso della Guerra Fredda l’Ucraina produsse per l’Unione Sovietica i missili più avanzati (tra cui gli SS-18) e continuò a farlo anche dopo il crollo dell’URSS. La fabbrica di Yuzhmash è stata uno dei principali fornitori della Russia fino alla deposizione dell’ex presidente filo-russo dell’Ucraina Viktor Yanukovych e la conseguente frattura commerciale con la Russia. La fabbrica, in forte crisi, ha così iniziato a vendere armi tramite i canali del mercato nero. Un mercato internazionale frequentato da acquirenti illustri, almeno stando a un report pubblicato ad agosto 2017 dall’International Institute for Strategic Studies (IISS).

Michael Elleman, esperto in difesa missilistica presso l’IISS e autore del report, ha indicato la fabbrica di missili Yuzhmash nella città ucraina di Dnipro come uno dei più accreditati fornitori della Corea del Nord, il cui progresso nei test dei missili balistici si spiega solo con l’ipotesi che abbia acquistato tecnologie militari dall’estero. Traffici ingenti dove non si esclude la presenza attiva di frange dell’estrema destra italiana, rispetto alla quale lo Stato italiano dovrebbe alzare il livello di guardia. «Il materiale sequestrato – ha spiegato il questore di Torino Giuseppe De Matteis – merita la massima attenzione. È un’operazione che ha pochi precedenti investigativi in Italia».

È di criminalità e fondi illeciti che vivono le cellule estremiste, comprese quelle di estrema destra, non certo di «Dio, Patria e famiglia».

Photo Credit: www.tpi.it

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L’insostenibile peso ecologico dell’avocado

Mar, 07/16/2019 - 12:15

Non c’è ristorante cool che non lo serva e non c’è alcun blog di cibo vegano che non lo consigli: è l’ avocado la star indiscussa la cucina degli ultimi anni.

Reso popolare solo pochi anni fa negli Stati Uniti dagli immigrati di origine sudamericana, il frutto miracoloso ha velocemente varcato l’Atlantico, spopolando anche da noi.

Eppure, a dispetto delle tante proprietà nutrizionali, l’avocado cela un lato oscuro, fatto di sfruttamento delle comunità che lo producono e di danni irreparabili alla biodiversità.

Tutto comincia in Messico

Il principale produttore mondiale di avocado è il Messico, e in particolare lo Stato di Michoacàn, situato nella parte centrale del Paese e affacciato sul Pacifico.

Qui sorgono la maggior parte delle piantagioni ma, in questa stessa zona, sono anche presenti preziose foreste di conifere, che vengono abbattute a ritmi vertiginosi per lasciare spazio alle piante di avocado.

«Per soddisfare la crescente domanda di avocado gli agricoltori espandono sempre di più le piantagioni, anche a costo di abbattere alberi secolari – spiega Greenpeace -. Per crescere, l’avocado necessita di grandi quantità d’acqua, molta più di quella che servirebbe alla foresta. L’acqua viene, quindi, prelevata dai fiumi circostanti e dal sottosuolo, a scapito delle popolazioni e della fauna locali, che devono affrontare anche un ulteriore insidioso problema: la contaminazione delle falde acquifere a causa dall’utilizzo di insetticidi e fertilizzanti».

Le comunità locali sono tra due fuochi: da una parte la volontà di aumentare i profitti coltivando il frutto tanto richiesto e, dall’altro, la consapevolezza di fomentare un sistema agricolo del tutto insostenibile.

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Chi è Ursula von der Leyen e cosa può succedere con il voto di oggi a Strasburgo

Mar, 07/16/2019 - 11:36
Fonte:
La Repubblica

Commissione Ue, il giorno del voto per Ursula von der Leyen. La ministra tedesca della Difesa, Ursula von der Leyen, candidata designata dai Ventotto alla presidenza della Commissione europea, si sottoporrà al voto del Parlamento di Strasburgo. (Video in diretta: REPUBBLICA.IT)

Dalla stampa nazionale:

VON DER LEYEN, COME FUNZIONA IL VOTO DI OGGI E COSA PUÒ SUCCEDERE DOPO. (…) È il giorno del giudizio per Ursula von der Leyen . La ministra tedesca della Difesa, indicata dal Consiglio europeo come presidente della Commissione, dovrà passare dal voto del Parlamento nella seduta del 16 luglio. L’Eurocamera, riunita in plenaria a Strasburgo, esprimerà il suo verdetto tra le 18 e le 20, dopo il discorso tenuto da von der Leyen nella stessa mattinata di martedì. In caso di via libera dell’assemblea, la donna politica tedesca potrà passare agli step successivi per la scelta dei commissari e la formazione dell’esecutivo comunitario. In caso contrario, come ironizzano alcuni a Strasburgo, «saltano le ferie»: il Consiglio europeo, l’istituzione che riunisce i capi di Stato e Governo della Ue, dovrà rimettersi al lavoro per selezionare una nuova figura in tempi stretti. In quel caso l’Europarlamento dovrebbe tornare al voto a settembre, dopo la pausa estiva in calendario ad agosto.

Come funziona l’elezione in Parlamento e cosa può succedere? Dopo la scelta del Consiglio, avvenuta con voto a maggioranza qualificata, il presidente passa al vaglio degli eurodeputati. Il via libera scatta in caso di maggioranza, cioè la metà più uno dei parlamentari. In teoria il margine richiesto sarebbe di 376 eurodeputati su 751. Von der Leyen avrà bisogno “solo” di 374 voti su un totale di 747 parlamentari, visto che mancano all’appello tre eurodeputati catalani esclusi dal Parlamento e il danese Jeppe Kofod, nominato ministro a Copenaghen e in attesa di essere sostituito). Il voto è a scrutinio segreto. In caso di esito favorevole, von der Leyen porterà avanti la procedura per l’insediamento della Commissione entro i termini stabiliti. In particolare, il neo-presidente sceglie insieme al Consiglio «l’elenco delle altre personalità che propone di nominare membri della Commissione», a propria volta sottoposte a un processo di selezione di fronte all’Eurocamera. E in caso di esito negativo? Se von der Leyen resta al di sotto della soglia necessaria, il Consiglio è obbligato a individuare entro un mese un nuovo candidato, sottoponendolo alla stessa procedura con l’Eurocamera. Continua a leggere (Fonte: ILSOLE24ORE.COM)

  • Ue, Von der Leyen: “Se Europa fosse donna sarebbe Simone Veil. Io nemica di chi vuole indebolire l’Unione” Riferendosi agli investimenti per un’economia senza emissioni di co2, Von der Leyen aggiunge che “dobbiamo avere un’economia forte perchè se vogliamo spendere prima occorre guadagnare“.

Ampio il suo discorso, che spazia su più punti: “Intendo realizzare una perfetta parità di genere nella prossima Commissione. Se i governi non presenteranno un numero sufficiente di candidati donne non esiterò a chiedere altri nomi”. E sulla Brexit dice di essere disposta a una “possibile proroga del deadline previsto”. Ma afferma che per lei “una cosa solamente è importante: l’Europa va rafforzata e chi la vuole fare fiorire mi avrà dalla sua parte, ma chi vuole indebolire questa Europa troverà in me una dura nemica”.

Intervenendo a Strasburgo Von der Leyen dice anche che presenterà “un accordo verde per l’Europa nei primi cento giorni del mio mandato”. “Una delle sfide pressanti” per l’Ue “è mantenere il pianeta sano. È la più grande responsabilità e opportunità del nostro tempo”, ha sottolineato von der Leyen. Continua a leggere (Fonte: REPUBBLICA.IT)

  • Chi è Ursula von der Leyen, tra molta politica e tanta famiglia. Madre di sette figli e attuale ministro della difesa della Germania, è al governo con Merkel sin dall’inizio della sua “era”.

Ursula Gertrud von der Leyen, è il nome completo della candidata designata dal Consiglio alla presidenza della Commissione Ue, che se approvata dal Parlamento europeo, diventerà la prima donna ad assumere la massima carica dell’Unione europea. Ministro della difesa in Germania, membro dell’Unione Cristiano Democratica tedesca (CDU) e appartenente al Partito popolare europeo, von der Leyen è molto vicina alla cancelliera Angela Merkel.

Ursula Albrecht, questo il suo nome alla nascita, prima che prendesse quello del marito, nasce nel 1958 a Ixelles, comune della città di Bruxelles, dove suo padre Ernst Albrecht è stato uno dei primi funzionari europei dal 1958. Prima di trasferirsi ad Hannover in Germania, quando suo padre ha iniziato a ricoprire il ruolo di Primo ministro della Bassa Sassonia, von der Leyen ha trascorso gran parte della sua infanzia in Belgio (…)

Iscritta alla CDU fin dal 1990, la sua carriera politica inizia nel 2001, quando ottiene un mandato locale presso la regione di Hannover, che abbandonerà tre anni dopo, perché il 4 marzo 2003, a seguito della vittoria di Christian Wulff e la sua seguente nomina a Presidente della regione,  von der Leyen diventa ministro degli Affari Sociali, delle Donne, della Famiglia e della Salute della Bassa Sassonia.

Due anni più tardi, nel novembre del 2005, entra a far parte del governo federale tedesco, scelta dalla Cancelliera Angela Merkel per diventare ministro della Famiglia, Anziani, Donne e Gioventù della Germania, ruolo che ricoprirà fino al 2009. (…) Leyen (2009) viene nominata Ministro del lavoro e degli affari sociali della Germania e poi nel 2013 ministro della Difesa tedesca diventando così la prima donna a occupare tale incarico, che ricopre ancora oggi.

Ha sempre avuto problemi con i suoi compagni di partito più conservatori, a causa delle sue posizioni avanzate ad esempio in sostegno delle coppie gay. Dopo l’esplosione della crisi greca invece fece spaventare quelli più a sinistra, mostrando posizioni estremamente dure contro il Pese mediterraneo, ben oltre, si racconta, di quelle dei falchi più aggressivi. Continua a leggere (Fonte: eunews.it)

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Ecofuturo 2019: Jacopo Fo intervista Fabio Brescacin (Ecor/NaturaSì)

Mar, 07/16/2019 - 09:08

Una lunga intervista nella quale il presidente di Ecor/NaturaSì fa il punto sulle attività per il consumi responsabili e sostenibili, come la svolta nel settore dell’acqua, naturizzata e dinamizzata, senza bottiglie, e del ruolo dell’agricoltura biologica per intrappolare la CO2 nei terreni, al fine di combattere i cambiamenti climatici.

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La mappa dell’Italia inquinata

Mar, 07/16/2019 - 08:00
Le acciaierie dell’Ilva viste dal quartiere Tamburi di Taranto, dicembre 2017. (Ivan Romano, Getty Images)

Cosa vuol dire convivere con l’inquinamento? La prima risposta è sotto gli occhi di tutti: vuol dire fare i conti con le polveri di ferro e carbone che si levano dalle acciaierie di Taranto nei giorni di vento, e che costringono i bambini a non andare a scuola. O con il divieto di mangiare i formaggi prodotti vicino alle fabbriche di Portovesme in Sardegna: contengono varie sostanze velenose. E i cartelli “non calpestare” affissi in alcuni giardinetti di Bresciail terreno è impregnato di diossine e pcb, altre sostanze tossiche. Gli esempi sono infiniti, l’Italia è disseminata di aree contaminate da sostanze chimiche pericolose: è l’eredità di decenni di attività industriali. Questo inquinamento diffuso lascia un segno profondo sulla salute collettiva.

La seconda risposta va cercata nello studio appena pubblicato dall’Istituto superiore di sanità (Iss), che analizza lo stato di salute della popolazione residente in 45 luoghi contaminati, tra quelli che il ministero dell’ambiente considera “di interesse” per le bonifiche: si tratta di 5,9 milioni di abitanti in 319 comuni. È il quinto rapporto Sentieri, il sistema di controllo epidemiologico nazionale condotto nei territori a rischio.

Per compilarlo, decine di ricercatori hanno raccolto e analizzato i dati delle fonti accreditate su mortalità, ricoveri ospedalieri, incidenza di tumori e anomalie congenite nel periodo tra il 2006 e il 2013. Poi hanno osservato quanto quei dati si discostano dalla media regionale, cioè quanti casi sono “in eccesso”. Hanno cercato in particolare le patologie e i tumori per cui esiste un “rischio specifico”, cioè quelle che la letteratura scientifica ha già collegato con ragionevole certezza alle sostanze tossiche presenti in quei siti.

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Brutti, sporchi e cattivi: prima puntata!

Mar, 07/16/2019 - 07:36

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La fiction delle telestreet. Di Claudio Metallo e Carlo Reposo

Diciasette anni fa, prima dell’attuale esplosione delle web-series, prima di youtube, facebook, twitter e instagram, dei giovani videomaker diedero vita ad uno dei primi esperimenti di fiction autoprodotta del nuovo millennio: la location era Bologna e correva l’anno 2002. A reggere le fila di questo stranezza eravamo in tre: Carlo Reposo, Lorenzo Cassulo ed io (Claudio Metallo).
La nostra serie (42 puntate che variavano dai 5 agli 8 minuti di durata) s’intitolava: Brutti, sporchi e cattivi – storie di poco conto. Il titolo denotava la nostra voglia di  non prenderci per niente sul serio: a qualsiasi critica avremmo risposto con “Ma che ti frega: sono storie di poco conto”.

Erano gli anni delle “Telestreet” (o “televisioni di strada”) è una rete di microemittenti televisive senza fini di lucro, che trasmettono via etere attraverso tecnologie analogiche e digitale terrestre (DVB-T) a basso costo”. Questa è la definizione presa da Wikipedia, ma per noi le Telestreeet erano molto molto di più.
Una di queste “Teleimmagini” trasmetteva dallo spazio pubblico autogestito EX MERCATO 24 di Bologna.
Molti contenuti mandati in onda erano documentari girati dai volontari della redazione, altri erano presi dalla rete.
Noi abbiamo deciso di fare qualcosa che non c’era: una fiction che in maniera scherzosa parlasse di noi e dei luoghi “ribelli” e al contempo festaioli che frequentavamo a Bologna.

Tra questi c’era l’Ex Mercato 24, in cui si erano svolte le prime chiacchierate intorno alla fiction e che è il luogo in cui abbiamo girato il maggior numero di scene, dopo il laboratorio-casa di Carlo.
C’erano il Link di via Fioravanti, il TPO di viale Lenin e la storica sede del Livello 57 all’inizio di via Stalingrado.
Quest’ultimo è stato in seguito sgomberato.

La storia, in brevissimo, era questa: un gruppo variegato di persone occupa uno stabile disabitato: ma anche una multinazionale dell’agroalimentare è interessata all’immobile e farà di tutto per farlo sgomberare.

Quando abbiamo iniziato a realizzare BSC, Bologna era ancora amministrata da Guazzaloca, il sindaco macellaio di centrodestra. Macellaio nel senso che era proprio uno che vendeva carne. Nel giro di poco tempo la città avrebbe subito la metamorfosi, autoritaria e modaiola assieme, culminata con il periodo di Cofferati. Un momento storico in cui tutto mutò radicalmente ed anche il tempo libero cominciò ad essere regolamentato rigidamente dalle famose delibere antidegrado. Un modello destinato a spargersi a macchia d’olio in quasi tutta Italia.
Ognuno di noi militava a modo suo contro quella mentalità chiusa incarnata da quelle giunte comunali, che hanno spesso assecondato gli istinti più bassi della gente. Noi eravamo ancora all’università, studiavamo al DAMS (Carlo ed io) e a Scienze della Comunicazione (Lorenzo).

Brutti, sporchi e cattivi – storie di poco conto, era uno dei tanti modi per rispondere a questa chiusura.  Era una risposta, forse anche inconsapevole, all’omologazione che ci veniva richiesta ed imposta.
Non avevamo un copione scritto, bensì un semplice canovaccio fatto di una serie di scene da girare, che poi suddividevamo nelle puntate.
Una delle frasi che diventò uno degli slogan cult della serie era: “La casa è un dovere averla”. Fu pronunciata da Adam, il nostro grande primo attore, in una delle sue straripanti improvvisazioni. Quando la sentimmo ci sganasciammo dalle risate.

Quella frase l’abbiamo fatta nostra perché in fin dei conti poteva significare che era un dovere lottare contro quel sentimento di paura, che montava a Bologna ed in Italia. Quella stessa paura che avrebbe alimentato la xenofobia, il razzismo e la repressione che avrebbero portato a leggi vergognose contro i migranti e sulle droghe, leggi che hanno riempito le carceri e fatto alzare alle stelle i profitti dei narcotrafficanti delle organizzazione criminali italiane.

Il 90% delle battute (ed anche delle riprese) era totalmente improvvisato e quasi tutto: “buona la prima”. Questo modo di girare era dettato da tanti fattori, sicuramente dalla nostra voglia di divertirci e di trattare questioni importanti che affrontavamo ogni giorno con ironia, prendendoci in giro, facendo un po’ la parodia di noi stessi e di quello che facevamo. Non perché non ci credessimo, ma era una maniera per farci guardare meglio la realtà. Un’altra delle ragioni era che bisognava fare in fretta. Tutti i partecipanti a BSC erano nostri amici o conoscenti che si prestavano al nostro obiettivo. C’era chi lavorava, chi studiava e chi aveva sicuramente di meglio da fare e quindi dovevano girare più velocemente che potevamo. Solitamente, facevamo tutto nei fine settimana, dalla mattina a sera e certe volte pure di notte.  Carlo, Lorenzo ed io c’eravamo dati dei ruoli che richiedevano una certa presenza su quello che molto forzatamente possiamo chiamare ‘set’.

Carlo si era prefissato di finire tutto entro un anno esatto dall’inizio delle riprese, io non ero molto convinto, ma alla fine la spuntò lui (accollandosi una gran parte del montaggio). E per fortuna, se no chissà quando avremmo finito di girare e con la mole di materiale che ci ritrovavamo chissà quando avremmo finito di montare! Per l’epoca non avevamo dei cattivi computer, ma avevamo delle pessime telecamere e i risultati si vedono chiaramente. Anche l’audio spesso lascia a desiderare, per essere buoni.
BSC, uscita in qualche centinaia di dvd autoprodotti, è stata trasmessa da molte telestreet, tra cui Teleimmagini, la telestreet che diramava i suoi contenuti nell’etere dall’Ex-Mercato 24.
E adesso ve la potete gustare su People for Planet!

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Nello sport uno non vale uno

Mar, 07/16/2019 - 07:00

Si possono vincere più punti dell’avversario e si può perdere la partita. Succede spesso, non solo a tennis. È successo domenica a Wimbledon a Roger Federer che al termine della finale più lunga delle storia del torneo, con il primo e insolito tie-break giocato sul 12-12 del quinto set, si è arreso a Novak Djokovic.

Tre tie-break si sono giocati e tre tie-break ha vinto Djokovic. Senza nemmeno tante storie. Federer ha vinto il secondo e il quarto set rispettivamente 6-1 e 6-4. E nel quinto e decisivo set ha avuto anche due match-point sul proprio turno di battuta e non li ha capitalizzati. Sembra assurdo ma quello che viene unanimemente considerato il tennista più forte della storia, ha giocato male i momento più importanti della finale di Wimbledon.

In barba al principio stabilito dal povero Roberto Casaleggio, nello sport uno non vale uno. In realtà potremmo affrontare il discorso anche inerpicandoci lungo i sentieri della politica ma non ci sembra il caso. Nello sport certamente non è così. E non soltanto nel tennis. Ci sono momenti che sono più importanti di altri. Si può sbagliare un rigore in una partita, lascerà certamente di più il segno lo stesso ai rigori di una finale che sia Mondiale o di Champions.

Lo straordinario fascino dello sport è la sua intrinseca similitudine con la vita. Non tutti i momenti sono uguali. Non tutti gli attimi della nostra giornata rivestono la stessa importanza.

Ci sono momenti in cui si è chiamati a offrire il meglio di sé per affrontare situazioni nuove che ci spingono ad andare oltre i nostri limiti. È questo lo sport. Il fuoriclasse, il più forte è colui il quale riesce a offrire la prestazione più esaltante nei momenti chiave dell’incontro. E può capitare che un signore della racchetta come Roger Federer giochi con apparente superficialità i due punti più importanti del suo Wimbledon. Com’è capitato a lui nel quinto set in occasione dei due match-point. È raro, molto raro, che non vinca il più il più forte. È il motivo per cui i grandi campioni quasi sempre accettano il verdetto del campo. Sono in grado, sia pure con grande dolore e spesso a denti stretti o dopo qualche tempo, di riconoscere la superiorità dell’avversario e i propri limiti. Di avere più o meno costantemente la radiografia di sé stessi, per poi sapere dove intervenire se si ha ancora la forza di farlo. 

La conta numerica, nello sport come nella vita, serve a ben poco. Puoi vincere mille gare e arrivare alle Olimpiadi e fartela addosso. C’è un giorno che è più importante di altri. E in genere il fuoriclasse è colui il quale quel determinato giorno lo sente arrivare. Ha una sveglia fisiologica. Poi c’è la sconfitta che tocca anche ai fuoriclasse e va guardata in faccia. Questo è il fascino dello sport: la perenne spinta ad andare oltre i propri limiti, agonistici e mentali. Altrimenti si resta indietro. 

Immagine di Armando Tondo

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Altro che ignoranti, le capre riconoscono le emozioni

Lun, 07/15/2019 - 21:15

Lo studio sulla rivista Frontiers in Zoology: le capre sarebbero in grado di distinguere lo stato emotivo dei propri simili ascoltandone i versi.

Smettete di prenderle a paragone di ignoranza e stupidità: a quanto pare, le capre sono molto più sveglie, intelligenti ed empatiche di quanto si possa pensare. Tanto da essere persino in grado di distinguere lo stato emotivo dei propri simili semplicemente ascoltandone i versi, senza neanche guardarli o sentirne l’odore. A scoprirlo un’équipe di scienziati della Queen Mary University of London, dell’Università degli Studi di Torino e dell’Eth di Zurigo: i ricercatori hanno infatti appena mostrato che le capre (ma la scoperta si può ragionevolmente estendere a molti altri mammiferi) non solo riescono a discernere le emozioni dei propri pari ascoltandone i belati, ma potrebbero addirittura esserne anche emotivamente influenzate, secondo un fenomeno noto come ‘contagio emozionale‘. La ricerca è stata appena pubblicata sulle pagine della rivista Frontiers in Zoology.

“È importante studiare la vocalizzazione degli animali“, spiega Livio Favaro, uno degli autori dell’articolo, ricercatore all’Università di Torino e all’Università di Lione St. Etienne, “perché veicola molte informazioni sullo stato di salute degli individui e, indirettamente, anche sull’ecosistema in cui vivono. Ed è altrettanto interessante comprendere se e come gli animali comprendano e interpretino le vocalizzazioni dei propri simili. Sappiamo infatti che nella maggior parte dei mammiferi lo stato emotivo e le condizioni esterne agiscono su molti parametri fisiologici, per esempio il battito cardiaco, la muscolatura della laringe e la respirazione, e dunque influenzano il tipo di vocalizzazione“. Per comprenderlo, gli scienziati hanno deciso di prendere a modello le capre, animali che – a dispetto dei cliché – possiedono capacità cognitive spiccate, hanno una forte organizzazione sociale ed emettono vocalizzazioni per mediare le interazioni con i propri simili.

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Un bilancio a cinque anni dalla legalizzazione della marijuana in Uruguay

Lun, 07/15/2019 - 16:00

Nel dicembre del 2013, cinque anni e mezzo fa, l’Uruguay divenne il primo paese al mondo a legalizzare la produzione, la distribuzione e la vendita della marijuana. La legge, molto ampia nel suo contenuto, fu appoggiata dal governo progressista dell’allora presidente José Mujica con l’obiettivo di ridurre il consumo delle droghe e combattere i profitti illeciti della criminalità organizzata. L’iniziativa di Mujica fu molto criticata, sia dall’opposizione uruguaiana sia da alcuni governi e organizzazioni internazionali, tra cui l’Organo internazionale per il controllo degli stupefacenti (INCB, dall’inglese International Narcotics Control Board, un ente indipendente di esperti istituito dalle Nazioni Unite), che parlò di violazione del diritto internazionale.

Negli ultimi cinque anni l’Uruguay ha implementato passo dopo passo tutti gli aspetti della legge, tra cui la vendita legale della marijuana in farmacia, uno dei passaggi più difficili da realizzare: e nel frattempo molti altri posti del mondo hanno iniziato simili sperimentazioni. Il giornale spagnolo Díario ha provato a fare un bilancio delle cose che hanno funzionato e quelle che invece sono andate storte, raccontando i successi ottenuti dal governo uruguaiano e le diverse “zone grigie” che sono emerse nel corso del tempo.

La legge sulla legalizzazione della marijuana in Uruguay
La norma approvata cinque anni e mezzo fa prevede tre vie legali per ottenere la marijuana da usare a scopo ricreativo: la coltivazione di un massimo di sei piante per abitazione; l’acquisto di marijuana ai club della cannabis, autorizzati ad avere un massimo di 99 piante; e la vendita in farmacia di pacchetti da cinque grammi di marijuana a 220 pesos (poco più di 6 euro), fino a un massimo di 40 grammi al mese. La legge autorizza la coltivazione e vendita di due varietà di cannabis: la cannabis indiana e la cannabis sativa, che contengono THC, cioè il principio attivo comunemente associato all’effetto stupefacente della marijuana, tra il 7 e il 9 per cento. Sono previsti poi altri limiti.

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Truffati? No, colpevoli di atavica ingordigia

Lun, 07/15/2019 - 15:00

Un istinto, questo, che, nonostante l’influenza della cultura, della educazione e dello scorrere dei tempi, resta in noi dormiente per poi manifestarsi nel momento in cui i nostri comportamenti devono misurarsi in rapporto ai soldi, alle proprietà, al successo.

È, soprattutto, la brama a spingerci oltre, fuori dal seminato, al camminare in punta di piedi sul filo dell’immoralità.

Questa nostra fame atavica ci spinge a commettere illeciti, a cadere in tranelli a essere puzzle di disegni truffaldini.

A questa fame bisognerebbe dare un freno attraverso la punizione. Non quella post-mortem immaginata da Dante nella Divina Commedia, ma metaforicamente attraverso una pena terrena.

Nei miei libri e nei miei articoli ho sempre puntato il dito contro la mancanza di cultura finanziaria nel nostro Paese e contro i “mostri” (i banchieri e chi per loro).

Conosciamo poco d’economia, perché i concetti sono difficili, i termini complessi. Perché ci sono troppe nozioni alle quali è difficile appassionarsi.
E poi ci sono le lobby che sguazzano nel mare dell’ignoranza dei risparmiatori, manipolabili.

Le banche cattive, i consulenti furfanti, i furbetti che mangiano i risparmi.

Ad essere coerenti, però, dobbiamo ammonire anche chi permette ai “villain” un gioco facile.

C’è un male che nasce nell’avidità su citata.

C’è un’equazione in finanza, una formula semplicissima comprensibile anche a un bambino, che tutti dovrebbero conoscere per evitare spiacevoli sorprese:

Alto rischio = alto rendimento”, “basso rischio = basso rendimento”

Tenetela a mente.

In queste settimane abbiamo sentito parlare di Alex Fodde, giovane svizzero che si fingeva broker, oggi accusato di truffa aggravata, abusiva attività finanziaria e autoriciclaggio.

Alex prometteva ai risparmiatori grandi guadagni a “rischio zero” presentandosi come l’uomo che aveva un fondo investimenti da 850 milioni di euro. In circa tre anni grazie alla truffa ha ottenuto 3,5 milioni di euro.
Ora la sua avventura è finita, perché è stato arrestato. Il ragazzo ha sbagliato e pagherà, di truffatori è pieno il mondo.

A farmi rabbia, però, è chi parla di truffati e chi senza vergogna si definisce truffato. Io molti di quei “truffati” li arresterei, condannati magari a 6 mesi per reato di avidità. Li punirei, punirei quella fame.

Perché è chiaro che, tenendo presente l’equazione di prima, i soggetti in questione più che da Alex sono stati truffati dalla loro stessa brama.

Rischio zero = alto rendimento” è una funzione che non esiste, o almeno non esiste al di fuori del campo dell’avidità. 


I “truffati” non hanno dato peso alle promesse fatte loro, perché erano accecati dal denaro, dalla possibilità di guadagnare senza rischiare nulla. Accecati dal successo.
Al posto delle pupille avevano il simboletto del dollaro. Non si preoccupano affatto delle insostenibili condizioni d’essere dei loro accordi.

Dicono che la legge non accetta ignoranza, loro hanno ignorato consciamente e andrebbero puniti.
L’articolo 712 del codice penale menziona come reato quello dell’incauto acquisto:

Chiunque, senza averne prima accertata la legittima provenienza, acquista o riceve a qualsiasi titolo cose, che, per la loro qualità o per la condizione di chi le offre o per la entità del prezzo, si abbia motivo di sospettare che provengano da reato, è punito con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda non inferiore a dieci euro. Alla stessa pena soggiace chi si adopera per fare acquistare o ricevere a qualsiasi titolo alcuna delle cose suindicate, senza averne prima accertata la legittima provenienza.

A Napoli (vi porto l’esempio della mia città ma succedeva in tante altre metropoli) qualche tempo fa c’era la pratica del pacco. Ovvero ti mostravo il prodotto che ti volevo vendere a prezzo vantaggioso, tu accettavi di comprarlo e io nella confezione non ti ci mettevo il prodotto ma un mattone per simulare il peso della merce acquistata. Quando il “cliente” tornava a casa scopriva il pacco.

Ecco che colui che aveva adottato tale pratica era additato come “mariuolo”, come Alex Fodde, chi lo riceveva come “truffato” (o fesso, fate voi).

Perdonatemi ma tra le truffe di Alex e i pacchi non trovo alcuna differenza.
Ci sono le stesse premesse (affare estremamente vantaggioso) e gli stessi reati (truffa e incauto acquisto). Nessun innocente.

C’è un clamoroso concorso in reato degli acquirenti! Basta sgravarli dalle responsabilità, così imparano.

È per questo che non parliamo di finanza ma di una forma estrema e immorale di egoismo che guida gli affari, tanto da prendere le sembianze di uno dei motori principali per lo sviluppo dell’economia. L’avidità, l’incauto acquisto, è fonte primaria di frodi e corruzione. L’avidità è un male e andrebbe combattuto così come volete siano affrontati i cattivi banchieri e i truffatori.

Non possiamo puntare sempre il dito sugli altri per incolparli delle nostre rovine, dei nostri debiti finanziari, delle nostre crisi.

Credete che la vostra brama sia giusta e vi aiuti a vivere in un mondo senza scrupoli? Vi sbagliate profondamente, dovrete fare i conti con essa, peccato capitale.

Lasciamo agli avidi, via punizione, la possibilità di assumersi le proprie responsabilità.

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Bonus verde: tutto sulla detrazione fiscale al 36%

Lun, 07/15/2019 - 12:15

Sulla detrazione fiscale del 36% per chi ha il pollice verde, l’Agenzia delle Entrate ha fornito alcuni importanti chiarimenti. Vediamo di cosa si tratta nel dettaglio.

Non solo ecobonus, bonus ristrutturazione e mobili: nel novero delle detrazioni fiscali previste per il contribuente c’è anche il bonus verde,  una detrazione Irpef del 36% sulle spese sostenute per una serie di interventi che riguardano il verde.

Nel dettaglio il bonus verde è previsto per la sistemazione a verde di aree scoperte private di edifici esistenti, unità immobiliari, pertinenze o recinzioni, impianti di irrigazione e realizzazione pozzi e la realizzazione di coperture a verde e di giardini pensili. La detrazione va ripartita in dieci quote annuali di pari importo e va calcolata su un importo massimo di 5.000 euro per unità immobiliare a uso abitativo, comprensivo delle eventuali spese di progettazione e manutenzione connesse all’esecuzione degli interventi.

L’Agenzia delle Entrate ha fornito ulteriori chiarimenti sul bonus con la circolare n. 13 del 31 maggio 2019.Bonus verde: chi può fruirne

In primis tra i soggetti che possono fruire della detrazione – proprietari o nudi proprietari; titolari di un diritto reale di godimento quale usufrutto, uso, abitazione o superficie – vi sono anche i detentori (locatari, comodatari) dell’immobile, familiari conviventi, il coniuge separato assegnatario dell’immobile intestato all’altro coniuge  e i conviventi di fatto.

La detrazione spetta ai detentori dell’immobile a condizione che siano in possesso del consenso all’esecuzione dei lavori da parte del proprietario e che la detenzione dell’immobile risulti da un atto (contratto di locazione o di comodato) regolarmente registrato al momento di avvio dei lavori o al momento del sostenimento delle spese ammesse alla detrazione.

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Femminicidi: legge lenta per tutela delle donne. Ecco i numeri e soluzioni

Lun, 07/15/2019 - 11:37

Così la ministro della Pubblica amministrazione Giulia Bongiorno sui dubbi che riguardano la lentezza della giustizia in merito al disegno di legge denominato ‘Codice rosso’, che prevede una corsia preferenziale per i procedimenti penali che riguardano i reati contro le donne.

Dalla stampa nazionale:

“Conto che la legge “Codice rosso” sia approvata già in settimana, i fatti di Savona mostrano quanto un nuovo intervento sia importante”. Lo spiega in un’intervista a “Repubblica”, la ministra della Pubblica Amministrazione Giulia Bongiorno.”Non ho ancora i dettagli – aggiunge Bongiorno – ma da una prima ricostruzione appare chiaro che, per l’ ennesima volta, il femminicidio si dimostra una violenza particolare, da trattare in modo specifico. Il “Codice rosso” sottolinea questa particolarità”. Cioè che “l’ omicida pare avesse già patteggiato per stalking e avesse violato il divieto di avvicinamento, nonostante questo la sua violenza non si è placata perché alcuni uomini considerano le donne come oggetti di loro possesso. Vivono la volontà delle loro ex compagne o mogli di chiudere una relazione come un affronto al loro onore. Sembra strano che nel 2019 sia ancora così, ma oltre alle leggi bisogna agire sulla mentalità“.La ministra aggiunge che “facciamo i conti con secoli di legislazione maschilista e una cultura radicata da cambiare. Il resto, però, lo devono fare leggi e magistratura. Il primo punto forte del “Codice rosso” è di promuove la violenza contro le donne da reato di serie B a reato di serie A, con l’ obbligo di ascoltare le donne che denunciano entro 3 giorni. È fondamentale, perché troppo spesso i pericoli che corrono le vittime sono sottovalutati”(Fonte: Violenza donne, Bongiorno: entro luglio la nuova legge Askanews)

  • UOMINI CHE UCCIDONO LE DONNE: PERCHÉ I FEMMINICIDI RESTANO UN’EMERGENZA. Negli ultimi 25 anni il numero di omicidi di uomini è diminuito drasticamente, mentre le vittime donne sono rimaste stabili. Ma se da noi va male in Europa va anche peggio. (…)  Prima di snocciolare qualche dato è bene chiarire però cosa si intende con la parola femminicidio. Secondo l’Istat, il termine femminicidio, nell’accezione comunemente intesa, “è un neologismo che può essere fatto risalire agli anni 90, per qualificare gli omicidi basati sul genere, che vedono come vittima la donna ‘in quanto donna'”. 

Per l’Accademia della Crusca invece il femminicidio consiste nel “provocare la morte di una donna, bambina o adulta, da parte del proprio compagno, marito, padre o di un uomo qualsiasi, in conseguenza del mancato assoggettamento fisico o psicologico della vittima”.

Nel 2017, le donne vittime di omicidio volontario in Italia sono state 123, lo 0,40 per 100.000 donne (fonte: Istat). Malgrado la cautela che questo tipo di comparazioni comporta, è però un fatto che tra i 23 Paesi dell’Unione europea per i quali si hanno a disposizione dati recenti si osservano valori inferiori a quelli dell’Italia solo nel caso di Grecia, Polonia, Paesi Bassi e Slovenia. Insomma, negli altri Paesi europei va anche peggio che in Italia e ci sono più donne uccise in rapporto alla popolazione.

Da chi sono uccise le donne? Ma quanti di questi delitti possono essere classificati come femminicidi? Una risposta univoca purtroppo non esiste. Delle 123 donne uccise nel 2017, l’80,5% è stata uccisa da una persona conosciuta. In particolare, nel 43,9% dei casi dal partner attuale o dal precedente, nel 28,5% dei casi (35 donne) da un familiare (inclusi i figli e i genitori) e nell’8,1% dei casi da un’altra persona che conosceva (amici, colleghi, etc). Insomma, molte spesso le donne trovano la morte tra le mura di casa, uccise da compagni, ex compagni o parenti. Continua a leggere  (Fonte: TODAY.IT)

  • FEMMINICIDIO IN ITALIA: QUATTRO REGIONI HANNO LA MAGLIA NERA. Dal primo gennaio 2019 al 30 giugno in Italia sono state uccise 39 donne, la più parte delle quali ha visto la propria esistenza stroncata in Lombardia con 7 casi, seguita a pari (de)merito dal Lazio, dalla Sicilia ed all’Emilia Romagna, che hanno 5 casi ciascuno. Una geografia dell’orrore che non conosce confini dunque, e che scavalca qualsiasi luogo comune che vorrebbe il sud dello stivale più prolifico in quanto a delitti commessi contro le donne.

Femminicidio in Italia – I dati sono stati forniti in questi giorni dall’associazione Sos Stalking che, nello stilare la tremenda classifica dell’incidenza del femminicidio in Italia, va ad analizzare anche altre variabili, fra cui quelle dell’età media delle vittime: delle 39 censite 13 (ossia il 30%), sono over 70. Il presidente di Sos Stalking Lorenzo Puglisi, intervistato da AdnKronos in merito, pare non avere dubbi: “I numeri dimostrano come spesso la conflittualità, all’interno delle mura domestiche, non si plachi con l’avanzare dell’età e che sempre più spesso l’onere di vigilare sulla serenità del nucleo familiare d’origine ricada sui figli”. Continua a leggere (Fonte: CISIAMO.INFO Di Giampiero Casoni)

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Consigli utili per salvare un animale in difficoltà

Lun, 07/15/2019 - 10:09

Torniamo al Giardino delle Capinere di Ferrara per chiedere a Renzo Borghi, Responsabile Lipu sezione Ferrara, alcuni consigli su come comportarsi in caso si trovi un animale selvatico ferito e in difficoltà.

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Tito Stagno: «Torniamo allo spirito kennediano della Nuova Frontiera»

Lun, 07/15/2019 - 09:53

Nel cinquantesimo anniversario dell’allunaggio, l’uomo si prepara a tornare sulla luna e, qualora si confermassero le previsioni della Nasa, lo farà tra cinque anni insieme alla prima donna astronauta, atterrando sulla superficie del Polo Sud lunare. «Oggi l’India lancerà la missione Chandrayaan 2, tentando il primo allunaggio controllato il sei settembre. La luna è ormai alla portata di quasi tutti, a differenza di Marte, ed è giusto tornarci prima di quanto prevedessimo: è una risorsa da esplorare sempre più a fondo», dice Tito Stagno, il giornalista Rai che in diretta televisiva raccontò a trenta milioni d’italiani l’approdo lunare.
Che cosa le è rimasto della diretta nello Studio 3 Rai di Via Teulada?
«La fatica e il sudore anche se non è stata la cosa più difficile della mia carriera. Fu molto più complesso, quando mi chiesero all’ultimo momento la telecronaca dei funerali di Konrad Adenauer. La confusione tra due verbi, toccare e atterrare, creò l’incidente tra me e Ruggero Orlando, e perdemmo l’annuncio di Armstrong: Houston, qui base Tranquillità, l’Aquila è atterrata. Finì che in studio applaudimmo due volte lo sbarco sulla Luna».
Quali furono gli elementi chiave della sua telecronaca?
«Il piano di volo andò come contenuto e descritto nei dettagli in un librone che la Nasa ci consegnò in anticipo. Nei quindici minuti drammatici di assenza delle immagini televisive, nel momento clou della missione, quel libro mi permise di continuare a raccontare. Poi il coraggio di rischiare, che un telecronista deve avere».
Avvicinandosi al 20 luglio del 1969, quando ebbe la sensazione che ormai l’impresa fosse fatta?
«Il volo più bello della serie fu l’Apollo 8 con il comandante Frank Borman. Nel dicembre del 1968 i telespettatori per la prima volta hanno visto scorrere davanti ai propri occhi, come la vedevano gli astronauti, la superficie lunare ancora vergine».
Il 1969, carico di tensioni sociali, non fu un anno semplice per l’Italia e culminò con la strage di Piazza Fontana. Come reagì il paese all’allunaggio?
«Fu un evento che seppe unire, come nelle parole di Neil Armstrong: Questo è un piccolo passo per un uomo, ma un grande balzo per l’umanità. Parole che dovrebbero riecheggiare oggi, a trent’anni dalla caduta di Muro di Berlino, in cui l’Europa e il mondo sembrano tornare a uno scenario da Guerra Fredda. Le persone continuano a fermarmi e a volermi raccontare che cosa li lega a livello personale all’allunaggio. Abbiamo perso un po’ lo spirito di quell’impresa».

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Il nuovo pubblico della Disney e le polemiche inutili

Lun, 07/15/2019 - 08:00

Il problema, a quanto pare, è che questa nuova Sirenetta, questa dellive action Disney, questa che ha la faccia (e la voce, e lo sguardo bellissimo) di Halle Bailey, non rispetterebbe l’immaginario comune. Il nostro immaginario. L’immaginario della nostra infanzia. La “nostra” Sirenetta ha i capelli rossi e la pelle bianca, e questa non c’entra assolutamente niente con il cartone animato che abbiamo adorato.

Sorpresa, cari amici: di noi, del nostro immaginario e della nostra infanzia non importa a nessuno. Sorpresa numero due: è arrivato il momento di crescere. Se la Disney ha deciso di rimettere mano ai suoi più grandi successi animati e di farne una versione in live action, con persone di carne e ossa cioè, è perché cerca un nuovo pubblico. Quindi sì, sono diversi. Cambiano. Si affida ad altri attori, altri registi, altre idee. “Ma quella è la nostra Sirenetta!”. No, non è mai stata nostra. Ha fatto parte della nostra vita, è vero, e continuerà a farne parte; questa è una nuova Sirenetta, ed è giusto che sia così. Anche perché, sorpresa numero tre, non c’è nessun regno sotto gli oceani, non c’è nessun compendio che dica: le sirenette possono essere solamente in un certo modo.

E no, sorpresa numero quattro, non c’entra niente il politicamente corretto. Ultimamente sta diventando la scusa per qualunque cosa. Buonismo, politicamente corretto, paura di offendere. La Disney ha un’idea e un taglio editoriale chiari, e una visione da perseguire. Noi – e la nostra infanzia, e il politicamente corretto – c’entriamo poco. Nulla, anzi. Sul web si trovano delle tesi straordinarie, cose che, a leggerne, hanno anche una loro ragione: la Sirenetta era rossa per un motivo particolare, per una selezione di colori e di sfumature, per veicolare un messaggio. Va bene: e quindi? Confrontare un live actioncon la sua versione animata non ha senso; e rifare un film, sorpresa numero cinque, non vuol dire, per forza, rifarlo per filo e per segno. Anche perché, e lo capirete da soli, non è possibile.

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Boom del cicloturismo in Italia, gli stranieri vogliono pedalare

Lun, 07/15/2019 - 07:00

In totale, secondo dati Enit, i cicloturisti provenienti dall’estero sono il 61% del mercato. Cresce, in particolare, la vendita di pacchetti dedicati al bike in Italia da Canada e Corea. Età compresa tra 40 e 50 anni, livello educativo e reddituale medio-alto: è questo l’identikit del cicloturista tipo. A scegliere il senso di libertà della bici sono soprattutto donne e coppie

I dati Enit confermano quelli presentati qualche mese fa nel rapporto Isnart-Unioncamere e Legambiente: nel nostro Paese sempre più turisti si muovono in bici. Nel 2018 sono stati registrati oltre 77,6 milioni di presenze (l’8,4% dell’intero movimento turistico in Italia) per un giro d’affari di 7,6 miliardi di euro all’anno. I cicloturisti sono aumentati del 41% in cinque anni, dal 2013 al 2018 e cresce con loro anche il PIB (Prodotto Interno Bici) fino a 12 miliardi di euro, vale a dire il giro d’affari generato dagli spostamenti a pedali in Italia, calcolando la produzione di bici e accessori, delle ciclo-vacanze e dell’insieme degli effetti esterni positivi generati dai cittadini in bicicletta. È un valore straordinario, soprattutto in relazione all’utilizzo purtroppo ancora limitato della bici come veicolo per la mobilità. Spesso le nostre città non sono attrezzate, ma molte regioni si stanno adeguando proprio per rispondere alle esigenze dei viaggiatori che percorrono le ciclovie italiane e si aspettano di trovare servizi e percorsi adeguati. L’attuale governo ha confermato il finanziamento del sistema delle ciclovie con uno stanziamento di 361,78 milioni di euro per la nascita del Sistema nazionale delle ciclovie turistiche.

Fonte foto: Federciclismo

I numeri, infine, lasciano intuire che si tratta di un settore che genera continuamente sviluppo. I turisti che ogni anno in Italia percorrono in bicicletta tutto il loro itinerario sono circa 1,85 milioni, mentre chi usa la bicicletta a destinazione (trasportandola su altri mezzi o noleggiandola una volta a destinazione) sono circa 4,18 milioni di persone. Vanno poi aggiunti oltre 700.000 ciclisti urbani, che usano ogni giorno la bicicletta sui percorsi casa-lavoro o altro, che portano il totale a circa 6,73 milioni di persone. L’economia della bicicletta è già una realtà, più di quanto si possa immaginare. E consideriamo anche che in Italia pedaliamo meno che altrove, ma ciò nonostante dal settore produttivo della bicicletta arrivano 1,3 miliardi di euro l’anno, per oltre 1,7 milioni di pezzi venduti, con un export in crescita del 15,2% (dati 2017).

http://www.enit.it/it/pressroomonline/comunicati-stampa/3113-enit-giro-d-italia-2019-e-bike-rcs-gazzetta-max-lelli.html

https://www.legambiente.it/bikesummit-2019-economia-del-cicloturismo-in-italia/

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Questi 5 sintomi indicano che devi bere subito dell’acqua

Dom, 07/14/2019 - 21:00

Che restare idratati sia un aspetto importante per il benessere psico-fisico è ormai più che risaputo. Quel che ancora si fa fatica a comprendere è il come rendersi conto di essere in uno stato di idratazione ottimale. Limitarsi a bere dell’acqua durante il giorno, infatti, non sempre è sufficiente, specie nel periodo estivo, in cui il caldo può giocare brutti scherzi anche a chi cerca di stare attento a questo particolare. Per fortuna ci sono diversi sintomi che indicano uno stato di disidratazione e che una volta colti come campanelli d’allarme possono esserci utili per spingerci a bere dell’altra acqua in modo da risolvere il problema in modo rapido e senza problemi.

I sintomi della disidratazione Fonte: chedonna.it

Anche chi beve a sufficienza, alle volte, può andare incontro ad episodi di disidratazione, ciò accade per via del sudore eccessivo, di un colpo di calore o di altri piccoli fenomeni cui spesso non si presta la dovuta attenzione. Visto che la disidratazione può essere anche molto grave, oggi cercheremo di capire quali sono i segnali che, sete a parte, indicano il bisogno di aumentare l’apporto di liquidi.

Bocca impastata e alito cattivo. Senza acqua, la saliva non viene ripulita e questo può portare ad una proliferazione di batteri che comporta alito cattivo e sensazione di bocca impastata.

Voglia di zuccheri. La sete spesso per alcune persone è percepita come fame. Se si ha un’improvvisa voglia di zuccheri o di frutta, probabilmente l’organismo sta richiedendo acqua. Quando lo stimolo arriva all’improvviso è quindi consigliabile provare a bere un bicchiere d’acqua.

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Un arco sul sarcofago: la sfida per «salvare» Chernobyl comincia 33 anni dopo

Dom, 07/14/2019 - 16:00

Il New Safe Confinement, l’arco di acciaio che ricopre il reattore della centrale di Chernobyl distrutto la notte del 26 aprile 1986, è stato un progetto affidato alla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo e finanziato da 45 Paesi, oltre che dalla BERS che ha reso possibile a un gruppo di giornalisti di visitare l’interno dell’arco. Il 10 luglio il presidente ucraino, Volodymyr Zelenskiy, ha partecipato alla cerimonia per il passaggio di consegne del New Safe Confinement dalla BERS alle autorità ucraine.

È corretto dire “per sempre”? Un gigantesco arco di acciaio, alto quanto la Madonnina del Duomo di Milano, avvolge il sarcofago che a sua volta racchiude il reattore n.4 della centrale nucleare di Chernobyl, distrutto nella fusione seguita a due scoppi nella notte del 26 aprile 1986. Di lui restano 13mila tonnellate di “lava” radioattiva, il combustibile nucleare – 192 tonnellate di uranio – mescolato alle componenti del reattore fuso, al piombo, alla sabbia e all’acido borico gettati dagli elicotteri per bloccare l’incendio e il rilascio di polvere radioattiva. Per la forma che ha preso, lo chiamano “zampa di elefante”. «Il 95% del nucleo del reattore distrutto dall’incidente è ancora lì – chiarisce Balthasar Lindauer, responsabile del dipartimento Sicurezza nucleare alla Bers, la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo -, non è mai stato portato via niente. Ciò che è fuoriuscito dopo l’esplosione è solo una piccola parte»

L’arco è in grado di racchiudere ermeticamente la “zampa di elefante” per cento anni. Un limite tanto lontano da apparire definitivo. Il problema della radioattività a Chernobyl è risolto? «No, no! – scuote la testa Julia Marusich, ingegnere della sezione Comunicazione internazionale alla centrale di Chernobyl -. Questo è un passo molto importante, ma non conclusivo. L’obiettivo è delimitare le conseguenze dell’incidente e minimizzare i rischi, che ci sono ancora. Tenerli sotto controllo. Il vero lavoro, lo smantellamento del sarcofago interno e il trattamento del materiale radioattivo, comincia ora». Lasciarlo qui? Rimuoverlo? Dove? «A tutt’oggi – spiega Yulia – la decisione finale su cosa fare non è ancora stata presa».

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