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Aggiornato: 1 ora 51 min fa

Se Jair Bolsonaro vince in Brasile, i polmoni del pianeta rischiano. E no, non “salutava sempre”

Gio, 10/11/2018 - 02:55

Al primo turno delle presidenziali in Brasile lo spoglio delle schede elettorali ha mostrato in netto vantaggio Jair Bolsonaro, che candidatosi con il Psl (Partido social liberal), partito cristiano-nazionalista di estrema destra, e aggiudicatosi il 46,2%, sarà molto probabilmente il futuro Presidente del Brasile.

Sessantatré anni, ex-capitano dell’esercito, dichiaratamente nostalgico del regime militare che ci fu in Brasile fra il 1964 e il 1985, difensore della tortura e della pena di morte, razzista (“gli afrobrasiliani non sono utili nemmeno per procreare”), omofobo (“preferirei un figlio morto in un incidente stradale anziché un figlio gay”, “se vedessi due uomini baciarsi per strada li picchierei”), sessista (ad una deputata in aula: “non la stuprerei nemmeno, perché è troppo brutta”), antiabortista, favorevole al controllo delle nascite fra i poveri, Jair Bolsonaro sarebbe – per usare l’eufemismo del The Economist – “una minaccia per l’America latina”.

Il candidato Bolsonaro è anche favorevole alle privatizzazioni, piace ai mercati e ai ceti abbienti, è filo-americano, e a destare preoccupazione è in particolare una certa comunanza con Donald Trump. Entrambi, infatti, negano il cambiamento climatico. Mentre in passato i governi brasiliani di sinistra,  pur con innumerevoli contraddizioni, erano riusciti a mantenere (addirittura nel 2008, in piena crisi) politiche ambientali sostenibili, contrastando la deforestazione dell’Amazzonia, Bolsonaro ha già fatto sapere che intende uscire dall’Accordo di Parigi, abolire il Ministero dell’Ambiente, inaugurare un’autostrada di 890 km che taglierà a metà l’Amazzonia, aprire miniere nei territori abitati da popolazioni brasiliane indigene, combattere ONG internazionali ambientaliste e animaliste come Greenpeace e Wwf, rafforzare le lobby della carne, e aprire le riserve degli indigeni, che rappresentano circa il 13% del territorio brasiliano e custodiscono biodiversità importantissime, specie in Amazzonia. Oltre ai mercati, Bolsonaro piace molto anche ai fazendeios e ai taglialegna abusivi, che come lui vedono dietro le riserve degli indigeni un complotto ordito dagli Stati occidentali dell’Onu, che vorrebbero un Brasile frammentato in tanti Stati, così da poterne sfruttare meglio le risorse. Ma come si spiega, allora, la sua scalata?

Fatti incontestabili come la corruzione della sinistra, la condanna dell’ex Presidente Lula (attualmente detenuto nel carcere di Curitiba) sono stati elementi strategici per l’ascesa di Bolsonaro. Il ritorno della destra reazionaria e populista si potrebbe far risalire simbolicamente a ottobre 2014, quando il candidato Aécio Neves del Psdb (Partito della Social Democrazia Brasiliana) chiese il riconteggio delle schede dopo aver perso contro Dilma Rousseff, esponente del Pdl (Partito dei lavoratori). Il riconteggio ci fu, e ribadì la legittimità del risultato (il 51,64% dei voti per Dilma e il 48,36% ad Aécio), ma bastò a esasperare il clima di sospetto e sfiducia, che culminò di lì a poco con la sospensione della stessa Rousseff, accusata di impeachment. Oggi c’è un governo illegittimamente istituito, Dilma Rousseff ha perso alle elezione al Senato, Aécio Neves è inquisito per corruzione attiva, e l’avversario di Bolsonaro, Fernando Haddad, che concorre alle presidenziali con il Partito dei lavoratori, ha stretto alleanze con il centro-destra, appannando ulteriormente l’immagine della sinistra agli occhi dell’elettorato.

Per tutta la campagna elettorale Bolsonaro ha saputo cavalcare la sfiducia del popolo nei confronti della politica, mostrandosi sicuro di vincere, salvo brogli elettorali: “da quello che vedo nelle strade”, ha dichiarato in un’intervista alla televisione Band, “non accetto un risultato differente dalla mia elezione”. Ma una parte significativa del successo di Bolsonaro gli deriva paradossalmente dai suoi nemici, a cominciare dall’attentatore Guilherme Boulos, l’ex militante di estrema sinistra che il 6 settembre 2018 durante un comizio a Juiz de Fora ha accoltellato Bolsonaro all’addome, riservandogli terapia intensiva, colostomia temporanea, e gloria di combattente ferito agli occhi dell’opinione pubblica, per nulla solidale con le femministe che hanno accolto le dimissioni di Bolsonaro dall’ospedale con manifestazioni e spogliarelli a Rio de Janeiro. Chissà se l’opinione pubblica troverà altrettanto immorale l’abolizione promessa da Bolsonaro dell’articolo 231 della Costituzione brasiliana, che afferma che le popolazioni indigene hanno “diritti originari sulle terre che hanno tradizionalmente occupato”, anche quando la terra appartiene allo Stato e gli indios non godono diritti di proprietà sui minerali. Stavolta non vorremmo proprio saperlo.

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Abitare meglio: la certificazione CasaClima

Gio, 10/11/2018 - 02:47

La certificazione CasaClima permette di conoscere il consumo energetico di un edificio, espresso in KiloWattora per metro quadro l’anno.
Una casa tradizionale consuma mediamente dai 90 ai 120 kWh per metro quadro all’anno, una CasaClima Oro solo 10!

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

 

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Le ricette di Angela Labellarte: calamarata spigola e limone

Gio, 10/11/2018 - 02:44

Ingredienti per 4 persone

Pasta tipo calamarata: 400 gr
Spigola media: 1
Limone non trattato con foglie: 1
Carota: 1 media
Sedano: 1 costa
Cipolla: ½ (o un cipollotto)
Aglio: 1 spicchio
Olio EVO: 100 ml
Prezzemolo tritato: 1 cucchiaio
Peperoncino: a piacere
Farina: q.b.
Sale: q.b.

Preparazione:
Sfilettare la spigola togliendo anche la pelle (o farla sfilettare in pescheria, prendendo comunque anche la testa e la spina centrale). Utilizzare gli scarti del pesce per preparare un brodo con carota, cipolla e sedano.
Tagliare a dadini e infarinare leggermente i filetti di spigola. In una padella rosolare l’aglio e il peperoncino con l’olio EVO, aggiungere i dadini di pesce infarinati. Rosolare per un minuto e aggiungere il succo di un limone e la buccia grattugiata e lasciare sfumare fino a ultimare la cottura del pesce.
Filtrare il brodo di pesce e cuocervi la pasta al dente, scolarla e saltarla in padella con il sugo, qualche foglia di limone e mantecare con un mestolo di brodo di cottura.
Servire calda con una spolverata di prezzemolo fresco tritato.

Ph. Angela Prati

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Da Woodstock a Wall Street: tutta la strada della marijuana

Gio, 10/11/2018 - 02:44

C’è chi dice che l’industria della marijuana stia soppiantando quella del tabacco: fumare è out, ce ne siamo accorti, fumare “maria” è in. E la finanza l’ha capito subito.

Mentre il nostro Paese fa piccoli passi in avanti verso un consenso sempre più ampio, la tendenza negli Usa e non solo è – ormai da tempo – investire in marijuana, cioè dare fondi – da parte di privati come di grosse società di investimento, come banche, istituzioni, ricche famiglie o enti privati – alle piccole e medie aziende che si espandono in questo settore. Di sicuro, il concetto di marijuana collegato al peace and love è roba superata: la cannabis ora ha allargato i suoi confini, è “di moda” anche nella ricerca farmaceutica. “La sola domanda che tutti dovremmo porci è: come faccio a farci soldi?”. Questo il commento di un esperto di finanza all’ultimo evento organizzato da Green Table – rete di gente d’affari del settore che in sostanza mette in contatto imprenditori e finanziatori della canapa – a Manhattan. E questo nonostante New York non abbia ancora legalizzato lo spinello ricreativo, come diversi altri Stati americani hanno invece già fatto, e l’intero Canada, dove investire sulla canapa è ormai un classico anche se l’uso ricreativo della canapa ancora non è effettivo (lo sarà in ottobre). L’idea, insomma, è che consumare “maria” non sia più socialmente controverso di ordinare un bicchiere di vino, anche perché la scienza ha da tempo confermato che anche la differenza in termini di salute non è rilevante: anzi.

Non ci sono ancora spostamenti di denaro così significativi, ma iAnthus Capital e diverse altre società collegate alla cannabis hanno quotato le loro azioni in Canada. Il gruppo di coltivatori e distributori di Cronos Group, con sede a Toronto, è stato quotato in borsa sul mercato Nasdaq di New York lo scorso febbraio. Le società private e pubbliche hanno raccolto $ 3,5 miliardi nel capitale l’anno scorso e oltre $ 2 miliardi solo nei primi tre mesi del 2018, secondo Viridian Capital Advisors. L’assicurazione più famosa e prestigiosa al mondo, Lloyd’s, ha recentemente dato l’ok ad assicurare ogni attività collegabile alla marijuana, in Canada. Nella nota che diffondeva la notizia la società ha spiegato che, nonostante i rischi (politici) correlati, “la legalizzazione potrebbe dar luogo a nuove opportunità per gli assicuratori”. Infine, e non certo da ultimo, lo scorso fine luglio Wall Street ha assistito alla prima IPO, la prima offerta pubblica d’acquisto nell’ottica di quotarsi alla Borsa di NY da parte di una società operante nel settore, (si è trattato del produttore canadese a scopo terapeutico Tilray, e si è chiusa al 32% al debutto sul Nasdaq. L’Ipo ha raccolto in tutto 153 milioni di dollari).

Certo, non è tutto oro quello che luccica: il mercato mantiene grossi rischi, legati soprattutto alla politica, e gli esperti raccomandano operazioni in questo ambito nel brevissimo o al massimo nel lungo periodo, ma non nel breve. Del resto, se ci credono gli hedge fund… Navy Capital Green è un fondo di investimenti americano – con base a New York, gestito da un trentenne – che deve il suo successo al fatto di aver investito per tempo in questo settore. Dalla partenza nel maggio 2017, la società ha visto crescere i suoi asset (il patrimonio gestito) da 10 a 100 milioni di dollari, e l’anno scorso ha restituito oltre il 100%, al netto delle tasse. Questo significa non solo investitori “al dettaglio”, ma investitori istituzionali operativi in un settore un tempo ghettizzato.

Oggi il business è più che maturo, il frutto è caduto. E i semi generano nuovi profitti, nuovi settori per gli affari: a Seattle, che ammette l’uso ricreativo della marijuana addirittura dal 2012, ma anche in California, allineatasi più di recente, sono già tendenza i social network per lo scambio di opinione, ricette e indirizzi; c’è il settore della ricerca e sperimentazione su nuovi utilizzi; e ci sono aziende che lavorano sui derivati, dalla cosmetica all’edilizia, ai gadget. Settimana scorsa l’accordo da 122 milioni di dollari tra Cronos Group, uno dei colossi del comparto, con Ginkgo Bioworks, società di Boston finora nota per la produzione in laboratorio di fragranze per profumi, ha eccitato ulteriormente i titoli. Obiettivo, lavorare insieme per riprodurre chimicamente il Dna delle molecole cannabinoidi contenute nell’erba: un super affare. Intanto, è già partita, qui da noi, la prima Cannabis Business School.

E’ difficile capire quante porte potrebbe aprire la legalizzazione di questo mercato – da noi si parla già di una rinascita del Sud, dell’agricoltura e dei piccoli borghi – visti gli sviluppi ancora parzialmente inesplorati di questo mercato. Ma un calcolo, condotto l’anno scorso dall’Università della Sorbona e commissionato da un’azienda italiana, limitato solo alla canapa “light”, quindi quella già ammessa in Italia perché con un livello di THC molto molto basso, ha stabilito che “solo le attività commerciali portano un fatturato annuo minimo di circa 44 milioni di euro, creando l’equivalente di almeno 960 posti di lavoro fissi” nel nostro Paese. Immaginiamo i numeri di una liberalizzazione completa, che comprenda l’uso ricreativo. Già così, poiché la filiera produttiva è quasi totalmente confinata in Italia, lo Stato ne ricava una tassazione minima annua attorno ai 6 milioni di euro. Per i coltivatori si ipotizza “un ricavo medio intorno ai 50mila euro per ettaro“, e certamente ulteriori opportunità per i grownshop (i negozi, già esplosi, soprattutto in Lombardia, dove comprare l’occorrente per coltivare marijuana sul balcone).

Immagine: Fotomontaggio di Armando Tondo

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Vado a vivere in nave!

Mer, 10/10/2018 - 02:12

Vorreste andare a vivere in una barca ma soffrite il mal di mare? Il Progetto Marine Doc Estate è ciò che fa per voi.
In pratica si prendono le navi da carico in disuso, si portano in un bel posto in mezzo alla natura e si trasformano in case non solo di lusso ma anche autonome dal punto di vista energetico.
O almeno così affermano i promotori del progetto, lo studio di architettura Komma. Il primo mercantile a essere ricollocato sarà la Kempenaar, una nave che solcava la rete fluviale olandese, lunga più di 60 metri ma ormai in disarmo perché obsoleta.

Gli architetti hanno progettato una ristrutturazione totale trasformando la Kempenaar in appartamenti di lusso con ampi spazi all’aperto. La nave sarà collocata nelle pianure fluviali olandesi e dotata di impianto fotovoltaico, pompa di calore, e sistemi che permettono la piena autonomia energetica, con particolare attenzione all’isolamento termico.

Il progetto prevede di non perdere la struttura e la forma originale della nave: la poppa, la timoneria e il ponte di prua verranno esaltate dall’esterno con eleganti forme geometriche e una grande terrazza verde panoramica sul tetto permetterà una visione a 360° sull’ambiente naturale esterno.

Fonti:

https://www.infobuildenergia.it/notizie/vivere-case-ecosostenibili-vecchie-navi-mercantili-marine-doc-6317.html
http://aasarchitecture.com/2018/07/marine-doc-estate-by-studio-komma.html

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La mia auto funziona a olio fritto!

Mer, 10/10/2018 - 02:10

Sono i dati resi noti dal CONOE, il Consorzio nazionale di raccolta e trattamento degli oli e dei grassi vegetali e animali esausti, operativo su tutto il territorio nazionale: nei primi 6 mesi del 2018 in Italia sono state raccolte e avviate al riciclo circa 37mila tonnellate di oli usati. Se il trend si confermerà, per fine anno si arriverà a quota 75mila tonnellate, 3mila in più rispetto al 2017 (nel 2002 erano solo 15mila).

Che fine fa l’olio esausto?
Il 90% di quello raccolto dal Conoe diventa biocarburante che può essere usato per autotrazione miscelato con i normali carburanti di origine fossile.
Scrive Rinnovabili.it: “Nel 2017, grazie alle 72mila tonnellate di oli vegetali esausti raccolte, sono state prodotte 65mila tonnellate di biodiesel, consentendo un risparmio sulla bolletta energetica del Paese di 21 milioni di euro.”

Il potenziale raccoglibile
Le 72mila tonnellate raccolte nel 2017 sono state il 36% del “potenziale raccoglibile” di oli usati, 260mila tonnellate l’anno, 80 dai settori professionali, 180 dal privato/domestico.
“Ora è importante riuscire ad allargare la raccolta anche agli oli esausti domestici prodotti dai privati cittadini, che costituiscono il 64% del totale raccoglibile” spiega il presidente del CONOE, Tommaso Campanile.

Non gettate gli oli usati nei lavandini o giù per il water!
La depurazione delle acque inquinate da olio è costa circa 1,10 euro ogni chilogrammo di rifiuto gettato. Va raccolto e conferito nelle isole ecologiche.
Qui una lista delle aziende di raccolta che lavorano con il CONOE, suddivise per Regione.

Fonti:
http://www.rinnovabili.it/ambiente/riciclo-oli-vegetali-conoe/
http://www.conoe.it/

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Avremo 10 milioni di sfollati, ondate di calore mortali e la scomparsa del 13% degli ecosistemi

Mer, 10/10/2018 - 02:08

In Italia da vent’anni siamo in perenne campagna elettorale. Perfino il Def quest’anno è costruito in funzione del consenso elettorale alle prossime europee. E così il tema “cambiamenti climatici” è percepito come di lungo periodo: distante dagli interessi immediati degli elettori. Si tratta di una mancanza di visione dei leader politici che si appiattiscono, per interesse elettorale, sui bisogni di breve termine di chi li vota”.

Così Carlo Carraro, docente di economia ambientale all’Università Ca’ Foscari di Venezia e vice presidente dell’Ipcc, il pannello che riunisce i massimi esperti internazionali in tema di cambiamenti climatici, commenta l’uscita dell’ultimo rapporto, presentato ieri in Corea del Sud. La nostra domanda è sempre la stessa, quella che nasce spontanea dopo il lancio di ogni, ennesimo, allarme da parte della comunità scientifica: come mai la politica resta “fredda” ai vostri stimoli?
La vera risposta, quella che si trova tra le righe, riguarda però chiaramente (anche) gli elettori, che evidentemente non riescono a percepire come un’emergenza ciò che deve essere programmato nel tempo. E così parlare di cambiamenti climatici in campagna elettorale non ha mai pagato.

Il risultato è che non riusciremo mai a restare sotto la soglia del grado e mezzo di aumento della temperatura. Il rapporto dice infatti che allo stato attuale, e senza interventi incisivi, la soglia degli 1,5 °C potrebbe essere superata in tempi brevissimi: appena 12 anni. “La verità – aggiunge Carraro – è che considerata l’attuale situazione economica, questi interventi decisivi sarebbero ormai troppo costosi per essere verosimili, e quindi abbiamo sostanzialmente fallito questo obiettivo“.

Cosa significa? Un’amplificazione di quello che già da qualche anno stiamo vivendo: estati torride, scarsa piovosità alternata a fenomeni estremi e distruttivi, la sostanziale scomparsa del mondo per come lo conosciamo oggi.

Possiamo solo provare a passare allo step successivo: tentare di non superare un aumento a 2 gradi. Ipotesi grave, e comunque costosissima da frenare:

Come si vede nella tabella sopra, messa a punto dall’Ipcc, l’investimento necessario per restare sotto l’incremento di 2 gradi è l’1,5% del Pil mondiale. “E, soprattutto, contano gli investimenti addizionali, come si vede in questa tabella sotto, sempre tratta dal rapporto”, aggiunge Carraro:

“In questo senso – commenta Carraro – raggiungere l’obiettivo di restare sotto a un aumento della temperatura globale di 1.5 è nella realtà impossibile: e sarà difficile anche raggiungere l’obiettivo di restare sotto ai 2 gradi”.

Quel che secondo l’Ipcc servirebbe, è che le emissioni di anidride carbonica scendessero del 45% entro il 2030 rispetto ai valori del 2010 (del 49% rispetto a quelli attuali) e si annullassero nel 2050. Ogni anno servirebbe un investimento in energie rinnovabili pari a 2.400 miliardi. Oggi siamo a 333 miliardi all’anno: nemmeno un settimo del necessario, tanto per renderci conto.

In altre parole, se da domani rivoluzionassimo il nostro modo di vivere, investendo massicciamente nel nostro futuro, potremmo al massimo sperare “che il mondo conservi la sembianza degli ecosistemi attuali” dice il rapporto. Uno studio che ha analizzato 6mila ricerche tra le più prestigiose svolte negli ultimi anni, con annessi 529 possibili scenari per il futuro, e che sottolinea: che si riesca a rimanere sotto a una crescita della temperatura di 1,5 gradi è praticamente impossibile.

Se riusciremo almeno a stare sotto ai 2 gradi, quello che ci aspetta comprende comunque: le zone tropicali spopolate, con un aumento estremo dell’attuale flusso migratorio; l’Artide resterebbe senza ghiaccio più o meno un’estate su dieci, causando siccità a buona parte del mondo e innalzando il livello dei mari (si attendono 87 centimetri per la fine del secolo; con i 77 centimetri in più che porterebbe un aumento della temperatura di 1,5 gradi avremmo comunque 10 milioni di persone sfollate); nelle città il caldo estivo toccherebbe un +4 gradi e dovremmo abituarci a cose molto più estreme rispetto all’Hyde park completamente secco di quest’estate, al migliaio di morti in India a seguito di un’ondata di calore che ha liquefatto l’asfalto delle strade, mentre la Svezia stava letteralmente andando a fuoco. Il 13% degli ecosistemi terrestri andrà distrutto. L’8% dei vertebrati, il 16% delle piante e il 12% degli insetti avranno un habitat ridotto alla metà. Le riserve ittiche in mare saranno ridotte di 3 milioni di tonnellate, mentre il corallo sparirà per sempre (si calcola che limitandoci a un aumento di 1,5 gradi, ipotesi, dicevamo, impossibile, ne sopravvivrebbe comunque solo il 10-30%).

L’unica speranza realistica sta in un rapido progresso tecnologico che ci permetta di transitare più rapidamente a un mondo elettrificato – commenta Carraro – alimentato da rinnovabili. Soprattutto, dovremmo poter disporre di tecnologie per la rimozione della CO2 su larga scala. Quelle basate sull’uso della terra – ovvero quelle attualmente disponibili – sono troppo costose e avrebbero effetti negativi sui prezzi delle produzioni agricole”.

Quindi l’unica vaga speranza di salvarci da una vita completamente diversa da quella che stiamo rovinando adesso, è un avanzamento tecnologico al quale – al momento – non ci avviciniamo neanche. Una speranza vana, anche perché, tra le priorità dei governi, l’altro settore grandemente e storicamente trascurato, oltre alla lotta ai cambiamenti climatici, è proprio l’investimento nella ricerca scientifica.

 

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Banksy colpisce ancora!

Mar, 10/09/2018 - 15:35

A un’asta di arte contemporanea da Sotheby’s viene battuto per poco più di 1 milione di sterline, circa 1 milione e 200 mila euro, una tela di Banksy, il noto artista e writer inglese la cui vera identità è ancora un mistero, raffigurante la bambina con il palloncino rosso a forma di cuore (“Girl With Balloon”).
Subito dopo l’asta la tela, inserita in una cornice dorata, inizia a sfilarsi dal basso tagliandosi in sottili listarelle.
Nel video potete vedere le facce sbigottite dei presenti e c’è voluta qualche ora per capire che si trattava di una performance artistica dello stesso Banksy. Nascosto nella cornice c’era il meccanismo per il movimento della tela e le lamette per tagliarla.
“È la prima volta nella storia delle aste che un’opera d’arte si distrugge automaticamente da sola dopo essere stata aggiudicata”, scrive Il Sole 24 Ore.
L’opera, hanno spiegato dalla casa d’aste, era stata acquistata nel 2006 in una vendita diretta dell’autore. Probabilmente Banksy ha attivato il meccanismo di autodistruzione con un telecomando, forse era addirittura presente all’asta.
Ora gli avvocati di Sotheby’s e dell’acquirente stanno cercando di capire cosa fare, in ballo ci sono pur sempre 1 milione di sterline, anche se l’opera ora potrebbe valere molto molto di più…
Chi non pagherebbe due milioni di sterline per una tela di Banksy triturata?!?

L’artista probabilmente se la sta ridendo di gusto in quel di Bristol. Sì, perché le teorie più accreditate dicono che Banksy sia inglese di Bristol e il suo vero nome potrebbe essere Robin Gunningham, ex studente della Bristol Cathedral Choir School. Per tentare di identificarlo sono state usate tecniche poliziesche. Tempo fa è uscita anche la notizia che potesse essere il musicista Robert Del Naja, dei Massive Attack.
In realtà non si sa chi sia ma è da considerarsi uno dei maggiori esponenti della street art del mondo, da oggi anche autore “dello scherzo più audace nella storia dell’arte”.

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Romania: fallisce il referendum per vietare i matrimoni gay

Mar, 10/09/2018 - 08:00

Sabato e domenica scorsi in Romania si è tenuto il referendum a favore della famiglia tradizionale e contro le nozze gay. Secondo i dati ufficiali l’affluenza al voto ha raggiunto il 20,4%, decisamente al di sotto del quorum stabilito al 30% per rendere valida la consultazione.

Per cosa è stato chiamato a votare il popolo rumeno?
All’elettorato è stato chiesto di decidere se modificare o meno l’articolo 48 della Costituzione il quale, nella sua formulazione attuale, afferma che “la famiglia è fondata sul matrimonio liberamente contratto dai coniugi”; con il referendum si è sottoposta alla popolazione la possibilità di modificare l’articolo precisando che il matrimonio dev’essere contratto da “un uomo e una donna”.

Promosso dalla Coaliția pentru Familie, la Coalizione per la Famiglia, formata da organizzazioni di destra e vicine alla Chiesa, l’obiettivo di questa mossa politica sarebbe stato quello di rendere impossibile il riconoscimento delle unioni fra persone dello stesso sesso. Non trovando alcun tipo di opposizione da parte del Partito Socialdemocratico al governo, non è stato difficile per la proposta arrivare al Senato e ottenere successivamente, con larga maggioranza, il via libera anche dalla Corte Costituzionale.

L’intensa campagna portata avanti dalla Chiesa e dalle destre politiche, come riporta anche Internazionale, è stata caratterizzata da vergognosi tentativi di mettere in ridicolo e in cattiva luce orientamenti sessuali differenti da quelli comunemente definiti come tradizionali, incoraggiando il popolo ad andare alle urne con anche mezzi intimidatori. Ne è una dimostrazione la prima pagina del Romania libera, uno dei principali quotidiani rumeni, dove, sotto il titolo “Nuovo ordine Lgbt”, è rappresentata una foto che mostra un soldato nazista in uniforme nera.

Nonostante questi discutibili tentativi, gran parte del popolo rumeno ha disertato le urne, di fatto boicottando la consultazione, non rendendola valida e impedendo così il rischio di discriminazioni e le ripercussioni che ne sarebbero conseguite verso le comunità omosessuali. La Romania ha visto l’abolizione del reato di omosessualità nel 2001, ma ancora oggi all’interno della società, come afferma la comunità Lgbt, le discriminazioni sono diffuse e, con buona probabilità, la modifica dell’articolo costituzionale sarebbe stata causa di un aumento delle intolleranze.

Non conosciamo le ragioni per cui solo una piccola minoranza si è recata al voto, ma sappiamo per certo che una larga maggioranza ha volontariamente deciso di non appoggiare questa manovra politica, percependo il rischio e il solo risvolto negativo: quello di ritardare un progresso democratico e civile che, in altri stati del mondo occidentale, è già inarrestabilmente in moto.
La società rumena ha spezzato le gambe alle correnti omofobe prima che queste potessero correre destabilizzando un Paese già instabile, e ha invece riconosciuto che una società dove i diritti vengono garantiti e dove si ha eguaglianza è una società migliore.

 

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Multe per chi vende l’acqua in bottiglie di plastica esposte al sole

Mar, 10/09/2018 - 02:46

Con la sentenza 39037 del 28 agosto 2018 la Suprema Corte ha confermato la condanna emessa dal Tribunale di Messina a un commerciante che vendeva le bottiglie d’acqua di plastica dopo che erano state esposte al sole nel piazzale davanti al negozio.

Anche le bottiglie di plastica contenenti l’acqua da bere, infatti, fanno parte di quelli che vengono chiamati “alimenti deteriorabili”: di qui la multa di 1500 euro al negoziante, malgrado questi si fosse difeso sostenendo che il tempo di esposizione ai raggi solari era stato brevissimo; breve ma evidentemente per i giudici sufficiente per mettere a rischio la salute dei cittadini.
Il problema dello stoccaggio delle bottiglie di acqua minerale non è nuovo all’autorità giudiziaria: due mesi fa i Carabinieri del Nas hanno sequestrato 3600 bottiglie che il responsabile di un supermercato aveva stipato sotto il sole (di luglio!).

Recentemente alcuni scienziati dell’Università della Florida hanno esaminato accuratamente i materiali con cui vengono prodotte 16 marche di acqua minerale in bottiglia di plastica e hanno rilevato che il tereftalato di cui sono composte, se esposto ad alte temperature, rilascia sia antimonio che bisfenolo A o BPA, nocivi per la nostra salute. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica Environmental Pollution.
Secondo la statunitense Food and Drug Administration (FDA), il BPA non desta più di tanta preoccupazione se i livelli sono molto bassi, come nel caso delle bottiglie “scaldate”, ma comunque viene posta attenzione sugli effetti sulla salute di anziani e bambini.

Fonte:

http://www.repubblica.it/ambiente/2018/08/31/news/cassazione_e_reato_vendere_acqua_in_bottiglie_di_plastica_esposte_al_sole-205329161/
http://www.lastampa.it/2014/10/01/scienza/acqua-in-bottiglia-se-si-scalda-pericolosa-per-la-salute-zRUujVT0e34CyY8B3pBEvJ/pagina.html
http://blogs.ifas.ufl.edu/news/2014/09/22/dont-drink-the-warm-water-ufifas-study-says/

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La mia chitarra è una scopa

Mar, 10/09/2018 - 02:35

Capone & BungtBangt è un gruppo musicale campano nato nel 1999. Hanno la particolarità di suonare strumenti autocostruiti utilizzando materiali riciclati. People for Planet è andato a conoscerli.

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Per maggiori informazioni http://www.caponebungtbangt.com/

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Riace non si arresta!

Lun, 10/08/2018 - 18:27
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Qui tutti gli articoli su Riace

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Isola di plastica riciclata su Lago d’Iseo: il varo ufficiale!

Lun, 10/08/2018 - 11:34

Verrà finalmente varata ufficialmente la prima isola di plastica riciclata d’Italia, sul Lago d’Iseo.

Clicca qui per leggere tutti gli articoli sull’isola di plastica

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Il Nobel per chi non ha pace

Lun, 10/08/2018 - 04:18

Sono stati da poco annunciati i vincitori del Nobel per la Pace del 2018Nadia MuradDenis Mukwege, due personaggi che simboleggiano e ci fanno ricordare cose di cui troppo spesso ci dimentichiamo. Il premio ha avuto il merito di riportare le loro storie sotto i riflettori.

Chi sono i Nobel
Nadia Murad è una giovanissima ragazza che vive nel Sinjar Iracheno, al confine con la Siria e fa parte della minoranza degli yazidi, che segue una religione particolare con radici antichissime. Nel 2014 gli uomini dell’Isis, che ritengono gli yazidi adoratori del diavolo, irrompono nei loro villaggi, uccidono gli uomini e le donne più vecchie e rapiscono le ragazze, che diventano schiave sessuali. Anche Nadia è tra queste, ma dopo qualche tempo riesce a fuggire e arrivare in Germania. Ha deciso di raccontare la sua storia alle Nazioni Unite, ha scritto un libro, perché il suo popolo possa avere pace e perché vengano puniti coloro che si macchiano di crimini, di stupri come armi di guerra, di traffico di esseri umani, in tutte le parti del mondo. Nel 2017, con l’assistenza legale dell’avvocatessa Amal Clooney, è riuscita ad ottenere una risoluzione Onu per cui una commissione indagherà sui crimini perpetrati dall’Isis. Dal 2016 è ambasciatrice Onu per la dignità dei sopravvissuti alla tratta di esseri umani.

Denis Mukwege è “l’uomo che ripara le donne“, come suggerisce il film che racconta la sua storia. Ha prestato assistenza fisica e psicologica a oltre 50 mila ragazze e donne congolesi vittime di violenze sessuali, in una regione, quella del Kivu, nell’est del Congo, dove lo stupro è un’arma di annientamento e di guerra utilizzata con terribile costanza. Nel suo ospedale ha creato un modello di assistenza anche giuridica ed economica per le donne che vengono curate, e che sta esportando anche in altri Stati africani.
Mukwege, che non cessa mai di denunciare anche l’impunità dei carnefici, è stato “il simbolo più importante e unificante a livello nazionale e internazionale della lotta per porre fine alla violenza sessuale in guerra e nei conflitti armati”, ha scritto l’Accademia norvegese nella motivazione del Nobel.

Le scelte dell’Accademia hanno il merito di aver riportato l’attenzione su queste regioni, sul traffico di esseri umani e sulla violenza sessuale usata come arma, troppo spesso perseguita dalla giustizia dei singoli paesi e internazionale con molta difficoltà. Speriamo che l’attenzione rimanga alta, che i giornali continuino a parlarne, e che il giorno che se ne parlerà di meno non sarà per la distrazione generale ma perché ce ne sarà meno bisogno.

Fonti immagini: EconomicTimes, TheirWorld

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Il delitto finanziario più atroce per le imprese: i derivati!

Lun, 10/08/2018 - 02:51

In finanza lo strumento derivato (o più semplicemente derivato) in finanza è un contratto o titolo il cui prezzo sia basato sul valore di mercato di un altro strumento finanziario, definito sottostante (come, per esempio, azioni, indici finanziari, valute, tassi d’interesse). Gli utilizzi principali degli strumenti derivati sono la copertura di un rischio finanziario (detta hedging), l’arbitraggio (ossia l’acquisto di un prodotto in un mercato e la sua vendita in un altro mercato) e la speculazione”.

Questa è la definizione di Wikipedia ma… chi ha capito alzi la mano!

Proprio nell’ignoranza e nella scarsa consapevolezza del cliente si annida la principale leva commerciale utilizzata dalle banche per compiere il piu atroce dei delitti finanziari: la vendita di uno strumento derivato alle imprese.
Come diceva il mitico Totò ai suoi clienti nel film Miseria e nobiltà, lui che, nel dopoguerra, interpretava il ruolo di uno scrivano marketing oriented, in una Napoli analfabeta: «Lei è ignorante? Bene, così si fa! E non mandi i suoi figli a scuola».
Chiaro! Perché se la popolazione si alfabetizzava, lui che faceva lo scrivano, perdeva clienti.

Si tratta di strumenti talmente complessi che fanno fatica a capirli anche gli stessi bancari di filiale che vengono sbattutti sul fronte a collocare questi prodotti senza la adeguata formazione.
I derivati sono studiati e preparati nelle torri cablate delle direzioni generali con la piena consapevolezza, in questo caso sì, del top management e della direzione finanziaria di una banca.
Ma allora perché un funzionario di banca, soprattutto se nel ruolo di gestore imprese, spinge affinché il cliente metta a repentaglio il proprio equilibrio finanziario?
Semplice, per puro guadagno: se una polizza assicurativa rende alla banca mediamente il 13% delle provvigioni, un derivato frutta anche il 50%.
E allora perché tentare di spiegarlo, questo complesso strumento finanziario, dal punto di vista tecnico?
I lettori, anche se fosse raccontato per farlo capire ai bambini, si annoierebbero.
Quello che occorre comprendere è la logica (o illogica) del prodotto.

Pedestremente sono una scommessa, né più né meno, come quella dei giochi: se si verifica una certa situazione si vince.
Solo che non abbiamo a che fare con un limitato numero di possibilità, ma con l’intero pianeta: puoi scommettere su qualunque cosa.

L’unico che veramente ci guadagna però… è chi te lo vende!
Paradossalmente si potrebbe creare un derivato anche sulla possibilità che la prossima settimana a Napoli ci sia la nebbia.
La scommessa nasce dal fatto che un soggetto ha venduto all’altro, contestualmente a un contratto, un’auto senza i fendinebbia.
Io scommetto dì sì, la controparte scommette il contrario e tra sette giorni vedremo chi vince e chi perde.

Il problema è che, continuando con lo stesso esempio, una delle due controparti – in questo caso la banca – è un colonnello dell’aeronautica specializzato in meteorologia e l’altro contraente – il cliente – è invece un cittadino che non legge neppure il giornale per vedere la rubrica ‘Domani che tempo fa’?
Tra i due scommettitori vige una ‘asimmetria informativa’: uno è molto più informato e tecnicamente preparato rispetto all’altro.
Probabilmente chi ha venduto l’auto senza fendinebbia sa, con ragionevole certezza, che la settimana prossima a Napoli ci sarà la nebbia (evento che può prevedere solo chi conosce bene la materia).
Ma non si preoccupa di avvisare la controparte che, senza fendinebbia, potrebbe andare a sbattere contro un guardrail.
Al massimo, gli consiglia di cautelarsi con un’ulteriore assicurazione contro l’eventuale rischio nebbia!
Il nome di questi prodotti viene proprio da questo: hanno un valore che «deriva» da qualcos’altro.
Può essere l’andamento di un indice di Borsa, del prezzo del petrolio, del cambio di due monete, del tasso di interesse.

Capita spesso, quasi sempre (ancora oggi, nonostante quanto successo negli ultimi cinque anni, senza limiti e senza vergogna) che un istituto bancario proponga un derivato (o, come sono solito dire per non spaventare, un’assicurazione!) in concomitanza con l’accensione di un finanziamento a tasso variabile a medio termine, apparentemente allo scopo di proteggere la società contro il rialzo dei tassi d’interesse.
Magari con l’obbligo, subdolamente fatto “percepire”, di sottoscrizione perché la direzione (fantomatica entità astratta che decide per gli altri) «ha subordinato a questa sottoscrizione il buon fine del rilascio della linea di credito concordata».

Spesso i funzionari della banca “spiegano e presentano” il contratto come un’assicurazione (si puo’ parlare del reato di truffa?), il cui contraente paga un premio, limitato, per assicurarsi contro un rischio potenzialmente illimitato.
Intellettualmente bello, ma tecnicamente fuorviante e impossibile, il rischio per chi emette un contratto derivato è sempre calcolato!
Ma soprattutto, e qui si ritorna alla prima puntata della nostra rubrica, attraverso la “manipolazione” del profilo di rischio del cliente.
Del resto le banche hanno paura. Hanno paura delle loro stesse azioni. Hanno paura che un certo modo di operare possa ritorcersi contro.
Perché sanno di avere la coscienza sporca, sanno di aver agito (e di agire ancora) in maniera opaca. E sanno anche che il cliente potrebbe rivalersi dei torti subiti se solo sapesse come stanno veramente le cose.

Ma di questo ne parleremo la prossima puntata!

Stay tuned

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Rifiuti elettronici: cos’è il Decreto 1 contro 0?

Lun, 10/08/2018 - 02:08

Scrive l’Ansa: “Il 73% degli italiani non sa che può consegnare gratuitamente i piccoli Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche (RAEE) ai negozi più grandi (con superficie superiore a 400 mq), senza alcun obbligo d’acquisto.”
E’ quanto emerge da un sondaggio sul livello conoscenza del Decreto “Uno contro zero” realizzato da Ecodom, il principale Consorzio italiano per il riciclo dei RAEE.
L’indagine, svolta tra aprile e maggio 2018, ha coinvolto 10mila persone. Solo il 27,1% degli intervistati sa di questa possibilità ma la maggior parte di questi (il 67,1%) non l’ha mai sperimentata direttamente. I meglio informati sono invece gli abitanti del Veneto, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia ed Emilia Romagna.

Cosa prevede il Decreto 1 contro 0?
Entrato in vigore nel 2016, il Decreto n. 121 del 31 maggio stabilisce che il consumatore può consegnare i piccoli rifiuti Raee (apparecchi elettrici ed elettronici) gratuitamente ai rivenditori di apparecchiature elettriche ed elettroniche che hanno esercizi commerciali con superficie superiore a 400 metri quadrati, senza alcun obbligo d’acquisto di nuovi prodotti. Quindi tutti i Mediaworld, Euronics, Unieuro e così via…
Perché un Raee sia considerato adatto al ritiro “1 contro 0″ è necessario che almeno uno dei suoi lati abbia dimensione inferiore ai 25 cm.

Qui il link al Decreto 1 contro 0.

Quanto funziona il servizio?
Mediaworld, Euronics, Unieuro sono le catene più ricettive e in pochi minuti si può smaltire il proprio rifiuto elettronico.
Scrive l’Adnkronos: “Tra le altre criticità segnalate da chi ha provato il servizio, la richiesta (infondata) degli addetti del negozio di fare un nuovo acquisto in cambio. A volte i rivenditori si sono rifiutati di effettuare il Ritiro 1 contro 0 perché si ritenevano non obbligati a farlo; in altri casi nei punti vendita mancavano i cassonetti per la raccolta dei Raee.”

Fonti:

http://www.adnkronos.com/sostenibilita/risorse/2018/07/05/piccoli-raee-italiani-non-conoscono-decreto-uno-contro-zero_mZ6aK6x72yrVITBJYKsc6I.html

http://www.ansa.it/canale_ambiente/notizie/rifiuti_e_riciclo/2018/07/05/rifiuti-elettronici-73-italiani-ignora-consegna-a-negozi_fb88ba93-d741-479d-9165-d987b515a361.html

http://www.greenreport.it/news/rifiuti-e-bonifiche/rifiuti-gli-italiani-hanno-diritto-al-ritiro-1-contro-0-dei-raee-ma-il-73-non-lo-sa/

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Alcol e giovani, gli esperti avvertono: il binge drinking può portare alla dipendenza

Dom, 10/07/2018 - 02:34

L’abitudine molto diffusa tra gli adolescenti di assumere dosi elevate di alcolici in un breve lasso di tempo con l’obiettivo di ubriacarsi rapidamente, nota come “binge drinking” o “abbuffata alcolica”, può portare alla dipendenza da alcol. A sostenerlo è uno studio realizzato dalla Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS e pubblicato sulla rivista Scientific Reports, secondo cui il rischio permane anche per i ragazzi che non toccano alcol durante la settimana e che si limitano a bere solo nel fine settimana. E’ bene dunque, precisano gli esperti, tenere alta la guardia e non sottovalutare la reale pericolosità di questo comportamento: non è – come spesso viene definito – un “normale passaggio adolescenziale”, ma deve anzi essere considerato a tutti gli effetti un fattore di rischio per lo sviluppo dell’alcol-dipendenza.

Cinque unità alcoliche

Il binge drinking, definizione che in italiano può essere resa con “abbuffata alcolica” o “bere tanto tutto in una sera”, è una modalità di assunzione di alcolici che nell’ultimo decennio si è notevolmente diffusa nel nostro Paese fra i giovani e gli adolescenti. È caratterizzata dall’assunzione di oltre 4-5 unità alcoliche (drink) in un’unica occasione, in breve tempo e lontano dai pasti. Una unità alcolica, pari a circa 12,5 grammi di etanolo, corrisponde a circa 125 millilitri (ml) di vino a media gradazione (un bicchiere), a 330 ml di birra (una lattina) o a 30 ml di superalcolici (un bicchierino da bar).

Coinvolti quasi tremila giovani

Lo studio, coordinato da Giovanni Addolorato e Antonio Gasbarrini dell’Istituto di Patologia Speciale Medica dell’Università Cattolica e finanziato dalla Fondazione Roma e dalla Fondazione Italiana per la Ricerca sulle Malattie Epatiche (FIRE), ha visto coinvolti 2704 studenti delle scuole superiori della Capitale e di altre città del Lazio di età compresa tra i 13 e i 20 anni, a cui sono stati sottoposti questionari volti a individuare il consumo di bevande alcoliche, l’abitudine al fumo e all’uso di droghe, oltre che a delineare il quadro psicologico di ciascuno studente.

Abuso e dipendenza da alcol

Dai dati raccolti è emerso che circa l’80% del campione ha dichiarato di consumare bevande alcoliche e che la maggior parte dei giovani coinvolti nell’indagine non era mai stata informata (né dai familiari, né da personale sanitario) sui rischi connessi al consumo di alcol. In particolare il 6,1% dei soggetti intervistati presentava un disturbo da uso di alcol, mentre il 4,9% e l’1,2% presentavano rispettivamente diagnosi di abuso di alcol e diagnosi di dipendenza da alcol.

Danni anche sulla salute futura

Incrociando i dati i ricercatori hanno inoltre rilevato che il disturbo da uso di alcol, l’abuso di alcol e la dipendenza vera e propria sono risultati maggiormente frequenti nei giovani che più spesso facevano ricorso alla pratica del binge drinking. “Questi dati – spiega Addolorato – dimostrano che le abbuffate alcoliche rappresentano un fattore di rischio per lo sviluppo di disturbo da uso di alcol e in particolare per la dipendenza da alcol e indicano che, verosimilmente, fra qualche anno dovremmo confrontarci con un aumento di incidenza di patologie alcol-correlate nella popolazione oggi giovanile che, nel frattempo, sarà diventata adulta”.

Informare e sensibilizzare

Cosa possiamo fare per cercare di limitare danni? Informare e sensibilizzare sono due step fondamentali, spiegano gli esperti: “Per prevenire è auspicabile che vengano incrementati programmi informativi adeguati a divulgare agli adolescenti i rischi connessi al consumo di bevande alcoliche e al binge drinking”.

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Come imitare la dieta di Cristiano Ronaldo. Tanto rigore e qualche peccato

Sab, 10/06/2018 - 02:54

Non garantiamo sui connotati ma modellare un fisico perfetto non è così difficile. Con un po’ di organizzazione e tanta determinazione, presto lo specchio vi gratificherà più delle patatine fritte.
Le scelte del campione Cristiano Ronaldo corrispondono più o meno sempre a ciò che raccomandano le linee guida internazionali: tre porzioni di proteine al giorno (legumi, formaggi freschi, carne bianca), cereali integrali (riso, frumento, avena), una colazione salata assolutamente golosa (prosciutto, formaggio fresco, spremuta), tanti intermezzi di frutta, ma soprattutto zero zuccheri aggiunti. E’ lo zucchero, come confermato dalla ricerca scientifica in tempi abbastanza recenti, a confermarsi come l’alimento più temuto dai belli e dai bravi, e così è nella scaletta dietetica del campione portoghese – per come l’ha raccontata lo chef della relativa nazionale.
Quindi vade retro tutto ciò che contiene alte concentrazioni di zuccheri, anche “naturali”: yogurt alla frutta, succhi di frutta, gelato, marmellate ecc.
Nemico numero 2, l’alcol: ma come vediamo sotto, dalle foto Instagram del campione, senza negarsi l’eccezione (un bicchiere di vino rosso a Pasqua e una fetta di torta per il suo compleanno).
A cena, carne bianca o fagioli, sempre tanta verdura cotta o cruda.

Se volete provare anche voi a conquistare il 7% di massa grassa e il 50% di massa muscolare, il segreto pare stare nel dividere l’alimentazione in tanti piccoli spuntini: la pasta a pranzo ok, ma poche forchettate. Questo ci mantiene lucidi e attivi, e soprattutto mantiene attivo il nostro metabolismo. Se ci pensate è la scelta perfetta per chi lavora in ufficio: organizzando da casa due snack alla frutta da asporto, da mangiare a metà mattina e metà pomeriggio, il gioco è fatto.

Per pranzo, appunto, una leggera porzione di pasta o riso (integrale mi raccomando, così si evitano i picchi glicemici e gli attacchi di fame “falsa”), oppure una porzione di carne bianca e insalata. Questo evita la sonnolenza e non vi renderà solo più sani e più belli, ma migliorerà anche le vostre performance lavorative. Se provate a bandire l’alcol poi, gli effetti positivi di questa scelta sul vostro cervello li avvertirete da soli. La scienza lo dimostra: in caso di cambio dieta, ci si sente sotto sacrificio per un certo periodo, diciamo un mese, ma poi il corpo inizia a valutare i benefici, e il cervello inizia ad amare le scelte alimentari che lo fanno stare bene (lo si spiega qui).

Ora: lo sport, direte voi. Infarcire le vostre giornate di sport, quasi come un campione, non è solo possibile, ma è spesso più facile di quel che si pensi. Dieci minuti di stiramenti al mattino (magari con l’aiuto di una app), colazione, e poi via di corsa al lavoro in bicicletta: uno sport bello e notoriamente un killer per lo stress, che è spesso il motivo per cui non riusciamo a trattenerci a tavola. Ma fare sport prima di sedervi alla scrivania è anche un modo per evitare la sonnolenza e attivarsi per tutta la giornata. La palestra si può inserire almeno una volta a settimana in pausa pranzo, oppure si può scegliere di correre la sera, dopo il lavoro, e approfittare dei week end per la piscina, il calcio naturalmente, la pallacanestro o il tennis.

Il segreto per fare sport è trovare quello che vi piace, che vi diverte e vi regala spensieratezza (oltre che endorfine).

Alla lunga questo non vi renderà forse uguali uguali a Cristiano Ronaldo, ma di sicuro migliorerà molto (e allungherà) la vostra vita.

Disegni di Armando Tondo

 

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La prima auto elettrica italiana è del 1891

Sab, 10/06/2018 - 02:41

Le prime automobili erano lente, difficili da mettere in moto, ingombranti, oggetti di lusso non accessibili alle masse, almeno fino all’affermarsi della produzione in catena di montaggio, del motore a scoppio e del petrolio estratto dai giacimenti come carburante. Eppure già nel 1891 qualcuno aveva immaginato un’auto elettrica. Era il conte Giuseppe Carli di Castelnuovo Garfagnana, che insieme all’ingegner Francesco Boggio realizzò la prima auto elettrica italiana. E’ ancora possibile vederne una riproduzione: noi di People for Planet ve la mostriamo negli ultimi minuti di questo video girato durante EcoFuturo Festival a Padova a luglio.

Il conte Carli era uno sperimentatore, amante dell’innovazione, tra i fondatori del Club Alpino Italiano della Garfagnana e del Corriere di Garfagnana, nonché deputato alla Camera (anche se la sua elezione fu poi dichiarata nulla). La prima auto elettrica fu creata nello stabilimento dell’allora Fabbrica dei tessuti, anch’essa in piedi grazie agli investimenti del conte e affiancata da un impianto di produzione di energia elettrica. Quell’auto sembrò a Carli e all’ingegner Boggio talmente vincente che si iscrissero alla Parigi-Rouen del 1894 (Carli sarebbe stato il pilota in gara). Alcune questioni amministrative impedirono loro di superare la dogana.
In seguito, l’importanza dell’invenzione fu decretata anche dall’Enciclopedia dell’automobile, che nel 1967 la inserì nella parte storica.

Secondo le cronache del Corriere di Garfagnana del 1 ottobre 1891, l’auto del conte era leggera ma solida, realizzata con tubi d’acciaio verniciati e fissati sull’asse di 3 ruote di ferro. A bordo potevano salire 2 persone. Era lunga 1,80 m, larga 1 m, alta 1,20 m. Pesava 140 kg, batterie incluse. Il motore da 1 cv faceva 3 mila giri al minuto ma poteva arrivare a 15 mila e l’auto era dotata di un commutatore-regolatore da 8-12-16 e 20 volt. Le batterie erano formate da 10 accumulatori da 25 ampere-ore chiusi in cassette d’ebanite con potenziale accumulato di circa 2.000 watt. Sulla durata della batteria i numeri non sono concordi, si parlava all’epoca di 10 ore ma sembra irragionevole: è più probabile che alla Parigi-Rouen il conte Carli non sarebbe arrivato a tagliare il traguardo. O almeno non contando sulla carica elettrica. Un meccanismo a manovella avrebbe però consentito di convertire il motorino in dinamo; ricaricate nuovamente le batterie, il conte sarebbe arrivato a destinazione. Ma guai a immaginare gare come quelle attuali! L’auto del conte Carli viaggiava a 18 km/h.

Gli ultimi anni del conte Carli lo videro subire un tracollo finanziario e la vendita dei beni all’asta a seguito della sentenza di fallimento emessa dal tribunale. Ma agli annali resta la figura di un visionario, che contribuì a elettrificare le attività della sua valle, fabbriche e illuminazione stradale comprese. La sua auto viene esposta con orgoglio, simbolo di una mobilità primordiale ma modernissima, quella alla quale aspiriamo oggi noi, viaggiatori del 2018.

(Fonte:“Auto elettrica del conte Carli (1891)”
Ipsia “Simoni” e Iti “Vecchiacchi” di Castelnuovo di Garfagnana

Le auto elettriche in Italia oggi

La Fiat realizza il primo di una serie di prototipi di auto elettriche nel 1963. Bisogna attendere gli Anni Novanta per l’uscita sul mercato della Panda Elettra. Ma chi se la ricorda?

Secondo i dati del ministero delle Infrastrutture, in Italia il tasso di penetrazione delle auto elettriche a dicembre 2017 si attesta ad un poco convincente 3,5% sul totale dei veicoli, meno di 68 mila unità. Ma mese dopo mese aumentano le immatricolazioni di auto elettriche o ibride.

A dicembre 2016 si contavano 1.199 colonnine. Non molte. Enel X Mobility ha in cantiere di realizzarne 14 mila in 5 anni grazie ai 115 milioni di euro di finanziamento della Banca europea per gli investimenti.

Intanto un sondaggio di Lorien Consulting per Legambiente mostra che il 33% del campione comprerebbe un’auto elettrica se i costi di ricarica diminuissero, il 29% se fossero stanziati incentivi a copertura del 15-20% del valore, il 23% se fosse più semplice trovare punti di ricarica nelle città e il 21% se potesse ricaricare il proprio veicolo a casa.

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Riforestare il mondo

Sab, 10/06/2018 - 02:24

Si tratta anche di una pratica che sta prendendo piede nelle attività di utilizzo della biomassa, come l’uso della legna da ardere, l’estrazione della polpa di cellulosa per la carta e altre attività che prevedono lo sfruttamento del legno.
In Svezia, per esempio, dove vi sono imponenti foreste utilizzate a livello industriale, la legge impone la piantumazione di tre alberi ogni volta che se ne abbatte uno; in Italia, grazie a misure di protezione che vanno avanti da decenni, nell’ultimo secolo la superficie boschiva è raddoppiata (dati Ispra) e il 33% del nostro territorio è coperto da boschi. Si tratta di un quadro positivo che coinvolge anche altri paesi industrializzati e che tuttavia non è ancora sufficiente a invertire la tendenza inversa a livello mondiale: la diminuzione dei territori boschivi interessa quattro miliardi di ettari di foreste: nel solo 2016 sono stati abbattuti 29,7 milioni di ettari di foreste (quanto tutto il territorio italiano) con gravi effetti sulla biodiversità, sui cambiamenti climatici (le foreste sono uno dei grandi “sequestratori” di CO2 dall’atmosfera), e sull’inquinamento anche a livello locale (le piante sono in grado, in parte, di assorbirlo e renderlo innocuo). A livello mondiale la deforestazione avanza e uno studio del 2017 sulla rivista Science Advances ha verificato che, solo tra il 2000 e il 2013, la superficie delle foreste primarie è diminuita del 7,2% in tutto il Pianeta.
In Italia si abbattono meno piante ma sussiste il problema degli incendi, e anche alla luce di ciò che è successo nel Nord Europa durante l’estate 2018, dove vi sono stati incendi di vaste proporzioni a ridosso del circolo polare Artico a causa delle alte, e inusuali, temperature, dobbiamo correre ai ripari. Nel solo 2017 sono andati distrutti 150 mila ettari di boschi, in massima parte nel Sud Italia e nelle isole, zone che saranno sempre più a rischio, visti gli effetti già evidenti dei cambiamenti climatici a livello mondiale.

Fermare gli abbattimenti
Di fronte a questa situazione gli imperativi sono due.
Il primo: fermare la deforestazione alla radice scardinandone le cause; e il secondo: provvedere alla riforestazione per ripristinare le foreste.
Tropical Forest Alliance 2020, un’istituzione creata da Olanda, Norvegia e Regno Unito, punta su piani integrati per arginare la deforestazione indotta dalla produzione di materie prime d’origine vegetale quali l’olio di palma, la carne, la soia e la polpa di cellulosa. Un argomento che però è da utilizzare con attenzione. Se infatti è necessario limitare il consumo di olio di palma, specialmente nel settore della mobilità – visto che la soluzione esiste ed è l’auto elettrica -, una posizione troppo spinta potrebbe portare a limitare la bioeconomia fondata sulle materie prime vegetali che oggi stanno arrivando a una buona maturità tecnologica e di mercato.
Secondo la Fao per mettere a punto tutto ciò serve una pianificazione integrata del territorio nella quale si faccia sistema tra i vari attori. E in questo quadro è necessario mettere a punto politiche e tecniche di riforestazione. A parte il nord Europa, dove si utilizza l’imposizione legislativa per un utilizzo sostenibile degli alberi e i paesi dell’Europa meridionale, come l’Italia, dove l’aumento delle foreste è dovuto alla protezione del territorio attraverso le aree protette e all’abbandono dei terreni da coltivazione, sono diverse nel mondo le esperienze di riforestazione. Vediamone alcune.

Rinverdire Amazzonia e Africa
La principale riguarda il progetto brasiliano della Ong statunitense Conservation International che prevede nel giro di sei anni la piantumazione di 73 milioni di alberi in Amazzonia. L’operazione si svolgerà nella zona dove si è presente il 50% della deforestazione mondiale e dove la foresta pluviale è stata abbattuta per far posto a coltivazioni e pascoli. Una degli elementi più interessanti del progetto è il fatto che sarà utilizzata una nuova tecnica di piantumazione chiamata “muvuca” – dal portoghese “molte persone” – che prevede la semina di oltre cento semi nativi di varie specie per ogni metro quadrato. Si tratta di una tecnica che riproduce il meccanismo della selezione naturale, perché sarà la natura e non l’uomo a selezionare quale specie sia la più adatta a quella singola porzione del terreno. Con i sistemi tradizionali si riescono a piantare circa 200 piante per ettaro, mentre con la “muvuca” si arriva nella fase iniziale a 2.500 piante e dopo dieci anni a 5.000, mentre le specie vegetali seminate con questo metodo possono resistere fino a sei mesi di siccità. Una migliore copertura del terreno oltretutto a costi inferiori.
Non scherza nemmeno il governo del Kenia che vuole riforestare il paese, specialmente nelle zone montane, con venti milioni di nuovi alberi. L’iniziativa è stata presa dopo che si è calcolato che l’8% delle foreste keniote era andata perduta nel giro di un paio di decenni a causa dell’utilizzo energetico del legname. Cosa abbastanza comprensibile se si pensa che nel paese il 50% della popolazione è priva di elettricità. Gli alberi, tutti di specie autoctone, saranno piantati coinvolgendo le comunità locali, privilegiano i siti più degradati.

India da record
L’India invece punta al Guinness dei primati in tema riforestazione. Il 2 luglio 2017, in un solo giorno, il paese asiatico ha piantato 66.750.000 alberi, grazie alla straordinaria mobilitazione di 1,5 milioni di cittadini, nello stato di Madhya Pradesh. E’ stato così battuto il proprio precedente record, stabilito nel 2016, che era di “soli” 50 milioni di alberi, sempre in un giorno e con l’ausilio di “soli” 800 mila cittadini, nello stato dell’Uttar Pradesh. Totale: 116,75 milioni. Con questa cifra totale l’India rispetta uno degli impegni presi nel 2015 durante l’Accordo di Parigi: piantare 95 milioni di alberi al 2030. Obiettivo raggiunto con largo anticipo, che indica al paese asiatico quale sia la strada da seguire sul fronte del clima, visto che l’India produce oltre l’80% dell’elettricità utilizzando carbone. E se pensate che una mobilitazione di questa vastità sia stata semplice visto il numero di persone che popolano l’India – 1.324 milioni di persone – immaginate di mobilitare nel concreto 70 mila persone per la riforestazione in Italia nello stesso giorno.

Vichinghi abbattitori
Ma l’esperienza più particolare in materia di riforestazione arriva dall’Islanda, luogo che è stato quasi interamente disboscato dai vichinghi per questioni energetiche e dove non sono più ricresciute le piante a causa delle pecore, introdotte sempre dai vichinghi. All’arrivo di quel popolo, infatti, il 40% del territorio islandese era coperto da boschi mentre oggi lo è solo al 2%, nonostante sia quasi un secolo che si stia riforestando. Ora il governo islandese intende dare una svolta e ha deciso di intensificare l’opera rimboschimento con l’obiettivo del 12% di territorio boschivo entro il 2100, e lo fa piantando tre milioni di alberi ogni anno. Il processo sta andando a rilento perché le piante autoctone non sono più adatte al territorio a causa dei cambiamenti climatici; verranno quindi piantate specie non native, come gli abeti rossi, i pini e i larici, selezionati in regioni dai climi simili come l’Alaska. Il progetto, infine, è lo strumento che consentirà di abbattere le emissioni di CO2 dell’Islanda assorbendo il 15% residuo delle emissioni dovuto alla produzione di energia da fossili. Percentuale bassa visto che la nazione dei ghiacci produce da oggi l’85% dell’energia che usa da rinnovabili.

Imm: fotomontaggi di Armando Tondo, settembre 2018

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