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Aggiornato: 2 ore 18 min fa

«La Terra è piatta»: parola di terrapiattisti a convegno

Gio, 11/28/2019 - 09:30

24 novembre 2019, Hotel The Hub di Milano. Per la modica cifra di 25 euro si poteva assistere al convegno “La Terra è piatta”, incontro dei principali esponenti del movimento dei terrapiattisti italiani. Roba forte!

La redazione di Focus (santi subito!) ha mandato un “agente segreto” in ricognizione e in questo divertentissimo articolo potete leggerne il resoconto. 

I terrapiattisti sarebbero convinti di essere di fronte a un enorme complotto ordito da politici, scienziati, banchieri per nascondere che in realtà… la terra è piatta. 

Sarebbero convinti, almeno lo è tale Agostino Favari, che ha mostrato grafici e disegni alla sala gremita di 40-50 persone, che il Sole si trovi a circa 5.000 km dalla Terra e non a 150 milioni di km come sostengono i “terratondisti”.

Altri sostengono che dietro al complotto ci siano adoratori di Lucifero. 

Per Calogero Greco: “L’acqua non può curvare: da qui si deduce che la Terra è piatta.” Poi ha parlato della scoperta di un nuovo mondo.

Lettera al premier Conte

Per verificare la teoria dei terrapiattisti sembra sia sufficiente andare in Antartide a controllare. Così, pare, abbiano inviato una lettera al Presidente del Consiglio Antonio Conte per aver l’autorizzazione al viaggio.

“Verificando di persona, – ha spiegato Favari – potremo avere delle risposte: per esempio se al Polo Sud non ci fosse il sole di mezzanotte, come al Nord, questa asimmetria dimostrerebbe che la Terra non è sferica”.

Qualcuno ha amici in Antartide?

Altri link:

Corriere della Sera – Terrapiattisti a Milano: «In Antartide dimostreremo che la Terra è piatta»

La Stampa – I terrapiattisti a convegno a Milano. «Si chiama pianeta perchè è piano, non è un globo» 

Fonte immagine: behindthebastards.com

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Si chiama Betterbox, è il primo contenitore per la pizza 100% compostabile

Gio, 11/28/2019 - 07:00

La riciclabilità dei cartoni per la pizza è un obiettivo importante per la diminuzione dei rifiuti prodotti perché i quantitativi in gioco sono considerevoli (2 milioni al giorno) e il materiale usato fino ad oggi, ovvero il cartone, non può essere riciclato per uso alimentare e, se sporco di cibo, neppure per riprodurre carta. Inoltre il materiale utilizzato per le pizze deve essere adeguato per l’uso alimentare e, quindi, assolutamente atossico.

La normativa e le recenti inchieste

I contenitori per la pizza, infatti, secondo la normativa Europea ed Italiana, devono seguire regole precise di produzione, in modo da non rilasciare sostanze negli alimenti, né odori, né colori degli inchiostri, e non devono farlo in nessun caso: quindi né per via del calore, né per eventuali tagli del cartone.

Nel 2016 sul settimanale Il Salvagente apparve un articolo in cui si denunciava il fatto che, avendo fatto analizzare alcuni campioni di cartoni prodotti da diverse industrie, questi davano risultati non proprio rassicuranti per il consumatore. Le analisi tendevano a individuare le cause che determinavano il pungente odore che a volte si avverte aprendo una scatola di pizza e lo sgradevole retrogusto che accompagna la degustazione.

I contenitori, nella loro parte interna, quella che viene a contatto con l’alimento, non devono essere stampati e devono essere per legge, nello strato che viene a contatto con l’alimento, di pura cellulosa vergine. Sottoposti alla gascromatografia, una macchina in grado di leggere i diversi componenti rilasciati all’alimento, tutti i cartoni esaminati dall’indagine mostravano di essere in grado di contaminare il cibo con composti fenolici. A questi si aggiungono diversi benzeni e naftaleni, tutte sostanze il cui utilizzo nell’industria è regolamentato da rigide regole, e che non devono assolutamente venire a contatto con gli alimenti.

Ma da dove vengono questi contaminanti? Alcuni tra quelli individuati derivano presumibilmente dalla carta riciclata, usata contrariamente a quanto prevede la legge italiana. Si tratta di collanti e sbiancanti (utilizzati per dare al materiale riciclato le caratteristiche della carta vergine) in grado di passare sull’alimento alterandone odore e sapore.

Per i contenitori attualmente presenti in commercio, ovvero quelli di cartone, bisogna quindi controllare prima di tutto che riportino il simbolo “forchetta e coltello” (che garantisce l’uso alimentare). È inoltre importante che vengano garantiti i controlli antifrode per evitare che cartoni non conformi arrivino sulle nostre tavole.

Perché non può essere utilizzato cartone riciclato

Il cartone per le pizze è dunque un prodotto per il quale almeno nella parte interna non può essere usata carta riciclata: per questa ragione trovare soluzioni alternative all’uso della cellulosa vergine, altri materiali impiegabili e riciclabili, è un vantaggio importante per l’ambiente.

Si tratta di un consumo importante di materia prima, anche perché dati recenti sul consumo delle pizze da asporto in Italia stimano che ogni giorno vengano consumate circa 2 milioni di pizze.

L’insieme di tutti i cartoni utilizzati ogni anno, per dare un’idea dei quantitativi, potrebbe creare una pila alta circa due Empire State Building e mezzo.

Questi cartoni, laddove sporchi di cibo, non possono essere riciclati con la carta, e quindi non sono riutilizzabili neanche per altri usi, producendo così un’elevata quantità di rifiuti.

Come si smaltiscono i cartoni della pizza

I cartoni della pizza vanno gettati nella raccolta differenziata della CARTA E CARTONE solo se completamente puliti, altrimenti devono essere gettati nella frazione UMIDA. In alternativa estrema, qualora nel Comune di appartenenza non sia disponibile la raccolta del rifiuto organico, vanno conferiti invece nel SECCO, ovvero nell’indifferenziata. Ed è importante rispettare questa regola, perché porzioni di carta non completamente pulite possono rovinare un’intera partita di carta destinata al riciclo.

L’innovazione di Betterbox

Ecco allora perché è importante trovare materiali alternativi, ed assume ancora più importanza l’innovazione introdotta da Carlsberg – azienda produttrice di birra, che ha inventato Betterbox: un cartone per la pizza realizzato con gli scarti di produzione della birra e compostabile nel contenitore dell’umido.

Betterbox pizza Carlsberg – Fonte: AdnKronos

Gli scarti di produzione della birra si sono rivelati un’ottima risorsa per produrre i contenitori della pizza: «Si crea una mescola con agenti aggreganti naturali e si lascia essiccare l’impasto» racconta Serena Savoca, Marketing Manager di Carlsberg Italia https://www.greenplanner.it/2019/10/17/betterbox-cartone-pizza-compostabile/ «Mescolando questi scarti con degli agenti aggreganti naturali e lasciando essiccare il composto si ottiene un nuovo materiale completamente compostabile, che può essere utilizzato per contenere le pizze (ma non solo) ed essere poi buttato nel secchio dell’umido».

Un altro cambiamento è stato pensato dall’azienda per ridurre l’impatto ambientale nella produzione della birra: il colore della sua grafica. In pochi sanno che il colore verde, che simboleggia più di altri il rispetto verso l’ambiente, paradossalmente è spesso uno degli inchiostri meno ecologici. A partire da questo problema Carlsberg ha deciso di modificare l’inchiostro delle etichette dei propri prodotti utilizzando un inchiostro più sostenibile.

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TrashTeam, studenti in mostra per denunciare il degrado ligure

Mer, 11/27/2019 - 16:00

Si è inaugurata in questi giorni a Genova la mostra fotografica “Non restare indifferente”, realizzata dai giovani attivisti per l’ambiente del gruppo TrashTeam, con l’obiettivo di sensibilizzare tutta la cittadinanza a seguirli nella loro missione di recupero ambientale sul territorio.

TrashTeam è l’associazione fondata da un gruppo di studenti genovesi con a cuore la salvaguardia dell’ambiente e la difesa del territorio, che ogni sabato si impegnano a ripulire dai rifiuti il greto del fiume Bisagno. Tutti volontari giovanissimi residenti in zona, hanno recentemente ricevuto un incarico “ufficiale” dal Municipio Media Val Bisagno, che ha fornito loro attrezzature e spazio per conservare i materiali.

È proprio grazie alla collaborazione con il Municipio e con l’associazione GAU di Prato che è stato possibile dare il via alla mostra. Ma non solo, Coop Liguria ha raccolto l’appello del TrashTeam offrendo loro i propri spazi nei centri commerciali della regione, per far conoscere il loro lavoro di volontari per il territorio e diffondere il messaggio ecologista. Le foto sono infatti sono adesso esposte nella galleria del centro commerciale Bisagno di Lungobisagno Dalmazia fino al 30 novembre. Successivamente, girerà in altre sedi Coop, come nel centro Il Mirto di Marassi, nel centro Le Lampare di Arenzano, e nel centro commerciale Coop di Corso Europa a Genova.

“Abbiamo un ideale comune – spiega Michelle Milici, presidente del TrashTeam al Secolo XIX –  fare qualcosa per contrastare il degrado. Abbiamo deciso di cominciare con il torrente Bisagno e quindi ogni sabato pomeriggio, assieme ad altri volontari, ci siamo dati da fare per ripulirlo. Un piccolo tratto dopo l’altro senza farci spaventare dalla mole di rifiuti che abbiamo via via trovato. Con la convinzione che ogni piccolo miglioramento è importante”.

I protagonisti degli scatti sono gli stessi ragazzi che hanno utilizzato la spazzatura raccolta sulle rive del Bisagno come scenografia delle foto, realizzate da Giacomo Bordo e Sara Cardellini, fotografi di TrashTeam. 

Leggi anche:
Usa, i punk Trash Pirates smistano rifiuti ai concerti
Oggi non si va a “manifestare per Greta”
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Foto: TrashTeam/Facebook

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Iss, meno fumo in gravidanza. Ma l’allattamento dura poco e un bimbo su tre viaggia in auto slacciato

Mer, 11/27/2019 - 15:53

Aumenta la consapevolezza delle mamme italiane su molte delle “buone pratiche” da attuare per favorire un sano sviluppo dei bambini a partire da quando sono ancora nel pancione, ma restano ancora da promuovere alcuni comportamenti importanti per la salute dei bimbi come l’assunzione dell’acido folico in gravidanza per la prevenzione delle malformazioni congenite – che si assume troppo tardi – e l’allattamento al seno – che dura ancora troppo poco. Dai primi risultati del “Sistema di sorveglianza sui determinanti di salute nella prima infanzia” coordinato dall’Istituto superiore di sanità emergono luci e ombre. E i dati riguardanti il fumo ne sono un esempio: se la stragrande maggioranza delle mamme evita di fumare durante la gravidanza (il 94%), l’8% dichiara invece di fumare in allattamento, e a conti fatti la percentuale di bambini potenzialmente esposti al fumo passivo per via della convivenza con un genitore o altra persona fumatrice è del 42%, quasi uno su due.

Ancora pochi bimbi allattati in modo esclusivo

Luci e ombre anche sull’assunzione dell’acido folico e sull’allattamento: se quasi tutte le mamme (97%) hanno assunto acido folico in occasione della gravidanza, poche (21%) lo hanno fatto in maniera appropriata iniziandolo almeno un mese prima del concepimento. Quanto all’allattamento, sebbene sia diminuita la percentuale delle mamme che non allatta, sono ancora troppo pochi i bimbi allattati in maniera esclusiva – appena il 23% a 4-5 mesi di età – e un bambino su dieci non è mai stato allattato.

Leggi anche: La lotta all’obesità infantile inizia con l’allattamento al seno

Ampi margini di miglioramento

I mille giorni che intercorrono tra il concepimento e il compimento del secondo anno di vita sono cruciali per il benessere futuro del bambino perché si pongono le basi per un suo sano sviluppo psico-fisico. “I dati raccolti mostrano ampia variabilità nei comportamenti e ampio margine di azione e di miglioramento – afferma Angela Spinelli, Direttrice del Centro Nazionale Prevenzione delle Malattie e Promozione della Salute dell’Iss –. Se da una parte evidenziano che ormai molti genitori hanno compreso l’importanza di mettere a dormire i neonati a pancia in su nel rispetto di quanto raccomandato per prevenire la morte improvvisa in culla ed è diminuita la percentuale di mamme che non allattano, mettono anche in risalto che ancora solo una mamma su 4 allatta il proprio bambino in maniera esclusiva a 4-5 mesi di vita e ancora molte donne non assumono l’acido folico prima dell’inizio della gravidanza”.

Tra bambini su dieci slacciati dal seggiolino

Circa il 15% delle mamme di bambini con meno di 6 mesi riferisce di avere difficoltà nel farli stare seduti e allacciati al seggiolino auto, quota che sale al 34% dopo il primo anno di vita. Troppi, infine, i bambini che passano del tempo davanti a uno schermo (tv, computer, tablet o telefono cellulare) già a partire dai primi mesi: il 34% dei piccoli con meno di 6 mesi e ben il 76% dei bambini dopo il primo compleanno. Mentre gli esperti raccomandano di evitarne l’uso tra i bambini al di sotto dei 2 anni di vita e, nel caso di bambini più grandi, di utilizzare queste tecnologie in presenza di un adulto.

Leggi anche: Seggiolini antiabbandono, l’obbligo scatta oggi

Primi 1000 giorni, fase delicatissima

“Bisogna rendere le mamme consapevoli del fatto che è fondamentale leggere regolarmente al bambino fin dai primi mesi di vita, così come devono regolare l’esposizione dei propri figli a tv, computer, tablet o telefono cellulare – ha commentato la sottosegretaria alla Salute, Sandra Zampa -. Su numerosi aspetti occorrerà studiare forme e linguaggi per far comprendere alle future madri quanto questa delicatissima fase, che va dal concepimento al compimento dei due anni, possa determinare in larga parte gli anni della maggiore età e della maturità. Le bambine ed i bambini hanno bisogno di un’attenzione speciale”.

Dodici regioni coinvolte

Lo studio, svolto in collaborazione con la Ulss 9 Scaligera di Verona e promosso e finanziato dal Ministero della Salute, ha coinvolto circa 30 mila mamme intercettate tra dicembre 2018 e aprile 2019 nei centri vaccinali di 11 regioni (Piemonte, Valle d’Aosta, provincia autonoma (PA) di Trento, Marche, Lazio, Campania, Puglia, Calabria, Basilicata, Sicilia e Sardegna). La Regione Toscana ha partecipato fornendo i risultati dell’Indagine sul percorso nascita già attiva sul proprio territorio.

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TrashTeam, studenti in mostra per denunciare il degrado ligure

Mer, 11/27/2019 - 15:19

Si è inaugurata in questi giorni a Genova la mostra fotografica “Non restare indifferente”, realizzata dai giovani attivisti per l’ambiente del gruppo TrashTeam, con l’obiettivo di sensibilizzare tutta la cittadinanza a seguirli nella loro missione di recupero ambientale sul territorio.

TrashTeam è l’associazione fondata da un gruppo di studenti genovesi con a cuore la salvaguardia dell’ambiente e la difesa del territorio, che ogni sabato si impegnano a ripulire dai rifiuti il greto del fiume Bisagno. Tutti volontari giovanissimi residenti in zona, hanno recentemente ricevuto un incarico “ufficiale” dal Municipio Media Val Bisagno, che ha fornito loro attrezzature e spazio per conservare i materiali.

È proprio grazie alla collaborazione con il Municipio e con l’associazione GAU di Prato che è stato possibile dare il via alla mostra. Ma non solo, Coop Liguria ha raccolto l’appello del TrashTeam offrendo loro i propri spazi nei centri commerciali della regione, per far conoscere il loro lavoro di volontari per il territorio e diffondere il messaggio ecologista. Le foto sono infatti sono adesso esposte nella galleria del centro commerciale Bisagno di Lungobisagno Dalmazia fino al 30 novembre. Successivamente, girerà in altre sedi Coop, come nel centro Il Mirto di Marassi, nel centro Le Lampare di Arenzano, e nel centro commerciale Coop di Corso Europa a Genova.

“Abbiamo un ideale comune – spiega Michelle Milici, presidente del TrashTeam al Secolo XIX –  fare qualcosa per contrastare il degrado. Abbiamo deciso di cominciare con il torrente Bisagno e quindi ogni sabato pomeriggio, assieme ad altri volontari, ci siamo dati da fare per ripulirlo. Un piccolo tratto dopo l’altro senza farci spaventare dalla mole di rifiuti che abbiamo via via trovato. Con la convinzione che ogni piccolo miglioramento è importante”.

I protagonisti degli scatti sono gli stessi ragazzi che hanno utilizzato la spazzatura raccolta sulle rive del Bisagno come scenografia delle foto, realizzate da Giacomo Bordo e Sara Cardellini, fotografi di TrashTeam. 

Leggi anche:
Usa, i punk Trash Pirates smistano rifiuti ai concerti
Oggi non si va a “manifestare per Greta”
Extinction Rebellion, il movimento della ribellione pacifica per salvare il pianeta

Foto: TrashTeam/Facebook

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Bufera tra le case di riposo, chiusa una struttura ogni 5 giorni

Mer, 11/27/2019 - 15:00

Sereni orizzonti, questo il nome del colosso nazionale che gestisce le 85 strutture sparse in 10 regioni d’Italia, per un totale di 5.900 posti letto e 3mila dipendenti. Secondo il pm di Udine che segue l’indagine, Paola De Franceschi, gli orizzonti degli anziani ospitati nelle strutture erano tutt’altro che sereni. L’imperativo era uno e categorico: fatturare.

Arrestato il fondatore, Massimo Blasoni, a lungo consigliere regionale di Forza Italia – in seguito scarcerato il 4 novembre – dovrà rispondere di frode a ben sei Regioni, di 10 milioni di euro di contributi pubblici percepiti illecitamente e di inaccettabile qualità del servizio, a partire dal personale, sottopagato, sottoposto a stress e talvolta nemmeno qualificato a svolgere il proprio lavoro.

«Io sono il proprietario, io decido, io convoco, io faccio quello che voglio della mia azienda, siamo in un sistema capitalistico, non comunista», diceva Blasoni, intercettato. Ha «sempre cercato di arrivare alla maggiore efficienza possibile nel rispetto delle leggi», dice il suo avvocato di difesa, Luca Ponti.

Non è dello stesso parere la Guardia di Finanza di Udine da cui è partita l’indagine, prima sul territorio friulano, poi in tutta Italia, da Nord a Sud: Veneto, Piemonte, Emilia-Romagna, Toscana, Sicilia.

Sebbene i reati contestati non abbiano a che fare con maltrattamenti, violenze o abusi, il pm ha parlato di «bieco cinismo, perseguimento del profitto a ogni costo, sacrificando il fondamentale interesse umano a una vita dignitosa» con truffe a danno di «persone che meno di altre avrebbero potuto obiettare, protestare ed esigere trattamenti migliori».

Anziani maltrattati e strutture pressoché invivibili dove si somministrano cibi e medicinali scaduti

I dati del Comando per la Tutela della salute dei Nas dei carabinieri del resto forniscono un quadro generale impietoso: sono 211 le strutture chiuse o sequestrate in Italia dal 2017 al settembre scorso, mentre quasi una su tre è risultata irregolare. Non mancano, però, casi virtuosi o modelli a livello europeo.

Una situazione al limite, considerato che in Italia i posti letto convenzionati sono 250 mila, la metà di quelli necessari. «La domanda inevasa genera ricoveri impropri e abusivismo» denuncia l’Ocse alla Federazione Italiana Pensionati Attività Commerciali (Fipac) che tramite il suo presidente, Sergio Ferrari, auspica «non solo di intensificare i controlli nelle residenze, ma di avviare una riforma che ne renda la gestione più trasparente, avvalendosi anche della collaborazione delle associazioni di rappresentanza e tutela di anziani e pensionati». Inoltre, aggiunge Ferrari, «il ripetersi di episodi di malversazione con al centro personaggi già indagati per reati contro la pubblica amministrazione dovrebbe spingere verso una riconsiderazione dell’utilità di un’eventuale blacklist».

Le famiglie si indebitano per assumere una badante: urgente ripensare il welfare

L’assenza di un valido sistema pubblico di assistenza agli anziani, costringe le famiglie a sopperire privatamente, talvolta con costi elevati al di sopra delle proprie possibilità. Il rapporto stima che gli italiani spendono ogni anno 9 miliardi di euro per pagare le badanti, regolari o irregolari, che generalmente costano dai 1.500 euro al mese, considerando anche la tredicesima.

Risorse preziose per gli italiani, al punto che 336mila famiglie hanno utilizzato tutti i propri risparmi per pagare l’assistenza a un parente non autosufficiente; 192mila famiglie hanno dovuto vendere l’abitazione, anche tramite la formula della nuda proprietà. 154mila famiglie si sono indebitate.

Longevità, l’Italia seconda al mondo dopo il Giappone

Zerba, paesino in provincia di Piacenza è il Comune più longevo d’Italia e del mondo: vivono 73 persone, il 64,4% delle quali ha superato i 65 anni. Ma Zerba è anche la fotografia di un altro fenomeno che da anni investe il Paese: lo svuotamento dei piccoli borghi in funzione di migrazioni interne verso le città, specie del nord, e all’estero. Gli attuali 13,7 milioni di anziani in Italia saliranno a 19,6 nel 2051, passando dal 22,8 al 33,2% della popolazione. Il presidente del Censis, Giuseppe De Rita, ne è convinto: presto assisteremo a un processo di trasformazione della dimensione anziana.

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Iss, meno fumo in gravidanza. Ma l’allattamento dura poco e un bimbo su tre viaggia in auto slacciato

Mer, 11/27/2019 - 12:16

Aumenta la consapevolezza delle mamme italiane su molte delle “buone pratiche” da attuare per favorire un sano sviluppo dei bambini a partire da quando sono ancora nel pancione, ma restano ancora da promuovere alcuni comportamenti importanti per la salute dei bimbi come l’assunzione dell’acido folico in gravidanza per la prevenzione delle malformazioni congenite – che si assume troppo tardi – e l’allattamento al seno – che dura ancora troppo poco. Dai primi risultati del “Sistema di sorveglianza sui determinanti di salute nella prima infanzia” coordinato dall’Istituto superiore di sanità emergono luci e ombre. E i dati riguardanti il fumo ne sono un esempio: se la stragrande maggioranza delle mamme evita di fumare durante la gravidanza (il 94%), l’8% dichiara invece di fumare in allattamento, e a conti fatti la percentuale di bambini potenzialmente esposti al fumo passivo per via della convivenza con un genitore o altra persona fumatrice è del 42%, quasi uno su due.

Ancora pochi bimbi allattati in modo esclusivo

Luci e ombre anche sull’assunzione dell’acido folico e sull’allattamento: se quasi tutte le mamme (97%) hanno assunto acido folico in occasione della gravidanza, poche (21%) lo hanno fatto in maniera appropriata iniziandolo almeno un mese prima del concepimento. Quanto all’allattamento, sebbene sia diminuita la percentuale delle mamme che non allatta, sono ancora troppo pochi i bimbi allattati in maniera esclusiva – appena il 23% a 4-5 mesi di età – e un bambino su dieci non è mai stato allattato.

Leggi anche: La lotta all’obesità infantile inizia con l’allattamento al seno

Ampi margini di miglioramento

I mille giorni che intercorrono tra il concepimento e il compimento del secondo anno di vita sono cruciali per il benessere futuro del bambino perché si pongono le basi per un suo sano sviluppo psico-fisico. “I dati raccolti mostrano ampia variabilità nei comportamenti e ampio margine di azione e di miglioramento – afferma Angela Spinelli, Direttrice del Centro Nazionale Prevenzione delle Malattie e Promozione della Salute dell’Iss –. Se da una parte evidenziano che ormai molti genitori hanno compreso l’importanza di mettere a dormire i neonati a pancia in su nel rispetto di quanto raccomandato per prevenire la morte improvvisa in culla ed è diminuita la percentuale di mamme che non allattano, mettono anche in risalto che ancora solo una mamma su 4 allatta il proprio bambino in maniera esclusiva a 4-5 mesi di vita e ancora molte donne non assumono l’acido folico prima dell’inizio della gravidanza”.

Tra bambini su dieci slacciati dal seggiolino

Circa il 15% delle mamme di bambini con meno di 6 mesi riferisce di avere difficoltà nel farli stare seduti e allacciati al seggiolino auto, quota che sale al 34% dopo il primo anno di vita. Troppi, infine, i bambini che passano del tempo davanti a uno schermo (tv, computer, tablet o telefono cellulare) già a partire dai primi mesi: il 34% dei piccoli con meno di 6 mesi e ben il 76% dei bambini dopo il primo compleanno. Mentre gli esperti raccomandano di evitarne l’uso tra i bambini al di sotto dei 2 anni di vita e, nel caso di bambini più grandi, di utilizzare queste tecnologie in presenza di un adulto.

Leggi anche: Seggiolini antiabbandono, l’obbligo scatta oggi

Primi 1000 giorni, fase delicatissima

“Bisogna rendere le mamme consapevoli del fatto che è fondamentale leggere regolarmente al bambino fin dai primi mesi di vita, così come devono regolare l’esposizione dei propri figli a tv, computer, tablet o telefono cellulare – ha commentato la sottosegretaria alla Salute, Sandra Zampa -. Su numerosi aspetti occorrerà studiare forme e linguaggi per far comprendere alle future madri quanto questa delicatissima fase, che va dal concepimento al compimento dei due anni, possa determinare in larga parte gli anni della maggiore età e della maturità. Le bambine ed i bambini hanno bisogno di un’attenzione speciale”.

Dodici regioni coinvolte

Lo studio, svolto in collaborazione con la Ulss 9 Scaligera di Verona e promosso e finanziato dal Ministero della Salute, ha coinvolto circa 30 mila mamme intercettate tra dicembre 2018 e aprile 2019 nei centri vaccinali di 11 regioni (Piemonte, Valle d’Aosta, provincia autonoma (PA) di Trento, Marche, Lazio, Campania, Puglia, Calabria, Basilicata, Sicilia e Sardegna). La Regione Toscana ha partecipato fornendo i risultati dell’Indagine sul percorso nascita già attiva sul proprio territorio.

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Prima i trentini, anche nelle ingiustizie

Mer, 11/27/2019 - 11:26

Marco Ianes è un ambientalista, insegnante e ha un blog sul ilfattoquotidiano.it.

Ieri ha raccontato una storia quantomeno inquietante.

Le Case Itea a Trento sono le case popolari, assegnate con affitto agevolato alle famiglie con i redditi più bassi. In uno di questi appartamenti vive una famiglia composta da una donna coi suoi due figli. Il primo ha 19 anni, studia, fa sport e non dà preoccupazioni, il secondo, 17enne, purtroppo è caduto nella tossicodipendenza e qui cominciano i guai.

La famiglia, come abbiamo detto, è povera, la mamma per mantenerla fa le pulizie nelle palestre.
La droga costa, e tanto, quindi per procurarsi la dose il giovane approfitta del lavoro della madre, si intrufola nelle palestre e ruba dagli armadietti di chi si sta allenando.

La mamma se ne accorge e disperata – perché disperata lo deve essere stata senz’altro – decide di denunciare il figlio alla polizia, spera così di risparmiargli qualcosa di peggio dell’arresto. Il ragazzo viene condannato e inserito nei programmi di recupero e disintossicazione.

Che fatica, povera madre coraggiosa.

La storia però non finisce qui, o almeno “rischia” di non finire qui perché nella finanziaria regionale Maurizio Fugatti, presidente della provincia di Trento ha fatto inserire un articolo dove si afferma che se una persona di un nucleo familiare che vive in una casa popolare compie un reato, l’intera famiglia sarà sfrattata.

«Chi abita una casa Itea, pagata con i soldi dei trentini, ha una responsabilità morale» afferma il Fugatti e quindi «Se uno delinque, tutta la famiglia verrà cacciata dalla casa Itea, senza sconti».

Alla faccia della responsabilità personale.
Quindi per riassumere: la mamma coraggio denuncia il figlio per salvarlo da un pessimo destino e – se la finanziaria provinciale verrà approvata così com’è – viene premiata con uno sfratto che mette nei guai lei, l’altro figlio completamente al di fuori della vicenda e il figlio a disagio che così senz’altro riuscirà a risolvere suoi problemi (sarcasm).

Complimenti! Tre ingiustizie con un colpo solo, roba da far invidia ai piccioni e alla fava.

Molti sindaci della provincia di Trento si sono dichiarati in forte disaccordo con il provvedimento e si prevede battaglia in Provincia. Confidiamo nel loro buonsenso.

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Prima i trentini, anche nelle ingiustizie

Mer, 11/27/2019 - 09:48

Marco Ianes è un ambientalista, insegnante e ha un blog sul ilfattoquotidiano.it.

Ieri ha raccontato una storia quantomeno inquietante.

Le Case Itea a Trento sono le case popolari, assegnate con affitto agevolato alle famiglie con i redditi più bassi. In uno di questi appartamenti vive una famiglia composta da una donna coi suoi due figli. Il primo ha 19 anni, studia, fa sport e non dà preoccupazioni, il secondo, 17enne, purtroppo è caduto nella tossicodipendenza e qui cominciano i guai.

La famiglia, come abbiamo detto, è povera, la mamma per mantenerla fa le pulizie nelle palestre.
La droga costa, e tanto, quindi per procurarsi la dose il giovane approfitta del lavoro della madre, si intrufola nelle palestre e ruba dagli armadietti di chi si sta allenando.

La mamma se ne accorge e disperata – perché disperata lo deve essere stata senz’altro – decide di denunciare il figlio alla polizia, spera così di risparmiargli qualcosa di peggio dell’arresto. Il ragazzo viene condannato e inserito nei programmi di recupero e disintossicazione.

Che fatica, povera madre coraggiosa.

La storia però non finisce qui, o almeno “rischia” di non finire qui perché nella finanziaria regionale Maurizio Fugatti, presidente della provincia di Trento ha fatto inserire un articolo dove si afferma che se una persona di un nucleo familiare che vive in una casa popolare compie un reato, l’intera famiglia sarà sfrattata.

«Chi abita una casa Itea, pagata con i soldi dei trentini, ha una responsabilità morale» afferma il Fugatti e quindi «Se uno delinque, tutta la famiglia verrà cacciata dalla casa Itea, senza sconti».

Alla faccia della responsabilità personale.
Quindi per riassumere: la mamma coraggio denuncia il figlio per salvarlo da un pessimo destino e – se la finanziaria provinciale verrà approvata così com’è – viene premiata con uno sfratto che mette nei guai lei, l’altro figlio completamente al di fuori della vicenda e il figlio a disagio che così senz’altro riuscirà a risolvere suoi problemi (sarcasm).

Complimenti! Tre ingiustizie con un colpo solo, roba da far invidia ai piccioni e alla fava.

Molti sindaci della provincia di Trento si sono dichiarati in forte disaccordo con il provvedimento e si prevede battaglia in Provincia. Confidiamo nel loro buonsenso. 

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Satelliti per l’ambiente – Parte prima

Mer, 11/27/2019 - 07:00

Uno degli elementi che caratterizza la nostra epoca è il fatto di aver sviluppato la scienza della Terra come non mai nella storia umana. E uno dei denominatori, anzi dei moltiplicatori di ciò, è stata l’osservazione del nostro pianeta dallo spazio.

Si tratta di una tecnologia che nasce per scopi militari negli anni Sessanta, e che utilizza una serie di applicazioni quali le telecomunicazioni, lo spionaggio e il posizionamento Gps tramite i satelliti geostazionari. L’osservazione dall’alto, infatti, ha sempre interessato i militari fin dalle prime “missioni aree” dei primi del ‘900, fino ad arrivare ai satelliti in grado di distinguere un oggetto di dieci centimetri, passando per gli aerei spia ipersonici degli anni Settanta.

Mano a mano che le tecnologie per l’osservazione dall’alto diventavano obsolete per i militari, passavano agli usi civili per l’osservazione dell’ambiente terrestre dallo spazio. Nel frattempo i due settori civili che più si sviluppavano erano le telecomunicazioni – che permisero i primi collegamenti televisivi tra un continente e l’altro – e il monitoraggio ambientale. Quest’ultimo prese il via sul fronte meteo, nel 1960, con il satellite meteorologico statunitense Tiros che trasmise la prima immagine televisiva della terra dallo spazio, proseguì poi con il satellite Nimbus nel 1964 – le cui immagini delle calotte polari sono state di recente recuperate e sono un punto di riferimento per valutare la perdita di ghiaccio in Artide e Antartide – per poi andare avanti nel decennio successivo con una serie di satelliti specifici per monitorare l’ambiente, come il Landsat 1 che nel 1972 fu il primo a monitorare dallo spazio le coperture forestali. Nel frattempo con l’introduzione dei computer prima a transistor e poi sempre più piccoli grazie ai circuiti integrati, aumentavano sia le prestazioni dei satelliti stessi, sia la capacità di calcolo a terra. Qualità necessaria per elaborare una quantità di dati sempre maggiore e far “girare” modelli matematici complessi, come quelli delle dinamiche dell’atmosfera e degli oceani.

Ozono da proteggere

Il primo risultato pratico e concreto dell’osservazione satellitare dell’ambiente fu la scoperta del buco nello strato d’ozono, provocato dai gas Clorofluorocarburi (CFC), utilizzati come propellenti nelle bombolette e nei sistemi di refrigerazione, come frigoriferi e aria condizionata.

La scoperta risale al 1974, mentre nel 1982, grazie ai satelliti, si evidenziò la dinamica in crescita del buco nello strato d’ozono e il fatto che fosse causato dall’immissione in atmosfera dei CFC; nel contempo a terra si provava che l’ozono protegge la superficie terrestre dal raggi ultravioletti che provocano, se non filtrati, tumori alla pelle.

La discussione internazionale sul fenomeno fu rapida. Iniziò nel 1985 e si concluse nel 1987 con il Protocollo di Montreal che mise al bando i CFC, non senza polemiche e opposizioni.

Le imprese della refrigerazione sostenevano l’impossibilità di sostituire questi gas, stabili, economici e collaudati, la Russia aveva una pianificazione quinquennale e la Cina, che era agli inizi del suo boom economico, temeva per la diffusione dei frigoriferi sul proprio territorio. Le prove dell’osservazione però erano incontrovertibili e i segnali circa il continuo allargamento del buco nello strato di ozono erano evidenti. Sui poli il fenomeno diventava sempre più evidente e dalle osservazioni si verificava in maniera evidente che una sola molecola di Clorofluorocarburi scindeva in ossigeno 40mila molecole d’ozono. In base a questi dati il bando fu totale e condiviso in tutto il mondo, al punto che nel 2007, venti anni dopo l’adozione del Protocollo di Montreal, la produzione di CFC è risultata zero e il buco nello strato d’ozono, che ha raggiunto il suo massimo nel 2000, nel 2018, secondo dati satellitari della Nasa è diminuito del 20%. E le previsioni danno un suo ripristino definitivo nel 2050.

Il tutto è avvenuto senza vittime perché il fenomeno è iniziato sui poli ed è stato arrestato prima che si espandesse alle aree abitate. Si tratta di una localizzazione che se da un lato ha evitato danni, dall’altro rende evidente l’utilità dei satelliti: una campagna di raccolta dei dati scientifici a terra sarebbe stata infatti molto più complicata e frammentaria, viste le problematiche ambientali delle regioni polari.

Spazio europeo

Negli anni Ottanta e Novanta, anche in base ai primi successi della campagna scientifica per lo strato d’ozono, l’osservazione della Terra dall’alto ebbe un incremento notevole, scindendo in maniera definitiva questo utilizzo dei satelliti dalla filiera militare. Nel 1973 gli stati membri dell’Unione europea decisero di fondare l’Agenzia Spaziale Europea (ESA), che divenne operativa con il lancio del primo satellite Made in Europe nel 1975, ben 4 anni prima della nascita dell’Unione Politica del Vecchio Continente visto che le prime elezioni europee sono del 1979. Successivamente l’Europa sviluppò una serie sempre più fitta di sistemi di monitoraggio ambientale autonoma dalla Nasa, i cui programmi erano di ottima qualità ma dipendevano dalla presidenza statunitense di turno e dalla contiguità con la ricerca militare.

«Abbiamo lanciato il primo satellite ambientale nel 1991, Ires 1, successivamente Ires 2 e dopo Envisat nel 2002 – che è rimasto in esercizio fino al 2012- , anche se in realtà il primo nostro satellite meteorologico è Meteosat. Correva l’anno 1978», ci dice Simonetta Cheli, capo delle strategie e dei programmi dell’osservazione della terra dell’Agenzia spaziale europea (Esa).

E il punto di svolta fu proprio il satellite Envisat, lanciato dall’Esa nel 2002, con una durata della missione di cinque anni che però arrivò a dieci. Grande quanto un autobus, pesante otto tonnellate, Envisat trasportava ben nove strumenti diversi per l’osservazione dell’ambiente, che coprivano ogni elemento della Terra, come acqua, terra, ghiaccio e atmosfera, incrociando tra loro diversi metodi di misura. Fu il primo, e l’unico, strumento a portare una massa simile di strumentazione che venne per la prima volta usata contemporaneamente. Insomma una vera e propria palestra per il monitoraggio ambientale con il quale gli scienziati potevano incrociare strumenti diversi su uno stesso fenomeno. «Dopo ciò abbiamo messo in orbita una serie di satelliti “tematici” che indagano su fenomeni precisi, come quelli della serie Cryosat che monitorano i ghiacci. Inoltre in questi quaranta anni abbiamo sviluppato filiere di monitoraggio specifiche e nel frattempo abbiamo messo a punto sistemi per l’elaborazione dei dati, sia nostri sia di terze parti, per capire al meglio i fenomeni terrestri, che sono complessi», prosegue Simonetta Cheli. Ora le missioni dei satelliti per il monitoraggio ambientale sono specifiche ed entrano nel dettaglio estremo dei fenomeni. Vedremo nella prossima parte di quest’articolo quali sono le osservazioni possibili e i programmi futuri del monitoraggio ambientale.

Immagine di Armando Tondo

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Sugar Tax: come funziona negli altri Paesi?

Mar, 11/26/2019 - 16:00

Da settimane è un gran parlare e dibattere della cosiddetta “Sugar tax”, nome che si utilizza per indicare generalmente una tassazione su prodotti che contengono zuccheri in maniera eccessiva: se ne parla perché potrebbe essere introdotta, grazie alla manovra finanziaria di fine anno, per la prima volta anche in Italia.

Se e con quali regole sarà legge la possibile tassa sullo zucchero nella versione italiana non è ancora cosa certa, dato che la legge di bilancio che la contiene deve ancora passare al vaglio del Parlamento e tutto può essere ancora modificato. Ma uno sguardo a quanto succede fuori dai nostri confini può essere istruttivo: come si sono mossi in questi anni gli altri Paesi che hanno affrontato questo tema prima dell’Italia?

L’indicazione dell’Organizzazione mondiale della sanità

Molti Paesi in Europa e nel mondo stanno adottando politiche di tassazione come disincentivo all’acquisto di prodotti troppo dolci perché dannosi per la salute e fonte di obesità. Nella maggior parte dei Paesi sono tassate le bibite eccessivamente zuccherate.

Questa scelta è anche conseguenza di molti allarmi lanciati da diverse organizzazioni che si occupano di salute, in primis l’Organizzazione mondiale della sanità, che già in uno studio pubblicato nel 2016 indicava come valida l’idea di aumentare le tasse sulle bevande zuccherate per disincentivarne il consumo, soprattutto nei bambini, suggerendo una soglia del 20% di aumento del prezzo per renderlo un deterrente efficace. E contemporaneamente proponeva anche sussidi per diminuire il prezzo di frutta fresca e verdura del 10 e 20%.

Perché le bibite

Perché colpire proprio le bibite zuccherate? Perché, sempre secondo l’Oms, sono tra le maggiori responsabili di obesità e diabete. L’Organizzazione ha calcolato che, in media, una sola lattina di bibita zuccherata può contenere intorno ai 40 grammi di zucchero, corrispondenti a circa 10 cucchiaini. Una quantità davvero eccessiva, se si considera che le linee guida dell’Oms raccomandano, per prevenire l’obesità e non rovinare i denti, di mantenere un consumo di zucchero nell’arco di tutta la giornata pari a meno di 12 cucchiaini di zucchero per gli adulti (circa 50 grammi), e di ridurre l’introito quotidiano di saccarosio e simili a un massimo di 6 cucchiaini (circa 25 grammi) per ottenere ulteriori benefici per la salute.

La Sugar Tax in Europa

Ecco come si sono organizzati altri Paesi europei. Abbiamo preso in considerazione solo i nostri “omologhi” aderenti all’Unione Europea, confrontando alcuni articoli presenti su vari siti tra cui Il Fatto Alimentare.

Francia

La tassa va a colpire tutte le bevande zuccherate, anche quelle naturali, in base alla quantità di zucchero contenuta. Entrata in vigore nel 2012, prevedeva che le bevande con zucchero aggiunto fossero tassate a 7,5 euro ogni 100 litri. Dal 2018 è stata aggiunta una tassazione progressiva in base alla percentuale di zucchero e si va da 0.045 euro al litro per bevande con il 4% di zuccheri a 0,235 euro al litro per bevande con il 15% di zuccheri. L’obiettivo era di spingere i consumatori verso scelte più sane e le aziende verso le riformulazioni dei drink. Come poi è successo in Inghilterra, alcune aziende stanno effettivamente riformulando le composizioni, soprattutto da quando è entrata in vigore l’imposta progressiva: altre aziende hanno deciso di non modificare, mentre altre ancora avrebbero ridotto la dimensione delle bottiglie.

Regno Unito

Nel 2018 è entrata in vigore la “Soft drinks industry levy”, che tassa bevande analcoliche o poco alcoliche, pronte da bere o solubili che superano una certa soglia di zuccheri aggiunti in maniera artificiale. La misura è pensata specialmente per combattere la tendenza all’obesità nei bambini, incoraggiando le compagnie a riformulare le loro bevande per far loro contenere meno zucchero. La tassa è di 18 pence per litro (0,20 euro) per bibite con un contenuto variabile da 5 a 8 grammi di zuccheri ogni 100 ml, mentre se il contenuto supera gli 8 grammi per 100 ml l’importo sale a 24 pence per litro (0,27 euro). Secondo il sito del governo inglese, più del 50 % delle compagnie ha già riformulato i suoi drink per abbassare il livello di zuccheri artificiali e ha quindi potuto pagare meno tasse.

Anche in Irlanda è entrata in vigore una tassa simile, la Sugar Sweetened Tax, con una tassazione leggermente più alta per i drink più zuccherati, quelli che superano gli 8 grammi per 100 ml.

Belgio

La tassa, entrata in vigore nel 2016, colpisce tutte le bevande zuccherate e con edulcoranti. Colpendo anche i minimi quantitativi di zucchero e senza progressività, secondo alcuni sembrerebbe che abbia perso l’effetto della ricerca di un’alternativa “sana”.

Portogallo

Anche il Portogallo adotta questa misura dal 2017 e la tassa è di 0,82 euro a litro per le bevande con meno di 80 g di zucchero per litro e di 1,64 euro per quelle con più di 80 grammi/litro. Secondo un esempio contenuto in un articolo del Guardian risalente ai giorni dell’entrata in vigore della manovra, il prezzo di una lattina standard di Coca Cola ha subito un aumento di 5,5 centesimi.

Estonia

La sugar tax si applica sulle bevande dolcificate con un contenuto di zucchero di almeno 5 grammi per 100 ml. Interessa anche succhi, yogurt da bere e bevande vegetali. La norma, entrata in vigore l’anno scorso, prevede un periodo di transizione di due anni per permettere al mercato di assestarsi.

Ungheria

È stata introdotta una tassa su bevande e anche alimenti che contengono grandi quantità di zucchero, sale e caffeina. L’imposta è di 0,22 euro per litro per le bevande che contengono più dello 0,5% di zucchero.

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Alzheimer, studiosi italiani scoprono molecola che blocca la malattia

Mar, 11/26/2019 - 15:25

Lo studio è stato per ora condotto solo sui topi, ma rappresenta un passo in avanti verso la scoperta di un trattamento efficace per la malattia di Alzheimer, la forma di demenza senile più diffusa al mondo: un gruppo di ricercatori della Fondazione EBRI (European Brain Research Institute) “Rita Levi-Montalcini” ha scoperto una molecola – l’anticorpo A 13 – in grado di bloccare l’Alzheimer nella prima fase del suo sviluppo facendo “ringiovanire” il cervello favorendo la nascita di nuovi neuroni.

Leggi anche: Alzheimer, un nuovo farmaco rallenta il declino

Due effetti benefici

Due sarebbero dunque gli effetti benefici sortiti sul cervello da questa nuova strategia: da un lato l’inibizione della malattia che viene frenata nel suo stadio iniziale, dall’altro la rigenerazione cerebrale mediante la nascita di nuovi neuroni (processo noto con il nome di neurogenesi).

Lo studio, pubblicato sulla rivista Cell Death and Differentiation, è tutto italiano ed è stato diretto da Antonino Cattaneo, Giovanni Meli e Raffaella Scardigli della Fondazione EBRI Rita Levi-Montalcini e realizzato in collaborazione con il Consiglio nazionale delle ricerche, la Scuola Normale Superiore e il Dipartimento di Biologia dell’Università di Roma Tre.

Nuove possibilità di diagnosi e cura

Sebbene per i test sull’uomo ci vorranno ancora alcuni anni, secondo i ricercatori questa nuova strategia apre a nuove possibilità di diagnosi e cura: per quanto riguarda quest’ultima, i topi trattati con l’anticorpo hanno infatti ripreso a produrre neuroni a un livello quasi normale. Ora il prossimo passo sarà di verificare se nei topi il blocco della malattia perdurerà per almeno un anno. Quanto ai fini della diagnosi precoce, monitorare la neurogenesi nella popolazione adulta potrà essere, in futuro, un potenziale strumento diagnostico per rilevare l’insorgenza dell’Alzheimer in uno stadio ancora molto precoce, quando cioè la malattia non è ancora accompagnata da sintomi.

Leggi anche: Dieta mediterranea contro l’Alzheimer, al via progetto Smart food

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Viaggi, le città inquinate sono da evitare anche per brevi periodi

Mar, 11/26/2019 - 15:03

Se state pensando a una vacanza in una grande città informatevi non solo sul meteo, ma anche su quanto è inquinata. Secondo lo studio condotto dal dott. Jesus Arujo per l’Università della California di Los Angeles (UCLA), anche brevi periodi di esposizione agli alti livelli di smog di alcune città possono comportare danni alla salute dei visitatori.

La ricerca è stata condotta su un campione di 26 adulti sani e non fumatori in visita a Pechino nell’arco di 10 settimane nelle estati del 2014 e 2015. Tra i danni riscontrati in seguito alla loro visita a Pechino innanzitutto elevati livelli di grassi ossidati, aumento di infiammazioni cardiache e cambiamenti nella funzione enzimatica associati a malattie cardiache. In totale le concentrazioni di inquinanti atmosferici nei loro corpi sono aumentate dell’800%.

“È risaputo che l’esposizione a lungo termine all’inquinamento atmosferico è associata a un aumento delle malattie cardiovascolari“, ha commentato il dott. Jesus Araujo, nella ricerca. “Ma non si sapeva che una visita a breve termine in un luogo gravemente inquinato potesse avere un impatto significativo sulla salute”.

I visitatori esaminati dopo il viaggio a Pechino abitavano a Los Angeles, anch’essa inquinata, ma molto meno rispetto alla capitale cinese i cui tassi di inquinamento atmosferico erano in quegli anni superiori a quelli di Los Angeles del 371%. Negli ultimi tempi la situazione in Cina è migliorata, ma India e Cina rimangono le nazioni con le città più inquinate al mondo, secondo un’indagine internazionale condotta di recente da studiosi svizzeri. 

In Europa, le città in assoluto più pericolose per la salute sono Jawonzo in Polonia e Sarajevo in Bosnia, secondo le stesse rilevazioni. Segue la pianura padana nostrana: Sassuolo, Torbole Casaglia, Modena, Venezia, San Pietro in Gu (Padova), e poi Milano sono le città dove respirare è pericoloso. Il capoluogo lombardo si è classificato al 600esimo posto su un totale di 3.058 città analizzate in tutto il mondo per valutarne la presenza di PM 2.5 nell’aria.

Un recente allarme dell’OMS ha evidenziato come questi effetti negativi siamo particolarmente gravi per i bambini e i soggetti più deboli. 

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Lo smog uccide più delle sigarette: 8,8 mln di vittime all’anno
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Photo by Ralf Leineweber on Unsplash

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Alzheimer, studiosi italiani scoprono molecola che blocca la malattia

Mar, 11/26/2019 - 13:54

Lo studio è stato per ora condotto solo sui topi, ma rappresenta un passo in avanti verso la scoperta di un trattamento efficace per la malattia di Alzheimer, la forma di demenza senile più diffusa al mondo: un gruppo di ricercatori della Fondazione EBRI (European Brain Research Institute) “Rita Levi-Montalcini” ha scoperto una molecola – l’anticorpo A 13 – in grado di bloccare l’Alzheimer nella prima fase del suo sviluppo facendo “ringiovanire” il cervello favorendo la nascita di nuovi neuroni.

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Due effetti benefici

Due sarebbero dunque gli effetti benefici sortiti sul cervello da questa nuova strategia: da un lato l’inibizione della malattia che viene frenata nel suo stadio iniziale, dall’altro la rigenerazione cerebrale mediante la nascita di nuovi neuroni (processo noto con il nome di neurogenesi).

Lo studio, pubblicato sulla rivista Cell Death and Differentiation, è tutto italiano ed è stato diretto da Antonino Cattaneo, Giovanni Meli e Raffaella Scardigli della Fondazione EBRI Rita Levi-Montalcini e realizzato in collaborazione con il Consiglio nazionale delle ricerche, la Scuola Normale Superiore e il Dipartimento di Biologia dell’Università di Roma Tre.

Nuove possibilità di diagnosi e cura

Sebbene per i test sull’uomo ci vorranno ancora alcuni anni, secondo i ricercatori questa nuova strategia apre a nuove possibilità di diagnosi e cura: per quanto riguarda quest’ultima, i topi trattati con l’anticorpo hanno infatti ripreso a produrre neuroni a un livello quasi normale. Ora il prossimo passo sarà di verificare se nei topi il blocco della malattia perdurerà per almeno un anno. Quanto ai fini della diagnosi precoce, monitorare la neurogenesi nella popolazione adulta potrà essere, in futuro, un potenziale strumento diagnostico per rilevare l’insorgenza dell’Alzheimer in uno stadio ancora molto precoce, quando cioè la malattia non è ancora accompagnata da sintomi.

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Presa! La bimba salvata nel naufragio a Lampedusa

Mar, 11/26/2019 - 10:45

La Guardia Costiera ha diffuso questo video dove si vede il salvataggio di 149 persone al largo di Lampedusa, di fronte all’Isola dei Conigli.
Fra di loro la piccola Faven di un anno. Gli uomini della Guardia costiera l’hanno sentita piangere e l’hanno ripescata in acqua , in ipotermia, ora è insieme alla sua mamma, salva anche lei.
Ben arrivata, piccola.

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Chi ha l’artrosi non può fare attività fisica: falso. Ecco tre fake news sullo sport

Mar, 11/26/2019 - 07:00

Se si soffre di artrosi è meglio non fare attività fisica. Più si suda, più si dimagrisce. Se lo sport non lascia strascichi dolorosi a livello muscolare, vuol dire che l’attività non è stata efficace. Chi non ha mai sentito fare almeno una di queste affermazioni? Sebbene siano infatti in molti a ritenerle esatte, non sono altro che alcuni dei tanti falsi miti riguardanti l’attività fisica. E che l’Istituto superiore di sanità (Iss), l’organo tecnico-scientifico del Servizio sanitario nazionale che sotto la vigilanza del ministero della Salute svolge funzioni di ricerca, sperimentazione, controllo, consulenza, documentazione e formazione in materia di salute pubblica, ha raccolto e smentito.

1. Se si soffre di artrosi è meglio non fare attività fisica.

Falso. Al contrario, l’esercizio fisico nelle persone affette da artrosi migliora il decorso della patologia, la motilità articolare e, di conseguenza, la qualità della vita. L’attività più indicata è quella aerobica a intensità lieve-moderata come il nuoto, l’acquagym o la bicicletta, che riduce il carico sulle articolazioni. Molto utili sono anche le discipline volte al rinforzo della muscolatura in prossimità delle articolazioni (ginnastica dolce, pilates, stretching o yoga). «Erroneamente – si legge sul sito dell’Iss – si pensa che le persone affette da artrosi debbano utilizzare le articolazioni colpite il meno possibile. Il rischio, in tal caso, è che si crei un circolo vizioso tra patologia artrosica e sedentarietà, con due conseguenze principali: 1) un peggioramento della patologia, e 2) un aumento del rischio di sviluppare altri problemi, come quelli cardiovascolari».

2. L’esercizio fisico è efficace solo se doloroso.

Falso. Il dolore è anzi un segnale con cui il corpo ci indica che si sta lavorando male oppure che si sta facendo uno sforzo eccessivo per le proprie possibilità. Come si legge sul sito dell’Iss, il dolore è quindi un segnale d’allarme e non di efficacia. Chi pratica attività fisica regolare lo sa: si possono tranquillamente svolgere esercizi anche molto intensi senza avvertire alcun dolore. «Possibili cause del dolore avvertito durante l’allenamento sono contratture, stiramenti o strappi. Questi eventi si verificano quando il muscolo viene sollecitato in maniera eccessiva o in caso di movimenti bruschi e violenti, soprattutto in persone non allenate. In questi casi è importante smettere l’allenamento e far riposare il muscolo per evitare un peggioramento della situazione. Eseguire un riscaldamento prima dell’allenamento con esercizi di allungamento muscolare, sia prima che dopo l’attività fisica, sono utili per prevenire questi eventi dolorosi».

3. Più sudo, più dimagrisco.

È falsa anche questa affermazione. Molte persone sono convinte che sudando si perda peso. «Da qui la frequenza di sauna e bagno turco, l’utilizzo di felpe o indumenti vari di materiale plastico durante l’allenamento, la pratica di attività fisica intensa nel tentativo di sudare tanto! In realtà attraverso il sudore perdiamo solo liquidi e sali minerali e non è possibile perdere grasso, come molti credono, poiché il sudore non lo contiene», si legge sul sito dell’Iss. Quando si suda la perdita di peso è quindi data esclusivamente dalla perdita di liquidi, e non dalla diminuzione dell’adipe accumulato.

Per conoscere le altre fake news sull’attività fisica smentite dall’Iss, clicca qui

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L’attività fisica migliora l’olfatto
Oms: i giovani non fanno abbastanza attività fisica

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Lombardia al top per la raccolta differenziata: siamo sicuri?

Lun, 11/25/2019 - 15:53

Tra i cosiddetti “Comuni Ricicloni” di Legambiente, particolarmente virtuosi per la raccolta differenziata ce ne sono 308 lombardi, che rappresentano il 20,3% delle città lombarde, per un totale di 1 milione e 661 mila abitanti. Legambiente assegnerà loro un premio domani, per aver raggiunto l’obiettivo di abbassare sotto i 75 kg per abitante i rifiuti indifferenziati, cioè tutto quello che non può essere riciclato. La provincia di Mantova è prima con l’87,1% di raccolta differenziata annua, buoni risultati anche per la provincia di Bergamo prima per la quantità di comuni (59) impegnati nel riciclo, come Telgate che con 5.068 abitanti arriva al 91% di rifiuti differenziati e Albino, che con 17.805 residenti arriva all’88,9%. Poi c’è Cremona, la cui provincia conta 43 città impegnate nel corso dell’anno a realizzare il 78,2% di raccolta differenziata, e Brescia che con 41 comuni ha totalizzato il 76,4%. E Milano? Nella Città metropolitana di Milano cresce il numero di Comuni Ricicloni rispetto all’anno precedente, da 36 a 40 per una percentuale totale di differenziata che si attesta sul 66%.

La classifica è realizzata sulla base dei dati del 2018 inviati dai Comuni e messi a disposizione di Arpa (Agenzia regionale per la protezione ambientale), in totale la regione lombarda arriva a quota 70,8% di raccolta differenziata. E Milano? Nella Città metropolitana di Milano cresce il numero di Comuni Ricicloni rispetto all’anno precedente, da 36 a 40 per una percentuale totale di differenziata che si attesta sul 66%.

Un sistema problematico

Nonostante i dati incoraggianti, non è detto che tutto l’impegno di comuni e cittadini abbia conseguenze positive sull’ambiente. Si ricordino gli incendi alle discariche dello scorso anno, appiccati in Lombardia, ma dilaganti in tutta Italia per l’incapacità nella gestione dei rifiuti anche se differenziati. Come ha affermato a People for Planet Mario Grosso, docente di Solid Waste Management and Treatment al Politecnico di Milano: “Quello che noi separiamo alla fine viaggia da un impianto all’altro su gomma, con enorme impatto e poi magari finisce in discarica. Tutto questo per permettere agli amministratori dei Comuni di fare a gara per vantarsi delle loro percentuali di riciclo. Ma finché non si cambia sistema produttivo – cosa molto complessa – il problema rientrerà dalla finestra”.

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Foto di Alexas_Fotos da Pixabay

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Violenza, nel mondo vittima una donna su tre

Lun, 11/25/2019 - 15:04

Ogni tre giorni in Italia una donna viene uccisa da una persona di sua conoscenza, spesso il suo partner. Tre femminicidi su quattro avvengono in casa e il 63% degli stupri è commesso da un partner o ex partner. I dati arrivano da “Non una di Meno” il movimento femminista italiano che lotta per la parità di genere, secondo cui «la violenza non ha passaporto né classe sociale, ma spesso ha le chiavi di casa».

I numeri sulla violenza contro le donne sono drammatici, tanto in Italia quanto nel mondo, e non risparmiano purtroppo neanche le giovani generazioni. E forse oggi, in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, vale la pena soffermarsi a leggerli.

Una donna su tre subisce violenza

A livello mondiale ogni anno sono un miliardo e duecento milioni le donne che subiscono violenza. Vale a dire che una donna su tre al mondo – 3,6 miliardi è la popolazione femminile globale – subisce violenza da parte di un uomo. In Italia le donne che hanno subito violenza almeno una volta nella vita sono sei milioni, tante quante la somma delle popolazioni di Roma, Milano, Napoli, Torino e Palermo messe insieme. Vale a dire una donna su 5, considerando che la popolazione italiana è formata da 31 milioni di donne. La maggior parte degli episodi di violenza è avvenuta tra le mura domestiche, e in molti casi anche alla presenza di bambini e bambine. Nei casi di violenza più efferata, quelli che portano alla morte della donna, l’omicida è un familiare o un ex familiare in 8 casi su 10 in Italia, e in 6 casi su 10 nel mondo. I dati arrivano dal dossier “Making the Connection” presentato da WeWorld Onlus alla Camera dei deputati proprio in vista della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne che si celebra oggi. «Per ‘violenza’ – spiega Greta Nicolini, portavoce della Onlus – si intende dallo schiaffo allo stupro, qualsiasi atto che una donna subisce da un uomo nell’arco della propria vita. Anche da parte del proprio padre».

Coinvolte anche le giovani generazioni

La violenza di genere non risparmia purtroppo neanche le giovani generazioni. Secondo una ricerca effettuata dall’Osservatorio Nazionale Adolescenza, circa 1 ragazza su 10 è stata aggredita verbalmente dal proprio fidanzato – e in circa la metà dei casi l’episodio è avvenuto in pubblico – per futili motivi, e in un caso su 20 è stata addirittura picchiata; una ragazza su 5 ha subito scenate di gelosia per il suo abbigliamento o per essere stata troppo espansiva con altre persone, a detta del fidanzato; infine il 17% dei ragazzi controlla di frequente lo smartphone della fidanzata per verificare messaggi e chiamate. E in 3 casi su 4 la ragazza decide di perdonare questi comportamenti.

«Fondamentale educare al rispetto»

«Che sia fisica, psicologica o nella subdola forma della discriminazione, viviamo in una società pervasa dalla violenza di genere – afferma Valentina Ruggiero, esperta in diritto di famiglia, in prima linea nella lotta per i diritti delle donne e per molti anni avvocato di Telefono Rosa, sedendo anche nel direttivo dell’associazione -. I giovani replicano le strutture comportamentali a loro familiari e se queste implicano la violenza è molto probabile che diventeranno persone violente. La recente legge detta Codice Rosso ha introdotto nuovi e importanti strumenti a tutela delle donne vittime di violenza, ma resta un problema culturale. Dobbiamo educare al rispetto le nuove generazioni, far capire loro cosa sia giusto, affinché non replichino gli errori dei loro genitori».

Leggi anche: Violenza sulle donne: approvato il disegno di legge “codice rosso”

Legge Codice Rosso: nessuno sconto, né attenuanti

Con la legge detta Codice Rosso «abbiamo tolto la possibilità di concedere attenuanti» a chi usa violenza contro le donne perché ci deve essere «la certezza della pena». Lo ha affermato il ministro della giustizia Alfonso Bonafede, che ha precisato: «Mi va bene che la pena abbia una funzione rieducativa, ma intanto ci deve essere la certezza della pena, e chi commette questi reati contro le donne deve sapere che pagherà un prezzo carissimo». Il numero dei femminicidi, ha detto Bonafede, «è un dato agghiacciante, una vera e propria emergenza sociale. Ogni quarto d’ora c’è una donna che subisce una violenza. E nella stragrande maggioranza dei casi chi esecita quella violenza è una persona che aveva le chiavi di casa».

Perché il 25 novembre?

Il 25 novembre non è una data scelta a caso per celebrare la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. In questa data ricade l’anniversario di un brutale assassinio avvenuto nel 1960 nella Repubblica Dominicana ai tempi del dittatore Trujillo: tre sorelle considerate rivoluzionarie furono torturate, massacrate e strangolate, e i loro corpi vennero poi buttati in un burrone per simulare un incidente. La Giornata è stata istituita dall’Organizzazione delle nazioni unite nel 1999.

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Caffè, cioccolato e pasta: ecco la dieta amica del cuore

Lun, 11/25/2019 - 14:08

Zucchero bocciato senza appello. Promossi cioccolato e caffè, oltre a pane e pasta. Con i dovuti accorgimenti, ovviamente: caffè non più di tre al giorno; cioccolata anche 30-40 grammi al giorno purché fondente almeno all’80%; pane e pasta meglio se integrali (oppure di farro e orzo). La dieta “amica del cuore” oltre a essere buona per l’organismo è buona anche per il palato. Il punto sulla dieta salva-cuore è stato fatto a Roma, nel corso del congresso Platform of laboratories for advanced in cardiac experience (Place) che si è tenuto a Roma e a cui hanno preso parte quattromila cardiologi da tutto il mondo.

Effetti antiossidanti e anti-tumorali

Caffè e cioccolata avrebbero effetti antiossidanti sull’apparato cardiovascolare. Amico del cuore anche il pomodoro, soprattutto se cotto, perché libera una sostanza dall’azione anti-tumorale. L’uso di alcune spezie e aromi, poi, andrebbe a favore della longevità: origano, cipolla rossa, pepe, curry, zenzero, basilico e prezzemolo.

Pollice verso

Pollice verso invece per lo zucchero, ritenuto responsabile di favorire l’insorgenza di tumori e malattie cardiache e per i sostituti del pane come cracker e grissini, che provocano un picco di insulina facendo solo venire più fame.

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Cosa fare per Venezia

Lun, 11/25/2019 - 10:01

Ieri si è svolta a Venezia una manifestazione indetta dal Comitato contro le Grandi Navi contro il Mose. Sotto una pioggia battente 500 coraggiosi si sono radunati in Campo Santa Margherita per raggiungere in corteo Campo Santo Stefano.

È la prima di altre manifestazioni contro quello che a detta del Comitato è una «Grande opera pubblica con grande ritardo, mai collaudata, che più che una certezza è una incognita concepita per uno scenario ormai superato».

Sono in molti a credere che il Mose non sia la soluzione, anzi può diventare un problema per la sopravvivenza della laguna visto che il fenomeno dell’acqua alta a Venezia sarà sempre più frequente negli anni a venire.

Quello che è accaduto nel capoluogo veneto può essere un’occasione importante per affrontare la questione del cambiamento climatico al di là dell’urgenza di questi giorni.

Paolo Cacciari in un bell’articolo su Comune-info ne propone alcune. In sintesi

Invitare Greta Tumberg a Venezia così che la città diventi  il simbolo della conversione ecologica planetaria.

Approvare un nuovo, esemplare Piano nazionale con l’obiettivo di azzerare le emissioni di gas a effetto serra (GES) in linea con gli impegni dell’accordo di Parigi sul clima. 

Inserire, tramite un articolo nella legge di bilancio, la Laguna di Venezia tra i Parchi naturali di interesse nazionale.

Per ridurre la capacità di invaso delle acque in Laguna: realizzare subito delle opere provvisionali urgenti alle quattro bocche di porto con sbarramenti removibili di immediata istallazione (navi autoaffondanti da posizionare in caso di acque alte eccezionali).

Vietare immediatamente la escavazione e il dragaggio di qualsiasi canale interno alla laguna fino a che non sarà certificata la fine del processo di erosione dei sedimenti lagunari.

Approvare e finanziare un piano di ripristino morfologico della laguna con il rialzo dei fondali delle bocche di porto ad una quota non superiore ai quattro metri al Lido e a Chioggia e di otto a Malamocco.

Riaprire ai flussi di marea le casse di colmata, le valli da pesca e rimuovere ogni sbarramento (compresa la diga foranea del Cavallino) che impedisce il ripascimento delle barene e dei bassi fondali lagunari.

E così via. Affidarsi agli esperti internazionali è un’altra proposta, come organizzare commissioni di controllo.

Le soluzioni ci sono e non sono un’opera che era probabilmente che era già inutile quando si è iniziato a costruirla.

Cercasi potenti di buona volontà.

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Foto di Free-Photos da Pixabay

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