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Aggiornato: 37 min 17 sec fa

I mattoncini Lego dicono addio alla plastica

Dom, 10/14/2018 - 16:42

Lego: entro il 2030 solo mattoncini ecologici in grado di resistere alle temperature elevate (e al mignolo del piede).

Lego è l’azienda che più di tutte deve il proprio successo alla plastica. Eppure, il colosso danese si è dato un obiettivo: entro il 2030 ogni prodotto Lego, compreso il packaging, sarà totalmente fatto da materiali ecologici. Lego, che è partner di Wwf, ad agosto 2018 ha lanciato un’iniziativa con l’intento di promuovere la svolta green e i nuovi mattoncini composti al 98% di bioplastica, per la precisione di polietilene ottenuto dall’etilene che si ricava dalla pianta della canna da zucchero. Per quanto eco-friendly, i nuovi mattoncini, che pure soddisfano i requisiti richiesti da Wwf per garantire l’approvvigionamento sostenibile della canna da zucchero, non sono ancora biodegradabili.

“Vogliamo avere un impatto positivo sul mondo che ci circonda e stiamo lavorando duramente”, ha detto Tim Brooks, Vice Presidente del dipartimento di Responsabilità Ambientale del Gruppo Lego. Il progetto è ambizioso: il materiale dei mattoncini del futuro dovrà resistere alle temperature di Paesi caldi come l’Arabia Saudita (il mercato Lego è globale), e al contempo prestarsi per la realizzazione di pezzi che siano anche flessibili, non solo rigidi. 130 sono gli esperti chiamati a raccolta da Lego, 200 i materiali finora studiati, e 130 i milioni di euro già stanziati. Non esattamente un gioco da ragazzi.

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Lodi, Riace, Verona: un brutto momento per l’Italia

Dom, 10/14/2018 - 11:07

Lodi: il Sindaco con un pretesto – la richiesta ai genitori di un certificato impossibile da ottenere dai Paesi di origine – discrimina i bambini che frequentano le scuole della città non nati in Italia, impedendo loro di poter frequentare la mensa scolastica assieme agli altri.

Riace: il Ministero degli Interni insiste ad accusare il Comune – lo stesso citato come esempio da seguire, tra i tanti, dalla rivista Fortune e dal quotidiano il Sole 24 Ore – di irregolarità nella gestione dei migranti ospitati e ne ordina la deportazione.

Verona: il Consiglio Comunale della città vota una mozione contro il diritto delle donne ad autodeterminarsi sul tema dell’aborto e si impegna a finanziare le organizzazioni antiabortiste.

È un brutto momento per l’Italia, stanno accadendo gesti di intolleranza sempre più diffusi, gesti che pochi anni fa sarebbero stati impensabili.

Ma possiamo farcela. A Lodi è partita una eccezionale gara di solidarietà a favore dei bambini discriminati attraverso una raccolta fondi a loro favore; Riace è stata oggetto pochi giorni fa di una grande manifestazione a sostegno del suo Sindaco Mimmo Lucano e l’ordine del Ministero degli Interni può essere impugnato; la delibera di Verona è stata accolta da una ondata unanime di proteste da parte delle organizzazioni che si occupano dei diritti delle donne e della parità di genere.

È necessario che l’Italia che crede nella uguaglianza, nella fratellanza, nella libertà si faccia sentire in tutte le sedi.

Fonte imm: TheNational

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Diébédo Francis Kéré: una storia africana

Dom, 10/14/2018 - 01:01

Diébédo Francis Kéré nasce nel 1965 nel villaggio di Gando, in Burkina Faso, e per studiare prima va a vivere nella capitale Ouagadougou e poi, grazie a una borsa di studio, si laurea in architettura in Germania, dove costituisce l’associazione Schulbausteine für Gando per sostenere lo sviluppo del suo Paese.
In Burkina Faso le case sono in balia della natura. A volte arriva un acquazzone e spazza via tutto…” racconta Kéré. “Fin da piccolo mi faceva arrabbiare vedere con quanta fatica la gente del villaggio costruiva qualcosa, che poi veniva distrutto in un battito di ali. Per questo ho scelto di studiare architettura, per portare stabilità e armonia là dove mancava”.

Con i fondi raccolti attraverso la sua associazione inizia nel 2000 la costruzione della prima scuola proprio a Gando, suo villaggio natale, coniugando quello che ha imparato in Germania con i metodi tradizionali di costruzione del Burkina Faso.
La scuola è costituita da blocchi di terra cruda compressa, a cui si aggiunge un doppio tetto, sollevato rispetto all’edificio da una capriata d’acciaio, così che l’aria possa fluire libera riparando comunque l’edificio dalla pioggia.
Kéré ci mette un po’ a spiegare agli abitanti del villaggio il proprio progetto, ma quando li convince diventano i suoi più abili ed entusiasti collaboratori. Tutti partecipano alla costruzione della scuola: uomini, donne e bambini.
Semplice, essenziale e magnifica, la realizzazione della scuola vale a Kerè il Premio Aga Khan per l’Architettura nel 2004.
Negli anni successivi la sua fama cresce, i suoi lavori vengono esposti al Moma di New York, realizza il Volksbühne Satellite Theater di Berlino, e altre cinque installazioni tra cui i londinesi Sensing Spaces Pavilion (2013-2014) e Serpentine Gallery Pavilion (2016-2017).

Ma la sua grande passione resta l’Africa.
Negli anni successivi la scuola di Gando è stata ampliata, sono stati aggiunti un giardino, gli alloggi per i docenti, un centro di aggregazione per donne, una biblioteca, la scuola secondaria. Man mano che i progetti si sviluppano, Kerè usa nuovi materiali, cercando di ridurre al minimo quelli più costosi, come l’acciaio, ad esempio.
In seguito sono state costruite altre scuole in altri villaggi e un centro medico ai confini con il Ghana; vi sono poi progetti ad ampio respiro, come quello che prevede la realizzazione di una piantagione di alberi di mango per soddisfare il fabbisogno vitaminico di una popolazione che si nutre soprattutto di miglio bollito, scarso di valori nutrizionali.

Istruzione, cibo per l’anima e cibo per il corpo. Così l’Africa può ritornare agli africani.

Fonti:
http://www.floornature.it/diebedo-francis-kere-5663/
http://www.abitare.it/it/ricerca/pubblicazioni/2018/07/13/francis-kere-una-monografia/

Fonte imm: http://www.kere-architecture.com/

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Samantha Cristoforetti diventa una Barbie

Sab, 10/13/2018 - 04:10

Sono molto contenta che oggi le Barbie rappresentino proporzioni fisiche realistiche e dimostrino che tutte le esperienze professionali sono accessibili alle donne così come agli uomini“. Così l’astronauta italiana Samantha Cristoforetti ha commentato l’uscita di una bambola Barbie che riproduce le sue fattezze, con tanto di tuta dell’Esa, l’agenzia spaziale europea. “Spero sia d’ispirazione per far capire alle bambine che devono sognare senza porsi limiti che non hanno ragione di essere“, ha detto Samantha.

In effetti è proprio questo lo scopo della popolare bambola, che per molti anni è stata sinonimo di bellezza di plastica, impossibile, con proporzioni innaturali. Negli ultimi anni invece Barbie ha modificato le fattezze di alcune bambole per renderle più “umane“, ha aggiunto gradazioni di pelle e creato una linea con Barbie che svolgono moltissime professioni.
C’è anche un filone di bambole ispirate a donne reali, dove, per citarne solo alcune, ci sono la campionessa Usa Ibtihaj Muhammad, con la tuta da scherma e l’hijab, l’artista messicana Frida Kahlo, la boxeur inglese Nicola Adams OBE, la pioniera del volo Amelia Earhart, la giornalista polacca Martyna Wojciechowsk, la nostra capitana della Nazionale di calcio femminile e della Juventus Sara Gama, nata in Italia da padre congolese e madre triestina, ed ora c’è anche Samantha Cristoforetti, la donna che ha passato più giorni nello spazio.

Il curriculum di Samantha non si può sintetizzare e lascia sempre senza parole: ingegnere aerospaziale, ufficiale pilota dell’Aeronautica militare, parla cinque lingue, è ambasciatrice Unicef. Ha superato selezioni con migliaia di candidati e poi è andata nello spazio, e probabilmente ci tornerà.
Quando la intervistano, quando parla in pubblico, è sempre molto attenta a dire cose che ispirino chi ascolta ed è pronta a rispondere a tono quando le vengono rivolte domande sessiste o anche sciocche.

Il fatto che abbia scelto di prestare la sua immagine a questa Barbie, e che nello spot spieghi che bisogna credere in se stesse, impegnarsi ed essere un po’ fortunate, è un messaggio semplice e forte, e comunque lontano anni luce dalla Barbie del 1965 accessoriata con il libro della dieta. Che ci piaccia o meno la Barbie, che ci piaccia o meno il brand che la produce, che periodicamente finisce nel ciclo delle polemiche per vari motivi, tra cui qualche volta per le condizioni di lavoro delle sue fabbriche, bisogna ammettere che è un passo avanti.

Il messaggio per le bambine è semplice, perché è così che bisogna parlare ai bambini: se ti impegni e ci credi potrai andare anche nello spazio. Poi agli adulti però bisogna mandare il messaggio che devono fare in modo che queste bambine, in tutte le parti del mondo, possano farlo. E’ più complesso, ma non possiamo deludere le nostre figlie.

Fonti imm: Advertiser, TgCom24

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Msc Crociere: stop alla plastica monouso entro marzo 2019

Sab, 10/13/2018 - 02:54

Eliminare del tutto l’uso di tutti gli articoli in plastica monouso sia a bordo delle navi sia a terra, sostituendoli con soluzioni ecocompatibili: è l’impegno di Msc crociere annunciato oggi a Ginevra.
Data obiettivo per l’abolizione della plastica monouso, fissato nell’ambito del Plastics Reduction Programme: marzo 2019.
La compagnia, riorganizzerà anche le cucine di bordo e i processi di preparazione del cibo per eliminare la plastica anche dalle monoporzioni (pirottini, confezioni di marmellata o yogurt).
Un primo passo concreto già intrapreso dalla Compagnia vedrà, entro la fine del 2018, la sostituzione di tutte le cannucce di plastica con alternative compostabili e biodegradabili al 100%.

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Ricordando Dario Fo

Sab, 10/13/2018 - 02:48

Non so cosa darei per un’altra serata con lui mentre raccontava del suo ultimo progetto, con una passione sempre uguale sia che parlasse di uno spettacolo sull’attualità che della vita di un grande artista del passato.

Diceva della vita che era: “Una meravigliosa occasione fugace da acciuffare al volo tuffandosi dentro in allegra libertà”.

E nella vita Dario si è proprio tuffato e per quanto riguarda la libertà… beh, non c’è da discutere.
Autore, attore, drammaturgo, pittore, mille i volti del nostro premio Nobel preferito, diceva:
“Gli autori negano che io sia un autore. Gli attori negano che io sia un attore. Gli autori dicono: tu sei un attore che fa l’autore. Gli attori dicono: tu sei un autore che fa l’attore. Nessuno mi vuole nella sua categoria. Mi tollerano solo gli scenografi”.

Affermava anche di essere un pittore prestato al teatro. Aveva un forte spiritualità pur dichiarando di essere ateo e a questo proposito nel libro “Dario Fo e Dio” scritto con Giuseppina Manin scrive: “Se siete in crisi, vi sbattete in ginocchio e pregate il Signore, i santi e la Madonna che vi vengano a tirar fuori. Noi atei, al contrario, non ci possiamo attaccare a nessun Santissimo. Per le nostre colpe dobbiamo rivolgerci solo alla nostra coscienza”.

E quante battaglie hanno combattuto lui e Franca per il diritto di informare: “Fermare la diffusione del sapere è uno strumento di controllo per il potere perché conoscere è saper leggere, interpretare, verificare di persona e non fidarsi di quello che ti dicono. La conoscenza ti fa dubitare. Soprattutto del potere. Di ogni potere.”
E anche: “In tutta la mia vita non ho mai scritto niente per divertire e basta. Ho sempre cercato di mettere dentro i miei testi quella crepa capace di mandare in crisi le certezze, di mettere in forse le opinioni, di suscitare indignazione, di aprire un po’ le teste. Tutto il resto, la bellezza per la bellezza, non mi interessa”.

A chi cercava di imbrigliare la satira, o faceva dei distinguo su cosa era o non era satira rispondeva: “È un aspetto libero, assoluto, del teatro. Cioè quando si sente dire, per esempio, “è meglio mettere delle regole, delle forme limitative a certe battute, a certe situazioni”, allora mi ricordo una battuta di un grandissimo uomo di teatro il quale diceva: “Prima regola: nella satira non ci sono regole”. E questo penso sia fondamentale. Per di più ti dirò che la satira è un’espressione che è nata proprio in conseguenza di pressioni, di dolore, di prevaricazione, cioè è un momento di rifiuto di certe regole, di certi atteggiamenti: liberatorio in quanto distrugge la possibilità di certi canoni che intruppano la gente” (da un’intervista di Daniele Luttazzi nel programma Satyricon, puntata 11, 4 aprile 2001).

E raccontava le vicende degli ultimi, le bugie della storia raccontata dai vincitori. E sempre, sempre, utilizzando lo strumento della risata. Perché a ridere si comincia fin da piccoli e il riso è sacro: “Nelle tradizioni delle culture più primordiali una delle pratiche principali atte ad accogliere i neonati alla vita era il rituale di farli ridere. Danze, canti, gesti, movimenti, azioni collettive: tutti si impegnavano a trovare ogni strategia possibile finché il bambino rideva. E questo capitava normalmente presto, perché il bambino ha nelle sue corde questo tipo di approccio con la realtà. Il rimbalzo dello scherzo, della battuta, il gioco della beffa, del rovesciamento per ritornare “in piedi”, il paradosso è il linguaggio naturale del bambino: è come se oltrepassasse la verità con una sua visione personale e comprende l’assurdo attraverso le risate. Così è nata l’intelligenza, quella vera. Così nasce il senso più vero della cultura. Anche a pochi anni di vita, il bambino ha bisogno della finzione per raccontare qualcosa di suo: e per questo un attore deve sapere quando “parla” a dei bambini, perché insegna a loro, dà a loro gli strumenti per imparare più a fondo il gioco dell’ironia. O qualche volta si rende conto che il bambino l’ha già imparato, prima ancora che l’attore calchi il palcoscenico … quanto spesso capita che tra il pubblico i bambini ridano prima degli adulti o prima ancora che il paradosso abbia raggiunto l’apice comico? Perché i bambini studiano la realtà proprio attraverso il paradosso e ne valutano valori e limiti con questi strumenti.”

Grazie, Dario.

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Parte ufficialmente il progetto PlasticLess di Lifegate

Sab, 10/13/2018 - 02:44

Entra nel vivo il progetto LifeGate PlasticLess un’iniziativa concreta per la salvaguardia dei mari italiani, nei quali convogliano quasi 90 tonnellate di plastica ogni giorno.

Il primo dispositivo, adottato da Volvo Car Italia, è stato posizionato nel porto di Marina di Varazze (SV) seguito dall’installazione di altri due dispositivi a Marina di Cattolica (RN) e Venezia Certosa Marina (VE). Altro partner del progetto è Whirlpool EMEA che, per sottolineare il suo impegno volto alla riduzione dell’utilizzo di materiali plastici e alla diffusione di una cultura improntata al rispetto dell’ambiente, ha adottato due dispositivi Seabin installati in due porti marchigiani: il porto Marina dei Cesari di Fano (PU) e il Circolo Nautico Sambenedettese di San Benedetto del Tronto (AP).
I dispositivi Seabin sono in grado di catturare dalla superficie dell’acqua circa 1,5 chilogrammi di detriti al giorno e risultano particolarmente efficaci in aree come i porti, all’interno dei quali si creano punti di accumulo causati da venti e correnti marine.

Per maggiori informazioni sull’iniziativa clicca qui

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Ariana Grande e la dieta vegana

Sab, 10/13/2018 - 02:04

Se volete seguire la dieta di Ariana Grande il social giusto è Pinterest. E’ lì che, con costanza, Ariana la bella posta soprattutto frutta, verdura, avena e patate dolci. Questi sono i migliori amici alimentari della pop star americana dall’invidiabile forma fisica e dall’invidiabile successo.

Si parte al mattino con l’avena integrale e mandorle, un cereale celebre per i suoi superpoteri nutrizionali e utilissimo in un’alimentazione vegana perché ricco di calcio, tra le altre cose. Poi un super frullato di frutta.
A pranzo una bella insalata di cavolo crudo e verdure a volontà, con una patata dolce. Per merenda barrette proteiche e mirtilli, e a cena un’altra badilata di verdure, completata da legumi di ogni tipo, tofu, tempeh (un alimento a base di soia) e via dicendo.
A piacimento caffè con latte di mandorla, ma mai una bevanda gassata (per via dell’alto contenuto di zuccheri). Ariana ama provare frutti esotici strani come il dragon fruit ma soprattutto ama i beveroni: latte di cocco, frullati vari, te, caffe.
La giovane star controlla che il suo contapassi arrivi almeno a 10mila ogni giorno, come aggiunta all’allenamento quotidiano.

L’orgoglio vegano trapassa le pagine social, e si vede subito che si gode appieno quella sua scelta di vita: i suoi scatti racchiudono tutta la goduria di questo mondo attorno a un piatto di fagioli cinesi o a una forchettata di alghe, lei si mostra curiosa e aperta al nuovo ma anche affezionata alle sue radici (avena e patate).

Di tanto in tanto esprime il proprio orgoglio vegano, ma anche bio e reducetariano (un recente movimento alimentare che limita il consumo il carne), riferendosi a quando era una bambina e già limitava il consumo di alimenti animali. Emblematico il numero di 850mila like per il post seguito alla visita a un santuario di animali, realtà sempre più presenti anche in Italia e dove volontari crescono animali strappati, in vari modi, al macello.

La dieta vegana non è una moda ma ama la moda, ed è riamata. Alcuni nomi di star che abbracciano spesso e volentieri, per lunghe parentesi, o da decenni, la dieta che evita animali e derivati dagli animali: Beyonce, Demi Lovato, Miley Cyrus, Alanis Morissette.

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Amsterdam, i turisti pagano per pescare plastica nei canali

Ven, 10/12/2018 - 09:24

A ripulire le acque di Amsterdam dalla plastica ci pensano i turisti. E per farlo pagano.
«Sembra incredibile, ma la gente lo adora», spiega Marius Smit, 45 anni, fondatore di Plastic Whale, «la prima compagnia professionale di pescatori di plastica»: un’impresa sociale che ha l’ambiziosa missione di ridurre l’inquinamento, fondendo l’utile al dilettevole.
Un’idea che fino ad oggi ha attirato 15mila persone. Sono salite su una colorata barca elettrica che le ha accompagnate per i chilometri di canali su cui è costruita la città olandese. Ma non si sono limitate ad apprezzarne storia e panorama come in un qualsiasi tour per visitatori. Hanno calato giù un retino per acciuffare sacchi, tappi e bottiglie. «Un bottino da cui ricaviamo nuovi prodotti dimostrando che la plastica non è solo un rifiuto, può diventare un’ottima materia prima».
Plastic Whale da poco la sfrutta per costruire mobili da ufficio. La prima collezione è stata inaugurata lo scorso febbraio e si compone di tavolo, sedie, lampada e un pannello acustico.

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Morire per una foto: in 6 anni scattati 259 selfie mortali

Ven, 10/12/2018 - 04:59

Duecentocinquantanove morti in sei anni in tutto il mondo. Sembrano pochi? Proviamo a contarli diversamente: 43 morti all’anno. Fanno ancora poca impressione? Allora mettiamola così: tre morti al mese (tre morti e mezzo, per la precisione), tutti i mesi, dall’ottobre del 2011 al novembre 2017. Motivo dei decessi? Fotografarsi in un selfie – ovvero un autoscatto – “mozzafiato” da condividere con amici e conoscenti sulle piattaforme social. Così tanto mozzafiato da rivelarsi fatale. I dati, raccolti a livello globale, arrivano da uno studio pubblicato sul Journal of family medicine and primary care, la rivista ufficiale dell’AFPI, l’associazione dei medici di famiglia indiani.

Maschi tre vittime su quattro

Dallo studio emerge che a causare le 259 morti sono stati 137 incidenti, che i giovani deceduti per immortalarsi in un selfie mozzafiato avevano in media 23 anni e che tre su quattro erano maschi – forse, spiegano i ricercatori, per la maggiore propensione del sesso maschile  ad adottare comportamenti rischiosi rispetto a quello femminile.

In India il maggior numero

Il più alto numero di incidenti e morti da selfie è stato segnalato in India, seguito da Russia, Stati Uniti e Pakistan. Annegamento, incidenti su mezzi di trasporto e cadute sono le cause principali. Ma tra le segnalazioni risultano anche decessi causati da animali, da armi da fuoco e dal fuoco.

Cifre in crescita

Dalla ricerca emerge anche come i decessi correlati ai selfie estremi siano aumentati negli ultimi anni, con un incremento nel biennio 2016-2017 rispetto al 2014-2015. E se nel 2011 le segnalazioni di decessi a causa di un autoscatto “estremo” sono state tre, nel 2016 il numero è cresciuto fino a 98 e lo scorso anno si è attestato a 93.

Dati sottostimati

E se sono cifre che già dovrebbero far riflettere, gli autori della pubblicazione spiegano che il numero reale dei selfie mortali è molto probabilmente sottostimato perché spesso la pratica dell’autoscatto estremo non viene nominata come la causa effettiva del decesso. “Riteniamo – hanno scritto i ricercatori – che le morti per selfie siano sottostimate e che il vero problema debba ancora essere affrontato”.

I Darwin Award

La morte per selfie è risultata al 5° posto dell’edizione 2017 dei Darwin Award, premi assegnati annualmente alle persone che perdono la vita in seguito ad azioni particolarmente scellerate o in circostanze eccezionalmente ridicole. Il riferimento allo scienziato e naturalista inglese non è casuale: sul sito del premio si legge infatti che viene dato alle persone che “hanno aiutato a migliorare il pool genetico umano rimuovendosi da esso in modo spettacolarmente stupido”. Come riporta in un articolo il portale Wired, protagoniste del selfie premiato con il 5° posto del Darwin Award 2017 sono due spettatrici di una corsa di cavalli nei pressi di un aeroporto nel Messico settentrionale: per scattarsi un selfie panoramico le due ragazze si sono allontanate dall’ippodromo a bordo di un furgoncino fino a sconfinare nella pista di atterraggio dell’aeroporto. Senza accorgersi che stava arrivando un aeroplano.

 

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TraTour, percorrere l’Italia in trattore

Ven, 10/12/2018 - 02:57

Marco Beretta, coltivatore milanese, ha girato l’Italia a bordo del suo trattore alla scoperta dei nuovi agricoltori e allevatori del Paese.
Lo abbiamo intervistato.

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Video di Martina De Polo e Francesco Saverio Valentino

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Sono sempre di più i Comuni 100% rinnovabili

Ven, 10/12/2018 - 02:35

Era il 2005 quando Legambiente iniziò a monitorare l’utilizzo delle fonti di energia rinnovabile nei territori del nostro Paese: l’iniziativa ha preso il nome Comuni 100% rinnovabili che ogni anno porta alla pubblicazione del relativo report annuale, una fotografia che attraverso la descrizione di buone pratiche, di progetti realizzati, mappe e speciali classifiche mostra la crescita e la “concentrazione” di questo sviluppo.

L’ultimo report 2017, realizzato con il contributo di Enel Green Power e in collaborazione con il GSE (Gestore Servizi Elettrici), mostra come, in 10 anni (dal 2006 al 2016), il numero dei Comuni nei quali è stato installato almeno un impianto da fonti rinnovabili sia progressivamente cresciuto passando da 356 a 7.978; almeno un impianto è presente in ogni Comune italiano.

Il report stila anche una vera e propria classifica, individuando e mettendo in evidenza i primi 40 territori virtuosi sotto il profilo energetico: sono quei Comuni 100% rinnovabili che rappresentano i migliori esempi di innovazione energetica e ambientale e che hanno saputo soddisfare il fabbisogno di energia dei propri cittadini attraverso un mix di più impianti e fonti rinnovabili diverse, almeno tre tra fotovoltaico, eolico, idroelettrico, bioenergie, solare e geotermico.

Nel 2017 il premio per il Comune 100% rinnovabile è andato a Cavalese, in provincia di Trento; tra i primi 40 comuni 100% rinnovabili spiccano molti Comuni del Nord Italia: Badia, Brennero, Brunico, Dobbiaco, Morgex, LaThuile e diversi altri; ma se anche il Nord e i piccoli comuni la fanno un po’ da padroni, è importante rilevare che tra i primi 40 vi sono anche città con più di 100.000 abitanti e comuni situati nel Centro-Sud: Parma, Foggia, Latina, Ferrara, Pescara, Giugliano in Campania, Forlì, Terni,  Bolzano e Modena.

Sono 545 i Comuni italiani che con le rinnovabili soddisfano dal 99% al 70% del fabbisogno elettrico domestico, altri 504 hanno raggiunto una percentuale tra il 50% e il 70%, mentre 1.499 producono dal 20% al 50% dell’energia elettrica necessaria ai fabbisogni domestici.

Molti Comuni, 3.021 indica il rapporto, producono più energia elettrica di quanta ne consumino le famiglie residenti, obiettivo che viene raggiunto grazie a un mix di fonti rinnovabili differenti (idroelettrica, eolica, fotovoltaica, da biomasse o geotermica) ma anche in quelle situazioni dove prevale una particolare fonte: sono infatti 61 i Comuni che superano, in molti casi largamente, il proprio fabbisogno grazie a impianti di teleriscaldamento collegati a impianti da biomassa o geotermici.

Malgrado nel 2016 le installazioni da fonti rinnovabili siano cresciute con ritmi inferiori rispetto al passato, il rapporto traccia un bilancio comunque positivo: se facciamo parlare i numeri vediamo che sono stati comunque installati 396 MW di fotovoltaico, 282 MW di eolico, 140 MW di geotermico, 513 MW di geotermia e 346 MW di mini-idroelettrico.

Il 2016 è stato il secondo anno consecutivo di calo della produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, dopo un decennio di crescita costante; nonostante questo c’è ottimismo e i numeri sono considerati positivi: le fonti rinnovabili hanno contribuito a soddisfare circa il 34,3% dei consumi elettrici complessivi.

Il calo è determinato prevalentemente dalla diminuzione dell’idroelettrico, mentre tutte le altre fonti rinnovabili sono cresciute complessivamente da una produzione di 8.800 GWh nel 2006 a 70.534 GWh nel 2016.

Il rapporto 100% Comuni Rinnovabili – spiega Edoardo Zanchini, Vicepresidente di Legambiente – mostra i successi dei territori che credono e scommettono nelle rinnovabili. Ora è il momento di accelerare, non accontentandosi di questi risultati. Proprio l’Accordo di Parigi e i nuovi obiettivi europei sul clima e l’energia oggi ci obbligano a guardare a come costruire un nuovo scenario di sviluppo delle energie pulite nel nostro Paese, dove si possano cogliere i vantaggi della rivoluzione in corso nel sistema energetico per rilanciare sviluppo e lavoro. Le esperienze raccontate e premiate oggi dimostrano un Italia all’avanguardia nel Mondo e oggi, con la riduzione dei costi degli impianti e le innovazioni in corso nei sistemi di accumulo, nelle smart grid e nelle auto elettriche, l’Italia può scegliere di puntare su un modello energetico che abbia al centro il territorio e l’autoproduzione da fonti pulite”.

“I risultati di questo studio evidenziano come continui in tutto il mondo la crescita delle rinnovabili, un processo che va avanti anche in Italiaafferma Antonio Cammisecra, amministratore delegato di Enel Green Power – Se guardiamo al territorio emerge poi come siano tanti i comuni e le imprese che sono dentro modelli innovativi. Il futuro sempre più imminente sta nello sviluppo di generazione rinnovabile integrata con reti intelligenti e sistemi di accumulo”.

Per vedere la distribuzione territoriale dei Comuni 100% rinnovabili si veda la mappa via via aggiornata da Legambiente . Allo stesso link è possibile consultare a la lista completa dei Comuni.

Per una panoramica sulle buone pratiche realizzate dai Comuni nel corso degli anni è interessante approfondire con  le schede dei progetti/,  le cosiddette buone pratiche.

Fonti:

https://www.nonsoloambiente.it/10-citt%C3%A0-sopra-i-100.000-abitanti-tra-i-comuni-100-rinnovabili
http://www.comunirinnovabili.it/comuni-100-rinnovabili/

Rinnovabili, ecco lo stato dei comuni in Italia

Immagini: fotomontaggi di Armando Tondo

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Giorgia “Gigia” Mazzucato: Giochi Politici

Gio, 10/11/2018 - 10:04
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Giochi politici – di e con Giorgia Mazzucato

Il sito di Giorgia Mazzucato

 

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Se Jair Bolsonaro vince in Brasile, i polmoni del pianeta rischiano. E no, non “salutava sempre”

Gio, 10/11/2018 - 02:55

Al primo turno delle presidenziali in Brasile lo spoglio delle schede elettorali ha mostrato in netto vantaggio Jair Bolsonaro, che candidatosi con il Psl (Partido social liberal), partito cristiano-nazionalista di estrema destra, e aggiudicatosi il 46,2%, sarà molto probabilmente il futuro Presidente del Brasile.

Sessantatré anni, ex-capitano dell’esercito, dichiaratamente nostalgico del regime militare che ci fu in Brasile fra il 1964 e il 1985, difensore della tortura e della pena di morte, razzista (“gli afrobrasiliani non sono utili nemmeno per procreare”), omofobo (“preferirei un figlio morto in un incidente stradale anziché un figlio gay”, “se vedessi due uomini baciarsi per strada li picchierei”), sessista (ad una deputata in aula: “non la stuprerei nemmeno, perché è troppo brutta”), antiabortista, favorevole al controllo delle nascite fra i poveri, Jair Bolsonaro sarebbe – per usare l’eufemismo del The Economist – “una minaccia per l’America latina”.

Il candidato Bolsonaro è anche favorevole alle privatizzazioni, piace ai mercati e ai ceti abbienti, è filo-americano, e a destare preoccupazione è in particolare una certa comunanza con Donald Trump. Entrambi, infatti, negano il cambiamento climatico. Mentre in passato i governi brasiliani di sinistra,  pur con innumerevoli contraddizioni, erano riusciti a mantenere (addirittura nel 2008, in piena crisi) politiche ambientali sostenibili, contrastando la deforestazione dell’Amazzonia, Bolsonaro ha già fatto sapere che intende uscire dall’Accordo di Parigi, abolire il Ministero dell’Ambiente, inaugurare un’autostrada di 890 km che taglierà a metà l’Amazzonia, aprire miniere nei territori abitati da popolazioni brasiliane indigene, combattere ONG internazionali ambientaliste e animaliste come Greenpeace e Wwf, rafforzare le lobby della carne, e aprire le riserve degli indigeni, che rappresentano circa il 13% del territorio brasiliano e custodiscono biodiversità importantissime, specie in Amazzonia. Oltre ai mercati, Bolsonaro piace molto anche ai fazendeios e ai taglialegna abusivi, che come lui vedono dietro le riserve degli indigeni un complotto ordito dagli Stati occidentali dell’Onu, che vorrebbero un Brasile frammentato in tanti Stati, così da poterne sfruttare meglio le risorse. Ma come si spiega, allora, la sua scalata?

Fatti incontestabili come la corruzione della sinistra, la condanna dell’ex Presidente Lula (attualmente detenuto nel carcere di Curitiba) sono stati elementi strategici per l’ascesa di Bolsonaro. Il ritorno della destra reazionaria e populista si potrebbe far risalire simbolicamente a ottobre 2014, quando il candidato Aécio Neves del Psdb (Partito della Social Democrazia Brasiliana) chiese il riconteggio delle schede dopo aver perso contro Dilma Rousseff, esponente del Pdl (Partito dei lavoratori). Il riconteggio ci fu, e ribadì la legittimità del risultato (il 51,64% dei voti per Dilma e il 48,36% ad Aécio), ma bastò a esasperare il clima di sospetto e sfiducia, che culminò di lì a poco con la sospensione della stessa Rousseff, accusata di impeachment. Oggi c’è un governo illegittimamente istituito, Dilma Rousseff ha perso alle elezione al Senato, Aécio Neves è inquisito per corruzione attiva, e l’avversario di Bolsonaro, Fernando Haddad, che concorre alle presidenziali con il Partito dei lavoratori, ha stretto alleanze con il centro-destra, appannando ulteriormente l’immagine della sinistra agli occhi dell’elettorato.

Per tutta la campagna elettorale Bolsonaro ha saputo cavalcare la sfiducia del popolo nei confronti della politica, mostrandosi sicuro di vincere, salvo brogli elettorali: “da quello che vedo nelle strade”, ha dichiarato in un’intervista alla televisione Band, “non accetto un risultato differente dalla mia elezione”. Ma una parte significativa del successo di Bolsonaro gli deriva paradossalmente dai suoi nemici, a cominciare dall’attentatore Guilherme Boulos, l’ex militante di estrema sinistra che il 6 settembre 2018 durante un comizio a Juiz de Fora ha accoltellato Bolsonaro all’addome, riservandogli terapia intensiva, colostomia temporanea, e gloria di combattente ferito agli occhi dell’opinione pubblica, per nulla solidale con le femministe che hanno accolto le dimissioni di Bolsonaro dall’ospedale con manifestazioni e spogliarelli a Rio de Janeiro. Chissà se l’opinione pubblica troverà altrettanto immorale l’abolizione promessa da Bolsonaro dell’articolo 231 della Costituzione brasiliana, che afferma che le popolazioni indigene hanno “diritti originari sulle terre che hanno tradizionalmente occupato”, anche quando la terra appartiene allo Stato e gli indios non godono diritti di proprietà sui minerali. Stavolta non vorremmo proprio saperlo.

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Abitare meglio: la certificazione CasaClima

Gio, 10/11/2018 - 02:47

La certificazione CasaClima permette di conoscere il consumo energetico di un edificio, espresso in KiloWattora per metro quadro l’anno.
Una casa tradizionale consuma mediamente dai 90 ai 120 kWh per metro quadro all’anno, una CasaClima Oro solo 10!

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Le ricette di Angela Labellarte: calamarata spigola e limone

Gio, 10/11/2018 - 02:44

Ingredienti per 4 persone

Pasta tipo calamarata: 400 gr
Spigola media: 1
Limone non trattato con foglie: 1
Carota: 1 media
Sedano: 1 costa
Cipolla: ½ (o un cipollotto)
Aglio: 1 spicchio
Olio EVO: 100 ml
Prezzemolo tritato: 1 cucchiaio
Peperoncino: a piacere
Farina: q.b.
Sale: q.b.

Preparazione:
Sfilettare la spigola togliendo anche la pelle (o farla sfilettare in pescheria, prendendo comunque anche la testa e la spina centrale). Utilizzare gli scarti del pesce per preparare un brodo con carota, cipolla e sedano.
Tagliare a dadini e infarinare leggermente i filetti di spigola. In una padella rosolare l’aglio e il peperoncino con l’olio EVO, aggiungere i dadini di pesce infarinati. Rosolare per un minuto e aggiungere il succo di un limone e la buccia grattugiata e lasciare sfumare fino a ultimare la cottura del pesce.
Filtrare il brodo di pesce e cuocervi la pasta al dente, scolarla e saltarla in padella con il sugo, qualche foglia di limone e mantecare con un mestolo di brodo di cottura.
Servire calda con una spolverata di prezzemolo fresco tritato.

Ph. Angela Prati

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Da Woodstock a Wall Street: tutta la strada della marijuana

Gio, 10/11/2018 - 02:44

C’è chi dice che l’industria della marijuana stia soppiantando quella del tabacco: fumare è out, ce ne siamo accorti, fumare “maria” è in. E la finanza l’ha capito subito.

Mentre il nostro Paese fa piccoli passi in avanti verso un consenso sempre più ampio, la tendenza negli Usa e non solo è – ormai da tempo – investire in marijuana, cioè dare fondi – da parte di privati come di grosse società di investimento, come banche, istituzioni, ricche famiglie o enti privati – alle piccole e medie aziende che si espandono in questo settore. Di sicuro, il concetto di marijuana collegato al peace and love è roba superata: la cannabis ora ha allargato i suoi confini, è “di moda” anche nella ricerca farmaceutica. “La sola domanda che tutti dovremmo porci è: come faccio a farci soldi?”. Questo il commento di un esperto di finanza all’ultimo evento organizzato da Green Table – rete di gente d’affari del settore che in sostanza mette in contatto imprenditori e finanziatori della canapa – a Manhattan. E questo nonostante New York non abbia ancora legalizzato lo spinello ricreativo, come diversi altri Stati americani hanno invece già fatto, e l’intero Canada, dove investire sulla canapa è ormai un classico anche se l’uso ricreativo della canapa ancora non è effettivo (lo sarà in ottobre). L’idea, insomma, è che consumare “maria” non sia più socialmente controverso di ordinare un bicchiere di vino, anche perché la scienza ha da tempo confermato che anche la differenza in termini di salute non è rilevante: anzi.

Non ci sono ancora spostamenti di denaro così significativi, ma iAnthus Capital e diverse altre società collegate alla cannabis hanno quotato le loro azioni in Canada. Il gruppo di coltivatori e distributori di Cronos Group, con sede a Toronto, è stato quotato in borsa sul mercato Nasdaq di New York lo scorso febbraio. Le società private e pubbliche hanno raccolto $ 3,5 miliardi nel capitale l’anno scorso e oltre $ 2 miliardi solo nei primi tre mesi del 2018, secondo Viridian Capital Advisors. L’assicurazione più famosa e prestigiosa al mondo, Lloyd’s, ha recentemente dato l’ok ad assicurare ogni attività collegabile alla marijuana, in Canada. Nella nota che diffondeva la notizia la società ha spiegato che, nonostante i rischi (politici) correlati, “la legalizzazione potrebbe dar luogo a nuove opportunità per gli assicuratori”. Infine, e non certo da ultimo, lo scorso fine luglio Wall Street ha assistito alla prima IPO, la prima offerta pubblica d’acquisto nell’ottica di quotarsi alla Borsa di NY da parte di una società operante nel settore, (si è trattato del produttore canadese a scopo terapeutico Tilray, e si è chiusa al 32% al debutto sul Nasdaq. L’Ipo ha raccolto in tutto 153 milioni di dollari).

Certo, non è tutto oro quello che luccica: il mercato mantiene grossi rischi, legati soprattutto alla politica, e gli esperti raccomandano operazioni in questo ambito nel brevissimo o al massimo nel lungo periodo, ma non nel breve. Del resto, se ci credono gli hedge fund… Navy Capital Green è un fondo di investimenti americano – con base a New York, gestito da un trentenne – che deve il suo successo al fatto di aver investito per tempo in questo settore. Dalla partenza nel maggio 2017, la società ha visto crescere i suoi asset (il patrimonio gestito) da 10 a 100 milioni di dollari, e l’anno scorso ha restituito oltre il 100%, al netto delle tasse. Questo significa non solo investitori “al dettaglio”, ma investitori istituzionali operativi in un settore un tempo ghettizzato.

Oggi il business è più che maturo, il frutto è caduto. E i semi generano nuovi profitti, nuovi settori per gli affari: a Seattle, che ammette l’uso ricreativo della marijuana addirittura dal 2012, ma anche in California, allineatasi più di recente, sono già tendenza i social network per lo scambio di opinione, ricette e indirizzi; c’è il settore della ricerca e sperimentazione su nuovi utilizzi; e ci sono aziende che lavorano sui derivati, dalla cosmetica all’edilizia, ai gadget. Settimana scorsa l’accordo da 122 milioni di dollari tra Cronos Group, uno dei colossi del comparto, con Ginkgo Bioworks, società di Boston finora nota per la produzione in laboratorio di fragranze per profumi, ha eccitato ulteriormente i titoli. Obiettivo, lavorare insieme per riprodurre chimicamente il Dna delle molecole cannabinoidi contenute nell’erba: un super affare. Intanto, è già partita, qui da noi, la prima Cannabis Business School.

E’ difficile capire quante porte potrebbe aprire la legalizzazione di questo mercato – da noi si parla già di una rinascita del Sud, dell’agricoltura e dei piccoli borghi – visti gli sviluppi ancora parzialmente inesplorati di questo mercato. Ma un calcolo, condotto l’anno scorso dall’Università della Sorbona e commissionato da un’azienda italiana, limitato solo alla canapa “light”, quindi quella già ammessa in Italia perché con un livello di THC molto molto basso, ha stabilito che “solo le attività commerciali portano un fatturato annuo minimo di circa 44 milioni di euro, creando l’equivalente di almeno 960 posti di lavoro fissi” nel nostro Paese. Immaginiamo i numeri di una liberalizzazione completa, che comprenda l’uso ricreativo. Già così, poiché la filiera produttiva è quasi totalmente confinata in Italia, lo Stato ne ricava una tassazione minima annua attorno ai 6 milioni di euro. Per i coltivatori si ipotizza “un ricavo medio intorno ai 50mila euro per ettaro“, e certamente ulteriori opportunità per i grownshop (i negozi, già esplosi, soprattutto in Lombardia, dove comprare l’occorrente per coltivare marijuana sul balcone).

Immagine: Fotomontaggio di Armando Tondo

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Vado a vivere in nave!

Mer, 10/10/2018 - 02:12

Vorreste andare a vivere in una barca ma soffrite il mal di mare? Il Progetto Marine Doc Estate è ciò che fa per voi.
In pratica si prendono le navi da carico in disuso, si portano in un bel posto in mezzo alla natura e si trasformano in case non solo di lusso ma anche autonome dal punto di vista energetico.
O almeno così affermano i promotori del progetto, lo studio di architettura Komma. Il primo mercantile a essere ricollocato sarà la Kempenaar, una nave che solcava la rete fluviale olandese, lunga più di 60 metri ma ormai in disarmo perché obsoleta.

Gli architetti hanno progettato una ristrutturazione totale trasformando la Kempenaar in appartamenti di lusso con ampi spazi all’aperto. La nave sarà collocata nelle pianure fluviali olandesi e dotata di impianto fotovoltaico, pompa di calore, e sistemi che permettono la piena autonomia energetica, con particolare attenzione all’isolamento termico.

Il progetto prevede di non perdere la struttura e la forma originale della nave: la poppa, la timoneria e il ponte di prua verranno esaltate dall’esterno con eleganti forme geometriche e una grande terrazza verde panoramica sul tetto permetterà una visione a 360° sull’ambiente naturale esterno.

Fonti:

https://www.infobuildenergia.it/notizie/vivere-case-ecosostenibili-vecchie-navi-mercantili-marine-doc-6317.html
http://aasarchitecture.com/2018/07/marine-doc-estate-by-studio-komma.html

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La mia auto funziona a olio fritto!

Mer, 10/10/2018 - 02:10

Sono i dati resi noti dal CONOE, il Consorzio nazionale di raccolta e trattamento degli oli e dei grassi vegetali e animali esausti, operativo su tutto il territorio nazionale: nei primi 6 mesi del 2018 in Italia sono state raccolte e avviate al riciclo circa 37mila tonnellate di oli usati. Se il trend si confermerà, per fine anno si arriverà a quota 75mila tonnellate, 3mila in più rispetto al 2017 (nel 2002 erano solo 15mila).

Che fine fa l’olio esausto?
Il 90% di quello raccolto dal Conoe diventa biocarburante che può essere usato per autotrazione miscelato con i normali carburanti di origine fossile.
Scrive Rinnovabili.it: “Nel 2017, grazie alle 72mila tonnellate di oli vegetali esausti raccolte, sono state prodotte 65mila tonnellate di biodiesel, consentendo un risparmio sulla bolletta energetica del Paese di 21 milioni di euro.”

Il potenziale raccoglibile
Le 72mila tonnellate raccolte nel 2017 sono state il 36% del “potenziale raccoglibile” di oli usati, 260mila tonnellate l’anno, 80 dai settori professionali, 180 dal privato/domestico.
“Ora è importante riuscire ad allargare la raccolta anche agli oli esausti domestici prodotti dai privati cittadini, che costituiscono il 64% del totale raccoglibile” spiega il presidente del CONOE, Tommaso Campanile.

Non gettate gli oli usati nei lavandini o giù per il water!
La depurazione delle acque inquinate da olio è costa circa 1,10 euro ogni chilogrammo di rifiuto gettato. Va raccolto e conferito nelle isole ecologiche.
Qui una lista delle aziende di raccolta che lavorano con il CONOE, suddivise per Regione.

Fonti:
http://www.rinnovabili.it/ambiente/riciclo-oli-vegetali-conoe/
http://www.conoe.it/

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