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Gli EcoShots di Jacopo Fo: gli infissi

People For Planet - Dom, 05/09/2021 - 19:00

Stanchi dello spiffero malefico che vi gela la schiena mentre siete davanti al computer e guardate Ecoshow? Cambiate le finestre! Il primo passo per rendere la vostra casa più ecoefficiente… Jacopo Fo ci mostra gli infissi più tecnologici ed efficienti oggi disponibili.

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Le ricette di Angela: Nuvolette di Kamut® al cioccolato

People For Planet - Dom, 05/09/2021 - 17:00

Un dolce semplicissimo da preparare. Ricetta di Angela Labellarte.

Ingredienti per 25/30 nuvolette

Kamut® soffiato 250 gr.
Cioccolato fondente 300 gr.
Granella di nocciole 100 gr.
Zucchero a velo

Procedimento
Sciogliere il cioccolato a bagnomaria o al microonde. Aggiungere il Kamut® soffiato e la granella di nocciole. Mescolare e, aiutandosi con due cucchiai, versare piccoli quantitativi di composto su un piano rivestito di carta forno. Lasciar asciugare per circa un’ora e servire le nuvolette spolverizzandole con zucchero a velo.
È possibile sostituire il cioccolato fondente con il cioccolato bianco.
Le nuvolette di Kamut® al cioccolato si conservano per 15 giorni in una scatola di latta per biscotti.

Ricetta vegana:

Ph: Angela Prati

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Il Sudafrica dice basta agli allevamenti di leoni in cattività

People For Planet - Dom, 05/09/2021 - 13:01

Il Sudafrica ha adottato misure per porre fine alla sua industria di allevamento di leoni multimilionaria, che fornisce cuccioli per intrattenere i turisti, favorisce la caccia di leoni da esibire come trofei e favorisce la fornitura di ossa al mercato asiatico per la medicina tradizionale.

In una dichiarazione rilasciata il 2 maggio, Barbara Creecy, il ministro del Dipartimento per le foreste, la pesca e l’ambiente del Sudafrica, ha riconosciuto la “visione secondo cui l’industria dell’allevamento di leoni in cattività non ha contribuito alla conservazione e stava danneggiando la reputazione della conservazione della specie e del turismo del Sudafrica. .

Con questo annuncio, il governo interromperà il rilascio dei permessi per allevare, mantenere, cacciare o interagire con i leoni in cattività e revocare gli attuali permessi di riproduzione.

Si ritiene che una serie di fattori abbia influenzato questa decisione, tra cui la crescente opposizione dell’opinione pubblica all’industria per il fatto di essere considerata disumana, i possibili collegamenti tra il commercio legale e illegale di ossa di leone e una maggiore comprensione delle malattie che gli animali possono trasmettere agli esseri umani.

Una specie in via di estinzione

Si stima che ci siano tra 6.000 e 8.000 leoni in cattività in strutture private in tutto il Paese, ma si stima che potrebbero essercene fino a 12.000.

Ci sono circa 2.000 leoni selvatici in Sudafrica e circa 20.000 in tutto il continente. Il loro numero è diminuito di circa la metà durante l’ultimo quarto di secolo, poiché gli habitat si sono frammentati e gli animali da preda come le antilopi sono diventati più scarsi.

Nel frattempo, i leoni entrano in contatto con le persone delle comunità rurali più spesso, con risultati mortali per entrambi. E secondo Creecy, il commercio legale di leoni in cattività potrebbe aumentare il bracconaggio delle popolazioni selvatiche.

Tra l’altro, gli animali sono spesso tenuti in condizioni disumane, in spazi sovraffollati con cattiva alimentazione e scarse cure veterinarie.

La decisione di porre fine agli allevamenti di leoni è quindi visto non solo come una vittoria per gli ambientalisti, ma anche per i sostenitori del benessere degli animali. “Migliaia di leoni d’allevamento nascono ogni anno in una vita di miseria in Sudafrica in crudeli allevamenti commerciali“, ha scritto in una e-mail Edith Kabesiime, responsabile della campagna per la fauna selvatica dell’organizzazione no profit World Animal Protection. “Quest’ultima mossa del governo del Sudafrica è coraggiosa: fa i primi passi in un impegno per un cambiamento duraturo e significativo. Questa è una vittoria per la fauna selvatica“.

Il triste destino dei leoni di allevamento

In alcune strutture di allevamento in cattività in tutto il paese, i turisti pagano per accarezzare, nutrire con il biberon e fare selfie con i cuccioli di leone e camminare insieme ad animali più maturi. I critici affermano che questo turismo interattivo porta ad abusi e pratiche di allevamento disumane come la rimozione precoce dei cuccioli dalle loro madri in modo che possano produrre più piccoli.

Molti leoni in cattività vengono venduti a strutture di caccia alla fine della loro vita, dove vengono uccisi dai cacciatori di trofei, che esportano pelli, teste e ossa in Asia per poi essere utilizzate nella medicina tradizionale.

Il report

Nell’ottobre 2019, Creecy ha formato un comitato per rivedere le politiche relative alla gestione, all’allevamento, alla caccia e al commercio di elefanti, leoni, leopardi e rinoceronti del Sudafrica. In un rapporto di quasi 600 pagine presentato nel dicembre 2020, il gruppo ha raccomandato che oltre a vietare la detenzione in cattività e l’allevamento di leoni e la vendita delle loro parti, la caccia al leone ne le interazioni turistiche con leoni in cattività (incluso l’accarezzamento dei cuccioli) dovrebbero terminare immediatamente. Ha inoltre raccomandato la distruzione delle scorte di ossa di leone e l’eutanasia umana di tutti i leoni in cattività esistenti, in quanto gli animali in cattività rilasciati in natura raramente sopravvivono perché non hanno mai imparato a cacciare e non hanno naturalmente paura degli umani.

Spetta ora al parlamento del Sudafrica provvedere a creare una legge ad hoc per l’eliminazione definitiva degli allevamenti di leoni.

Fonte: National Geographic

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Rafano

CuoreBasilicata - Dom, 05/09/2021 - 09:00

Una radice che ama presentarsi in maniera decisa e fin da subito, al primo taglio, quando le sue sostanze sprigionate iniziano ad avvolgere gradualmente il naso e gli occhi di chi decide di venirne a contatto. E’ l’Armoracia rusticana, conosciuta anche come Rafano, Barbaforte o Cren, un Prodotto Agroalimentare Tradizionale della Basilicata (PAT).

Storia e diffusione in Basilicata

E’ molto probabile che il rafano sia giunto in Basilicata attraverso la dominazione normanna, e che, viste le caratteristiche pedoclimatiche e la grande abbondanza d’acqua, abbia attecchito un po’ su tutto il territorio lucano. Questa radice si adatta a qualsiasi condizione, prediligendo però luoghi freschi e ricchi d’acqua, caratteristiche che l’Appennino lucano raccoglie perfettamente al suo interno. Ma è nella cucina contadina locale che il rafano trova il suo habitat ideale, affermandosi nel tempo come uno dei condimenti più utilizzati: non è un caso che nel potentino sia ancora definito “il tartufo dei poveri”.

L’utilizzo del rafano oggi, soprattutto nell’area di Cuore Basilicata, è legato a tradizioni culinarie del periodo carnevalesco per la preparazione di piatti tipici come la nota “rafanata”, una sorta di frittata nella quale il rafano è omogeneizzato con pecorino, uova e pane raffermo sbriciolato; il rafano è inoltre utilizzato come condimento per i tradizionali “ferricelli” (pasta fatta in casa) conditi con sugo di carne.

Proprietà e caratteristiche in cucina

Per il suo elevato contenuto in vitamina C, vitamina B1, olii essenziali, glucosinolati e altri composti attivi, il rafano presenta proprietà chimiche, nutrizionali e salutistiche che possono essere sfruttate anche in campo erboristico e fitoiatrico. Si evidenziano inoltre le sue importanti proprietà antibatteriche e antibiotiche.

La radice ha un sapore dolce, senapato, leggermente piccante e soprattutto fortemente aromatico e balsamico (si avverte decisamente nelle vie respiratorie e causa lacrimazione).  Il rafano grattugiato inoltre deve essere utilizzato immediatamente o al massimo conservato sott’olio o aceto. In cucina è spesso utilizzato anche per creare squisite salse che esaltano il sapore di carni, ortaggi e verdure, bolliti, carni alla griglia, pesce, ecc.

Sagre

Tra le manifestazioni del territorio ricordiamo la “Rafanata” di Cia-Agricoltori Italiani Basilicata giunta nel 2019 alla sua 25esima edizione.

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La dieta di Lancet per sfamare 10 miliardi di persone

People For Planet - Dom, 05/09/2021 - 08:00

Ad affermarlo sono 37 esperti mondiali di nutrizione, agricoltura e cambiamenti climatici che hanno studiato l’attuale situazione e proposto una “dieta” denominata flexitariana che privilegia verdura e legumi anche se non è totalmente priva di proteine animali.  

Attualmente 820 milioni di persone non mangiano abbastanza a 2 miliardi sono in sovrappeso. Negli ultimi 30 anni è raddoppiato il numero delle persone che soffrono di diabete.

C’è qualcosa che non va se inoltre si tiene conto che la produzione alimentare è il maggior emettitore di gas serra nell’atmosfera.

È un dato noto che per ottenere 1 kg di carne rossa (manzo) servono 5 kg di cereali e l’allevamento è responsabile da solo del 14,5-18% dei gas serra globali.  

L’agricoltura intensiva poi contribuisce all’emissione di metano e ossidi d’azoto, mentre il 70% delle risorse idriche mondiali se ne va per irrigare i campi e per produrre cibo nell’industria alimentare.  

Quindi la sfida è non aumentare i terreni coltivati e correggere gli errori alimentari che possono produrre il collasso del pianeta. Afferma Lancet: «I sistemi alimentari hanno il potenziale per nutrire la salute umana e sostenere la sostenibilità ambientale; tuttavia, stanno attualmente minacciando entrambi.» E continua: «Le diete malsane rappresentano un rischio maggiore di morbilità e mortalità rispetto al sesso non sicuro e l’uso combinato di alcol, droghe e tabacco.

La trasformazione in diete sane entro il 2050 richiederà sostanziali cambiamenti nella dieta, tra cui una riduzione superiore al 50% del consumo globale di cibi malsani, come carne rossa e zucchero e un aumento superiore al 100% del consumo di cibi sani, come le noci, frutta, verdura e legumi. Tuttavia, le modifiche necessarie variano notevolmente per regione.

I cambiamenti dietetici dalle diete correnti alle diete sane possono portare benefici sostanziali alla salute umana, evitando circa 6 milioni di morti all’anno, una riduzione del 6%».

Lo studio propone anche l’istituzione di nuovi organismi che si dovrebbero occupare di introdurre questi cambiamenti a livello mondiale. Speriamo che qualcuno all’ONU dia retta a questi scienziati: se la previsione che vede una popolazione di 10 miliardi per il 2050 è attendibile, il tempo per pensare a come sfamare tutte queste persone è davvero poco se non si prendono provvedimenti velocemente.

Immagine di copertina: Armando Tondo

Guarda l’infografica sulla dieta di Lancet

Articolo del 8 Marzo 2019

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Scozia, vincono gli indipendentisti | Olanda mette il freno a Draghi | Tornano le visite nelle Rsa

People For Planet - Dom, 05/09/2021 - 06:25

Corriere della Sera: Kabul, bomba alla scuola femminile: decine di vittime, molte erano studentesse;

Il Giornale: L’Olanda mette il freno a Draghi: inizia la battaglia per l’Europa

Il Manifesto: Stefano Cucchi, carabinieri condannati. «Speranza per le altre vittime»;

Il Mattino: Giornaliste, abusi online: il 30% si autocensura;

Il Messaggero: «La Cina da 6 anni prepara la terza guerra mondiale con armi biologiche e virus». Accuse Usa;

Ilsole24ore: Bambini e adolescenti: nel Dl sostegni dote fino a 15 milioni per i centri estivi;

Il Fatto Quotidiano: Biden agli americani: vaccinatevi o niente aperture. Così il board di Facebook ha fermato Trump;

La Repubblica: Scozia, vincono gli indipendentisti. Sturgeon: “Ora nessuno potrà negarci un referendum” Video;

Leggo: Coppia bloccata in India per una settimana, il volo sanitario è atterrato a Pisa;

Tgcom24: Tornano le visite nelle Rsa | Speranza firma l’ordinanza: obbligo di Green pass per i visitatori;

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Gli EcoShots di Jacopo Fo: la caldaia a legna

People For Planet - Sab, 05/08/2021 - 19:00

La legna è ancora oggi una risorsa interessante per produrre calore in modo ecologico. Le nuove stufe hi-tech non hanno nulla da invidiare alle moderne caldaie a condensazione…Se non avevate mai pensato a una caldaia a legna, questo video su come funziona vi interesserà senz’altro!

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Sappiamo leggere le etichette?

People For Planet - Sab, 05/08/2021 - 17:00

Cosa significa quando leggiamo su un sito o su un prodotto sigle come UNI EN ISO 9001 22000 o altri numeri e lettere? Può esserci utile come consumatori? Può servirci saperlo quando acquistiamo un prodotto?

Lo abbiamo chiesto all’avvocato Dario Dongo, esperto di diritto alimentare internazionale, fondatore di Great Italian Food Trade e del sito Fare, che contiene anche informazioni sulle regolamentazioni dei prodotti alimentari.

“Si tratta di certificazioni di qualità. Le certificazioni attestano tramite un ente indipendente accreditato, a seguito di audit periodici che comprendono esami documentali e ispezioni, il rispetto di uno standard o di una norma (cogente o volontaria) da parte di un’organizzazione. Per quanto attiene ai sistemi di gestione di qualità, il percorso di certificazione è adottato dagli operatori su base volontaria”, spiega l’avvocato.

Certificazioni di processo

Poi in questo caso bisogna distinguere tra certificazione di processo e certificazione di prodotto. “Le certificazioni di processo attestano che l’intero insieme delle operazioni condotte nell’ambito di una organizzazione – dalla selezione dei fornitori e l’approvvigionamento delle materie prime, fino all’immissione in commercio e la gestione di eventuali non conformità successive – siano eseguite nel rispetto delle procedure definite, con regolarità e continuità” spiega Dongo. “La qualità viene perciò intesa come la capacità di seguire con criterio le procedure volte a garantire il rispetto della legislazione, dei requisiti di contratto e delle politiche aziendali”.

La ISO 9001 e 22000

La norma principale è la ISO 9001, legata all’Organizzazione Internazionale per la Normazione.  Spesso in etichetta è accompagnata alle sigle UNI EN, che sono i corrispondenti in Italia e in Europa dell’ente di normazione internazionale.

La ISO 9001 è una certificazione di qualità di ampio spettro, che vale per tutte le aziende, non solo quelle dell’agroalimentare e “certifica la capacità dell’azienda di seguire procedure razionali, documentate, improntate al rispetto delle norme e al miglioramento continuo. È sicuramente un ottimo biglietto da visita”, spiega Dario Dongo.

C’è poi uno standard dedicato alla sicurezza alimentare, che è la ISO 22000, che prende le sue basi dalla 9001 e sviluppa i temi specifici di buone prassi igieniche e di autocontrollo igienico-sanitario nella filiera agroalimentare.

Le troviamo in etichetta?

Le certificazioni di processo non dovrebbero in teoria venire indicate in etichetta, anche se ciò a volte accade e tutto sommato non è da biasimare, poiché si tratta di un’informazione che i consumatori possono apprezzare. Se ne trova comunque notizia sui siti web aziendali.

Dongo ribadisce che si tratta di una certificazione di processo, quindi si tratta di una garanzia sulla cultura organizzativa: “Queste certificazioni non esprimono il valore intrinseco del prodotto, ad esempio le prerogative nutrizionali e organolettiche, o la provenienza e qualità delle materie prime. Attestano invece il rispetto di apposite procedure in fase di produzione, tese a garantire il rispetto delle regole e degli impegni assunti (nei confronti dei clienti commerciali e dei consumatori), oltreché i più elevati standard di sicurezza alimentare”.

Alle certificazioni “di processo” si possono poi abbinare quelle “di prodotto”, mediante le quali si attesta che le qualità del prodotto rispondano a determinate caratteristiche, e anche qui può intervenire un ente certificatore. Sono per esempio le certificazioni che attestano l’assenza di residui di pesticidi, oppure l’adesione a un particolare disciplinare, anche a quelli di cui abbiamo parlato, ad esempio Dop, Doc, Igp .

Articolo del 20 febbraio 2019

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Festa della mamma spiegata ai bambini

People For Planet - Sab, 05/08/2021 - 15:00

Dal canale YouTube Giovanna De Angelis una spiegazione ai bambini delle origini della festa della mamma in Italia e nel Mondo attraverso un percorso sovra-disciplinare di educazione ambientale.​

Giovanna De Angelis

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In Serbia ogni cittadino vaccinato riceverà 25 euro

People For Planet - Sab, 05/08/2021 - 10:00

3000 dinari, praticamente 25 euro. Si tratta della cifra che il governo serbo riserva ai cittadini che si faranno vaccinare entro maggio.

Il paese balcanico ha acquistato milioni di dosi – da aziende occidentali, ma anche da Cina e Russia – ed è diventato per breve tempo un hub regionale per i vaccini quando ha offerto agli stranieri la possibilità di essere vaccinati.

Tuttavia, dopo aver vaccinato circa 1,3 milioni dei suoi sette milioni di abitanti, la campagna vaccinale ha iniziato a rallentare.

Tutti coloro … che avranno ricevuto il vaccino entro il 31 maggio riceveranno 3.000 dinari (25 euro)“, ha detto il presidente Aleksandar Vucic ai media locali, aggiungendo che si aspettava che tre milioni fossero vaccinati entro la fine del mese.

Vucic ha detto che il Paese vuole “premiare le persone che hanno mostrato responsabilità“.

Ma ha aggiunto che i dipendenti pubblici che non hanno ricevuto un vaccino non avrebbero ottenuto un congedo retribuito se avessero contratto il virus.

La Serbia spera di aumentare ulteriormente il numero di vaccinati offrendo vaccini nei centri commerciali e premiando i volontari con buoni.

L’epidemiologo serbo Zoran Radovanovic ha detto all’Afp che i serbi potrebbero “essere i primi non solo in Europa, ma anche nel mondo” a ricevere un premio in denaro per essersi vaccinato.

Tuttavia, ha avvertito che stimolare le campagne di vaccinazione con il denaro potrebbe essere un’arma a doppio taglio.

Spingerà alcuni di coloro che vivono in estrema povertà a farsi vaccinare, ma produrrà resistenza con alcuni degli altri”, ha detto Radovanovic.

La logica è questa: se lo stato mi paga per fare qualcosa che mi dice è per il mio bene, allora qualcosa è sospetto“.

Anche in Italia dovremmo adottare una politica del genere?

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L’arte di creare il pane

People For Planet - Sab, 05/08/2021 - 08:00


Forse è qui la ragione del perché
questo cibo essenziale è ritenuto sacro:
Dacché il pane è considerato cotto e donato
per ricordare le nostre origini,
dove impastare significa mischiarsi l’un l’altro,
amarsi e congiungersi,
perché dal calore riesca la nostra vita.

(Dario Fo)

La passione

Da una decina di anni ho scoperto il mondo dell’Arte bianca e in particolare del pane: il frutto della terra e del lavoro dell’uomo! Un amore a prima vista… Ho iniziato da solo, in una piccola cucina, con pochissime attrezzature, curiosando tra manuali e ricette, ma soprattutto facendo centinaia e centinaia di esperimenti e appuntando ogni volta quello che notavo, cercando di capire perché certi successi e perché talora certi fallimenti… Da allora il mondo del pane è entrato sempre più nella mia carne, nella mia vita, nei miei sogni.

Roberto Giacomazzi con Eugenio Pol

Con questo innamoramento nascente, ho iniziato la mia itineranza presso rinomati panifici in Italia e all’estero, in particolare Francia e Germania. Quelli che ora considero i miei principali consulenti e maestri di riferimento sono stati il grande Eugenio Pol del Panificio “Vulaiga” di Fobello in Valsesia, Stefano Bongiovanni del Panificio artigianale di Nucetto nel cuneese, alcuni panificatori degli antichi forni a legna di Altamura e Matera e Giuseppe Da Re – il Re dei Bibanesi! – che mi ha portato nel trevigiano, ad Adria, facendomi incontrare niente meno che Arnaldo Cavallari, l’inventore della Ciabatta polesana. Da ognuno ho imparato qualcosa, ho trovato incoraggiamento, consigli, qualche trucco e qualche accorgimento in più (e in un panificio dove il pane non aveva nulla di particolare, ho imparato la pulizia quasi maniacale dei locali!).
Ma il mio sogno era quello di fare un pane speciale, un prodotto “artistico” e completamente naturale: con farine biologiche macinate a pietra, lente e lunghe lievitazioni e lavorato interamente a mano in modo del tutto artigianale, senza fretta, come una volta. Sentivo che, per dar vita a questa ‘creatura’, era la mia stessa vita a doversi impastare insieme ai vari ingredienti…

Arnaldo Cavallari e Giuseppe Da Re

Il nemico numero uno

Fin da subito ho compreso che nel mondo del pane il segreto sta nella pazienza. Regola fondamentale: per avere un prodotto di eccellenza la lievitazione deve essere lenta e più lunga possibile. Un prodotto da forno per essere definito ‘buono’ non basta, infatti, che sia gustoso al palato ma deve essere anche leggero e quindi digeribile. Pertanto il nemico numero uno da combattere è la fretta! In questi tempi dove tutto avviene rapidamente, io ho scelto di far lavorare l’impastatrice solo in prima velocità, e rallentare i tempi di lievitazione avvalendomi del freddo. Sì, noi siamo soliti pensare che per far lievitare ci sia bisogno del caldo, ma in realtà l’impasto inizia a lievitare a temperature bassissime molto vicine allo zero, basta avere la pazienza di aspettare!

La manualità

Nella produzione del pane alcune attrezzature sono indispensabili, ma inutile dire che lavorare con le mani è un’altra cosa! Prima di tutto le mani non surriscaldano la pasta (come invece accade con qualsiasi organo meccanico) lasciando inalterate le proprietà organolettiche, in più la pasta va ‘sentita’ con le mani. Se non possiamo ormai rinunciare all’impastatrice, il resto della lavorazione di un pane artigianale va fatto assolutamente a mano. Dalle piegature di rinforzo, alla successiva spezzatura e formatura, tutto rigorosamente a mano. Ma attenzione: la pasta risente molto dello stato emotivo e della tensione di chi la manipola; per questo è importante calma e delicatezza per non stressarla. In questo modo ogni forma di pane avrà una sua storia e una sua fisionomia unica e irripetibile.

Il lievito madre

Dopo essermi cimentato col lievito di birra tra impasti diretti e indiretti con bighe e poolish, ho iniziato ad impiegare nella panificazione la pasta madre, quella solida, donatami da un panettiere pugliese. Ricordo ancora la trepidazione mentre risalivo l’Italia con questo piccolo ma prezioso essere vivente in valigia!
Ma dopo un po’ di tempo sono finalmente approdato al Li.Co.Li (lievito a coltura liquida) comunemente conosciuto come lievito madre. Con quest’ultimo, il gusto caratteristico piuttosto acido rilasciato dalla pasta madre solida viene meno ed è prevalente nel pane un sentore fruttato. Il lievito naturale a coltura liquida è una miscela composta esclusivamente da acqua e farina in pari quantità lasciata maturare a lungo all’aria in modo del tutto spontaneo e naturale (come starter ho messo un po’ di miele biologico di acacia ma non era indispensabile).
Tre sono i fattori che hanno concorso alla nascita del lievito madre: aria, acqua e temperatura. I lieviti (soprattutto saccaromiceti) e i batteri lattici e acetici (lactobacilli e streptococchi) presenti in natura, alla presenza di quella miscela di acqua e farina, hanno cominciato a moltiplicarsi in modo costante, favoriti dalle miti condizioni ambientali, dando vita al processo di fermentazione. In pratica, tali microrganismi nutrendosi degli zuccheri complessi quali gli amidi contenuti nella farina si trasformano in alcol etilico e anidride carbonica. Tale trasformazione è appunto alla base di quella che chiamiamo lievitazione che, proprio grazie all’anidride carbonica e all’alcol, permette l’aumento di volume dell’impasto. E così la passione per il Li.co.li è divampata! I vantaggi sono notevoli; oltre ad essere particolarmente agevole sia il rinfresco che l’incorporamento nell’impasto, è facilmente controllabile il suo grado di acidità grazie all’alta percentuale di acqua (e quindi di ossigeno) presente .
Una volta creato questo lievito – a prescindere che se ne faccia uso o meno – non andrà mai abbandonato bensì custodito gelosamente e nutrito quotidianamente. Questo nutrimento è chiamato rinfresco e deve essere effettuato con acqua e farine biologiche diverse e selezionate. Un pizzico di polline di fiori aromatici, aggiunto di tanto in tanto, lo renderà del tutto speciale! Il lievito così rinfrescato dovrà essere lasciato maturare per almeno 6-7 ore (ma io ne aspetto 24) prima di essere impiegato nella panificazione.
Qualora si prevedesse di non utilizzarlo per lunghi periodi, dopo essere stato rinfrescato con acqua fredda, il Li.Co.Li può essere conservato in frigorifero. Prima di essere riutilizzato sarà però indispensabile procedere a rinfreschi con acqua tiepida ravvicinati tra loro, al fine di rivitalizzarlo.

Interagire con la natura

Chi ha a che fare con il lievito naturale si sarà accorto che il pane ogni giorno è diverso. A differenza del lievito di birra, prima di iniziare ad impastare, un’occhiata al tempo meteorologico esterno non guasta! Oggi fa freddo o è caldo? Umido o Secco? Piove o c’è il sole? Tira vento? Il lievito madre (come del resto anche noi umani) risente molto delle condizioni ambientali e l’abilità del panificatore sta proprio nel sintonizzarsi col ‘tempo che fa’ e applicare le misure necessarie per interagire con la natura. Per questo motivo, a seconda delle condizioni in cui panificheremo, avremo sempre un pane diverso anche qualora venisse impiegato meticolosamente lo stesso procedimento. Se per molti questo costituisce un inconveniente rischioso per cui preferire il lievito di birra (più veloce, più stabile e più semplice da usare), per gli amanti del lievito naturale questo è l’aspetto più appassionante!

Dall’impasto al pane

Una volta maturo, il lievito madre viene impastato lentamente con acqua e farine biologiche macinate a pietra naturale (senza alcun miglioratore o conservante). Una particolare attenzione va riservata all’acqua: è un elemento importante in quanto partecipa alla formazione del glutine attivando le proteine contenute nella farina. È da preferire un’acqua ricca di sali minerali, né troppo dura né troppo dolce, e assolutamente non clorata. A seconda della stagione, dell’ambiente in cui si lavora e del tipo di impastatrice, la temperatura dell’acqua andrà rigorosamente calcolata per giungere alla temperatura finale ottimale dell’impasto che si aggira intorno ai 24°, coefficiente affatto secondario se si vuole raggiungere una perfetta alveolatura.
L’impasto così ottenuto viene lasciato riposare in mastelli per una prima lievitazione di alcune ore, intervallando alcune piegature di rinforzo che gli permettono un’ulteriore ossigenazione, quindi spezzato e formato con delicatezza. Dopo una seconda lievitazione di quasi 24 ore a 4° viene riportato per qualche minuto a temperatura ambiente e infine infornato in un forno a platea affinché riceva quella giusta spinta dal basso che lo farà ‘dischiudere’ spontaneamente, senza dovervi applicare alcun taglio.
Una volta cotto e sfornato va lasciato raffreddare lentamente, lontano da correnti d’aria. Più buono se gustato a distanza dalla cottura (il lievito madre continuerà infatti a rilasciare le sue proprietà nel tempo), questo pane casereccio è unico ogni giorno, mai uguale a se stesso perché del tutto naturale; un pane dall’aroma e dal profumo inconfondibile, dalla mollica soffice ed elastica, di alta digeribilità e conservabilità nel tempo.
Ecco il pane che desideravo: un pane artigianale, ottenuto seguendo i procedimenti di panificazione più antichi e tradizionali, frutto di un lavoro manuale di trasformazione di ingredienti naturali selezionati, attraverso l’utilizzo esclusivo del lievito madre, senza l’aggiunta di sostanze chimiche e miglioratori. Un tipo di lavorazione che permette di lavorare di giorno e dormire la notte: all’alba si deve soltanto infornare e preparare il nuovo impasto per il giorno seguente!
Terra, aria, acqua e fuoco: gli elementi della vita e della natura si sono uniti in una relazione così intima da creare un unico prodotto, simbolo della vita e dell’umanità.

Trasmettere l’arte

Per un intero anno ho avuto la gioia di trasmettere l’arte bianca a due giovani immigrati: Siman originario del Mali e Mahamadou, un simpatico senegalese. Hanno appreso con passione le varie metodologie di impasti diretti e indiretti con il lievito di birra, fino all’impiego del lievito naturale. Bellissimo vederli tuffare in quella farina bianca! Dalle loro mani sono usciti pane, pizze, focacce, dolci e biscotti di grande qualità. Felici di aver appreso quest’arte e di essersi creati il ‘loro’ lievito madre, ora sono alla ricerca di un lavoro nel mondo del pane.

Il sogno

A differenza di altri mestieri, quello del panificatore non si risolve nella meccanica applicazione di procedure consolidate e predefinite; necessita di un qualcosa in più, che solo il tempo, la dedizione e lo spirito di sacrificio, il talento e la fantasia possono fornire. Solamente così l’attività del fornaio diviene l’arte di creare il pane, il frutto più genuino e sincero della terra.
(A. Marinoni, già Presidente Federazione Nazionale Panettieri e Pasticceri)

Il mio sogno è portare il Li.Co.Li in Umbria e realizzare un piccolo panificio artigianale biologico con rivendita di pane casereccio di alta qualità, oltre ad altri prodotti da forno “di nicchia” quali focacce, torte, biscotti …
Perché proprio Umbria? Perché sono innamorato di questa terra, delle sue colline piene di oliveti e di vigne baciate dal sole che spandono ovunque profumo e spiritualità. Qui ho vissuto e studiato per molti anni, prima di trasferirmi al Nord Italia dove ho fondato un piccolo forno artigianale presso una comunità. Trascorso un decennio ho desiderato ritornare in questa terra, sognando di far sorgere qui, un mio piccolo forno. Nel frattempo ho iniziato a girovagare nei panifici di questa piccola regione nella speranza di trovare lavoro nel mondo della panificazione ma con stupore ho constatato che il lievito madre non è molto conosciuto, da qui il desiderio che il mio sogno diventi realtà.
Considerando che attualmente sono senza fondi, sembrerebbe un’impresa impossibile. Ma non voglio darmi per vinto! Sto cercando che qualcuno creda con me in questo progetto ottenendo la possibilità di qualche finanziamento per non rinunciare al sogno di creare, in questo cuore verde d’Italia, un pane degno dei versi di Dario Fo.

Articolo scritto il 19 Marzo 2019

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Brasile, massacro della polizia nella favela | Trump torna su Twitter che lo blocca già | Ponte Messina: “Motivazioni per farlo”

People For Planet - Sab, 05/08/2021 - 06:25

Corriere della Sera: Brasile, massacro della polizia nella favela: nel raid contro i narcos almeno 25 morti;

Il Giornale: Ecco perché chi muore di Covid è sempre più giovane;

Il Manifesto: Biden fa proseliti ma non tanto, il no di Cina e Germania;

Il Mattino: Trump torna sui social e Twitter lo blocca già;

Il Messaggero: Gran Bretagna revoca quarantena da 12 paesi turistici ma non dall’Italia;

Ilsole24ore: Welfare, 3 imprese su 10 puntano su assistenza ad anziani e non autosufficienti;

Il Fatto Quotidiano: Stefano Cucchi, pene più alte in appello. Due carabinieri condannati a 13 anni. La famiglia: “Lotta per la giustizia non ancora finita”;

La Repubblica: Ponte di Messina, i tecnici del ministero: “Profonde motivazioni per farlo”;

Leggo: Razzo cinese in caduta: 9 regioni italiane in allerta. La protezione civile: «Evitare di stare all’aperto»;

Tgcom24: Gerusalemme, violenti scontri sulla Spianata delle Moschee: cinquanta feriti;

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Gli EcoShots di Jacopo Fo: le nuove caldaie a gas

People For Planet - Ven, 05/07/2021 - 19:00

Bruciare per scaldare. Ma nel modo giusto. Anche le caldaie sono state re-ingegnerizzate, che vi credete! Guardare per credere. E per decidere come gestire, risparmiando e tutelando l’ambiente, il proprio riscaldamento.

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Energia e digiuno: salti il pasto e vivi meglio?

People For Planet - Ven, 05/07/2021 - 17:00

Il digiuno

Anzi, c’è chi dice che digiunare per qualche giorno è salutare.
Il tema del digiuno mi incuriosisce e do un’occhiata alla Treccani … Trovo che il digiuno è l’astensione parziale o totale da cibo per ragioni di salute e terapeutiche oppure in osservanza di una prescrizione religiosa o scelta politica, che viene praticato in molte religioni sin dall’antichità, in forma pubblica e di gruppo oppure in forma privata, per avvicinarsi al sacro, per ascetismo o anche per penitenza. Vediamo di saperne di più…

Alcuni studi sul digiuno

Tra i sostenitori celebri della “dieta del digiuno” c’era l’oncologo Umberto Veronesi, che sosteneva che almeno un giorno a settimana di astensione dal cibo poteva aiutare a riequilibrare gli eccessi cui ci sottoponiamo ogni giorno e aiutarci a mantenerci attivi e lucidi. Raccontava al quotidiano “La Stampa”: «Quali idee fulminee, intriganti, appassionate, geniali possono mai arrivare dopo un’abbondante mangiata? Per me il digiuno è fonte di chiarezza mentale».

Il professor Giuseppe Remuzzi, dell’Istituto Mario Negri di Bergamo, ha ricordato sul “Corriere” che i nostri avi mangiavano quando capitava. Per questo motivo abbiamo ancora oggi organi, come il fegato, capaci di conservare energia per renderla disponibile quando serve. Privare brevemente il corpo di cibo attiverebbe una serie di reazioni, a livello cellulare e fisiologico, che col tempo aumenterebbero il benessere e, secondo alcuni studi, addirittura la longevità.

Uno degli studi più recenti sul digiuno è attualmente coordinato dall’italiano Valter Longo, professore dell’Istituto di Longevità della University of Southern California e dell’Istituto di Oncologia Molecolare della Fondazione Italiana per la Ricerca sul Cancro di Milano.
Longo ha studiato una “dieta della longevità” che con una funzione anti-aging rallenterebbe l’invecchiamento, ispirandosi alla dieta mediterranea “antica”, con poche proteine animali. Per chi non riesce a seguirla, il suo team ha ideato una dieta “mima-digiuno” o digiuno simulato: non un’astensione dal cibo ma un’alimentazione ipocalorica da ripetere per pochi giorni, a cicli di qualche mese. Ridurrebbe i rischi di diabete, malattie cardiovascolari e cancro.

Una fonte dei problemi di salute nelle società occidentali sarebbe l’assumere troppo cibo, troppo spesso. Luigi Fontana, professore all’Università di Brescia e alla Washington University a St.Louis, sta studiando sull’uomo i benefici di mangiare meno frequentemente, rimanendo a digiuno 14-16 ore su 24. I risultati dicono che diminuirebbe il rischio di ictus e infarto.
Ridurre le calorie non fa male, ma è meglio non farlo da soli. Lo stesso Fontana, intervistato da “La Repubblica”, mette in guardia: «Se non si assumono tutti i nutrienti necessari (vitamine, sali minerali ecc) si rischia la malnutrizione. Occorre molta accortezza nel programmare una dieta simile».

Gli aspetti psicologici del digiuno

Sono l’unica che non riesce a saltare nemmeno la colazione? Come fa chi digiuna ad avere una vita normale? Si sente davvero meglio dopo?

L’ho chiesto a Maurizio Morelli, insegnante, formatore di insegnanti di yoga a Milano e autore di diversi libri. Una persona con una vita molto attiva, che pratica il digiuno da anni, conciliandolo con il proprio lavoro.

I miei dubbi sono normali, mi spiega: «i primi giorni un po’ si soffre. Si sente la sensazione di fame, si è nervosi, possono capitare mal di testa e vertigini».
Un digiuno è psicologicamente difficile da affrontare, perché molti momenti della nostra giornata sono scanditi dal cibo, mi spiega: «bisogna occupare il tempo che prima passavamo mangiando. Si può riposare, oppure trovare un compagno che digiuni assieme a noi per fare magari una passeggiata. Io ho sempre digiunato “in gruppo”: stabilivamo la durata del nostro impegno e ci davamo sostegno a vicenda».

Riesce a lavorare? «I primi tre giorni qualche problema c’è. Tutte le manifestazioni dolorose, ma anche psicologiche, sono il risultato di una forte espulsione di tossine. È dopo il secondo o il terzo giorno che arrivano le sensazioni positive. Io e le persone con cui ho digiunato, abbiamo provato tutti le stesse cose: grande leggerezza, serenità e benessere, un aumento della sensibilità e dell’acutezza delle percezioni, la sensazione di fame era passata, ci sentivamo forti. Era cambiato il nostro metabolismo».

Quindi chi fa un giorno solo di digiuno a settimana soffre e basta? «E’ comunque un’interruzione delle proprie abitudini e una forma di disintossicazione. Un giorno, ripetuto più volte all’anno, è affrontabile da tutti, dipende da come ci si sente e dal proprio stile di vita. Noi facciamo più giorni, uno o due volte all’anno».

Ci sono rischi? «Dopo molti giorni di digiuno a qualcuno può capitare di sentirsi così bene da voler strafare, allungare il digiuno. Dopo un po’ il corpo ha nuovamente bisogno di cibo. Il gruppo in questo caso può aiutare ad essere razionali. Tutto va fatto con buon senso».

Ma tutti possono farlo? «Chi ha qualche patologia deve assolutamente prima chiedere al medico. E bisogna pensare anche al proprio mestiere. Chi fa un lavoro dove un piccolo deficit di attenzione può avere conseguenze gravi è meglio che eviti, pensiamo a capistazione, autisti, piloti….».

Mi sta incuriosendo. Come si inizia? «Bisogna arrivarci preparati, iniziando una dieta disintossicante qualche giorno prima e stando attenti a riprendere gradualmente a mangiare una volta finito. Chi comincia per la prima volta di solito fa da uno a tre giorni. Per tutto il tempo bisogna ricordarsi di bere molto».

Io sono in salute, mi dico che uno o due giorni posso anche provare, in fondo è a costo zero.

Articolo del 28 gennaio 2018

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Cop26, Enea ci interroga con “Sallo!”

People For Planet - Ven, 05/07/2021 - 15:00

In vista della Pre-Cop26 di Milano (30 settembre-2 ottobre 2021) e della Cop26 di Glasgow (1-12 novembre 2021), Enea (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) ci sfida al sondaggio online “SALLO!Quiz”,  ovvero “tutto quello che avreSte voluto sApere suLL’adattamentO e la mitigazione climatica” – ideato da per raccogliere informazioni sulle convinzioni più diffuse in questo campo e rafforzare il dialogo tra ricerca e società civile.

 
Che cosa sappiamo del cambiamento climatico e del suo impatto sulla nostra vita quotidiana? Che informazioni abbiamo sui comportamenti da adottare per contrastarlo e sulle strategie messe in campo dai governi? Il questionario è anonimo, si completa in poco più di 10 minuti e prevede 20 domande su clima e riscaldamento globale, costi e impatti del cambiamento climatico, settori a maggiori emissioni di gas serra, politiche, strategie, aspettative e buone pratiche. Le risposte saranno disponibili sul sito dell’Enea a partire da settembre mentre i risultati aggregati del questionario verranno presentati in occasione della Pre-Cop 26 e pubblicati sul sito e sugli account social dell’Agenzia.

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Ddl Zan, cos’è il gender a scuola?

People For Planet - Ven, 05/07/2021 - 10:36

Non ho letto il testo e quindi aspetto di leggerlo, ma l’iniziativa della Lega mi sembra intelligente, nel senso che è giusto circoscrivere lasciando da parte materie che secondo noi non c’entrano niente con la lotta alla discriminazione, come il gender nelle scuole”. Con queste parole ieri Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, ha commenta il testo proposto dalla Lega contro l’omontransfobia, alternativo al Ddl Zan di cui tanto si parla, offendendo la propria intelligenza e anche la nostra.

“Non ci piace ma non sappiamo cosa sia”

Una cronista le ha dunque chiesto: “Che cosa è il gender secondo lei”, dato che non contrasterebbe la discriminazione? “Ah guardi, io non l’ho mai capito bene. E credo neanche quelli che lo propongono, infatti ne propongono sempre di nuovi”, ha risposto la Meloni generando un’onda anomala di ironie sfrenate su Twitter (#CineMeloni). Vediamo allora cosa è questo benedetto gender nelle scuole.

Cosa è il “gender nelle scuole”

La legge italiana prevede che a scuola si tratti l’attuazione dei principi di pari opportunità, con l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni. Questo significa per esempio che sia promossa prima di tutto un’adeguata formazione del personale. L’obiettivo, in concreto, sarà per esempio che la maestra di italiano eviti di imporre un dettato dove la mammastira e fa la torta” e il papàtorna dal lavoro molto stanco”. Questo con l’obiettivo di non far per forza assimilare alle bambine un ruolo preordinato nella società: questo non significa demonizzare una casalinga, ma solo ammettere che la normalità può essere anche altro.

Ad esempio, che mamma e papà, ovvero i simboli del femminile e del maschile, facciano entrambi le stesse cose: una professione che li gratifichi e li renda indipendenti, e un fardello di faccende domestiche e lavori d’accudimento che sia ben condiviso e bilanciato. Invece, è ad oggi esperienza comune trovare addirittura molti testi scolastici che confermino ruoli stereotipati per uomini e donne, per bambini e bambine. Già all’asilo o alla scuola materna, può facilmente capitare di avere maestre (quasi sempre, tra l’altro, donne: perché è un lavoro sottopagato e sottostimato) che instillano nei bambini il concetto di colori o giochida femmina” e “da maschio”, che di nuovo reiterano lo schieramento e danno indicazioni di “normalità”.

Perché serve

Obiettivo dello studio di questi aspetti della società è anche limitare la violenza e la discriminazione di genere. Quindi ad esempio il bullismo contro bambine considerate troppo maschili o bambini considerati troppo femminili. Esistono indicazioni nazionali pensate per la scuola dell’infanzia e le elementari, e altre per i licei, gli istituti tecnici e professionali, sia all’interno della programmazione didattica curricolare che extra-curricolare, e riguardo scuole di ogni ordine e grado. Si vuole sensibilizzazione, informare e formare gli studenti al rispetto degli altri, alla comprensione di una realtà complessa e articolata, al fine di prevenire la violenza nei confronti delle donne e la discriminazione di genere, ovvero in base all’orientamento sessuale, che ha portato e continua a portare drammi nella cronaca italiana. Chi ha dimenticato la ragazza uccisa dal fratello, a Napoli, perché frequentava un trans? L’omicida commentò: “Era stata infettata”. Prevenire questo dolore è lo scopo di una legge che nulla toglie ad alcuno, ma solo tenta di limitare una violenza non più tollerabile.

Cosa dice il Ddl Zan?

Il Ddl Zan vuole mettere sullo stesso piano la discriminazione per orientamento sessuale, identità di genere, genere, sesso, disabilità a quella razziale, etnica e religiosa. Interviene su due punti del codice penale e attraverso un’aggiunta alla già esistente legge Mancino-Reale (del 1992), mira a sanzionare gesti e azioni violente di questo tipo. Oltre a reprimere i crimini d’odio misogino, omotransfobico e abilista (contro i disabili) prevede una serie di azioni positive per prevenirli, rinforzando il già previsto “gender nelle scuole”. Di una legge contro l’omotransfobia nel nostro paese se ne parla esattamente da 25 anni.

Il nostro ordinamento già punisce le aggressioni omotransfobiche?

No, il Codice penale non colpisce le condotte motivate da omotransfobia. Può succedere che il giudice applichi l’aggravante dei “motivi abietti e futili” ma non è detto. Se l’articolo 3 della legge Mancino-Reale prevede reati commessi per odio etnico, nazionale, razziale o religioso, la legge Zan vorrebbe estendere questi reati anche alle persone Lgbt, alle donne vittima di violenza di genere e alle persone con disabilità. Il principio giuridico alla base della necessità di questa legge è che se vengo picchiato perché ho litigato con qualcuno, non è la stessa cosa che se vengo picchiato perché sono una moglie e mio marito mi identifica come uno sfogatoio delle sue frustrazioni, o perché sono gay e il mio aggressore pensa che infetto il mondo o perché sono musulmano e il mio aggressore è infastidito dal mio credo.  

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Gli Empori di Comunità, cosa sono e come funzionano

People For Planet - Ven, 05/07/2021 - 08:00

A Bologna ha aperto Camilla, un emporio di Comunità, ne abbiamo parlato in un precedente video.
Siamo tornati da Giovanni Notarangelo per farci spiegare meglio da dove arrivano alcuni dei prodotti venduti e se ci sono realtà simili nel mondo.

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Video di Martina De Polo e Francesco Saverio Valentino

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Picco di divorzi richiesti da donne | Libia, spari contro tre pescherecci italiani | Le 10 società europee più «generose»

People For Planet - Ven, 05/07/2021 - 06:25

Corriere della Sera: Speranza proroga stop all’ingresso dall’India. Vaccini, da lunedì prenotazioni per over 50. Brevetti, Merkel dice no alla svolta di Biden;

Il Giornale: Il farmaco che blocca il Covid: “Così svuota le terapie intensive”;

Il Manifesto: Rivoluzione privata: picco di divorzi richiesti da donne;

Il Mattino: Roma, incidente sul Gra: morto il testimone chiave del processo Luca Sacchi;

Il Messaggero: Pena di morte, in South Carolina torna la fucilazione: mancano le sostanze per l’iniezione letale;

Ilsole24ore: Tornano i buyback, le 10 società europee più «generose» con i soci;

Il Fatto Quotidiano: Libia, spari contro tre pescherecci italiani: un ferito. Autorità libiche: “No, era avvertimento”. Letta: “Inconcepibile”. Lega: “Si intervenga”;

La Repubblica: Rientro incontrollato del razzo cinese, si riunisce la Protezione civile: “Remota possibilità di caduta frammenti sull’Italia”;

Leggo: Studente rifiuta la mascherina a scuola e si incatena al banco: sottoposto a Tso e ricoverato in psichiatria;

Tgcom24: Vaccini, dagli Usa ok alla revoca delle protezioni dei brevetti | Pfizer: noi non a favore | Farmindustria: “Iniziative sorprendenti”;

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MALEDUCATI

People For Planet - Gio, 05/06/2021 - 19:00

I manager che contattano aziende per proporre prodotti o servizi sanno bene di cosa sto parlando. Alcuni dei manager che per lavoro ricevono proposte di prodotti e servizi, ci meditino sopra (se pensano di averne bisogno).
Quando il manager A contatta il manager B (su linkedin, via email…) per chiedere di presentare la propria azienda o i suoi prodotti sta offrendo un servizio informativo. Il manager B che è stato contattato dovrebbe essergliene grato.

Un esempio: un marketing manager che ha bisogno di modalità innovative per comunicare dovrebbe avere fra le sue mansioni quella di cercarle sul mercato, e dovrebbe ringraziare il manager A che lo contatta per segnalargliene alcune.
Bene, è noto che non funziona sempre cosi. Spesso le email inviate restano senza risposta, molte promesse di un contatto successivo restano inevase. Non si perde neanche un minuto per declinare l’offerta: proprio non vengono date risposte. Il manager che non risponde mai perché ha “ben altro da fare” non sa ( e noi ci permettiamo di ricordarglielo) che rispondere a una domanda posta con educazione, cortesia e senza invadenza è solo una questione di buona educazione: se non lo fai, manchi di rispetto a chi ti scrive, e mancare di rispetto al prossimo (chiunque esso sia) è da maleducati.

Ma le aziende pagano i manager per essere efficaci, non per essere educati (in realtà dovrebbero pretendere anche questo dai propri dipendenti, e alcune lo fanno). E allora abbandoniamo il punto di vista della civiltà nelle relazioni, e guardiamo la cosa dal punto di vista aziendale.
Un manager figo di solito è un tipo molto curioso, guarda il mondo anche fuori dal suo computer per trovare spunti, idee: insomma per nutrire il proprio cervello.
Investire una piccola parte del proprio tempo lavorativo dando ascolto a interlocutori che sono fuori del circuito tradizionale di fornitori/consulenti è uno dei modi per uscire dalle paludi dell’autoreferenzialità e dell’ancoraggio a routine consolidate.

Aprirsi al mondo (anche concedendo un quarto d’ora a una persona che non si conosce, ma che si è presentata in modo adeguato) può rivelarsi un’attività preziosa per un manager, sopratutto oggi che le cose girano velocissime e si rischia di restare indietro senza neanche essersene resi conto. Concedersi anche quando si lavora di cavalcare ogni tanto a pelo l’entropia del Caso oltre che a pianificare, programmare, proceduralizzare il proprio lavoro ci apre, in definitiva, alla Vita, e alle tante possibilità che la vita offre. “Se volete fare ridere Dio raccontategli i vostri progetti” recita un aforisma yiddish. Vale per la nostra esistenza, ma anche per il lavoro.

Le persone più importanti della mia vita le ho incontrate, tutte, per puro caso. E’ cosi per tutti: quando siete andati a quella festa, magari controvoglia, e avete incontrato la donna che avreste poi sposato, sapevate forse che li avreste incontrato la vostra futura moglie?

Molti dei miei incontri professionali più interessanti sono nati rispondendo alla telefonata di una persona che prima non conoscevo. E, devo dire, anche qualcuno che poi ha trovato utile avermi conosciuto lo ha fatto rispondendo a una email scritta da me, che cominciava con “Egregio dottor etc etc”.
Ma è ovunque cosi? Non proprio. In alcune delle grandi multinazionali più di successo rispondono, sempre, anche i CEO (o chi è stato delegato da loro a farlo). E’ un fatto di cultura, as usual.
Noi italiani abbiamo l’imprinting, difficile da cancellare, del senso del potere Borbonico (e, per il nord Italia, della dominazione spagnola): il potere è privilegio, status: se fuori dalla mia corte qualcuno mi chiede un incontro, si tratta di una questua, e lo tratto col malcelato fastidio con cui si trattano, appunto, i questuanti.
Nei Paesi di cultura calvinista (Max Weber ce lo ha insegnato) non è, in genere, cosi. Loro la pensano come Spiderman: with great power comes great responsibility.

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Robot, realtà aumentata, protesi: tra pochi anni il sesso senza un partner in carne e ossa non avrà confini

People For Planet - Gio, 05/06/2021 - 17:00

In un mondo che cambia rapidamente, anche il nostro modo di vivere la sessualità viene influenzato dalla tecnologia. Molti campi della scienza sperimentano soluzioni che, unendo una profonda conoscenza del corpo umano al progresso tecnologico, promettono di regalarci esperienze sessuali estremamente soddisfacenti. Piacere all’ennesima potenza, ma anche più sicurezza.

Già oggi possiamo comunicare con partner lontani, riducendo il peso delle relazioni a distanza, già oggi i nostri sensi vengono stimolati non soltanto da esseri umani ma anche da robot, già oggi possiamo vivere il sesso in mondi virtuali. Ma stiamo per assistere a trasformazioni che hanno dell’incredibile. Thefutureofsex.net individua cinque aree emblema dell’evoluzione della sessualità nel prossimo futuro: remote sex, sesso virtuale, robots, intrattenimento immersivo, realtà aumentata. I risultati sono notevoli, ma alla fine sorge una domanda: tutto questo potrà mai davvero soddisfarci quanto un rapporto sessuale “tradizionale” con partner in carne e ossa e in luoghi reali (e con imperfezioni reali)?

Remote sex

Il sesso può essere condiviso con una o più persone che fisicamente non sono nello stesso luogo (“da remoto”, appunto). Esistono già sex toys guidati a distanza da computer o da persone fisiche, dispositivi dotati di sensori che utilizzano informazioni per trasmettere sensazioni piacevoli, massimizzare il piacere fisico del destinatario o condividerlo. Questi dispositivi saranno migliorati nei prossimi anni, si lavora, ad esempio, perché i sensori vadano a stimolare tutto il corpo.

Alcuni prototipi di tute sono già pronti, con la stampa 3D si possono creare sex toys su misura o che replichino l’anatomia del partner. Dobbiamo aspettarci social network frequentatissimi dedicati al remote sex, in cui al posto di timidi messaggi di abbordaggio si potrà vivere un’esperienza immersiva a distanza. Aspettiamoci anche sex workers a interagire da remoto con i clienti, non soltanto via webcam ma attraverso dispositivi in grado di rendere l’esperienza molto più realistica.

Sesso virtuale

Per “sesso virtuale” si intende la connessione tra persone che condividono contenuti di tipo sessuale anche sotto forma di avatar come rappresentazione virtuale del sé. Nel prossimo futuro la divisione tra reale e virtuale sarà sempre meno netta, dato che le persone (o gli avatar) realmente “sentiranno” ciò che fanno. Nei giochi di ruolo per adulti si potrà dire addio a tastiere e mouse e diventeranno più popolari le già citate tute o sex toys molto sofisticati nella ricezione e nell’invio di sensazioni tattili. La masturbazione si avvia a diventare un’azione conviviale grazie a interfacce cervello-computer che tradurranno real-time pensieri e impulsi. Le esperienze sessuali virtuali diventeranno, dunque, più realistiche e questo influenzerà certamente le relazioni a distanza: si potrà dire di aver fatto del gran sesso anche se ci si trova in continenti diversi… o così promettono gli esperti. In questo senso, fare sesso con un avatar o con un essere umano potrebbe non essere poi così diverso.

Robot

I robot sono macchine progettate per rendere migliore la vita dell’essere umano. Gli androidi sono quelli corrispondenti al sesso maschile, le gynoidi sono quelle di sesso femminile.

Anche loro saranno proiettati in un mondo complesso in cui si intrecciano sesso, amore ed emozioni. Sono già state create sex-dolls estremamente realistiche e androidi che, in vari aspetti della vita quotidiana, affiancano l’essere umano: camminano, salgono le scale, sanno aprire porte e trasportare oggetti. La Geminoid F di Hiroshi Ishiguro ha persino recitato in un film.

Alcuni sviluppatori stanno perfezionando i cosiddetti “Seductive AI Software”, in grado di recepire e rispondere ai desideri umani; potrebbero diventare proprio la “mente” dei robots. Nella realtà virtuale aumentata, tra le varie implicazioni, potrebbero essere ricreati doppelgangers di ex partner dei quali si sente la mancanza o repliche di celebrità. Al di là di ogni considerazione etica, chi soffre di solitudine potrà contare sull’aiuto dei robot, non solo per cimentarsi nelle arti del sesso ma anche semplicemente per ricevere compagnia. Inutile dire che questi robot saranno dotati di organi genitali, che di fatto saranno gli stessi sex toys vendibili “singolarmente” o realizzabili direttamente a casa propria grazie a stampanti 3D. I “Robotic Sex Gurus Robots” saranno i più intelligenti, capaci di adattare le loro performance sessuali al partner umano e di migliorare memorizzando i gesti che l’umano gradisce di più.

Intrattenimento immersivo

Si tratta della tecnologia che lega il mondo fisico con quello virtuale o con i mondi simulati creati da computer. L’essere umano si sente del tutto parte dell’azione in un ambiente non-reale. Fa parte di questo ambito la realtà virtuale e la sua fruizione tramite dispositivi come un headset (cuffie). Nel prossimo futuro sarà comune sfruttare rappresentazioni olografiche, immagini 3D e performer che si muovono nel nostro spazio. Dobbiamo aspettarci un tipo di intrattenimento più interattivo: nei contenuti pornografici si potrà scegliere come evolverà la trama e da quale angolazione seguirla, gli spettatori saranno utenti attivi che interagiscono con il prodotto. Una delle evoluzioni più interessanti riguarda però l’educazione sessuale virtuale, che proprio grazie alle stesse tecnologie utilizzate per il sesso virtuale, acquisirà un numero maggiore di fruitori: non soltanto sesso come azione, ma sesso da comprendere, lezioni di sesso sicuro e simulazioni.

Realtà aumentata

La realtà aumentata migliora la capacità del corpo umano di compiere azioni attraverso protesi, dispositivi indossabili e superamento dei limiti biologici. La sfida di domani, se parliamo di sessualità, è quella di aumentare il piacere fisico grazie a questi dispositivi. È già a un buonissimo livello la chirurgia (ri)costruttiva dei genitali; la Wake Forest School of Medicine ha ricreato peni e vagine in laboratorio. Il biohacker Rich Lee ha creato prototipi di peni vibranti che si potrebbero impiantare sugli esseri umani; Clemens Bimek ha creato un impianto che blocca temporaneamente la produzione di sperma. Anche i preservativi diventano sempre più sottili e resistenti; in futuro saranno un contraccettivo sempre più sicuro ma la sensoristica li renderà dispositivi sofisticati per aumentare il piacere sessuale. Senza alterare il corpo umano, gadget e dispositivi indossabili misureranno le performance sessuali e la salute fisica, sincronizzati con smartphone e app. Cuffie in grado di decifrare lunghezze d’onda personali permetteranno di incontrare persone (virtualmente, prima di tutto) con pattern cerebrali simili e potenzialmente compatibili dal punto di vista sessuale. Siamo ufficialmente entrati nell’era del “Sexnet of Things”: sempre più oggetti sono connessi alla Rete e lo saranno anche i nostri corpi. Se poi non saremo ancora soddisfatti ci penserà l’AI, fornendoci un coach sessuale su misura per i nostri problemi.

La scienza e la tecnologia sono arrivate al punto da consentire questi progressi. Resta aperta una domanda: abbiamo bisogno di vivere una sessualità meno umana e meno perfetta di quella con cui ci confrontiamo ogni giorno?

Il sesso del futuro in dati
  • Nel 2028 oltre un quarto dei giovani vivrà un’esperienza sessuale a distanza
  • Nel 2025 le parti anatomiche del proprio partner stampate in 3D aggiungeranno realismo al sesso a distanza; si attiveranno toccandole
  • Nel 2024 potremo essere chiunque e con chiunque e metteremo in scena fantasie impossibili in mondi virtuali realistici
  • I primi appuntamenti in mondi virtuali saranno popolarissimi nel 2022
  • Entro il 2045 un adulto su 10 avrà fatto sesso con un robot umanoide
  • Nel 2033 i divi del porno e alcuni vip venderanno repliche di se stessi in versione erotica
  • Nel 2027 le interfacce brain-to-brain permetteranno a due o più partner di stimolarsi a vicenda fino all’orgasmo
  • Nei prossimi anni le persone faranno regolarmente uso di sex toys tattili e si immergeranno in realtà parallele dove fare sesso come forma di intrattenimento per adulti
  • Nei prossimi anni l’intrattenimento per adulti nella realtà virtuale frutterà 1 miliardi di dollari e sarà il terzo driver monetario dietro ai giochi in realtà virtuale e ai film

Articolo del 11 Febbraio 2020

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