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Presentazione Seconda Stagione webserie: Italia Sicilia Gela

Gela Le Radici del Futuro - Lun, 02/17/2020 - 23:59

Dopo il successo mondiale della prima stagione in anteprima assoluta  la Seconda Stagione di Italia Sicilia Gela, la webserie di Iacopo Patierno prodotta nell’ambito del progetto Gela Le Radici del Futuro.

Prima assoluta al Teatro Eschilo di Gela venerdì 13 marzo, ore 21

Ingresso gratuito fino a esaurimento posti

Nella prima stagione di Italia Sicilia Gela abbiamo iniziato a conoscere le meraviglie di Gela, un territorio ricco di storia e con un potenziale turistico enorme.

Oltre a tutto questo a Gela si mangia benissimo!

E proprio al cibo e alle tradizioni gastronomiche di Gela è dedicato il secondo ciclo di sette puntate della web serie Italia Sicilia Gela.

La cena di San Giuseppe raccontata da Giusy, il carciofo violetto raccontato da Cristian, il pane di Michael, la ricotta di Emanuele e Giuseppe… e non possiamo svelarvi tutto!!!

Vi aspettiamo al Teatro Eschilo di Gela, venerdì 13 marzo, ore 21.

Prenotazione consigliata su EventBrite clicca qui https://proiezione-webserie-italia-sicilia-gela.eventbrite.it. In caso di prenotazioni superiori ai posti disponibili l’ingresso sarà riservato ai primi arrivati.

Italia Sicilia Gela Seconda Stagione

Regia: Iacopo Patierno
Produzione: Jacopo Fo srl

Fotografia: Nunzio Gringeri

Montaggio: Serena Pighi

Suono: Daniele Cutrufo

Gela Le Radici Del Futuro è un progetto di promozione e valorizzazione del territorio gelese realizzato da Jacopo Fo srl (Gruppo Atlantide) con il sostegno di Eni e il patrocinio del Comune di Gela.

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Azioni e obbligazioni. E la salumeria di Giorgio

People For Planet - Lun, 02/17/2020 - 17:00

Premetto: articolo non adatto a competenti e presunti “GeorgeSoros”. Vi consiglio di non leggerlo.

Ad ogni modo sarò didascalico, sicuramente percepito come pretenzioso ma io non ce la faccio più a sentire (e leggere) che gli italiani, indipendentemente dal grado di scolarizzazione, sono talmente arretrati nelle competenze finanziarie da non conoscere neppure la differenza tra una azione e una obbligazione.

Lo vogliamo colmare questo gap ascoltando la storia di Giorgio, il mio salumiere di fiducia?

Giorgio e Aldo

Giorgio è titolare di una salumeria, i suoi affari vanno bene e per questo decide di assumere una persona per offrire un servizio migliore alla sua clientela. Nel frattempo gli affari aumentano e Giorgio capisce che se vuole incrementare il fatturato e i profitti deve ampliare la salumeria, trasformarla in un minimarket e assumere altre persone. Però c’è un piccolo problema: non ha soldi. Allora decide di chiedere ad Aldo, un suo cliente facoltoso, di partecipare con lui in questa impresa. Aldo accetta e gli versa i soldi necessari per aprire il minimarket, Giorgio in cambio lo fa diventare socio intestandogli una quota del 35% della sua società.

Praticamente, da quel momento Aldo partecipa come socio di capitale all’attività d’impresa di Giorgio con una quota che viene chiamata, appunto, «partecipazione». Ciò significa che Aldo seguirà il destino dell’azienda nel bene e nel male. Se il minimarket avrà successo, anche Aldo guadagnerà di più; se il minimarket fallirà, perderà i soldi investiti. In altre parole, Aldo è proprietario «in quota-parte» del minimarket.

Ora ipotizziamo che Aldo abbia bisogno di soldi, ma non avendo più disponibilità decide di vendere una parte della sua partecipazione nell’attività di Giorgio ad altre persone. In questo caso potrebbe dividere la sua quota in tanti piccoli pezzi e assegnare a ciascuno un valore in base a quello complessivo dell’azienda. Facciamo un esempio.

Le azioni di Aldo

Se il minimarket di Giorgio valesse 100 euro, Aldo, detenendo una partecipazione del 35%, avrebbe un valore di quota complessivo di 35 euro. Ora ipotizziamo che Aldo decida di dividere la sua quota in cinque pezzi, quindi ciascuno varrebbe 7 euro. Bene: questi singoli pezzi vendibili separatamente a Tizio, Caio, Sempronio eccetera sono le azioni, cioè tante piccole partecipazioni. Pertanto, chi investirà 7 euro in un’azione del minimarket di Giorgio diventerà a tutti gli effetti suo socio e ne risponderà come tale: avrà guadagni se l’azienda cresce, si sviluppa e distribuisce gli utili che ha prodotto; al contrario, subirà perdite se l’azienda va in crisi; o addirittura potrà anche perdere tutto, se il minimarket fallisce.

Un’azione, quindi, è uno strumento con cui diventiamo proprietari di una parte di un’azienda e ne seguiamo il destino, nel bene e nel male.

Nei mercati finanziari che trattano azioni vengono scambiate quote di partecipazione delle più disparate aziende (tra cui anche le banche), e voi potete decidere di quali aziende essere soci e quale ammontare di capitale sottoscrivere.

Le obbligazioni di Giorgio

A questo punto Giorgio, il socio di maggioranza e fondatore del minimarket, decide di trasformare la sua attività in un supermercato, pertanto ha bisogno di ulteriori soldi, ma non vuole altri soci. Non ha intenzione di emettere nuove azioni e vuole chiedere un prestito, ma non alla banca, bensì a qualche suo cliente. C’è però un problema: nessun cliente del minimarket ha una cifra così elevata da prestargli. Allora Giorgio, pensa e ripensa, trova la soluzione: decide di dividere il prestito di cui ha bisogno in tanti piccoli pezzi.

Per capirci meglio, ipotizziamo che per avviare il supermercato Giorgio abbia bisogno di 200 euro. Allora divide queste 200 euro in cinquanta piccole parti da 4 euro ciascuna, e si impegna (si «obbliga») per iscritto a restituire il prestito dopo dieci anni e a corrispondere un interesse annuo del 5%.

In pratica, chi compra un pezzo del prestito spende 4 euro, che gli saranno restituiti tra dieci anni e nel frattempo percepirà ogni anno un interesse del 5%. Queste persone non partecipano alla crescita dell’azienda, ma sono garantite nella restituzione del capitale e nella riscossione di un interesse annuo del 5% da un’obbligazione che Giorgio si è impegnato a rispettare nei confronti dei suoi clienti-finanziatori.

Quindi l’obbligazione non è altro che un prestito che facciamo a un’azienda (anche una banca). Nel caso questo prestito lo facessimo a uno Stato, l’obbligazione non cambia sostanza e si chiama «titolo di Stato».

In sintesi, un’azione rappresenta una quota del capitale di impresa e ci rende soci di tale impresa (anche banca), un’obbligazione è un prestito che facciamo a un’azienda (anche banca) o a uno Stato. L’azione e l’obbligazione sono cellule fondanti dell’intero mercato finanziario. Sono gli strumenti base su cui fondare le strategie d’investimento, senza tanti voli pindarici né formule magiche. Strumenti semplici ma di grande efficacia.

Da conoscere anche se non si possiedono risparmi.

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“Sorry we missed you” per raccontare le piazze contro il neoliberismo

People For Planet - Lun, 02/17/2020 - 15:03

Quando la politica si disinteressa dei bisogni dei cittadini, l’unico antidoto è la mobilitazione dal basso: cileni, colombiani e francesi sono scesi in piazza per salvare ciò che resta del welfare state.

Che fine hanno fatto i vecchi diritti?

Il film Sorry we missed you del regista inglese Ken Loach, uscito a gennaio nelle sale italiane, riporta l’attenzione sul tema della deregulation del lavoro nell’epoca del precariato. Loach, ancora una volta dalla parte degli ultimi, mette in scena un dramma familiare che trascende la dimensione domestica e assume carattere politico: la crescente esasperazione di Ricky (Kris Hitchen), corriere sfruttato 14 ore al giorno, sei giorni su sette, e della moglie Abby (Debbie Honeywood), badante a ore, non è che l’espressione umana di un malessere sociale ed economico condiviso da una grande fascia della popolazione costretta a condizioni lavorative più simili a quelle degli operai di inizio ‘900 che a quelle di coloro che hanno beneficiato dell’epoca d’oro del welfare state negli anni ’60. 

Come si è giunti a una tale retrocessione in materia di diritti? La provocazione nel film appare chiara nella scena in cui una delle anziane signore a cui Abby fornisce i suoi servizi, le mostra le foto polverose della gioventù, quando lavorava al sindacato ai tempi delle proteste dei minatori in piena epoca thatcheriana. La nostalgia individuale dell’anziana signora si fonde a quella del regista, e sospirando sui reperti archeologici di un tempo perduto in cui il lavoratore poteva arrogarsi il diritto (privilegio?) di scioperare per far arrivare la propria voce ai piani alti, le foto vengono richiuse in un cassetto: è ora del prossimo turno, arrivederci signora, devo scappare. 

Dunque, le otto ore lavorative, le malattie pagate, il modello del welfare state nella su interezza non è che un ferro vecchio destinato ad una lenta e dolorosa scomparsa? Forse no. 

Malgrado il film di Loach non redima i suoi asfissiati protagonisti, l’anno appena passato apre uno spiraglio di speranza da non sottovalutare: il 2019 è stato denominato, non a caso, l’anno delle proteste

I cileni sono strozzati dai debiti

In Cile la proposta di aumentare il prezzo del biglietto della metropolitana da 800 a 830 pesos ha scatenato il malcontento di una popolazione ormai strozzata dai debiti e da una disuguaglianza socioeconomica non più tollerabile, risultato di un modello economico che, subordinando lo stato al mercato, ne ha causato il suo progressivo indebolimento e la conseguente perdita di credibilità.

La libertà dei cileni si è rivelata per ciò che è: libertà di indebitarsi privatamente per garantirsi l’accesso alla salute, all’istruzione e alla pensione, in una parola: liberismo.  Nel 2015, l’indice GINI (indice che misura la disuguaglianza economica di una nazione) riportava una disuguaglianza di 47 su una scala che va da 0 (assenza di disuguaglianze) e 100 (disuguaglianze estreme). Per meglio comprendere le proporzioni, la Germania ha ottenuto nello stesso anno un punteggio GINI di 31. È rilevante inoltre ricordare che in Germania il salario minimo si attesta sui 1.500 euro mensili, mentre in Cile è di 370 euro. Nonostante le proteste cilene siano state tristemente al centro dell’attenzione mediatica per gli abusi della polizia e delle misure repressive del governo nei confronti dei manifestanti, una conseguenza positiva pare esserci stata: il governo di Sebastian Piñera, alle strette, ha annunciato una serie di misure denominate “Nueva Agenda Social” che includono riforme per quanto riguarda il sistema pensionistico, la salute, i salari e l’amministrazione pubblica. Inoltre, il 15 novembre 2019 il congresso cileno ha approvato l’induzione di un plebiscito programmato per il mese di aprile 2020, che sottoporrà ai cittadini la decisione di redigere una nuova costituzione. 

Il governo colombiano tra repressione e dialogo

Simili le conseguenze del Paro Nacional del 21 novembre 2019 che in Colombia ha portato più di un milione di persone in piazza per far sentire la propria voce contro le riforme del governo Duque volte a smantellare le già precarie garanzie dei lavoratori colombiani. Il partito del Centro democratico, a cui appartiene il presidente Duque, aveva infatti presentato una proposta di riforma del regime lavorativo che avrebbe permesso di ridurre del 25% il salario minimo legale, attestato sui 211 euro, per i lavoratori tra i 18 e 25 anni. La proposta includeva inoltre una differenziazione del salario minimo a livello regionale e la possibilità della contrattazione oraria. Una precarizzazione del lavoro e una pauperizzazione del lavoratore che avrebbe reso le condizioni di vita delle fasce più basse della popolazione ancora più ardue di come già si presentano. 

Gli striscioni dei manifestanti nelle strade di Bogotá che recitavano “Salario minimo dignitoso” si sono aggiunti a quelli contenenti slogan contro la riforma delle pensioni che avrebbe previsto una privatizzazione dell’organo colombiano per le pensioni Colpensiones, abbandonando così definitivamente il sistema bastato sulla solidarietà tra generazioni per passare a un sistema di risparmio individuale che non prevede alcun sussidio statale per il finanziamento delle pensioni. A completare il quadro liberista delle proposte di riforma a cui i manifestanti si sono fermamente opposti, si aggiunga il “Piano di Holding finanziaria statale” che prevedeva la privatizzazione di svariate imprese statali per mezzo della vendita di azioni.

Il governo, incerto se reprimere la protesta o trattare con i manifestanti, ha prediletto la prima strada ma si è visto costretto a percorrere anche la seconda: la squadra mobile antidisturbi è stata incaricata di sedare le proteste – fino a quel momento pacifiche salvo rarissimi episodi di vandalismo – e negli scontri ha perso la vita lo studente appena diciottenne Dylan Cruz, colpito testa da un lacrimogeno sparato a distanza ravvicinata da un agente. Ciò ha causato un prolungamento delle manifestazioni e un aumento del malcontento della società civile che ha portato il presidente Ivan Duque ad accettare il confronto con il Comitato nazionale del Paro, promettendo di ascoltare le sue rivendicazioni. 

I francesi non si arrendono al capitalismo finanziario di Macron

Due sembrano essere dunque le costanti: una virata a destra del modello economico delle nazioni occidentali verso una sempre più rilevante privatizzazione e deregolamentazione dell’economia a scapito della spesa sociale e dei bisogni dei cittadini, e una reazione chiara e prorompente della società civile, decisa ad opporsi a un capitalismo finanziario spietato e dagli effetti sociali iniqui. 

A questo schema rispondono anche le intricate vicende francesi degli ultimi mesi. In seguito alle manifestazioni dei Gilet gialli scaturite dall’aumento del prezzo della benzina, il Paese d’oltralpe ha visto la nascita di una mobilitazione sociale di carattere più tradizionale, guidata dai principali sindacati. Questa seconda ondata di manifestazioni, guidata in un primo momento dai lavoratori delle ferrovie statali e della metropolitana di Parigi, si oppone principalmente alla riforma delle pensioni proposta dal presidente francese. In poco tempo ai lavoratori delle ferrovie si sono unite diverse categorie di lavoratori – medici, infermieri, insegnanti ma anche giovani studenti e pensionati – che a dicembre 2019 hanno affollato le strade francesi per protestare contro la volontà del presidente Macron di trasformare il sistema pensionistico vigente in un sistema di capitalizzazione privata, molto simile a quello statunitense.

Macron sostiene di voler “eliminare i privilegi ingiusti di alcune categorie di lavoratori” che godono di accordi pensionistici più vantaggiosi di altri e che pesano dunque sulle casse dello stato. Omette però di specificare che tali “privilegi” sono stati bilanciati dai datori di lavoro che hanno approfittato della situazione per abbassare sensibilmente i salari, in quanto un regime pensionistico vantaggioso è ritenuto una compensazione sufficiente. Come conseguenza, i lavoratori del settore sanitario francese e gli insegnanti delle scuole pubbliche guadagnano meno dei loro colleghi europei e si stanno progressivamente spostando nel settore privato, che offre salari migliori. La riforma di Macron rischierebbe quindi di appiattire le pensioni di milioni di lavoratori senza compensare con un innalzamento degli stipendi. Secondo l’istituto francese di statistica e studi economici (Insee) la disuguaglianza in Francia ha subito il maggior aumento dal 2010 e un francese su sette vive sotto la soglia di povertà. L’operazione del presidente francese, che sperava di poter dividere i lavoratori convincendo quelli del settore privato che era necessario abolire i diritti di quelli del settore pubblico per tutelare i propri, si è rivelata una bomba ad orologeria: il popolo francese ha fiutato l’inganno e si è ribellato. Gli scioperi, durati più di un mese, hanno fatto precipitare la capitale francese nel caos, bloccando le linee della metropolitana ad eccezione di quelle a guida automatica, causando non pochi disagi nel periodo natalizio.

Dalle piazze al parlamento: ostruzionismo necessario

Se Macron credeva che la riduzione delle imposte sui redditi da investimento (leggasi sgravio fiscale per i cittadini più ricchi) portasse un beneficio anche ai più svantaggiati, certamente si sbagliava. È più probabile che il reale interesse del presidente risiedesse nella diminuzione della spesa sociale sulla scia delle politiche neoliberiste internazionali, per una Francia dalle casse più piene ma sempre più diseguale in termini assoluti. La contrattazione tra governo e scioperanti appare ancora estremamente complessa e conflittuale, ma la sinistra parlamentare è pronta a difendere i secondi: il 4 febbraio 2020, all’Assemblea nazionale francese ha avuto inizio l’esamina del testo della riforma delle pensioni ostacolata dall’ostruzionismo dei partiti socialisti e comunisti.  Mélenchon, fondatore del Partito di sinistra ha affermato: “Rivendichiamo il diritto di fare ostruzionismo, perché, così come un sindacalista sciopera per quarantatré, quarantacinque, cinquanta giorni e perde tutto il suo stipendio, anche i deputati verrebbero meno al loro dovere, se non utilizzassero tutte le armi possibili per ritardare la decisione finale.”

Non è tutto perduto  

In Francia, si sa, la rivoluzione è nata e si è conclusa con la testa del sovrano che rotolava giù.  I tempi sono cambiati (e per fortuna!) e non sarebbe una decapitazione, oggi, a dare uno spiraglio di speranza.

Se Ken Loach con il suo film dipinge il ritratto umano di coloro che in Cile, Colombia e Francia sono scesi in piazza, le proteste in questi paesi offrono ai protagonisti del film la speranza che la luce in fondo al tunnel non debba attendere passivamente la politica ma possa scorgersi nella mobilitazione sociale dal basso. Le proteste degli ultimi mesi, nonostante tutti i pronostici che dichiaravano morto per sempre e riposi in pace il potere contrattuale dei lavoratori, potrebbero costringere i governi occidentali a un confronto ineludibile con quella parte della società civile che si ritrova unita nella lotta per i propri diritti.

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Foto di Mauroperez

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L’olio extravergine di oliva fa bene al cervello, soprattutto degli anziani

People For Planet - Lun, 02/17/2020 - 14:17

Che l’olio extravergine di oliva faccia bene alla salute non è di certo una novità: le sue proprietà antiossidanti ne fanno infatti un baluardo per il benessere di diversi organi e tessuti. E proprio al consumo dell’olio extravergine di oliva a crudo, tipico della dieta mediterranea, si deve una buona parte dell’effetto benefico di questa tipologia di alimentazione. Un nuovo studio tutto italiano ha ora dimostrato che l’idrossitirosolo, un composto naturalmente presente nell’olio extravergine di oliva, è in grado di mantenere il cervello più giovane più a lungo grazie alle sue proprietà protettive e antiossidanti nei confronti delle cellule cerebrali.

La neurogenesi

I ricercatori, guidati da Felice Tirone in collaborazione con Laura Micheli, Giorgio D’Andrea e Manuela Ceccarelli dell’Istituto di biochimica e biologia cellulare del Consiglio nazionale delle ricerche, spiegano che nel cervello dei mammiferi, in particolare nell’ippocampo, vengono prodotti nell’arco di tutta la vita nuovi neuroni. Questo processo si chiama neurogenesi ed è indispensabile per la formazione della memoria episodica: i nuovi neuroni dell’ippocampo vengono infatti generati a partire da cellule staminali e durante l’invecchiamento ha luogo un calo progressivo di entrambi, dando vita a una drastica riduzione della memoria episodica.

L’idrossitirosolo protegge il cervello

Lo studio, condotto in collaborazione con un gruppo di ricercatori dell’Università della Tuscia, è stato pubblicato sulla rivista Faseb Journal. “L’assunzione orale di idrossitirosolo per un mese conserva in vita i nuovi neuroni prodotti, sia nell’adulto che ancor più nell’anziano, nel quale stimola anche la proliferazione delle cellule staminali, dalle quali vengono poi generati i neuroni”, spiega Tirone. “Inoltre l’idrossitirosolo, grazie alla sua attività antiossidante, riesce a ‘ripulire’ le cellule nervose perché porta anche ad una riduzione di alcuni marcatori dell’invecchiamento come le lipofuscine, che sono accumuli di detriti nelle cellule neuronali”.

Più olio extravergine di oliva a tavola

La dose assunta quotidianamente durante la sperimentazione da ciascun partecipante – circa 500 mg al giorno – equivale a quella che una persona potrebbe assumere con una dieta arricchita e/o con integratori. “Comunque – conclude Tirone – l’assunzione di idrossitirosolo avrebbe un’efficacia anche maggiore se avvenisse mediante consumo di un cibo funzionale quale è l’olio di oliva”.

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Arriva la birra che abbassa il picco glicemico grazie a un rifiuto

People For Planet - Lun, 02/17/2020 - 13:00

Entro questo mese la birra Fravort, 4,9 gradi, prodotta dal birrificio della Valsugana, sarà in vendita a Milano, Firenze e Napoli in bar e pizzerie. Stando ai primi test clinici, ha una riduzione del 42% della risposta glicemica rispetto all’originale, senza alterazioni di gusto e profumo.

Una miscela tracciabile e sostenibile

Il segreto è una miscela messa appunto dalla start up milanese Heallo. Si chiama JAX+ ed è un mix di arabinoxilani, elementi naturali resi biodisponibili per l’organismo ed efficaci anche in piccole quantità, ma allo stesso tempo delicati e ben tollerati. Heallo ha ricavato questa fibra dalle trebbie esauste della birra, in un’ottica di economia circolare che usa gli avanzi di lavorazione. In più, lo fa in modo totalmente tracciabile, condividendo in rete tutto il percorso di filiera con i consumatori.

Altre applicazioni

Un test simile, su succhi di frutta, ha visto l’impatto glicemico ridursi del 23%. La ricerca è ai suoi esordi, ma ci saranno a breve nuovi sviluppi negli ambiti dello zucchero e del riso, del cacao e del caffè. La amministratrice delegata di Heallo, Francesca Varvello, precisa: «Stiamo lavorando a un progetto con Peroni per sviluppare insieme una birra con queste proprietà e anche a un prototipo di zucchero più “healthy” in partnership con Coprob (cooperativa produttori bieticoli) da inserire nella filiera di produzione. Nel futuro svilupperemo nuovi prodotti più digeribili a base di riso che consentano un migliore assorbimento dei carboidrati complessi, limitando il picco glicemico».

Cosa è il picco glicemico

Il picco glicemico è l’improvviso rialzo della glicemia nel sangue dopo i pasti, e aumenta all’aumentare degli zuccheri (compresi i carboidrati contenuti ad esempio nella pizza) presenti nell’alimentazione. Questo picco favorisce l’accumulo di grasso a danno della salute. «Procediamo con rigore scientifico grazie al supporto tecnologico dell’Università di Pavia, dell’Università di Napoli e del Consorzio Tefarco Innova», ha spiegato Francesca Varvello. L’OMS raccomanda un consumo giornaliero che non superi i 25 gr di zucchero, ma il consumo medio è sugli 80 a persona. Basti pensare che i malati di diabete sono cresciuti da 108 milioni nel 1980 a 422 nel 2014 (dati OMS). Chiaro che invertire la rotta significa soprattutto e prima di tutto mangiare alimenti già in natura sani e ricchi di fibre, ma certamente innovazioni come questa potrebbero rivelarsi determinanti per chi non riesce a cambiare abitudini e perdere peso.

Una forza pluripremiata

Il progetto JAX+ – cresciuto grazie al sostegno finanziario in club Deal del gruppo bancario Ceresio Investors – ha già ricevuto diversi riconoscimenti. È stato premiato dal programma Kickstarter di Zurigo nel 2019 e, pochi giorni fa, anche dal FoodTech Accelerator di Deloitte dove è stata scelta assieme ad altre 8 start up tra oltre 600 candidature internazionali.

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Fotovoltaico, finalmente facile anche nei condomini

People For Planet - Lun, 02/17/2020 - 12:07

I condomini potranno installare pannelli sui tetti per poi dividere l’elettricità prodotta, e gli imprenditori di uno stesso distretto potranno avere un impianto unico. Sarà possibile grazie all’approvazione di un emendamento (M5S) che sarà votato alla Camera mercoledì, all’interno del Milleproroghe. Se passerà, saranno eliminate le barriere che fino a oggi impedivano di scambiare energia pulita, ad esempio, in un distretto produttivo o appunto in un condominio, frenando la diffusione di piccoli e medi impianti ad uso familiare o nelle pmi. La misura anticipa il recepimento della direttiva europea 2018/2001 dedicata alla promozione delle fonti rinnovabili.

Parte la sperimentazione

Per ora ci sarà una fase sperimentale nella quale sarà consentito di installare impianti non superiori a 200 kilowatt di potenza, che dovranno entrare in esercizio dopo l’approvazione definitiva del Milleproroghe e con un limite di tempo fino al 30 giugno 2021. Poi ci saranno incentivi, non cumulabili con quelli già in corso, per lo ‘scambio sul posto’, ossia chi immette energia in rete. Resteranno, invece, le detrazioni fiscali per gli impianti rinnovabili. L’energia prodotta potrà essere consumata subito, immessa in rete oppure ‘caricata’ in accumulatori ed essere usata in seguito.

Un mondo di prospettive

Finalmente sarà possibile produrre e scambiare energia pulita nei condomini e tra imprese, tra edifici pubblici e attività commerciali. Si potranno creare alleanze energetiche di vicinato impensabili finora. Ci saranno progetti locali di impianti solari in autoproduzione ma anche progetti per scambiare localmente l’energia in eccesso, con riduzione di sprechi, risparmio economico e vantaggi ambientali davvero ingenti. Secondo le stime di Legambiente, con l’autoconsumo ci sarà una crescita delle rinnovabili tale da portare oltre 5 miliardi di euro all’anno di utili e la creazione di 2,7 milioni di posti di lavoro. Il risparmio in bolletta è quantificato intorno ai 90 euro al megawattora.

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L’e-commerce alimentare è in continua espansione

People For Planet - Lun, 02/17/2020 - 11:19

Secondo una ricerca realizzata da Netcomm il cibo online vale 1.6 milioni di euro e gli italiani che lo hanno acquistato sono 9 milioni nel 2019, ben il 42% in più rispetto all’anno precedente.

Di questi 9 milioni il 73% ha ordinato pasti a domicilio, con una media di 7 acquisti a utente in anno.

L’acquisto di alimentari invece rappresenta solo il 5% del totale, la metà degli inglesi e un quarto in meno dei francesi.

Insomma, ci piace ordinare una pizza o il sushi ma non abbiamo ancora l’abitudine della spesa online.

Il settore è comunque in espansione e in trasformazione. Complici le decine di programmi dedicati al cibo su tutti i canali televisivi, la richiesta riguarda sempre più prodotti di qualità o del territorio non sempre disponibili nel supermercato sotto casa o nel centro commerciale con i soliti prodotti delle solite marche.

E è proprio a questo pubblico informato e alla ricerca del meglio si stanno dedicando grandi firme della cucina proponendo spesso alta pasticceria, selezione di tè, prodotti salati di nicchia. I prezzi dipendono dalla chi li firma e si può arrivare a pagare 9 euro per 450 gr. di passata di pomodoro ma si tratta di casi isolati.

«Il trend positivo e costante ci conferma che il modo di fare la spesa delle persone cambierà sempre più: cresce l’attenzione all’origine dei prodotti e la voglia di conoscere tutti i dettagli di ciò che si porta in tavola» afferma Marco Porcaro, di Cortilla, un sito di e-commerce alimentare con oltre 1800 prodotti sia freschi che conservati.

La spesa on line è anche ecologica per chi vende, spiega Porcaro: «A monte rimane il nostro impegno nel rispettare l’ambiente combattendo gli sprechi grazie a previsioni di vendita precise, che permettono di evitare momenti di stock out e ridurre le eccedenze all’1%».

In molti casi l’acquisto online permette di accorciare la filiera del prodotto. È quello che accade spesso per gli agricoltori che vendono frutta e verdura da loro stessi coltivata o per Ora Pesce, un sito che vende prodotti ittici già pronti per la cottura il cui ordine arriva direttamente al peschereccio.

Poi sul km zero magari c’è da discutere…

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Foto di Jerzy Górecki da Pixabay 

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Il reparto di oncoematologia pediatrica “Nadia Toffa” di Taranto è un esempio di solidarietà

People For Planet - Lun, 02/17/2020 - 07:00

La storia del reparto di oncoematologia pediatrica del Santissima Annunziata di Taranto è particolare: si tratta del primo reparto italiano aperto per volere popolare e grazie alle donazioni di privati. Qui, da pochissimi anni, si curano patologie oncologiche infantili molto gravi come la leucemia. Secondo gli ultimi dati di Sentieri, lo Studio epidemiologico nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischio da inquinamento – commissionato dal Ministero della Salute e coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità – a Taranto si riscontra un +21% di mortalità infantile rispetto alla media regionale, un +54% di tumori in bambini da 0 a 14 anni, un +20% di eccesso di mortalità nel primo anno di vita e un +45% di malattie iniziate già durante la gestazione. 

Secondo la dott.ssa Annamaria Moschettipediatra di ACP – Pediatri per Un Mondo Possibile, «la variazione continua dei livelli di produzione e gli interventi sugli impianti dell’ex-Ilva ha modificato nel tempo la mortalità e l’incidenza delle malattie correlate agli inquinanti immessi in ambiente cui sono esposti i cittadini. Tuttavia, nonostante la notevole riduzione della produzione di acciaio, rispetto al passato, i dati sui ricoveri ospedalieri confermano ancora per il periodo 2014-2017 un eccesso di ricoveri per leucemie e in particolare di leucemie mieloidi in età pediatrico-adolescenziale (0-19 anni). Inoltre ISS ha documentato nel periodo 2002-2015 un eccesso di malformazioni congenite seppur in riduzione. Per completare il quadro sanitario della popolazione infantile tarantina – continua la dott.ssa Moschetti – è indispensabile citare i problemi del neuro sviluppo, tra cui la riduzione del QI, nei bambini che vivono nei quartieri a ridosso dell’area industriale, documentati sempre dall’ISS e potenzialmente attribuibili all’esposizione in gravidanza e nelle prime epoche della vita agli inquinanti ad azione neurotossica».

L’apertura del reparto tarantino nel 2017 era quindi necessaria. Il dott. Valerio Cecinati, primario del reparto, arriva a Taranto nel 2018, quando, grazie al fermento popolare portato avanti dalla cittadinanza e successivamente sostenuto personalmente da Nadia Toffa – l’inviata e conduttrice de “Le Iene,” diventata celebre anche per il coraggio con cui ha affrontato il tumore che nell’agosto 2019 l’ha uccisa – sono stati raccolti fondi sufficienti per l’apertura.

Dott. Cecinati, com’è nato tutto?

«Tutto inizia al rione Tamburi, tra il 2016 e il 2017, con l’attività lanciata dagli “amici del Minibar”, i membri di un collettivo che, insieme all’associazione Arcobaleno, ha deciso di organizzare una raccolta fondi attraverso la vendita della famosa maglietta “je iesche pacc pe te”, per supportare il reparto di pediatria. Pensavano in realtà di arrivare a raccogliere poche migliaia di euro per comprare una nuova ambulanza, niente di più. Un reparto di oncoematologia pediatrica non c’era ancora all’interno di quello di pediatria, che naturalmente c’è sempre stato». 

Ma allora come sono riusciti a raccogliere così tanti soldi?

«È successo che Nadia Toffa è andata in quel periodo a Taranto per svolgere dei servizi per “le Iene” sull’ex-Ilva e sull’inquinamento ambientale della città. Tra le persone che ha incontrato si è imbattuta negli “amici del Minibar”. Decise quindi di sostenere quella che doveva essere una piccola raccolta fondi ma che, con il suo contributo, è diventata un vero e proprio appello alla nazione. In fondo è grazie al fatto che Nadia Toffa ha indossato quella maglietta in tv, che sono stati raccolti più di 500mila euro. I soldi sono stati donati al Santissima Annunziata per creare un reparto destinato ai bambini affetti da patologie oncoematologiche».

Quanti bambini può ospitare il reparto?

«Il primo reparto fungeva sia da day hospital che da reparto di degenza. Ma gli spazi ci consentivano di avere solo 3 posti letto per ricoveri lunghi. Poi grazie all’attività dell’associazione “Giorgio Forever” è stata portata avanti un’altra battaglia dal basso per ampliare gli spazi. Asl e Regione così sollecitati hanno aperto un’altra ala del reparto, che in seguito – grazie a un’altra petizione popolare lanciata nel 2019 – è quello che è stato intitolato a Nadia Toffa. Adesso c’è più spazio per i day hospital e abbiamo raddoppiato i posti letto». 

Quindi un bambino che si ammala a Taranto adesso non è costretto a farsi curare lontano da casa?

«Nei bambini, leucemie e tumori cerebrali sono le patologie oncologiche più frequenti, purtroppo non possiamo fare tutto qui, ma cerchiamo di fare il più possibile, nel limite di quello che riusciamo. Inizialmente il reparto era un appoggio per i bambini che venivano curati soprattutto a Bari. Quando sono arrivato nel 2018 abbiamo cercato di concentrarci sulla necessità di evitare di far andare i bambini malati fuori Taranto. Alcuni li abbiamo anche curati sin dalla diagnosi». 

Cosa manca ancora?

«Il problema è che in Italia ci sono pochi specialisti in pediatria. Tra il numero chiuso a Medicina e il numero esiguo di borse di studio, quello che manca alla fine sono proprio i medici. Tutto ciò a Taranto è amplificato, perché si aggiunge il fatto che qui gli specialisti non si trasferiscono volentieri vista la cattiva reputazione della città per l’inquinamento ambientale. Ma Taranto non è solo l’Ilva».

Però adesso la situazione è migliorata, con la nuova raccolta fondi promossa da “Piazza Pulita” arriverà uno specializzando, giusto?

«Quando lo scorso novembre è scoppiata la crisi con ArcelorMittal, il programma ” Piazza Pulita”  di La7 ci ha contattatoe, tramite l’associazione Soleterre,è stata organizzata una raccolta fondi per le borse di specializzazione, che a Taranto mancavano del tutto. Grazie a loro sono stati raccolti quasi 300mila euro che verranno usati per delle borse di studio attive già per il prossimo concorso previsto in estate. Se l’obiettivo era una borsa sola pare che riusciremo ad averne addirittura due». 

Ma non dovrebbe pensarci la Regione a preoccuparsi di reperire fondi per gli specializzandi là dove servono, come nel caso di Taranto?

«Siccome parliamo di patologie rare, non è necessario che un reparto di oncoematologia pediatrica sia presente in ogni provincia. Qui serviva, probabilmente prima non ci si è pensato, è da tener presente che questa è una branca della pediatria un po’ complessa e difficile. Ma è pur vero che quello che era il problema percepito tra la gente, ovvero la carenza di un reparto del genere, era giusto che ci fosse, così le persone si sono mobilitate. L’unicità qui è costituita dal quasi esclusivo intervento privato: in Italia siamo il solo esempio di apertura di un reparto di pediatria per volere popolare. In ogni caso la Asl ha indetto subito il concorso, e se è vero che è intervenuto il privato perché il pubblico non ci era ancora arrivato, l’intervento dei privati nei reparti di pediatria è un fenomeno massiccio in tutta Italia».

Il primario del reparto di oncoematologia pediatrica di Taranto, il dott. Valerio Cecinati

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Foto: Nadia Toffa nel 2016 durante una puntata delle “Iene”

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Cuba, 2020: tra il mito e la disperazione si sogna la fuga

People For Planet - Dom, 02/16/2020 - 11:00

State per leggere una testimonianza del tutto soggettiva di ciò che accade oggi a Cuba. Ogni angolo di quest’isola imprevedibile meriterebbe un capitolo a sé, popolato di persone, esperienze, problemi e desideri diversi, a cui ogni viaggiatore dà una propria interpretazione. Unico consiglio se avete intenzione di visitare Cuba a breve: grattate via la patina dorata e trovate il coraggio di andare oltre le apparenze.

Cuba per i turisti vs Cuba per turisti consapevoli

I turisti che visitano Cuba hanno due alternative. Si può girovagare tra strade variopinte e case coloniali decadenti, osservare panorami incontaminati, rilassarsi al sole su spiagge da cartolina, ammirare tramonti, fare snorkeling nell’oceano, pianificare escursioni a cavallo tra le piantagioni di tabacco e caffè, attraversare L’Avana su un’auto d’epoca, osservare i cimeli nei musei dedicati alla rivoluzione, ballare la salsa in locali storici, mangiare cibo creolo e sorseggiare mojito e rum a qualsiasi ora del giorno. Poi c’è un altro tipo di viaggio, che non esclude il primo ma immerge il turista nella Cuba reale, in profonde contraddizioni che nel 2020 sono ancora più evidenti. I colori, i balli e i cocktail sono gli stessi, ma la prospettiva cambia. È il viaggio del turista consapevole.

Un viaggio dentro sé stessi

Cuba è, prima di tutto, un grande viaggio dentro sé stessi. Cuba obbliga a confrontarsi con le proprie abitudini, la propria anima e la propria visione del mondo, mediata da una vita passata altrove. Appunto, si può tornare a casa con un’immagine di Cuba del tutto simile a quella dei cataloghi, standardizzata per il turismo di massa, incarnata dall’offerta (mediocre) dei resort circondati da sprazzi di finta vita cubana. E si può invece tornare a casa dopo aver vissuto (seppur parzialmente) la vita dei cubani. Occorre però informarsi a dovere prima di partire su alcune questioni fondamentali da sperimentare di persona: la rivoluzione, l’embargo, la scarsità di petrolio che ultimamente pesa come un macigno. Con alcune informazioni chiave sarà più semplice unire i puntini e decifrare gesti, atteggiamenti e situazioni. Sarà comunque faticoso comprendere Cuba “da esterni”. Allo stesso tempo, i cubani hanno una visione del resto del mondo fortemente stereotipata, idealizzata e tristemente parziale, tanto da far tenerezza.

Indicazioni pratiche fondamentali

Lingua – A Cuba si parla spagnolo, conoscerlo permette di condurre conversazioni più agevoli, ma molti cubani parlano ormai anche inglese – soprattutto all’Avana e nelle città grandi – e non sono affatto pochi coloro che parlano italiano. In tutti i casi, i cubani si fanno capire e vi capiranno. La loro fame di interazione obbliga a spogliarsi della diffidenza tipica del nostro mondo. A Cuba ci si ritrova a conversare con chiunque e si riscopre il valore perso della comunicazione non mediata dalla tecnologia.

Internet – Gli hotspot WiFi sono soltanto nelle piazze principali, riconoscibili dalla quantità di persone ferme con lo smartphone in mano. Cuba costringe a chiedere informazioni ai passanti, è una meravigliosa clinica in cui disintossicarsi dalla dipendenza da notifiche.

Moneta – La moneta ufficiale per i cubani è il peso cubano (CUP), per i turisti è invece il peso convertibile (CUC), di valore nettamente superiore. Un cubano pagherebbe un caffè quattro volte di più se frequentasse locali a vocazione turistica. Esistono due mercati paralleli, che nella realtà tendono a mischiarsi: i cubani ancora oggi acquistano beni e cibo (di qualità piuttosto scadente) forniti dallo stato esibendo una libreta de racionamento. Con uno stipendio (30-35 euro circa al mese) o una pensione statali la vita è durissima. Dollari ed euro vengono comunque accettati spesso, ma non le carte di credito emesse da banche americane. Se volete un souvenir in più, sappiate comunque che sui CUP sono stampati i volti degli eroi nazionali, sui CUC i monumenti nazionali.

Allegria e disperazione

Colori vivaci, persone sorridenti e tanta allegria ovunque. Ma è un errore fermarsi al lato euforico di Cuba. Cuba è anche questo, lo è all’ennesima potenza. Ma sotto la superficie la patria della vitalità, del calore, dell’energia e dei balli ininterrotti rivela una malinconia talmente straziante da non poter essere scacciata via risalendo sull’aereo del ritorno. L’allegria perenne, marchio di fabbrica di Cuba, è un abito che copre un desiderio cieco di cambiamento. Cieco perché le notizie dal mondo arrivano scarse e filtrate dai social network o dai racconti dei turisti. Manca un’educazione che consenta ai cubani di distinguere realtà e fiction (anche se il livello di istruzione è buono), di conseguenza moltissimi cubani avrebbero voglia di scappare altrove, ovunque, ma senza conoscere a sufficienza le condizioni di chi vive e lavora in quell’ovunque dorato. Sanno bene che molti connazionali fuggiti a Miami vivono in condizioni di povertà estrema, ma non conta. È complicato oggi rintracciare un altro sogno a Cuba, se non quello di fuggire. E non è colpa della rivoluzione, che ha contribuito a radicare valori preziosi che si mantengono intatti – l’accoglienza, la solidarietà, per citarne un paio – ma della miseria che da una trentina d’anni continua a riproporsi come minaccia ciclica.

Le donne cubane e lo straniero

Lasciando da parte le banalità, la bellezza delle donne cubane e il loro ruolo di primo piano nelle comunità, noterete come molte – troppe – ragazze poco più che adolescenti passeggino per le strade sperando che uno straniero qualsiasi le noti. L’obiettivo per molte non è soltanto il denaro ottenuto dopo una notte come compagne, ma il matrimonio con uno straniero. Giovane, anziano, bello, brutto… poco importa. Il matrimonio è una via di fuga verso un mondo migliore, che probabilmente poi migliore non è. La prostituzione ufficialmente è vietata (ma dai racconti si evince che in realtà è in mano ai piani alti), le pene sono severe. Viene da chiedersi se sia prostituzione quella di chi si sente in trappola e cerca di evadere. Non siate ipocriti. Quando sarete in aeroporto vi scoprirete a contare quanti turisti – e quanti italiani – tornano nel proprio Paese con donne bellissime che a stento comprendono la loro lingua. Proverete rabbia, a tratti disagio, ma in cuor vostro augurerete a queste donne tutta la felicità del mondo. Altrove.

La disponibilità è gratuita?

Preparatevi a cubani che vi salutano dall’interno delle loro case mentre passate o vi danno informazioni non richieste mentre osservate una bottega o cercate un taxi. Tornati in Italia, vi mancherà la loro disponibilità genuina. Spesso è sottintesa la richiesta – richiesta, non pretesa – di qualche moneta in cambio, ma la dignità dei cubani impone loro di offrire sempre qualcosa a fronte delle vostre donazioni. In molti casi, rifiuteranno il vostro denaro: la gentilezza non va retribuita. Attenzione: l’elemosina a Cuba è vietata.

I cubani sono poveri?

Sì e no. I campesinos possono contare sui prodotti della terra e sul bestiame, le città risentono maggiormente dell’altalenante economia cubana. Nel 2019 L’Avana ha festeggiato i 500 anni dalla sua fondazione e la rivoluzione dei barbudos è ormai lontana nel tempo. Lungo le strade si incontrano i suoi motti e i suoi volti, ma i risultati lasciano oggi spazio a interpretazioni contrastanti da parte degli stessi cubani. L’eco positiva si è affievolita con il crollo dell’URSS e la difficoltà di importazione di beni; i giovani tendono a dimenticare; l’embargo è ancora una piaga. Come se non bastasse, Donald Trump ha complicato le cose, dopo una certa apertura da parte di Barack Obama. Nel quotidiano, significa che gli scaffali dei supermercati sono spesso vuoti e che le file per aggiudicarsi ciò che resta sono lunghe. Sapone, vestiti, persino il latte a lunga conservazione sono molto più cari che in Italia. È vero, come dicevamo, che i cubani acquistano in botteghe diverse, ma la scarsità resta. I beni non arrivano sugli scaffali a causa del blocco alle importazioni ma anche a causa della scarsità di petrolio, che non consente di “smistarli” lungo l’isola. Vedrete persone in coda quando arriva il gelato, la salsa di pomodoro o, finalmente, la farina e le panaderias possono sfornare il pane. Non in tutte le città troverete comunque la stessa situazione. In alcune casas particulares (gli alloggi che ospitano i turisti) echeggiava la promessa di offrire copie del Granma, il giornale ufficiale del partito, al posto della carta igienica, ormai non disponibile in alcune zone dell’isola… Non sorprendetevi se una città enorme come L’Avana non ha navi ferme nel suo porto. Poco petrolio significa anche scarsa illuminazione e qualche black out. Eppure la notte passeggerete tranquilli per strada: Cuba è uno dei posti più sicuro del mondo, consigliato espressamente per donne che viaggiano da sole.

Politica e rivoluzione

Parlare male del governo può costare caro, tuttavia a Cuba tutto è politica e la politica è in tutto. Abbiate rispetto per la storia di quest’isola e documentatevi, andate oltre la massificazione delle sue icone. Ernesto Guevara de la Serna non è Fidel Castro. E il Che non è Camilo Cienfuegos, così come Cienfuegos non è Fidel. Nessuno di loro è il padre della patria José Marti. I volti che incontrerete ovunque sono i loro, impressi con i loro motti sui cartelli di propaganda in ogni angolo dell’isola. La memoria tiene ancora a bada un popolo stanco e in preda all’inerzia. Ma i volti più recenti della storia politica cubana non possiedono la stessa aura e non fanno presa sul popolo come i loro predecessori. I tempi cambiano.

Auto e tassisti

Lasciate perdere gli autobus turistici di Viazul, che sono comodi per spostarsi su lunghi tragitti ma non regalano la stessa esperienza di un viaggio in taxi/taxi collettivo. I tassisti cubani sembrano detestare il silenzio e diventano una fonte inesauribile di notizie, informazioni e racconti sulla propria vita e sulle destinazioni. Alla fine sarete amigos.

I taxi cubani sono le auto degli anni Cinquanta spesso ritratte nelle foto: la tipica arte cubana di arrangiarsi li ha ormai dotati quasi sempre di aria condizionata e ingressi usb (la salsa è irrinunciabile). “Quasi sempre” significa che ogni tassista è anche un po’ meccanico e fa come può, con ciò che trova: a volte le portiere si apriranno solo dall’esterno con forza, spesso e volentieri le maniglie sono quelle di vecchi mobili, altre volte il silicone dei vetri si sarà consumato e dovrete sperare che non piova. Un tassista percorre anche mille chilometri al giorno su un’auto del genere. Questa è la vera Cuba. Sul vostro taxi potrebbero salire altri viaggiatori, spesso ben vestiti (i cubani tengono moltissimo all’igiene personale e dei loro spazi) che attendono sul bordo delle autopiste un passaggio (pagato) per recarsi al lavoro o in paesi limitrofi, dato che in pochi possiedono un’auto. La maggior parte si reca comunque al lavoro su autobus dedicati, vecchie corriere su cui i turisti non possono salire. Sulle medesime autopiste circolano anche persone a cavallo o calesse carichi del raccolto proveniente dalle campagne. Capita anche che durante il percorso i tassisti si fermino ad acquistare prodotti locali – frutta e verdura – dai campesinos assiepati lungo i bordi delle autopiste. Non siate impazienti, prendetelo come un momento di autenticità. Non aspettatevi però di arrivare alla vostra meta entro il tempo che avevate prestabilito. “Tranquillo!”, dicono sempre i cubani quando percepiscono stress o fretta. E non avete scelta.

Caramelle e bambini

Se volete commuovervi, offrite caramelle. Non soltanto ai bambini, a tutti. Costano troppo perché il cubano medio le acquisti, sempre che sugli scaffali ci siano. Se sono dentro una scatolina di latta o con aperture particolari, scoprirete che in molti fanno fatica a comprenderne il meccanismo. Vi renderete conto di quanto superfluo ci circonda. I bambini, soprattutto in città diverse dalla capitale, faticano ad avere a disposizione oggetti per la scuola e vestiti, che appunto in certi periodi tendono a scarseggiare anche nei negozi, al di là dei costi. Portate qualcosa con voi, la gioia nei loro occhi sarà impagabile.

“No baila?”

Dopo aver saputo il vostro nome e da dove venite, la terza domanda che il cubano medio vi pone è proprio questa. Come potete non saper ballare la salsa? Inutile spiegare che preferite altri generi o che siete un ceppo di legno inadatto a qualsiasi forma di ballo. Dovete provare. E proverete, fidatevi.

Sigari

Mentre camminate sentirete spesso la proposta sussurrata di acquistare “fake cigars”. Chi lavora nelle fabbriche si procura sigari privi del marchio statale, che in aeroporto non passerebbero i controlli, ma che un turista potrebbe decidere di fumare a Cuba. Non è legale, ovviamente. Gli stipendi bassi portano i cubani a sottrarre beni dai luoghi di lavoro (sono loro stessi a raccontarlo) per rivenderli. Il consiglio, se parliamo di sigari, è di godervi un’escursione in una piantagione e di acquistare quelli artigianali realizzati dai campesinos, che ormai per arrotondare aprono le porte delle fattorie ai turisti. Questi sigari non subiscono procedimenti chimici e industriali, sono lavorati a mano foglia dopo foglia. Tra il raccolto del tabacco e la creazione di un sigaro passano mesi. E del  tabacco raccolto, i campesinos possono tenere solo il 10%, il resto finisce nelle fabbriche statali.

Inquinamento

Vogliamo davvero parlarne? In Italia ormai non vi sognereste mai di comprare dei palloncini ai bambini. Plastica inutile e nociva. Ma un bambino cubano raramente può avere a che fare con magie simili. Desidererete averne portati a vagonate.

Lungo le strade, purtroppo, i cubani gettano rifiuti al di fuori dei cestini senza curarsene. Zone bellissime come il lungomare e le rive di Cienfuegossono deturpate dalla plastica gettata in mare come capita, con pescatori noncuranti che lanciano i loro ami a pochi metri di distanza. A Cuba non si è ancora sviluppata una mentalità ecologista nel senso che noi ormai intendiamo. Ma qualcuno inizia a parlare di cambiamenti climatici, soprattutto i campesinos che notano variazioni nel ciclo delle stagioni, ed è palpabile un grande amore verso la natura, verso i luoghi, verso le città. Meglio che niente. La differenziata la faremo una volta tornati a casa nostra.

Fotografie di Anna Tita Gallo

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“Cos’è scandinavo? Niente” Uno splendido spot della SAS

People For Planet - Dom, 02/16/2020 - 07:00

SAS, la compagnia aerea scandinava, ha fatto realizzare uno spot dall’agenzia pubblicitaria danese &Co che potere vedere qui. 

Il plot è che niente, di quello che secondo le convenzioni diffuse è stato inventato nei Paesi scandinavi, è nato lì. E che «ogni volta che oltrepassiamo i nostri confini aggiungiamo colore, innovazione e progresso.»

Gli scandinavi sono e sono stati bravissimi a importare e adottare nella propria cultura cose inventate da altri. Un inno all’intelligenza dell’integrazione.
E poiché l’intelligenza disturba gli idioti, piovono minacce sulla compagnia scandinava e sull’agenzia di pubblicità (la cui sede di Copenaghen, tra l’altro, è stata sgomberata per un falso allarme bomba).

Applausi, ben fatto SAS!

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La Nave Greca di Gela “sbarca” a Forlì a narrare di Ulisse

Gela Le Radici del Futuro - Sab, 02/15/2020 - 16:47

Inaugurata oggi la mostra intitolata Ulisse, l’arte il mito che si terrà ai Musei San Domenico di Forlì fino al prossimo 21 giugno. Tra i reperti d’eccezione, nell’ex chiesa di San Giacomo collocata accanto ai musei, vi sarà esposta anche parte della nave greca e gli ottantasei lingotti di oricalco appartenenti al Museo Archeologico di Gela.

Attraverso una vastità di reperti e opere d’arte, la mostra racconterà il mito di Ulisse che nel corso dei millenni ha influenzato la cultura mediterranea e si è esteso anche a livello globale. Oltre a rappresentare un tipo di interesse letterario e storiografico, il mito del Re di Itaca è stato fin dall’antichità, passando per il Medioevo e arrivando ai giorni nostri, una fonte di ispirazione artistica che ha da sempre affascinato la cultura occidentale. Nei secoli è stato illustrato nelle tante correnti artistiche che si sono susseguite, dal Rinascimento al Romanticismo, al Simbolismo, passando per il neo-classicismo e il naturalismo fino alla cinematografia contemporanea. Basti citare, tra gli esempi, il film di Stanely Kubrick 2001: Odissea nello spazio. Ulisse, il cui vero nome era Odisseo (che in greco significa “colui che è odiato”) ha influenzato anche la letteratura: ne sono esempi l’Inferno di Dante, la Gerusalemme liberata di Tasso, il Moby Dick di Melville, e l’Ulysses di Joyce.

Nei giorni scorsi oltre 20 mila i biglietti staccati per far ammirare i reperti esposti in Emilia-Romagna collaborazione con la Regione Sicilia. In questo viaggio storico e culturale, l’ossatura della nave greca rinvenuta la prima volta nel mare di Contrada Bulala nel 1988, rappresenta uno degli oggetti di attrazione principali. Dopo il ritrovamento i resti furono restarauti in Inghilterra. Un’indagine archeologica durata oltre vent’anni, ma probabilmente non è ancora terminata poiché i fondali di Gela celano ancora molti tesori. Tre in totale le navi recuperate nel corso degli anni, ma il mare non smette di riserbare molte sorprese. Datata tra il VI e il V secolo a.C., essa è stata realizzata proprio con la tecnica descritta da Omero nell’Odissea in riferimento all’imbarcazione di Ulisse. A Gela viene conservata dentro delle casse di legno in attesa che vengano attuati e ultimati i lavori per il Museo del Mare di Bosco Littorio, dove troverà definitiva collocazione.

Assieme ai resti della nave anche parte del carico, tra cui una cesta di vimini, un elmo corinzio, e i famosi lingotti di oricalco, la lega rara di cui secondo Platone erano rivestite le mura di Atlantide. Il carattere leggendario di questo metallo pregiato ha fatto sì che la notizia della scoperta dei primi quarantasette lingotti, avvenuta nel 2014, facesse il giro del mondo. Tre anni dopo ne furono scoperti altri trentanove.

La mostra Forlì è curata da Gianfranco Brunelli, direttore delle Grandi Mostre della Fondazione Cassa dei Risparmi. L’evento rappresenta una tappa attrattiva per i turisti di tutti il mondo che nei prossimi mesi si recheranno a forlì e avranno testimonianza delle bellezze di cui dispongono i litorali gelesi.

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Giuseppe Da Re, il genio dei Bibanesi, non è più con noi

People For Planet - Sab, 02/15/2020 - 08:00

Un giorno mi telefona chiedendomi se mio padre poteva essere disposto a disegnare una confezione dei suoi panetti. Mio padre lo richiama e si mettono d’accordo per incontrarsi; Giuseppe gli parla con un entusiasmo contaminante dei suoi grissini, dei prodotti che ci mette, di come ha organizzato la sua fabbrica… Mio padre realizza un disegno e glielo dà ma decide che non vuole soldi, lo fa per simpatia; lo aveva affascinato quest’uomo schietto, di una certa età ma con in testa una selva di capelli corti e bianchi.
E allora Giuseppe decide di fare una grossa donazione al Comitato il Nobel per i Disabili.
Mio padre si commuove e nasce un’amicizia.
Anche io lo incontro più volte, a Milano e a Cesenatico, e poi dovendo recitare vicino a Conegliano lo vado a trovare.

Giuseppe aveva iniziato a studiare volendo prendere la strada della pittura e della scultura. Ma ad un certo punto si rende conto che la sua famiglia è in una grave situazione economica e così abbandona tutto e si mette gestire la piccola panetteria fondata dal padre per riuscire ad appianare una montagna di debiti.
Ci impiega 10 anni di lavoro sfiancante. Poi prende un fiato e si mette a ragionare sulla vita che sta facendo lui e i panettieri che lavorano nel suo forno: lavorare di notte è pesante…
Gli viene l’idea di produrre qualche cosa che si possa cuocere di giorno e che non abbia l’urgenza di essere venduto immediatamente.
Nascono così i Bibanesi, dei grissini grassi e corti che però lui chiamava “panetti” e se gli dicevi che erano grissini ti guardava male.
Per riuscirci si mette a sperimentare per mesi, maniacalmente.

La fabbrica dei Bibanesi

Mi accompagna a visitare la fabbrica dove ha creato una tecnologia basata su un amore forsennato per il risultato.
Mi spiega come ha scelto l’olio, la farina, perché ha creato una specie di ferrovia in miniatura, che sale e scende seguendo tornanti fitti, dove la pasta del pane lievita, percorrendo quel dedalo lentissimamente. E poi i forni, ventilati e rotanti (dei mostri) che devono scioccare i panetti creando una corazza che li rende croccanti e impermeabili all’umidità, grazie a una dose esorbitante di olio d’oliva di quello vero.
E poi c’è la questione dei filamenti di glutine che se li fai strapazzare da una macchina poi si rovinano e il Bibanesi risulta privo di struttura. Dice proprio “struttura”… Ma è mai possibile che un grissino abbia anche la struttura? Io lo guardo e mi pare di ascoltare un extraterrestre del pianeta Sfilatino.

Ma lui con il glutine non ci scherza: i panetti li fa tirare a mano, con delicatezza, uno per uno e per questo poi sono tutti diversi. E siccome un’operaia può avere bisogno di assentarsi ma mica puoi fermare la linea produttiva, allora c’è sempre pronta un’altra donna per le sostituzioni. E siccome c’è il problema di sollevare le teglie, e sono pesanti, si inventa un portateglie con le molle grazie alle quali non ti devi mai chinare perché salgono da sole al livello del bancone e la sera non hai mal di schiena.

E poi c’è il fatto che una fabbrica senza fiori non mette allegria e allora riempie i reparti di piante e già che c’è anche di dipinti.
Infatti lui non ha abbandonato la passione per la pittura e la scultura. Durante le vacanze va in Africa a scavar pozzi per l’acqua e decorare le chiese con le sue sculture di Gesù… Hai presente quei cristiani che prendono sul serio quella sciocchezza dell’amare il prossimo tuo? Ecco quella cosa lì…

Un’azienda di famiglia

Un giorno incontra Carlo Petrini, gli fa assaggiare i suoi prodotti e Carlo gli dice: se continui a farli così ti do una mano io! Anche lui non gli chiede soldi. È che Giuseppe fa proprio simpatia! Come fai a non sostenerlo?!? Il successo diventa clamoroso. I figli Francesca, Armando e Nicola lavorano con lui in azienda. Insieme sono una squadra solidale… Grande fortuna avere figli così… E lui riconosce sempre il merito alla sua amatissima moglie, Adriana, donna meravigliosa e cuoca scioccante. Sono vegetariano ma di fronte alle sue guancette di vitello cotte per ore nel sugo e nel vino ho (ec)ceduto!

Il successo cresce continuamente. E Giuseppe si può permettere dei lussi. E visto che in fabbrica i bambini danno allegria ma lui è contrario al lavoro minorile, inizia a invitare le scolaresche a vedere come si fa il pane e guida lui i ragazzini nella visita ai reparti… E io gli disegno un fumetto da regalare ai bambini con i Bibanesi che diventano pupazzetti e il racconto della sua linea di produzione.

Fin quasi dall’inizio le confezioni dei Bibanesi diventano un veicolo di arte. Gli specialisti del marketing gli dicono che è un pazzo a metterci sopra i quadri di Raffaello o i disegni di Altman, Forattini e tanti altri… Ma lui usa i sacchetti dei panetti per portare nelle case l’arte e la pubblicità delle mostre di pittura che gli piacciono di più.
Tanto, dice, se i Bibanesi sono buoni li comprano anche se cambia la confezione una volta al mese!
Ma cambiare confezione costa di più! Gli dicono gli esperti.

L’arte non ha prezzo. Dice lui.

In questo periodo di malattia, terribile, l’ho sentito spegnersi lentamente sempre però capace di un guizzo, una battuta, e di dirmi una parola quando a essere giù di corda ero io… E tante volte mi sono chiesto se al suo posto, di fronte a una morte certa e dolorosa, io non avrei preferito finirla alla svelta col famoso pillolone svizzero.
Ma lui no, lui ha voluto vivere fino all’ultimo secondo disponibile il miracolo di stare sulla terra.

Spero che abbia ragione lui che diceva che Dio esiste ed è pure simpatico. Certo fare il Dio dev’essere un’attività piena di problemi. Di sicuro comunque in Paradiso adesso la questione dei grissini l’hanno risolta.

Buon pane, Giuseppe!

Vedi anche:
Spreco di cibo: gli italiani buttano quasi l’1% di Pil nella spazzatura
Il costo etico, ambientale e umano dietro il cibo “conveniente”
Non serve il cibo “green”, serve cibo vero

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Con Open Housing un sostegno per famiglie e persone in difficoltà

Gela Le Radici del Futuro - Ven, 02/14/2020 - 21:26

Sostegno per le famiglie e per le persone in difficoltà economica attraverso una rete di alloggi temporanei, sostegno psicologico e percorsi di formazione. Sono queste le basi del progetto Open Housing, finanziato da Fondazione Con Il Sud, che si svilupperà nei prossimi tre anni e mezzo. A promuoverlo e operarvi l’associazione ARCI – Le Nuvole, in partnership con Dives in Misericordia, Il Tempio di Apollo, il CAV (Centro di Aiuto alla Vita) e la cooperativa sociale Carpe Diem. A collaborare anche l’Istituto Superiore Statale “Ettore Majorana”, la Rettoria di Sant’Agostino, l’Opera Nazionale per il Mezzogiorno, la Diocesi di Piazza Armerina, il Centro Studio Universitari “Federico II”. Il progetto vede anche la partecipazione del Comune di Gela e del Libero Consorzio Comunale di Caltanissetta.

Un’idea originale e all’avanguardia per contrastare la povertà abitativa, attraverso la creazione di luoghi di aggregazione in cui avviarsi in un percorso di crescita personale. Oltre al supporto psicologico e all’orientamento personale per raggiungere una stabilità economica, saranno infatti creati degli spazi di socializzazione e di promozione sociale e culturale. Le aree selezionate per Open Housing sono rispettivamente la Rettoria di Sant’Agostino, l’ex orfanotrofio Regina Margherita, i locali di Piazza Roma e la sede del Circolo ARCI – Le Nuvole in via Maurizio Ascoli. A sostegno dei soggetti in condizioni disagiate sono stati messi a disposizione 18 posti letto divisi tra due edifici del centro storico, con costi di affitto a prezzi calmierati.

Saranno gli stessi abitanti a prendersi cura degli spazi a loro concessi e ad acquisire in tal modo delle nuove competenze, per sviluppare e concretizzare le proprie passioni o per raggiungere un’autonomia lavorativa. Valuteranno quindi un nuovo modo di coesistere, all’insegna dell’autoimpiego e della co-progettazione. Ne verrà fuori un’incubatrice di energie, poiché gli aderenti al programma si avvarranno delle proprie risorse e si metteranno in gioco per rispondere alle proprie necessità.

Tutto ciò è reso possibile grazie al ruolo ricoperto dall’Agenzia Sociale per la Casa, che metterà in contatto i proprietari di appartamenti svitti o vuoti con le persone che vorrano usufruire del progetto.

Per essere inseriti nel programma basta autocandidarsi. Gli operatori, a loro volta, provvederanno a selezionare i soggetti tra i casi più critici segnalati dalle associazioni e gli enti pubblici. Alcuni individui stanno, infatti, già usufruendo del servizio. Alcuni degli appartamente, sono invece tutt’ora in fase di ristrutturazione.

Verrà attivato anche un “portierato sociale”, attraverso il quale gli utenti e gli abitanti del quartiere potranno rivolgersi  per chiedere informazioni legate ai servizi pubblici, per offrire dei servizi per il quartiere o organizzare piccoli eventi e attività. Rivolgendosi alla Banca del Tempo, potranno inoltre offrire o richiedere la realizzazione di piccoli lavori.

Open Housing rientra fra i dieci progetti selezionati e finanziati in Italia attraverso il bando Housing Sociale.

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Clima, nuovo record storico Gennaio

People For Planet - Ven, 02/14/2020 - 15:58

Il mese passato è stato il gennaio più caldo mai registrato nella storia dell’umanità. Lo dicono i dati sulle temperature globali del pianeta riferiti a gennaio 2020 e diffusi dalla National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA), l’agenzia federale americana che si occupa di meteorologia e clima. Gennaio 2020 ha segnato un +1,14 °C rispetto alla media registrata nel Novecento nei mesi di gennaio.

Record sempre più vicini

I quattro mesi di gennaio più caldi registrati sono avvenuti tutti dopo il 2016. I dieci più caldi stanno tra il 2002 e il 2020. Lo scorso gennaio è stato inoltre il 44esimo gennaio consecutivo e il 421esimo mese consecutivo con temperature al di sopra della media del XX secolo.

Un clima alterato ovunque

In Antartide fa caldo come in Norvegia, Bagdad è ricoperta di neve (seconda volta in 112 anni, la precedente nel 2008) e sulle Alpi sbocciano le primule. Il Polo Sud sta vivendo l’estate australe più calda della storia: è stato registrato con 20,75 gradi alle 13 del 9 febbraio alla base argentina Marambio sull’isola Seymour, di fronte alla Penisola Antartica. Pochi giorni fa, solo il 6 febbraio, il precedente record su un’altra base argentina, quella di Esperanza, nella Penisola Antartica, dove è stata registrata una temperatura di 18,3 gradi, battendo il precedente primato di 17,5 °C di cinque anni fa.

Pochi giorni fa si è staccato un nuovo enorme iceberg dal ghiacciaio di Pine Island, uno dei due che vengono tenuti particolarmente sotto controllo per capire la gravità dell’accelerazione della fase di scioglimento, che potrebbe provocare l’innalzamento dei mari di diversi metri. Intanto in Norvegia, il 2 gennaio, a Sunndalsøra, si sono raggiunti i 19 gradi, superando il precedente record registrato solo a gennaio scorso e che era di 17,9 °C.

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Stoviglie in bambù? Bocciate

People For Planet - Ven, 02/14/2020 - 15:00

Contengono resine sintetiche che a con il caldo dei cibi possono rilasciare sostanze cancerogene.

Attenzione alle stoviglie in bambù: al contrario di quello che il più delle volte c’è scritto in etichetta, infatti, questi prodotti contengono tutti senza eccezione quantità più o meno elevate di resine sintetiche che servono per tenere insieme le fibre di questo legno, e che a contatto con il caldo dei cibi possono rilasciare sostanze cancerogene. E, sempre per la presenza di resine, non possono certo fregiarsi di essere l’alternativa green alla plastica: una volta che devono essere smaltite, infatti, le stoviglie “di bambù” finiscono nell’inceneritore o in discarica. I dati arrivano da un’indagine effettuata su 14 brand acquistati nei negozi e online dall’associazione per la tutela e difesa dei consumatori Altroconsumo, che ha scoperto dei prodotti tutt’altro che “sostenibili” e “compostabili“, come spesso riportato nel packaging, oltre a importanti carenze e/o omissioni nelle informazioni contenute nelle etichette.

Potenzialmente cancerogene…

Le stoviglie di bambù sono quindi solo apparentemente alternative ecologiche alla plastica: è infatti impossibile realizzare piatti, posate o bicchieri utilizzando esclusivamente farina o fibra di legno, ma occorre sempre una resina sintetica per tenere insieme questi ingredienti. Tra le scoperte effettuate, la prima è che la percentuale di plastica presente in questi prodotti è piuttosto elevata e a contatto con alimenti caldi può rilasciare formaldeide e melamina, sostanze potenzialmente cancerogene. E ciò che è peggio, è che il più delle volte questi prodotti sono dedicati all’utilizzo da parte dei più piccoli perché colorati, leggeri e infrangibili.

Guarda il video: E se mi facessi la casa in bambù?

…e non eco-friendly

Circa la metà dei campioni esaminati, poi, viene definita in etichetta eco-friendly e biodegradabile: diciture che però non possono essere veritiere in quanto tutti questi prodotti contengono una resina sintetica a base melaminica che non è biodegradabile né riciclabile, e comporta necessariamente, quando il ciclo di vita di questi prodotti arriva al termine, lo smaltimento in discarica o nell’inceneritore. Solo 3 dei 14 brand analizzati, ovvero circa il 20% del totale, indicano in etichetta la presenza di altri materiali oltre al bambù, mentre gli altri non presentano informazioni specifiche al riguardo, lasciando credere a chi li acquista di essere realizzati esclusivamente in bambù.

Poche informazioni sulla sicurezza d’uso

La maggior parte delle etichette, poi, riporta informazioni carenti per quanto riguarda la sicurezza d’uso di queste stoviglie: solo 6 prodotti su 14 (ovvero meno della metà) riportano indicazioni relative alle temperature di utilizzo dei prodotti con l’avvertenza di mantenersi entro certi limiti, e non tutti i prodotti specificano in etichetta che queste stoviglie non devono essere utilizzate nel microonde: un dimenticanza non di poco conto, considerando che il caldo favorisce il rilascio di sostanze nocive.

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La segnalazione all’Autorità garante della concorrenza e del mercato

A partire dai risultati dell’indagine, Altroconsumo ha segnalato all’Autorità garante della concorrenza e del mercato i prodotti esaminati che riportano in etichetta informazioni carenti o ingannevoli, chiedendo di aprire un’istruttoria e procedere con eventuali sanzioni ed interventi. Vediamo cosa succederà.

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Air Italy chiude, la Sardegna resta a piedi

People For Planet - Ven, 02/14/2020 - 10:47

Gli effetti della crisi della compagnia aerea messa in liquidazione dagli azionisti Alisarda e Qatar Aiways si sono già fatti sentire da almeno un paio di mesi sul turismo sardo: «E già a settembre avevamo lanciato l’allarme» ricorda Paolo Manca, presidente di Federalberghi: «Chiedendo di dare alla vicenda l’attenzione che meritava: bisogna considerare che qui stiamo parlando del principale vettore turistico, perché Air Italy è arrivata a trasportare circa 2 milioni di passeggeri a Olbia, principale scalo turistico dell’Isola che in totale veicola 3 milioni di passeggeri.

Nei giorni scorsi alla fiera del turismo di Milano ho visto operatori con prenotazioni per oltre 100mila notti in Sardegna pronti a mandare tutto all’aria per mancanza di voli. Fioccano le cancellazioni delle prenotazioni di pacchetti di camere già bloccate. È già un disastro non solo per il turismo ma per tutta l’economia della Sardegna. E sono a rischio gli arrivi per le World Series di Coppa America a Cagliari di fine aprile e se non si troverà una soluzione in tempi a brevi saranno guai».

600 dipendenti a casa

«È a rischio il lavoro di quasi 600 dipendenti diretti dello scalo di Olbia e di altre centinaia nell’indotto, tutte figure professionali difficili da ricollocare», spiega il sindacalista della Cgil Michele Carrus. E se non bastasse sempre in aprile scade anche l’accordo sui biglietti scontati per i residenti.

«A Cagliari, l’altro scalo sardo, arrivano 4,5 milioni di persone, ma ‘solo’ 1 milione sono turisti», aggiunge Manca che poi spiega: “I flussi turistici viaggiano con 1 anno/1 anno e mezzo di anticipo, quindi questa incertezza ha già colpito duro: gli operatori prenderanno altre strade. Ci sono destinazioni nel Mediterraneo, a partire da Croazia, Turchia e Grecia, che possono contare anche su 10 voli al giorno da Milano o Roma e che si avvantaggeranno di questa crisi», conclude.

Coinvolgere Alitalia per garantire i voli

«La situazione di Air Italy era chiara da tempo. E noi abbiamo chiesto a vuoto decine di incontri a Regione e a Governo» continua Carrus.
«Per prima cosa il governo deve garantire i voli, prorogando la continuità territoriale oltre il 16 aprile anche se la Ue non è d’accordo, affidando il servizio ad Alitalia», propone Manca.

« La politica» conferma Carrus -«deve chiedere all’azienda di non sospendere l’attività. Poi deve trovare un soggetto disposto ad affiancare Qatar; Stato e Regioni devono usare le loro società operative. E anche Alitalia può scendere in campo a dare una mano». Il rischio è che senza continuità aziendale, i 600 dipendenti Air Italy di Olbia non siano nemmeno ammessi agli ammortizzatori sociali di cui godono i loro colleghi di Alitalia.

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Nuovo Coronavirus: vendita mascherine a +427%. Oms: stop ad acquisti incontrollati

People For Planet - Ven, 02/14/2020 - 09:36

L’Organizzazione mondiale della sanità chiede uno stop agli acquisti inappropriati di mascherine, aumentati a dismisura a causa della paura del contagio del nuovo Coronavirus: solo in Italia siamo arrivati a toccare quota 427% in più di quelle acquistate rispetto a prima del 20 gennaio, vale a dire il quintuplo. E a livello globale le scorte sono praticamente terminate.

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Acquisti quadruplicati

I dati arrivano da Iqvia, provider globale di informazioni in ambito sanitario e farmaceutico, che mette in evidenza come l’aumento delle vendite delle mascherine sia evidente su tutto il territorio nazionale: al Sud e nelle isole la spesa per questi dispositivi medici è aumentata da 35 mila euro nella settimana del 20 gennaio a 122 mila euro nella settimana del 27 gennaio, con un aumento del 250%; nelle regioni del nord-ovest si è passati da 13 mila euro nella settimana del 13 gennaio a 62 mila euro nella settimana del 20 gennaio (+377%); nel nord-est da 8 mila euro nella settimana del 13 gennaio a 33 mila nella seguente (+313%), mentre nelle regioni del centro da 9 mila a 50 mila euro (+427%).

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Tempi di rifornimento lunghi

L’Oms parla di “scorte globali di mascherine esaurite” e chiede dunque di evitare l’acquisto incontrollato da parte di persone che non ne hanno reale bisogno poiché i tempi di rifornimento per avere nuove mascherine potranno arrivare fino a quattro-sei mesi, ed è necessario che le poche rimanenze siano a disposizione soprattutto del personale medico e paramedico.  

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Cos’è il ritiro sociale in adolescenza: Hikikomori (Video)

People For Planet - Ven, 02/14/2020 - 07:00

Hikikomori significa “stare in disparte” e in Italia vengono stimati tra i 100 e i 120 mila casi tra i giovani sotto i trent’anni. Di cosa si tratta?

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Video di Martina De Polo e Francesco Saverio Valentino

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I 10 migliori film di Kirk Douglas

People For Planet - Ven, 02/14/2020 - 07:00

La recente scomparsa di Kirk Douglas, a ben 103 anni, ha testimoniato sui social quanto e come fosse amato da almeno tre generazioni di spettatori un divo di Hollywood dalle idee molto liberal, che ha legato la sua tipica fossetta sul volto a personaggi indimenticabili e spesso controcorrente, non convenzionali, cinici e anche spietati.

Figlio di uno stracciarolo bielorusso ebreo e di mamma ucraina, la carriera di Douglas è quella di una aitante giovanotto che con molta gavetta e grande personalità si guadagna le chiavi dello star system, non disdegnando di essere anche produttore per poter controllare e valorizzare il prorpio lavoro e difendere spesso le sue belle bandiere ideali.

Da opere tratte dal teatro, da romanzi di successo, a biopic molto impegnativi, segnante nel western come nel poliziesco, spesso al servizio di grandi registi e autori, la filmografia di Kirk Douglas con oltre novanta titoli in carriera mi ha impegnato in una rigorosa e accurata selezione affettiva e di valore per onorare al meglio la sua memoria con i suoi dieci migliori film. Dieci indimenticabili personaggi della storia del cinema e la consapevolezza di non aver potuto aggiungere Ulisse e il Capitano Nemo.

ORIZZONTI DI GLORIA di Stanley Kubrick, 1957

Il colonnello Dax è il volto e il corpo dell’antieroe che mette alla sbarra del cinema l’immonda carneficina della Prima Guerra mondiale rappresentata dall’inutile assalto al Formicaio tedesco. Quarto film di Kubrick. Pellicola finanziata da Douglas, che nella sua biografia, ricorda che esercitò il proprio potere nei confronti del regista che per motivi di incasso aveva modificato la sceneggiatura originaria piazzandoci un lieto fine. Il drammatico finale tratto da un libro ispirato a fatti realmente accaduti sul fronte francese ne ha preservato il ruolo di capolavoro antimilitarista che mette a nudo anche le differenze di classe. Il colonnello Dax non è solo un militare che combatte senza pensare al proprio interesse e alle proprie medaglie e che si oppone all’assalto inutile, ma è anche un avvocato nella vita civile e quindi si assume l’onere impossibile della difesa davanti alla Corte marziale dei tre fanti presi a caso nella folle vicenda. Due ruoli indimenticabili in uno straordinario personaggio simbolo del grande cinema che si schiera contro l’orrore della guerra levatrice della Storia. La Francia offesa non concesse le location del proprio territorio e impedì la visione del film fino agli anni Settanta.

ASSO NELLA MANICA di Billy Wilder, 1951

Charles Chuck Tatum con uno strepitoso Kirg Douglas (primo film che lo consacra al grande pubblico) è un giornalista privo di scrupoli, che a causa dei suoi vizi (è un forte bevitore e un donnaiolo) viene licenziato dai più prestigiosi quotidiani di New York, Chicago e Detroit. Va in provincia a sfruttare a proprio vantaggio il caso di un uomo nel pozzo. Billy Wilder realizza un capolavoro dimenticato dalle programmazioni ma invece anticipatorio e molto lucido sul cinismo dei media. Il film è “Asso nella manica” ma verrà successivamente ribattezzato “The big carnival” una sorta di profezia sul circo mediatico.

SPARTACUS di Stanley Kubrick, 1960

Non solo la maiuscola interpretazione dello schiavo che si ribella al potere di Roma ma anche un nuovo impianto produttivo concepito e costruito da Kirk Douglas. L’attore produttore in prima battuta aveva chiamato alla regia Antony Mann poi sostituito da Kubrick in un film forse poco kubrickiano ma in cui offre il meglio della sua arte e tecnica nelle scene di battaglia e di violenza e nella direzione degli attori in un cast che contempla Laurence Olivier, Peter Ustinov, Tony Curtis. Lo Spartacus Douglas mette nei titoli di testa del film lo sceneggiatore Dalton Trumbo perseguitato dal maccartismo. Quattro Oscar. Secondo Morandini: “Il migliore – e il più adulto – dei colossi storici di Hollywood”.

IL GRANDE CAMPIONE di Mark Robson, 1949

Energica interpretazione del pugile Midge Kelly, atleta senza redenzione ma che mette da parte valori e principi tradendo moglie e l’allenatore che lo aveva portato al successo. Usa chiunque pur di arrivare alla corona del Mondiale, le donne, la mafia e persino il proprio fratello disabile. Finale tragico. Douglas da caratterista diventa una star degli Studios. Prima nomination come migliore attore ma l’unico Oscar che prenderà sarà quello alla carriera.

IL BRUTO E LA BELLA di Vincent Minnelli, 1952

Il bruto è lui, Kirk nei panni di un produttore cinematografico senza scrupoli, Jonathan Shields, esponente di Hollywood  fermamente intenzionato a toccare l’apice del successo, abbandonando l’attrice Georgia, il regista Fred Amiel e lo scrittore James Lee Bartlow. Anche se l’uomo è un approfittatore, queste persone gli devono comunque una parte del loro successo. Metacinema assoluto. Secondo Mereghetti uno dei più bei film sul cinema che si racconta da dentro. Seconda nomination all’Oscar per Douglas.

BRAMA DI VIVERE di Vincent Minnelli, 1956

Una delle sfide più amate da Kirk Douglas. Il biopic di una figura enorme dove l’attore s’incarna nel mito. Qui genio e follie del pittore Vincent Van Gogh. L’attore restituisce al meglio i problemi mentali, la paura di fallire, l’incontro con Gauguin, la grande arte incompresa. L’aderenza del protagonista al complesso personaggio è di altissima levatura. Ennesima nomination ma questa volta l’Oscar era meritatissimo. Il migliore Van Gogh di sempre.

PIETÀ PER I GIUSTI di Wiliam Wyler, 1951

Il titolo italiano non rende onore al più adeguato originale “Detective story”. Kirk Douglas “in ottima forma” è il poliziotto James McLeod determinato a lottare contro ogni forma di sopruso. Il film si svolge nell’arco di un giorno in un commissariato di New York. Dinanzi alla volontà della polizia locale di chiudere le indagini contro Karl Schneider, un medico accusato di aver fatto morire un paziente, il detective oppone resistenza, fino a mettere a rischio la propria sicurezza e quella della famiglia intera. Tratto da un dramma teatrale e sceneggiato anche da  Dashiell Hammett.

SFIDA ALL’O.K. CORRAL di John Sturges, 1957

Numerosi western nella filmografia di Kirk. Le mie preferenze vanno a questo classico tratto dalla Storia. Douglas si cala benissimo nei panni del medico John Doc Hollyday accompagnandosi allo sceriffo Wyatt Earp (interpretato da Burt Lancaster) in una celebre sfida contro il cattivo di turno, non attendibile sul piano storico, ma John Ford, che sullo stesso episodio girò “Sfida infernale,” ci ha insegnato che nel West la leggenda prevale sulla cronaca. Un crescendo di vicende ben incastrate  prepara la sfida. Dodici minuti leggendari.

UOMINI E COBRA di Joseph L. Mankiewicz, 1970

Western della decadenza con una trama avvincente che consegna molte stelle al merito a Douglas, questa volta cattivo a suo agio nei panni del protagonista Paris Pitman. Storia di un bottino di una rapina nascosto in mezzo ai serpenti. Ma anche film carcerario con il direttore carogna e quello umanitario. Finale sbalorditivo.

SOLO SOTTO LE STELLE di David Miller, 1962

John “Jack” Burns è un cowboy della modernità degli anni Sessanta. Reduce delle guerra di Corea, è un solitario, un romantico, un idealista. Un senza tetto, né legge. Con il suo amico aiuta i migranti messicani a passare illegalmente il confine. Si scontra con la polizia violenta. Uno “sconsolato canto funebre” del genere western e di una “certa idea dell’America”. Infatti il cavallo è inseguito dall’elicottero e dall’automobile della polizia e finisce ucciso sotto un Tir.

L’immagine originale della foto di copertina è su Wikimedia

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San Valentino: 7 fiori perfetti per dire «ti amo»

People For Planet - Gio, 02/13/2020 - 15:56

Cosa ci può essere di meno romantico di un colorato mazzo di fiori morti per dichiarare amore al proprio partner a San Valentino? Oltre al decesso appurato, i fiori recisi sono – lo sappiamo – coltivati in serre che consumano enormi quantità di energia, spesso tirano dentro commerci poco limpidi che includono lo sfruttamento del lavoro. Se fuori stagione, come frutta e verdura, è molto probabile che siano stati trattati con pesanti quantità di fitofarmaci e che abbiano viaggiato per mezzo mondo, ovviamente in locali refrigerati, per giungere a noi a un prezzo assolutamente vantaggioso. Ma dove è il romanticismo in tutto questo?

Un messaggio d’amore sottile ed elegante prende in considerazione anche questi fattori, e sarà dunque più vicino alle piante in vaso, facili da coltivare e mantenere, dalla lunga e romantica fioritura, dal profumo intenso e reale.

Teoricamente eterni: proprio come la vostra unione. Ecco a voi la nostra scelta:

Poetici e “gonfi” d’amore: i giacinti Anche recisi, i giacinti sopravvivono particolarmente a lungo

Fiore poetico molto caro a Plinio, Virgilio e Teocrito, che spesso lo hanno citato nei propri versi. In Italia il bulbo del giacinto è arrivato per la prima volta alla fine del 1500 dall’Asia Occidentale, ma essendo amante dei climi temperati il sud Europa è divenuta oggi una sua zona di produzione e questa è la sua stagione. Il suo profumo è prezioso e molto ricercato. I significati attribuiti al fiore sono diversi e variano a seconda della colorazione: il giacinto rosso è simbolo di passione, quello blu di coerenza. In generale, il giacinto rappresenta il gioco e il divertimento: un messaggio ideale per la notte più appassionata dell’anno.

Il mughetto: il re del profumo (per un messaggio sensuale) Un inno alla dolcezza

Secondo il linguaggio dei fiori, il mughetto “riporta la felicità”: cosa di meglio per sottolineare il risultato di un’unione particolarmente speciale? Inoltre basta guardare questi piccoli fiori bianchi per essere assaliti da un oceano di tenerezza, avvolti dal profumo che li ha resi famosi in tutto il mondo.

I non ti dimenticar di me: un nome, una garanzia Quando le dimensioni non contano

Umili tra i fiori, eppure così speciali per quel particolare colore che li contraddistingue e quel nome, che da solo vale il più bel messaggio d’amore. Questi piccoli pegni sono tra l’altro facili da coltivare, sia in giardino che in casa.

Il ciclamino: semplice e chiaro Perfetto se avete fretta: si trova anche al supermercato!

Tra le più comuni piante invernali da fiore, che si trovano ovunque, in molti colori e sfumatore, c’è il ciclamino. I suoi petali sono piccoli cuori vellutati, la pianta è facile da mantenere e fiorisce fino a maggio.

Rosa d’inverno: che rosa sia (ma nera) Una scelta di classe

Se proprio rosa deve essere, che sia l’elleboro, la rosa d’inverno. Uno dei fiori più belli ed eleganti in assoluto, ama il freddo e scalda i cuori. Si mantiene benissimo all’aria aperta, sulla finestra della camera da letto ad esempio, e ha diverse tonalità, dal classico ghiaccio al rosa, al viola, fino al superbo nero.

Orchidea afrodite: un grande classico Una intramontabile compagna di vita

Un omaggio all’amore e un omaggio alla bellezza della vostra compagna, o del vostro compagno: dea tra le dee, l’orchidea – quasi esplicito simbolo dell’erotismo – è un particolare elogio alla dea greca della bellezza.

Il gelsomino: uniti per sempre Duro a morire, anche per chi è negato

Profumatissimo, capace di aricciarsi e aggrovigliarsi come pochi altri amanti al mondo riuscirebbero, resistente agli sbalzi di tempratura e perenne. Devo aggiungere altro? A primavera – tra poco – avvolge con un profumo inebriante, mentre il suo fiore ad elica crea vortici di passione.

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