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“Despacito” suonato con i piedi

People For Planet - Lun, 05/06/2019 - 21:00

Alcuni ragazzi di Ferrara suonano il piano con i piedi “Despacito”

"Despacito"

Alcuni ragazzi di Ferrara suonano il piano con i piedi "Despacito"

Pubblicato da Mille canzoni per te su Mercoledì 14 novembre 2018

Fonte pagina Facebook “Mille canzoni per te

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“Prendete in giro i terrapiattisti, ma sapete perché il vento non butta giù i grattacieli?”

People For Planet - Lun, 05/06/2019 - 19:00

Immaginate di essere di fronte a una commissione d’esame. La promozione è in bilico e l’esaminatore clemente: “Una domanda facile: perché si vede attraverso i vetri?*”. Il vostro sguardo correrebbe alla finestra più vicina, con la speranza di trovare una risposta e il desiderio di buttarvi. ù

Saper rispondere è più o meno importante di conoscere le dinamiche belliche della Seconda guerra mondiale o gli impulsi filosofici del Romanticismo?

Il punto è che il mondo è già abbastanza complesso di suo per complicarlo ulteriormente problematizzando oggetti che ci concedono la grazia di funzionare senza chiederci in cambio alcuno sforzo intellettuale. Atteggiamento spazzato via dalla lettura di Fisica della lavatrice (Il Saggiatore), del divulgatore scientifico inglese Chris Woodford, che con la disarmante insistenza di un bambino è capace di chiedersi “come funziona?” persino di fronte a una scarpa lucida, e mostra che anche gli oggetti più semplici celano ragioni scientifiche complesse.

“Molte di queste domande sono così ovvie che non ti sarebbero mai potute venire in mente”, diceva una recensione dell’edizione inglese. Come le vengono in mente?

Guardo quello che mi sta attorno. Ci si può chiedere “come funziona?” per qualsiasi cosa: perché le scarpe lucide brillano, come funzionano i post-it, perché il vento non butta giù i grattacieli, tutte questioni all’apparenza insignificanti, ma che nascondono grandi argomenti scientifici.

Abbiamo fatto i conti con terrapiattisti, antivaccinisti e adepti delle più bizzarre teorie antiscientifiche, ma nessuno mette in dubbio la scienza applicata: funziona e ci basta. I benefici di tecnica e tecnologia sono evidenti, mentre quelli della scienza lo sono meno.

Il paradosso è che per costruire le loro tesi antiscientifiche queste persone usano la scienza applicata, anche i terrapiattisti per esempio si orientano con il gps, magari lo usano per incontrarsi. Danno per scontato tecnologie che si fondano sulle verità scientifiche che negano.

C’è un’interessante disconnessione tra scienza teorica e applicata, lo vedo dalle domande che ricevo per mail: molti non immaginano neppure che dietro il funzionamento degli oggetti più banali, come una lavatrice, ci siano leggi scientifiche.

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2070: quando su Facebook i morti supereranno i vivi

People For Planet - Lun, 05/06/2019 - 16:00

La data: 2070. Quell’anno i vivi su Facebook diventeranno una minoranza. Il profilo delle persone decedute, con i loro commenti, le foto, i video, saranno più numerosi di quelli che ancora camminano sulla Terra. Ecco la previsione dell’Oxford Internet Institute (Oii), parte dell’Università di Oxford. Partendo dai dati anagrafici dei profili del 2018, almeno 1,4 miliardi di utenti moriranno con buona probabilità entro il 2100. E in questo scenario, i morti potrebbero superare il numero dei vivi fra 50 anni. Se il più grande social network al mondo continua ad espandersi ai tassi attuali, il numero di profili di persone decedute potrebbe raggiungere i 4,9 miliardi prima della fine del secolo.

“Numeri che portano a chidersi chi avrà diritto di accesso a tutti questi dati e come dovrebbero essere gestiti nell’interesse delle famiglie e degli amici del defunto. Ma anche su come e a chi si consentirà l’uso per fini di ricerca storica”, spiega nella ricerca Carl Öhman, coautore dello studio intitolato Are the dead taking over Facebook? A Big Data approach to the future of death online. Non si tratta quindi solo di commemorazione e diritto dei famigliari, ma anche accesso ai profili di chi non c’è più per fini accademici. Il ché presenta qualche problema, almeno allo stato attuale, considerando che le normative in merito cambiano di Paese in Paese e che Facebook non brilla per trasparenza.

“Mai prima d’ora nella storia è stato riunito un così vasto archivio di comportamenti e cultura umana in un unico luogo”, sottolinea David Watson, l’altro ricercatore dell’Oii. “Il controllo di questo archivio sarà, in un certo senso, il controllo della nostra storia. È quindi importante garantire che l’accesso a questi dati non sia limitato a una singola impresa a fini di lucro. È anche importante assicurarsi che le generazioni future possano utilizzare la nostra eredità digitale per comprendere la loro storia”.

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La principessa Aurora

CuoreBasilicata - Lun, 05/06/2019 - 15:41

L’idilliaco sbalordimento offerto dall’incantevolezza dei luoghi della Lucania può lasciar traccia non solo negli occhi, ma, com’è talvolta avvenuto, anche tra le pagine della letteratura.

Fra i latori eccellenti di tale testimonianza non passa inosservato il personaggio della Principessa Aurora Sanseverino di Saponara.

I Sanseverino a Saponara

Sul finire del XVII sec., Saponara (l’odierna Grumento Nova) conservava ancora i fasti dell’antica città romana di Grumentum. Il borgo dominava la Val d’Agri e ne rappresentava uno dei centri più popolosi e il principale polo culturale.
Caratterizzato da un’economia ancora feudale, esso era fortificato da mura e raccolto attorno al Castello dei Sanseverino, una delle più illustri casate storiche d’Italia.

La giovinezza e i matrimoni

Aurora nacque il 28 aprile 1669 da Carlo Maria Sanseverino principe di Bisignano e conte di Saponara, e da Maria Fardella principessa di Pacecco.

Sin da bambina mostrò grande intelligenza e una spiccata predisposizione per le arti, dedicandosi presto allo studio di discipline quali il latino, la filosofia, la musica, la pittura, e soprattutto la poesia.

Sposò, a soli 11 anni e su pressione del padre, il conte Girolamo Acquaviva di Conversano, di cui restò presto vedova. Ciò la indusse a contrarre seconde nozze con Niccolò Gaetani dell’Aquila d’Aragona, a cui diede due figli.
L’evento fu celebrato con una fastosa cerimonia nel castello di Saponara, in occasione della quale fu inscenato un dramma pastorale intitolato Eliodoro.

Il mecenatismo

Dopo il matrimonio, si trasferì nella dimora del marito a Napoli, città caratterizzata all’epoca da un intenso fermento culturale. Qui ospitò poeti, musicisti e pittori, dando vita a un vivace cenacolo letterario ove confluirono i migliori artisti e poeti della città, e che assurse in breve a maggior centro culturale del Regno di Napoli.
Fu una attivissima mecenate e commissionò la musica delle sue commedie (in alcune delle quali recitò ella stessa) ai maggiori musicisti dell’epoca, tra cui Hendel e Cimarosa.

Aurora e l’Arcadia

Nel 1695 Aurora entrò nell’accademia dell’Arcadia, assumendo il nome di Lucinda Coritesia.
Il suo modo di far poesia fu pertanto quello tipico dell’Arcadia, che privilegiava l’uso del sonetto e della canzone, con un ritorno tematico alla semplicità naturale e pastorale: per Aurora i temi erano prevalentemente malinconici e avvolti in una sorta di sospirante sentimentalismo.

L’idillio rurale lucano come mito poetico

Ma la sua opera fu anche profondamente influenzata dal paesaggio rurale dell’entroterra lucano. Questi scenari incantati e irreali, tali da apparire dipinti, costituirono uno spunto fondamentale e uno sfondo pressoché perfetto per la narrazione di una natura idilliaca, di un mondo fiabesco, ricco, attraente benché vago, indefinito, lontano.
Il microcosmo poetico di Aurora non ammetteva riferimenti alla situazione storico-politica contemporanea e sembrava vivere del tutto avulso dal mondo esterno, in una sorta di sognante distacco dalla realtà.

Le pietre, i pascoli, le acque e le luci della valle costituivano così la materia prima con cui la poesia e i sogni stessi di Aurora erano costruiti, ma fu a sua volta lei, nel breve tempo della sua vita, a illuminare il mondo di cui avrebbe poi fatto poesia.

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Da un buco nero getti di materia in tutte le direzioni

People For Planet - Lun, 05/06/2019 - 15:00

Oscilla come una trottola a 8.000 anni luce dalla Terra. E’ un buco nero ‘esuberante’: emette getti di materia in piu’ direzioni, quasi alla velocita’ della luce e con regolarita’. Come un orologio cosmico. Le variazioni nel tempo di questi getti sono state osservate per la prima volta dal gruppo del Centro internazionale per la ricerca in radioastronomia (Icrar), coordinato da James Miller-Jones, dell’Universita’ australiana Curtin. Lo studio, pubblicato sulla rivista Nature, apre la strada alla comprensione dell’evoluzione dei buchi neri. Fra gli autori della ricerca l’italianoTomaso Belloni, dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf) di Brera. 

I ricercatori hanno studiato il sistema binario V404 Cygni, formato da una stella in orbita intorno a un buco nero. Le osservazioni sono state fatte dal Very Long Baseline Array (Vlba), una rete di 10 antenne negli Usa che si comporta come un unico grande radiotelescopio.
“E’ la prima volta che vediamo un getto di materia di un buco nero cambiare direzione in poche ore”, ha detto all’ANSA Belloni. “E’ un sistema brillante con una massa 12 volte il Sole, individuato nel 1989. Dopo un periodo dormiente – ha aggiunto – nel 2015 e’ tornato a brillare emettendo lampi di luce improvvisi e intensi, probabilmente perche’ ha ripreso a divorare la stella compagna. In questo modo e’ stato possibile studiarlo, e capire che ha oscillazioni regolari come un orologio. Dovute – ha rilevato – allo spazio-tempo che viene trascinato attorno al buco nero, come previsto dalla teoria della relativita’ generale. Mentre cio’ accade, la parte interna del disco di accrescimento formato dalla materia che cade nel buco nero oscilla come una trottola”.

Secondo Belloni queste osservazioni potranno “aiutare a capire i principi fisici che, poco prima di raggiungere il punto di non ritorno dato dal cosiddetto orizzonte degli eventi, permettono alla materia di sfuggire al buco nero sotto forma di getti proiettati nel cosmo quasi alla velocita’ della luce. Informazioni preziose – ha concluso – per capire come funzionano i buchi neri”.

FONTE: ANSA.IT

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Il Sole24Ore fa diventare primo della classe chi conosce i parenti del preside

People For Planet - Lun, 05/06/2019 - 15:00

Certo, è un quotidiano che ultimamente ha attraversato (e sta vivendo) momenti difficili ma che, da sempre, è formalmente sostenitore di un giornalismo libero e della libertà d’espressione non influenzabile da soggetti terzi.

Eppure c’è qualcosa che non torna, un caso che va sceverato per arrivare a una comprensione certa.

In uno degli ultimi articoli del famoso quotidiano, il più diffuso nel proprio settore e il quinto assoluto in Italia, potete leggere “Quale scuola manageriale sta guidando le banche italiane?”.

Un tema interessante che molto ci dice sul management attuale del sistema bancario italiano.

A conti fatti ne esce che in futuro ai vertici potremmo trovare una generazione di manager che arriverà dal Fin-Tech (e non potremmo non essere d’accordo), ma, al momento quegli stessi vertici sono dominati dalle scuole Intesa e Unicredit, dagli uomini che si sono fatti le ossa in quegli istituti.

Intesa e Unicredit dominus, che hanno raccolto l’eredità lasciata dagli ex-Mc Kinsey Passera e Profumo.

E, c’è di più, se Unicredit nello scorso decennio sembrava prevalere sulla sua rivale, ad oggi, Intesa si dimostra avanti, basta leggere i nomi alla guida delle top banks italiane.
Si può addirittura parlare di una intesizzazione dei vertici del sistema bancario, ma, attenzione, Unicredit non è lontana (vi avevo parlato di un’unicreditizzazione), la sfida è destinata a continuare.

Per chi non ha mai abitato quel sistema potrebbe sembrare che tutto fili liscio, ma non è proprio così, c’è qualche ostacolo.
Sembra che passano per eroi del sistema quelli che il sistema hanno contribuito ad affossarlo.

E, allora, viene lecito domandarsi “Siamo di fronte ad un endorsement, quasi al limite del pubblicitario, il che sarebbe davvero grave visto i protagonisti e la compartecipazione nel consolidamento di una lobby, oppure si vuole semplicemente instaurare un dubbio?”.

Conviene sperare nella seconda alternativa fiduciosi in un’informazione che stimoli le persone a riflettere e che porti a quei cambiamenti raggiungibili solo attraverso una formazione differente.

Dico questo perché se lasciamo da parte Intesa e ci focalizziamo su Unicredit, possiamo notare che dove c’è una banca fallita o prossima al default, arriva una manager ex Unicredit, quelli fatti dimissionare da Mustier, coloro che nel 2016 avevano portato il titolo della banca ai minimi di 1,7 euro rispetto ai 43 del 2007. Tutto ciò non renderebbe affatto la scuola di Gae Aulenti un esempio da decantare.
Affatto, perché quei manager tutti ex-Unicredit, e possiamo fare i nomi di Roberto Nicastro, Roberto Bertola, Felice Delle Femmine, Gabriele Piccini, Paolo Fiorentino, Andrea Soro, Marina Natale, li troviamo coinvolti rispettivamente in Etruria-Chieti-Ferrara-Marche, Etruria, CariChieti-Banca Popolare di Torre del Greco (crac Deiulemar), Banca Popolare di Vincenza, Carige, Sga.

Ripeto, tutte banche già fallite o vicine al default, questo non lascia qualche dubbio come il fatto che questi manager cadano sempre in piedi?

Lascia perplessi il fatto che gli scandali e i crac non portano ad allontanamenti o ad una critica forte, nessuno li tocca, anzi. E in più, nonostante tutto nessuno premia il merito e nessuno lo menziona.

Perché i vertici si intesizzano e unicreditizzano senza mai prendere in considerazione dei manager semplicemente efficienti, magari che vengono da piccole banche ma che ottengono ottimi risultati?

Di come e quanto premiare il merito ci riempie la bocca ma l’eccellenza non è mai premiata, l’eccellenza è data a chi spetta per status. Chi è bravo non può dimostrarlo, perché le posizioni sono assegnate dai pluridecorati che assegnano le poltrone dalle cabine di pilotaggio delle segrete stanze.

La meritocrazia non è uguali opportunità per tutti, non siamo utopistici, ma almeno buone opportunità per milioni, dare opportunità a chi non ne avrebbe invece che accentuare lo scarto, suggellandolo in una competizione che toglie qualsiasi disputa. Chi vince viene premiato, chi perde soccombe, legittimando eticamente la disuguaglianza.

L’ipocrisia del potere vede prevalere uno status quo gattopardesco, lo vede trionfare e osannare, a danno dell’efficienza dello stesso sistema che controllano e degli individui.

All’informazione il compito di rinnovare il dubbio.

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Trieste, la prima agenzia funebre per animali

People For Planet - Lun, 05/06/2019 - 12:00

L’ultimo saluto ora lo si fa anche per l’amico a quattro zampe. A Trieste da ieri è nato “Ponte dell’Arcobaleno” il servizio di onoranze funebri per animali domestici. Nessun cane, gatto, serpente o criceto sarà dimenticato ma potrà essere ricordato per sempre. Ad avere questa idea è Lorenzo Cerbone, un imprenditore edile che da qualche anno ha preso in gestione l’ex municipalizzata Onoranze e Trasporti Funebri. “Io e i miei collaboratori – spiega Cerbone – siamo appassionati di animali. Abbiamo tutti un cane o un gatto e abbiamo pensato che non potevamo non occuparci di loro anche nel momento più triste. Chiamare un’agenzia funebre per un essere umano è obbligatorio ma per un animale è un atto di volontà che nasce da un amore incondizionato per l’animale al punto da volerlo ricordare ogni giorno grazie ad un’urna”.

Un ramo d’impresa che nasce anche da un’indagine di mercato: a Trieste emerge che una famiglia su quattro ha un cane. L’anagrafe canina conta oltre 20mila iscrizioni. Un vero e proprio business che ad oggi non ha alcun concorrente. Nella pratica l’agenzia “Ponte dell’Arcobaleno” è aperta 365 giorni l’anno 24 ore su 24 ed è dotata di un numero verde gratuito. Dal momento in cui il cliente chiama per il proprio animale scatta un servizio puntuale e professionale. L’agenzia si reca a “casa” del defunto a quattro zampe e se non è già presente uno di famiglia chiama un veterinario che certifica la morte dell’animale. Il passaggio successivo è il trasporto che viene effettuato con un mezzo certificato dall’Asl. Il “povero” gatto o cane viene portato al forno crematorio di San Giorgio di Nogaro, dove è possibile fare la cremazione per animali.

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Napoli in piazza con Noemi e contro la Camorra

People For Planet - Lun, 05/06/2019 - 10:57

Una manifestazione nata con l’intento di protestare contro una Camorra che agisce sempre più indisturbata in tutto il capoluogo campano e che, pur di raggiungere un obiettivo, che sia anche un agguato ad un pregiudicato, non guarda in faccia a nessuno, tantomeno ad una bimba di 4 anni che passeggia per strada mano nella mano alla nonna. La manifestazione di oggi, intitolata DisarmiAmo Napoli è nata proprio per questo, per lottare contro un male che affligge una città dal patrimoni storico e culturale immenso. Tantissime le persone presenti oggi in piazza Nazionale per mostrare il desiderio di riprendersi la città.

Tra i presenti anche il figlio di un boss- In prima linea nella manifestazione c’era anche Antonio Piccirillo, figlio di Rosario Piccirillo camorrista, che si è detto stufo della situazione. “I nostri padri ci hanno reso la vita difficile, quasi impossibile. Sono stanco di sentirmi ‘figlio di’, io sono Antonio Piccirillo e voglio una vita sana per i miei figli con dei valori veri e autentici” ha raccontato, e poi ha lanciato il suo messaggio, chiedendo a quelli come lui di non nascondersi anche se “la natura ci impone di voler bene ai nostri padri, ma i nostri genitori non servono a niente. Chi fa soffrire la propria famiglia non può essere reputato un buon genitore”. [Fonte – THESOCIALPOST.IT]

Cosa si dice in Italia? Approfondiamo:

Il discorso di Antonio Piccirillo, il figlio del boss, alla manifestazione “DisarmiAmo Napoli”

Fonte: IL VAPORETTO

Chi è Antonio Piccirillo, il figlio del boss che è sceso in strada per dire no alla Camorra. Antonio Piccirillo è il figlio di un boss della camorra, Rosario Piccirillo, detto o’Biondo e capo del clan Piccirillo, attivo a Napoli, in particolare nella zona di Chiaia e San Ferdinando. Domenica 5 maggio Antonio Piccirillo ha partecipato al corteo contro la camorra e la violenza organizzato a Napoli dopo la sparatoria dei due giorni prima in cui è rimasta gravemente ferita una bambina di 5 anni, Noemi. “Sono Antonio Piccirillo, figlio di Rosario Piccirillo, che purtroppo ha fatto delle scelte sbagliate nella vita: è un camorrista, almeno così hanno detto i giudici, i giornali le istituzioni”, ha detto.

“Voglio lanciare un messaggio a noi, figli di queste persone: amate sempre i vostri padri, ma dissociatevi assolutamente dai loro stili di vita, perché sono stili di vita che non pagano”.

“Se noi figli non faremo dei passi in avanti nel positivo rimarremo fossilizzati in questa cultura priva di etica e che non paga”, ha proseguito Piccirillo. “C’è gente che pensa che la Camorra 50 anni fa era meglio di oggi: ha sempre fatto schifo, è sempre stata ignobile”. Continua a leggere…[Fonte: TPI.IT –  Enrico Mingori]

Napoli, ecco come hanno colpito la piccola Noemi: il killer ripreso dalle telecamere. Napolisotto choc dopo l’agguato nel quale è stata coinvolta una bambina di appena 3 anni. Mentre tutta la città si stringe intorno al dolore della famiglia di Noemi, intanto le indagini proseguono e spunta un video che riprenderebbe l’autore della sparatoria. Dai frame dei video delle telecamere di sorveglianza si nota un uomo alto, robusto, con una giacca nera con cappuccio che si muove con fare impacciato. Quell’uomo ha fatto fuoco contro Salvatore Nurcaro, il 31enne che lotta contro la morte dopo essere stato raggiunto da colpi al torace e alla gola mentre era al bar Elite, sito in piazza Nazionale. Il killer ha agito da solo: è sceso dallo scooter con il quale era arrivato, si è avvicinato a Salvatore Nurcaro ed ha iniziato a fare fuoco. Continua e leggere… [Fonte: LEGGO.IT – Alessia Strinati]

Fonte immagine copertina Napoli Repubblica

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Scoperto un nuovo metodo che può far morire il cancro di fame

People For Planet - Lun, 05/06/2019 - 09:16

UNA dieta che riesce a tenere sotto controllo la glicemia, associata ai farmaci, può favorire un meccanismo biomolecolare che può “far morire di fame” le cellule tumorali. A scoprirlo un gruppo di ricercatori coordinati da Saverio Minucci, direttore del Programma nuovi farmaci dell’Istituto Europeo di Oncologia e professore Ordinario di Patologia generale dell’Università degli Studi di Milano, in collaborazione con il gruppo di Marco Foiani, Direttore Scientifico dell’IFOM e Professore Ordinario di Biologia Molecolare dell’Università degli Studi di Milano.

I risultati della ricerca, sostenuta da Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro, appaiono oggi sulla prestigiosa rivista scientifica Cancer Cell. Si tratta di una nuova strategia per combattere il cancro attaccando il suo metabolismo alterato. I ricercatori hanno scoperto che una dieta che porti a un abbassamento della glicemia, associata alla somministrazione di metformina, innesca una reazione a catena che, coinvolgendo la proteina PP2A, porta alla morte delle cellule tumorali. La metformina è un farmaco ben noto e ampiamente utilizzato contro il diabete di tipo II.

A breve altri studi clinici

Nello studio sono stati già coinvolti altri centri che avvieranno a breve studi clinici. Nella sperimentazione clinica dovrà essere confermata la tollerabilità della combinazione e inoltre in via preliminare si dovrà valutare l’efficacia della combinazione di una dieta ipoglicemica e metformina per fermare la progressione del tumore, in aggiunta a terapie già in uso come la chemioterapia. Studi precedenti hanno già dimostrato che i pazienti in terapia chemioterapica tollerano bene sia la riduzione glicemica, sia l’assunzione di metformina.

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Tesla prova a rilanciare il fotovoltaico tagliando i prezzi del 38%

People For Planet - Lun, 05/06/2019 - 07:00

Tesla taglierà i costi di vendita di moduli fotovoltaici e altre attrezzature solari del 38% rispetto alla media degli altri operatori nel mercato USA secondo un’anticipazione riportata dal NY Times. L’abbattimento dei costi dovrebbe provenire dalla razionalizzazione del processo d’installazione e vendita: agli utenti verrà chiesto di ordinare online i pannelli interagendo nella fase di progettazione con gli esperti di Tesla.

Secondo il direttore del comparto fotovoltaico di Tesla, Sanjay Shah, il ritardo nel settore dell’azienda fondata da Elon Musk riguarda l’eccessiva complessità di vendita dei prodotti: per ovviare a queste difficoltà, Shah ha annunciato che Tesla offrirà sistemi per l’incremento massimo di 4 kW (ovvero 12 moduli) e chiederà agli utenti di inviare immagini relative agli impianti elettrici domestici (contatori, scatole di interruttori e altre apparecchiature) così da evitare i sopralluoghi degli esperti Tesla.

La nuova strategia dovrebbe portare gli utenti a pagare tra 1,75 e 1,99 dollari per watt, a seconda del luogo d’abitazione, molto meno rispetto ai 2,85 dollari per watt (cui aggiungere 1 dollaro per autorizzazioni e sopralluoghi) spesi in media dagli utenti che installano moduli fotovoltaici secondo la Solar Energy Industries Association.

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Jacopo Fo interpreta Dante della Garbatella infurentito

People For Planet - Dom, 05/05/2019 - 19:00

Il secondo sfogo di Dante er più infurentito!

Pubblicato da Jacopo Fo su Giovedì 2 maggio 2019

Il secondo sfogo di Dante er più infurentito!

Jacopo Fo interpreta un nuovo personaggio creato da lui, Dante della Garbatella infurentito, un uomo apparentemente ruvido e ignorante che però spesso dice cose che molti pensano.

Guarda anche Jacopo Fo interpreta Dante della Garbatella infurentito – Parte Prima

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Almeno 700 mila senzatetto in Europa

People For Planet - Dom, 05/05/2019 - 16:00

Il 2020 è alle porte ma l’obiettivo che l’Europa si era posta circa la lotta contro la povertà e l’esclusione sociale sembra definitivamente irraggiungibile. A fine novembre in occasione dell’apertura del tredicesimo Vertice del G20, il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker si congratulava con gli stati membri per i ben ventidue trimestri consecutivi di crescita economica. La Quarta panoramica sull’esclusione abitativa in Europa di Feantsa e Fondazione Abbé Pierre mostra invece un’altra faccia dell’Europa: quella di chi è rimasto indietro. Proprio nel 2018 abbiamo capito che qualsiasi sforzo sarà vano per raggiungere gli obiettivi che ci eravamo posti per il 2020: solo il 2017 ha registrato una leggera diminuzione del numero di persone a rischio di povertà ed esclusione sociale rispetto al 2008.


Almeno 700 mila senzatetto
Si stima (anche se è un numero da considerarsi solo come ordine di grandezza) che 700 mila persone nell’Unione Europea non abbiano una casa e siano costrette a dormire per strada o in rifugi di emergenza, il 70% in più di 10 anni fa.
Il rapporto mostra un lato buio e ancora poco discusso in sede politica dell’esclusione sociale. Basti pensare che i dati più recenti che riguardano l’Italia sono dati Istat aggiornati al 2014. Secondo la rilevazione di cinque anni fa, si contavano 50 mila persone in un solo mese che avevano hanno richiesto assistenza di base da uno dei 768 fornitori di servizi, il 6% in più rispetto al 2011. In Italia esiste dal 1985 la fio.PSD– Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora (che ha collaborato al rapporto) che lavora nell’ambito della grave emarginazione adulta e delle persone senza dimora, cercando anche di mapparla, ma rimane un’attività molto difficile, data la fluidità del fenomeno.


Povertà abitativa in crescita per i poveri
Nella categoria detta “Housing exclusion” che potremmo tradurre con “povertà abitativa” rientrano anche le persone che pur avendo una casa, vivono in situazioni di profondo disagio sociale, in case non riscaldate, non salubri, sovraffollate, perché non sono in grado di sostenere i costi di alloggio. Nel complesso le famiglie hanno speso per la casa mediamente il 24,2% della propria spesa totale, con un incremento di 1,5 punti rispetto al 2007. Tuttavia i costi legati all’abitazione sono in costante crescita in particolare per le famiglie povere. Nel 2017 il 10,4% della popolazione totale dell’Unione europea ha speso oltre il 40% del proprio reddito familiare per le spese abitative, percentuale che fra le famiglie povere sale al 38% (+0,8 punti rispetto al 2010) . La proporzione di famiglie non povere sovraccariche di costi per la casa nello stesso periodo è diminuita invece di 0,7 punti percentuali.

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10 centesimi per ogni bottiglia di plastica riciclata

People For Planet - Dom, 05/05/2019 - 14:00

Fare la raccolta differenziata da oggi conviene ancor di più. La novità arriva anche in Sardegna, dove si sta avviando la formula particolare per cui ogni bottiglia di plastica vale dieci centesimi. I buoni risparmio possono essere accumulati in un portafoglio virtuale accessibile con QR Code e spesi in una serie di esercizi commerciali, ma anche a teatro e nei ristoranti aderenti all’iniziativa.

In Italia in tutto ci sono 14 postazioni e a promuovere l’iniziativa è FareRaccolta, che permette di avere vantaggi economici ai cittadini in cambio di una corretta raccolta differenziata.

Le città che hanno scelto di adottare la formula vanno da Trento a Rimini, passando per Milano e San Benedetto del Tronto. 412.500 pezzi raccolti per un totale di oltre 12 tonnellate di Pet.

Ora la formula di FareRaccolta arriva anche a Guspini, poco più di 12mila abitanti nella provincia del Medio Campidano. Qui è nata la prima postazione in cui sarà possibile riciclare le bottiglie di plastica ricevendo indietro il bonus. L’obiettivo dell’iniziativa promossa da “FareRaccolta” è quello di aumentare così il conferimento intelligente dei rifiuti, garantendo anche un risparmio sulla gestione e promuovere l’abbattimento delle emissioni di Co2.

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Imprese e diritti umani, ancora un ossimoro

People For Planet - Dom, 05/05/2019 - 10:00

L’attività economica, soprattutto in un regime di economia di mercato, spesso va in conflitto con i diritti sociali e con la tutela ambientale. In alcuni casi impatta persino sui diritti umani, minacciando il diritto all’esistenza di intere comunità, soprattutto nel caso di grandi investimenti: attivisti minacciati o uccisi, spostamento forzato delle persone, inquinamento ambientale.

A livello istituzionale sono iniziati alcuni percorsi per provare ad affrontare e risolvere situazioni come queste. Ma se è evidente il punto di partenza, non è ancora chiaro quale sarà l’approdo. Ne abbiamo parlato con Marta Bordignon, presidente di Human Rights International Corner.

Rapporto sui Diritti Globali: Imprese, diritti umani, responsabilità sociale delle imprese: ormai da molti anni si sta ragionando di sostenibilità anche per ciò che riguarda le aziende. Che convergenze e divergenze ci sono tra questi concetti così collegati?

Marta Bordignon: Il tema imprese e diritti umani, così come quello della responsabilità sociale, pur avendo diversi aspetti in comune sono nati e si sono sviluppati a partire da esigenze e concetti diversi. La responsabilità sociale d’impresa, infatti, nasce intorno agli anni Sessanta del XX secolo e si sviluppa a partire dal concetto, basato sulla totale volontarietà, che le imprese debbano occuparsi dell’impatto ambientale e sociale della loro attività. Imprese e diritti umani, invece, è una tematica emersa all’interno della Comunità Internazionale già da alcuni decenni, ma ha ricevuto una particolare attenzione solo dal 2011, anno in cui il Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite ha adottato i Principi Guida sul tema (UN Guiding Principles on Business and Human Rights). Anche se entrambi questi concetti si fondano sulla totale volontarietà da parte di tutti gli stakeholdercoinvolti, e in particolar modo delle imprese, di proteggere e rispettare i diritti umani dal possibile impatto negativo dell’attività dei privati, negli ultimi anni si è assistito sicuramente a un’evoluzione in senso più vincolante, anche grazie alla sempre maggiore attenzione da parte dei governi e di alcune organizzazioni internazionali sul tema della sostenibilità, dell’ambiente, e più in generale dei diritti umani.

RDG: Esistono diversi processi internazionali che focalizzano l’impatto ambientale e sociale delle pratiche di impresa? Quali sono e come si stanno sviluppando?

MB: A livello di fonti giuridiche, oltre ai già citati Principi Guida delle Nazioni Unite, esistono altri strumenti legislativi, seppur non vincolanti, a livello internazionale che sono ormai considerati come parte integrante delle fonti internazionali del sistema Imprese e Diritti Umani. Tra questi possiamo ricordare: il Global Compact delle Nazioni Unite – voluto nel 1999 dall’allora Segretario Generale dell’ONU Kofi Annan; le Linee Guida per le Imprese Multinazionali dell’OCSE – aggiornate con l’inserimento di un capitolo specifico sui diritti umani proprio nel 2011; alcune tra le convenzioni più rilevanti dell’ILO – le otto cosiddette Core Conventions; infine, alcuni standard internazionali, come la ISO 26000 che fornisce linee guida proprio sulla Responsabilità Sociale d’Impresa.

In merito, invece, a processi internazionali in atto, nel 2014 l’Ecuador, con il supporto del Sud Africa e di altri Stati emergenti, ha proposto l’apertura dei negoziati di un trattato internazionale in materia di imprese e diritti umani, sempre in ambito Nazioni Unite. Attualmente, è disponibile una prima bozza redatta dal governo ecuadoriano e che verrà discussa nella quarta sessione plenaria del gruppo di lavoro intergovernativo (Open-ended Interngovernmental Working Group, IGWG) che si riunisce ormai da quattro anni ogni ottobre a Ginevra.

Ovviamente, le critiche, soprattutto la parte dei Paesi occidentali dove hanno sede la maggior parte delle imprese multinazionali del mondo, non mancano, con particolare riferimento ad alcuni aspetti che dovranno necessariamente essere affrontati durante la negoziazione, quali ad esempio la dimensione extraterritoriale della responsabilità delle imprese, l’accesso alla giustizia per le vittime e le fonti dei diritti umani rilevanti.

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Risolvere il problema della povertà si può: date retta alle donne

People For Planet - Dom, 05/05/2019 - 07:33

Businnes Insider pubblica una lunga intervista a Melinda Gates con un titolo senz’altro accattivante: “Melinda Gates ha una soluzione sorprendentemente semplice al problema della povertà”.

Francamente non crediamo che sia poi così semplice, ma andiamo per ordine: il problema di base è la povertà, fonte e causa di tutti i problemi; e fin qui ci siamo, la soluzione? La parità di genere, dare più potere alle donne.

Melinda e Bill Gates hanno investito 45 miliardi di dollari nella loro fondazione, attiva nella ricerca medica, nella lotta all’AIDS e alla malaria, nel miglioramento delle condizioni di vita nel terzo mondo e nell’educazione. Oggi è la più grande fondazione del mondo, anche se rispetto alle sue modalità di intervento si alzano alcune voci critiche come viene rilevato in questo articolo di Repubblica.

Rimane comunque il fatto che  non possiamo liquidare le frasi della signora Gates come ovvietà, vale la pena di approfondire.

Nell’intervista Melinda Gates racconta di come ha impostato la sua quotidianità e di come ha “esportato” la vita della sua famiglia come modello per il mondo.

Lo so cosa state pensando: vuoi mettere la vita dei Gates – Bill è tra i dieci uomini più ricchi del mondo – con quella di una famiglia sudafricana? C’è da farsi venire uno sclero mondiale solo a pensare al confronto. Giusto, all’inizio l’ho pensato anche io.

Proviamo però a fare un esercizio di comprensione evitando la pratica ormai troppo in uso di NON leggere gli articoli fino in fondo.

Melinda ha capito una cosa secondo me fondamentale: il micro può diventare macro. O meglio: le dinamiche di una famiglia consapevole delle proprie responsabilità nei confronti del mondo e della progenie sono paragonabili alle dinamiche mondiali.

I Gates hanno tre figli, e anche nella famiglia più ricca del mondo il problema del lavoro “non retribuito” della madre e moglie rispetto al marito e ai figli si è imposto.

E lei se ne è accorta un bel giorno quando ha realizzato che dopo cena lei restava a sistemare la cucina da sola, i figli e il marito, pur aiutandola a lavare i piatti, se ne andavano dalla stanza circa 15 minuti prima di lei, che si fermava a sistemare le ultime cose.

Dopo un po’ questa cosa le è stata stretta, la faceva infuriare: perché tutti andavano nelle loro stanze lasciandola a finire di sistemare? Una bella sera si rivolge a tutti e dichiara: «Ok, da stasera nessuno esce dalla cucina se non esco anche io». Risolto il problema.

Poi rimane il mistero di come mai i Gates non abbiano stuoli di domestici che sistemano la cucina al posto loro, d’altra parte è molto educativo insegnare ai figli che i piatti non si trovano puliti per magia dell’elfo domestico Dobby.   

Un altro episodio è ancora più significativo: i Gates decidono di mandare i figli in una scuola non proprio vicino a casa e  bisogna accompagnarli:

«Quando la nostra figlia maggiore, Jenn, stava iniziando l’asilo, entrambi concordavamo sulla scuola che pensavamo dovesse frequentare a lungo termine. Era un bel viaggio per arrivarci, lontano da casa nostra. E sostenevo che ci avrebbero aspettato troppi anni di guida per accompagnarla. Che forse dovevamo almeno aspettare e metterla in quella scuola quando era un po’ più grande.
Bill era davvero irremovibile e pensava che avrebbe dovuto iniziare subito. E mi disse: ‘La accompagnerò io’.
E gli dissi: ‘Guiderai?’ Significava partire dalla nostra casa, andare dove era la sua scuola, e poi tornare indietro a casa nostra e arrivare a Microsoft. Quindi un pendolarismo abbastanza intenso. Iniziò a farlo due volte a settimana.
Alcune settimane dopo l’inizio dell’anno scolastico, alcune altre mamme si avvicinarono a me e mi dissero: ‘Ehi, hai visto cosa sta cambiando in classe?’
E dissi: ‘Vedo altri papà che lasciano i bambini’.
E loro: ‘Sì, siamo andate a casa e abbiamo detto ai nostri mariti: Se Bill Gates, che è il Ceo di Microsoft, può accompagnare sua figlia a scuola, anche tu puoi!»

Eccola qui: la filosofia Shangai, come la chiama Jacopo Fo: piccoli passi che cambiano il modo di stare al mondo, di pensare. Come nel gioco dei bastoncini: spostare un legnetto alla volta fino a che non si tolgono tutti. Senza grandi proclami, piccole azioni che rivoluzionano il modo di pensare.

E la dimostrazione che dare più potere alle donne funziona ce lo ha dimostrato Muhammad Yunus, premio Nobel per la Pace 2006, nel suo libro “Il Banchiere dei poveri”.

Scrive Vincenzo Imperatore su People For Planet: «La sua Grameen Bank ha dato dignità e speranza a milioni di poveri oltre che uno schiaffo morale alla Banca mondiale. Yunus […] ha istituzionalizzato i piccoli prestiti che hanno consentito, come dice la motivazione del premio Nobel, “di creare sviluppo economico e sociale dal basso”.»

Come racconta Cristina Nadotti su la Repubblica, «Yunus e i suoi collaboratori hanno cominciato battendo a piedi centinaia di villaggi del poverissimo Bangladesh, concedendo in prestito pochi dollari alle comunità, somme minime che servivano per avviare progetti imprenditoriali. Un’azione che ha avviato anche un circolo virtuoso, con ricadute sull’emancipazione femminile, poiché Yunus ha fatto leva sulle donne per creare cooperative e promuovere il coinvolgimento di ampi strati della popolazione».
La Grameen Bank oggi ha oltre 1.084 filiali e ci lavorano 12.500 persone. I clienti in 37 mila villaggi sono 2 milioni e 100 mila, per il 94% donne.
Il sistema non è in perdita: il 98% dei prestiti viene restituito. E allora vuol dire che funziona.

Funziona sì: i poveri i debiti li pagano, e non in 80 anni.

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Una caloria non è sempre una caloria

People For Planet - Sab, 05/04/2019 - 18:00

Quando Peter Wilson incominciò a scrivere per l’Economist il suo articolo dedicato alle calorie, non sapeva che alla fine si sarebbe ritrovato a pesare 13 kg di meno. Non so se si è trattato di un lavoro stressante ma sicuramente è il tema che ha trattato ad averlo reso più consapevole e a portarlo a modificare le sue abitudini alimentari. L’argomento del suo pezzo era su quell’unità di misura che in tanti teniamo bene in considerazione, soprattutto se facciamo parte della grande categoria di persone che non sono perfettamente in linea e che avrebbero bisogno di perdere qualche chilo, pressati da problemi di salute o semplicemente dalla più classica delle motivazioni: la fatidica prova costume che si avvicina a grandi passi.

Abbiamo tutti un amico che mangia tanto e non ingrassa…

Partiamo da un dogma, quello che dice: “Una caloria è una caloria”. In effetti, bruciando in un calorimetro la stessa quantità di carboidrati o di proteine si ottiene sempre quello stesso valore di 4 calorie per grammo, ma l’organismo umano è qualcosa di molto più complesso. Lo sappiamo per esperienza: abbiamo tutti un amico che mangia tantissimo e non ingrassa di un etto. Le differenze vanno dal patrimonio genetico al metabolismo, il tipo di microbiota che vive nell’intestino, e anche quanto l’intestino è lungo (più è lungo e meglio assimila). E poi ci sono l’età, lo stile di vita, il livello di stress… insomma, per tantissimi motivi la caloria resta una per qualcuno e si riduce per altri.

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Pane cotto

CuoreBasilicata - Sab, 05/04/2019 - 17:06
Livello di difficoltà: BASSOCosto: BASSOTipologia: PRIMI PIATTI, RICETTE TRADIZIONALIINGREDIENTI
  • 300 g di pane casereccio raffermo
  • 2 uova
  • ½ cipolla
  • peperoncino q.b.
  • 1 litro di acqua
  • qualche foglia di prezzemolo
  • olio extravergine di oliva q.b.
  • sale q.b.
PREPARAZIONE

In una padella capiente fate soffriggere l’olio con la cipolla e un pizzico di peperoncino.

Aggiungete quindi al soffritto circa 1 litro di acqua che porterete a bollore. A questo punto unitevi il prezzemolo, le uova (intere o sbattute) e del sale a piacimento.

In un piatto da zuppa sistemate le fette di pane raffermo, cospargetele con il brodo bollente e, infine, con un filo di olio extravergine di oliva.

CURIOSITÀ

Il tradizionale “pane cotto” lucano è un piatto d’altri tempi, nato dalla necessità dei contadini e della popolazione più povera di riutilizzare il pane raffermo insieme a prodotti facilmente reperibili come uova, verdure di campo, ecc… In questa maniera si evitavano inutili sprechi di cibo in tempi in cui moltissime persone non riuscivano a soddisfare il proprio fabbisogno nutrizionale giornaliero.

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Una rivoluzione ci salverà

People For Planet - Sab, 05/04/2019 - 16:00

Non è “l’inerzia” dei governi il nostro principale nemico per i cambiamenti climatici, ma il fatto che sia loro che noi continuiamo a bombardare il pianeta con ciò che provoca la catastrofe. Alcuni passi per cambiare strada subito.

Nella ricorrenza, troppo spesso puramente formale, della Giornata della Terra, possiamo considerare un grosso passo avanti il fatto che il movimento ormai mondiale Friday for future, cresciuto intorno alle comparse mediatiche di Greta Thunberg, insieme al più recente Extinction Rebellion, hanno posto all’ordine del giorno del pubblico – in gran parte tenuto all’oscuro da media, politici e accademia della gravità e dell’urgenza del problema, soprattutto in Italia – il tema dei cambiamenti climatici, ormai prossimi a una deriva irreversibile e catastrofica per la vita umana sul nostro pianeta. Una specie di “lettera scarlatta” del nostro tempo che, come quella del racconto di Poe, non riusciamo a vedere proprio perché ce l’abbiamo davanti a noi.

Non c’è più tempo”: mancano pochi anni al punto di non ritorno: dodici per gli scienziati dell’IPCC, solo cinque per James Anderson che analizza l’evoluzione dei ghiacci sulla Terra. L’umanità tutta, i suoi governi, il suo establishment, i suoi membri arrivano completamente impreparati a questa scadenza, nota da decenni. Non è “l’inerzia” dei governi il nostro principale nemico, bensì il fatto che sia loro che noi continuiamo a bombardare il pianeta con tutte le cose che ci stanno portando alla catastrofe. Invece dovremmo tutti considerarci in guerra: non “contro il clima”, ma contro le cose che facciamo o subiamo tutti i giorni. Ma per andare in guerra occorre riconvertire in tempi rapidi sia la produzione che il nostro stile di vita, dotandoci da subito delle armi necessarie a combatterla e vincerla. Lo avevano fatto in tempi strettissimi tutte le potenze impegnate nella Seconda guerra mondiale. Lo si può e deve fare anche adesso, con una mobilitazione generale.

In mezzo a tante cose giuste Greta fa un errore, più volte ripreso dai suoi giovani seguaci: “I politici sanno che cosa bisogna fare, ma non lo fanno”. Non è vero; i politici non sanno assolutamente che cosa fare, non ci hanno mai veramente pensato (pensano ad altro, al PIL, alla crescita, alle grandi opere e ai grandi eventi, al loro elettorato, alle tangenti) perché i problemi da affrontare sono troppo grandi per loro; per questo preferiscono nascondere la testa sotto la sabbia.

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Fonte immagine copertina Diritti Globali

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Quello che mangi non è un salmone

People For Planet - Sab, 05/04/2019 - 14:00

Viaggio nel cuore degli allevamenti di salmone del nord Europa, dove la carne viene colorata, il maltrattamento animale è regola e gli ecosistemi a rischio. Primo fra tutti, quello del salmone selvaggio, sempre più a rischio estinzione.

Vestfirðir, Islanda. «Il salmone che mangi, in realtà, non è arancione».Sorride sotto la barba, Mikael Frödin, mentre lo guardi con la faccia di chi ha appena scoperto che Babbo Natale non esiste. Condividiamo il sedile posteriore di un minivan che sobbalza lungo una strada di asfalto nero tra la neve e il mare. Siamo nella regione del Vestfirðir islandese, all’estremità nord occidentale dell’Islanda, tra l’indice e il medio della mano di terra che sembra allungarsi verso la Groenlandia, quasi a volerla toccare. «Qui a volte arrivano gli orsi polari a nuoto – aveva raccontato poco prima Fridleifur Gudmundsson detto Frid, professione avvocato e attivista, che è seduto sul sedile anteriore -. Ce li ritroviamo esausti e traumatizzati sulla riva e li riportiamo indietro».

Ci troviamo in Islanda, nel Vestfirðir, sul minivan, perché Patagonia, azienda americana produttrice di abbigliamento tecnico, l’archetipo delle benefit corporation, imprese che mettono il loro impatto sociale e ambientale accanto ai profitti , ha prodotto un documentario chiamato Artifishal, sull’allevamento intensivo dei salmoni e sulla scomparsa del pesce selvaggio dalle acque del pianeta. Contestualmente, è stata lanciata anche una petizione che chiede ai governi e ai membri del parlamento di Islanda, Scozia, Irlanda e Norvegia di fermare la devastazione della fauna ittica selvaggia e degli ecosistemi in cui vive causata dagli allevamenti in mare aperto dei salmoni e di impedire la concessione di ogni nuova licenza d’allevamento. Primo firmatario di questa petizione è il North Atlantic Salmon Fund Iceland di cui Frid è portavoce perché proprio l’Islanda, in queste settimane, sta votando per liberalizzare le licenze all’allevamento intensivo di salmoni in mare aperto. E non è un caso che la première assoluta del film abbia luogo proprio in Islanda.

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Quanta acqua deve bere mio figlio?

People For Planet - Sab, 05/04/2019 - 10:38

Qual è la quantità di acqua che deve bere un bambino al giorno? Ce lo saremo chiesto tutti almeno una volta di fronte al netto rifiuto di nostro figlio di bere un sano bicchiere di “oro blu”. A rispondere ai nostri dubbi ci ha pensato ancora una volta l’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma che nel nuovo numero di  A scuola di salute’  ha messo a punto una guida alle diverse bevande disponibili e i consigli per assumere liquidi in modo corretto nelle varie fasi della crescita. Iniziamo dalle quantità: anche in questo caso i bambini non sono tutti uguali e la quantità di acqua varia a seconda della fascia di età.

La quantità di liquidi di cui si ha bisogno varia in relazione all’età, alle condizioni di salute, all’attività fisica e al regime alimentare. Si comincia a bere con il latte materno, alimento chefornisce i nutrienti necessari per una buona crescita e un normale sviluppo. E’ composto per circa l’87% di acqua e da una proporzioneben bilanciata di proteine, grassi e carboidrati. E’ facilmente digeribile e soddisfa tutti i fabbisogni alimentari del bambino nei primi 6 mesi di vita. In questo periodo è indicato come alimento esclusivo dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dalle più importanti società scientifiche per la nutrizione. Nel secondo semestre l’offerta di latte materno viene integrata con altri alimenti ed è raccomandata anche durante il secondo anno di vita ed oltre.

Quando la mamma non può allattare, nei primi 6 mesi di vita l’alternativa è il latte ‘di formula’ utilizzate tra i 6 mesi e il primo anno di vita, mentre il latte ‘di crescita’ è destinato ai bambini da 1 a 3 anni di età.

Solo dopo il primo anno di vita, così come indicato nelle linee guida del Ministero della Salute, i bambini possono cominciare ad assumere il latte vaccino che contiene i macronutrienti principali (proteine, grassi e carboidrati) in una giusta proporzione. Ai bambini è consigliata l’assunzione di latte intero, per un limite massimo di 400 ml al giorno, in modo da evitare un eccessivo apporto di proteine, associato all’insorgenza dell’obesità infantile. In caso di intolleranza al lattosio sono disponibili latti ‘ad alta digeribilità’, delattosato o ‘latte HD’, che ne consentono l’assunzione.

Gli esperti del Bambino Gesù propongono un viaggio tra i ‘latti alternativi’ e le bevande vegetali, invitando ad un consumo prudente. I ‘latti alternativi si ottengono dalla mungitura di diversi mammiferi (capra, cammello, cavallo, asino, cervo): il consiglio è di non proporli nel primo anno di vita né ai bambini sani né a quelli con particolari patologie (allergia alla proteine del latte vaccino, intolleranza al lattosio, problematiche gastrointestinali). Le bevande vegetali, invece,sono estratti a base acquosa di legumi, semi oleosi o cereali che simulano il latte materno e vaccino per aspetto e consistenza. 

Dal momento in cui il bambino comincia a mangiare cibi solidi, dovrà iniziare a bere anche acqua. Privilegiando quella di rubinetto, è possibile scegliere anche acque minerali imbottigliate alla sorgente senza trattamenti e caratterizzate dalla presenza di sali minerali che conferiscono particolari proprietà benefiche. La quantità di acqua da bere durante la giornata per ottenere un bilancio ottimale tra “entrate” e uscite”, dipende da molti fattori. Mediamente si va dagli 800 ml tra i 6 i 12 mesi ai 2 litri dell’età adulta

FONTE: ILSALVAGENTE.IT

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