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Amazon: si può fare di più contro il cambiamento climatico

People For Planet - Mar, 01/28/2020 - 10:47

Durante lo scorso fine settimana un gruppo di attivisti che si è denominato Amazon Employees for Climate Justice ha pubblicato le dichiarazioni di 357 lavoratori di Amazon – che si sono qualificati con nome, cognome e ruolo – chiedendo un maggior impegno verso le emissioni zero e violando così le norme di comunicazione dell’azienda.

L’impegno attuale

Attualmente Amazon ha dichiarato di volere diventare carbon neutral – rendere l’attività a emissioni zero – entro il 2040, con l’obiettivo intermedio di non emettere CO2 in una spedizione su due entro il 2030.

Le richieste

I dipendenti chiedono di arrivare a emissioni zero dieci anni prima, nel 2030.
Inoltre di eliminare i contratti che Amazon ha con chi utilizza combustibili fossili per le consegne.
E di smettere di finanziare politici che dichiarano di non credere al cambiamento climatico.

La reazione di Amazon

Non l’hanno presa bene.
In un comunicato l’azienda risponde:

“Poniamo molta attenzione a queste tematiche e la pagina dedicata alle ‘Nostre Posizioni’ lo chiarisce, delineando ciò che stiamo già facendo.
Prendiamo come esempio il tema del cambiamento climatico: abbiamo fondato il Climate Pledge, impegnandoci a ridurre a zero le emissioni di anidride carbonica entro il 2040, dieci anni in anticipo rispetto all’Accordo di Parigi. Prevediamo di utilizzare il 100% di energia rinnovabile entro il 2030 e abbiamo migliaia di persone che lavorano su iniziative legate alla sostenibilità all’interno della nostra azienda. Invitiamo tutti i dipendenti ad impegnarsi, in maniera costruttiva, a lavorare assieme ai tanti team che all’interno di Amazon si occupano di sostenibilità così come di altri temi, ma applichiamo la nostra politica di comunicazione esterna e non consentiremo ai dipendenti di denigrare pubblicamente o mettere in cattiva luce l’azienda o l’assiduo lavoro dei colleghi che stanno sviluppando soluzioni a questi difficili problemi.”

Di Amazon in particolare e di altre aziende che si occupano di vendita on-line si è parlato anche nella puntata di Presa Diretta lunedì 20 gennaio e i numeri sono davvero impressionanti. C’ anche da dire, però, che l’unica azienda che ha risposto alle domande dei giornalisti Rai è stata proprio Amazon, mentre tutte le altre si sono defilate.
Inoltre il colosso americano ha annunciato l’acquisto di 10.000 auto elettriche entro il 2025 per le consegne in India, uno dei Paesi più inquinati del mondo.

Un maggiore impegno è possibile

Potrebbe sembrare che i dipendenti pretendano un po’ troppo ma se guardiamo al giro d’affari del colosso mondiale probabilmente riusciamo a ridimensionare la nostra impressione:

il giro d’affari di Amazon è stato di 3.000 miliardi di dollari nel 2019, si prevede che entro il 2022 si arriverà a 4.000 miliardi.

in Italia la crescita lo scorso anno è stata del 15%, con 1 acquisto ogni 37 secondi.
Ognuno di questi acquisti deve essere inscatolato, spedito e consegnato. Abbiamo reso l’idea?

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People For Planet intervista Silvano Agosti

People For Planet - Mar, 01/28/2020 - 07:00

Se vi diciamo “Lettere dalla Kirghisia”? Ecco, Silvano Agosti è l’autore di Lettere dalla Kirghisia. Lo abbiamo lasciato parlare a briglie sciolte…

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Questo video è un estratto, l’intervista completa dura 20 minuti ed è visibile qui

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People For Planet intervista Stefano Benni: dalla scrittura ai cambiamenti climatici
People For Planet intervista Marco Baliani

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Il campo profughi di Moria, Grecia, è uno dei posti peggiori del mondo e a viverci sono soprattutto bambini

People For Planet - Mar, 01/28/2020 - 07:00

“Se si può stilare una classifica dei posti peggiori del mondo, sicuramente il campo profughi di Moria è tra i primi. Il contrasto con l’ambiente mediterraneo bellissimo dell’Isola di Lesbo che lo ospita e il salto incredibile che c’è solo spostandosi di pochi chilometri, dove il turismo e la vita di tutti i giorni continuano, sono cose che colpiscono profondamente. Gli operatori più provati, al ritorno dalle missioni, ultimamente, sono paradossalmente quelli che sono stati in Grecia, nella nostra Europa, a pochi chilometri da qui”. Lo racconta Maurizio Debanne, che è stato a Moria in autunno, per curare la comunicazione di Medici Senza Frontiere da quelle zone.

L’Isola di Lesbo

“Io definirei Lesbo l’isola delle contraddizioni, perché da un lato è una delle più grandi isole della Grecia, che d’estate si riempie di turisti, fino a ottobre, molto bella, e anche se in questi ultimi anni c’è stata una leggera flessione, continuano ad esserci alberghi e ristoranti, dove si fa una vita assolutamente normale. E poi ci sono i campi profughi”, spiega Maurizio.

L’Isola di Lesbo è molto vicina alla Turchia, e quindi in questi anni è diventata approdo dei tanti che scappano dalle guerre che stanno insanguinando tutto il Medio Oriente. Solitamente dapprima si spostano in Turchia e poi, quando riescono, tentano di raggiungere la Grecia e l’Europa per chiedere asilo. “In genere sbarcano a Nord, dove c’è la parte più turistica, poi vengono trasportati a Sud dove ci sono questi campi”, spiega.

“Il campo di Moria nasce da un’ex base militare, attrezzata nel 2013 per ospitare non più di 3 mila persone, e che oggi arriva a ospitarne 19 mila.In tutta l’isola sono poi ospitate 21 mila persone, perché c’è un altro piccolo campo. E nel momento in cui ci stiamo parlando, in tutte le isole greche ci sono 42 mila persone, uomini, donne e bambini bloccati per un tempo indefinito”, racconta Debanne.

Il massimo degli arrivi si è raggiunto proprio quest’autunno, a fine agosto e settembre, tutte persone partite dalla Turchia. “Un anno fa, nel gennaio–febbraio del 2019”, dice Maurizio, dati alla mano: “c’erano a Moria 5 mila persone, adesso sono più che triplicate. Soprattutto afghani, siriani, iracheni, che scappano da guerre che continuano. Il campo è letteralmente esploso ed oggi le persone sono state costrette per ragioni di spazio ad accamparsi anche nella campagna circostante il campo, organizzando campeggi improvvisati tra gli ulivi. E anche qui la contraddizione è molto evidente: immaginate questo bellissimo uliveto, come quelli che ci sono da noi, su una collina da cui sullo sfondo si vede il mare, e poi sotto vedi queste persone. Ho incontrato bambini che sono sbarcati da soli, senza nessun adulto con loro, arrivati da qualche ora, che non avevano un posto dove andare, gli avevano fornito una tenda ma non avevano nemmeno il materiale per isolarsi dal terreno”.

La percentuale di bambini in questo campo e nel suo vicino più piccolo è superiore alla media, conferma Debanne: “Sono il 40%, più di 7 mila. Bambini che non vanno a scuola, che non sono più padroni del loro futuro. I loro genitori ci raccontano di essere spesso colti dal senso di colpa per essere partiti, perché la loro è una generazione perduta”. Medici senza Frontiere ha una clinica di salute mentale per adulti nella città di Mitilene, e una clinica pediatrica appena fuori dal campo di Moria: “riceviamo bambini con malattie anche gravi, croniche, che non dovrebbero essere lì e che non dovrebbero stare proprio sull’isola perché nemmeno l’ospedale di Mitilene sarebbe in grado di curarli. Stiamo parlando di bambini malati di cancro, malattie cardiovascolari, diabete...”.

Foto fornita da Medici senza Frontiere Il campo dei bambini

Le condizioni di vita sono pessime, ma Maurizio racconta che quello che annienta psicologicamente le persone è l’assenza di futuro: “In Grecia sbarcano famiglie normali: architetti, ingegneri, notai, avvocati, ho conosciuto anche giornalisti. Famiglie normali, che sono state minacciate, o che hanno avuto la loro città bombardata, o non potevano più stare nel loro Paese. Nella disperazione hanno deciso di pagare questo viaggio per tentare di mettersi in salvo. Ma la disperazione più nera arriva dopo, quando ci si ferma in questo campo da cui non si sa se mai si uscirà”.

Chiediamo di capire, proviamo a metterci nei panni di una persona che arriva: “arrivi lì, ti danno il minimo indispensabile per accamparti. Ti danno da mangiare, c’è una mensa, il cibo è spesso terribile e improvvisato: un pomodoro, una banana, delle merendine, un pugno di lenticchie…nulla che possa veramente nutrirti in maniera completa, soprattutto se sei un bambino. Dopodiché ti fissano la data per il primo colloquio per la procedura di asilo: 15 mesi dopo, come minimo. Quindi ti metti nell’ottica di aspettare più di un anno solo perché la tua pratica inizi ad essere esaminata. Vivendo in una tenda, nel fango, con un bagno ogni 50 persone e una doccia ogni 70. Puoi uscire dal campo ma non puoi lavorare, perché non hai documenti validi. Aspetti e sopravvivi”. Una volta fatto il primo colloquio passano altri mesi prima che eventualmente sia possibile spostarsi, continua Maurizio: “La resilienza umana è enorme, ma davanti a questa attesa infinita molti crollano, e quando parli con le persone senti questo senso di rassegnazione molto forte. C’è una grossa differenza tra chi è appena arrivato e chi sta lì da due o tre mesi”.

E i bambini? “Sono tantissimi, li vedi per tutto il campo, anche piccoli, che giocano. Anche loro però soffrono in questo luogo che noi di Medici senza Frontiere abbiamo più volte definito ‘un inferno’. A Moria, come Medici Senza Frontiere, abbiamo un’unità che si occupa di salute mentale e abbiamo constatato nei bimbi diversi episodi di autolesionismo e tentativi di suicidio”.

Foto fornita da Medici senza Frontiere La “distrazione” di tutti

Il campo è gestito dal governo greco, che non riesce a far fronte a queste emergenze, sia dal punto di vista economico che organizzativo. Ma l’Europa, le istituzioni, l’opinione pubblica, non sono così attenti. “Come Medici Senza Frontiere abbiamo cercato il più possibile di far parlare di questo campo, con televisioni, giornali, con tutti i mezzi a nostra disposizione”, dice Debanne. E i giornali ne hanno parlato, hanno raccontato anche le proteste degli stessi ospiti del campo, quest’autunno dopo che si sono succeduti diversi incidenti mortali: roghi, omicidi, investimenti, che hanno coinvolto spesso dei minori. “Però poi non è cambiato molto, e adesso il campo è sempre là, e d’inverno fa freddo, c’è vento…”.

Maurizio, come tanti operatori di MSF, ha lavorato in altre realtà difficili, questa esperienza a Moria lo ha segnato: “sono stato nelle Favelas in Perù, in Kosovo durante il conflitto. Nessuna mi ha scioccato come questa, perché se per quei posti sei ‘preparato’, qui la distanza tra la disperazione con la normalità del turismo, della città, era minima. La spiaggia, il mare, erano bellissimi ma io in quel mare non sono riuscito a fare il bagno, tanti di noi hanno il rifiuto verso il mare”.

Foto fornita da Medici senza Frontiere La storia che ti ha colpito di più?

“Quella di una bambina di 9 anni, afghana, con una ferita di guerra a una gamba, sulla sedia a rotelle, e non riuscivamo a convincere le istituzioni a farla uscire dal campo, l’ho trovata assolutamente una follia”.

Abbiamo raccontato un Natale con Medici senza Frontiere qui: https://www.peopleforplanet.it/natale-al-campo-profughi/
Abbiamo raccontato la storia di altre persone che fanno volontariato qui https://www.peopleforplanet.it/la-vicenda-di-silvia-rapita-in-kenia-parliamo-con-altri-volontari-come-lei/
Se volete conoscere meglio il lavoro di Medici Senza Frontiere o sostenerlo il loro sito è: https://www.medicisenzafrontiere.it/

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Elezioni regionali: Emilia Romagna al centrosinistra, Calabria al centrodestra

People For Planet - Lun, 01/27/2020 - 15:00

Che questa volta le elezioni regionali fossero più importanti del solito si era intuito.
Non ci si giocava solo una poltrona, per quanto prestigiosa, ma la tenuta del Governo, l’andamento del Paese, specie in una regione come l’Emilia Romagna storicamente di sinistra.

Il risultato però non era scontato, anzi, si mormorava di un testa a testa dall’esito incerto.

Altro discorso per la Calabria, dove il risultato era già definito, si trattava di capire solo di quanto avrebbe perso il centrosinistra, una questione di numeri: di quanti punti Santelli avrebbe staccato Callipo (25 per l’esattezza).

Che le cose potessero andar bene per Bonaccini in Emilia lo avevo intuito quando la mia amica Cinzia, in carrozzina a rotelle per un incidente domestico in cui si è rotta malamente un piede, mi ha mandato ieri mattina la foto che vedete qui sotto. Quando si dice il senso di responsabilità: due infermieri avevano dotato di cingoli la carrozzina e l’avevano aiutata a scendere due piani di scale, salire in ambulanza e ritornare a casa.

E non solo lei: L’Auser Emilia Romagna ieri ha messo a disposizione 300 auto per accompagnare ai seggi anziani, persone disabili o in difficoltà motorie perché: «Tutti devono avere la possibilità di andare a votare».

E che dire poi di Giuseppina Vernia di Modena? La settimana prossima compirà 100 anni e la prima votazione della sua vita è stata quella al referendum del 1946 in cui gli italiani hanno scelto tra Monarchia e Repubblica.

E poi, com’era prevedibile si è scatenata la rete, o meglio Twitter che ha il grande pregio di richiedere la sintesi e quindi le battute sono in genere fulminanti:

Ci son piaciute alcune con l’hastag #emiliaromagna.
Alcuni si sono ispirati alla musica leggera:

Andrea:
Piange il citofono…

Rosella:
È inutile suonare qui non vi aprirà nessuuunooo…

Antonio
Se citofonando io potessi dirti SUCA, io suonerei

Sul citofono decine di meme e di commenti, tra gli altri quello laconico e definitivo di Andrea Purgatori: Si è rotto il citofono

Il serpe Loco
« Scusi, lei spaccia?»
«Sì»
«Mi può dare un po’ di tutto che oggi ne ho proprio bisogno»

Pamela spiega che:
Che ci volete fare, noi emiliano-romagnoli siamo gente concreta. Ci sentiamo più sicuri ad affidarci a 5 anni di buon governo che al cuore immacolato di Maria

A un certo punto della serata i dati di exit poll e prime proiezioni erano molto discordanti tra una rete televisiva e l’altra; così commenta Luca: Girano exit poll per cui le due fazioni sono avanti di 30 punti l’una e ha segnato anche Zoff di testa

Davide Zandarin insiste:
Secondo le proiezioni sono in vantaggio i fratelli Lumière.

Poi qualcuno si accorge di una strana anomalia; Loris:
Curioso che Lucia Borgonzoni non sia stata neppure ammessa alla conferenza stampa in cui Salvini accusa la fazione opposta di sessismo.

Ma poi in fondo, il bicchiere può essere sempre mezzo pieno. Scrive Luigi: Mattè ma che te frega, hai mangiato tre mesi gratis in giro per l’Emilia Romagna, so soddisfazioni!

E per finire un consiglio culinario da Sergio su Facebook:
Menù per un giorno di festa: gnocco fritto con prosciutto di Parma e culatello, piadina romagnola, tortellini, cotechino, un tocco di Parmigiano Reggiano, per dolce un assaggio di Bustrengo. Il tutto innaffiato da un buon Lambrusco o un Sangiovese. W l’Emilia Romagna!

E dopo un pranzo del genere buona digestione a tutti!

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A Perugia l’Angolo della Gentilezza

People For Planet - Lun, 01/27/2020 - 12:43

Un luogo completamente autogestito, in centro a Perugia, aperto giorno e notte, 7 giorni su 7 dove prendere quello di cui si ha bisogno, o dove donare quello che non si usa più o ciò che si è acquistato per alimentare la solidarietà.

L’iniziativa è stata realizzata grazie al Distretto Rotaract 2090, con il sostegno degli altri club perugini – e patrocinato dal Comune.  

Perché ci sono persone che per paura di uno stigma sociale o per pregiudizi non vogliono rivolgersi alle associazioni cittadine tipo la Caritas e allora: «Abbiamo così pensato di creare questo angolo in modo che chi vuole può donare una coperta o un cappotto e dall’altro lato chi ne ha necessità può usufruirne liberamente» ha spiegato Albert Verdese  presidente del Rotaract Trasimeno.

«Doniamo quindi questo spazio alla città per due mesi sperando che con il suo cuore lo sappia tutelare e rispettare e d’altro lato deve rappresentare un momento di riflessione e gioia dove si riscopre la bellezza del dono»

In un piccolo mobile sono custodite sciarpe, coperte, guanti e cappotti utili per far fronte al duro inverno perugino. Come dicono in città, cambiamenti climatici a parte: «Se bubbola dal freddo

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12 minuti di gentilezza al giorno e il mondo ti sorride

Fonte foto: Umbria Journal


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Nuovo coronavirus cinese: si trasmette anche senza sintomi

People For Planet - Lun, 01/27/2020 - 12:19

Proprio come avviene per altri virus, compresi quelli dell’influenza, si trasmette anche in assenza di sintomi il nuovo coronavirus cinese, il virus 2019 n-CoV, che sta provocando un’epidemia di polmonite atipica che secondo le ultime stime conta oltre duemila contagi e più di 80 vittime. E il numero di infezioni sembra in rapida progressione.

Lo studio pubblicato su The Lancet

La notizia che la trasmissione del virus può avvenire anche in assenza di febbre e di altri sintomi para-influenzali arriva da uno studio pubblicato su The Lancet da microbiologi e infettivologi dell’università cinese di Shenzen: condotto su una famiglia di sei persone, dall’articolo emerge che un bambino di dieci anni pur non avendo i sintomi dell’infezione è stato in grado di trasmettere il nuovo coronavirus.

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Lotta contro l’infezione più difficile del previsto

Come spiega in un articolo su Medicalfacts il virologo Roberto Burioni, la notizia che arriva dall’articolo della rivista The Lancet secondo cui pazienti asintomatici che stanno bene e non hanno febbre possono comunque diffondere il nuovo coronavirus, “è la più brutta di tutte”, afferma il virologo, perché “significa che la misurazione della temperatura agli aeroporti potrebbe non essere sufficiente per bloccare la diffusione della malattia. La lotta contro quest’infezione sarà più difficile del previsto”.

Mettere in quarantena i contatti dei pazienti

I ricercatori spiegano che rari casi di trasmissione asintomatica erano stati segnalati anche nella Sars, l’infezione da coronavirus emersa nel 2002 e che nel caso del virus 2019 n-CoV potrebbero rappresentare “una possibile fonte di trasmissione dell’epidemia”. Per questo gli autori della ricerca affermano che “è cruciale isolare i pazienti, tracciare e mettere in quarantena i loro contatti il prima possibile”.

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All’Ikea senza l’auto

People For Planet - Lun, 01/27/2020 - 12:07

Cambi o muori. Ikea, un tempo considerata l’effige del capitalismo spinto, mordi e fuggi, consuma e ricompra, da tempo ha iniziato a comunicare al mondo la sua voglia di far parte della civiltà che cambia, si adatta, migliora. Così, la multinazionale svedese ha iniziato a Vienna i lavori per il suo primo megastore, in centro città, senza parcheggio. Un messaggio chiaro e inequivocabile: siamo dalla parte di chi vive la città senza auto, sosteniamo e ammiriamo la tua scelta di muoverti in bici e con i mezzi pubblici. Senza auto, bada bene, e dunque anche senza auto elettrica: un’alternativa che piace molto a chi non riesce a concepire la propria vita senza le 4 ruote, ma che non rappresenta nessuna vera alternativa. Una scelta rivoluzionaria per la catena di mobili che ha basato il suo vecchio successo sul risparmio garantito dal fai-da-te: nel montaggio e nel trasporto.

Così cambierà Ikea

Il nuovo progetto Ikea prevede la costruzione di un edificio a sette piani in cui mobili e complementi d’arredo saranno presentati in modo innovativo, a metà strada tra la vendita online e quella tradizionale, tra il punto vendita e il caffè dove rilassarsi e chiacchierare, lavorare e fare shopping.

Il punto vendita è infatti progettato come un luogo di incontro, dove certamente si potrà anche fare acquisti e ricevere la merce troppo voluminosa per stare in una cargo bike, direttamente a casa entro 24 ore.

Per rendere il tutto ancora più cool, grandi marciapiedi incorniceranno l’edificio, e saranno connessi in modo diretto alla rete del trasporto pubblico, per una soluzione sostenibile e sicura al 100%. In più, pareti e terrazze ricche di vegetazione, e spazi verdi aperti anche durante gli orari di chiusura del punto vendita. Intorno allo store, saranno piantati 160 alberi per assicurare un microclima più piacevole, fresco d’estate e bello da vivere.

Leggi anche: i progetti per la circolarità di Ikea

Ikea vieta la plastica monouso entro 2020

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Banca Popolare di Bari: che sia la volta buona?

People For Planet - Lun, 01/27/2020 - 12:00

La regola vuole che l’informazione debba stare sulla notizia e la notizia del default della Banca Popolare di Bari ha creato sicuramente tanto rumore mediatico.

Ma poi tutti si dimenticano di parlarne… fino al prossimo bagno di sangue.

Che sia la volta buona per riflettere a mente fredda anche su altro?

Partiamo da una certezza: il salvataggio della Banca Popolare di Bari è solo una conferma della rigidità, se non incompetenza, manifestata dai nostri politici nelle soluzioni proposte.

Perché il salvataggio della Banca Popolare di Bari non si risolva nell’ennesimo sperpero di soldi pubblici “buttati” in una struttura ormai irrimediabilmente danneggiata, ma anzi si trasformi in un’occasione per ripensare il sistema bancario italiano, soprattutto quello del sud, occorre partire da alcune semplici riflessioni che ritengo debbano costituire dei “punti fermi” sia per i “regolatori” che per i “controllori” del sistema bancario:

1. la dimensione di una banca non è direttamente proporzionale alla sua “virtuosità”. Troppe banche di medie e grandi dimensioni sono andate in crisi negli ultimi anni, e troppe altre hanno annunciato roboanti piani di rilancio o di risanamento a spese dei dipendenti e dell’occupazione. Nei fatti, tali comportamenti, hanno dimostrato una volta di più che “il re è nudo”, e la maggiore dimensione delle banche nasconde spesso sotto un’apparenza di solidità una preoccupante pochezza sia a livello strategico sia in termini di qualità del management. 
E se “piccolo” fosse invece bello ? Probabilmente un contenimento delle dimensioni medie del sistema, in un’ottica di maggiore coerenza con il sistema economico italiano, e in particolare di quello meridionale, indurrebbe il sistema a focalizzarsi sul classico “core business” rappresentato dall’intermediazione tra raccolta del risparmio e crediti alle imprese e ai risparmiatori, limitando le politiche commerciali tese a piazzare a ogni costo prodotti finanziari e/o assicurativi complessi e spesso non adeguati alle esigenze della clientela, con le connesse pressioni a carico dei lavoratori del settore bancario perché realizzino budget partoriti a tavolino da un management inadeguato con l’intento di nascondere le proprie incapacità strategiche e gestionali;

2. il management del settore bancario va radicalmente rinnovato nel suo complesso, non solo in termini di età media, ma soprattutto in termini di capacità gestionali e strategiche mostrate sul campo! Non è possibile, ne abbiamo parlato tante volte su queste colonne, che i nomi siano sempre gli stessi, e che passino indenni di crisi bancaria in crisi bancaria, ricollocandosi altrove con irrisoria rapidità. Eppure, nel pur complicato contesto del sistema bancario italiano, qualche esperienza virtuosa e di successo c’è! Perché nessuno va a vederne i nomi degli artefici? Perché gli head hunter non aggiornano i loro database?
A tal riguardo segnalo una banca che è stata oggetto di analisi accurata da parte mia durante la preparazione di Sacco Bancario (Chiarelettere): Banca Popolare delle Province  Molisane. In quel Molise che per gli italiani non esiste, c’è una  banca che da qualche anno è la prima nel suo segmento per creazione di valore. Un esempio concreto di buona gestione associato a un modello di integerrima amministrazione sul territorio

3. il risanamento di una Banca (la Popolare di Bari, in questo caso), se ha come obiettivo la tutela dei risparmiatori (e non dei responsabili del dissesto!) e il “non sperpero” delle risorse pubbliche non può non passare attraverso una riduzione delle dimensioni della Banca, senza incidere in maniera radicale e “sanguinosa” sull’occupazione.
Come? Scorporando le filiali presenti nelle aree geografiche “no core” della Banca, ad esempio, nel caso specifico della Popolare di Bari, le filiali presenti in Abruzzo e Campania, e affidandole a banche virtuose del territorio, previa capitalizzazione delle stesse (nelle forme ritenute più adeguate e sicuramente meno impegnativo dal punto di vista economico) ad opera di Invitalia. Una sorta di fitto di ramo di azienda della BPB alle virtuosissime Banche territoriali del Sud. In questo modo, i soldi pubblici andrebbero a premiare i banchieri virtuosi, senza che lo Stato debba impegnarsi direttamente nella gestione, e la Popolare di Bari potrebbe proseguire il suo percorso di risanamento con dimensioni più contenute e focalizzandosi sul suo territorio storico di riferimento (Puglia e Basilicata, in particolare).

Che sia la volta buona ?

Continuiamo a parlarne, però, altrimenti dobbiamo aspettare solo le prossime vittime

Immagine: Italpress.it

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Ritorno al disco in vinile: moda o rivalutazione?

People For Planet - Lun, 01/27/2020 - 07:00

Era stato spazzato via dal walkman 40 anni fa, e poi dai Compact disc, ma negli ultimi anni è tornato a vivere. I record store, vecchi e nuovi, e i reparti di musica delle librerie oltre ad avere gli scaffali pieni di vinili sono anche pieni di gente. I dati delle vendite segnano un trend positivo in tutto il 2019, a quanto pare una fetta di pubblico è davvero tornata ad ascoltare musica sui 33 giri. Si tratta di una nicchia, ovviamente, ma rimane un fenomeno degno di nota.

Millennials e tendenze

In realtà, è da 14 anni che gli Stati Uniti registrano un trend di vendita degli lp (long playing) sempre migliore rispetto all’anno precedente, addirittura piazzandosi nel 2019 con un +12,9% per quasi 19 milioni di album venduti. In Italia i vinili valgono solo il 3,6% del mercato musicale, ma come riporta il Music Listening 2019Millennials e generazione Z sono la maggior parte dei consumatori del disco nero”. Gli album che hanno fatto la storia del rock internazionale e le nuove uscite di artisti della stessa generazione sono i più ricercati proprio dai millennials. In testa alle classifiche americane infatti c’è Abbey Road, l’album del 1969 dei Beatles, mentre nel 2019 in Italia c’è Dark Side of the Moon dei Pink Floyd. Tra le preferenze degli anni 2000 spiccano Lana Del Rey, Amy Winehouse e Billie Eilish. Tra gli album più venduti anche Bohemian Rhapsody e Greatest Hits I dei Queen.

Il culto del vinile coinvolge pubblico e artisti: oggi persino artisti pop e rap se non pubblicano anche il disco nero non sono abbastanza cool. Il fenomeno si può attribuire all’esigenza di avere un supporto da farsi autografare e al repentino scatto caricato su Instagram, ma c’è anche chi pensa alla qualità, al calore del suono indubbiamente meno piatto di quello generato dalla traccia mp3.

È un culto non una moda

Chi suona musica elettronica vive il vinile come un feticcio, che fa parte di una tradizione legata alla musica disco e al collezionismo di pezzi rari, utili al proprio lavoro. Oggi non solo chi mixa musica venera il vinile, ma anche chi ne fruisce e basta spende una fortuna per avere dischi tanto rari quanto popolari. Contrapposta alla fluidità dello streaming e della musica digitale, la fisicità del vinile e la sua scomodità – sentire 30 minuti di musica su un giradischi e poi cambiare lato e sentirne altri 30 non è di certo agevole come l’ascolto shuffle su Spotify – rientra totalmente nello schema della nostalgia vintage che stiamo vivendo in questi anni. Il vinile infatti non è l’unico formato vintage che vede crescere le vendite, anche le musicassette aumentano nel 2019: 118.200 le unità vendute contro le 99.400 del 2018. È la stessa rivalutazione del rumore in ambito musicale e sociale di cui parla Krukowski nel suo ultimo saggio: “Ascoltare il rumore”. Senza rumore noi e la musica perdiamo di profondità, siamo un po’ più vicini alla bidimensionalità.

In ogni caso, se fosse una moda o una tendenza su larga scala dietro ci sarebbe un’operazione di marketing concreta. Con i mezzi attuali le scelte di acquisto sono costantemente orientate dalle grandi multinazionali e in quel caso la fetta di mercato dei compratori di vinili sarebbe molto più ampia di così. D’altronde è proprio per la fortuna e la presenza di multinazionali del calibro di iTunes e Spotify che il vinile non può diventare un fenomeno mainstream.

Infine una delle cause del ritorno dei vinili è dovuta anche alla possibilità di ascoltarli su nuovi giradischi. Quelli presenti oggi sul mercato non sono eccessivamente costosi e hanno gli amplificatori incorporati, sono facilmente utilizzabili e funzionano anche meglio di quelli di una volta.

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Quando la musica si trasforma in zuppa di verdura
Strumenti e musica per aiutare i quartieri disagiati delle città
Anche le piante fanno musica! (VIDEO)

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Gli strani casi dell’animo umano: “Cristian e la Macumba dell’amore”

People For Planet - Dom, 01/26/2020 - 12:00

Ci sono persone che hanno una tendenza esclusivamente razionale, logica. Ordinate e metodiche, si perdono però spesso l’aspetto empatico, quasi “magico” della vita. Vanno dritte per la loro strada. Nette, sicure. Senza domande.

C’è chi, invece, ricerca un altrove, forse un “alquando”, con tutto il rispetto per i neologismi. E allora prova la via della religione, magari quella “di casa nostra”.
Concetti di base, facili da tenere a mente: c’è uno che ogni domenica fa un riassunto per tutti coloro i quali si fossero messi in ascolto solo in questo momento. Pratica: con una succursale vicino a ogni casa. Aggregativa: un sacco di riunioni e feste, pane, vino, musica. Certo, richiede continuità, coerenza, dedizione, fiducia. Impegnativa? Assolutamente sì.

E allora c’è la versione Bignami, che più che fede richiede un fatalistico abbandono: le stelle.

Per comprenderne le declinazioni possibili, ho acquistato una copia di una nota rivista d’astrologia, per individuare qualche voce autorevole a cui chiedere un consulto.

Ecco alcuni luminari a cui potremmo rivolgerci (tutto rigorosamente vero):

  • Astroparade
  • Buon segno
  • Cristian e la Macumba dell’amore
  • Umberto: Rituale d’amore egiziano, rituale del dio sole (divide il bene dal male, si esegue una volta sola nella vita), rituale sacro della vita (propiziatorio), nuovo filtro d’amore con acqua purificata astrale (completo di due candele a forma di cuore e un talismano dell’amore)
  • Le libere pensanti
  • I non può piovere per sempre [ma è un gruppo anni sessanta? – NdR]
  • Nuovo studio Nefertari: “con Giorgio e il suo staff verso la luce”
  • Studio Faraone del maestro Delpho
  • Jessica la regina dell’amore e le sue esperte in problemi sentimentali: “Chiamami, io saprò aiutarti. Ho l’esperienza e la capacità per risolvere ogni caso”
  • Genny e i suoi segreti dell’albero della vita
  • Shamir [che dovrebbe chiamarsi “Shamir e il suo Mascara” – NdR]
  • Le migliori cartomanti dell’Umbria [regione famosa per le arti divinatorie in tutto il mondo]
  • L’occhio esperto di Marisa
  • Le cartomanti più simpatiche d’Italia
  • Giulio Cesare il cupido dell’amore: “chiamami e verrò subito anche da te, ovunque sarai…per aiutarti per essere il tuo amico di fiducia; il tuo confidente un vero amico non ha prezzo” [punteggiatura originale]
  • Il castello magico di Startel
  • Nicos: “La sua potenza ti aiuterà a rischiare il tuo cammino [rischiarare, forse? – NdR]. Chiamandolo, scoprirai che lui è in sintonia con te, dovunque ti trovi, perchè lui è Nicos, il Signore della Luce”
  • Luis Velasco [Olè – NdR]
  • Donatella Basso: “compongo personalmente temi natale, rivoluzioni solari mirate, ricerco le vite precedenti. Hai fretta? Purifico e preparo la santeria [eh?]”
  • Daniel Leon il veggente ereditario
  • Vito: “sarò il tuo angelo custode” [Sembra Dracula – NdR]
  • Kronos il telepatologo
  • Studio esoterico Prof. Ogino [giuro!] ad Azzate (VA)

Già: non è facile trovare la propria chiave interpretativa dell’esistenza.
Voi chi mi consigliate?

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Il mio cane può diventare vegetariano? E il mio gatto?

People For Planet - Dom, 01/26/2020 - 07:00

La domanda sorge spontanea: avere un cane contribuisce a peggiorare la nostra impronta ambientale? La risposta è certamente sì: cani, gatti e altri animali domestici rinforzano il mercato degli allevamenti intensivi, mangiando prevalentemente carne, necessitano (spesso) di tutta una serie di gadget e prodotti che vanno dai giochi alle cucce, dai farmaci agli antiparassitari, vengono trasportati, lavati curati e pettinati in modo molto simile agli esseri umani e tutto questo ha un forte impatto, visti i numeri.

L’esercito dei pets

L’ottava edizione del dossier “Animali in città” presentato qualche giorno fa a Napoli da Legambiente, dice sostanzialmente che non sappiamo quanti sono, ma che sono tantissimi: i cani ad esempio sono un numero indefinito tra 11 e 27 milioni. I gatti sicuramente di più, e per loro si pone anche il problema di un altro tipo di impatto: il loro numero è aumentato a dismisura grazie all’amore dell’uomo e, da terribili predatori quali sono, sono veri killer di piccoli mammiferi e di  uccelli. Per questo motivo l’Australia, ma anche la Nuova Zelanda, ha addirittura messo una taglia sui mici selvatici, a difesa della fragile biodiversità del Paese.

Una scelta sana?

Molte persone si domandano quindi come poter ridurre l’impatto dei propri animali, a partire dalla dieta: mentre si diventa vegani o vegetariani per motivi ambientali, è naturale domandarsi se la stessa opzione etica possa andare bene anche per i migliori amici dell’uomo. A detta di chi ci ha provato, ci sono solo vantaggi: cani più sani e più belli, che vivono più a lungo e sono meno aggressivi.

Mai per i gatti

Alcuni esperti avvertono che amminoacidi e proteine della carne possono non trovarsi a sufficienza nei vegetali e nei latticini, ma molti altri sono più accondiscendenti. In fondo i cani – ma non i gatti, che necessitano di una dieta strettamente carnivora – sono onnivori come gli umani, e proprio come noi, possono stare in perfetta salute con una dieta vegetariana, purché sia attenta ed equilibrata. Questo nella teoria: nella pratica non ci sono studi che dimostrino gli effetti a lunga durata di una dieta vegetariana (ma neppure di una dieta a base di cibo industriale o domestico a base di carne). Ci basti il parere del nostro veterinario, anche in base alle condizioni del nostro cane, e il sondaggio condotto negli Usa da Peta, secondo il quale l’82% dei cani con regime alimentare vegetariano – ma anche vegano – erano in perfetta salute a 5 anni di distanza. Inoltre, considerate l’alternativa dei mangime per cani e gatti a base di insetti: più sano, più sicuro e molto più ecologico (in verità anche per i padroni) a detta della Fao.

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Scienza: animali cooperativi, altruisti e dotati di senso morale

People For Planet - Sab, 01/25/2020 - 15:00

L’elefantessa che difende una giovane femmina, ferita a una zampa, dall’aggressione di un maschio e poi si avvicina alla giovane femmina accarezzandole con la proboscide la zampa dolorante; i ratti che rinunciano al cibo se schiacciando il pulsante dell’erogatore causano una scossa elettrica a un ratto rinchiuso in una gabbia vicina; i ratti che soffrono se vedono un altro ratto provare dolore; i corvi che nutrono un loro simile cieco; le scimmie bonobo che dividono il cibo; le femmine bonobo che rifiutano il cibo più gustoso se le altre hanno ricevuto bocconi meno ricchi.

Il libro L’intelligenza morale degli animali di Marc Bekoff e Jessica Pierce, raccoglie molti esempi di comportamenti solidali in molte specie animali e ipotizza che lupi, scimmie, balene, ratti abbiano addirittura un livello elementare di empatia e senso della giustizia, senso morale quindi. Questo testo offre un panorama di tutte le sperimentazione realizzate per comprendere il ruolo della cooperazione nella selezione naturale.

La concezione corrente, dell’evoluzione della vita, è oggi ancora incentrata sull’idea che la competizione per il cibo e per il sesso sia stata centrale.

Solo negli anni ’80 Lynn Margulis si rese conto che le cellule, e quindi la vita stessa, esistono grazie alla cooperazione tra il nucleo della cellula e i mitocondri, proto organismi capaci di trasformare gli zuccheri in energia.

Lynn Margulis osservò che i mitocondri esistevano già prima della nascita delle cellule. Essi hanno un loro Dna, diverso da quello della cellula e si riproducono con tempi loro.

Quindi la cellula non è, come mi hanno insegnato a scuola, “il più piccolo organismo unitario”, bensì il frutto di una simbiosi; il nostro corpo è formato da miliardi di invisibili cooperative: la Coop sei tu!

A partire da questa constatazione Margulis ha riscritto i fondamenti della teoria dell’evoluzione, dimostrando che nella capacità di adattamento la cooperazione e la simbiosi sono addirittura più determinanti della competizione per il cibo e per il sesso; la vita stessa, nelle sue basi fisiologiche si è evoluta grazie alla capacità di cooperare.

E tutti gli esseri superiori vivono solo grazie alle loro capacità simbiotiche. Il numero dei batteri che vivono nel nostro organismo è maggiore del numero di cellule che formano il nostro corpo.

Senza queste migliaia di miliardi di batteri non potremmo neppure nutrirci perché sono loro a demolire il cibo e a trasformarlo in nutrimento che il nostro possiamo assimilare.

Quando alle superiori contestavo, la mia professoressa di lettere, prima di bocciarmi, mi disse che ero un illuso a sognare un mondo di pace e di fratellanza perché gli animali più simili a noi, gli scimpanzé, sono violenti, autoritari, uccidono i loro simili e addirittura si danno al cannibalismo… E concludeva che la guerra e il dominio sono connaturati con la natura umana quindi impossibili da estirpare.

Ma si sbagliava perché i nostri più vicini parenti sono i bonobo che, dividono equamente il cibo e la cura dei piccoli, invece di fare guerra con altri gruppi di bonobo usano il sesso per aumentare la capacità di collaborazione e sancire alleanze… E sono tutti bisessuali.

E di sicuro sono molto più intelligenti degli scimpanzé: fare sesso e cooperare apre la mente!

Riane Eisler nel libro Il piacere è sacro raccoglie decine di ricerche archeologiche che dimostrano che le prime civiltà umane, che hanno colonizzato le pianure lungo i grandi fiumi del mondo, dal Nilo al Fiume Giallo, tra 9.000 e 3.500 avanti Cristo, vivevano in case di pietre e fango munite di cardini per le porte e camini per il fumo; furono capaci di imprese colossali, cento volte più impegnative della costruzione delle piramidi: milioni di individui collaborarono per millenni riuscendo a bonificare le immense paludi lungo i fiumi, per coltivare le piante che li nutrivano: dovettero scavare centinaia di chilometri di canali, costruirono argini imponenti, svilupparono di tecnologie complesse (tessitura, ceramica, edilizia, selezione delle piante fruttifere, allevamento dei pesci); essi non conoscevano la guerra, non costruivano mura difensive, non avevano un’aristocrazia dominante che abitava in dimore lussuose o veniva sepolta in modo dispendioso. Erano società nelle quali uomini e donne avevano ruoli sociali paritari, l’orgasmo e il ridere erano considerati sacri momenti di comunione con la Dea Madre.

E poi ci sono i neuroni specchio. Ovvero la capacità di empatia della mente è fisiologica: quando vedi una persona sorridere si attiva la parte del tuo cervello che usi quando tu sorridi. E se vedi una persona piangere idem.

Come spiega Laila Craighero in Neuroni specchio un piccolo meraviglioso libro, il nostro cervello si è evoluto fisiologicamente sviluppando la capacità di identificazione fisica con l’altro. La cooperazione è scritta nel nostro Dna!

Dal che discende, tra l’altro, che la capacità di provocare dolore nelle altre persone esiste solo in individui che hanno subito la distruzione del sistema dei neuroni a specchio; ma ancora la nostra cultura non riconosce la mancanza di empatia degli assassini come il frutto di una gravissima e invalidante lesione celebrale.

Dovremmo parlare di più di questo argomento.

Una delle colonne del pensiero reazionario e aggressivo (che spesso si incontra anche tra i progressisti) è la convinzione che l’umanità sia sostanzialmente malvagia, che gli animali agiscano solo per convenienza e che il senso morale sia presente solo negli esseri umani (raramente).

La gentilezza, il senso della giustizia, l’empatia, la pietà, sono bei sentimenti, ma la storia la fanno la competizione per il cibo, il sesso e il potere…

E dobbiamo educare i figli con durezza perché il mondo è crudele. E dobbiamo temere gli immigrati perché vogliono solo prenderci quello che è nostro.

Proviamo a spiegare che la natura sa essere amorevole e senza la simbiosi la vita non esiste… Magari capiscono… In fondo, istintivamente, sono buoni anche loro.

Cambia il mondo! Sorridi a un leghista!

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Foto di luxstorm da Pixabay

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Cambiamenti climatici e indicatori biologici: il Mediterraneo da temperato a subtropicale

People For Planet - Sab, 01/25/2020 - 07:00

Il Mediterraneo potrebbe perdere la sua condizione di mare temperato e assumere caratteristiche subtropicali, soprattutto nella sua parte meridionale e centrale.

Boe oceanografiche, Agenzie e Istituti di ricerca che si dedicano al monitoraggio e rilevamenti da piattaforme satellitari sorvegliano da tempo i parametri fisici nelle acque dei mari e degli oceani. Evolute tecnologie garantiscono da tempo alta affidabilità in termini di qualità del dato e massive raccolte di informazioni.

La temperatura: parametro essenziale

Tra tutti i parametri rilevati quello che da tempo è più di altri sotto attenzione è la temperatura, i suoi valori e soprattutto le sue tendenze. Le banche dati sui valori termici nel Mediterraneo segnalano un incremento di 0.35 °C per decade. Se questa tendenza troverà nel tempo conferma non è irrealistico aspettarsi un aumento attorno ai 3,5°C in un secolo. Ben superiore all’incremento di 1,2°C registrato nel Golfo di Trieste nel passato secolo (1900-2000).

Gli indicatori biologici

Altri indicatori stanno confermando questo scenario: si tratta degli indicatori biologici. Organismi animali e vegetali che grazie all’indebolimento della frontiera termica stanno conquistando areali a loro preclusi fino a non molto tempo fa.

La pesca di specie “termofile”

Percezioni degli effetti indotti dai mutamenti climatici vengono colte anche dai fruitori abituali, pescatori amatoriali che si meravigliano di aver pescato lampughe a tre miglia al largo di Cesenatico nei pressi di uno dei tanti allevamenti di mitili. Poi altre catture di lecce e pesci serra poco oltre le boe di segnalazione delle acque di balneazione.

Dove un tempo non lontano si pescavano sgombri e aguglie, l’attenzione dei pescatori viene negli ultimi tempi rivolta a specie un tempo rare se non del tutto sconosciute. Si tratta di pesci “termofili”, amanti dei mari con acque calde. Dal basso Mediterraneo, quello che bagna le coste del nord Africa, si stanno spostando nelle aree settentrionali, nell’alto Tirreno e in Liguria per quanto riguarda i mari occidentali del nostro Paese, nel medio e alto Adriatico per quelli orientali, aree nelle quali la temperatura delle acque si è progressivamente alzata fino a renderla compatibile con le esigenze termiche di questi nuovi arrivati. Si consideri tra l’altro che trattandosi di predatori di pesce azzurro (alici e sardine) il loro arrivo nell’alto Adriatico soddisfa le loro necessità alimentari, senz’altro in maniera più generosa rispetto ai loro mari di origine. 

Questo fenomeno nelle discussioni tra esperti viene definito con il termine “meridionalizzazione”. Definizione discutibile, derivante comunque dal fatto che specie ittiche che vivono abitualmente nell’area meridionale del Mediterraneo stanno conquistando areali per loro inusuali fini ad alcuni anni fa. Parrebbe inoltre che i citati mutamenti si stiano riflettendo in maniera negativa su pesci che al contrario prediligono acque fresche, tra questi lo spratto, lo sgombro e l’aguglia, tre specie con contingenti in netta flessione. Queste tendenze vengono tra l’altro confermate dagli sbarcati di pescato nei porti pescherecci dell’alto Adriatico.

È realistico supporre che la crisi degli stock delle specie ricordate sia da ricondurre alla sopravvivenza dei giovanili nel loro primo stadio di sviluppo, quello delle larva appena schiusa dall’uovo, è probabile che il riscaldamento delle acque possa incidere negativamente sulla loro alimentazione, sulla presenza di quelle forme planctoniche delle quali hanno bisogno nelle prime fasi del loro svezzamento.

Mutamenti epocali che vanno fermati

Cosa sta accadendo? L’elenco dei “guasti” viene ricordato quotidianamente a noi tutti: dagli enunciati oramai consolidati sul riscaldamento del nostro pianeta, allo  scioglimento dei ghiacciai e delle calotte polari con conseguente innalzamento del livello dei mari e degli oceani, dall’accentuazione dei processi di meridionalizzazione e di tropicalizzazione, alla diffusione di germi patogeni, fino alle inondazioni e agli incendi delle foreste che assumono in certi casi estensioni continentali, come i recenti casi che hanno devastato le foreste dell’Australia e del Brasile. 

A parte un sempre più sparuto drappello di negazionisti, pare oramai certo che le cause scatenanti siano da attribuire alle emissioni di gas serra di origine antropica e ai guasti conseguenti a logiche di sviluppo discutibili, in non pochi casi giustificati dalla necessità di produrre monocolture sacrificando foreste la cui estensione è da tempo in declino sull’intero pianeta.

Siamo di fronte a mutamenti epocali, sono bastate un paio di generazioni, una frazione infinitesimale di secondo se paragonata all’età biologica del pianeta, per aver lasciato tracce pesanti e indelebili.

Invertire questa tendenza è una necessità, un buon investimento sul nostro futuro.

Attilio Rinaldi – Presidente Centro Ricerche Marine di Cesenatico

In copertina: “Oranda Cappuccetto Rosso” – Foto di Benson Kua from Toronto, Canada

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Capitalismo, ti piace solo se non ce l’hai

People For Planet - Ven, 01/24/2020 - 15:00

Solo un tedesco su 8, il 15% del totale, apprezza i lazzi del capitalismo. Emerge da una ricerca Edelman, anticipata dal quotidiano FAZ, proprio nel 30ennale della caduta del Muro, che fu una festa per l’allora povera e socialista DDR, ammessa finalmente nei fasti del benessere.

Oggi, immersi in quel modello appunto da 30 anni, solo un tedesco su quattro, il 23%, guarda con ottimismo al futuro: e la mancanza di fiducia, come noto, è il peggior nemico dell’attuale sistema economico. Per i francesi, la percentuale scende addirittura al 19%, mentre i giapponesi resistono al 15%. I più ottimisti sono gli indiani (il 77 %), seguiti dai cinesi con il 69%.

L’Italia sfiduciata

Anche l’Italia è nel gruppo degli sfiduciati, messa solo poco meglio della Germania. A crederci ancora, solo Cina, Indonesia, India, Emirati, Sud Arabia e Singapore. Peggio della Germania, sono Regno Unito, Irlanda, Spagna, Giappone e Russia. Il nostro Paese è tra quelli che più gravemente hanno perso la fiducia anche nelle organizzazioni non governative (NGO) e nel proprio governo. Siamo tra i più sfiduciati verso i media, che resistono invece in Germania tra le istituzioni che ancora meritano un qualche rispetto. Francia, Giappone e Russia hanno perso fiducia anche nei confronti delle Nazioni Unite.

Il problema? La gestione del clima

Secondo gli esperti dell’agenzia Edelman, tra i principali motivi di scontento c’è l’inquinamento e il modo in cui i Paesi “sviluppati” affrontano (o non affrontano) l’emergenza climatica. “Le aziende dovrebbero essere in grado di reagire ancora più rapidamente agli sviluppi sociali come il movimento di protezione del clima nato intorno all’attivista svedese Greta Thunberg”, ha detto a FAZ la manager di Edelman, Christiane Schulz. L’agenzia interroga ogni anno 36mila persone in 28 paesi, a partire dal Duemila.

«Negli anni trascorsi – continua Christiane Schulz  – le persone interrogate erano alla ricerca di risposte ai grandi problemi del nostro tempo, dal clima alla stabilità economica, e ora tirano le somme e notano che le imprese, le grandi società internazionali, non hanno dato risposta. Basta guardare a Davos».

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Rinnovabili: l’Italia ha raggiunto il target 2020

People For Planet - Ven, 01/24/2020 - 12:13

Le fonti rinnovabili hanno coperto il 18% del consumo lordo finale di energia nell’Ue nel 2018, con un trend che si conferma in crescita rispetto al 17,5% del 2017. Siamo oltre il doppio rispetto al 2004, quando la percentuale era dell’8,5%. Lo dice Eurostat, l’ufficio di statistica europeo.

Bene l’Italia, ma c’è di meglio

L’Italia è ben posizionata in relazione agli obiettivi nazionali al 2020: nel 2018 era già al 17,8%, sopra l’obiettivo vincolante del 17%, raggiunto già nel 2015. Il nostro paese ha quindi oggi raggiunto i target prefissati per quest’anno, così come altri undici paesi: Bulgaria, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Grecia, Croazia, Lettonia, Lituania, Cipro, Finlandia e Svezia.

Promossi e bocciati

La Svezia ha avuto di gran lunga la quota più elevata nel 2018 con oltre la metà (54,6%) della sua energia proveniente da fonti rinnovabili. Seguono tra i bravissimi: Finlandia (41,2%), Lettonia (40,3%), Danimarca (36,1%) e Austria (33,4%). All’estremità opposta della scala, la percentuale più bassa di energie rinnovabili è stata registrata nei Paesi Bassi (7,4%). Azioni deboli, meno del dieci percento, sono state registrate anche a Malta (8,0%), Lussemburgo (9,1%) e Belgio (9,4%). Male anche Francia, che è al 16,6% rispetto al 23%, l’Irlanda (4,9 punti al di sotto dell’obiettivo) e la Slovenia (3,9 punti sotto).

La svolta in Qatar

Intanto anche il Qatar, il Paese del petrolio, adesso scommette
sull’energia da fonti rinnovabili, in particolare sul solare. Il piccolo emirato della penisola araba ha firmato un accordo da 470 milioni di dollari (424 mln di euro) per la costruzione del primo impianto solare
da parte di una joint venture che comprende anche la francese Total.

Per sapere come e perché potremmo fare molto meglio, leggi anche:

Desertificazione, clima, rinnovabili e l’egoismo generazionale

La Svezia raggiunge gli obiettivi rinnovabili del 2030 con 12 anni di anticipo

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I 10 migliori film sull’Olocausto

People For Planet - Ven, 01/24/2020 - 12:00

Il cinema, da sempre, ha contribuito a tener vivo e attualizzare la riflessione sulla Memoria, attraverso moltissimi film che si sono presi la responsabilità di far sapere quello che era accaduto, anche se ancora mancano di narrare le persecuzioni di altri perseguitati che non siano ebrei. Ho scelto i miei migliori dieci film contemplando capolavori assoluti della storia del cinema e storie che hanno un’originalità narrativa e di linguaggio che meritano di essere viste dalle giovani generazioni. Una scelta che può tornare utile in concomitanza della Giornata della Memoria, che tutto il mondo celebra per ricordare l’Olocausto. 

IL GRANDE DITTATORE di Charlie Chaplin, 1940 

Primo film parlato di Chaplin che mette da parte il personaggio di Charlot per dare voce a quello che era necessario dire in uno straordinario film che ha il merito di essere stato girato mentre i terribili avvenimenti nazisti erano in corso di svolgimento e non conosciuti nel loro drammatico svolgimento di “soluzione finale”. L’uso della satira riuscitissima vede Chaplin interpretare la storia di un barbiere ebreo che perde la memoria durante la prima Guerra mondiale e resta estraneo all’ascesa del dittatore Adenoid Hynkel che gli somiglia come una goccia d’acqua. La commedia contamina il film di personaggi ispirati dalla Storia. Non solo Hitler ma anche Mussolini, la moglie, Goebbels, e le vicende dell’annessione dell’Austria.

L’oppressione nazista nei quartieri ebrei è impressionante per veridicità in un’epoca che ancora non aveva compreso quello che stava accadendo. Lo sberleffo al dittatore che gioca con il mappamondo, con il tappeto sonoro della musica di Wagner musicista di riferimento del nazismo, è una delle scene madri di una massima pietra d’inciampo del cinema. Nello splendido finale il barbiere prenderà il posto del dittatore e al balcone tiene un discorso teso ai valori della pace e della fratellanza che ancora oggi non ha perso forza morale nel trascorrere del tempo. Ha scritto Anna Falliranno “Chaplin aveva colto perfettamente gli stereotipi della rappresentazione del potere […]; evidente appare anche lo studio dei filmati di propaganda e l’analisi attenta delle pose e della tecnica oratoria di Hitler”. A guerra finita Chaplin ebbe a dire: “Se avessi saputo com’era spaventosa la realtà dei campi di concentramento, non avrei potuto fare Il grande dittatore; non avrei trovato niente da ridere nella follia omicida dei nazisti”. 

SCHINDLER’S LIST di Steven Spielberg, 1993

Uno dei più grandi registi si sporca le mani con la tragedia della propria razza e religione e gira un altro film capolavoro. Spielberg  fuoriesce dalla sua precedente filmografia di puro intrattenimento, non prende alcun compenso di un film che voleva solo produrre e mette la sua arte al servizio della Memoria. Il film s’ispira alla vera storia di Oscar Schindler, un industriale tedesco che, mettendo a rischio la propria vita e la propria carriera, riesce a salvare migliaia di ebrei da un tragico destino. Molte riprese a spalla con uno straordinario bianco e nero per aumentare la drammatica veridicità dei tragici avvenimenti, fondendo stilemi del documentarismo e del neorealismo. Ci sono alcune scene a colori: all’inizio con le luci delle candele accese per la festa ebraica dello Shabbat, nella sottolineatura indimenticabile del cappotto rosso di una bambina che perisce nella mattanza (accusa spietata agli Alleati di non aver fatto tutto per fermare l’Olocausto nazista) e nel finale quando gli ebrei sopravvissuti e gli attori insieme al regista pongono delle pietre, secondo l’usanza ebraica, sulla vera tomba di Schindler. Ben 7 premi Oscar e definitiva consacrazione di Spielberg. Grazie al film tutti conoscono oggi la frase del Talmud: “Chi salva una vita salva il mondo intero”.

LA VITA È BELLA di Roberto Benigni, 1997

Un comico e regista italiano si assume la grande responsabilità di affrontare la tragedia dell’Olocausto con una fiaba comica dai delicati sentimenti universali. Durante la dittatura fascista, merito contestuale sulle nostre colpe nazionali, un giovane ebreo (lo stesso Benigni) conosce una maestra elementare (Nicoletta Braschi) e con lei costruisce una famiglia. L’aggravarsi delle leggi razziali e i rastrellamenti nazisti portano l’uomo ad essere deportato in campo di concentramento con il figlioletto Giosuè. Per proteggere il piccolo dagli orrori dello sterminio, il papà costruisce un gioco che lo preserva da quello che sta accadendo. Grande successo internazionale con tre premi Oscar (miglior film straniero, Benigni miglior attore e la colonna sonora di Piovani) ma anche film da incassi stratosferici in tutto il mondo e con 16 milioni di spettatori alla prima televisiva italiana. Molte le polemiche. Monicelli e alcuni esponenti comunisti contestarono duramente la scelta di stravolgere la Storia con la liberazione dei campi da parte americana e non sovietica giudicata una benevolenza opportunistica per la corsa all’Oscar. Anche in America la contesa fu al calar bianco. Durissimo tra i tanti il New Yorker che scrisse “Benigni nega l’Olocausto” illustrando l’articolo con una vignetta del celebre fumettista ebreo Art Spiegelman che mostra un reduce dei lager con l’Oscar in mano. Polemiche oggi dimenticate nei confronti di un grande film che continua a parlare al cuore e alla mente di chi ha la fortuna di vederlo per la prima volta. 

IL PIANISTA di Roman Polanski, 2002

Il racconto dell’Olocausto, visto con gli occhi di un pianista ebreo che sopravvive all’occupazione della Polonia e tratto dall’autobiografia di Wladyslaw Szpilman. Roman Polanski, che aveva rifiutato di girare il film di Spielberg, aggiunge un altro film imprescindibile alla filmografia dell’Olocausto facendo leva anche sui propri ricordi autobiografici di ebreo polacco. Diviso nella trama in due parti, tra la storia corale di una comunità e la solitudine di un uomo braccato come un topo, ha il merito, come ha  scritto Morandini “di spiegare a ritroso il cinema che ha fatto Polanski per 40 anni, le sue radici e gli incubi, con un costante controllo della materia narrativa e delle emozioni”. Musiche stupende. Messe di premi in tutto il mondo in cui svettano tre Oscar e la Palma d’Oro a Cannes

TRAIN DE VIE di Radu Mihaileanu, 1998 

Diffidate da chi lo considera un piccolo grande film. È un grande film di un regista rumeno che affida alla scemo di un villaggio ebraico dell’Europa dell’Est il compito di narrare una paradossale storia sulla persecuzione. Stanno arrivando i nazisti per deportare tutti e la comunità s’inventa un finto treno tedesco che confonde ruoli, situazioni e verismo spalmando su tutta la trama una comicità lunare e surreale. La commedia contamina la tragedia senza mostrare lo sterminio poggiandosi sui personaggi tipo del rabbino, del comunista, dei perseguitati rom, di veri e falsi nazisti. Sostenuto dalle possenti musiche klazmer di Goran Bregovic l’opera buffa nell’edizione italiana si avvale delle competente consulenza di Moni Ovadia. Battute, situazioni farsesche, pericoli scampati, scambi di persona in salsa yiddish ne fanno un’opera perfetta.

ARRIVEDERCI RAGAZZI di Louis Malle, 1987

Film di formazione ispirato a una storia realmente accaduta nella Francia collaborazionista e vissuta dal regista che ne firma anche la sceneggiatura. Alcuni ebrei si nascondono in un collegio di gesuiti registrati sotto falso nome, ma quando la Gestapo si accorge dell’inganno arresta il direttore e tutti i ragazzi da lui protetti. Come ricorre spesso nel cinema francese gli ebrei vengono scoperti a causa della denuncia di un inserviente francese zoppo e povero che nella delazione trova la sua vendetta sociale. Film sul passaggio dell’infanzia all’eta adulta che ti fa scoprire l’orrore del mondo. Sublimi la corsa nel bosco, la lettura proibita de “Le Mille e una notte”, la proiezione di un film di Charlot e la battuta finale che giustifica il titolo del film. Applauditissimo Leone D’Oro a Venezia

IL FIGLIO DI SAUL di László Nemes, 2015 

Strepitosa opera prima. Ad Auschwitz un prigioniero ungherese diventa Sommerkommander,  ossia quel tipo di prigioniero, che nella speranza di sopravvivere, aiuta i nazisti nella loro opera di sterminio. Secondo Andrea Chimento: “Lo stile concitato e la splendida messinscena (la cinepresa è perennemente attaccata al volto del protagonista) lo rendono un prodotto struggente e imperdibile”. Gli orrori del lager sono spesso fuori campo lasciandoli intuire e dotando il film di grande originalità. Un film indipendente che ha saputo mostrare un nuovo approccio alla filmografia dell’Olocausto con grande perizia cinematografica e svolgimento di racconto che non è solo scelta stilistica ma anche morale. Premio Oscar e Gran Prix speciale a Cannes.

IL DIARIO DI ANNA FRANK di George Steven, 1959

Film da recuperare nelle programmazioni scolastiche per la Giornata della Memoria. Ebbe il merito di diffondere al grande pubblico, a tre lustri dalla conoscenza dell’orrore, i contenuti del celebre diario che era stato adattato per il teatro. Quasi tre ore di durata con il padre che torna nella soffitta rifugio e trovando il diario di Anna ripercorre  il tempo e le vicende della sua famiglia prima di entrare nell’orrore dell’Olocausto. Il regista, che aveva realizzato un documentario “sconvolgente” sulla liberazione di Dachau, ha ottima mano nel tenere un’altissima tensione in un film claustrofobico interamente girato in un appartamento. Tre Oscar, uno a Shelley Winters fantastica attrice non protagonista nei panni tragicomici di una donna angosciata dai nazisti. Il miglior film di sempre su Anna Frank. 

MR KLEIN di Joseph Losey, 1976

Nella Parigi del 1942 un mercante d’arte specula sui quadri posseduti dagli ebrei perseguitati da nazisti e francesi di Petain. Ma viene scambiato per un ebreo con il suo stesso nome inseguendo in una trama molto labirintica il suo doppio. Klein finirà nella storica e realmente avvenuta deportazione degli ebrei al Velodromo nei giorni della Grande Rafle del 16 e 17 luglio ’42. Film profondamente kafkiano secondo Morandini “non è un film sull’antisemitismo ma sull’indifferenza, sull’ideologia della merce”. Losey si avvale della sceneggiatura di Solinas, di una riuscitissima fotografia e di una superba interpretazione di Alain Delon

KAPÒ di Gillo Pontecorvo, 1960 

Anche questo film poggia sulla sceneggiatura di Franco Solinas, uno dei migliori scrittori del nostro cinema. Anni fa Silvio Berlusconi apostrofò all’europarlamento il capogruppo socialista tedesco Schulz come “Kapò”. Voleva dargli del nazista. Ma kapò era la vittima che collaborava con i nazisti, in un ruolo simile a quello del film ungherese di Nemes. In questo film una giovane  donna ebrea vede morire i suoi genitori nella camera a gas. Una disperata paura di morire spinge la ragazza a concedersi freddamente ai suoi aguzzini e a schierarsi dalla loro parte. L’amore provocherà una presa di coscienza. Furibonda polemica critica da parte di Rivette dei Cahiers du Cinema che contestò la scelta registica di Pontecorvo. Resta un film di gran vigore e di originale riflessione. 

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Biotestamento: 113mila in due anni

People For Planet - Ven, 01/24/2020 - 11:21

A due anni dall’entrata in vigore della legge sul testamento biologico sono 113mila gli italiani che hanno depositato nei Comuni italiani le loro volontà riguardo agli interventi sanitari ai quali vogliono o non vogliono essere sottoposti nel caso si trovassero nell’impossibilità di esprimere le propria volontà ai medici.

Molti, pochi? Non molti a dire il vero, d’altra parte il sistema Dat non è ancora del tutto attivo. La svolta dovrebbe darla il decreto firmato a dicembre da ministro della Salute  Roberto Speranza e pubblicato il 17 gennaio in Gazzetta Ufficiale che dà il via libera alla “banca dati nazionale”.

Era il pezzo che mancava, ed era importante visto che se le volontà del paziente non sono facilmente consultabili in rete dai medici come fanno questi ultimi a sapere come comportarsi visto che il paziente stesso non è in grado di esprimersi?

Le Disposizioni anticipate di trattamento non sono raccolte solo dai Comuni, nella banca dati devono essere inserite anche quelle raccolte dai notai, e dalle Asl, che ancora non hanno aperto ai pazienti questa possibilità proprio perché manca la banca dati.

Insomma, se le cose andranno tutte per il verso giusto entro pochi mesi il numero dei testamenti biologici è destinato ad aumentare sensibilmente.

Se le Regioni si attivano a raccogliere i Dat, nelle Asl, per ora si stanno attrezzando solo Toscana ed Emilia-Romagna, per le altre i tempi sono più lunghi.

Se si risolvono i problemi legati alla privacy: il Garante sta analizzando la documentazione e appontando le linee guida per la gestione della banca dati.

Se…

Attendiamo fiduciosi.

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Coronavirus cinese: all’origine dell’epidemia un evento di “spillover”

People For Planet - Ven, 01/24/2020 - 11:02

Il coronavirus cinese 2019-nCoV che sta causando in Cina un’epidemia di polmonite atipica sarebbe arrivato all’uomo dai serpenti. Ma poiché, come ben sappiamo, il contatto con gli animali non è sinonimo d’infezione certa per l’uomo – altrimenti saremmo continuamente soggetti al cimurro canino o a qualsiasi altra infezione che interessa i nostri amici animali – il possibile meccanismo che ha dato origine all’epidemia in corso è molto probabilmente il cosiddetto “salto di specie“, altrimenti detto “spillover“.

La spiegazione arriva da un articolo di Medicalfacts, il portale dedicato alla divulgazione scientifica diretto dal virologo Roberto Burioni, ordinario di microbiologia e virologia all’Università Vita e Salute del San Raffaele di Milano che da anni si batte contro la disinformazione scientifica. Proviamo a seguire il ragionamento.

Affinché si verifichi il cosiddetto “salto di specie” o “spillover”, le condizioni necessarie sono tre: il contatto fra uomo e animale, la capacità del virus che infetta l’animale di replicarsi all’interno dell’organismo umano e la capacità del virus di trasmettersi da un uomo a un altro.

Tutto inizia da uno stretto contatto con gli animali

Quanto alla prima condizione, si legge su Medicalfacts, «la probabilità di essere infettati da un virus animale è tanto maggiore quanto più alta è la frequenza con cui si entra in contatto con una data specie animale». Ecco perché «i virus potenzialmente più pericolosi sono quelli che infettano animali con cui l’uomo ha più a che fare. Soprattutto animali vivi, ma anche la loro carne macellata o le loro deiezioni» .

Il virus deve avere la chiave giusta per infettare l’uomo

Quanto alla seconda condizione, ovvero la capacità del virus animale di replicarsi all’interno dell’organismo umano, «il contatto con l’animale non è, però, sinonimo d’infezione certa per l’uomo». Un virus che infetta un certo animale per riuscire infettare l’essere umano deve adattarsi alle condizioni presenti nel nostro organismo. Il che è tutt’altro che facile: «Per far questo, il virus deve avere una ‘chiave giusta’ che gli permetta di ‘aprire la porta‘ delle nostre cellule. Non esistono passe-partout. Ogni virus ha una chiave specifica che solitamente apre un numero molto limitato di porte».

A volte però, continua l’articolo, alcuni virus hanno chiavi “simili”. «Non perfette per le serrature delle nostre cellule ma che, con un po’ di sforzo, possono aprirne le porte». Una caratteristica piuttosto frequente nei coronavirus, tanto che «negli ultimi 20 anni per ben due volte coronavirus animali sono riusciti a forzare le nostre serrature, causando due fra le peggiori epidemie recenti: la Sars e la Mers. E quella in corso ha tutte le potenzialità di poter essere la terza».

La trasmissione da uomo a uomo

Per diffondersi tra gli uomini non è però sufficiente il passaggio da animale a uomo: è indispensabile anche che esso sia in grado di trasmettersi a un altro essere umano: «Deve, cioè, essere in grado di forzare la serratura delle cellule anche di un altro essere umano al quale è stato trasmesso. Il problema è che alcuni virus, fra cui i coronavirus, sono in grado di adattare geneticamente la propria chiave rendendo sempre più efficace l’apertura della porta delle cellule umane. A quel punto, più si trasmettono meglio si adattano all’ospite uomo, diventando sempre più dei virus ‘umani’».

Hiv, Sars e Mers

Diversi sono nella storia della scienza i virus che hanno fatto il cosiddetto “salto di specie da animale a uomo”: dalle scimmie ci è arrivato l’Hiv, il virus dell’immunodeficienza umana, dai dromedari e dai cammelli la sindrome respiratorie mediorientale Mers (registrata per la prima volta in Arabia Saudita nel 2012) e da piccoli mammiferi la Sars, che dette vita alla nota epidemia di polmonite atipica nel 2002.

Leggi anche: Nuovo coronavirus cinese: il contagio all’uomo è arrivato dai serpenti. Vittime in aumento

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A Bologna un tuffo nella realtà virtuale! (Video)

People For Planet - Ven, 01/24/2020 - 07:00

Avete mai sentito parlare di realtà virtuale? L’avete mai provata? A Bologna, presso il centro Vrums in via Zaccherini Alvisi 8, si può. E non solo con dei videogiochi ma anche con film in realtà virtuale ed esperienze educative dedicate, ad esempio, all’arte.

Vrums è anche uno spazio dove sviluppare le nuove idee.

Intervista a Simone Salomoni, socio e uno dei fondatori di Vrums.

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Video di Martina De Polo e Francesco Saverio Valentino

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Italia Sicilia Gela in the world

Gela Le Radici del Futuro - Gio, 01/23/2020 - 15:23

Continua la cavalcata nei festival di tutto il mondo della prima stagione della Web Serie Italia Sicilia Gela prodotta dal progetto Gela Le Radici del Futuro e con la regia di Iacopo Patierno.

Arriva ora la candidatura al Bogotà Web Fest in Colombia come miglior documentario internazionale e la selezione ufficiale all’Apulia Web Fest di Bari.
Questi risultati si sommano alle selezioni al Web Series Festival Global di Hollywood, Seoul Webfest, Copenhagen Web Fest, Bilbao Seriesland Web Fest Festival, International Online Web Fest di Londra e Bellaria Film Festival e alle vittorie al The Next International Short Film Festival di Calcutta e al Sicily Web Fest.

La web serie Italia Sicilia Gela Prima stagione nasce all’interno del progetto di promozione del territorio Gela Le Radici del Futuro, avviato nel 2017 da Gruppo Atlantide con il sostegno di Eni e il Patrocinio del Comune di Gela. Ha già raggiunto le 600.000 visualizzazioni online con un trend in continua crescita e grande apprezzamento da parte del pubblico.
La presenza della web serie a molti festival internazionali aiuta la città a farsi conoscere nel mondo e valorizzare le proprie attrazioni turistiche.

Nel 2020 presenteremo la seconda stagione, stay tuned!

 

Per vedere la Prima stagione di Italia Sicilia Gela clicca qui

Qui sottotitolata in inglese

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