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Il Ministero dell’Ambiente diventa “plastic free”

People For Planet - Mar, 10/02/2018 - 04:42

Sono iniziati i cambiamenti che renderanno entro il 4 ottobre 2018 il ministero dell’Ambiente Plastic Free.  Il Ministro Sergio Costa lo avevo annunciato il 5 giugno scorso e adesso, attraverso un post pubblicato la scorsa domenica su Facebook, comunica l’avvio concreto al cambiamento green. Così si scrive:

“L’avevamo promesso subito, fin dal primo giorno, e ci siamo: il 4 ottobre il ministero dell’Ambiente diventa #plasticfree! Inizia domani una settimana di cambiamenti in quella che per me è la Casa di Tutti: l’installazione dei dispense di acqua alla spina, la sostituzione dei prodotti all’interno dei distributori.
Ed è una piccola grande rivoluzione che non riguarda solo il Ministero. Se così fosse, sarebbe davvero limitata. Da quando abbiamo lanciato la “sfida”, ed era il 5 giugno, durante la Giornata internazionale dell’Ambiente, ci sono arrivate centinaia di adesioni: comuni, regioni, università, prefetture, associazioni, catene di supermercati, piccole isole… un’onda che si sta propagando anche nelle case di ciascuno di voi. Continuate a raccontarci la vostra trasformazione #plasticfree sia qui che su Twitter, taggandomi.
Contemporaneamente, stiamo lavorando a due grandi leggi per la riduzione della plastica monouso e degli imballaggi. Una sarà pronta entro un paio di settimane e ci piacerebbe chiamarla “SalvAmare” e di fatto anticipa la direttiva europea contro la plastica monouso.
L’altra prevede agevolazioni sia per gli imprenditori che scelgono di ridurre gli imballaggi sia per i consumatori che riempiranno il carrello con prodotti più sostenibili, e per questa abbiamo già trovato i fondi.
Serve l’aiuto di tutti, di ciascuno di noi, a tutti i livelli, perché l’Ambiente non ha colori e non ha steccati politici.
#IosonoAmbiente
Ad maiora semper”

Quindi, in arrivo due leggi contro plastica monouso e imballaggi e un reale cambiamento in corso da parte di un’istituzione che deve fungere da esempio non solo per i singoli cittadini, ma anche e soprattutto per le altre istituzioni italiane. Nel suo video pubblicato sul sito ufficiale del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, il Ministro Costa non manca di sollecitare apertamente il Presidente della Camera, l’Onorevole Roberto Fico e il Ministro dello sviluppo economico e del lavoro, l’Onorevole Luigi di Maio, affinché prendano d’esempio il Ministero di via Cristoforo Colombo e si assumano l’impegno di liberarsi una volta per tutte dalla plastica.

Ricordiamoci che ognuno di noi è motore del cambiamento. Sarebbe anche solo sufficiente porre più attenzione alle nostre azioni quotidiane per fare molto: scegliere con cura i nostri acquisti, modificare i consumi, ridurre gli sprechi

Puoi cominciare subito a essere parte del cambiamento! Leggi e sottoscrivi il Manifesto di People For Planet dove sono proposte 3 leggi facili per un mondo di domani migliore.

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Più bici che auto private: Copenaghen capitale europea del traffico green

People For Planet - Mar, 10/02/2018 - 02:24

Ogni paese ha i suoi primati, i paesi più civili di solito vantano primati positivi. E’ il caso della Danimarca, giudicato da anni dall’Onu la società più felice del mondo. Copenaghen, la bella capitale del regno, è diventata la prima metropoli dove nel vasto centro circolano più biciclette che non automobili private. La prima almeno in Europa, aggiungiamo, perché non sono a disposizione dati precisi sulle megalopoli asiatiche o africane, dove però moto e motorini sono preferiti alle bikes.

E’ un successo sui cui allori Copenaghen non vuole dormire, anzi: progetta di continuo nuove iniziative per incoraggiare sempre più pendolari a usare la bicicletta e non l’auto privata per il percorso casa-lavoro. Attualmente scelgono le due ruote a pedali 41 pendolari su cento, l’obiettivo è di raggiungere entro il 2025 un numero del 50 per cento e oltre dei ‘commuters’ che lasciano l’auto in garage o davanti casa e vanno a lavorare in bici.

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Vade retro Var, gli arbitri celebrano la rivincita del luddismo

People For Planet - Mar, 10/02/2018 - 02:17
Ned Ludd

Ned Ludd è un misterioso personaggio sulla cui esistenza esistono forti dubbi. Avrebbe vissuto tra il Settecento e l’Ottocento, e in piena rivoluzione industriale si sarebbe reso protagonista della distruzione di un telaio meccanico. Ha così incarnato nell’immaginario mondiale la resistenza alla meccanizzazione del lavoro, all’avanzare della tecnologia che avrebbe via via ridotto gli spazi occupazionali per l’uomo.

La resistenza passiva

Cosa c’entra col calcio, direte voi? C’entra, c’entra. Nonostante le belle parole che ogni tanto ci propinano alti dirigenti del calcio italiano e internazionale, è quel che sta avvenendo con la resistenza all’introduzione dell’uso della tecnologia nel mondo del pallone. A differenza del luddismo, questo movimento politico sta raggiungendo i propri obiettivi. Gli arbitri – che a parole sono tutti compatti nell’affermare che il Var è una manna dal cielo – di fatto hanno attuato una sorta di resistenza passiva, uno sciopero bianco. E hanno progressivamente e lentamente depotenziato la tecnologia. In Italia, ma non solo. E non lasciatevi abbindolare dalle promesse dell’uso del Var in Champions o in altri campionati.   

Gli arbitri sono figure sacrali

Non ci vuole Machiavelli per arrivare alla conclusione che la delega al mezzo televisivo costituisce la perdita di un potere. Non più arbitro in terra del bene e del male, per dirla alla De Andrè che parlava di un giudice ma va bene lo stesso. Bensì al massimo addetto al videoregistratore, intento a premere i pulsanti per la visione rallentata dell’azione. Sarebbe un po’ come se le sorti della Festa del ringraziamento fossero affidate ai tacchini. Voterebbero all’unanimità per l’abolizione, ovviamente. Gli arbitri – e i dirigenti – stanno facendo lo stesso. In maniera più dissimulata. E approfittando della cortina sovietica che da sempre avvolge il mondo del calcio. Un sistema di potere impermeabile a qualsiasi agente esterno. E così nessuno domanda, nessuno indaga, nessuno si informa. L’arbitro è una figura sacrale che non può essere disturbata.

Loro ce l’hanno fatta

Mentre in tanti sport l’uso dello strumento televisivo è pacificamente accettato, nel calcio ci si scontra con un muro di gomma di un’efficacia straordinaria. L’arbitro resta il giudice supremo della partita. E poco importa se in tv sia possibile guardare e individuare qualcosa che è sfuggito al direttore di gara. È come se non fosse mai esistito se non è lo stesso arbitro ad accettarne l’intervento. È meraviglioso. È l’arbitro che decide se aprire le porte del calcio alla realtà. Come se noi avessimo il potere di impedire a una brutta notizia di entrare nelle nostre vite.

C’è anche tanta innegabile invidia sia per i tecnocrati del pallone sia per questi signori – un tempo in giacchetta nera – che per novanta minuti detengono le chiavi delle emozioni di milioni di persone. Invidia perché ormai la nostra vita è quasi tutta legata all’uso della tecnologia. Il luddismo è stato travolto più che sconfitto. Eppure infonde speranza sapere che c’è una piccola regione battagliera che continua fieramente a resistere. E che nel proprio territorio detiene la maggioranza assoluta. Un fortino inespugnabile che è riuscito a smentire la profezia di Orwell con il suo 1984, che ha fatto marameo a Popper e la sua “cattiva televisione”. E che ti inchioda quando ti sfida ad affermare che possa esistere una e una sola verità. Non può esistere, e allora è meglio la loro.

Ned Ludd è stato vendicato

Un mondo, il loro appunto, dove si cucina ancora con la bombola. Ci si lava con l’acqua calda riscaldata col fuoco. Zero frigoriferi. Non ci sono bancomat né carte di credito. Niente Telepass, ma che diciamo: niente automobili. Non ci azzardiamo a citare gli i-pad o gli smart-phone. Non sanno nemmeno che cosa siano. Google tutt’al più è un calciatore dalla provenienza misteriosa, probabilmente di origine armene. Gli arbitri comunicano col telefono a gettone. I mega direttori galattici dell’universo del pallone scrivono direttamente nel cielo i loro pensieri. Come in Fantozzi.

Il caro vecchio calcio non si è piegato. Meglio non ingrandire l’immagine, come ci mostrò Antonioni col suo Blow-up. “Stiamo bene così – ci sembra di ascoltarli -. E quando le polemiche superano il livello di guardia, riaccendiamo la tv per qualche partita. Giusto il tempo di far placare le acque”. Ned Ludd è stato vendicato.

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Abbiamo meno di 10 anni per dire stop alle auto a benzina e diesel se vogliamo salvare il clima

Le Buone Notizie di Cacao - Lun, 10/01/2018 - 13:00

Se vogliamo limitare l’innalzamento della temperatura del pianeta dovremo ridurre le auto e rinunciare a quelle a diesel, benzina e ibride entro il 2028 in tutta Europa
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L’India che va avanti

Le Buone Notizie di Cacao - Lun, 10/01/2018 - 12:59

Dopo l’approvazione della legge che depenalizza l’omosessualità, i giudici della Corte Suprema Indiana hanno depenalizzato anche l’adulterio mandando in pensione una legge dell’epoca coloniale. "Il marito non è più il proprietario della sua sposa".

Pure le capre preferiscono chi è felice

Le Buone Notizie di Cacao - Lun, 10/01/2018 - 12:58

Secondo una ricerca della Queen Mary University di Londra, le capre sarebbero capaci di riconoscere lo stato d’animo umano e preferiscono le persone felici a quelle arrabbiate.
E non solo, secondo lo studio pure i panda, i cani e i cavalli avrebbero la stessa capacità.
Sorridete alla capra, per favore.
(Fonte: La Stampa)

Speriamo che chiuda

Le Buone Notizie di Cacao - Lun, 10/01/2018 - 12:57

A Malmö, in Svezia ha aperto un ristorante antispreco che serve pasti cucinati con soli ingredienti invenduti perché in scadenza.
Il locale è sempre piene e il proprietario Erik Anderssen si augura di chiuderne i battenti entro cinque anni: “Vorrebbe dire che avremo un sistema antispreco funzionante.
(Fonte: Repubblica)

Auto elettriche: produrle in Ue costa caro, mantenerle anche. La Cina sorride

People For Planet - Lun, 10/01/2018 - 12:46

A lanciare l’allarme è Herbert Diess, Chief Executive Officer di Volkswagen, che avverte: mantenere la promessa di proporre al mercato una versione elettrica di ogni modello di auto costerà più del previsto. Non basteranno i 20 mld di euro immaginati, almeno alla luce di nuovi dati che spingerebbero Diess a pressare l’azienda verso una riduzione delle spese funzionale ad investire su nuove tecnologie e fronteggiare eventuali crisi.

Le dichiarazioni sono estratte da un’intervista Diess ha realizzato per una newsletter interna, in cui appunto ammette che i costi della transizione verso l’elettrico sono più alti di quanto ci si aspettasse. La ragione è anche che i competitor hanno fatto progressi maggiori, ma si tratta di una preoccupazione comune che unisce tutte le case produttrici. Anche la Daimler (Mercedes-Benz) ha recentemente ammesso che la prospettiva di presentare una gamma di 10 veicoli elettrici entro il 2022 significa oltrepassare le stime di 10 mld di euro previsti inizialmente come investimento. Da parte sua, VW ha in programma di aggiungere 300 versioni ibride plug-in e elettriche al 2030, di conseguenza la questione costi diventa fondamentale.
Servono profitti per finanziare il nostro futuro”, sentenzia Diess. Ma non sono soltanto slogan allarmistici, si parla di numeri. “Il 4% è il minimo, il 5-6% ci consente alcuni investimenti, il 7-8% ci rende a prova di crisi”. Detto questo, la crisi di cui parla Diess non è comunque imminente: la strategia del gruppo al 2025 ha come obiettivo un utile operativo sulle vendite che si attesti proprio tra il 7 e l’8%, con sviluppi particolari nel comparto della mobilità sostenibile.

Costruire auto elettriche significa oggi vedersela con l’elevato costo delle componenti, batterie in primis. In generale, l’Europa è partita in ritardo rispetto a Paesi come la Cina che invece concede crediti per i produttori di veicoli elettrici e nell’ultimo anno ha investito 21,7 mld di euro in questo settore (l’Ue 3,2 mld). Le cifre vengono dal rapporto “Auto elettrica: investimenti e nuovi posti di lavoro in Cina. E l’Europa?” diffuso da Greenpeace, Legambiente, WWF, Kyoto Club, Fondazione per lo sviluppo sostenibile e Cittadini per l’Aria, che nei mesi scorsi si erano rivolti al ministro Sergio Costa perché venissero introdotti obiettivi di vendita per i produttori. Si legge:

“La politica cinese in materia di veicoli puliti – il ‘mandato per i veicoli a energia nuova’ – prevede che i costruttori di automobili ottengano crediti per la produzione di veicoli elettrici equivalenti al 10% del mercato complessivo delle autovetture nel 2019 e al 12% nel 2020. Considerando la struttura del credito, l’obiettivo per il 2020 si tradurrebbe in veicoli a zero emissioni pari a circa il 4% dei veicoli venduti. Nel novembre dello scorso anno, la Commissione europea ha proposto nuovi obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 delle autovetture del 15% e del 30% rispettivamente nel 2025 e nel 2030, ma non ha posto nessun obiettivo significativo sulle vendite di veicoli a zero emissioni”.

Se l’Europa non schiaccerà l’acceleratore, insomma, si potrebbe verificare un’invasione di componenti provenienti dal mercato cinese, gli stessi produttori peraltro si stanno affrettando ad aprire stabilimenti in Cina o a stringere partnership con realtà locali, basti pensare alla joint venture tra BMW Group e Brilliance China Automotive Holdings o alla megafactory che la stessa VW possiede in Cina, a Foshan, entrambi siti destinati allo sviluppo della e-mobility attraverso la fabbricazione di batterie.

Va meglio dal punto di vista dei potenziali acquirenti di veicoli elettrici, ma non in Italia. Secondo i dati pubblicati da LeasePlan, nel nostro Paese possedere un’auto elettrica costa più che altrove.
Lo studio annuale Car Cost Index mostra che i veicoli elettrici sono già più economici rispetto alle auto con motore tradizionale in Norvegia e nei Paesi Bassi, mentre in Belgio e nel Regno Unito, il gap nel costo totale di proprietà si sta rapidamente riducendo. Ma in Italia, rispetto ad una media Ue di costo medio di possesso di 616 euro mensili, si arriva al primato di 761 euro mensili come media delle 3 alimentazioni (benzina a 667 euro, diesel 628 e elettrico a 986 euro). Si spende meno che altrove in Polonia: 448 euro.
I costi di proprietà considerati sono quelli del segmento auto di piccole e medie dimensioni di 21 Paesi Ue e vengono presi in esame tutti i costi sostenuti dagli automobilisti, compresi carburante, ammortamento, imposte, assicurazione e manutenzione.
Rapportato al PIL dei vari paesi, i conducenti in Italia, Finlandia e Belgio devono sostenere il costo di proprietà più elevato, mentre gli automobilisti di Irlanda, Polonia e Svizzera quello più basso. Soltanto la Norvegia presenta un costo medio totale di proprietà per un veicolo elettrico – 670 euro al mese – inferiore al costo da sostenere sia per un’auto a benzina (731 euro) che a diesel (722 euro).

Non dimentichiamo poi che i proprietari di veicoli elettrici pagano più tasse: in media 131 euro al mese in tasse di circolazione e IVA per via dei costi di acquisto elevati, contro i 104 euro spesi in media per le auto alimentate a benzina e i 108 euro per quelle a diesel. Ma risparmiano in termini di alimentazione: 39 euro in media al mese per l’energia elettrica contro i 110 euro della benzina e i 78 euro del diesel. La benzina resta ancora la soluzione più economica per i guidatori in Romania, dove il costo totale mensile di proprietà per un veicolo è di 353 euro in media e le imposte si paga 50 euro al mese di IVA e una tassa di circolazione inferiore del 48% rispetto alla media europea.

 

 

Fonte img di copertina: Flickr

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