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Dentifricio e collutorio fai da te. Eco-sostenibili ed economici!

People For Planet - Mer, 05/13/2020 - 10:00

Forse alcuni si staranno domandando perché dovremmo realizzare un dentifricio e un colluttorio fai da te? La risposta è semplice: molti dei dentifrici che troviamo oggi in commercio possono essere dannosi sia per la nostra salute che per l’ambiente a causa delle microplastiche che contengono al loro interno. Infatti, queste piccole sfere in plastica, possono essere ingerite da noi e dai pesci una volta che finiscono nello scarico del lavandino. Dal canale YouTube Dolvia ecco una ricetta facile ed economica! Cosa mi serve:

  • Olio di cocco;
  • Oli essenziali a piacere;
  • Bicarbonato di sodio;
  • Sale;
  • Due recipienti in vetro: una bottiglia per il collutorio e un vasetto/barattolo per il dentifricio.
Dolvia

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Come puoi ridurre le microplastiche dalla tua lavatrice
Vivere a “rifiuti zero” con eleganza

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Fase 2, che cultura sarà?

People For Planet - Mer, 05/13/2020 - 08:00

Intervista a Lucrezia Ercoli, direttrice artistica del festival Popsophia, sulla proposta del Ministro Franceschini di creare una piattaforma a pagamento per la cultura italiana, in stile Netflix

C’è molta confusione sul futuro dell’industria culturale italiana. All’appello di artisti e lavoratori del mondo dello spettacolo per la creazione di un Fondo per la Cultura, si aggiungono le soluzioni fai da te di teatri e fondazioni in vista dell’estate. Festival lirici all’aperto, come il Ravenna festival, hanno inviato alla task force Colao le prime bozze di protocolli per concerti in sicurezza nei weekend di agosto. Ma faticano a vedersi risposte del governo – ammesso che la curva dei contagi non torni a salire nelle prossime settimane – su come poter concretamente organizzare l’offerta culturale del paese d’ora in avanti.

Unico segnale progettuale è quello di cui si è discusso molto in questi giorni, l’idea del Ministro della Cultura, Dario Franceschini, di creare «una Netflix della cultura italiana che consenta di offrire online ciò che non si può usufruire dal vivo, naturalmente a pagamento». Digitalizzare la cultura italiana e renderla a portata di smartphone. Una proposta che da sola probabilmente non riuscirà a tamponare il disastro economico e sociale che la crisi ha prodotto nel mondo culturale italiano, composto da circa un milione e mezzo di lavoratori.

Ma in effetti è plausibile pensare che lo streaming sarà davvero il protagonista della convivenza della nostra cultura con il virus. Il Salone del Libro di Torino propone, dal 14 al 17 maggio, una serie di dirette e collegamenti su più piattaforme con scrittori e intellettuali, che verranno poi raccolti nel sito salonelibro.it. Tuttavia anche questa del Salone è una versione “extra” appunto, che non potrà mai sostituire la sua realizzazione fisica, ancora molto attesa da organizzatori, editori e lettori, probabilmente prevista per il prossimo autunno. Allo stesso modo di come non si può immaginare di non tornare a teatro ma di vedere spettacoli solo sullo schermo, nonostante sia certo che il digitale sarà sempre più presente in tutte le forme di espressione culturale.

Con Lucrezia Ercoli, docente dell’Accademia delle belle arti di Reggio Calabria e di quella di Macerata, nonché direttrice artistica del fortunato festival di filosofia contemporanea Popsophia, che si svolge ogni estate nelle Marche, proviamo a capire quali sono le nuove strade che il mondo culturale italiano dovrà percorrere dalla fase due in avanti.

Una “Netflix della cultura”, che ne pensa?

«Al momento è solo una dichiarazione d’intenti fatta dal Ministro Franceschini in televisione, ma concretamente non abbiamo visto proposte effettive con scenari per la ripartenza dell’industria culturale. Bisogna reinventare la produzione degli eventi culturali. È necessario avere idee nuove e concrete, che al momento io non vedo. È chiaro che parlare di una Netflix della cultura vuol dire pensare alla digitalizzazione della cultura, e quindi accelerare quel processo in standby da anni e potenziarlo. Ma deve essere fatto nel senso di una nuova produzione di eventi ibridi pensati per il digitale».

In che senso?

«In questi giorni stiamo riflettendo moltissimo sulla creazione dal nulla, sull’immaginazione pura di qualcosa che di fatto non esiste. La pandemia non è un acceleratore delle cose del passato, ma apre un futuro nuovo. Se non si costruisce una nuova grammatica con l’alfabeto digitale siamo a terra. La task force con i tecnici che c’è adesso non ha lo scenario che va oltre il dato. Bisogna andare oltre l’analisi dei dati per poter dare forma al futuro perché la cultura non è un’industria alla quale dai una data di apertura e le regole di sicurezza per riprendere la produzione nonostante le perdite. Non è come lavorare a distanza di sicurezza in fabbrica. Per la cultura bisogna pensare di più, ci vuole un apporto creativo diverso. Anche se abbiamo la data non si potrà ripartire come prima. Prendi un evento musicale, non è pensabile a distanza di sicurezza, è pura distopia. L’empatia dello spettacolo ha un codice, anche online. Bisogna cercare un’ibridazione tra il mondo di ieri e il nuovo».

Ma intanto, come sarà la fase 2 della cultura?

«Teatri, cinema ed eventi dal vivo hanno bisogno di uno scenario, ovvero come riapriamo? Con quali misure di sicurezza? Se si può andare in chiesa, a distanza di sicurezza, perché non si può andare al cinema? E in ogni caso la triste verità con cui dobbiamo confrontarci è che riapriranno solo i più grandi, quelli che già godono di assistenza statale e di finanziamenti, mentre le realtà medie e piccole, che si finanziano con i biglietti degli spettacoli o con le piccole produzioni collegate a sponsorizzazioni, soffriranno moltissimo. Purtroppo ci sarà una selezione data dal coronavirus».

Di cosa ha bisogno immediatamente il settore cultura in Italia?

«La cultura al momento ha bisogno di investimenti, non di beneficienza temporanea. Anche perché internet non va allo stesso modo in tutta Italia. La digitalizzazione nel campo culturale, come in quello scolastico, deve diventare terreno di investimento. Se ci fossilizziamo sulle regole del mondo di ieri, come gli orari di apertura dei musei, non ne usciamo. Va tutto completamente ripensato nel settore degli eventi culturali, anche per far fronte a una nuova paura, altrimenti chi ci va a questi eventi? Bisogna lavorare sul clima, che al momento non è propizio, anzi è molto caotico e confusionale per tutti. E poi un altro problema è la mancanza di progettualità, ovvero l’assenza di scenari concreti che impediscono la progettazione di qualsiasi format culturale nei mesi a venire. Gli eventi culturali se non si progettano non esistono. Serve tempo per ottenere finanziamenti, per organizzare».

Cultura e intrattenimento non sono spariti però in questo periodo, un po’ tutti hanno promosso e partecipato alle dirette sui social, potrebbe essere questa una strada da percorrere?

«La svolta digitale è fondamentale per ripensare agli eventi. Ma non possiamo mettere solo le cose così come sono online, perché altrimenti è tutto sullo stesso piano: la diretta che faccio nella mia cameretta e un evento che si registra altrove. La qualità della produzione va tarata per il web. Franceschini non deve scambiare il disperato grido di aiuto di intellettuali e artisti per produzione culturale. Quello delle dirette è stato un modo per dire siamo qui, ascoltateci, all’inizio molto gioioso, ma non più adesso, le settimane passano e le prospettive non ci sono. E non sono ovviamente solo i cantanti e gli attori, ma tutti i lavoratori che ruotano intorno a quegli eventi. Ciò che abbiamo visto online in questi mesi è stata autopromozione degli artisti, tutti si sono sentiti in diritto di chiedere all’artista qualcosa, ma è completamente sparita l’idea che questi contenuti siano lavoro e che quindi debbano essere pagati. Pagare per eventi online vuol dire vendere qualcosa di qualità, per uscire dall’uno vale uno che domina al momento».

Per Popsophia state pensando a una versione online?

«Durante la quarantena non abbiamo voluto alimentare il mare magnum di dirette, non potendo garantire il livello estetico e di qualità sul quale ci siamo sempre distinti. Stiamo pianificando già un evento a fine maggio e poi quelli estivi, che saranno legati alle nuove disposizioni di sicurezza, ma che avranno una piattaforma digitale diversa. Stiamo trasformando il sito in una sorta di canale, in cui lo spettacolo è pensato per andare online, con montaggi e servizi, utilizzando un linguaggio più vicino a quello televisivo che a quello teatrale, usato finora».

Leggi anche:
Poco e spesso: la cultura in formato snack
I 10 migliori film del decennio 2010-2019
5 serie tv e film per salvarsi l’anima

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People For Planet - Mer, 05/13/2020 - 08:00

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C’è molta confusione sul futuro dell’industria culturale italiana. All’appello di artisti e lavoratori del mondo dello spettacolo per la creazione di un Fondo per la Cultura, si aggiungono le soluzioni fai da te di teatri e fondazioni in vista dell’estate. Festival lirici all’aperto, come il Ravenna festival, hanno inviato alla task force Colao le prime bozze di protocolli per concerti in sicurezza nei weekend di agosto. Ma faticano a vedersi risposte del governo – ammesso che la curva dei contagi non torni a salire nelle prossime settimane – su come poter concretamente organizzare l’offerta culturale del paese d’ora in avanti.

Unico segnale progettuale è quello di cui si è discusso molto in questi giorni, l’idea del Ministro della Cultura, Dario Franceschini, di creare «una Netflix della cultura italiana che consenta di offrire online ciò che non si può usufruire dal vivo, naturalmente a pagamento». Digitalizzare la cultura italiana e renderla a portata di smartphone. Una proposta che da sola probabilmente non riuscirà a tamponare il disastro economico e sociale che la crisi ha prodotto nel mondo culturale italiano, composto da circa un milione e mezzo di lavoratori.

Ma in effetti è plausibile pensare che lo streaming sarà davvero il protagonista della convivenza della nostra cultura con il virus. Il Salone del Libro di Torino propone, dal 14 al 17 maggio, una serie di dirette e collegamenti su più piattaforme con scrittori e intellettuali, che verranno poi raccolti nel sito salonelibro.it. Tuttavia anche questa del Salone è una versione “extra” appunto, che non potrà mai sostituire la sua realizzazione fisica, ancora molto attesa da organizzatori, editori e lettori, probabilmente prevista per il prossimo autunno. Allo stesso modo di come non si può immaginare di non tornare a teatro ma di vedere spettacoli solo sullo schermo, nonostante sia certo che il digitale sarà sempre più presente in tutte le forme di espressione culturale.

Con Lucrezia Ercoli, docente dell’Accademia delle belle arti di Reggio Calabria e di quella di Macerata, nonché direttrice artistica del fortunato festival di filosofia contemporanea Popsophia, che si svolge ogni estate nelle Marche, proviamo a capire quali sono le nuove strade che il mondo culturale italiano dovrà percorrere dalla fase due in avanti.

Una “Netflix della cultura”, che ne pensa?

«Al momento è solo una dichiarazione d’intenti fatta dal Ministro Franceschini in televisione, ma concretamente non abbiamo visto proposte effettive con scenari per la ripartenza dell’industria culturale. Bisogna reinventare la produzione degli eventi culturali. È necessario avere idee nuove e concrete, che al momento io non vedo. È chiaro che parlare di una Netflix della cultura vuol dire pensare alla digitalizzazione della cultura, e quindi accelerare quel processo in standby da anni e potenziarlo. Ma deve essere fatto nel senso di una nuova produzione di eventi ibridi pensati per il digitale».

In che senso?

«In questi giorni stiamo riflettendo moltissimo sulla creazione dal nulla, sull’immaginazione pura di qualcosa che di fatto non esiste. La pandemia non è un acceleratore delle cose del passato, ma apre un futuro nuovo. Se non si costruisce una nuova grammatica con l’alfabeto digitale siamo a terra. La task force con i tecnici che c’è adesso non ha lo scenario che va oltre il dato. Bisogna andare oltre l’analisi dei dati per poter dare forma al futuro perché la cultura non è un’industria alla quale dai una data di apertura e le regole di sicurezza per riprendere la produzione nonostante le perdite. Non è come lavorare a distanza di sicurezza in fabbrica. Per la cultura bisogna pensare di più, ci vuole un apporto creativo diverso. Anche se abbiamo la data non si potrà ripartire come prima. Prendi un evento musicale, non è pensabile a distanza di sicurezza, è pura distopia. L’empatia dello spettacolo ha un codice, anche online. Bisogna cercare un’ibridazione tra il mondo di ieri e il nuovo».

Ma intanto, come sarà la fase 2 della cultura?

«Teatri, cinema ed eventi dal vivo hanno bisogno di uno scenario, ovvero come riapriamo? Con quali misure di sicurezza? Se si può andare in chiesa, a distanza di sicurezza, perché non si può andare al cinema? E in ogni caso la triste verità con cui dobbiamo confrontarci è che riapriranno solo i più grandi, quelli che già godono di assistenza statale e di finanziamenti, mentre le realtà medie e piccole, che si finanziano con i biglietti degli spettacoli o con le piccole produzioni collegate a sponsorizzazioni, soffriranno moltissimo. Purtroppo ci sarà una selezione data dal coronavirus».

Di cosa ha bisogno immediatamente il settore cultura in Italia?

«La cultura al momento ha bisogno di investimenti, non di beneficienza temporanea. Anche perché internet non va allo stesso modo in tutta Italia. La digitalizzazione nel campo culturale, come in quello scolastico, deve diventare terreno di investimento. Se ci fossilizziamo sulle regole del mondo di ieri, come gli orari di apertura dei musei, non ne usciamo. Va tutto completamente ripensato nel settore degli eventi culturali, anche per far fronte a una nuova paura, altrimenti chi ci va a questi eventi? Bisogna lavorare sul clima, che al momento non è propizio, anzi è molto caotico e confusionale per tutti. E poi un altro problema è la mancanza di progettualità, ovvero l’assenza di scenari concreti che impediscono la progettazione di qualsiasi format culturale nei mesi a venire. Gli eventi culturali se non si progettano non esistono. Serve tempo per ottenere finanziamenti, per organizzare».

Cultura e intrattenimento non sono spariti però in questo periodo, un po’ tutti hanno promosso e partecipato alle dirette sui social, potrebbe essere questa una strada da percorrere?

«La svolta digitale è fondamentale per ripensare agli eventi. Ma non possiamo mettere solo le cose così come sono online, perché altrimenti è tutto sullo stesso piano: la diretta che faccio nella mia cameretta e un evento che si registra altrove. La qualità della produzione va tarata per il web. Franceschini non deve scambiare il disperato grido di aiuto di intellettuali e artisti per produzione culturale. Quello delle dirette è stato un modo per dire siamo qui, ascoltateci, all’inizio molto gioioso, ma non più adesso, le settimane passano e le prospettive non ci sono. E non sono ovviamente solo i cantanti e gli attori, ma tutti i lavoratori che ruotano intorno a quegli eventi. Ciò che abbiamo visto online in questi mesi è stata autopromozione degli artisti, tutti si sono sentiti in diritto di chiedere all’artista qualcosa, ma è completamente sparita l’idea che questi contenuti siano lavoro e che quindi debbano essere pagati. Pagare per eventi online vuol dire vendere qualcosa di qualità, per uscire dall’uno vale uno che domina al momento».

Per Popsophia state pensando a una versione online?

«Durante la quarantena non abbiamo voluto alimentare il mare magnum di dirette, non potendo garantire il livello estetico e di qualità sul quale ci siamo sempre distinti. Stiamo pianificando già un evento a fine maggio e poi quelli estivi, che saranno legati alle nuove disposizioni di sicurezza, ma che avranno una piattaforma digitale diversa. Stiamo trasformando il sito in una sorta di canale, in cui lo spettacolo è pensato per andare online, con montaggi e servizi, utilizzando un linguaggio più vicino a quello televisivo che a quello teatrale, usato finora».

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Speranza: assunzione di 9600 infermieri | Wuhan, test per 11 milioni di persone | Con plasma i morti dal 15 al 6%

People For Planet - Mer, 05/13/2020 - 06:25

Tgcom24: “Silvia Romano va arrestata“: al vaglio dei pm il post di Sgarbi | Di Maio e Speranza: non ci risulta un riscatto | La madre: chiunque tornerebbe convertito;

Il Giornale: Ecco chi c’è dietro la onlus che ha inviato Silvia in Africa;

Il Messaggero: New York, 100 bambini con sindrome Kawasaki. Cuomo: «Tre morti, situazione inquietante» – Virus diretta: Germania, netto aumento di contagi e morti. Il Libano richiude tutto, Gran Bretagna supera 40.000 vittime Covid Italia, con il plasma i morti dal 15 al 6%: meno di mille in terapia intensiva «Stop al lockdown», cresce nel mondo la protesta. La psicologa: «Stress e paura, la gente non ne può più»;

Corriere della Sera: Timori di una seconda ondata, Wuhan vuole testare 11 milioni persone in dieci giorni;

Leggo: Londra, passeggero tossisce e sputa alla bigliettaia del treno: «Ho il coronavirus». La donna si ammala e muore;

Il Manifesto: A Prato ripartono i telai. La comunità cinese aspetta;

La Repubblica: Decreto Rilancio, Speranza: “Fondi a Sanità anche per l’assunzione di 9600 infermieri”;

Il Mattino: La scuola riapre a settembre:mascherine obbligatorie per studenti oltre 6 anni e prof – A Borgosesia il sindaco contro Azzolina: bambini in classe Esami di terza media, i presidi contro la tesina: «Non c’è più tempo»;

Il Sole 24 Ore: Bagnini in mascherina e ombrelloni distanziati: le regole per tornare in spiaggia – Dal 18 maggio al bar e ristorante (forse) anche con gli amici. Verso il sì a seconde case;

Il Fatto Quotidiano:Sostegno a famiglie povere, caccia ad aziende in crisi e truffe su aiuti. Stato ritarda? Ne approfittano i clan”. Così la mafia vuole sfruttare l’emergenza Coronavirus.

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People For Planet - Mer, 05/13/2020 - 06:25

Tgcom24: “Silvia Romano va arrestata“: al vaglio dei pm il post di Sgarbi | Di Maio e Speranza: non ci risulta un riscatto | La madre: chiunque tornerebbe convertito;

Il Giornale: Ecco chi c’è dietro la onlus che ha inviato Silvia in Africa;

Il Messaggero: New York, 100 bambini con sindrome Kawasaki. Cuomo: «Tre morti, situazione inquietante» – Virus diretta: Germania, netto aumento di contagi e morti. Il Libano richiude tutto, Gran Bretagna supera 40.000 vittime Covid Italia, con il plasma i morti dal 15 al 6%: meno di mille in terapia intensiva «Stop al lockdown», cresce nel mondo la protesta. La psicologa: «Stress e paura, la gente non ne può più»;

Corriere della Sera: Timori di una seconda ondata, Wuhan vuole testare 11 milioni persone in dieci giorni;

Leggo: Londra, passeggero tossisce e sputa alla bigliettaia del treno: «Ho il coronavirus». La donna si ammala e muore;

Il Manifesto: A Prato ripartono i telai. La comunità cinese aspetta;

La Repubblica: Decreto Rilancio, Speranza: “Fondi a Sanità anche per l’assunzione di 9600 infermieri”;

Il Mattino: La scuola riapre a settembre:mascherine obbligatorie per studenti oltre 6 anni e prof – A Borgosesia il sindaco contro Azzolina: bambini in classe Esami di terza media, i presidi contro la tesina: «Non c’è più tempo»;

Il Sole 24 Ore: Bagnini in mascherina e ombrelloni distanziati: le regole per tornare in spiaggia – Dal 18 maggio al bar e ristorante (forse) anche con gli amici. Verso il sì a seconde case;

Il Fatto Quotidiano:Sostegno a famiglie povere, caccia ad aziende in crisi e truffe su aiuti. Stato ritarda? Ne approfittano i clan”. Così la mafia vuole sfruttare l’emergenza Coronavirus.

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Il boom del nuovo porno online nell’epoca del Covid-19

People For Planet - Mar, 05/12/2020 - 18:00

La pornografia sta cambiando a causa della pandemia. Come industria si è ben adattata a un mondo in lockout, spostandosi ampiamente online; la crisi economica nello stesso tempo genera una moltitudine di nuovi aspiranti attori porno. Sull’universo “Red Light” getta un po’ di luce un’inchiesta pubblicata dall’Economist di cui riportiamo la traduzione di ampi stralci.

Il boom economico del porno online

Come afferma Mike Stabile della Free Speech Coalition (FSC), un gruppo industriale di Los Angeles, gli utenti sono “bloccati a casa e alla ricerca di uno sbocco”. La maggior parte dei porno online è gratuita. Il traffico di aprile su Pornhub, un grande sito web, ad esempio, è aumentato del 22% rispetto a marzo. Ma questo traffico è in grado di generare entrate anche in siti più piccoli che devono adattare i loro modelli di business.

È difficile comunque sapere quali siano le cifre esatte. Gene Munster, amministratore delegato di Loup Ventures, una società di investimenti americana, ritiene che da quando è iniziata la pandemia la spesa per il porno in tutto il mondo sia quasi raddoppiata. Pochi siti porno rivelano le loro entrate, sia perché molti sono di proprietà privata, sia perché nessuna industria vuole essere vista come una realtà che trae benefici dal dolore degli altri.

Distanziamento sociale e cambiamenti nell’industria del porno

Le regole di distanziamento sociale stanno accelerando il cambiamento nell’industria del porno. Le restrizioni volte a rallentare la diffusione del Covid-19 hanno interrotto le riprese presso la maggior parte delle società di produzione. Gli studi stanno rimontando e rilasciando filmati di repertorio, ma non possono continuare per sempre. Molti stanno inviando telecamere e impianti di illuminazione professionali agli attori che vivono insieme e possono quindi filmarsi a casa. Per aiutare gli artisti a scattare e modificare, l’FSC produce tutorial online. Ma le scene risultanti in genere offrono meno angolazioni di ripresa e, come afferma Stabile della FSC, una sensazione “più grezza” di quelle a cui gli utenti sono abituati.

La “disintermediazione” nel mondo del porno online

Il lockout comunque è incoraggiante anche per i liberi professionisti e le piccole imprese. Gli attori tagliano sempre più i produttori fuori dal giro filmandosi su smartphone e caricando i filmati fatti in casa, di loro proprietà, su siti web nuovi che ospitano social media “per adulti”. Su questi cosiddetti siti premium, i fan pagano abbonamenti per guardare gli artisti. I siti subiscono il costo delle transazioni finanziarie (il 20% di norma). Ma a parte questo, il sistema “disintermedia”, rimuove gli intermediari e aumenta quindi i ricavi dei singoli autori indipendenti.

Le entrate derivanti dall’interazione diretta tra artisti e fan sono in crescita da anni. Ma Covid-19 ha dato alla tendenza un forte impulso.

Una dozzina di anni fa, circa i tre quarti dei guadagni della maggior parte degli artisti provenivano da società di produzione che pagavano il lavoro sul set. Il restante proveniva da transazioni dirette con i fan e le vendite di merci. Questi rapporti sono ora invertiti, afferma un dirigente di Private, un grande produttore di porno con sede a Barcellona. Oggi, dice, gli attori vedono il lavoro prodotto professionalmente per le società di produzione come pubblicità per indirizzare il traffico verso i loro account premium.

Il porno on line “tailor made”: pronuncio il tuo nome e paghi di più

L’approccio sta prendendo piede. Ella Hughes, una porno star britannica, afferma di aver smesso di esibirsi per i produttori tradizionali perché ha così tanti ammiratori che ora pagano $ 12,99 al mese per guardare video che realizza da sola a casa e che carica su un sito premium chiamato OnlyFans. Alcuni abbonati pagano fino a $ 500 per brevi video personalizzati di Ella Hughes che solo loro possono vedere. In un recente fine settimana ha realizzato dieci di questi video privati, addebitando costi più elevati a chi le ha chiesto di pronunciare il suo nome durante una sua performance. Quasi tutti gli attori porno, dice, ora vendono materiale fatto in casa su propri siti web premium.

Herman Hesse e spogliarello

Nei prossimi giorni, il Berlin Strippers Collective, un gruppo di ballerini per un club ora chiuso filmerà il suo primo spettacolo, un misto di spogliarello classico e innovativo, che includerà, ad esempio, delle performance nel corso delle quali leggeranno brani di Hermann Hesse e Edgar Allan Poe. Il video verrà caricato su Patreon, un sito web premium che ospita opere convenzionali e per adulti. L’accesso avrà un costo compreso tra € 5 e € 15 al mese.

Porno online e privacy

Alcuni artisti trovano difficile il passaggio al digitale. Mia, una spogliarellista del Berlin Strippers Collective, lamenta di non poter mostrare i suoi spogliarelli sui social media senza che la sua famiglia in Spagna scopra cosa fa.

Oltre a ciò, come osserva Edie, un’altra spogliarellista del collettivo, le immagini online possono essere copiate e pubblicate illegalmente altrove in mezzo a contenuti sgradevoli.

Produzione 24 h.

La maggior parte dei modelli di web cam lavora da casa, ma esistono alcuni “camming studios” in edifici con dozzine di camerette che sono riusciti a continuare lo streaming 24 ore su 24 durante il lockdown. Per farcela, lo Studio 20 della Romania, che gestisce 24 studi cinematografici, ognuno con da 10 a 32 set in vari paesi tra cui Colombia e Ungheria, ha fatto modificare alcune location trasformandole anche in abitazioni. Gli artisti consenzienti si sono semplicemente trasferiti a vivere lì unendo casa e lavoro.

Tante nuove reclute per il settore

Il traffico sui siti premium è alle stelle. Ciò sta attirando ogni sorta di nuovi artisti che aprono account nella speranza di reinventarsi proficuamente online.

Alcuni senza dubbio mancano delle doti artistiche necessarie per raggiungere la soddisfazione del cliente attraverso una webcam. Ma moltitudini di nuove donne disoccupate, e alcuni uomini, ci stanno provando. Désir-cam, un sito relativamente piccolo che trasmette gli spettacoli di 3.200 “hostess” erotiche in lingua francese, che in genere addebita € 50 per 15 minuti di show privato, ha assunto 128 donne in aprile, più del triplo della sua media mensile, afferma il suo fondatore, André O ‘ Bryan, che vive a Sydney. Le entrate del mese scorso sono più che raddoppiate rispetto a febbraio.

Greed-ella, una artista di una Désir-cam con base vicino a Lione, afferma che i propri guadagni sono recentemente quadruplicati. Alcune delle “camgirls” del sito ora guadagnano € 12.000 al mese.

Per iscrivere più talenti, una società chiamata Bonga Models offre ai propri artisti il 5% dei guadagni dei nuovi artisti presentati da loro.

La crisi economica provoca nuova forza lavoro

Per avere un’idea di ciò che vi è in serbo, prendiamo in considerazione FanCentro, un sito web con uffici a Barcellona e Limassol, Cipro (il cui sito web offre “il social a distanza al suo meglio”). Negli ultimi due mesi hanno aderito al sito oltre 19.000 nuovi modelli, per un totale attuale di oltre 191.000. Kat Revenga di FanCentro attribuisce l’impennata delle adesioni ai luoghi di lavoro che chiudono e alla decisione dell’azienda di rinunciare per ora al markup sui guadagni dei nuovi modelli.

Rachel Stuart, dottorato di ricerca sul sesso presso l’Università del Kent in Gran Bretagna, crede che, grazie alle entrate, i programmi in webcam abbiano già eclissato le produzioni girate tradizionalmente. Gli attivisti anti-porno non hanno nulla di cui rallegrarsi, tuttavia. Come sottolinea Chirnogeanu di Studio 20, le domande di assunzione sono aumentate e la metà dei candidati non ha alcuna esperienza precedente in tale lavoro.

Quindi la pandemia e la crisi economica che ne deriva non stanno solo aumentando i consumi; stanno espandendo e diversificando la forza lavoro.

A questo link si può leggere l’articolo integrale in inglese

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Il boom del nuovo porno online nell’epoca del Covid-19

People For Planet - Mar, 05/12/2020 - 18:00

La pornografia sta cambiando a causa della pandemia. Come industria si è ben adattata a un mondo in lockout, spostandosi ampiamente online; la crisi economica nello stesso tempo genera una moltitudine di nuovi aspiranti attori porno. Sull’universo “Red Light” getta un po’ di luce un’inchiesta pubblicata dall’Economist di cui riportiamo la traduzione di ampi stralci.

Il boom economico del porno online

Come afferma Mike Stabile della Free Speech Coalition (FSC), un gruppo industriale di Los Angeles, gli utenti sono “bloccati a casa e alla ricerca di uno sbocco”. La maggior parte dei porno online è gratuita. Il traffico di aprile su Pornhub, un grande sito web, ad esempio, è aumentato del 22% rispetto a marzo. Ma questo traffico è in grado di generare entrate anche in siti più piccoli che devono adattare i loro modelli di business.

È difficile comunque sapere quali siano le cifre esatte. Gene Munster, amministratore delegato di Loup Ventures, una società di investimenti americana, ritiene che da quando è iniziata la pandemia la spesa per il porno in tutto il mondo sia quasi raddoppiata. Pochi siti porno rivelano le loro entrate, sia perché molti sono di proprietà privata, sia perché nessuna industria vuole essere vista come una realtà che trae benefici dal dolore degli altri.

Distanziamento sociale e cambiamenti nell’industria del porno

Le regole di distanziamento sociale stanno accelerando il cambiamento nell’industria del porno. Le restrizioni volte a rallentare la diffusione del Covid-19 hanno interrotto le riprese presso la maggior parte delle società di produzione. Gli studi stanno rimontando e rilasciando filmati di repertorio, ma non possono continuare per sempre. Molti stanno inviando telecamere e impianti di illuminazione professionali agli attori che vivono insieme e possono quindi filmarsi a casa. Per aiutare gli artisti a scattare e modificare, l’FSC produce tutorial online. Ma le scene risultanti in genere offrono meno angolazioni di ripresa e, come afferma Stabile della FSC, una sensazione “più grezza” di quelle a cui gli utenti sono abituati.

La “disintermediazione” nel mondo del porno online

Il lockout comunque è incoraggiante anche per i liberi professionisti e le piccole imprese. Gli attori tagliano sempre più i produttori fuori dal giro filmandosi su smartphone e caricando i filmati fatti in casa, di loro proprietà, su siti web nuovi che ospitano social media “per adulti”. Su questi cosiddetti siti premium, i fan pagano abbonamenti per guardare gli artisti. I siti subiscono il costo delle transazioni finanziarie (il 20% di norma). Ma a parte questo, il sistema “disintermedia”, rimuove gli intermediari e aumenta quindi i ricavi dei singoli autori indipendenti.

Le entrate derivanti dall’interazione diretta tra artisti e fan sono in crescita da anni. Ma Covid-19 ha dato alla tendenza un forte impulso.

Una dozzina di anni fa, circa i tre quarti dei guadagni della maggior parte degli artisti provenivano da società di produzione che pagavano il lavoro sul set. Il restante proveniva da transazioni dirette con i fan e le vendite di merci. Questi rapporti sono ora invertiti, afferma un dirigente di Private, un grande produttore di porno con sede a Barcellona. Oggi, dice, gli attori vedono il lavoro prodotto professionalmente per le società di produzione come pubblicità per indirizzare il traffico verso i loro account premium.

Il porno on line “tailor made”: pronuncio il tuo nome e paghi di più

L’approccio sta prendendo piede. Ella Hughes, una porno star britannica, afferma di aver smesso di esibirsi per i produttori tradizionali perché ha così tanti ammiratori che ora pagano $ 12,99 al mese per guardare video che realizza da sola a casa e che carica su un sito premium chiamato OnlyFans. Alcuni abbonati pagano fino a $ 500 per brevi video personalizzati di Ella Hughes che solo loro possono vedere. In un recente fine settimana ha realizzato dieci di questi video privati, addebitando costi più elevati a chi le ha chiesto di pronunciare il suo nome durante una sua performance. Quasi tutti gli attori porno, dice, ora vendono materiale fatto in casa su propri siti web premium.

Herman Hesse e spogliarello

Nei prossimi giorni, il Berlin Strippers Collective, un gruppo di ballerini per un club ora chiuso filmerà il suo primo spettacolo, un misto di spogliarello classico e innovativo, che includerà, ad esempio, delle performance nel corso delle quali leggeranno brani di Hermann Hesse e Edgar Allan Poe. Il video verrà caricato su Patreon, un sito web premium che ospita opere convenzionali e per adulti. L’accesso avrà un costo compreso tra € 5 e € 15 al mese.

Porno online e privacy

Alcuni artisti trovano difficile il passaggio al digitale. Mia, una spogliarellista del Berlin Strippers Collective, lamenta di non poter mostrare i suoi spogliarelli sui social media senza che la sua famiglia in Spagna scopra cosa fa.

Oltre a ciò, come osserva Edie, un’altra spogliarellista del collettivo, le immagini online possono essere copiate e pubblicate illegalmente altrove in mezzo a contenuti sgradevoli.

Produzione 24 h.

La maggior parte dei modelli di web cam lavora da casa, ma esistono alcuni “camming studios” in edifici con dozzine di camerette che sono riusciti a continuare lo streaming 24 ore su 24 durante il lockdown. Per farcela, lo Studio 20 della Romania, che gestisce 24 studi cinematografici, ognuno con da 10 a 32 set in vari paesi tra cui Colombia e Ungheria, ha fatto modificare alcune location trasformandole anche in abitazioni. Gli artisti consenzienti si sono semplicemente trasferiti a vivere lì unendo casa e lavoro.

Tante nuove reclute per il settore

Il traffico sui siti premium è alle stelle. Ciò sta attirando ogni sorta di nuovi artisti che aprono account nella speranza di reinventarsi proficuamente online.

Alcuni senza dubbio mancano delle doti artistiche necessarie per raggiungere la soddisfazione del cliente attraverso una webcam. Ma moltitudini di nuove donne disoccupate, e alcuni uomini, ci stanno provando. Désir-cam, un sito relativamente piccolo che trasmette gli spettacoli di 3.200 “hostess” erotiche in lingua francese, che in genere addebita € 50 per 15 minuti di show privato, ha assunto 128 donne in aprile, più del triplo della sua media mensile, afferma il suo fondatore, André O ‘ Bryan, che vive a Sydney. Le entrate del mese scorso sono più che raddoppiate rispetto a febbraio.

Greed-ella, una artista di una Désir-cam con base vicino a Lione, afferma che i propri guadagni sono recentemente quadruplicati. Alcune delle “camgirls” del sito ora guadagnano € 12.000 al mese.

Per iscrivere più talenti, una società chiamata Bonga Models offre ai propri artisti il 5% dei guadagni dei nuovi artisti presentati da loro.

La crisi economica provoca nuova forza lavoro

Per avere un’idea di ciò che vi è in serbo, prendiamo in considerazione FanCentro, un sito web con uffici a Barcellona e Limassol, Cipro (il cui sito web offre “il social a distanza al suo meglio”). Negli ultimi due mesi hanno aderito al sito oltre 19.000 nuovi modelli, per un totale attuale di oltre 191.000. Kat Revenga di FanCentro attribuisce l’impennata delle adesioni ai luoghi di lavoro che chiudono e alla decisione dell’azienda di rinunciare per ora al markup sui guadagni dei nuovi modelli.

Rachel Stuart, dottorato di ricerca sul sesso presso l’Università del Kent in Gran Bretagna, crede che, grazie alle entrate, i programmi in webcam abbiano già eclissato le produzioni girate tradizionalmente. Gli attivisti anti-porno non hanno nulla di cui rallegrarsi, tuttavia. Come sottolinea Chirnogeanu di Studio 20, le domande di assunzione sono aumentate e la metà dei candidati non ha alcuna esperienza precedente in tale lavoro.

Quindi la pandemia e la crisi economica che ne deriva non stanno solo aumentando i consumi; stanno espandendo e diversificando la forza lavoro.

A questo link si può leggere l’articolo integrale in inglese

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In Pakistan si combatte la crisi piantando alberi

People For Planet - Mar, 05/12/2020 - 17:36

Il Pakistan, come molti altri Paesi del mondo, è stato duramente colpito dalla crisi innescata dalla diffusione del coronavirus. Ma nel Paese asiatico si è deciso concretamente di investire nel campo della sostenibilità, piantando 10 milioni di alberi in 5 anni.

Dopo il lockdown imposto nel Paese lo scorso 23 marzo, moltissime persone, rimaste senza lavoro a causa della pandemia, sono state “ingaggiate” per contribuire all’ambizioso progetto di riforestazione del Pakistan e hanno avuto, così, la possibilità di provvedere al sostentamento della propria famiglia.

A causa del coronavirus, tutte le città sono state chiuse e non c’è lavoro. La maggior parte di noi non poteva guadagnarsi da vivere“, ha dichiarato Rahman, residente nel distretto di Rawalpindi nella provincia di Punjab. Ora guadagna 500 rupie ($ 3) al giorno piantando alberi – circa la metà di quello che avrebbe ricavato da una buona giornata di lavoro prima della diffusione del virus – ma abbastanza per cavarsela.

#Plant4Pakistan

Il progetto Billion Tree Tsunami #Plant4Pakistan è stato lanciato già nel 2018 dal Primo Ministro Imran Khan, con l’obiettivo di riforestare il Paese minacciato da anni di siccità, deforestazione e aumento delle temperature e combattere, così, il climate change.

Il progetto si pone l’obiettivo di colorare il Pakistan di verde; in un video pubblicato su Twitter, RK Wazir, Presidente della Fondazione per la pace internazionale e la protezione dell’ambiente in Pakistan, commenta così la piantumazione degli alberi:

Ottimo lavoro. Sembra una vegetazione incredibilmente bella. Quest’enorme piantagione renderà il nostro clima moderato e salutare, attirerà più precipitazioni per rendere l’acqua abbondante per soddisfare le necessità di esseri umani, animali e uccelli e anche per l’irrigazione della terra

In un report redatto dalla GermanWatch, il Pakistan è stato classificato al quinto posto in un elenco dei paesi maggiormente colpiti dal riscaldamento globale negli ultimi due decenni.

Gli ambientalisti da tempo sostengono che la riforestazione sia il mezzo migliore per prevenire inondazioni, per stabilizzare le precipitazioni, assorbire le emissioni di biossido di carbonio e, infine, proteggere la biodiversità.

Secondo il WWF, il Pakistan è un paese “povero di foreste” in cui gli alberi coprono meno del 6% della superficie totale. Ogni anno, infatti, migliaia di ettari di foresta vengono distrutti, principalmente a causa di disboscamenti insostenibili per l’agricoltura su piccola scala.

Per evitare un’ulteriore diffusione del coronavirus, inizialmente questo progetto è stato interrotto, al fine di garantire il distanziamento sociale in un Paese in cui il contagio si è esteso a circa 13.900 persone.

Tuttavia, all’inizio di questo mese, nonostante le misure di prevenzione siano rimaste inalterate per il resto della popolazione, la piantumazione è stata riavviata, con un numero di lavoratori che è triplicato rispetto all’anno precedente. Malik Amin Aslam, consigliere per i cambiamenti climatici del Primo Ministro, ha dichiarato che “molti dei nuovi posti di lavoro sono stati creati nelle aree rurali, con particolare attenzione all’assunzione di donne e disoccupati”.

I lavoratori sono tenuti a indossare la mascherina e a mantenere una distanza di sicurezza di circa due metri.

Prendersi cura del Pianeta, in questo caso, ha rappresentato un’opera di sostegno non solo per l’ambiente ma anche per migliaia di persone rimaste senza lavoro.

Una svolta green è possibile.

Fonte: Trust

Leggi anche: 
Dalle Filippine la legge più green di sempre: piantare alberi per laurearsi
Piantare alberi per la salute di tutti: persone e pianeta
Contro il cambiamento climatico piantiamo 60 milioni di alberi

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In Pakistan si combatte la crisi piantando alberi

People For Planet - Mar, 05/12/2020 - 17:36

Il Pakistan, come molti altri Paesi del mondo, è stato duramente colpito dalla crisi innescata dalla diffusione del coronavirus. Ma nel Paese asiatico si è deciso concretamente di investire nel campo della sostenibilità, piantando 10 milioni di alberi in 5 anni.

Dopo il lockdown imposto nel Paese lo scorso 23 marzo, moltissime persone, rimaste senza lavoro a causa della pandemia, sono state “ingaggiate” per contribuire all’ambizioso progetto di riforestazione del Pakistan e hanno avuto, così, la possibilità di provvedere al sostentamento della propria famiglia.

A causa del coronavirus, tutte le città sono state chiuse e non c’è lavoro. La maggior parte di noi non poteva guadagnarsi da vivere“, ha dichiarato Rahman, residente nel distretto di Rawalpindi nella provincia di Punjab. Ora guadagna 500 rupie ($ 3) al giorno piantando alberi – circa la metà di quello che avrebbe ricavato da una buona giornata di lavoro prima della diffusione del virus – ma abbastanza per cavarsela.

#Plant4Pakistan

Il progetto Billion Tree Tsunami #Plant4Pakistan è stato lanciato già nel 2018 dal Primo Ministro Imran Khan, con l’obiettivo di riforestare il Paese minacciato da anni di siccità, deforestazione e aumento delle temperature e combattere, così, il climate change.

Il progetto si pone l’obiettivo di colorare il Pakistan di verde; in un video pubblicato su Twitter, RK Wazir, Presidente della Fondazione per la pace internazionale e la protezione dell’ambiente in Pakistan, commenta così la piantumazione degli alberi:

Ottimo lavoro. Sembra una vegetazione incredibilmente bella. Quest’enorme piantagione renderà il nostro clima moderato e salutare, attirerà più precipitazioni per rendere l’acqua abbondante per soddisfare le necessità di esseri umani, animali e uccelli e anche per l’irrigazione della terra

In un report redatto dalla GermanWatch, il Pakistan è stato classificato al quinto posto in un elenco dei paesi maggiormente colpiti dal riscaldamento globale negli ultimi due decenni.

Gli ambientalisti da tempo sostengono che la riforestazione sia il mezzo migliore per prevenire inondazioni, per stabilizzare le precipitazioni, assorbire le emissioni di biossido di carbonio e, infine, proteggere la biodiversità.

Secondo il WWF, il Pakistan è un paese “povero di foreste” in cui gli alberi coprono meno del 6% della superficie totale. Ogni anno, infatti, migliaia di ettari di foresta vengono distrutti, principalmente a causa di disboscamenti insostenibili per l’agricoltura su piccola scala.

Per evitare un’ulteriore diffusione del coronavirus, inizialmente questo progetto è stato interrotto, al fine di garantire il distanziamento sociale in un Paese in cui il contagio si è esteso a circa 13.900 persone.

Tuttavia, all’inizio di questo mese, nonostante le misure di prevenzione siano rimaste inalterate per il resto della popolazione, la piantumazione è stata riavviata, con un numero di lavoratori che è triplicato rispetto all’anno precedente. Malik Amin Aslam, consigliere per i cambiamenti climatici del Primo Ministro, ha dichiarato che “molti dei nuovi posti di lavoro sono stati creati nelle aree rurali, con particolare attenzione all’assunzione di donne e disoccupati”.

I lavoratori sono tenuti a indossare la mascherina e a mantenere una distanza di sicurezza di circa due metri.

Prendersi cura del Pianeta, in questo caso, ha rappresentato un’opera di sostegno non solo per l’ambiente ma anche per migliaia di persone rimaste senza lavoro.

Una svolta green è possibile.

Fonte: Trust

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Contro il cambiamento climatico piantiamo 60 milioni di alberi

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Covid-19, test sierologici a tappeto: 50mila firme in pochi giorni

People For Planet - Mar, 05/12/2020 - 16:00

È partita a Pasqua dalla Lombardia – una delle aree più colpite – la petizione firmata da medici, professionisti e attori del terzo settore rivolta al Presidente del Consiglio. Negli ultimi giorni, il numero di firme raccolte è raddoppiato, arrivando a toccare quota 45.000. Oggi il risultato delle 50mila firme è stato quasi raggiunto. Un ulteriore segnale – se ce ne fosse stato bisogno – della disperata richiesta di chiarezza e dati che gli italiani rivolgono al proprio governo.

La richiesta dei medici

La petizione, come sempre accade in questi casi, è partita senza grandi promotori o “sponsor”, ma conta tra i firmatari figure autorevoli del tessuto cittadino milanese, lombardo e italiano. «Chiediamo al Presidente Conte una veloce implementazione di test sierologici, ossia l’identificazione rapida della presenza degli anticorpi specifici nel sangue. Benché non possa sostituire il tampone nella diagnosi precoce permetterebbe tuttavia di identificare con certezza i soggetti che sono venuti a contatto con il virus, indipendentemente dalla sintomatologia sviluppata, con una sensibilità diagnostica che a 15 giorni dal contagio raggiunge il 100%.»

«Riteniamo di fondamentale importanza che i test anticorpali possano essere resi disponibili al più presto e rapidamente eseguiti su tutto il personale di tutte le strutture sanitarie ma anche su tutte le persone poste in isolamento domiciliare, oltre che sui loro contatti. Solo l’esecuzione su larga scala di questi test permetterà infatti una graduale e ragionata riapertura del nostro magnifico paese, mantenendo un’adeguata protezione dei soggetti più deboli e più a rischio.»

Il link

La petizione “TEST del SANGUE per il CORONAVIRUS”, pubblicata su change.org al questo link: http://chng.it/7SM2gGBhsF

Il testo completo della petizione

L’infezione da virus SARS-COV2, ai più noto come CORONAVIRUS, è stata fino ad ora diagnosticata solo attraverso il tampone naso-faringeo – mediante il quale viene rilevata la presenza del genoma virale (RNA) attraverso la sua amplificazione (PCR) in laboratorio – unica metodica diagnostica in grado di rilevare la presenza del virus sulle mucose respiratorie dopo sole 48 ore dal contagio. Ha però dimostrato una sensibilità pari solo a circa il 70%: il 30% dei soggetti contagiati, quindi, risulta negativo al primo tampone.

Inoltre, la sensibilità del tampone scende al 45% se lo stesso viene eseguito con un ritardo di 15 giorni rispetto all’insorgenza dei sintomi. Noi cittadini, chiediamo al Presidente Conte una veloce implementazione di test sierologici, ossia l’identificazione rapida della presenza degli anticorpi specifici nel sangue. Benché non possa sostituire il tampone nella diagnosi precoce (gli anticorpi si formano in media dopo 10-12 giorni dal contagio) permetterebbe tuttavia di identificare con certezza i soggetti che sono venuti a contatto con il virus, indipendentemente dalla sintomatologia sviluppata, con una sensibilità diagnostica che a 15 giorni dal contagio raggiunge il 100%.

Il personale sanitario impegnato in prima linea negli ospedali, sul territorio e nelle case di cura, comprese le residenze per anziani, non è stato sottoposto al tampone in maniera sistematica (per carenza di tamponi, di reagenti, di laboratori attrezzati e di personale).

Tutto ciò ha contribuito allo sviluppo di numerosi focolai di infezione negli ospedali, che hanno coinvolto medici, infermieri, operatori socio-sanitari, personale di supporto, soccorritori, e naturalmente anche pazienti ricoverati per altre ragioni, con numerosi decessi. Nella popolazione, inoltre, il tampone è stato eseguito solo sui soggetti che hanno sviluppato sintomatologia grave, per lo più respiratoria, tale da richiedere accesso in pronto soccorso, mentre per la gran parte dei soggetti sintomatici è stato unicamente previsto un periodo di isolamento domiciliare. Prima diretta conseguenza di tale strategia è un’importantissima sottostima dei soggetti contagiati, che nei fatti si è tradotta in un tasso di letalità enormemente superiore all’atteso (ad oggi quasi il 13%) e a quanto apparentemente verificatosi in altri paesi.

Fatte queste premesse, con la consapevolezza che il test sierologico non possa sostituire il tampone – che resta comunque fondamentale sia per la diagnostica precoce che per identificare la non contagiosità dei soggetti guariti, per la quale è necessario documentare la scomparsa del virus dalle mucose respiratorie – riteniamo di fondamentale importanza che i test anticorpali possano essere resi disponibili al più presto e rapidamente eseguiti su tutto il personale di tutte le strutture sanitarie ma anche su tutte le persone poste in isolamento domiciliare, oltre che sui loro contatti. Solo l’esecuzione su larga scala di questi test permetterà infatti una graduale e ragionata riapertura del nostro magnifico paese, mantenendo un’adeguata protezione dei soggetti più deboli e più a rischio.

Carla Garbagnati
Ilaria Galetti
Nicola Montano
Emilio Berti
Francesco Onida
Mario Bassani
Barbara Boneschi
Stefano Cerri
Paola Cittadini
Francesco Crosti
Ilaria Li Vigni
Alberto Martinelli
Gianna Martinengo
Paola Pessina
Carlo Roccio
Silvia Tonolo

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Covid-19, test sierologici a tappeto: 50mila firme in pochi giorni

People For Planet - Mar, 05/12/2020 - 16:00

È partita a Pasqua dalla Lombardia – una delle aree più colpite – la petizione firmata da medici, professionisti e attori del terzo settore rivolta al Presidente del Consiglio. Negli ultimi giorni, il numero di firme raccolte è raddoppiato, arrivando a toccare quota 45.000. Oggi il risultato delle 50mila firme è stato quasi raggiunto. Un ulteriore segnale – se ce ne fosse stato bisogno – della disperata richiesta di chiarezza e dati che gli italiani rivolgono al proprio governo.

La richiesta dei medici

La petizione, come sempre accade in questi casi, è partita senza grandi promotori o “sponsor”, ma conta tra i firmatari figure autorevoli del tessuto cittadino milanese, lombardo e italiano. «Chiediamo al Presidente Conte una veloce implementazione di test sierologici, ossia l’identificazione rapida della presenza degli anticorpi specifici nel sangue. Benché non possa sostituire il tampone nella diagnosi precoce permetterebbe tuttavia di identificare con certezza i soggetti che sono venuti a contatto con il virus, indipendentemente dalla sintomatologia sviluppata, con una sensibilità diagnostica che a 15 giorni dal contagio raggiunge il 100%.»

«Riteniamo di fondamentale importanza che i test anticorpali possano essere resi disponibili al più presto e rapidamente eseguiti su tutto il personale di tutte le strutture sanitarie ma anche su tutte le persone poste in isolamento domiciliare, oltre che sui loro contatti. Solo l’esecuzione su larga scala di questi test permetterà infatti una graduale e ragionata riapertura del nostro magnifico paese, mantenendo un’adeguata protezione dei soggetti più deboli e più a rischio.»

Il link

La petizione “TEST del SANGUE per il CORONAVIRUS”, pubblicata su change.org al questo link: http://chng.it/7SM2gGBhsF

Il testo completo della petizione

L’infezione da virus SARS-COV2, ai più noto come CORONAVIRUS, è stata fino ad ora diagnosticata solo attraverso il tampone naso-faringeo – mediante il quale viene rilevata la presenza del genoma virale (RNA) attraverso la sua amplificazione (PCR) in laboratorio – unica metodica diagnostica in grado di rilevare la presenza del virus sulle mucose respiratorie dopo sole 48 ore dal contagio. Ha però dimostrato una sensibilità pari solo a circa il 70%: il 30% dei soggetti contagiati, quindi, risulta negativo al primo tampone.

Inoltre, la sensibilità del tampone scende al 45% se lo stesso viene eseguito con un ritardo di 15 giorni rispetto all’insorgenza dei sintomi. Noi cittadini, chiediamo al Presidente Conte una veloce implementazione di test sierologici, ossia l’identificazione rapida della presenza degli anticorpi specifici nel sangue. Benché non possa sostituire il tampone nella diagnosi precoce (gli anticorpi si formano in media dopo 10-12 giorni dal contagio) permetterebbe tuttavia di identificare con certezza i soggetti che sono venuti a contatto con il virus, indipendentemente dalla sintomatologia sviluppata, con una sensibilità diagnostica che a 15 giorni dal contagio raggiunge il 100%.

Il personale sanitario impegnato in prima linea negli ospedali, sul territorio e nelle case di cura, comprese le residenze per anziani, non è stato sottoposto al tampone in maniera sistematica (per carenza di tamponi, di reagenti, di laboratori attrezzati e di personale).

Tutto ciò ha contribuito allo sviluppo di numerosi focolai di infezione negli ospedali, che hanno coinvolto medici, infermieri, operatori socio-sanitari, personale di supporto, soccorritori, e naturalmente anche pazienti ricoverati per altre ragioni, con numerosi decessi. Nella popolazione, inoltre, il tampone è stato eseguito solo sui soggetti che hanno sviluppato sintomatologia grave, per lo più respiratoria, tale da richiedere accesso in pronto soccorso, mentre per la gran parte dei soggetti sintomatici è stato unicamente previsto un periodo di isolamento domiciliare. Prima diretta conseguenza di tale strategia è un’importantissima sottostima dei soggetti contagiati, che nei fatti si è tradotta in un tasso di letalità enormemente superiore all’atteso (ad oggi quasi il 13%) e a quanto apparentemente verificatosi in altri paesi.

Fatte queste premesse, con la consapevolezza che il test sierologico non possa sostituire il tampone – che resta comunque fondamentale sia per la diagnostica precoce che per identificare la non contagiosità dei soggetti guariti, per la quale è necessario documentare la scomparsa del virus dalle mucose respiratorie – riteniamo di fondamentale importanza che i test anticorpali possano essere resi disponibili al più presto e rapidamente eseguiti su tutto il personale di tutte le strutture sanitarie ma anche su tutte le persone poste in isolamento domiciliare, oltre che sui loro contatti. Solo l’esecuzione su larga scala di questi test permetterà infatti una graduale e ragionata riapertura del nostro magnifico paese, mantenendo un’adeguata protezione dei soggetti più deboli e più a rischio.

Carla Garbagnati
Ilaria Galetti
Nicola Montano
Emilio Berti
Francesco Onida
Mario Bassani
Barbara Boneschi
Stefano Cerri
Paola Cittadini
Francesco Crosti
Ilaria Li Vigni
Alberto Martinelli
Gianna Martinengo
Paola Pessina
Carlo Roccio
Silvia Tonolo

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Silvia Romano, la vittima “non perbene” che dice molto della nostra società

People For Planet - Mar, 05/12/2020 - 15:00

Capiamo i banditi e le ragioni per cui agiscono in quel modo, sebbene il reato di sequestro di persona sia tra i delitti più odiosi che si possano commettere”. A dichiararlo fu Fabrizio De André durante il processo ai suoi rapitori. Lui e la sua compagna, Dori Ghezzi, anch’essa rapita e tenuta prigioniera il 27 agosto 1979, si costituirono parte civile contro i mandanti ma perdonando, invece, i carcerieri e la manovalanza. Proprio così, li perdonarono. Pensiamo se a pronunciare parole di perdono fosse stata Silvia Romano al suo rilascio nei giorni scorsi.

Che strana idea hanno gli italiani dei sequestri e dei dissequestri

Un sequestro non è un aperitivo e un dissequestro non è una passeggiata digestiva dopo cena. I sequestri sono roba violenta, traumatica, e i dissequestri roba necessariamente sporca, compromissoria, per cui si scende a patti, si commercia sulla cifra del riscatto, che tutti pagano, tutti, anche gli Stati che dicono di non pagare. Tra le miriadi di critiche passate di bocca in bocca, di social in social, una cosa però è vera, il rientro degli ostaggi va sempre gestito nel silenzio comunicativo. Altrove, in Francia ad esempio, passano (almeno) mesi prima che gli ostaggi liberati compaiano in pubblico, ma i geni della comunicazione del Grande Fratello forse hanno pensato che dopo 3 mesi di Sars-CoV2 60 milioni di italiani aspettavano qualche altra cosa con cui distrarsi e sfogarsi. 

Ieri, nel quartiere Casoretto di Milano, sotto casa di Silvia Romano c’erano più giornalisti che parenti e amici, uno spettacolo indecente, oltre che pericoloso, in barba a ogni protocollo di distanziamento sociale. Qualcuno dirà che bastava farla rientrare a casa di notte, dopo che i giornalisti fossero andati a dormire, invece niente, tutto è finito nel tritacarne mediatico, con la responsabilità più o meno di tutti, compreso gli psicoterapeuti e similari che ospiti delle trasmissioni si sono lanciati in diagnosi azzardate sulla base di qualche fotografia e due minuti di video, costringendo l’Ordine nazionale degli psicologi a uscire, oggi, con una nota ufficiale in cui si sottolinea che:

Il sapere scientifico psicologico dimostra in modo incontrovertibile che nessuna diagnosi può essere fatta per interposta persona o sulla base di immagini o di riferiti.
La valutazione clinica è un lavoro delicato che richiede un contatto diretto e degli strumenti professionali: questo processo non può essere lasciato nelle mani di chi sostiene la strumentalizzazione mediatica, di comunicatori imprudenti o di persone mosse da sentimenti primitivi e nessuna competenza in materia.

Agli italiani non è andata giù quella tunica islamica, né il fatto che fosse ingrassata, né il fatto che abbia sorriso, né il fatto che non abbia lamentato violenze psicologiche o fisiche. La distinzione tra buona e cattiva vittima, oltre che a individuare comunità di appartenenza, in questo caso la nostra, serve anche a definire cos’è la “nostra” donna, a dire quali doti deve avere una vittima legittima per essere difesa o in nome della quale muovere una guerra. La vittima perbene è utile a delineare la condotta alla quale una donna altrettanto perbene deve attenersi per essere riconosciuta in quanto tale.

La vittima non per bene non è utile. E Silvia Romano, con quella tunica, quel sorriso, quei chilogrammi in più, non era per bene. 

Le immagini dell’abito islamico di Silvia sono e saranno potentemente strumentalizzate sia in Occidente, da “noi” cristiani, almeno tradizionalmente, sia da “loro”, in Somalia e nelle altre aree in cui vige il fondamentalismo islamico.
Triste, molto.

Facciamo un salto e approfittiamone per riflettere

Ancora una volta, il corpo di una donna, con tutte le gestualità ed estetiche annesse, è diventato “luogo” in cui si esercita il discorso pubblico. Coperta, sorridente, ingrassata. Non corpo personale, ma piazza pubblica.

Silvia Romano è tornata cambiata dalle foto a cui durante i 18 mesi di sequestro ci siamo inevitabilmente affezionati. Il cambiamento è quanto di più difficile ci sia da accettare.

Nei fatti, nella pratica, però, a noi spettatori, cosa toglie/dà la sua conversione? Nulla.
Cosa dà/toglie il suo volontariato? Molto.
E tuttavia, ha fatto volontariato per dare/togliere qualcosa a noi spettatori? No. Come ha detto suo padre, nessun intento dimostrativo, nessuna ambizione a diventare icona in sua figlia. La sua sfera privata è diventata pubblica non per sua volontà. È successo. Rientrando in Italia, sapeva che la sua sfera privata non sarebbe più stata tale? Chi può dirlo. Le hanno proposto di cambiarsi d’abito, non ha accettato. Era lucida, cosciente di sé, delle conseguenze? Dei segnali, dei sottesi, delle strumentalizzazioni “ecco l’hanno imbarbarita/ecco l’abbiamo addomesticata” tanto nel suasorio Gabriele Romagnoli che si improvvisa padre e semiologo in un articolo su Repubblica, quanto nei network jihadisti? Chi può dirlo. Voleva dirci qualcosa con quell’abito? Non è escluso.
Se vorrà, sarà lei a mettere a tacere ogni dubbio e polemica.
Sta bene, è a casa, questo, in ogni caso, ci basti.

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Silvia Romano, la vittima “non perbene” che dice molto della nostra società

People For Planet - Mar, 05/12/2020 - 15:00

Capiamo i banditi e le ragioni per cui agiscono in quel modo, sebbene il reato di sequestro di persona sia tra i delitti più odiosi che si possano commettere”. A dichiararlo fu Fabrizio De André durante il processo ai suoi rapitori. Lui e la sua compagna, Dori Ghezzi, anch’essa rapita e tenuta prigioniera il 27 agosto 1979, si costituirono parte civile contro i mandanti ma perdonando, invece, i carcerieri e la manovalanza. Proprio così, li perdonarono. Pensiamo se a pronunciare parole di perdono fosse stata Silvia Romano al suo rilascio nei giorni scorsi.

Che strana idea hanno gli italiani dei sequestri e dei dissequestri

Un sequestro non è un aperitivo e un dissequestro non è una passeggiata digestiva dopo cena. I sequestri sono roba violenta, traumatica, e i dissequestri roba necessariamente sporca, compromissoria, per cui si scende a patti, si commercia sulla cifra del riscatto, che tutti pagano, tutti, anche gli Stati che dicono di non pagare. Tra le miriadi di critiche passate di bocca in bocca, di social in social, una cosa però è vera, il rientro degli ostaggi va sempre gestito nel silenzio comunicativo. Altrove, in Francia ad esempio, passano (almeno) mesi prima che gli ostaggi liberati compaiano in pubblico, ma i geni della comunicazione del Grande Fratello forse hanno pensato che dopo 3 mesi di Sars-CoV2 60 milioni di italiani aspettavano qualche altra cosa con cui distrarsi e sfogarsi. 

Ieri, nel quartiere Casoretto di Milano, sotto casa di Silvia Romano c’erano più giornalisti che parenti e amici, uno spettacolo indecente, oltre che pericoloso, in barba a ogni protocollo di distanziamento sociale. Qualcuno dirà che bastava farla rientrare a casa di notte, dopo che i giornalisti fossero andati a dormire, invece niente, tutto è finito nel tritacarne mediatico, con la responsabilità più o meno di tutti, compreso gli psicoterapeuti e similari che ospiti delle trasmissioni si sono lanciati in diagnosi azzardate sulla base di qualche fotografia e due minuti di video, costringendo l’Ordine nazionale degli psicologi a uscire, oggi, con una nota ufficiale in cui si sottolinea che:

Il sapere scientifico psicologico dimostra in modo incontrovertibile che nessuna diagnosi può essere fatta per interposta persona o sulla base di immagini o di riferiti.
La valutazione clinica è un lavoro delicato che richiede un contatto diretto e degli strumenti professionali: questo processo non può essere lasciato nelle mani di chi sostiene la strumentalizzazione mediatica, di comunicatori imprudenti o di persone mosse da sentimenti primitivi e nessuna competenza in materia.

Agli italiani non è andata giù quella tunica islamica, né il fatto che fosse ingrassata, né il fatto che abbia sorriso, né il fatto che non abbia lamentato violenze psicologiche o fisiche. La distinzione tra buona e cattiva vittima, oltre che a individuare comunità di appartenenza, in questo caso la nostra, serve anche a definire cos’è la “nostra” donna, a dire quali doti deve avere una vittima legittima per essere difesa o in nome della quale muovere una guerra. La vittima perbene è utile a delineare la condotta alla quale una donna altrettanto perbene deve attenersi per essere riconosciuta in quanto tale.

La vittima non per bene non è utile. E Silvia Romano, con quella tunica, quel sorriso, quei chilogrammi in più, non era per bene. 

Le immagini dell’abito islamico di Silvia sono e saranno potentemente strumentalizzate sia in Occidente, da “noi” cristiani, almeno tradizionalmente, sia da “loro”, in Somalia e nelle altre aree in cui vige il fondamentalismo islamico.
Triste, molto.

Facciamo un salto e approfittiamone per riflettere

Ancora una volta, il corpo di una donna, con tutte le gestualità ed estetiche annesse, è diventato “luogo” in cui si esercita il discorso pubblico. Coperta, sorridente, ingrassata. Non corpo personale, ma piazza pubblica.

Silvia Romano è tornata cambiata dalle foto a cui durante i 18 mesi di sequestro ci siamo inevitabilmente affezionati. Il cambiamento è quanto di più difficile ci sia da accettare.

Nei fatti, nella pratica, però, a noi spettatori, cosa toglie/dà la sua conversione? Nulla.
Cosa dà/toglie il suo volontariato? Molto.
E tuttavia, ha fatto volontariato per dare/togliere qualcosa a noi spettatori? No. Come ha detto suo padre, nessun intento dimostrativo, nessuna ambizione a diventare icona in sua figlia. La sua sfera privata è diventata pubblica non per sua volontà. È successo. Rientrando in Italia, sapeva che la sua sfera privata non sarebbe più stata tale? Chi può dirlo. Le hanno proposto di cambiarsi d’abito, non ha accettato. Era lucida, cosciente di sé, delle conseguenze? Dei segnali, dei sottesi, delle strumentalizzazioni “ecco l’hanno imbarbarita/ecco l’abbiamo addomesticata” tanto nel suasorio Gabriele Romagnoli che si improvvisa padre e semiologo in un articolo su Repubblica, quanto nei network jihadisti? Chi può dirlo. Voleva dirci qualcosa con quell’abito? Non è escluso.
Se vorrà, sarà lei a mettere a tacere ogni dubbio e polemica.
Sta bene, è a casa, questo, in ogni caso, ci basti.

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Covid-19: in spiaggia no ai giochi di gruppo. E in acqua a distanza di sicurezza

People For Planet - Mar, 05/12/2020 - 13:00

Gli ombrelloni dovranno essere assegnati alla stessa famiglia se si ferma nello stabilimento per più giorni. E fin qui ci siamo: più o meno è quello che accadeva anche negli anni passati. Si chiederà di pagare con carta di credito piuttosto che con i contanti e di favorire le prenotazioni per sapere in anticipo quante persone saranno presenti quel giorno in quel preciso stabilimento. E anche fino a qui, data la voglia di tornare a una vita normale che ci accompagna (oltre che di vacanza, dati questi giorni di bel tempo), non sarà questo a fermarci. Poi, però, ci sono da calcolare le misure antiassembramento in caso di pioggia: ripararsi sotto le tettoie del chiosco stretti stretti non sarà – ovviamente – più possibile. E i villeggianti dovranno rispettare il distanziamento fisico, oltre che in spiaggia, anche in acqua. Le nuove regole per andare al mare al tempo del Covid-19 sono contenute in un documento tecnico stilato dall’Istituto superiore di sanità (Iss) e dall’Inail, l’Istituto nazionale assicurazione infortuni sul lavoro, e approvato dal Comitato tecnico scientifico (Cts) istituito presso la Protezione civile per il superamento dell’emergenza Covid-19.

Per approfondire: leggi il documento

“Nell’ottica della possibile ripresa delle attività ricreative di balneazione e in spiaggia, che risultano al momento tra quelle sospese – si legge nel documento – la presente pubblicazione realizzata da Inail in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità e approvata dal Comitato Tecnico Scientifico (CTS) istituito presso la Protezione Civile, nella seduta del 10 maggio 2020, contribuisce a fornire elementi tecnici di valutazione al decisore politico circa la possibile rimodulazione delle misure di contenimento del contagio da SARS-CoV-2, con l’obiettivo di garantire la salute e sicurezza sia degli operatori che dell’utenza”.

Cinque metri tra un ombrellone e l’altro

Il punto nodale del documento è nelle distanze da rispettare per evitare assembramenti: quella minima tra le colonne di ombrelloni (in senso verticale, andando verso il mare) dovrà essere di 5 metri, quella tra gli ombrelloni della stessa fila di 4,5 e sdraio, lettini e sedie dovranno essere posizionati ad almeno 2 metri dall’ombrellone più vicino. E se fin qui le nuove norme, se approvate, saranno più che sopportabili, altre saranno invece più difficili da digerire: tanto per fare un esempio, saranno vietate le attività ludico-sportive che potranno dar luogo ad assembramenti e giochi di gruppo. E poi: le piscine degli stabilimenti dovranno restare chiuse, nello stabilimento andrà indossata la mascherina finché non si raggiunge il proprio ombrellone e ci vorrà una vigilanza specifica sul rispetto del distanziamento fisico da parte dei bambini.

Leggi anche: Covid-19, le destinazioni “sicure” per l’estate

Sotto controllo anche le spiagge libere

La pubblicazione, oltre a riportare le norme cui dovranno attenersi gli stabilimenti balneari, parla anche delle spiagge libere, tra associazioni che gestiranno gli arenili, spazi tracciati per assicurare la distanza tra gli ombrelloni e l’utilizzo di app promosse dai vari comuni che serviranno per valutare l’indice di affollamento, così da tenere sotto controllo la situazione delle spiagge di volta in volta.

articolo aggiornato il 13/05/2020

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Covid-19: in spiaggia no ai giochi di gruppo. E in acqua a distanza di sicurezza

People For Planet - Mar, 05/12/2020 - 13:00

Gli ombrelloni dovranno essere assegnati alla stessa famiglia se si ferma nello stabilimento per più giorni. E fin qui ci siamo: più o meno è quello che accadeva anche negli anni passati. Si chiederà di pagare con carta di credito piuttosto che con i contanti e di favorire le prenotazioni per sapere in anticipo quante persone saranno presenti quel giorno in quel preciso stabilimento. E anche fino a qui, data la voglia di tornare a una vita normale che ci accompagna (oltre che di vacanza, dati questi giorni di bel tempo), non sarà questo a fermarci. Poi, però, ci sono da calcolare le misure antiassembramento in caso di pioggia: ripararsi sotto le tettoie del chiosco stretti stretti non sarà – ovviamente – più possibile. E i villeggianti dovranno rispettare il distanziamento fisico, oltre che in spiaggia, anche in acqua. Le nuove regole per andare al mare al tempo del Covid-19 sono contenute in un documento tecnico stilato dall’Istituto superiore di sanità (Iss) e dall’Inail, l’Istituto nazionale assicurazione infortuni sul lavoro, e approvato dal Comitato tecnico scientifico (Cts) istituito presso la Protezione civile per il superamento dell’emergenza Covid-19.

Per approfondire: leggi il documento

“Nell’ottica della possibile ripresa delle attività ricreative di balneazione e in spiaggia, che risultano al momento tra quelle sospese – si legge nel documento – la presente pubblicazione realizzata da Inail in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità e approvata dal Comitato Tecnico Scientifico (CTS) istituito presso la Protezione Civile, nella seduta del 10 maggio 2020, contribuisce a fornire elementi tecnici di valutazione al decisore politico circa la possibile rimodulazione delle misure di contenimento del contagio da SARS-CoV-2, con l’obiettivo di garantire la salute e sicurezza sia degli operatori che dell’utenza”.

Cinque metri tra un ombrellone e l’altro

Il punto nodale del documento è nelle distanze da rispettare per evitare assembramenti: quella minima tra le colonne di ombrelloni (in senso verticale, andando verso il mare) dovrà essere di 5 metri, quella tra gli ombrelloni della stessa fila di 4,5 e sdraio, lettini e sedie dovranno essere posizionati ad almeno 2 metri dall’ombrellone più vicino. E se fin qui le nuove norme, se approvate, saranno più che sopportabili, altre saranno invece più difficili da digerire: tanto per fare un esempio, saranno vietate le attività ludico-sportive che potranno dar luogo ad assembramenti e giochi di gruppo. E poi: le piscine degli stabilimenti dovranno restare chiuse, nello stabilimento andrà indossata la mascherina finché non si raggiunge il proprio ombrellone e ci vorrà una vigilanza specifica sul rispetto del distanziamento fisico da parte dei bambini.

Leggi anche: Covid-19, le destinazioni “sicure” per l’estate

Sotto controllo anche le spiagge libere

La pubblicazione, oltre a riportare le norme cui dovranno attenersi gli stabilimenti balneari, parla anche delle spiagge libere, tra associazioni che gestiranno gli arenili, spazi tracciati per assicurare la distanza tra gli ombrelloni e l’utilizzo di app promosse dai vari comuni che serviranno per valutare l’indice di affollamento, così da tenere sotto controllo la situazione delle spiagge di volta in volta.

articolo aggiornato il 13/05/2020

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12 maggio: giornata mondiale delle infermiere e infermieri

People For Planet - Mar, 05/12/2020 - 11:00

Sono quei giorni che di solito sono festeggiati solo da chi ne è coinvolto, a ben guardare ogni giorno è la giornata mondiale di qualcosa ma quest’anno è diverso: la giornata mondiale degli infermieri va festeggiata da tutti, anche per ricordare che la pandemia in Italia ne ha contagiati 12mila e ne ha uccisi 39.

“L’infermieristica non è semplicemente tecnica, ma un sapere che coinvolge anima, mente e immaginazione”: diceva Florence Nightingale.

«La pandemia ci ha insegnato che occorre studiare dati e lavorare su evidenze scientifiche. Sono tutte intuizioni già presenti nel pensiero e nelle opere di Florence, ricordata come colei che ha ridotto la mortalità per malattie dei soldati nella guerra di Crimea dal 47% al 2%. Quello che, per analogia, ci auguriamo possa accadere nell’emergenza Covid-19», ha raccontato Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche (Fnopi).

«L’emergenza Coronavirus ha messo sotto gli occhi di tutti quello che i pazienti da sempre sanno: l’estrema cura che questi professionisti dedicano al proprio lavoro che, tra gli altri valori, ha anche quello di poter essere un ponte diretto tra paziente/famiglia e personale medico. Un canale di comunicazione così importante da poter a buon diritto poter essere considerato parte del percorso terapeutico», ha dichiarato il presidente del Consorzio interuniversitario AlmaLaurea Ivano Dionigi.

Oltre a Banksy, che ha donato all’ospedale di Southamptonm un’opera: “Game Changer” che abbiamo pubblicato qui, i gesti di omaggio agli infermieri e infermiere sono arrivati da molte parti: 100 soggiorni gratis sono stati donati dal gruppo alberghiero marchigiano Lindbergh Hotels & Resorts al personale sanitario attivo nella Regione Marche.

Anche Starhotels ha donato 1.000 soggiorni nei propri hotel, l’iniziativa si chiama: “Grazie di cuore”.

E Airbnb già dai primi giorni dell’emergenza ha messo a disposizione del personale sanitario, gratuitamente, 4.500 appartamenti (di cui oltre il 30% in Lombardia): le persone ospitate sono 340, operatori che hanno dovuto lasciare la loro casa, spostarsi e cambiare in città per offrire aiuto.

Qui sotto un bellissimo video  diffuso dalla  Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche (FNOPI) che ricorda la figura di Florence Nightingale e che vi farà compiere un virtuale tour del mondo, con contributi esclusivi dedicati a infermieri e cittadini.

Grazie a infermiere e infermieri, grazie!

Leggi anche:
Dona il suo salvadanaio all’ospedale per ringraziare medici e infermieri
In ospedale si fa la parodia del Titanic
Covid-19: “Per salvare la fase 2 servono tamponi di massa”

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

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12 maggio: giornata mondiale delle infermiere e infermieri

People For Planet - Mar, 05/12/2020 - 11:00

Sono quei giorni che di solito sono festeggiati solo da chi ne è coinvolto, a ben guardare ogni giorno è la giornata mondiale di qualcosa ma quest’anno è diverso: la giornata mondiale degli infermieri va festeggiata da tutti, anche per ricordare che la pandemia in Italia ne ha contagiati 12mila e ne ha uccisi 39.

“L’infermieristica non è semplicemente tecnica, ma un sapere che coinvolge anima, mente e immaginazione”: diceva Florence Nightingale.

«La pandemia ci ha insegnato che occorre studiare dati e lavorare su evidenze scientifiche. Sono tutte intuizioni già presenti nel pensiero e nelle opere di Florence, ricordata come colei che ha ridotto la mortalità per malattie dei soldati nella guerra di Crimea dal 47% al 2%. Quello che, per analogia, ci auguriamo possa accadere nell’emergenza Covid-19», ha raccontato Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche (Fnopi).

«L’emergenza Coronavirus ha messo sotto gli occhi di tutti quello che i pazienti da sempre sanno: l’estrema cura che questi professionisti dedicano al proprio lavoro che, tra gli altri valori, ha anche quello di poter essere un ponte diretto tra paziente/famiglia e personale medico. Un canale di comunicazione così importante da poter a buon diritto poter essere considerato parte del percorso terapeutico», ha dichiarato il presidente del Consorzio interuniversitario AlmaLaurea Ivano Dionigi.

Oltre a Banksy, che ha donato all’ospedale di Southamptonm un’opera: “Game Changer” che abbiamo pubblicato qui, i gesti di omaggio agli infermieri e infermiere sono arrivati da molte parti: 100 soggiorni gratis sono stati donati dal gruppo alberghiero marchigiano Lindbergh Hotels & Resorts al personale sanitario attivo nella Regione Marche.

Anche Starhotels ha donato 1.000 soggiorni nei propri hotel, l’iniziativa si chiama: “Grazie di cuore”.

E Airbnb già dai primi giorni dell’emergenza ha messo a disposizione del personale sanitario, gratuitamente, 4.500 appartamenti (di cui oltre il 30% in Lombardia): le persone ospitate sono 340, operatori che hanno dovuto lasciare la loro casa, spostarsi e cambiare in città per offrire aiuto.

Qui sotto un bellissimo video  diffuso dalla  Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche (FNOPI) che ricorda la figura di Florence Nightingale e che vi farà compiere un virtuale tour del mondo, con contributi esclusivi dedicati a infermieri e cittadini.

Grazie a infermiere e infermieri, grazie!

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Foto di Gerd Altmann da Pixabay

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Fase2, quali dispositivi di distanziamento useremo

People For Planet - Mar, 05/12/2020 - 08:00

Un pendaglio o un braccialetto da indossare per avvertirci quando ci avviciniamo oltre la distanza di sicurezza, un pavimento a pois con percorsi colorati da seguire per tornare, a piccoli passi, alla vita normale. Sì perché il ritorno alla normalità sappiamo che dovrà essere graduale e che dovremo fronteggiare ancora il virus con il metodo di contrasto più efficacie che abbiamo: la distanza. E siccome non è comodo né semplice, sia nel lavoro che negli spazi pubblici portare un metro, misurare o anche controllare a occhio le distanze da tutti coloro che ci circondano, allora la tecnologia viene in aiuto. Ed è una tecnologia interamente made in Italy.

Ecco due esempi di dispositivi che ci aiuteranno in queste fasi per tornare a fare acquisti, a frequentare musei e uffici pubblici e soprattutto a tornare al lavoro e nei luoghi più frequentati con maggiori garanzie e minore timore per tutti.

Una collana per mantenere le giuste distanze sul lavoro

Il primo si chiama SafeX Tracer, ed è un nuovo dispositivo indossabile creato da Blueup Srl per la segnalazione e il tracciamento di contatti nella fase post-emergenza Covid-19. È piccolo ed è disponibile sia come pendaglio che come bracciale. Funziona come un dispositivo autonomo e non necessita di alcuna infrastruttura di comunicazione, segnalando con avvisi luminosi e sonori laddove due dispositivi si avvicinino oltre il margine di sicurezza predefinito.

È al contempo compatibile con una piattaforma dati, progettata anch’essa dall’azienda, per il monitoraggio in tempo reale delle posizioni e degli eventi di contatto, e questo consentirà di correggere eventuali procedure. Si tratta di un ausilio davvero importante laddove le lavorazioni sono contigue, gli spazi aperti e non separabili e i DPI (Dispositivi di Protezione Individuale) non indossabili o comunque per evitare di portarli continuamente. Un ausilio importante per la gestione in sicurezza dei luoghi di lavoro e per garantire una ripresa possibile di tutte le lavorazioni.
Il dispositivo rispetta la privacy perché non viene immagazzinato alcun tipo di dato delle persone.

Pois a terra che cambiano colore, come un semaforo, per guidare nei percorsi e tempi di sosta

Il secondo dispositivo si chiama «Safety Pois» ed è una segnaletica visiva da applicare a terra nei locali pubblici e negli uffici, per tenere le persone alla giusta distanza: i pois a terra cambiano colore quando ci sono percorsi vietati, quando ci dobbiamo spostare o avanzare.

L’azienda anche qui è italiana, è una start up e si chiama Tcommunication. La sua idea in sostanza consiste nell’applicare dei grandi pois colorati sul pavimento: verdi, gialli e rossi proprio come il semaforo. E in pratica il concetto è lo stesso: il verde indica il libero transito rispettando la giusta distanza di sicurezza, il giallo una sosta breve, per esempio davanti al banco del supermarket o a un’opera d’arte in un museo e il rosso lo stop in attesa del proprio turno. Difficile sbagliare. I pois creano una griglia verticale di distanze di sicurezza che indicano con chiarezza l’azione consentita. Il pavimento si trasforma, così, in una grande scacchiera colorata. C’è soltanto una regola da rispettare: sui pois ci deve stare una persona alla volta.

I pois delimitano gli spazi tra le persone e forniscono allo stesso tempo indicazioni su come comportarsi: fermarsi con il rosso, muoversi con il verde, sostare brevemente con il giallo. È una soluzione già disponibile, molto veloce, semplice e implementabile in tempi rapidi.
Lo strumento è stato brevettato a livello internazionale ed è iniziata la distribuzione in Italia e all’estero.

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Vitanova, il mercatino dell’usato (Video)

People For Planet - Mar, 05/12/2020 - 07:00

Siamo a Vasto, in Abruzzo, in via Palermo 18. Qui nel 2015 è nato Vitanova, un mercatino dell’usato e del riciclo creativo gestito dalla Cooperativa Sociale Gaia Ambiente Onlus. Ma la missione non è vendere… non solo. E’ sensibilizzare sul tema dell’economia circolare, è collaborare con persone più sfortunate, è stimolare la creatività. E rendere felici.

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Bonus vacanze come funziona | Contro Silvia orrore inconcepibile | 5 Stelle: no accordo migranti

People For Planet - Mar, 05/12/2020 - 06:25

Il Fatto Quotidiano: Plasmaterapia – “Mortalità è scesa dal 15 al 6%”. Studio su 46 pazienti apre strada a banca del sangue. Gallera: “Richiameremo ex malati”;

Il Mattino: Esaurite le mascherine in vendita a 50 centesimi: «Troppe sono state bloccate»;

Il Giornale: Parrucchieri, ristoranti e bar “Dal 18 possibili riaperture”;

La Repubblica: Braccialetto per tenere a distanza i bambini: è davvero una bella idea?;

Il Messaggero: Bonus vacanze, per le famiglie fino a 500 euro per spostarsi in Italia: come funziona;

Il Sole 24 Ore: Dl Rilancio: stop rata Irap per tutti fino a 250 milioni di fatturato, superbonus edilizio e proroga Cig – Reddito di emergenza da 400 a 800 euro per due mesi, come funziona – Addio clausole Iva;

Il Manifesto: Contro Silvia l’orrore inconcepibile della destra;

Corriere della Sera: I 5 Stelle bloccano l’accordo notturno sui migranti: no a condono e sanatoria;

Tgcom24: UN 29ENNE CONTAGIA ALTRE 80 PERSONE – Un solo “untore” fa chiudere di nuovo la Corea del Sud dopo una notte brava nella movida;

Leggo: Frammento di razzo cinese in caduta libera sulla Terra: è allerta in tre continenti.

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