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Aggiornato: 2 ore 14 min fa

Un’app giapponese mappa i vicini con bambini rumorosi

2 ore 50 min fa

Vicini chiacchieroni e bambini che si divertono per strada sono entrati nel mirino di Dorozoku, una controversa app giapponese che identifica i quartieri in cui i livelli di rumore potrebbero essere eccessivi per chi è alla ricerca di una giornata più tranquilla.

Dorozoku (tribù di strada) indica luoghi da evitare perché resi troppo rumorosi dai bambini che giocano e dagli adulti che spettegolano.

Il sito ha toccato un nervo scoperto in un paese in cui anche i treni sono spesso oasi di quiete, con informazioni su quasi 6.000 hotspot in tutto il Giappone pubblicate da abitanti irritabili.

L’app che ha diviso l’opinione pubblica

L’operatore del sito, un uomo sulla quarantina che ha chiesto di non essere nominato, è sotto tiro, accusato di fomentare l’intolleranza nei confronti dei bambini che fanno solo ciò che viene loro naturale, in Paese in cui il tasso di natalità è ancora molto basso e che ha bisogno di molti più giovani se desidera che la sua economia sopravviva nei prossimi decenni.

Il coronavirus ha contribuito a peggiorare la situazione

Il rumore sembra essere peggiorato durante la pandemia di coronavirus, che ha visto un numero record di persone lavorare in smart working, il tutto accompagnato dalla chiusura delle scuole.

Secondo Norihisa Hashimoto, professore emerito di ingegneria ambientale acustica presso l’Hachinohe Institute of Technology nel nord-est del Giappone, lo stress causato dal virus potrebbe trasformare persone altrimenti accomodanti in burberi quando si tratta di proteggere la loro pace e tranquillità.

Quest’app rappresenta una minaccia alla libera espressione dei più piccoli?

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La Casa Passiva di Cuggiono, Milano (Video)

4 ore 49 min fa

Che cos’è una “Passive House”?
La casa passiva è un edificio che non ha praticamente bisogno di un sistema di riscaldamento tradizionale (impianti a pavimento, termosifoni etc) ed è probabilmente una delle migliori “invenzioni” degli ultimi decenni.
Nel video abbiamo anche intervistato Roberto Viazzo, ingegnere RV Consulting+Design srl.

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La moglie di Attanasio: Onu non ha garantito sicurezza” | In arrivo Gomorra 5 | Dpcm: musei aperti nel weekend

6 ore 25 min fa

Corriere della Sera: La moglie di Attanasio: «L’Onu disse che garantiva la sicurezza. Non lo ha fatto»;

Il Giornale: Le conseguenze del Covid: si rischia l’incubo del diabete;

Il Manifesto:Sea Watch 3 soccorre un gommone con 45 migranti;

Il Mattino: ​«Gomorra 5», ecco le prime immagini: Ciro l’Immortale è vivo in Lettonia | Video;

Il Messaggero: Turismo, il ministro Garavaglia: «Roma e le città d’arte, basta con il mordi e fuggi»;

Ilsole24ore: Bozza Dpcm: scuole superiori aperte, il 50% in presenza. In zona rossa chiusi parrucchieri e centri estetici – Cosa si può fare e cosa cambia – Il testo – 10 regioni con Rt sopra a 1- Live / Calo casi in Rsa, effetto vaccini;

Il Fatto Quotidiano: Usa: “Bin Salman autorizzò l’uccisione di Khashoggi”. I fedelissimi di Renzi nel 2018 accusavano il regime saudita, ora tacciono su rapporti tra Mbs e il loro capo;

La Repubblica: ; Bozza dpcm, musei aperti anche nel weekend ma su prenotazione, chiusi i parrucchieri in zona rossa. Misure in vigore anche a Pasqua

Leggo: Bimbo di 2 anni trovato morto dentro un cassonetto dell’immondizia, arrestato il compagno della madre;

Tgcom24: Molise e Basilicata diventano zone rosse, Lombardia, Piemonte e Marche arancio |La scheda: cosa si può fare e cosa no;

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9 italiani su 10 “curano” i dispiaceri con il cibo

Ven, 02/26/2021 - 18:30

Le principali ragioni dietro al consumo di comfort food: stress sul lavoro e gola;  Il 57% degli italiani preferisce il comfort food salato; sul podio tra i cibi preferiti per curare il malumore trionfa la pizza, seguita da cioccolato e cioccolatini e patatine e pop corn; Le corsie dei supermercati tentano la gola degli italiani: quasi 6 su 10 (57%) cedono all’acquisto di comfort food proprio durante la spesa.

L’indagine

Il cibo non è solo nutrimento: oltre a deliziare il palato, infatti, alcuni piatti e alimenti sono capaci di ristorare lo spirito e risollevare l’umore. Lo conferma Everli, il marketplace della spesa online, che ha condotto un’indagine tra gli italiani volta a indagare il rapporto tra il cibo e il buon umore e le abitudini di consumo di comfort food nella Penisola. Inoltre, per commentare le evidenze emerse e scoprire  come sfruttarne al meglio i benefici senza ripercussioni sul proprio benessere, Everli ha coinvolto la dottoressa Patrizia Di Gregorio, nutrizionista di MioDottore.

Secondo i dati raccolti da Everli, per più di 9 italiani su 10 il cibo è una forma di consolazione e conforto, alla quale si ricorre in maniera più o meno consapevole. Lo conferma anche la dottoressa Di Gregorio, che spiega infatti che “la felicità non è altro che una risposta del nostro sistema nervoso alla sollecitazione di una sostanza, la serotonina, di cui molti alimenti sono ricchi. Inoltre, la soddisfazione ricercata con il cibo – sin dal primo approccio, durante l’allattamento – è legata anche al bisogno di rassicurazione e di affetto ed è per questo, ricorda la nutrizionista, che ogni qualvolta questi vengano a mancare, si ricorre al cibo come consolazione o come fonte di appagamento e di piacere”. L’esperta sottolinea, inoltre, che “questo meccanismo è più radicato nelle donne, anche per motivi sociologici: sono loro a trascorre più tempo in cucina e a prodigarsi di più nel soddisfare i bisogni alimentari della famiglia (spesso anche la preparazione di un buon pasto viene associata alla manifestazione di affetto), inoltre, sono più inclini a collegare ricordi di situazioni piacevoli con piatti e pietanze legate alla propria tradizione familiare”.

Comfort food? Per gli italiani è salato! Meglio consumato a casa sul divano e mentre si lavora o studia

Quando si tratta di comfort food, gli intervistati tricolore tendono a scegliere cibi e piatti salati per ritrovare il buonumore (57%). In particolare, sul podio di Everli, tra gli alimenti preferiti per ritrovare il buon umore trionfa la pizza (45%), seguita da cioccolato e cioccolatini (42%) e patatine o pop corn (26%). Un gradino sotto il podio si posizionano a pari merito biscotti, merendine dolci e gelato (22%), mentre snack salati, hamburger e panini con salse (16%) chiudono la top 5 nazionale. La dottoressa Di Gregori ricorda però che, oltre al cacao, esistono numerosi alimenti vegetali ricchi di serotonina, in particolare la frutta secca, i cereali integrali, i legumi, la banana, la lattuga, i cavoli, gli asparagi e ancora pomodori e funghi.

Complici l’emergenza sanitaria e il maggior tempo trascorso tra le mura domestiche, è proprio la casa il luogo per eccellenza dove gli italiani consumano il loro comfort food. Ma come e quando lo fanno? Per quasi la metà degli intervistasti vince il divano (43%), mentre un terzo mentre lavora o studia da casa (33%). Non manca chi si fa tentare mentre cucina (14%), ma anche chi sceglie il letto (11%).

Tra le situazioni che più spingono gli abitanti dello Stivale a ricorrere al cibo per trovare conforto spiccano lo stress accumulato sul posto di lavoro (36%), insieme alla pura voglia di soddisfare la gola (33%). Inoltre, osservando le abitudini degli italiani nel dettaglio, emerge che la metà di loro sente il bisogno di consolarsi con il cibo almeno una o due volte a settimanala sera dopo cena, è il momento prescelto per questa routine (39%) per chiudere al meglio la giornata.

Sul tema delle occasioni di consumo l’esperta precisa che “se si tratta di alimenti vegetali, è possibile inserirli in ogni pasto, mentre per altre tipologie di cibi, è preferibile un consumo più occasionale e relegato alla fase iniziale della giornata”. La nutrizionista di MioDottore aggiunge che “il momento migliore è dunque quello della colazione che permette di avere davanti tante ore per poter bruciare le tante calorie che spesso questi alimenti apportano. In genere si tratta infatti di cibi ricchi di zuccheri e di grassi che possono regalare, a fronte di qualche minuto di piacere, chili in più e valori di colesterolo e glicemia aumentati. Inoltre, gli zuccheri semplici, anche se possono avere un effetto consolatorio al momento del consumo dell’alimento, provocano sbalzi glicemici che si traducono in cali di energia e sbalzi d’umore e dunque non hanno un effetto positivo reale sull’aumento della sensazione di felicità”.  

Gli italiani tendono a consumare più comfort food quando sono da soli, ma senza sensi di colpa

Secondo le evidenze dell’indagine di Everli, gli italiani sono più propensi a consumare comfort food quando si trovano in completa solitudine (54%) piuttosto che quando sono in compagnia (7%). Il senso di colpa sembra però non preoccuparli troppo: il 63% di loro afferma infatti di sentirsi mai o quasi mai in colpa dopo essersi affidato al cibo per curare il malumore, mentre il restante 37% si divide tra chi avverte il senso di colpa sempre e molto spesso.

Ma come ricorda l’esperta, “non è del tutto corretto pensare di poter utilizzare il cibo come unico mezzo per migliorare il proprio stato d’animo, bensì è necessario guardare all’alimentazione come ad un aspetto prioritario ai fini del mantenimento dell’efficienza innanzitutto biologica del nostro corpo. Una sana alimentazione, infatti, è alla base della prevenzione e permette non solo di avere la giusta energia per svolgere in modo attivo la propria vita, ma anche per sostenere la propria salute. Per vivere in uno stato di benessere e non solo di “assenza di patologie”, occorre salvaguardare le emozioni positive ma senza trascurare tutto il resto: un corretto apporto di macro e micro nutrienti scelti da una gamma più vasta possibile di cibi genuini e naturali è sempre la scelta più saggia”.

Le corsie dei supermercati tentano più della metà degli italiani

Interrogati su come si procurino il loro cibo di conforto, oltre la metà degli italiani (57%) ammette di farne scorta personalmente, recandosi al supermercato e lasciandosi tentare dalle delizie ben in vista sugli scaffali. Come fare, dunque a resistere? Gli abitanti dello stivale si dividono tra coloro che credono che per limitare la voglia di comfort food si debba cercare di agire alla base del problema (la maggioranza, 66%) tenendosi occupati in attività quali la lettura, lo sport o altri hobby, e i più pragmatici (1 italiano su 10), che per eliminare il rischio di qualsiasi tentazione opta per incaricare altri della propria spesa.

L’affidarsi alla spesa online, e ad un servizio come Everli, può essere quindi una valida alternativa per chi ha difficoltà a resistere alle tentazioni: grazie alla figura dello Shopper – incaricato della scelta dei prodotti direttamente tra gli scaffali del supermercato – la piattaforma garantisce agli utenti un’esperienza di totale serenità, prima, durante e dopo la spesa, riducendone ogni complessità.

Le regole d’oro sul comfort food

La dottoressa Di Gregorio, suggerisce alcuni utili accorgimenti per sfruttare al meglio i benefici del comfort food senza ripercussioni sul proprio benessere:

  • Prediligere alimenti non preconfezionati o industriali (optare per cioccolata fondente o frutta secca), concentrando gli spuntini nelle ore centrali della giornata;
  • Quando si decide di concedersi una pausa per uno spuntino, sospendere le altre attività per goderla appieno;
  • Se il comfort food prescelto non è in linea con la serie di alimenti vegetali consigliati ma si tratta di un dolcetto confezionato, meglio assumerlo rigorosamente a colazione e non nelle ore serali;
  • Cercare di accompagnare questi “cibi del buonumore” con un’abbondante quantità di acqua, ottime anche le tisane.
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Biocosì: il biopackaging intelligente

Ven, 02/26/2021 - 17:00

Intervista a Massimo Iannetta, agronomo e responsabile della Divisione “Biotecnologie e Agroindustria” di Enea, che ci presenta un progetto di valorizzazione degli scarti alimentari. Si tratta di sottoprodotti contenenti molecole di grande interesse per la cosmetica, la nutrizione, fino allo sviluppo di nuovi materiali per gli imballaggi, ad esempio.

Sapete che si può ricavare un imballaggio per il formaggio dagli scarti di lavorazione del formaggio stesso? Il progetto si chiama Biocosì flowplayer.conf.analytics = "UA-11693000-17"; flowplayer.conf.container = "#player_378"; p = flowplayer(flowplayer.conf.container, { splash: 'https://cdn.peopleforplanet.it/v/video/378/output/thumb.jpg', aspectRatio: "16:9", key: '$995340359991288', clip: { sources: [ { type: 'application/x-mpegurl', src: 'https://cdn.peopleforplanet.it/v/video/378/output/Enea-biocosi.mp4_master.m3u8' }, { type: 'video/mp4', src: 'https://cdn.peopleforplanet.it/v/video/378/Enea-biocosi.mp4' } ] } })

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Siria: attacco aereo contro milizie pro-Iran, è il primo raid di Biden

Ven, 02/26/2021 - 13:30

Almeno 17 combattenti pro-Iran sono stati uccisi in seguito all’attacco americano in Siria svoltosi nella giornata del 25 febbraio. Come rivelato dall’Osservatorio siriano dei diritti dell’uomo riportato da Ansa: “Gli attacchi hanno distrutto tre camion di munizioni (…) ci sono molti morti. Secondo un primo bilancio sono rimasti uccisi almeno 17 combattenti, tutti di Hachd al-Chaabi”, ha detto il direttore dell’Osservatorio, Rami Abdel Rahmane.

Chi sono i contractors

Il raid, avvenuto nella parte orientale della Siria, è la risposta all’attacco missilistico in Iraq dello scorso 15 febbraio nel quale ha perso la vita un contractor civile mentre militari statunitensi e di altre forze della coalizione sono rimasti feriti. Da tempo le guerre vengono combattute per lo più dai contractors, mercenari di professione, uomini pagati per fare la guerra altrui. Il loro peso all’interno degli apparati di sicurezza degli Stati Uniti ha subito un’accelerazione sotto l’amministrazione Trump, tramite legami sempre più stretti con le società nordamericane che si occupano di questo settore e la Academi di Erik Prince, un tempo nota come la Blackwater.

L’attacco del 25 febbraio, dice il portavoce del Pentagono, “manda un messaggio inequivocabile: il presidente Joe Biden agirà per proteggere il personale americano e della coalizione“. Quel che è certo è che con questo raid il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha inaugurato una stagione all’insegna di una politica estera quanto meno “reattiva” in Siria, dove la guerra civile è iniziata il 15 marzo 2011.

Tra pochi giorni la Siria “compie” 10 anni di guerra

Una guerra che tra pochi giorni “compirà” 10 anni e che ad oggi ha provocato “ufficialmente” mezzo milione di morti civili e 12 milioni di sfollati. Un Paese con città e villaggi trasformati in cumuli di macerie, scuole bombardate (con dentro i bambini), ospedali bombardati (con dentro malati e medici). Un Paese devastato, dove il 90% della popolazione, stima l’Onu, versa in condizioni di estrema povertà. Un Paese un tempo ricchissimo, dove oggi è quasi impossibile procurarsi pane e combustibile per riscaldarsi, mentre la pandemia imperversa ben oltre i numeri ufficiali. Un Paese sfregiato.

Il portavoce del Pentagono John F. Kirby ha parlato di “una risposta militare proporzionata” all’offesa, suffragata da misure diplomatiche, e condotta dopo avere consultato i partner di coalizione.

“Siamo fiduciosi sull’obiettivo che abbiamo attaccato, siamo convinti che era usato dalla stessa milizia sciita che ha condotto gli attacchi” contro basi Usa in Iraq, ha aggiunto Kirby, che assicura che i bombardamenti hanno distrutto varie strutture localizzate in un punto di controllo strategico perché di frontiera, dove le suddette strutture avrebbero fatto da basi per dei gruppi di militanti sostenuti dall’Iran, inclusi Kait’ib Hezbollah e Kait’ib Sayyid al-Shuhada.

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Lo stupore è la molla della nostra vita

Ven, 02/26/2021 - 12:30

Indiscutibilmente sopravvivere è una pulsione fondamentale. Se non sopravvivi sei morto e la natura ci ha dotato quindi di un poderoso istinto di sopravvivenza che ha permesso ai nostri avi di evitare di essere mangiati dai leoni e dare così continuazione alla razza umana. Ma la ricerca dello stupore è sicuramente un istinto primario molto potente del quale stranamente i filosofi si sono occupati molto poco. Eppure tutte le nostre passioni sono legate alla ricerca dello stupore.

Gli effetti dello stupore

L’amore, l’arte, la scienza, sono esperienze improntate allo stupore. Ci innamoriamo perché incontriamo una persona che ci fa sentire una scossa, una vertigine, cioè ci stupisce. E lo stupore è alla base pure delle peggiori inclinazioni: la guerra è orribile ma sicuramente è anche stupefacente, vedi cose terribili che non possono non generare stupore oltre che orrore; di fronte alla violenza ci chiediamo: ma come è possibile che un essere umano sia così crudele? E cosa cerca il giocatore d’azzardo se non lo stupore di una vincita ogni tanto? E cosa cerca il tossicomane che assume stupefacenti?
A ben guardare tutte le esperienze umane incontrano spesso momenti che generano stupore. Sono certo che se ripensi a quel che è capitato nella tua vita potresti passare un’ora a elencare le catene di coincidenze assurde che ti hanno portato ad essere quel che sei e a pensare quel che pensi. È indiscutibile che vivere è un’esperienza che, nel bene e nel male e anche nella tragedia, non smette un attimo di lasciarci allocchiti, basiti, meravigliati, scioccati, stupiti.

Insegnamenti dalla storia

Ma anche la storia delle scoperte scientifiche e tecnologiche è cosparsa di eventi improbabili, qui pro quò, coincidenze, malintesi, errori. Catene di eventi stupefacenti.
Basarti pensare alla serie di scoperte scientifiche alle quali si è arrivati per sbaglio: la scoperta dell’America, la penicillina, il Post-it, sono stati in realtà fallimenti che hanno ottenuto un colossale imprevedibile successo.
E che dire del processo creativo sbalorditivo che ha portato a scoprire la forma del dna, la formula del benzene o la penna a sfera grazie a un sogno?Io nella migliore delle ipotesi sogno di fare sesso. C’è chi ha sognato la struttura a doppia elica del dna!

E la storia dell’economia? Imprese che parevano vincenti sono finite con assurdi fallimenti e fallimenti commerciali totali hanno generato successi travolgenti.

Il brand Louis Vuitton nato da un’errore

Si racconta che la compagnia ferroviaria dei Vagons Lits aveva commissionato un tessuto per le tende dei vagoni con il monogramma VL, (Vagons Lits) a un certo Vuitton. Egli produsse un prototipo di tessuto estremamente robusto con il monogramma VL che venne rifiutato dalla compagnia ferroviaria. Così Vuitton si trovò con della stoffa che non sapeva come riciclare. Ma il monogramma VL poteva anche rappresentare le sue iniziali: Louis Vuitton. Quindi decise di utilizzare quella tela per realizzare borse. Così inventò in un sol colpo una borsa di successo e il concetto stesso di prodotto griffato. Prima di lui nessuno avrebbe mai messo in evidenza il proprio simbolo su una borsa o sopra un vestito.
Questo fenomeno, questo meccanismo basato su assurde, stupefacenti coincidenze, si manifesta nella storia delle singole persone e delle aziende ma anche nella storia dei popoli. L’idea che grandi uomini abbiano architettano piani d’azione geniali e poi siano riusciti a metterli in pratica è una sciocchezza insegnata da libri di scuola superficiali e ignoranti.

La bomba atomica

La storia umana è un monumento all’improbabile, all’impossibilità e all’inconcepibile. Vittorie e sconfitte sono frutto di infinite catene di eventi fortuiti, accidenti, errori…Roberto Mercadini, grande filosofo e ricercatore oltre che eccellente attore comico, ha dedicato libri e spettacoli alla descrizione delle incredibili coincidenze che hanno determinato da sempre la storia umana, le leggi della fisica e quelle della biologia.

Nel suo libro “La bomba atomica” ricostruisce la catena di eventi impossibili che hanno portato al massacro di Hiroshima e Nagasaki. C’è un capitolo che da solo rende l’idea dell’ incommensurabile assurdità della coincidenze. Adolf Hitler era un poveraccio, che non era stato ammesso all’ Accademia di pittura di Vienna, aveva finito i soldi ricevuti in eredità e dormiva nei ricoveri per senza tetto. Parte come volontario nella Prima Guerra mondiale, fa il portaordini e o non compie nessuna azione eroica, finita la guerra decide di continuare a fare il militare per garantirsi un tetto e cibo. Nel frattempo il nazismo sta crescendo in Austria, ha già come simbolo la svastica e tutte le sue idee bacate sul super uomo, la superiorità ariana e gli ebrei cattivi sono già belle e pronte. I militari si preoccupano e si chiedono se questo nazional socialismo sia pericoloso. Quindi decidono di infiltrare un militare nelle file dei nazisti. Possono scegliere tra decine di migliaia di candidati… E chi scelgono? Adolf Hitler? Sì!!! Adolf Hitler!!!!! Mercadini scherzando si chiede che cosa sarebbe successo se avessero scelto un’altro… Non ci sarebbe stata la Seconda Guerra Mondiale?

Ma fa anche un’altra ipotesi più realistica: non è Hitler che ha plasmato il nazismo ma il nazismo che ha plasmato Hitler e se lui non ci fosse stato si sarebbe trovato un altro leader altrettanto terribile. Marx ed Engels erano dello stesso parere: non sono i grandi uomini che fanno la storia ma le condizioni sociali ed economiche che creano gli uomini. Un po’ come succede con il clima: se in una zona c’è poca aria (bassa pressione) si crea il vento che va a riempire quella carenza.

Coincidenze stupefacenti

Ho riflettuto a lungo sui racconti di Mercadini che mi hanno risuonato con i risultati delle mie ricerche. Quante battaglie erano ormai perse ma sono state vinte per un errore assurdo o per un caso assolutamente improbabile?L’esercito di Federico Barbarossa, imperatore, non sarebbe stato distrutto durante la battaglia di Legnano se improvvisamente non fosse uscito dalla boscaglia, sul fianco delle truppe tedesche, uno squadrone di cavalieri che erano lì per sbaglio: si erano persi! Era dalla mattina presto che giravano alla ricerca dell’esercito lombardo ma non lo avevano trovato, ed eccoli lì, in un momento cruciale, esattamente in quel punto. E i tedeschi non si rendono conto che sono pochi e per giunta con armature leggere, si fanno prendere dal panico fuggono disordinatamente e annegano in gran numero tentando di attraversare il Ticino. Non c’è battaglia, colpo di stato, nomina di re o di papa che non abbia come causa primaria una serie di fatti inconcepibili, improbabili in maniera pazzesca, assurdi. E anche osservando la storia e le coincidenze abbacinanti che ne sono la spina dorsale, mi viene da chiedermi se non vi sia una qualche legge di natura che produce inarrestabilmente eventi che generano in noi stupore.

Universo & Evoluzione

In effetti se osserviamo la natura della materia e l’evoluzione della vita possiamo sospettare che nell’universo esista una pulsione naturale a produrre stupore.
Contemplando l’incommensurabile misura dell’universo, miliardi di galassie formate a loro volta da miliardi di stelle, ci si potrebbe chiedere se fosse veramente indispensabile crearlo così immenso. E perché le leggi di natura sono così complesse e a volte incomprensibili da convincere che il mistero sia una qualità immanente della realtà? Possiamo immaginare che lo stupore di fronte all’inimmaginabile sia un effetto al quale il creato tendeva fin dall’inizio?

Perché sennò l’universo avrebbe generato forme di vita tanto diverse, strane a volte assurde? La vita avrebbe potuto ugualmente proliferare senza l’incredibile, stupefacente varietà di forme viventi. Sarebbero bastate un numero limitato di piante, batteri, insetti e animali per popolare la Terra. Invece osservando il tipo di viventi che l’evoluzione ha generato restiamo stupiti: lucertole grandi come case, libellule di 75 centimetri, millepiedi lunghi due metri. E perché a un certo punto un tipo di cerbiatto, grande come un gatto, decide di tornare a vivere in acqua e dopo qualche centinaia o di milioni di anni diventa una balena lunga 25 metri? Era proprio necessario? E che dire dei batteri che si sono adattati a vivere dentro sostanze acide che scioglierebbero l’acciaio? E perché esiste il tardigrado, un esserino a 8 zampe, grande mezzo millimetro, col naso che sembra un aspirapolvere, che sopravvive a temperature spaventose?

Qualcuno, saggiamente, dirà che è tutto frutto della casualità. Certo il metodo è stato casuale. Ma non sono di certo il primo ad osservare che la vita si è manifestata sulla terra poco dopo che le condizioni atmosferiche lo hanno reso possibile. E schiere di scienziati sostengono che si sia trattato di un evento veramente improbabile e stupefacente. Tanto che si è verificato una volta sola. Questa è un’informazione che a scuola non ti danno. Tutte le creature viventi, dai batteri, ai funghi, alle papaie, agli elefanti discendono da un unica cellula primordiale che ha avuto la capacità di replicarsi, tant’è che possiamo innestare un pezzettino del dna di una lattuga in qualsiasi altra creatura vivente, e viceversa. E questo non ti stupisce?

E quando finalmente le prime due cellule sono riuscite a costruirsi un sesso e inventare la riproduzione sessuata (prima si scindevano ed era uno schifo) si è verificata un’evoluzione velocissima. Sembra incredibile quanto poco ci ha messo a diventare un elefante una specie di spugna sprovvista di bocca e di sedere, che assorbiva le sostanze nutritive con qualche cosa di simile a una pelle; non so se mi spiego, è come se sdraiandoti sulla sabbia tu potessi assorbire calcio e proteine. Hai mai pensato quanto deve essere stato complesso per una creatura formata da una sola cellula evolversi e costruirsi occhi, naso, senso del tatto e del gusto? E come hanno fatto alcune lucertole ad essere così veloci nel fabbricare piume e ali e iniziare a volare?E le piante carnivore come hanno imparato a produrre quegli odori che attirano le loro prede? E come è possibile che ci sia un’ orchidea che produce fiori che hanno al centro la riproduzione perfetta del sedere di una femmina di un insetto, compreso il profumo, in modo tale che il suo maschio a volte preferisce copulare che la bambola prodotta dal fiore piuttosto che con una femmina vera? E che dire delle piante che producono droghe che attirano batteri che poi fatti come cavalli, scavano la roccia per permettere alle radici della pianta di nutrirsi? Realizzare simili stranezze strategiche non è facile come dirlo. Farlo in pochi milioni di anni è inconcepibile anche per molti scienziati.

La Vita

Alcuni hanno ipotizzato che la velocità evolutiva sia tale perché a dare una spinta all’evoluzione c’è stata una sorta di struttura frattale insita nella natura stessa. La vita non era una possibilità, era la strada segnata dalla natura stessa della materia. Ovvero lo scopo della materia inanimata era la vita fin dall’inizio. La vita come necessità dovuta alle leggi naturali, non certo a un disegno cosciente… Ma chi vuol vedere un disegno cosciente, divino, nell’ affermarsi della vita potrà comunque condividere questo discorso. Dio voleva la vita e ha creato una materia bruta che si sarebbe evoluta spontaneamente e inarrestabilmente verso la vita. Questo concetto di inarrestabilità della vita è essenziale anche per capire come sia stato possibile che si siano verificate tutte le condizioni necessarie perché la vita fiorisse. Sarebbe stato sufficiente che mancassero un paio di tipi di atomi per renderla impossibile, che la Terra fosse stata un po’ più vicina o lontana dal sole, che un pianeta non colpisse la terra provocando il formarsi della luna…

Le probabilità che tutte le precondizioni all’esistenza della vita si verificassero e che tutti i componenti della prima cellula si trovassero poi nello stesso millimetro cubo di oceano, sono talmente tante e improbabili che sarebbe come se un tornado passasse sopra un deposito di scarti industriali e lasciasse dopo il suo passaggio un Boeing perfettamente montato e funzionante. Altri dicono che la vita aveva le stesse probabilità di manifestarsi che avrebbe una scimmia di scrivere la Divina Commedia percuotendo a caso i tasti di una macchina da scrivere.
Se poi andiamo a vedere come funzionano le particelle sub atomiche scopriamo che la realtà è basata sul delirio. Come è possibile che un fotone, in certe condizioni diventi un’onda, cioè sia sprovvisto di un corpo fisico? E come è possibile che se tu lo guardi quando dovrebbe diventare un’onda lui resti una pallina di materia? Forse mentre leggi queste righe pensi che io stia dicendo una cazzata, ma puoi trovare su You Tube decine di video che ti spiegano bene quel che succede, confermato da migliaia di esperimenti compiuti in tutto il mondo.

Ipotesi, teoria e logica

Per cercare di descrivere questi fenomeni è stata inventata la teoria quantistica. Che serve a descrivere quel che succede ma non è in grado di spiegare perché. Tutti gli scienziati continuano a scoprire nella materia fenomeni che vanno contro qualsiasi logica umana. Tra i fisici gira una battuta: se la teoria quantistica non ti lascia esterrefatto vuol dire che non l’hai capita.

Riassumendo: l’universo si è formato, evoluto e ha dato origine alla vita e la vita ha prodotto noi esseri umani che siamo in grado di osservare la natura del mondo e gli eventi umani ricavandone ad ogni passo sensazioni di stupore. E contemporaneamente insieme all’istinto di sopravvivenza la molla della ricerca dello stupore è quella che determina le nostre passioni e i nostri desideri.

A questo punto mi butto a formulare un’ipotesi che certamente non posso dimostrare sul piano scientifico ma che mi pare decisamente ficcante: lo stupore è una sorta di qualità della materia, una sua modalità, una necessità. Lo scopo del manifestarsi della vita era creare entità capaci di vivere lo stupore. E in effetti possiamo fantasticare sul fatto che anche gli animali percepiscono lo stupore di essere vivi, potersi muovere e assaggiare nutrimenti… Ma l’universo ha avuto la necessità di creare esseri capaci di osservare la realtà analizzarla e percepire la meraviglia di ogni evento e di ogni momento. Noi siamo gli esseri più bravi a provare stupore, viviamo per sperimentare la meraviglia di essere. E forse quando noi ci stupiamo produciamo una sorta di energia stupita che è fondamentale per far girare con eleganza le galassie. Il nostro stupore è necessario per ricaricare le batterie stuporifere dell’Universo e l’evoluzione andava veloce perché doveva generare forti produttori di energia stuporifera prima che si esaurissero le scorte dell’universo e tutto esplodesse e si afflosciasse.

Ammetto che si tratta di una teoria molto campata per aria. Ma non meno assurda del comportamento dei fotoni che se li guardi non si trasformano in onde.
Ma esiste una prova indiretta del fatto che questa idea non sia del tutto scema. È indiscutibile che l’universo, il fato, non si dedichino a premiare i buoni e punire i cattivi. Se così fosse Hitler sarebbe stato fulminato in culla. La fortuna piuttosto non solo aiuta gli audaci ma permette a chi è più bravo a produrre stupore negli altri di sperimentare una sorta di super potere. Il comune denominatore dei malvagi che hanno avuto successo, da Stalin a Hitler, da Berlusconi a Trump è stata la loro capacità di compiere azioni stupefacenti, impensabili. Stupire la gente è la chiave di tutti i successi umani, nella politica, nell’arte nell’amore come negli affari. E chi è capace di stupire perde il suo super potere appena perde la propria capacità di generare stupore perché la sua azione diventa troppo strutturata, ripetitiva, e quindi cessa di essere fonte di stupore.

Quindi…

…anche se pensi che la mia teoria filosofica sia sballata prova ad aumentare la quota di azioni fuori dalle convenzioni nella tua vita e poi dimmi se la tua situazione non migliora. La controprova è che chi fa di tutto per vivere in modo codificato, regolare, rigido, invecchia prima e peggio. Ti basta guardare come stanno le persone intorno a te per rendertene conto!

La rigidità mentale, la ripetitività di abitudini, modi di pensare e di reagire, sono da tempo stati individuati come fattori negativi dal punto di vista fisiologico e psicologico. E guarda i bambini: hanno una capacità incredibile di reagire a malanni e di sopravvivere a cadute ed altri disastri, godono di un’energia meravigliosa e irruente e di una grande creatività. E sono gli umani che sperimentano maggiormente e si stupiscono di più, per i bimbi tutto è nuovo e meraviglioso. L’universo li protegge e la forza è con loro perché sono eccellenti produttori di energia stupefatta?

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Terrone è un insulto? L’Accademia della Crusca finisce in tribunale

Ven, 02/26/2021 - 11:30

Terrone è un insulto? L’Italia se lo domanda periodicamente, e se una metà di noi (la destra) l’ammette in senso “ironico”, alla Berlusconi insomma, l’altra metà non ha dubbi: terrone è un insulto. Ma le cose possono cambiare? Possiamo cambiarne la definizione, tornando alle radici del sostantivo, e provare a riabilitarlo, dato che intere famiglie ne sorreggono il peso?

La domanda del signor Terrone

È questa in sintesi della richiesta del signor Francesco Terrone, ingegnere salernitano, che non vuole certo rinunciare al suo cognome, traccia di una stirpe che fa riferimento “alla terra dei latifondisti, dei feudatari, dunque alla ricchezza, (…) al lustro (che queste famiglie diedero) all’Italia intera”, ha spiegato.

La definizione della Crusca

La prestigiosa Accademia della Crusca riporta la definizione del vocabolo scelta per la prima volta da Bruno Migliorini nell’appendice al Dizionario moderno di Alfredo Panzini nel 1950: “Così gli italiani del settentrione chiamano gli abitanti delle regioni meridionali (più o meno, da Roma in giù)”, con valore di “contadino” (nel senso di villano, burino e cafone) e viene “usata, in senso spregiativo o scherzoso, per indicare gli abitanti del Meridione in quanto il Sud era una regione del nostro paese caratterizzata da un’agricoltura arretrata”.

Come cambiare?

Contro questa definizione, il signor Terrone da Mercato San Severino, provincia di Salerno, è riuscito a portare in tribunale l’istituzione italiana, affinché riconosca anche un’accezione diversa a un termine usato comunemente come dispregiativo.

“Ho chiesto, con tre Pec, di variare la definizione del termine terrone – ha dichiarato l’uomo – ma ho avuto solo risposte evasive. A quel punto siamo andati in giudizio”. La vicenda sarà discussa quindi a settembre dal Tribunale di Nocera Inferiore.

ilNarratore pubblica “Il Quinto Stato” di Ferdinando Camon

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7 allenamenti per ascoltare in modo efficace

Ven, 02/26/2021 - 10:00

Dal canale YouTube TEDx Talks: “Se gli dei ci hanno dato due orecchie e una bocca sola, diceva un filosofo, un motivo ci sarà. Eppure studiamo come parlare, scrivere, telefonare. E diamo per scontato che per ascoltare basti stare lì. Invece ascoltare è impegnativo. È come volare: bisogna prepararsi, sollevarsi, concentrarsi, spostarsi. E voler cambiare”.

TEDx Talks

Operaio delle parole. Milanese, 1959, linguista, ricercatore e allenatore di comunicazione. Anni nel giornalismo e nella pubblicità, scrive libri sull’uso del linguaggio, tiene corsi per aziende e istituzioni, con una specializzazione in ambito medico-sanitario. Insegna alla Iulm di Milano e alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Ama le persone, la democrazia, la fatica, il karate, cantare, andare in montagna.

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Come si reinventano edifici e città dopo il Covid-19

Ven, 02/26/2021 - 08:30

Il Covid-19 avrà un impatto duraturo sulla progettazione degli edifici e delle città? E se la risposta è sì, cosa dovrà essere progettato in maniera diversa? Le soluzioni saranno in linea con una progettazione green?

Questo si chiedono i progettisti in questo momento, e su questo in tanti stanno già lavorando, perché se è vero che per alcuni mesi abbiamo adattato spazi di vita e di lavoro, adesso non sappiamo se queste modifiche, queste nuove modalità, troveranno uno spazio che sia a lungo termine, nella costruzione degli edifici e degli spazi cittadini e soprattutto nel modo di costruire più “salutare” e di minor impatto per l’ambiente: nella bioarchitettura.

Sfruttare la pandemia per ripensare tutto in chiave green e salute

Città ed edifici, ce lo racconta la storia, sono sempre stati plasmati dalle malattie. Oggi una nuova trasformazione degli spazi vitali si intravede all’orizzonte e sta ai progettisti, e a tutti noi fruitori di questi spazi, l’onere di trasformare la crisi in opportunità. L’emergenza sanitaria può essere un’occasione unica per cambiare in meglio i nostri stili di vita, per agire sullo spazio abitativo, che ha bisogno di un ripensamento e di un alleggerimento, secondo processi di riduzione della densificazione e di dotazione di spazi privati all’aperto, come un sano ritorno alle tipologie del passato con cortili, giardini, terrazze, ecc.

Ma è anche un’occasione per dare la giusta importanza allo spazio pubblico, e non solo per la dimensione connessa al distanziamento sociale, perché è vitale sia per l’emergenza climatica (permeabilità dei suoli e drenaggio, soluzioni per ridurre l’isola di calore e per la compensazione della CO2, ecc) che per la prevenzione sismica e la sicurezza generale delle città, specie dei centri storici ad alta densità edilizia senza vie di fuga.

Le nostre città, le case che non abbiamo mai frequentato tanto come nei giorni passati, gli uffici, le piazze, i centri culturali, i luoghi di aggregazione, secondo molti progettisti non saranno più gli stessi dopo la pandemia perché il modo di abitare e di pensare di miliardi di persone è radicalmente cambiato in un arco temporale di poche settimane.

È quanto sostiene anche Fabrizio Tucci, professore ordinario di progettazione ambientale alla Sapienza di Roma e coordinatore del gruppo internazionale di esperti del Green City Network: “Gli spazi fisici sono espressione della gente. Se le abitudini e le esigenze delle persone mutano, cambiano anche gli spazi. Inevitabilmente. E viceversa, se noi progettisti indirizziamo opportunamente tale cambiamento possiamo incidere profondamente su un miglioramento della vita delle persone e dell’ambiente“.

Cosa si modificherà in maniera più evidente

Di certo, almeno in un primo momento, verranno messe da parte modalità di lavoro come il coworking e rivalutati gli spazi condivisi per lavorare, poi dovremo vedere se i nuovi principi entreranno stabilmente nelle modalità progettuali. E di conseguenza gli uffici open space e i laboratori di aziende con spazi ridotti e difficilmente separabili saranno fin d’ora ripensati, per trovare soluzioni alternative e più sicure per gestire il presente, ma anche perché si possa essere pronti, scongiurando che riaccada, ad altre crisi analoghe. Dovrà cambiare anche la progettazione dei sistemi di ventilazione e privilegiati i materiali che sono più “inospitali” per virus e batteri.

Per quanto riguarda le abitazioni basta vedere oggi le fotografie e i video che provengono dalle nostre case, con noi che lavoriamo, i nostri figli che studiano, che proviamo a rilassarci, che siamo in casa ma vogliamo fare un po’ di movimento, per farci capire che la costruzione teorica dell’alloggio funzionalista e della corrispondenza tra stanza e attività, nel post pandemia, non va più bene. Il nostro spazio domestico in due mesi è diventato lo spazio unico per tutti coloro che vi abitano e per fare tutto. Ma quali spazi interni ed esterni subiranno le maggiori trasformazioni?

I progettisti dicono che saranno gli spazi intermedi (tra la casa e l’esterno), la progettazione indoor e la casa, gli uffici anti-virus, lo spazio urbano per la convivialità, il mix funzionale e l’ipervicinanza di quartiere.

Spazi intermedi tra la residenza e la città

È già da tempo che la progettazione ambientale punta sugli spazi intermedi: cortili, corti, logge, giardini e terrazze condominiali, balconi, “finestre sulla città”, veri e propri filtri, valvole di decompressione tra interno ed esterno. Stanno assumendo e assumeranno sempre più nuove funzioni: potranno diventare nuovi luoghi di aggregazione e socializzazione, di sport e movimento fisico, e addirittura accogliere forme innovative di spettacolo. La faccia green dello spazio semi-privato può trasformare quelli che erano luoghi di passaggio o addirittura non-luoghi in tetti verdi, in piccoli orti urbani, in superfici per la raccolta dell’acqua o per l’auto produzione di energia pulita, in polmoni verdi da legare al tessuto connettivo cittadino per la mitigazione microclimatica e il contrasto a CO2 e polveri sottili.

La casa e la progettazione indoor

Le case hanno assunto moltissime funzioni alle quali rispondere con forme adeguate: lavoro, studio, e-commerce, palestra, ricreazione nel tempo libero. Le camere da letto, i soggiorni, le cucine dovranno potersi trasformare, in certi orari, in uffici o luoghi d’istruzione a distanza, in palestre, o in punti d’incontro virtuale. Se non è possibile avere più spazi, allora serve un’architettura modulabile, per ingrandire o ridurre uno spazio con tecnologie leggere, meglio se facilmente montabili e smontabili. Un’abitazione aperta, flessibile e modulabile consente di destinare lo spazio a usi completamente differenti e anche contemporanei in uno stesso ambiente. E sarà probabilmente anche il tempo per nuovi spazi comuni negli edifici: servizi ai piani terra, smart working per le famiglie del condominio, e-learning per i giovani, attraverso un’implementazione di spazi e volumi sugli involucri o in elevazione, anche dove il consumo di suolo non può incrementare.

Tra le priorità del nuovo modo di progettare ci deve essere anche la qualità dell’aria che respiriamo e quella dei materiali che ci circondano. Secondo lo studio virologico statunitense del National Institute of Health pubblicato sul New England Journal of Medicine, in una stanza a 21°C e con il 40% di umidità relativa il Coronavirus resiste tre ore nell’aria e fino a tre giorni sul polipropilene, uno dei polimeri plastici più impiegati al mondo. Sull’acciaio inossidabile sopravvive 2-3 giorni, sul cartoncino quasi uno. I materiali e i sistemi di ventilazione naturale che già avevano trovato buone strade per la progettazione secondo i principi di bioarchitettura ora dovranno essere studiati e scelti per ottemperare anche alle esigenze di contenimento dei virus.

Uffici anti-virus

Anche il mondo del lavoro non sarà più lo stesso. A partire dalle modifiche agli spazi, anche qui per renderli il più possibile modulabili e separabili (divisori, pareti ripiegabili), le porte potrebbero aprirsi automaticamente, evitando di toccare maniglie, agli ascensori potremo dire a voce il piano senza premere i pulsanti esterni e interni. Una volta raggiunto il piano, entreremo in stanze ricche di divisori e scrivanie ben distanziate: gli affollati open space cui siamo abituati dovrebbero scomparire. Più spazi e più barriere anti-virus. Negli Stati Uniti si stanno testando percorsi a senso unico all’interno degli uffici che consentiranno di mantenere sempre le persone a una distanza di sei piedi (circa un metro e 80 centimetri); si chiamano: Six feet offices, qui è possibile vedere il video di promo.

Possono comprendere inoltre pulizie più frequenti, tessuti e materiali con proprietà antimicrobiche, sistemi di ventilazione amplificati e persino l’aggiunta di luci UV che si accendono di notte per disinfettare l’ufficio in profondità.

Gli uffici chiaramente non spariranno, perché gli esseri umani hanno bisogno di comunicare ed interfacciarsi, ma le aziende che riusciranno a stare al passo ristrutturando non solo gli ambienti ma anche il modo di pensare e lavorare saranno anche quelle che potranno avere i migliori talenti. Dando la possibilità di scegliere come lavorare e dove lavorare, potranno attrarre più delle altre le migliori competenze, che spesso non sono sensibili solo alla remunerazione, ma anche a questo tipo di disponibilità e opportunità.

Lo spazio esterno ripensato anche per la convivialità

Più spazi all’aperto per lo stare insieme, a mangiare, a bere, a prendere un caffè, perché la componente tecnologica di una aumentata connessione andrà bilanciata con un adeguato tempo da trascorrere con amici, famiglia, per le interazioni umane in genere, di cui non possiamo fare a meno. E quindi ripensare lo spazio esterno pubblico, in modo da conciliare le esigenze di distanziamento sociale con la routine di centri urbani congestionati, a vantaggio anche di quei settori più toccati dalla crisi, i locali pubblici. Per esempio privilegiando all’aperto, isole per la convivialità e gastronomiche dislocate nel tessuto urbano e meglio se integrate nel verde urbano. Questo non è solo un discorso che riguarda le concessioni da parte dei Comuni, ma è un vero e proprio ripensamento del modo di progettare questi spazi e la mobilità, prima di tutto, e poi anche i locali nel loro interno.

Mix funzionale e ipervicinanza di quartiere

Secondo i ricercatori del Green City Network i luoghi di aggregazione e le grandi arterie infrastrutturali si sono svuotati e non torneranno più affollati come prima, ed è il pensiero dello stesso Fabrizio Tucci: “Il peso della città si è spostato su uno spazio residenziale diventato plurifunzionale, su una nuova rete di servizi più a portata di mano e su un tessuto connettivo che si espande attorno alle abitazioni; un tessuto che va riqualificato”.

L’obiettivo dovrebbe essere realizzare quella mixité funzionale che la progettazione ambientale promuove da anni, ovvero che, nel raggio di 300 metri dalla propria abitazione, si dovrebbe poter accedere a tutto ciò che serve per la vita quotidiana: scuole, negozi, servizi e spazi pubblici, ristorazione, verde urbano. La città diventerebbe una costellazione di eco quartieri all’interno dei quali non sarebbe più necessario utilizzare auto o altri mezzi a motore e gli spostamenti verso il centro cittadino e verso altri luoghi di aggregazione e di lavoro a scala urbana sarebbero molto meno frequenti. La qualità della vita aumenterebbe e anche quella dell’ambiente e i vantaggi sarebbero molteplici: abbattimento delle polveri sottili e della CO2, spazi liberati dalle auto, rinverditi e trasformati, più salute e benessere.

Per approfondire:
http://www.amatelarchitettura.com/category/sviluppo-urbano/
https://www.ingenio-web.it/26278-meno-spazi-in-condivisione-piu-smart-working-ecco-come-cambia-lufficio-dopo-il-coronavirus
https://www.repubblica.it/dossier/ambiente/green/2020/04/21/news/piu_spazi_e_piu_parchi_urbani_gli_architetti_reinventano_le_citta_dopo_il_covid_19-254514238/

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Il Marocco legalizza la cannabis e segna la storia

Ven, 02/26/2021 - 07:30

Il Marocco sta per approvare l’uso legale della cannabis con una legge storica, che capovolge la politica in materia per il principale produttore al mondo e primo rifornitore del mercato europeo, con 47.000 ettari dedicati alla coltivazione della cannabis, secondo dati ONU del 2017. La prima conseguenza? Sarà quella di sottrarre alle mafie un mercato stimato in 15 miliardi di dollari, secondo stime governative, e dare legittimità e alle tantissime realtà commerciali – finora sotterranee e poverissime – alla base dell’economia del Paese. Chiunque abbia visitato soprattutto il bellissimo nord del Marocco, la zona del Rif, sa che qui fumarsi una canna è socialmente identico a bere un bicchiere di vino in Italia, eppure la legislazione restava ferocemente accanita contro questo genere di attività. Adesso, il governo presieduto dal primo ministro Salaeddine El Othmani ha ritenuto maturi i tempi per legalizzare le droghe leggere, per ora a esclusivi fini terapeutici (almeno formalmente).

Una agenzia nazionale darà le autorizzazioni

Il ministro dell’Interno, che ha presentato il progetto, ha previsto la creazione di un’agenzia nazionale specializzata, la sola con l’incarico di concedere le autorizzazioni in questo “nuovo” mercato, in realtà oltremodo tradizionale. L’agenzia di Stato sarà anche l’unico collegamento tra produttori e mercato.

La stessa agenzia nazionale dovrà monitorarne il commercio, con regole severe per garantire lavorazione e stoccaggio in sicurezza.

Scopi medici e industriali

La produzione si concentrerebbe sulla cannabis per “scopi medici, farmaceutici e industriali” e consentirebbe solo alle aziende registrate in Marocco di richiedere una licenza di marketing, una licenza di esportazione o una licenza di importazione.

Quanto alle coltivazioni, dovranno essere autorizzate e assicurate, dovranno dare garanzie di legalità e provvedere alla creazione di cooperative per impiegare i dipendenti, tutti maggiorenni e marocchini. Il governo intende così far uscire allo scoperto le numerose aziende che operano nel settore nella completa illegalità, alimentando il traffico di droghe sia interno, sia destinato all’Europa. Con l’attuale stato illegale della cannabis, si stima che i coltivatori guadagnino infatti solo mezzo miliardo di dollari, mentre ai trafficanti di droga vanno i restanti 14,5 miliardi.

Cooperative di coltivatori

Secondo la stampa marocchina, il progetto di legge propone di costruire un’industria legale della cannabis organizzando i coltivatori in “cooperative” che a loro volta venderebbero il loro raccolto a società di “trasformazione” locali o internazionali.

Il Marocco sembra così voler creare un nuovo modello economico cooperativo, che permetta però uno stretto controllo del prodotto. La legge limita la produzione di cannabis alle sei regioni delle montagne del Rif, dove ai coltivatori sarà permesso appunto di acquisire la speciale licenza solo se residenti in quelle regioni del nord del Marocco dove si produce cannabis per tradizione.

Il progetto di legge dovrebbe essere approvato la prossima settimana.

La svolta

I tentativi in passato di legalizzare la coltivazione della cannabis in Marocco erano falliti a causa dell’opposizione del PJD, il partito con il maggior numero di seggi in parlamento, che adesso ha però rivisto la sua posizione a seguito della decisione delle Nazioni Unite di rimuovere la cannabis dall’elenco di stupefacenti pericolosi.

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Caporalato digitale: 60 mila rider da assumere | Salvini: irrispettoso lockdown a Pasqua | Cinema verso la riapertura

Ven, 02/26/2021 - 06:25

Corriere della Sera: Il caso dell’India che incuriosisce gli scienziati: giù i contagi e i decessi (anche senza vaccinazione di massa);

Il Giornale: I cinema verso la riapertura: ecco quale mascherina usare;

Il Manifesto: Un colpo al caporalato digitale: 733 milioni di euro di multa e 60 mila rider da assumere in 3 mesi;

Il Mattino: Ue, primo sì al passaporto vaccinale. Draghi: «Per ora non doniamo dosi niente scuse per aziende inadempienti»;

Il Messaggero: Nel nuovo dpcm misure dal lunedì. Salvini: irrispettoso lockdown a Pasqua. Ira Zingaretti;

Ilsole24ore: Intesa Sanpaolo punta sui bond Esg: a Tod’s 500 milioni in pool – L’anno dei social bond: +667% nuove emissioni;

Il Fatto Quotidiano: In Francia i contagi schizzano a oltre 30mila. Ministro Salute: ‘50% casi è variante inglese’. Medici tedeschi: “Serve lockdown fino aprile”;

La Repubblica: Coppie separate, sì all’impianto dell’embrione dell’ex marito anche se lui dice no;

Leggo: Banca d’Italia, Luigi Federico Signorini nuovo direttore generale;

Tgcom24: Vaccino, Astrazeneca: “Brevetto inutile se non lo si sa usare”, “Non c’è un mercato secondario” | Bologna è ‘arancione scuro’, la provincia di Pistoia e Siena zona rossa;

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Faire.ai

Gio, 02/25/2021 - 19:15

Dal discorso di insediamento di Mario Draghi in Parlamento sulla “distruzione creatrice”, interpretato pro domo loro dai banchieri/bancari.

In sintesi il Presidente del Consiglio, coerentemente con le linee già tracciate nella lettera inviata al Financial Times un anno fa, ha stabilito che gli aiuti alle imprese ed ai lavoratori sono necessari ma devono essere selettivi.

“Il governo dovrà proteggere i lavoratori, tutti i lavoratori, – le parole del premier –  ma sarebbe un errore proteggere indifferentemente tutte le attività economiche: alcune dovranno cambiare, anche radicalmente, e la scelta di quali proteggere è il difficile compito che la politica dovrà affrontare”.

Quel discorso ha creato un po’ di ingiustificata soddisfazione nel mondo finanziario che, con un po’ di autocompiacimento non disgiunto dall’endemico delirio di onnipotenza, hanno interpretato a senso unico quel discorso.

Quando il premier ha ribadito che “alcune (imprese) dovranno cambiare”, si è riferito non solo alle imprese che prendono denaro immeritevolmente.

E quando il premier ribadisce che “alcune dovranno cambiare”, si riferisce non solo alle imprese che prendono denaro immeritevolmente. Su queste colonne abbiamo più volte sottolineato il ritardo delle nostre imprese, soprattutto piccole e micro aziende, in termini di criteri gestionali capaci di individuare elevati livelli di indebitamento oppure scarsa redditività’. Se non si ottiene il credito, la colpa non è sempre delle banche. Perché molto spesso anche gli imprenditori e i loro consulenti fanno fatica ad uscire dalla zona di comfort zeppa di cattive abitudini e pregiudizi. E’ vero ma non è l’unica verità.

Perchè così rischiamo di camminare contromano in una corsia a senso unico.

Draghi, infatti, ha voluto riferirsi anche alle banche, non solo perché anche loro hanno bilanci da zombie ma soprattutto perchè il loro modo di valutare il merito creditizio è, nella stragrande maggioranza dei casi, riferito all’era dei dinosauri.

Non è nelle mie intenzioni fare i nomi dei pochi (veramente pochi) istituti di credito che si stanno attrezzando per calcolare l’affidabilità di un soggetto in maniera moderna riducendo il rischio derivante dalla probabilità di default del prenditore di danaro e per creare nuove opportunità di business.

Mi piace invece segnalare la nascita di una start up che in piena epoca pandemica ha deciso di sfidare l’approccio tradizionale del mondo finanziario per l’erogazione del credito al consumo.

Si chiama Faire.ai e fa capo a quattro giovani talenti esperti del mondo fintech (tra cui il CEO Giorgio Davassi) che hanno messo in piedi una azienda B2B specializzata nell’automazione del credito al consumo che sfrutta l’open banking come fonte di dati e utilizza il machine learning e l’intelligenza artificiale per stimare i modelli di rischio dei consumatori. La piattaforma gestisce l’intero ciclo di vita di un prestito, consentendo a banche e istituzioni finanziarie di accedere al mercato del prestito istantaneo con un’unica procedura che consente il recupero delle transazioni degli utenti presso le varie banche. A questo punto entra in gioco l’intelligenza artificiale che consente di definire il merito creditizio dell’utente senza soffermarsi tanto sulla miriade di inutili carte e documenti di solito richieste per concedere, dopo mediamente 25 giorni, un prestito.

Volendo semplificare i concetti, invece di analizzare documenti reddituali molto spesso edulcorati, questo software può stimare il reddito di un richiedente analizzando le sue operazioni bancarie.

Cosi’ come, sempre sulla base della lettura delle operazioni bancarie con tutti gli istituti di credito, può predire la solvibilità o la morosità di un debitore.

Un metodo più sicuro e più preciso che potrà fornire anche informazioni più “sottili” sulle entrate e sulle spese. Ci dirà se non hai lavorato per alcuni mesi o se sei stato all’estero per un lungo periodo. Oppure se la tua dichiarazione dei redditi è veritiera.

Un altro aspetto da non sottovalutare riguarda la capacità inclusiva di queste metodologie.

Le banche utilizzano modelli di rischio che si appoggiano esclusivamente sui dati delle centrali di rischio e sui dati socio demografici. Questi modelli conservativi svantaggiano determinate popolazioni o lavoratori che non hanno mai ottenuto prestiti in passato (come può’ essere un lavoratore precario/rider) o che hanno dati socio demografici che non appartengono a classi più tradizionali (l’immigrato). Utilizzando i dati bancari invece è possibile ottenere una “fotografia” molto precisa della situazione finanziaria dell’utente ed essere in grado di includere e approvare crediti per tutte quelle fasce di popolazioni che possono concretamente permettersi il prestito, ma sarebbero esclusi dai modelli tradizionali delle banche.

Le crisi determinano opportunità. Speriamo che lo capiscano anche le banche.

Secondo quanto riferitomi, qualche tempo fa, da Marie Johansson di Tink (la piattaforma svedese di open banking che è arrivata da poco nel nostro paese con una dotazione di oltre 33 milioni di clienti finali ), in Italia le banche vedono in generale, ma molto teoricamente, l’open banking come un’opportunità. Basti pensare che da una loro ultima indagine risulta che 4 banche su 5 ritengono che il settore stia subendo una trasformazione significativa (ma davvero?) e il 57% delle stesse avverte una vera e propria urgenza (ma va là?) nel vedere introdotti nuovi servizi basati sull’open banking.

Ma mentre loro avvertono solo l’urgenza ma sono lenti a reagire e a ragionare “diverso”, c’è chi è molto più smart nelle decisioni e vince!

Tra poco tutto sarà nelle mani del consumatore.

Anche la sopravvivenza di una banca.

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Covid-19, le nuove regole da oggi a Pasquetta

Gio, 02/25/2021 - 17:30

Da oggi e fino al 6 aprile, spostamenti vietati fra le regioni o province autonome. Lo prevede il nuovo Dpcm che colpisce – come era logico aspettarsi – Pasqua e Pasquetta. Consentito il rientro alla propria residenza, domicilio o abitazione così come gli spostamenti motivati da esigenze lavorative, ragioni di salute o situazioni di necessità, al solito. Le sole zone gialle e arancioni avranno consentito, in ambito regionale per le prime e comunale per le seconde, il trasferimento verso una sola abitazione privata, una volta al giorno, fra le 5 del mattino e le 22. Possono insomma essere ospitate due persone, oltre ai figli minori di 14 anni, i disabili e i non autosufficienti, purché conviventi. Nei comuni sotto i 5mila abitanti in zona arancione saranno permesse le visite a parenti e amici fra le 5 e le 22 anche in altri comuni in un raggio di 30 chilometri. I nuclei familiari possono viaggiare in auto insieme senza limitazioni, mentre i non conviventi possono stare in auto al massimo in tre. Le visite a parenti e amici in zona rossa saranno sottoposte a limitazioni simili al lockdown dello scorso marzo.

Ancora niente piscine e palestre

Data la difficoltà del periodo, legata ai contagi in crescita e ai timori per le varianti, restano chiuse almeno un altro mese palestre e piscine. Secondo il parere del Comitato tecnico-scientifico potranno riaprire soltanto quando arriveremo a un rapporto di 50 contagiati ogni 100mila abitanti. Nulla che sia neppure vagamente in vista: equivale alla cosiddetta e ancora chimerica “fascia bianca”.

Ok alle 2* case, gite solo se gialli

Raggiungere le seconde case – anche in affitto se il contratto è precedente al 14 gennaio scorso – anche se ubicate in zone rosse, continuerà a essere consentito, con le limitazioni previste nelle “Faq” pubblicate sul sito del governo: sostanzialmente devono essere vuote.

Chiusi i centri commerciali nei prefestivi e festivi

In zona gialla e arancione tutti i negozi sono aperti. I centri commerciali solo nei giorni feriali, rimangono chiusi invece nei giorni prefestivi e festivi, fatta eccezione per supermercati, farmacie, edicole o tabaccai situati all’interno. In zona rossa centri commerciali sempre chiusi e negozi al dettaglio chiusi, salvo quelli che forniscono beni o servizi di prima necessità.

Covid-19, varianti: oggi il 20% dei contagi è under18

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Vado a vivere in un container!

Gio, 02/25/2021 - 17:00

Il Container, il grosso parallelepipedo di ferro usato per il trasporto delle merci, spesso arrugginito e tutto fuorché accogliente, può diventare una moderna abitazione di design ed essere anche eco- compatibile e ospitale.

L’idea probabilmente nasce dal fatto che spesso i container sono stati usati come case di fortuna dopo disastri ambientali, e che comunque sono piuttosto disponibili ovunque: una notevole quantità di container sono parcheggiati e spesso abbandonati nei terminal delle aree portuali. E il loro costo, da usati, è molto basso.

Il modello di container più noto si chiama ISO e ha dimensioni standard di 2,44 mt di larghezza, 2,59 mt di altezza e dai 6,10 ai 1,22 mt di lunghezza; sono misure che si possono adattare a case davvero piccole, per cui, spesso vengono usati più container in modo raggruppato per costruire più ambienti e quindi una casa più ampia; in alcuni casi vere e proprie ville, con un risultato finale sorprendente.

Di seguito una breve Gallery da Mondodesign.it:

Guarda anche il Video!  

Perché i container?

Anche qualora non siano abbandonati, spesso sono lasciati per lunghi periodi in attesa di effettuare un nuovo viaggio, così restano esposti agli agenti atmosferici, arrugginiscono (anche se costruiti con materiali resistenti) e, a volte, diventano inutilizzabili per i trasporti. Per evitare che il numero dei box metallici aumenti sempre di più, i container abbandonati possono essere acquistati a cifre molto basse, che variano dai 600 ai 2.000 euro, secondo il modello e lo stato di conservazione, mentre per l’acquisto di un nuovo box metallico ci vogliono circa 7.000 euro.

Il container si presta bene, per vari aspetti, al suo recupero in edilizia: il materiale metallico è piuttosto resistente proprio per poter effettuare viaggi in mare, tra intemperie e salsedine, e deve essere il più possibile duraturo. Poi hanno il vantaggio di poter essere reperiti ovunque e contribuiscono all’eco-sostenibilità che viene dal semplice riuso e dalla semplicità di assemblaggio, che comporta, di conseguenza, un costo assai ridotto di costruzione. Altro vantaggio, nei moduli unici, è che sono trasportabili.

Tuttavia come tutti i materiali ha degli svantaggi, per esempio bisogna isolare i container in modo accurato per evitare sbalzi termici e umidità e, prima del riutilizzo, è importante controllare che non abbiano subito danni o che non conservino residui dovuti ai trasporti, come solventi o altri prodotti, che potrebbero essere pericolosi per la salute di chi vi andrà ad abitare.

Il contenitore deve essere prima completamente sabbiato, il pavimento va integralmente sostituito e bisogna tagliare le aperture per le finestre. Potrebbe essere una soluzione a favore dell’ambiente in quanto si riusa un oggetto destinato a divenire rifiuto, ma l’efficienza nella costruzione, trasporto e assemblaggio e la gestione dei rifiuti prodotti di una casa container sono cruciali per definire il suo impatto finale sul nostro pianeta.

Le realizzazioni più originali

Il container diventa un’abitazione dall’ispirazione scandinava

Immagine https://design-milk.com/santa-monica-pavilion-by-jendretzki

A Santa Monica (California) l’architetto argentino Pablo Jendretzki della Jendretzki LLC ha realizzato un’abitazione con una piattaforma in legno e un container color grafite. Ampie portefinestre sono state ricavate sui lati lunghi, per aumentare la luce sono stati aggiunti tanti lucernari al soffitto. Gli interni riescono ad essere contemporaneamente spaziosi e comodi, con un camino sospeso ispirato a metà secolo; accanto alla cucina, sono stati realizzati un ampio soggiorno e una camera da letto. È di proprietà di una famiglia di Los Angeles amante del design scandinavo.

Un fiore nel deserto: the Joshua Tree Residence

Immagine: Whitaker Studio

Questa è stata l’idea molto bella del designer James Whitaker: unire diversi “scompartimenti” posizionati a diverse angolazioni per dare l’illusione di un fiore che stesse sbocciando. Assemblando più container tra di loro il progettista vuole realizzare una casa vera e propria (200 mq), con cucina, soggiorno e tre camere da letto. La casa, ribattezzata The Joshua Tree Residence, sarà realizzata, anche questa, in California su una delle proprietà di un committente che, al momento, rimane misterioso.

La biblioteca sulle palafitte Immagine: Corriere.it

Una biblioteca su palafitte a Batu (in Indonesia) è stata costruita con un corpo centrale e sette container colorati, ognuno con una funzione diversa: quello blu è destinato ai libri di intrattenimento, il rosso è per i testi scientifici e tecnologici, il verde è la lobby principale e il giallo è la sala lettura femminile. L’effetto finale è un edificio originale e colorato.

Prezzi e dimensioni

I prezzi di queste case, parlando ovviamente dei moduli più semplici che sono acquistabili anche on-line, sono molto variabili e dipendono dalle dimensioni e, naturalmente dagli allestimenti.

Per dare un’idea dei prezzi, c’è il sito di un’azienda di Newport, California che, esclusi costi di spedizione, propone una casa container di 8’x20’, espressa in piedi (più o meno 2,45 mt x 6,10 mt), finita e pronta per viverci, con prezzi a partire da 25.000 $ a salire.

Un’altra azienda, italiana, offre anch’essa moduli da 20 piedi o 40 piedi (lato lungo), modello open space oppure un versione con maggiori allestimenti e più spazi interni separati.

I prezzi non sono indicati, ma è possibile farsi fare un preventivo on line in base alle caratteristiche prescelte in termini dimensionali, degli accessori e delle finiture.

Altre stime ci dicono che una casa container comunque può costare intorno al 30 % in meno rispetto all’edilizia classica, il tutto senza che il confort sia messo in discussione. Il costo finale di questo tipo di casa dipende da diversi fattori. Per un’abitazione spaziosa, di 250-300 metri quadrati, per esempio, il prezzo al metro quadro mediamente si aggira sui 1.000 euro, comprese le imposte sulla vendita, il trasporto e l’installazione. Più piccola sarà la casa, più alto sarà il suo prezzo al metro quadro, dato che la logistica non cambia anche laddove si trasporti una minore quantità di materiale. Quindi, una mini casa abitabile di 50-100 metri quadrati potrebbe venire a costare all’incirca dai 1.200 ai 1.300 euro al metro quadro. Nelle metrature sempre più piccole il prezzo aumenta ancora per la necessità di usare molti elementi di innovazione al fine di poter sfruttare al meglio il poco spazio disponibile.

Immagine di copertina: design-milk.conm

Altre Fonti:

https://corriereinnovazione.corriere.it/cards/ecco-case-container-giro-il-mondo-20-idee-trasformarle-loft/come-trasformare-container-abitazione_principale.shtml

Container Homes Scandinavian Design Addition in Santa Monica

https://www.idealista.it/news/immobiliare/costruzioni/2018/02/20/125346-container-come-case-dalla-progettazione-alluso

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5 rimedi della nonna al raffreddore

Gio, 02/25/2021 - 15:00

Dal canale YouTube Dimmi Quando i consigli di La Vale! Lo sapevi che in media un adulto prende dai 2 ai 4 raffreddori all’anno. Calcolando che in media un raffreddore dura una settimana, va a finire che in una vita passiamo cinque anni tra moccio e starnuti…

Nonostante le continue ricerche non si ha ancora una cura definitiva per il raffreddore, ma dove non arriva la scienza arrivano le nonne ❤️

Dimmi Quando

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In Cina le mogli saranno risarcite dagli ex per i lavori domestici

Gio, 02/25/2021 - 13:15

Quanto vale il lavoro di una mamma, moglie e casalinga a tempo pieno?

La sentenza di un tribunale di Pechino, che ha ordinato a un marito di risarcire con 7,700 $ i lavori domestici dell’ex-moglie dopo il divorzio, ha scatenato un enorme dibattito sui social cinesi sul valore del lavoro domestico, con alcuni che hanno affermato che l’importo del risarcimento era troppo basso.

La donna, Wang, sposata nel 2015, all’inizio era riluttante a divorziare, ma in seguito ha chiesto un risarcimento finanziario, sostenendo che Chen, il marito, non si era assunto alcuna responsabilità nei lavori domestici o nella cura dei figli.

Il tribunale distrettuale di Fangshan si è pronunciato a suo favore, ordinando al marito di pagare i suoi alimenti mensili di 2.000 yuan (circa 250 euro), così come il pagamento una tantum di 50.000 yuan (circa 6000 euro) per i lavori domestici che ha compiuto durante i 5 anni di matrimonio.

Il giudice ha dichiarato ai giornalisti che la divisione della proprietà comune di una coppia dopo il matrimonio di solito comporta la divisione della proprietà tangibile, “ma i lavori domestici costituiscono un valore di proprietà immateriale”.

Una sentenza storica

La sentenza arriva dopo l’introduzione da parte della Cina di un nuovo Codice Civile risalente allo scorso gennaio.

La sentenza è storica, in quanto è la prima di questo tipo e segue un dibattito sul ruolo di genere in Cina, su ci si discute da alcuni anni.

La nazione sta, infatti, vivendo un conflitto culturale tra l’emersione di una società moderna e le antiche e radicate tradizioni patriarcali.

Secondo la nuova legge, un coniuge ha il diritto di chiedere un risarcimento in caso di divorzio se ha maggiori responsabilità nell’educazione dei figli, nella cura dei parenti anziani e nell’assistenza ai partner nel loro lavoro.

In precedenza, i coniugi divorziati potevano richiedere tale risarcimento solo se fosse stato firmato un accordo prematrimoniale, una pratica molto rara in Cina.

Il dibattito sui social

Sui social media, il caso ha suscitato un acceso dibattito.

Alcuni utenti hanno sottolineato che 50.000 yuan per cinque anni di lavoro fossero troppo pochi. “Sono un po ‘senza parole, il lavoro di una casalinga a tempo pieno è sottovalutato. A Pechino, assumere una tata per un anno costa più di 50.000 yuan“, ha commentato qualcuno.

Altri hanno sottolineato che gli uomini dovrebbero assumersi più compiti domestici.

Secondo l’Ocse, infatti, le donne cinesi dedicano in media quattro ore e mezza al giorno ad attività domestiche non retribuite, due volte e mezza in più rispetto ai mariti, una delle distribuzioni dei carichi più sbilanciate a livello mondiale.

Alcuni hanno anche invitato le donne a continuare la loro carriera dopo il matrimonio. “Signore, ricordatevi di essere sempre indipendenti. Non rinunciate al lavoro dopo il matrimonio, datevi una via d’uscita”.

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ilNarratore pubblica “Il Quinto Stato” di Ferdinando Camon

Gio, 02/25/2021 - 12:15

Il riferimento a persone, fatti, luoghi, è frutto d’immaginazione ma lo sfondo sociale del romanzo è vero fino al dettaglio. Questa è la sola, essenziale avvertenza che l’autore, Ferdinando Camon, rivolge al lettore della sua prima opera, “Il Quinto Stato”, un testo che oggi ha più di 50 anni e che ha raggiunto i confini dell’internazionalità con le traduzioni in Francia, Spagna, Gran Bretagna, Germania, Ungheria, Turchia, Lettonia, Slovenia, Russia, Stati Uniti, Brasile, Argentina.

Trama

L’epopea degli ultimi, i contadini della campagna veneta nel periodo che segue il secondo conflitto mondiale, quando Camon era un bambino, riflette la fatica della sopravvivenza ed un insopprimibile bisogno di riscatto che non conosce distinzioni geografiche. La casa editrice ilNarratore ha rinnovato la vitalità di una creazione letteraria agile ma intensissima assegnandole il formato dell’audiolibro e amplificando una vibrazione narrativa già intrisa di echi, dai rumori della natura alla forza di una comunicazione fondata sull’oralità, carica del patrimonio remoto delle leggende su demoni e fantasmi in grado di affascinare e spaventare i più piccoli, ripetute di generazione in generazione intorno al focolare.  

La voce di Moro Silo, lettore professionista ed insegnante con molteplici esperienze nel campo degli audiovisivi e della musica, corrobora l’impianto de “Il Quinto Stato” edito da ilNarratore.com, ne sa cadenzare i passi, riempire la larghezza e minuziosità delle descrizioni, colorire le caratterizzazioni idiomatiche, rivelare la mestizia, la rabbia, talvolta la violenza e la follia.

La prefazione di Pier Paolo Pasolini

La storia del suo primo libro ce la racconta direttamente Ferdinando Camon ricordando la ricerca di un’Editrice nel cui catalogo figurassero gli scrittori che amava di più e che sentiva come fratelli. La scelta non poteva che cadere su Garzanti per cui pubblicavano Volponi, Gadda, Fenoglio, Parise e Pier Paolo Pasolini il quale non si limitò ad appoggiare il giovane scrittore esordiente ma volle scrivere la prefazione de “Il Quinto Stato”. L’ascolto che di quella presentazione si può trarre dalla voce di Moro Silo conduce al cuore della discussione pubblica sulla lingua italiana, tema che Pasolini espose anche in un’intervista televisiva andata in onda per Rai “Sapere” il 22 febbraio 1968.

Il geniale intellettuale friulano, che compose poi un’altra prefazione per le poesie di Camon e inserì fra gli “Scritti Corsari” un saggio dell’autore veneto, ne “Il Quinto Stato” si sofferma sulla mescolanza di stili linguistici che denotano la mescolanza di classi sociali.

Il linguaggio vissuto

Lo strumento narrativo dell’interazione fra quelle che oggi definiremmo diverse piattaforme linguistiche è il linguaggio “vissuto”, ovvero libero ed indiretto, che fu proprio dei padri della letteratura italiana come Dante e Boccaccio ma anche di scrittori moderni come Verga. Tali Autori s’impregnano, in alcuni casi, di modalità espressive che non sono le loro ma quelle dei personaggi.  Nel romanzo di Camon la contaminazione linguistica, però, non segna secondo Pasolini, la contrapposizione fra il linguaggio gergale del sottoproletariato contadino e l’italiano letterario: l’aspirazione linguistica è una generica “koinè”, la lingua non letteraria e più “tecnica” tipica della borghesia in ascesa alla quale la classe contadina guarda per avanzare socialmente. Camon reagisce a quest’interpretazione affermando di essere stato molto onorato della prefazione pasoliniana che considera, però, “sbagliata”. La sua finalità non era rendere la realtà contadina un’icona bucolica con i “valori primordiali, l’Angelus, i fiumi, i casolari, il dialetto, l’ignoranza del consumo”. Spiega ancora: “Pasolini non era nato e non aveva vissuto fra i contadini. Io purtroppo si e sapevo che lo sbocco della civiltà borghese era il sogno inconscio e disperato di tutte le civiltà contadine di ogni territorio”.

Una scrittura documentaristica nell’humus della poesia

La capacità analitica è la potenza verbale di Ferdinando Camon che con esattezza quasi scientifica ricostruisce movimenti e sussulti della campagna ammantandoli, però, di un’originalissima poetica dell’osservazione. Gli orizzonti sono amplissimi e ricchi di aspetti molto particolareggiati come in una narrazione documentaristica o come se, in certi punti, l’occhio potesse diventare un microscopio. L’audiolibro rinforza il potere evocativo delle immagini, le plasma facendo scendere l’ascolto direttamente nelle ramificazioni complesse e cangianti dell’affabulazione. Le parole lette ad alta voce sono come acqua corrente che scivola sul terreno di vicende imbevute sì di oppressione e miseria, ma anche di un’attitudine eroica e primordiale che soffia nel contatto stretto con la natura.

Il ragazzino Camon guarda dalla finestra i campi all’alba e i fuochi accesi per sciogliere la brina che rovina i raccolti ma, attraverso le memorie dell’adulto impresse nella storia, specifica: “Dovete sapere che se la notte porterà brina lo si sente già dalla sera respirando l’aria col naso in su e concentrando la propria attenzione sulla gola per sentire se si secca o si bagna, o portando un cane all’aperto e osservando come dilata le froge per la respirazione, oppure stanando i vesponi con una bacchetta dal loro buco e considerando se il loro volo è filato e vibrante o faticoso e calante”. Da questa dimensione che conosce zolle e cenere, le fioriture e i loro frutti, le insidie del clima e le malattie degli animali, sale anche l’ala di una spiritualità che innerva la civiltà contadina, sorge dalla paura, dall’invocazione, dal bisogno di preghiera ai capitelli Mariani delle “Crosare”, si concentra nella devozione popolare delle candele accese in casa e nelle processioni. 

Essere contadini significa portarsi addosso la consapevolezza strana di vivere una condizione sospesa e fuori dal tempo in cui ogni accadimento assume il simbolismo di una traiettoria di trascendenza ed eternità. Non è importante, ad esempio, sapere quando sia passato Attila (il tedesco), se 25 o 20mila anni fa o se debba ancora passare. Ciò che conta è essere pronti all’allarme, avere appreso che cosa si deve fare e “tenerlo bene in mente e insegnarlo ai figli con precisione”. Nell’immanenza della vicinanza al battito cardiaco della terra e nelle inquietudini lanciate verso la soprannaturalità risiede l’archetipo della civiltà contadina fatta di silenzi, ascolti, percezioni sottili, vigilanza. Forse è questa la sua grandezza ed anche la sua pedagogia.

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Ecco le nuove prove dell’evoluzione in acqua

Gio, 02/25/2021 - 10:00

L’ipotesi, avanzata per la prima volta da Sir Alister Hardy nel 1960, è considerata con una certa ironia dagli studiosi mainstream. Successivamente venne illustrata dal libro di Elaine MorganL’origine della donna”.

In sintesi l’idea è che le scimmie Australopithecus, durante un periodo di caldo che fece seccare le foreste dove vivevano sugli alberi, siano dovute migrare in territori poco buscati. Per sfuggire ai predatori si sarebbero messe a vivere vicino a fiumi, laghi e al mare. Anche oggi una scimmia attaccata da una tigre, può buttarsi in acqua assumendo la posizione eretta e riuscendo così a muoversi più velocemente del felino.

Gli umani avrebbero così iniziato a passare molto tempo in acqua, sopratutto le donne. Da qui il fatto che esse sono meno pelose degli uomini.

Recentemente alcuni influenti ricercatori inglesi si sono riuniti per mettere assieme le loro scoperte su questa ipotesi.

Il professor Rhys Evans, chirurgo di otorino-laringoiatria e presidente del convegno spiega: “Vogliamo discutere i pro e i contro della teoria. Molte delle cose che sono uniche negli umani come una laringe discendente, la camminata eretta, il grasso sotto la pelle e soprattutto un grande cervello, sembrano indicare un lungo periodo di adattamento a un ambiente acquatico”.

Evans sostiene che solo vivendo parte del giorno in acqua i nostri antenati abbiano potuto imparare a controllare la respirazione, fattore essenziale per nuotare sott’acqua allo scopo di raccogliere conchiglie e molluschi. Questa capacità ha provocato varie differenze dandoci la possibilità di modulare i suoni e quindi parlare. Cosa che non riesce ai primati. Ad esempio uno scimpanzé non è in grado di pronunciare una a prolungata e modulata come nell’esclamazione aaàahh… neanche se gli offri ricche ricompense.

Cito parte di due articoli in proposito

1) I PRIMI ANTENATI DELL’UOMO ERANO “SCIMMIE ACQUATICHE”: VIVEVANO NEGLI OCEANI E AVEVANO GRANDI CERVELLI!

Caratteristiche umane e teoria semiaquatica

Ciascuna delle differenze tra gli esseri umani moderni e gli scimpanzé può essere utilizzata per sostenere la teoria semiaquatica. Per le differenze di cui sono consapevole, la teoria riesce magnificamente.

  • Grande cervello. Il cervello umano è tre volte più grande del cervello di uno scimpanzé. Il cervello contiene circa il 60% di grassi e per la crescita del cervello è necessaria una dieta con DHA e altri acidi grassi omega-3 e omega-6. Una dieta marina è la fonte più ricca di questi acidi grassi essenziali. L’altro mammifero con un cervello notoriamente grande è il delfino. I fossili mostrano che il cervello umano è diventato un po ‘più piccolo dai tempi dei primi Homo sapiens. Non viviamo più esclusivamente con una dieta marina.
  • Denti amichevoli. Gli scimpanzé hanno mascelle lunghe e canini lunghi e spaventosi. Gli esseri umani hanno una mascella corta con denti canini corti. Questa dentizione è adatta per cibi marini morbidi e gommosi e non è necessario minacciare i nemici.
Foto: Paal Aagaard ed Emma Solhaug

Ai bambini si può facilmente insegnare a galleggiare sulla schiena, a tuffarsi e nuotare.

  • Naso sporgente. Il naso umano impedisce all’acqua di penetrare nelle narici durante il nuoto e le immersioni. Le narici degli scimpanzé sono esposte. La scimmia proboscide, con il suo naso simile a quello umano, è il primate vivente più acquatico.
  • Gambe lunghe . Gli esseri umani moderni e i fossili di Homo sapiens sono circa il 30% più alti degli scimpanzé e hanno gambe più lunghe delle braccia. L’evoluzione delle gambe più lunghe ha permesso agli esseri umani semiaquatici di stare in acque più profonde.
  • Pelle nuda. La pelliccia aiuta a proteggere la pelle dal sole, ma presenta degli svantaggi in acqua. Tutti i mammiferi nudi, ad eccezione di una talpa sotterranea, sono acquatici o semiaquatici, o presumibilmente avevano antenati semiaquatici. Il delfino e il lamantino nudi sono completamente acquatici. L’ippopotamo è semiaquatico, anche quando si accoppia e partorisce in acqua. L’elefante, il rinoceronte e il maiale si divertono a sguazzare e si pensa che abbiano avuto antenati semiaquatici. Tutti i mammiferi si sono evoluti prima sulla terra, quindi i lontani antenati del delfino e del lamantino dovevano essere terrestri e poi semiaquatici, prima di diventare completamente acquatici.
  • Grasso sottocutaneo. Gli scimpanzé possono accumulare grasso viscerale, che si presenta come una pancia grassa. Oltre al grasso viscerale, gli esseri umani hanno grasso sottocutaneo, attaccato direttamente sotto la pelle su gran parte del corpo. Proprio come una muta, aggiunge galleggiabilità e isolamento. Nei mammiferi acquatici, e talvolta negli esseri umani obesi, questo grasso è chiamato grasso.
  • Sudore effusivo. Gli esseri umani sono i mammiferi più sudati conosciuti. Hanno cinque volte più ghiandole sudoripare eccrine degli scimpanzé. Nei climi caldi, gli esseri umani possono sudare fino a 12 litri di liquidi in un solo giorno, ma hanno una bassa capacità di bere e devono quindi stare vicino a fonti d’acqua. Questo meccanismo di raffreddamento non si sarebbe evoluto in un ambiente di savana. Le foche al sole sudano quanto gli umani.
  • Pelle ricoperta di vernix. Gli esseri umani nascono spesso con questa sostanza grassa simile al formaggio che copre gran parte della pelle. Altrimenti è noto solo sulle foche neonate.
  • Grasso per bambini. I bambini umani nascono paffuti, con il 16% di grasso corporeo, principalmente sottocutaneo. Il latte umano ha il 25% in più di grassi rispetto al latte di scimpanzé e i bambini ingrassano rapidamente dopo la nascita. Gli scimpanzé nascono con solo il 3% di grasso corporeo e rimangono magri.
  • Tecnica di galleggiamento sulla schiena del bambino. I bambini possono facilmente imparare a rotolare sulla schiena e galleggiare con il naso per aria. Le loro gambe grasse sono galleggianti. È stato Paal Aagaard, collega NTNU e istruttore di baby-nuoto, che per primo mi ha avvisato dell’ipotesi della scimmia acquatica e mi ha chiesto se potevo trovare un ambiente geologico per esso.
  • Riflesso di presa infantile. Scimpanzé e bambini umani si aggrappano e tengono stretti quando qualcosa viene messo in mano. Un bambino scimpanzé è abbastanza leggero e forte da essere appeso alla pelliccia della madre. I neonati umani sono troppo pesanti e deboli per restare sospesi in aria, ma potrebbero galleggiare nell’acqua tutto il giorno afferrando i lunghi capelli dei genitori e dei fratelli maggiori.
  • Capelli lunghi e grassi. La madre di un bambino ha lunghi capelli rivestiti di sebo che galleggiano. Le ghiandole sebacee si trovano principalmente sul viso e sul cuoio capelluto. Il cuoio capelluto è il punto più alto della madre in piedi, mentre nuota nell’acqua per raccogliere il cibo.
  • Collo debole alla nascita. Il collo di uno scimpanzé neonato, come altri mammiferi, è abbastanza forte da sostenere la testa. Il collo di un bambino è abbastanza forte, se il parto avviene in acqua e se il bambino viene tenuto in acqua per i primi mesi di vita.
  • Discorso . Il controllo volontario del respiro, la capacità di inspirare una maggiore quantità di aria e di controllare l’espirazione lenta, è una precondizione per il linguaggio umano. I mammiferi subacquei hanno un tale controllo del respiro, mentre altri mammiferi no. Agli scimpanzé non si può insegnare a dire “aaaah”, nemmeno a ricevere una bella ricompensa. Il linguaggio umano ha a che fare con il controllo del respiro, non solo con il cervello.
  • Mani abili. L’evoluzione del pollice e del dito consente la presa di precisione o la presa a tenaglia, utile per raccogliere pezzi di carne e guscio da crostacei spezzati. Gli scimpanzé raccolgono piccole cose usando l’indice e il medio come pinzette.DNA mitocondriale. Il mtDNA umano indica che tutti gli esseri umani viventi discendono da una singola femmina, chiamata Eva mitocondriale, solo poche centinaia di migliaia di anni fa. L’mtDNA dello scimpanzé è circa cinque volte più variabile e indica che la loro unica antenata visse pochi milioni di anni fa. Si ritiene attualmente che il più recente antenato comune di umani e scimpanzé sia vissuto circa 5 milioni di anni fa e che Eva mitocondriale indichi un collo di bottiglia nella popolazione umana.

Secondo Rhys Evans, esperto di fisiologia del cranio e del collo presso il Royal Marsden Hospital di Londra, gli spazi che si trovano tra le guance, il naso e la fronte hanno agito come camere d’aria che favorivano il galleggiamento, e quindi a tenere la testa al di sopra dell’acqua.

Un ulteriore contributo ai sostenitori della teoria potrebbe arrivare anche dallo studio della biochimica del cervello umano. Il DHA (acido docosaesaenoico) è un acido grasso omega che si trova nel cervello dei mammiferi e ne determina la crescita. Ebbene, tale acido grasso si trova in grande quantità nei frutti di mare.

Secondo il dottor Michael Crawford, dell’Imperial College di Londra, senza una dieta ricca di DHA ottenuto dai frutti di mare, non avremmo potuto sviluppare cervelli così grandi. “Ancora oggi il DHA è una risorsa importate per il nostro cervello”, spiega Crawford. “Senza di esso possono aumentare le malattie mentali e il deterioramento intellettivo.”

2) L’evoluzione dell’uomo: la teoria della scimmia acquatica

Proposta inizialmente nel 1942 dall’anatomista tedesco Max Wastenhöfer, la teoria della scimmia acquatica fu poi riformulata dal biologo marino Alister Hardy nel 1960 e da allora sostenuta da un poco folto numero di scienziati che mettono in dubbio le classiche teorie sull’evoluzione dell’uomo.

Secondo tale teoria l’uomo, durante la sua evoluzione, sarebbe stato spinto dalla competizione alimentare con le altre specie a spostarsi sulle rive, procurandosi il cibo in acqua e conducendo una vita simile a quella di otarie o lontre, dipendenti dall’acqua per il cibo ma legate alla terraferma per molti bisogni primari. Durante questa fase, per effetto di questo stile di vita, avrebbe sviluppato alcune caratteristiche tipiche della specie, che lo distinguono da ogni altro primate sulla terra.

Gli argomenti a sostegno della teoria della scimmia acquatica

Gli elementi principali a sostegno della teoria della scimmia acquatica sono legati a questi aspetti:

  • Pelle nuda. A ben vedere l’uomo è l’unica scimmia a non avere una folta pelliccia. Perché? Quale evento nella nostra evoluzione ha spinto per selezionare individui che mancassero, quasi completamente, della pelliccia? La spiegazione fornita dalle teorie tradizionali è che l’uomo avrebbe perso la pelliccia come risposta ad uno stile di vita di cacciatore diurno nelle assolate pianure africane, dove l’elevato surriscaldamento del corpo dovuto alla corsa avrebbe necessitato di un sistema più efficiente di raffreddamento del corpo.

Questa spiegazione è certamente plausibile, però è quantomeno curioso che non esista in natura un solo altro caso in cui ciò sia accaduto. Tra i mammiferi, infatti, gli unici animali a non avere il pelo sono i mammiferi acquatici.

Esistono solo 3 eccezioni: gli elefanti, i rinoceronti, e la talpa nuda (Heterocephalus glaber) che vive tutta la vita sotto la terra. Bene, direte voi, quindi esistono mammiferi terrestri senza pelo, perché attaccarsi tanto a questa inezia? Benissimo, risponderebbe Hardy, perché si è in effetti osservato che sia gli elefanti che i rinoceronti hanno avuto, nel corso della loro evoluzione, un antenato dalle abitudini acquatiche!!

E qui casca l’asino. Tolto il caso della talpa nuda, che seppur simpatica credo faccia poco testo in questo discorso, di fatto l’unico esempio concreto di pressione selettiva rivolta alla perdita del pelo nei mammiferi è rappresentato dall’avere avuto almeno un antenato con abitudini acquatiche. In acqua infatti il pelo è di contrasto al nuoto e altri sono i meccanismi più efficaci per difendersi dalla dispersione del calore. Ecco perché, secondo la teoria della scimmia acquatica, la perdita del pelo sarebbe stata un adattamento ad uno stile di vita anfibio.

  • Grasso sottocutaneo. In quasi tutti i mammiferi acquatici (foche, balene, delfini, lamantini etc..) la dispersione del calore è contrastata dalla presenza di uno spesso strato di grasso sottocutaneo, detto blubber. In acqua il blubber rappresenta una protezione dal freddo e in molti animali anche una riserva di grasso per far fronte alle necessità.

Nell’uomo, unico caso tra i primati, è presente un medesimo strato di grasso, anche se meno consistente, che risulta particolarmente evidente nelle persone con problemi di sovrappeso.

In questo caso, comunque, la presenza del grasso sottocutaneo è collegabile alla perdita del pelo, con la necessità di sviluppare una protezione dal freddo alternativa. Secondo le teorie tradizionali infatti l’uomo avrebbe avuto bisogno di raffreddare il corpo durante il giorno con la sudorazione e di riscaldarlo di notte grazie al grasso sottocutaneo. Qui quindi il dilemma è di più difficile soluzione: se il pelo è stato perso per cacciare durante il giorno, il grasso si è sviluppato per far fronte alla notte. Se il pelo è andato perso per nuotare, il grasso l’avrebbe sostituito durante l’attività di pesca.

  • Andatura bipede. Qui la storia si fa davvero interessante. L’aver acquisito un andatura bipede è forse ciò che più di tutto ci caratterizza, distinguendoci dai nostri parenti più prossimi. E capire come ciò sia realmente accaduto significa capire cosa ci ha trasformato in quella straordinaria creatura che siamo. La teoria tradizionale è forse tra le nozioni di scienza più conosciute al mondo: il cambiamento climatico… la scomparsa delle foreste… la comparsa delle pianure ricoperte di erba alta… la necessità di alzarsi in piedi per vedere oltre l’erba e scorgere i possibili predatori…

Ancora una volta i sostenitori della teoria della scimmia acquatica propongono una visione differente, partendo da un’ osservazione: molte scimmie sono capaci di camminare erette per brevi tratti, alcune possono mantenere la posizione anche per tratti considerevoli, ma l’unico caso, l’unico, in cui tutti i primati stazionano esclusivamente in posizione eretta è quando sono in acqua.

Uno scimpanzé, un gorilla, un orango, intenti ad effettuare un guado con l’acqua alla vita o al petto, camminano eretti per tutto il tempo che occorre loro ad arrivare dall’altra parte. La stazione eretta ci avrebbe permesso di raccogliere mitili e altri frutti di mare dagli scogli tenendo la testa ben fuori dall’acqua e col passare del tempo ci avrebbe poi avvataggiati nel nuoto, permettendoci di acquisire abilità uniche tra tutte le scimmie, con alcuni di noi che ancora oggi, dopo milioni di anni di vita sulla terraferma, ancora sono capaci di percorrere lo stretto della manica, o immergersi ad oltre 50 metri di profondità senza l’uso di pinne o altri aiuti artificiali. Indubbiamente nessuna scimmia può vantare record simili, e questo è semplicemente un fatto.

  • Controllo della respirazione e abilità linguistiche. La capacità di comunicazione dell’uomo è straordinaria, eccezionale…ma non unica. Esistono altre specie capaci, a quanto pare, di un linguaggio complesso e articolato. Tale capacità è legata al possesso di due requisiti fondamentali: doti cerebrali notevoli e capacità di controllo della respirazione molto raffinata.

Ancora una volta capacità simili, e risultati paragonabili ai nostri, arrivano non dai nostri cugini più prossimi, ma dai mammiferi marini. Balene, orche e delfini sono noti per le loro grandi capacità mentali, secondo alcuni paragonabili alle nostre, e per l’adozione di linguaggi fonetici accurati e complessi.

Io stesso, quando lavoravo come addestratore di mammiferi marini, rimasi sorpreso dal livello eccezionale di comunicazione verbale tra questi animali. Sicuramente per un mammifero marino o acquatico in genere il controllo della respirazione è fondamentale per la sopravvivenza; se questo sia sufficiente per stabilire un legame indiscutibile tra la vita acquatica e la nascita del linguaggio parlato, questa è forse questione di sensibilità.

  • Milza di forma lobulata. Il primo (e forse unico) a considerare il dettaglio della forma della milza, che negli uomini è lobulata come nei mammiferi marini, come prova a sostegno dell’idea della scimmia acquatica, fu proprio Max Wastenhöfer nel 1942. Da quel momento nessuno ci ha più badato molto.

E invece oggi sembra il dettaglio più interessante dal momento che proprio la milza è stata messa in relazione alle straordinarie capacità apneistiche del popolo Bajau. I Bajau, o zingari del mare, sono un popolo che abita le acque di Filippine, Indonesia e Malesia. Le loro doti nella pesca subacquea sono sovrumane, potendo rimanere oltre 10 minuti senza respirare.

Il segreto? è proprio nella milza, che è del 50% più grande del normale. Anche foche e altri mammiferi marini beneficiano di milze molto grandi, che rappresentano una riserva di sangue supplementare durante le apnee. I Bajau hanno questa modifica scritta nel DNA, un gene modificato che li rende quasi dei mammiferi marini. Era già presente, questo gene, nei nostri antenati acquatici? Sempre ammesso che siano mai esistiti…

Fonte immagine copertina: focustech.it

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