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Carnival Row: quando una serie tv rischia di commuovere anche i leghisti

People For Planet - 9 ore 24 min fa

Si tratta di una astuta trasposizione del dramma del razzismo e dell’immigrazione in un kolossal fantasy.
Svariati tipi di esseri magici fuggono da guerre spaventose e arrivano nella Città Stato più potente del mondo, dove sopravvivono dedicandosi ai mestieri più umili, continuamente vessati da cittadini razzisti e poliziotti insensibili.

Il tutto avviene in un’epoca pseudo ottocentesca che descrive una società nella quale i neri sono ormai ben integrati ma dove il disprezzo si indirizza contro fatati volanti, fauni e una moltitudine di altre creature alcune delle quali alte un paio di spanne.
Su questo sfondo si stagliano un intreccio di storie avvincenti: amori, cospirazioni magiche, complotti tra i potenti e strenue lotte per ottenere rispetto da parte delle “sub creature”…
8 puntate da 60 minuti, che mi sono sparato in 3 giorni impaziente di sapere come andava a finire!

Nota di merito: gli autori della serie si sono risparmiati il solito sadismo che imperversa su ogni canale. Tipo far morire spiaccicato il piccolo bimbo con gli occhioni amorosi e far ammazzare l’amore dell’eroe (non sopporto più questi soluzioni facili per aumentare le secrezioni di adrenalina dello spettatore in mancanza di idee e fantasia). E proprio perché la sceneggiatura e i dialoghi sono magistrali, Carnival Row riesce a essere emozionante e ti incolla davanti allo schermo.
Doppio hurra!

Infine si tratta di un’operazione che non soffre neppure di odioso maschilismo visto che le femmine non solo hanno ruoli dominanti nella storia ma sono pure sagge e potenti (non tutte, ovvio).
Credo che supportare Carnival Row sia un modo efficace di opporsi alla marea cattivista e razzista. I razzisti non li convinciamo certo con i soliti discorsi razionali e corretti che gli rimbalzano… Secondo me la storia d’amore impossibile tra un fauno nero con le corna e una fanciulla esile, bianca, bella e altolocata li farà piangere e magari anche ragionare. È la forza dell’amore, ragazzi!

La serie creata da René Echevarria e Travis Beacham, è diretta da Jon Amiel, protagonisti Orlando Bloom (il bello del Signore degli Anelli) e Cara Delevingne. Disponibile su Amazon Prime.

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Le auto dei romani, in fila, occuperebbero tutto lo spazio delle principali strade della capitale

People For Planet - 14 ore 24 min fa

La mobilità cambia, spinta dall’innovazione. Da un lato l’imperativo di cambiare in maniera radicale i sistemi di propulsione passando dai fossili a sistemi sostenibili come l’elettrico, il biometano e in futuro l’idrogeno da fonti rinnovabili, mentre sotto un altro punto di vista la spinta verso sempre maggiori automatismi che avranno come momento d’arrivo la guida autonoma. Si tratta di due aspetti che viaggiano paralleli, al punto che già esistono autovetture, come la Tesla, che sono a propulsione elettrica e possiedono la guida autonoma. Un futuro volume d’affari enorme per case automobilistiche, per le quali si prospetta un mercato enorme che non si vedeva dall’uscita della Ford Model T nel 1908 ,che alla fine della produzione nel 1927 aveva venduto, da sola, 15 milioni di esemplari. Il 50% del parco auto allora circolante. Oggi si parla di oltre 1,2 miliardi di autovetture circolanti sul Pianeta totalmente a trazione fossile e a guida umana. È chiaro, quindi, che per le case automobilistiche questa sia un’occasione di quelle che capitano una volta ogni secolo, ma dovranno fare i conti con un altro aspetto poco citato: quello della congestione.

Anche se si convertisse interamente il parco mondiale a trazione rinnovabile e autonoma – e chi scrive ha forti dubbi che ciò accada nella prima metà di questo secolo, perché tutti i settori energetici hanno un’inerzia industriale intrinseca di circa 25-35 anni – ciò che non è possibile – per ora – superare è una legge elementare della fisica, ossia che tutti gli oggetti solidi occupano uno spazio e questo spazio non può essere occupato contemporaneamente da un altro oggetto. La materia quindi è impenetrabile. Sembra una banalità, ma si tratta di un aspetto non preso in considerazione né dai fabbricati, né agli utenti, compresi quelli più attenti agli aspetti più legati all’ecologia. E l’occupazione di spazio da parte delle automobili è in crescita.

Facciamo un confronto, tra la 500 degli anni Sessanta e la Panda di oggi. La prima misura 2,9 per 1,3 metri per un totale di 3,7 metri quadri, mentre la seconda 3,5 per 1,6 metri per un totale di 5,6 metri quadri. Un incremento di 1,83 metri quadri potrebbe sembrare poco. Quindi in termini di occupazione di spazio ecco che nei 46 anni trascorsi tra il 1957 – anno d’uscita della 500 – e il 2003 – anno d’uscita della prima Panda nuova serie, l’occupazione di suolo è passata da 3,7 metri quadrati per la prima utilitaria di casa Fiat ai 5,6 metri quadri della sua nipotina. Un incremento di oltre il 50%. Il tutto a parità di passeggeri. Se prendiamo, però, un’altra utilitaria molto in voga come la Smart che misura 2,7 per 1,5 metri per un totale di 4 metri quadri, troviamo un incremento rispetto alla vecchia 500 di soli 0,23 metri quadri che potrebbero sembrare poca cosa in termini assoluti, ma bisogna considerare il fatto che mentre sulla 500 di mezzo secolo fa potevano viaggiare quattro persone – strette – sulla Smart ne possono viaggiare solo due. Quindi in termini di occupazione di spazio per passeggero ecco che nei quaranta anni trascorsi tra il 1957 – anno d’uscita della 500 – e il 1998 – anno d’uscita della prima Smart, l’occupazione di suolo per passeggero è passata da 0,9 metri quadrati per l’utilitaria di casa Fiat ai due metri quadri per passeggero della piccola di casa Mercedes. Un incremento del 120%.

Si tratta di un incremento che hanno subito, nei decenni scorsi, tutte le categorie di autovetture – per percentuali analoghe – e che stanno creando non pochi problemi nelle città, specialmente quelle italiane che soffrono per dei numeri di autovetture tra i maggiori al mondo. Prendiamo i dati di Roma. Nel comune di Roma ci sono 1,75 milioni di autovetture (dati Aci, 2018) contro una popolazione di 2,84 milioni di persone, per un rapporto di 617 auto ogni 1.000 abitanti. Cosa che si traduce in una densità veicolare di 1.350 autovetture per ogni chilometro quadrato che se possedessero la superficie d’occupazione della vecchia 500 occuperebbero 1.215 metri quadrati per ogni chilometro quadrato, che con il tasso d’occupazione della Smart salgono 2.700 metri quadrati per ogni chilometro quadrato, mentre per la nuova Panda si sale a 7.560 metri quadrati per ogni chilometro quadrato. Si potrebbe pensare che non diano problemi su un territorio che è di 1.287 chilometri quadrati, visto che un chilometro quadrato contiene un milione di metri quadri, ma non è così. Non tutta la capitale è fatta di strade. Le vie di Roma hanno, infatti, una lunghezza di circa 6.000 km, dei quali 800 sono delle grandi arterie che hanno una superficie (carrabile più parcheggi ai lati) per 8,8 milioni di metri quadrati. Ecco quindi che gli 1,75 milioni di autovetture che poniamo per ipotesi abbiano una superficie minima pari a quella della nuova Panda – ma è di sicuro superiore, e anche di molto ne caso dei Suv – occupano 9,8 milioni di metri quadri, più delle superficie delle principali arterie capitoline.

Questi dati fanno capire come l’imperativo non sia quello di convertire le autovetture fossili esistenti in elettriche, ma sia in realtà quello di diminuire le autovetture come numero assoluto, di qualunque tipo esse siano. E non si creda che il caso di Roma sia particolare. In Italia infatti abbiamo in generale 39 milioni di autovetture circolanti su 60,36 milioni di abitanti in una superficie che è circa un terzo di quella della Francia o della Spagna, con un tasso nazionale di 646 autovetture ogni mille abitanti.

L’Italia quindi non si avvia verso la congestione ma è già oggi in emergenza congestione. E la cosa si traduce, oggi in inquinamento e perdita di tempo di vita, mentre in futuro, quando la conversione sostenibile sarà realizzata, avremo una riduzione del 70-80% dell’inquinamento urbano – il restante 20-30% è dovuto, a parità di percorrenza, dalle polveri sottili che saranno comunque emesse perché prodotte dall’attrito di freni e pneumatici – ma la perdita del tempo di vita rimarrà lo stesso. E non è cosa da poco. Secondo una recente ricerca della società Inrix ogni abitante di Roma perde 254 ore ogni anno nella congestione del traffico. Oltre dieci giorni di vita sottratti agli affetti, al tempo libero e all’ozio. Ogni anno. Dato che confrontato con l’aspettativa di vita media italiana – 82 anni per gli uomini 84 per le donne – si traduce in 2,38 anni e in 2,43 per le donne di tempo speso nella congestione del traffico. E la situazione peggiora visto che a Roma il tasso di crescita annuale del traffico (dato Inrix) oggi è al 16%. E il tempo di vita è l’unica risorsa che non è rinnovabile.

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5 trucchi per rispettare i buoni propositi per l’anno nuovo

People For Planet - Ven, 12/06/2019 - 16:25

C’è qualcosa di amaro nell’ultimo dell’anno. Tempo di tirare le somme e immaginare un futuro migliore. Tra l’altro, stando alle statistiche, verso febbraio circa l’80% delle persone non avrà rispettato i buoni propostiti, e avrà messo da parte, dimenticandole, le buone intenzioni. Se seguirai queste regole rientrerai nel restante 20%, vincerai la tristezza da cenone e soprattutto avrai di fronte a te un anno migliore, per te e per chi ti vuole bene.

1. Inizia subito

Entro la metà di dicembre devi aver iniziato il tuo buon proposito per l’anno nuovo. Questo non solo lo renderà meno offuscato dai fumi di capodanno ma renderà lo stesso capodanno meno triste, più attivo, con il passato già passato e il presente e il futuro già avviati e definiti.

2. Non puntare all’impossibile

Inutile riproporsi di scrivere un best seller in un anno quando metà mondo non ci riesce in una vita, o di arrivare a una 38 se si parte da una taglia 46. Sii realista, ottimista ma realista: gli impegni che cambiano la vita sono difficili da portare a termine.

3. Sii concreto

I buoni propositi funzionano meglio quando sono specifici, misurabili, realizzabili, pertinenti e temporali.

4. Dividi in segmenti il tuo progetto

Attenersi alle risoluzioni è dura e ognuno di noi ha bisogno di tante carote per gratificarsi e caricare le batterie. Sii serio con il tuo buon proposito e datti delle scadenze: se decidi di smettere di fumare, e stai a un pacchetto al giorno, proponiti di arrivare a 15 sigarette entro febbraio, e festeggia l’obiettivo con gli amici. Entro marzo scendi a 10, e se ci riesci offriti un week end in una capitale europea (anche perché viaggiare ci rende felici, lo dice la scienza!). Ad aprile siamo a 5, e ci potremmo regalare quell’oggetto a cui aspiriamo. Maggio sarà il salto a 3, e a giugno avremo vinto la sfida definitiva.

5. Scegli un obiettivo per tema

Voglio migliorare la mia conoscenza del mondo: mi impongo 1 libro al mese. Voglio stare in salute: mi impongo un controllo al mese o un’attività fisica. Voglio cambiare il mondo: andrò in bici al lavoro.

Cosa significa essere felici?

Ricordati che, secondo gli esperti, per vivere a lungo ed essere felici nella vita servono sostanzialmente tre cose: un lavoro che ci piace, buoni rapporti sociali, fare del bene. Quindi non puntare a cambiare lavoro per cercarne uno più redditizio, ma per averne uno che sia più nelle tue corde. Datti obiettivi che includono amici e parenti, per rinforzare il vostro legame. Infine, fai beneficenza e agisci per il bene comune, iniziando, ad esempio, da obiettivi volti a raggiungere uno stile di vita più sostenibile (e People for Planet è qui per questo): scoprirai a tuo vantaggio quanto sia gratificante amare e rispettare chi e quel che ci circonda. Questo farà del tuo anno nuovo, l’anno della svolta.

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Ambiente, sfide e opportunità del 2020

People For Planet - Ven, 12/06/2019 - 15:18

Quali sono le opportunità e le minacce da affrontare l’anno prossimo per la preservazione della biodiversità? Un gruppo di scienziati si è riunito per rispondere a questa domanda, con la guida del biologo della conservazione dell’Università di Cambridge, William Sutherland nell’ambito di una “osservazione dell’orizzonte” annuale, durante la quale hanno riassunto le tendenze emergenti o previste che hanno un forte potenziale a beneficio o a danno degli esseri viventi. Tutte le rilevanze sono pubblicate sulla rivista Trends in Ecology & Evolution.

Energia e imballaggi

La cellulosa, uno dei principali componenti del legno la cui domanda aumenta del 18%, viene usata moltissimo per imballaggi (in sostituzione della plastica) e costruzioni, ma potrebbe anche diventare la causa di conversione delle foreste in piantagioni prive di biodiversità, rischiando distruggere l’habitat.

La recente direttiva dell’Unione Europea che da un lato classifica il legno come una fonte di energia rinnovabile e dall’altro stimola l’utilizzo di energie rinnovabili entro il 2030, implica l’importazione di legno nell’UE paradossalmente danneggiando ambiente e biodiversità. Crescono le preoccupazioni per la distruzione dell’habitat forestale anche in Europa.

Habitat acquatico

Le grandi “foreste” di alghe – che crescono lungo le coste di tutto il mondo per proteggerle dall’erosione e salvaguardando la vita marina – stanno scomparendo, a causa dell’innalzamento della temperatura degli oceani. L’allarme è scattato per proteggere le alghe e tutti gli ecosistemi oceanici a rischio, il cui degrado comporterebbe perdite economiche devastanti.

Sempre in tema acquatico, negli allevamenti ittici l’uso di sistemi di acquacoltura a ricircolo potrebbe essere la svolta per ridurre lo spreco di acqua del 97% -99%.

Quali sono le conseguenze del restringimento del buco nell’ozono sopra l’Antartico? A quanto pare secondo gli scienziati questa alterazione potrebbe contribuire ai cambiamenti del vento e ad altri mutamenti meteorologici sul polo sud. Il cambiamento climatico a sua volta probabilmente causerà lo scioglimento di più ghiaccio antartico, che innescherà a sua volta l’innalzamento globale del livello del mare minacciando ulteriormente le comunità costiere e l’habitat.

Fungo killer e corna lunghe

Una bella notizia: un fungo geneticamente modificato produce la stessa tossina del veleno di ragno, obiettivo è mettere K.O. una volta per tutte le tanto odiate zanzare (spesso portatrici di malattie come la malaria), senza però danneggiare l’ambiente (come fanno gli insetticidi tradizionali) e giovando alla biodiversità.

Altissima attenzione a un altro infestante: la zecca asiatica dalle corna lunghe, che porta con sé un batterio che uccide i mammiferi. Negli USA l’allarme si sta diffondendo dagli allevamenti alla fauna selvatica. Staremo a vedere.

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Photo by niko photos on Unsplash

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Cannucce di plastica? No grazie

People For Planet - Ven, 12/06/2019 - 11:10

L’Europa ha finalmente dichiarato guerra alla plastica. Entro il 2021 quella monouso scomparirà per sempre; non si vedranno più in circolazione diversi oggetti che finora sono stati parte della nostra quotidianità quali piatti, posate, cannucce, bastoncini cotonati, mescolatori per bevande. 

Amate dai bambini (non si capisce poi bene perché) e negli ultimi anni soprattutto utilizzate in modo massiccio nella ristorazione, le cannucce in plastica sono un vero attentato all’ambiente: secondo i dati della Plastic Pollution Coalition ogni giorno in tutto il mondo ne vengono utilizzate – e gettate nella spazzatura – oltre 1 miliardo, 500 milioni solo negli Stati Uniti. Nella sola città di Londra se ne consumano ogni anno 2 miliardi. Si usano per 20 minuti mentre per smaltirle una volta buttate via occorrono 500 anni. Senza contare che, se vengono disperse nel mare e nella natura, hanno delle dimensioni tali che riescono a entrare nelle narici delle tartarughe marine e nell’esofago di molti animali, con conseguenze spesso gravissime.

Plastica usa e getta “mostro invisibile”

Rosalba Giugni, presidente di Marevivo, l’associazione nazionale che da più di 30 anni tutela il mare e le sue risorse, spiega che la plastica usa e getta “negli ultimi anni ci ha invaso, è ovunque, è entrata a far parte della nostra vita quotidiana. Si è trasformata in un mostro invisibile e non ci siamo resi conto dei danni devastanti che stava causando alla fauna marina e al suo habitat”. Secondo un  rapporto pubblicato dalla Ellen MacArthur Foundation, se l’attuale tasso di inquinamento plastico continua, entro il 2050 negli oceani ci sarà più plastica che pesci.

Leggi anche: Consumiamo troppe troppe troppe cannucce di plastica!

Al bando in Europa dal 2021

Per cercare di mettere un argine all’inquinamento da plastica usa e getta, l’Europa ha disposto che entro il 2021 la plastica monouso scomparirà per sempre; non si vedranno più in circolazione diversi oggetti che finora sono stati parte della nostra quotidianità tra cui piatti, posate, cotton fioc, oltre, ovviamente, alle cannucce in plastica. Ovviamente ci si sta ponendo il problema delle alternative: in che modo saranno sostituiti tutti i prodotti messi al bando? Per quanto riguarda le cannucce alcune aziende si sono ingegnate per la produzione di tipologie commestibili e/o biodegradabili. Dal Vietnam all’Italia, ecco alcuni esempi. 

Biodegradabili e commestibili

Una possibile soluzione sono le cannucce biodegradabili e commestibili. E’ stata l’azienda italiana Sorbos a inventare la prima cannuccia 100% biodegradabile e commestibile del mondo: fatta con zucchero glassato (solo 23 calorie), amido di mais e acqua, mantiene la sua rigidità all’interno della bevanda per circa 40 minuti ed è disponibile in 7 diversi aromi (zenzero, cannella, mela, limone, lime, fragola, cioccolato). Il prezzo non è di certo stracciato, ma affrontabile soprattutto se si inizia a fare un uso più misurato delle cannucce: una confezione da 200 pezzi costa 34 euro, ovvero 17 centesimi a cannuccia.

A base di riso e mais  

Un’altra soluzione arriva dalla Cooperativa Campo di Fossombrone nelle Marche, che opera nel settore dell’agricoltura biologica e commercializza soprattutto pasta, che ha avuto l’idea di utilizzare una pasta lunga e forata, le zite, per farne delle cannucce. Il prodotto finale è una cannuccia commestibile a base di riso e mais, gluten free e quindi adatta anche ai celiaci, priva di Ogm e completamente biodegradabile. Il colore è lo stesso della pasta a base di riso e mais, però si può colorare con facilità aggiungendo ad esempio una percentuale di lenticchie rosse. La sperimentazione in alcuni bar è già cominciata.

In Vietnam le fanno con l’erba

Un’altra possibile alternativa arriva invece dal Vietnam, dove un imprenditore ha avuto l’idea di produrre cannucce dall’erba invece che dalla plastica. Per la produzione viene utilizzata una particolare erba che cresce spontaneamente nelle zone umide del Vietnam, perfetta per le cannucce perché ha un gambo cavo e cresce molto in altezza. Per ottenere le cannucce vegetali l’erba viene prima lavata e poi tagliata in sezioni da 20 cm; le cannucce così ottenute vengono quindi pulite più a fondo prima di essere impacchettate in fasci di foglie di banano, pronte per essere usate. Esiste anche la versione “essiccata” di queste cannucce, che possono essere passate in forno e lasciate raffreddare. La versione “fresca” di queste cannucce costa circa 2 centesimi, mentre quella essiccata circa 4 centesimi a cannuccia.

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I dieci migliori Western all’italiana

People For Planet - Ven, 12/06/2019 - 11:00

Il cinema western apparteneva agli americani fin dagli esordi del 1903. Negli anni Sessanta il Western in America viveva una profonda crisi d’identità. Forse fu il caso, certo ci fu genio,  ma tutto si deve a Sergio Leone, figlio di un regista del muto che firma con pseudonimo inglese un film che cambierà assetti produttivi italiani e immaginari collettivi dei ragazzi degli anni Sessanta. In tre lustri il cinema tricolore sforna almeno quattrocento titoli (stima per difetto, c’è chi sostiene che furono seicento) che formeranno maestranze, arricchiranno esercenti e distributori, lanceranno un nuovo star system conquistando i mercati di mezzo mondo. Snobbato dalla critica oggi il genere è rivalutato. Molti film erano brutti , alcuni decisamente cattivi, non mancarono i film buoni. Ho scelto i miei migliori dieci

PER UN PUGNO DI DOLLARI di Sergio Leone, 1964 

Un pomeriggio del 1963 il direttore della fotografia Enzo Barboni e il suo collega Stelvio Massi uscendo dal cinema Arlecchino a Roma incontrano Sergio Leone al caffè Rosati. Sono entusiasti della visione del film “L’ultimo samurai” di Akira Kurosawa. Perché non ne facciamo un western? Quasi una sorta di pazzia. Il maestro giapponese l’ha modellato da un romanzo di Dashiell Hammett (quello del Falcone Maltese). Leone sceneggia con Duccio Tessari e Fernando Di Leo. Imbroglio della produzione che non ha pagato i diritti. Si gira in Spagna. Il pistolero solitario che arriva in paese a dorso di un mulo è stato scelto in modo rocambolesco in America. Girava telefilm ed è lo sconosciuto Clint Eastwood, unico vero americano in una locandina che propone pseudonimi ad inganno compreso Ennio Morricone ribattezzato Don Savio. Lo straniero è un Arlecchino servitore di due bande. Il cattivo Ramon è un poco celebre Gianmaria Volontè. Il film rischia di essere vietato ai minori di 18 anni. Revisionato arriva quasi per miracolo in una sala di Firenze. Nasce un passaparola gigantesco che attrae masse spettatori. Un film costato 120 milioni incassa oltre due miliardi di lire dell’epoca e viene venduto in tutto il mondo. Una leggenda metropolitana sostiene che John Ford abbia coniugato il termine “Spaghetti western”. Certo il western era rinato tra Cinecittà e l’Almeria.   

IL BUONO, IL BRUTTO, IL CATTIVO di Sergio Leone, 1966 

Chiusura della trilogia del Dollaro. Il primo trattamento scritto da Age e Scarpelli prevedeva solo due protagonisti che cercano un tesoro in mezzo alla Guerra di Secessione. Leone comprende che “i due magnifici straccioni”  non bastano e riscrive adattando per tre. Ennio Morricone che sta già nei juke box grazie alle colonne sonore precedenti compone un capolavoro. Altrettanto il regista che con il montatore Nino Baragli inventano un duello finale a tre ribattezzato “triello” che entra nella storia del cinema per intensità emotiva e perfezione tecnica.  Da vedere a corollario il bellissimo documentario Netflix “Salvate Sad hill” in cui i fan del film recuperano dall’oblio il ricostruito cimitero in Spagna adoperato per il finale. 

GIÙ LA TESTA di Sergio Leone, 1971 

Il Sessantotto lungo italiano si era impossessato del Western spaghetti. Per idee egemoni e per il pubblico pagante che ogni sera andava a cinema dopo la riunione in sezione. Il film si apre con un citazione di Mao che inneggia alla violenza rivoluzionaria. Messico 1913. Fanno coppia antagonista un bandito messicano interpretato da Rod Steiger e un ex militante dell’Ira, grande esperto di esplosivi, magnificamente e con romanticismo decadente portato addosso da James Coburn. C’è anche un ottimo Romolo Valli. Leone era diventato una garanzia di successo e qualità. Giovani di sinistra che passeranno alla lotta armata prenderanno a riferimento del loro agire Sean Mallory. Nuova strepitosa colonna sonora di Morricone

DJANGO di Sergio Corbucci,1966 

Western che fa aumentare a dismisura il tasso di violenza e sadismo, primo vietato ai minori di 18 anni. Stravolgimento dei canoni di Leone. Secondo la definizione del regista il protagonista “non va a cavallo ma a piedi, si muove al freddo e non al caldo, combatte con la neve invece che con il sudore e con la polvere”. Trascina una bara in cui custodisce una micidiale mitragliatrice. Grande successo internazionale anche negli Stati Uniti e lancia Franco Nero come star internazionale. Ancora oggi in Africa chiamano gl’italiani Django. Idolatrato da Quentin Tarantino che cita ne “Le iene” la cruentissima scena del taglio dell’orecchio e ne fa un remake di grande successo con Di Caprio e cameo per Franco Nero. Un seguito ufficiale e un pugno di titoli che per motivi commerciali richiamano il personaggio nato per omaggiare la figura del musicista jazz Django Reinhardt. 

LO CHIAMAVANO TRINITÀ di E. B. Clucher, 1970 

Nessuno lo voleva produrre perché è un western senza morti ammazzati. Invece tutti vogliono vedere le gesta di Terence Hill e Bud Spencer che modulandosi sulle movenze da Stanlio e Ollio danno vita ad una delle più celebri coppie cinematografiche. Pseudonimo per il regista Barboni che dirige alla grande enormi scazzottature e schiaffoni in un film che cerca il comico invece della violenza e che trova grande identificazione del pubblico con le gesta di Trinità e Bambino ed incassa tre miliardi di lire. Tutti ricordano Trinità che si fa trasportare da una slitta con il suo cavallo. Ancora le suonerie telefoniche hanno il suadente tema di Pino Micalizzi. Nella trama ci sono anche i Mormoni da difendere dall’allevatore affarista interpretato da una star internazionale come Farley Granger. 

WEST AND SODA di Bruno Bozzetto, 1965 

Sconosciuto e dimenticato il primo film di Bozzetto è uno straordinario lavoro d’animazione quasi coevo di “Per un pugno di dollari”: senza violenza, con ecologismo ante litteram, dotato d’ironia malinconica muove l’eroe solitario, una fanciulla del West e gl’immancabili cattivi. Secondo Mereghetti: “È contemporaneamente parodia, omaggio e rilettura con squarci surreali del western più classico (da “Ombre rosse” a “Sfida infernale”)”. Bellissime le voci di Nando Gazzolo e Carletto Romano. Purtroppo non ha avuto epigoni. Da recuperare.

TEPEPA di Giulio Petroni, 1969 

Sottotitolo “Viva la Revolucion” a segnalare che durante l’Autunno caldo in Italia si stava dalle parti di Zapata. Scritto da Ivan Della Mea (cantautore militante di Lotta Continua) e supervisionato dal mestiere di Franco Salinas. Tepepa è il rivoluzionario che prosegue la rivoluzione di Francisco Madero. Fantastico Tomas Milian che si doppia in un particolarissimo italocubano che aggiunge freschezza all’antieroe sottoproletario figlio del tempo. Nei panni del cattivo colonnello una meraviglioso Orson Welles

VAMOS A MATAR COMPAÑEROS di Sergio Corbucci, 1970 

Franco Nero questa volta è uno svedese, Tomas Milian acconciato alla Guevara. Ancora una volta ci si arruola per la rivoluzione messicana guidata dall’incorruttibile professore interpretato da Fernando Rey, attore feticcio di Buñuel. Per il cattivo un vero americano affidato al cruento Jack Palance. Corbucci calca la sceneggiatura contro l’imperialismo americano molto alla sbarra per le vicende del Vietnam e dell’America latina. Anche qui ottima colonna sonora di Morricone. Unico film western sequestrato dalla magistratura per il profluvio di parolacce, subito dissequestrato. Le parolacce diventeranno una costante del successivo cinema popolare degli anni Settanta.

CORRI, UOMO CORRI di Sergio Sollima, 1969 

Secondo titolo di una trilogia di western politico che si deve ad uno dei migliori registi artigiani del cinema italiani.  Il personaggio di Tomas Milian è il peone “Cuchillo” già apparso ne “La resa dei conti” e che deve molte suggestioni ai successi di Sergio Leone. Qui il peone prende coscienza  politica contro l’occupante Asburgo grazie alla conoscenza in galera di un poeta idealista. Cuchillo diventerà un mito di riferimento per molti giovani di Lotta Continua che metteranno in pratica la politicizzazione dei detenuti nelle carceri italiane. 

I GIORNI DELL’IRA di Tonino Valeri, 1967 

Una trama classica che si deve al talento di Tonino Valeri. Psicologico e violento mette nei titoli due star del genere come Lee Van Cleef e Giuliano Gemma. Tratto da un romanzo americano mette a confronto lo spietato pistolero che entra in contatto con uno spazzino emarginato da tutti. Ma nella piccola città il pistolero di professione si dovrà molto pentire di aver insegnato a sparare al giovane Scott. Indimenticabile colonna sonora di Riz Ortolani, citata come omaggio di Tarantino in Kill Bill

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Campagna Raccolta Fondi 2019

Comitato Nobel Disabili Onlus - Ven, 12/06/2019 - 10:56

Con una donazione di 500 euro al Nuovo Comitato Il Nobel per i disabili Onlus potete ricevere a casa una stampa d'arte firmata in originale da Dario Fo!

 

Con una donazione di 50 euro potete ricevere 4 libri introvabili di Dario Fo

 

Per fare una donazione al Comitato clicca qui

 

 

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Maxi operazione contro le slot machine antiludopatia false

People For Planet - Ven, 12/06/2019 - 10:02

Piemonte, Calabria, Emilia Romagna e Toscana: queste le regioni coinvolte nel sequestro di centinaia di “”dispositivi medicali contro la ludopatia” che di medicale e soprattutto contro la ludopatia non avevano nulla. Inoltre, per non farsi mancare niente, gli apparecchi non erano collegati con la rete telematica dello Stato con conseguente evasione delle imposte.

Il Bingo della truffa.

I dispositivi contro la ludopatia si differenziano dalle comuni slot machine perché invece di funzionare con il denaro utilizzano gettoni e anche la vincita viene erogata nello stesso modo.

In questo caso però la Polizia ha accertato che i gettoni costavano 1 euro l’uno e in caso di vincita – caso raro, se non impossibile visto che non essendo collegate le slot non garantivano in alcun modo le probabilità di vittoria– anche i gettoni potevano essere convertiti in denaro.

L’indagine si è concentrata sugli apparecchi sviluppati da una società con sede in provincia di Reggio Calabria e, di fatto, amministrata da un soggetto con precedenti penali anche in materia di gioco d’azzardo.

Leggi anche:
Ludopatia e il Decreto Dignità, una bella notizia
A che gioco stiamo giocando?
Questo non è un gioco!
Alcol, sigarette e gioco d’azzardo: per i minori l’accesso è quasi libero

Foto di djedj da Pixabay

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«Così ho cambiato sesso». La storia di Marco e Cecilia

People For Planet - Ven, 12/06/2019 - 06:00

È un percorso lungo, che richiede coraggio, non soltanto nell’affrontare i vari coming out o il cambiamento fisico generato dall’avvio di una terapia ormonale sostitutiva. Per tutte le persone trans, il primo step della transizione è la crescita costante della consapevolezza del gap tra genere anagrafico ed elettivo. È un malessere – non un capriccio e non una patologia! – che spesso si avverte già durante l’infanzia. Il ruolo chiave nell’attestazione ufficiale della disforia di genere lo giocano i centri e i medici specializzati che seguono le persone trans lungo tutto il loro percorso, supportandole fisicamente e mentalmente. Il percorso culmina all’anagrafe con una rettifica del genere sui documenti, autorizzata da una sentenza del tribunale. Marco e Cecilia hanno accettato di raccontarci la loro storia.

NB: sia Marco che Cecilia parlano al maschile per riferirsi al periodo dell’infanzia, quello precedente alla transizione; utilizzare il genere anagrafico o quello elettivo è una scelta puramente personale, non esistono regole.

Marco Il tuo primo coming out avviene con te stesso. Sembra incredibile, eppure a supportarti è la tua fidanzata di allora, con cui ti confessi. Poi entra in gioco Internet…

Ho sempre sentito di essere un bambino, ma molto presto ho imparato che era una cosa che non si poteva dire, non si poteva neanche pensare. Ho iniziato a spendere tutte le mie forze per essere una ragazza come le altre. Guardavo le mie compagne cercando di imitarne i gesti, il modo di vestire. A 26 anni stavo con una ragazza, a lei avevo confessato tutto: la sensazione che la mia vita fosse un grande malinteso, il disagio con il mio corpo, la sofferenza ogni volta che qualcosa mi ricordava che agli occhi del mondo io ero donna. È stata lei a mostrarmi per la prima volta un’intervista a tre ragazzi trans. Prima di allora non avevo mai sentito parlare del percorso FtoM (Female to Male).

Ma sentivo il bisogno cogente di saperne di più. Non avevo mai incontrato una persona transessuale dal vivo, su internet però c’era un intero mondo. Ho trovato video di altri ragazzi FtoM. Pubblicavano le loro storie per aiutare chi, come me, cercava se stesso riflesso. Ho scoperto dove acquistare le canotte per comprimere il seno, che esercizi fare in palestra per avere un aspetto più maschile, come vestirmi per cercare di “passare” il più possibile. 

Immaginiamo che le domande che ti ponevi in quel periodo fossero tantissime…

Ormai avevo capito che c’era un nome – trans – per quello che avevo provato tutta la vita. Ma la paura era tanta. Se avessi perso il lavoro? Se i miei genitori mi avessero rifiutato? Come avrei potuto dirlo ai miei nonni? E se poi fossi diventato un mostro, una specie di chimera, né carne né pesce? Avrei perso la mia ragazza? Avrei mai più trovato una persona disposta ad amarmi?

Per otto mesi non ho fatto nulla. Nulla di nulla. Anche se la mia mente, ormai, era sempre lì.

La fase successiva la chiami “come out of the closet”. Ad un certo punto trovi il coraggio di uscire dal guscio.

Nell’autunno del 2013 ho partecipato ad un progetto di scambio in Francia: amici, colleghi, tutti erano persone che non mi avevano mai visto prima. Nessuno aveva aspettative pregresse su di me, quindi potevo gettare la maschera, farmi conoscere per chi ero veramente. E se tutto fosse andato storto avrei potuto sopportarlo, perché di lì a tre mesi sarei tornato alla mia vecchia vita, che non era felice, ma aveva contorni certi e rassicuranti.

Dicono che ci vuole coraggio per intraprendere la mia scelta. La verità è che se avessi dovuto scegliere, probabilmente sarai ancora lì, con un numero di telefono piegato in una tasca del portafogli, con il maledetto terrore di fare quel passo. Ma per fortuna dentro di noi c’è un istinto alla vita, quello che ci fa nuotare verso l’alto se siamo sul fondo di una vasca. Così, una mattina del dicembre 2013, ho tirato fuori dalla tasca quel foglietto stropicciato e un po’ ingiallito e ho chiamato il MIT (Movimento Identità Trans) di Bologna.

Ci parli del tuo percorso personale?

Al MIT ho iniziato il percorso psicologico, l’impazienza era tanta, ma la strada era lunga. Una volta al mese prendevo il treno per Bologna e incontravo la psicoterapeuta. Dopo un anno ho deciso di continuare il percorso all’Ospedale Niguarda di Milano, che per me era molto più vicino. Nel frattempo ho affrontato molti coming out: gli amici, i genitori, i nonni, la palestra, il gruppo dell’oratorio, per ultimo il posto di lavoro. Ogni volta mi sembrava di buttarmi nel fuoco, ma alla fine ne uscivo più forte e alleggerito di un macigno. A settembre 2015 ho ottenuto il nulla osta alla terapia ormonale e circa un anno più tardi la perizia psichiatrica che attestava la diagnosi di disforia di genere. Con la perizia in mano ho potuto rivolgermi a un avvocato, che ha depositato un’istanza al Tribunale di Pavia. Ad ottobre del 2017 avevo finalmente in mano la sentenza del tribunale, con la quale ho potuto inserirmi nella lista d’attesa per gli interventi chirurgici e contestualmente richiedere all’anagrafe la rettifica dei documenti.

Come va oggi? Come ti senti nei tuoi “nuovi panni”? Sei anche un attivista…

Ora che ho un corpo che mi corrisponde, lo sento come se fosse così da sempre. Il mio nome è quello che sento mio, da quando ero piccolo. Non sarò mai un ragazzo cisgender (cioè un ragazzo nato in un corpo maschile), sono un uomo trans e sono contento di essere chi sono. Nel 2015 ho partecipato al primo Pavia Pride, sul palco ragazze e ragazzi, attivisti, raccontavano con orgoglio le loro storie e battaglie. Ho sentito accendersi dentro di me una fiamma, la voglia di essere accanto a loro, metterci la mia persona, per aiutare chi fosse arrivato dopo, come io ero stato aiutato da chi mi aveva preceduto. Quando mi sono rivolto a “Coming-Aut” Arcigay Pavia avevo dei timori, invece ho trovato solo porte aperte. Anche se ero l’unico volontario trans abbiamo voluto scommettere sulla creazione di un Gruppo Trans e quella scommessa l’abbiamo vinta.  All’inizio alla spicciolata sono arrivati altri ragazzi FtoM,  poi Cecilia, che da subito si è messa in gioco per far crescere il progetto. Con il suo arrivo si sono avvicinate altre ragazze  MtoF. Ora il Gruppo Trans di Arcigay Pavia è una realtà solida e ha molti partecipanti. Il percorso non finisce mai davvero, ogni giorno c’è un passo in più da fare, ma farlo insieme a chi sta vivendo la stessa esperienza è di gran lunga meglio.

Cecilia Andiamo indietro nel tempo. La tua infanzia scorre come quella di qualsiasi bambino, è negli anni dell’adolescenza che inizi a percepire un certo disagio. E le classiche frasi del tipo “che bel ragazzo che sei diventato” proprio non ti vanno giù…

Sono nata nel 1991 in Valtellina, in un paesino della provincia di Sondrio di circa 450 abitanti. Un posto dove tutti conoscono tutti, protettivo, ma che sa anche guardare di traverso qualsiasi novità, dalle persone alle cose.

La mia infanzia, tutto sommato, è stata serena. Ho vissuto il mio corpo senza curarmi troppo del fatto che fosse un corpo da bimbo o da bimba. Avevo capito che mi piacevano le bambole, assumevo ruoli femminili nei momenti di gioco, ero attratto dai trucchi e dalle scarpe col tacco di mamma. Lei mi lasciava fare e in casa non sentivo nessun giudizio. All’asilo percepivo che i miei interessi non erano condivisi dagli altri bimbi, che c’era una differenza fra me e loro ma questo non mi preoccupava.

Con l’inizio della pubertà sono arrivate le prime difficoltà. Sentivo di non riuscire ad identificarmi con i miei coetanei di sesso maschile e capivo invece di avere istintivamente maggiore affinità con il mondo femminile, dagli interessi delle ragazze ai modi di esprimere il loro essere.  A scuola i miei modi di fare “da omosessuale” o “da femminuccia” venivano notati e non sempre erano ben accolti. Cominciavo a provare un senso di forte vergogna nell’uscire di casa, ma al momento mi mancavano gli strumenti per riuscire a comprendermi. Forse sono un omosessuale molto effeminato, mi dicevo. Probabilmente tutti gli omosessuali si sentono così, cioè delle donne.

Al disagio di sentirmi più affine alle ragazze, ma di essere esteriormente un ragazzo si aggiunsero poi i cambiamenti fisici dell’adolescenza.  La barba stava crescendo, la peluria si espandeva su tutto il corpo, la voce stava diventando più profonda. Parenti, nonni e nonne mi ripetevano, pensando di fare cosa gradita: “Stai proprio diventando un bel ragazzo, ormai sei un uomo”. L’imbarazzo e la vergogna erano forti. Mi isolavo, studiavo giorno e notte per evitare di riflettere su di me. Ero il secchione della scuola e insieme il ‘finocchio’. Non parlavo a nessuno della mia sofferenza, né in famiglia né al di fuori. Non sapevo con chi farlo e non ero sicura di ottenere delle reazioni positive.

Il tuo coming out è relativamente recente, arriva con i tempi dell’università. E ti rendi anche conto di una cosa fondamentale per te: tu ti sentivi donna e volevi vivere come tale, mentre i ragazzi omosessuali che incontravi no.

Sì, mi trasferii poi a Pavia per studiare all’università: qui conobbi alcuni ragazzi dichiaratamente omosessuali che vivevano sé stessi con estrema tranquillità. La cosa mi sconvolse e mi fece riflettere: avevano un aspetto maschile, un abbigliamento maschile, barba, baffi, peli. Tutte cose che per me erano sempre state un problema. Mi resi allora conto che gli omosessuali non si sentono donne, non vogliono avere un aspetto femminile e vivere da donne. Io invece sì: presi consapevolezza di sentirmi donna, di voler vivere da donna ed essere riconosciuta come tale. Avevo bisogno di modificare il mio aspetto in senso femminile.  

A 22 anni feci coming out con me stessa, dopo poco con amici e amiche e con i miei genitori: momenti difficili ma liberatori. Con le amicizie andò complessivamente bene: la maggior parte delle persone rimase al mio fianco, mostrandosi comprensibili. In famiglia ci volle più pazienza: la notizia inizialmente lasciò i miei sconvolti e con molti interrogativi, incapaci di trovare spiegazioni. Cominciai intanto a documentarmi su come iniziare il percorso di transizione.

Così, anche per te inizia la fase del percorso di transizione. Da un anno anche sui documenti sei ufficialmente Cecilia.

Trovai la forza di prenotare una visita all’ospedale Niguarda di Milano e di lì a breve e iniziai le sedute psicologiche con molti timori e con molto spavento. Mi venne rilasciato dopo quasi un anno il documento di nulla osta per poter cominciare la terapia ormonale e dunque, a marzo 2015, iniziai ad assumere estrogeni e antiandrogeni. Cominciai gradualmente a vivere al femminile ogni ambito della mia vita, fra la gioia di vedere la mia immagine che prendeva forma e il dolore causato da un mondo ancora poco ben disposto nei confronti delle persone trans. Dopo due anni ho ottenuto la relazione psichiatrica di disforia di genere e ho potuto così iniziare l’iter legale per la rettifica anagrafica. L’anno scorso ho avuto la sentenza positiva dal tribunale e ora i miei documenti corrispondono alla mia identità.

La transizione mi ha consentito di vivere appieno la mia vita e di essere una persona migliore, innanzitutto con me stessa. In quattro anni sono migliorati i rapporti con le persone che mi circondano e ho ampliato le mie amicizie. In famiglia ho trovato totale accoglienza e sostegno: un risultato non scontato e ottenuto con tanta pazienza.

Insieme a Marco e all’associazione Coming Aut Arcigay Pavia ogni giorno vi impegnate per fornire informazioni e sostegno. Tu, in particolare, in città sei un volto noto: hai portato avanti la battaglia per ottenere il doppio libretto in Università, com’è accaduto in altri atenei italiani.

Tre anni fa l’incontro con “Coming Aut” Arcigay Pavia: volevo conoscere altre persone transessuali, ma sembravano non essercene. Poi l’arrivo di Marco, il primo che ha avuto il coraggio di metterci la faccia e di dare inizio al Gruppo Trans, un gruppo di auto-mutuo-aiuto rivolto a persone trans e a chi si interroga sulla propria identità di genere. Sempre grazie a “Coming Aut” due anni fa abbiamo vinto la battaglia del libretto alias all’interno dell’ateneo pavese, che consente a studenti e studentesse transessuali che non abbiano ancora rettificato i documenti di poter vivere la vita accademica utilizzando il genere e il nome di elezione.

Essere una persona transessuale per me è motivo d’orgoglio: se non avessi lavorato tanto su me stessa per costruire la mia identità, non sarei la persona che sono adesso e forse tanti aspetti della mia vita sarebbero scontati. 

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Emergenza climatica, Italia tra i paesi a rischio: 20mila morti dal 1999

People For Planet - Gio, 12/05/2019 - 16:51

20mila morti e 33 miliardi di dollari sono il conto pagato dall’Italia negli ultimi 19 anni, a causa dell’emergenza climatica. È quanto emerso dal Climate Risk Index 2020, il report presentato ieri alla COP25 di Madrid da Germanwatch, l’osservatorio dei cambiamenti climatici tedesco che ogni anno fotografa i disastri meteorologici subiti in tutto il mondo e che stila una classifica dei paesi maggiormente colpiti. L’Italia è al sesto posto per numero di vittime e diciottesima per perdite economiche pro capite, solo nel 2018, gli eventi estremi hanno causato nel nostro paese 51 decessi e 4,18 miliardi di dollari di perdite.

Nell’arco di questi 19 anni l’Italia è al ventiseiesimo posto tra i paesi maggiormente colpiti da disastri ambientali su oltre 200 paesi analizzati. Tra gli eventi più devastanti ci sono l’alluvione del 2000 in Piemonte (23 vittime, 11 dispersi) e in Calabria (13 morti e un disperso), l’alluvione nel Messinese nel 2009, con 37 morti e l’alluvione tra Spezzino e Lunigiana nel 2011, con 13 vittime.

In generale il paese più colpito è il Giappone, dove si è registrato un caldo senza precedenti e un altissimo numero di tifoni, superiore alla media annuale. E poi le Filippine, flagellate dal tifone Kammuni, la Germania per le ripetute alluvioni e le ondate di calore estreme, il Madagascar messo in ginocchio dall’uragano Idai, l’India, che registra la peggiore siccità dell’ultimo decennio. Infine Sri Lanka, Kenya, Rwanda, Canada e Fiji al decimo posto.

Secondo uno degli autori del report, David Eckstein “l’indice di rischio climatico mostra che i cambiamenti climatici hanno impatti disastrosi soprattutto per i paesi poveri, dove nessuno è assicurato, ma causa anche danni sempre più gravi in paesi industrializzati come Giappone o Germania, diventando un rischio anche per le compagnie assicurative”.

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Adolescenti, troppo smartphone di notte. A rischio insonnia, violenza e bullismo

People For Planet - Gio, 12/05/2019 - 15:00

In molti dormono poco, altri dormono male. Altri ancora dormono poco e male. E i casi di bullismo e violenza aumentano, e così pure disturbi come sonnolenza diurna, ansia, depressione e mal di testa: è quanto emerge dall’indagine «Gli adolescenti e il sonno» realizzata dall’Associazione Laboratorio Adolescenza e dall’Istituto di Ricerca IARD in collaborazione con Associazione Culturale Pediatri, con il contributo non condizionante di Uriach Italia, divisione Laborest. Tra i principali indiziati, l’uso durante la notte degli smartphone.

Solo il 7% dei ragazzi dorme 9 ore per notte

Dalla ricerca, svolta su un campione nazionale rappresentativo di 2019 studenti (1027 maschi e 992 femmine) frequentanti la terza media (età 12-14 anni), emerge che solo il 7% dei teenager dorme di notte 9 ore come raccomandato dai pediatri, mentre il 20% dorme meno di 7 ore.

A letto troppo tardi

Il problema della scarsità di riposo notturno dal punto di vista quantitativo dipende, prima di tutto, dal fatto che i ragazzi vanno a dormire troppo tardi: secondo l’indagine, il 55% si mette sotto le coperte tra le 22 e le 23 e il 28% addirittura dopo le 23.

Smartphone sempre acceso

Dal punto di vista qualitativo, invece, il sonno risulta in gran parte disturbato dalla presenza e dall’uso degli smartphone: il 59% dei teenager intervistati ammette di lasciare acceso lo smartphone accanto a sé tutta la notte. In particolare ad avere l’”ansia da telefono” sono le ragazze, che lo lasciano acceso durante le ore notturne con uno scarto di 10 punti percentuali rispetto ai coetanei maschi (66% rispetto a 56%). Le ragazze inviano messaggi sui social anche di notte (60% rispetto al 56% dei ragazzi) e utilizzano questo sistema anche come “sonnifero” quando non riescono ad addormentarsi (40%) – sebbene ormai sia noto che la luce degli schermi dei dispositivi elettronici allontani il sonno: e infatti le ragazze hanno, rispetto ai ragazzi, maggiori problemi ad addormentarsi (72% contro il 58%).

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Genitori all’oscuro

In oltre il 40% dei casi i genitori non sono a conoscenza delle dinamiche del sonno che riguardano i loro figli. «Sebbene il problema sia presente e importante, raramente noi pediatri ne siamo messi al corrente o veniamo interpellati, perché i ragazzi non ne parlano coi propri genitori», spiega Maria Luisa Zuccolo, pediatra del gruppo Adolescenti ACP. «Meno del 30% considera i problemi di sonno qualcosa da dovere condividere coi genitori o poter riferire al proprio medico». 

Le conseguenze del poco sonno

La mancanza di sonno provoca prevalentemente difficoltà a svegliarsi la mattina (82%), perdurare di un senso di stanchezza durante la giornata (55%) e mal di testa (40%), e un adolescente su tre registra inoltre effetti negativi sul rendimento scolastico.

I rimedi proposti (ma non praticati)

I ragazzi sanno in teoria cosa fare per rimediare alla ridotta qualità e quantità di sonno. Intervistati al riguardo, affermano che possibili rimedi contro il riposo notturno disturbato potrebbero essere condurre ritmi di vita regolari per l’82%, fare attività sportiva costante per il 79% e seguire una sana alimentazione per il 73% (oltre a non dormire in camera da soli, secondo il 76%). Comportamenti che però, nella vita di tutti i giorni, gli adolescenti adottano molto poco.

Rischio comportamenti antisociali

Dai dati raccolti emerge, spiega la studiosa, che esiste una “questione sonno” che merita attenzione nel periodo adolescenziale «anche perché gli adolescenti che dormono poco sono a maggior rischio di comportamenti antisociali come bullismo e violenza, così come di disturbi quali sonnolenza diurna, ansia, depressione e mal di testa, sempre più diffusi fra i banchi di scuola».

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Troppo precoci con i social network

La ricerca rientra nell’ambito dell’”Indagine quantitativa e qualitativa sugli stili di vita degli adolescenti” – realizzata da Laboratorio Adolescenza e Istituto di ricerca Iard, con la collaborazione dell’Associazione culturale pediatri (Acp) e l’Osservatorio permanente giovani e alcol – da cui emerge che gli adolescenti italiani sono sempre più precoci nel possesso dello smartphone e nell’uso dei social network (il 60% già tra i 10 e 11 anni), hanno una sempre più scarsa propensione alla lettura e uno su quattro non fa alcuna attività sportiva.

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Scuola, indagine Ocse: un 15enne italiano su 4 ha difficoltà con aspetti base della lettura

People For Planet - Gio, 12/05/2019 - 14:31

I dati arrivano dall’indagine Pisa (Programme for international students assessment) 2018 dell’Ocse (l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), che indicano come l’Italia sia al di sotto del livello medio dei 79 Paesi dell’Organizzazione per italiano e scienze, mentre si attesti nella media degli altri Paesi per quanto riguarda la matematica.

L’indagine Ocse-Pisa, che viene condotta ogni tre anni dal 2000, è stata realizzata per l’edizione 2018 su circa 600 mila quindicenni nel mondo (quasi 12 mila i ragazzi del campione italiano) individuati nei. Il focus di quest’edizione era sulla literacy in lettura, definita come “la capacità degli studenti di comprendere, utilizzare, valutare, riflettere e impegnarsi con i testi per raggiungere i propri obiettivi, sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità e partecipare alla società”. I due focus minori hanno interessato la literacy matematica (capacità di formulare, impiegare e interpretare la matematica in una varietà di contesti per descrivere, spiegare e prevedere i fenomeni) e la literacy scientifica (capacità di impegnarsi in un discorso ragionato sulla scienza e sulla tecnologia, valutare e progettare indagini scientifiche e interpretare i dati e le prove in modo scientifico).

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Scarsi in lettura e scienze, meglio in matematica

In lettura gli studenti italiani hanno ottenuto un punteggio di 476, inferiore di 11 punti rispetto alla media Ocse (487). E mentre un 15enne italiano su quattro ha difficoltà con gli “aspetti di base” della lettura (identificare l’idea principale di un testo di media lunghezza, per esempio) in linea con la media Ocse, le differenze maggiori riguardano invece gli studenti “top performer”: nel nostro Paese infatti solo uno studente su 20 padroneggia compiti di lettura complessi contro una media Ocse di 1 su 10. Passando alla matematica, emerge come i 15enni italiani ottengano un risultato medio in linea con la media Ocse (487 contro 489), mentre per quanto riguarda scienze il risultato medio risulta di molto inferiore (di 21 punti, 468 contro 489).

Divari tra Nord e Sud e tra licei e istituti professionali

Dai dati emergono divari fra Nord e Sud – gli studenti del Nord e del Centro dimostrano di saper risolvere compiti complessi più dei loro coetanei del Mezzogiorno – e tra gli studenti dei licei e quelli degli istituti professionali e dei centri della formazione professionale: se tra i primi solo l’8% non raggiunge i livelli minimi di competenza, negli istituti professionali la percentuale arriva al 50%.

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Clicca qui per leggere l’indagine

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Islanda: da gennaio operativa la legge sulla parità di salari

People For Planet - Gio, 12/05/2019 - 09:00

Nel 2018 l’Islanda è diventato il primo Paese del mondo ad assicurare parità di salari tra uomini e donne con una legge e con multe fino a 450 euro per ogni caso di trasgressione che viene denunciato.
La legge prevede che le aziende e le istituzioni possano adeguarsi gradualmente ma il 2020 sarà l’anno limite per chi ha più di 25 dipendenti (2025 per le piccole aziende).

L’Islanda è già all’avanguardia

Bisogna dire che l’Islanda è già da diversi anni in cima alla classifica del Global Gender Gap Report redatto dal World Economic Forum, un rapporto annuale che studia l’equità tra uomini e donne nei rapporti di lavoro, nella politica, nell’accesso alle cure sanitarie fino all’aspettativa di vita.
La prima donna al mondo eletta presidente della Repubblica è stata proprio una islandese, Vigdís Finnbogadóttir, nel 1980.
Le legge islandese serve a azzerare l’ultimo 12% di casi di disparità salariale.

E nel resto del mondo (tipo in Italia)?

Secondo Un Woman, l’ente delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere: “Le donne (nel mondo) guadagnano in media il 23% in meno degli uomini. Non c’è un solo paese o un solo settore in cui le donne abbiano gli stessi stipendi degli uomini”.
In Italia il dato medio è del 24% con punte del 30% nel caso del lavoro autonomo.
Il problema è comunque sentito: solo poche settimane fa è stata presentata alla Camera una proposta di legge sul divario salariale di genere, ampiamente condivisa dalle forze politiche: prima firmataria è infatti Chiara Gribaudo (PD) ma seguono le firme anche di Renata Polverini (Forza Italia) e di Tiziana Ciprini (M5S). Chissà che il 2020 si faccia un passo avanti anche in Italia per superare questo insopportabile e ingiustificato gender pay gap.

Nella foto il Primo Ministro islandese Katrin Jakobsdóttir

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Differenziata in panne

People For Planet - Gio, 12/05/2019 - 06:00

Si tratta di un anello intermedio fondamentale nell’economia circolare ma anche del più fragile. Vediamo perché, prendendo come esempio quello degli imballaggi.

Nella prima fase della filiera degli imballaggi tutto è razionale: si parte dalla materia prima, come il petrolio nel caso delle plastiche, o del materiale vergine o da riciclo nel caso di carta, acciaio, alluminio e il processo è fortemente strutturato fino al concepimento degli imballaggi.

In questa fase il processo diventa irrazionale sul fronte delle scelte ambientali, mentre è molto razionale sul fronte industriale. L’imballaggio viene scelto, composto e prodotto in linea di massima secondo le esigenze della produzione e della distribuzione, che hanno come esigenza principale quella di aumentare al massimo la vita di scaffale di un prodotto.

Per la verità anche il consumatore beneficia di queste scelte perché un prodotto imballato con questo criterio ha una vita più lunga anche una volta acquistato, riducendo così lo spreco alimentare, e diminuiscono in maniera esponenziale i problemi sanitari derivati dalle infezioni alimentari. Infatti, la diminuzione verticale delle infezioni alimentari da cibi è dovuta sia all’introduzione degli imballaggi moderni, sia all’utilizzo della refrigerazione e della catena del freddo.

Uno di quei classici casi nei quali “l’inquinamento” – da plastiche nell’ambiente e da CO2 per l’energia usata per la refrigerazione – ha migliorato e non di poco la salute. Per non parlare di quanto sia migliorata la vita delle donne, che grazie alla conservazione degli alimenti oggi hanno più tempo a disposizione e non sono più legate alla quotidianità della spesa.

Detto ciò riprendiamo il nostro viaggio. Una volta realizzato l’imballaggio, magari con materiali poliaccoppiati, come i contenitori del latte a lunga conservazione, o con polimeri diversi – come il caso delle bottiglie delle bevande ,dove il corpo delle bottiglie è realizzato con un polimero diverso da quello del tappo – entra nelle nostre case. E l’irrazionalità ambientale, anche sul fronte dell’utilizzo, diventa sovrana.

Gli imballaggi riusabili e richiudibili sono pochi e comunque dopo qualche mese ci si trova la dispensa piena di barattoli vuoti di marmellata che non si sa come usare. Una soluzione sarebbe il riuso da parte delle imprese con il vuoto a rendere, ma la personalizzazione estrema degli imballaggi dovuta a questioni di marketing – si pensi alle bottiglie di vetro – rende impossibile nella maggior parte dei casi il vuoto a rendere come si faceva qualche decennio addietro.

Risultato di tutto ciò è il trionfo dell’irrazionalità già nella sporta della spesa e poi successivamente nel frigorifero, fino a quando l’imballaggio entra nella fase, per le nostre attività domestiche, di fine vita e diventa un rifiuto da destinare alla raccolta differenziata.

Un’attività che, vista sotto al profilo dell’intera nazione, ha molto d’irrazionale. La raccolta differenziata, infatti, non ha le stesse caratteristiche su tutto il territorio nazionale perché è nata partendo dalle esigenze della filiera locale del riciclo post consumo e non da quelle dei cittadini. Il risultato è che ogni realtà territoriale opera con specifiche diverse e che non è possibile fare della comunicazione efficace di carattere generale verso i cittadini. Cosa che fa incorrere in errori che possono produrre effetti gravi.

No alla ceramica nel vetro!

Un’intera campana di vetro per esempio del peso di vari quintali può essere inquinata da una singola tazzina di ceramica, con effetti devastanti. La ceramica, infatti, ha un punto di fusione molto più alto di quello del vetro e “sopravvive” al riciclo abbassando la qualità del nuovo imballaggio. Alcuni produttori di prosecco del Veneto, per esempio, non utilizzano più bottiglie realizzate con vetro riciclato perché le impurità di ceramica creano delle debolezze strutturali che facevano letteralmente esplodere per la pressione interna le bottiglie durante in trasporto.

Per l’alluminio, materiale riciclabile all’infinito con ottimi risultati sia in termini energetici – con il riciclo si risparmia il 95% dell’energia necessaria rispetto alla realizzazione di alluminio da materiali vergini – sia ambientali, visto che il processo di produzione è altamente inquinante, il prezzo da riciclo varia in una maniera notevole. Il prezzo dell’alluminio da riciclo con impurità massima al 2% è di 500 euro a tonnellata, mentre quello con impurità massima al 15% costa 150 euro a tonnellata.

E potremmo continuare citando la gomma conferita con la plastica, gli specchi e i cristalli messi nella campana del vetro e così via.

Insomma, se nell’entrata a casa nostra l’imballaggio è già irrazionale di suo, quando esce e si avvia verso la differenziata le cose si complicano non poco. Un poco di ordine lo fanno le persone che realizzano con i propri rifiuti la differenziata, ma non si tratta di un ordine preciso sia per una questione di mancanza d’informazioni, sia perché i comuni sono restii a trasferire valore all’utenza, come succederebbe con la raccolta puntuale, più che altro per questioni di cassa.

L’anello debole è l’utente

E così l’utente rimane l’anello debole nella catena del valore che si forma lungo l’economia circolare. Ed è singolare il fatto che all’utente – che è il soggetto che paga di più in tutta la filiera -non sia riconosciuto alcun valore. E vediamo perché.

L’imballaggio di plastica che “riveste” il nostro prosciutto lo paghiamo una prima volta nel prezzo complessivo dell’alimento, somma nella quale c’è anche il contributo ambientale che in teoria dovrebbe pagare il produttore dell’imballaggio ma che di sicuro ci ritroviamo come “spesa” nel prezzo finale del prodotto.

Dopodiché dobbiamo contabilizzare anche il lavoro che fa l’utente per realizzare la differenziata e conferire il rifiuto/materia nei luoghi giusti. E su questa fase è interessante notare che è l’unica nella quale la materia perde di valore e debba essere “lavorata” dall’utente a costo zero, per esclusive motivazioni etiche che invece sono poco o nulla presenti sia a monte sia a valle.
Fatto ciò all’utenza, dopo aver pagato due volte l’imballaggio e lavorato gratis per dargli nuova vita, tocca anche pagare la tariffa sui rifiuti: il quarto esborso, mentre la materia prima seconda (i materiali derivati dal riciclo dei rifiuti) prende la strada degli impianti per produrre profitto “sul mercato”. Una dinamica decisamente iniqua che forse è un pezzo del malfunzionamento della raccolta differenziata.

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I falsi amici della raccolta differenziata (gli errori più comuni)
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Carta “bloccata”: il paradosso dell’eccessivo riciclo

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Emissioni di CO2 rallentano, ma restano in crescita

People For Planet - Mer, 12/04/2019 - 14:57

Aumentano le emissioni di CO2, ma a un ritmo più lento rispetto al passato. È quanto emerso dal rapporto annuale del Global Carbon Project+0,6% di emissioni nel 2019, raggiungendo circa 37 miliardi di tonnellate di CO2, un valore comunque inferiore alla crescita del +2,1% del 2018 e del +1,5% del 2017. Ma non è una bella notizia: dall’anno della stipula degli Accordi di Parigi sul clima, il 2015, le emissioni sono aumentate di ben il 4%, e chissà quanto aumenteranno ancora dopo l’uscita degli Stati Uniti. Tutto questo nonostante il calo del consumo di carbone negli Stati Uniti e nell’Unione Europea (-10%), dovuto soprattutto a una crescita economica più debole a livello mondiale e dunque non certo a un impegno della politica. Nel rapporto emerge anche il minore aumento della domanda di energia elettrica in Cina e in India.

I dati del Global Carbon Project sono stati presentati alla COP25, la conferenza internazionale dell’Onu sul clima, in corso in questi giorni a Madrid, dai ricercatori dell’Università dell’East Anglia (Uea), in collaborazione con l’Università di Exeter. Secondo Pierre Friedlingstein, dell’Università di Exeter, “la scienza è chiara: le emissioni di CO2 devono ridursi a zero a livello globale per fermare un ulteriore riscaldamento del pianeta”. Le strategie climatiche ed energetiche che si stanno affacciando nei piani industriali delle potenze globali, non sono ancora sufficientemente adeguati all’abbattimento delle emissioni di anidride carbonica che rimane la principale responsabile dell’inquinamento atmosferico.

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Le bellissime differenze tra cervello maschile e cervello femminile

People For Planet - Mer, 12/04/2019 - 14:49

#Neuroscienze e #Comicità. Le bellissime differenze tra #Cervello maschile e cervello femminile. Buon divertimento e grazie!!

Pubblicato da Neuroscienze e medicina di Mario Rosanova, neurofisiologo su Martedì 29 agosto 2017

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Perché la Sirenetta Ariel ha la coda verde?

People For Planet - Mer, 12/04/2019 - 13:00

Giallo, nero, verde, viola, analizziamo cosa significano i colori dei vestiti di alcuni dei principali personaggi Walt Disney.

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Ristorante solidale: a Natale si ripropone il “piatto sospeso”

People For Planet - Mer, 12/04/2019 - 10:00

Tutti conosciamo la tradizionale usanza napoletana del “caffè sospeso” per cui si lascia un caffè pagato al bar per uno sconosciuto che non può pagarlo da sé: ebbene, in questi giorni – e fino al 15 dicembre – facendo un ordine tramite l’app di Jast Eat nelle città di Milano, Torino, Roma e Napoli sarà possibile aggiungere un Piatto Sospeso del valore di 3,00€, 4,00€ o 5,00€ scegliendo tra riso, pasta, pollo, hamburger, panini e tante altre specialità.

Come funziona

Al termine dell’operazione i “piatti sospesi” lasciati dai clienti verranno raddoppiati da Just Eat e nei giorni 17, 18 e 19 dicembre, in concomitanza con la Giornata Internazionale della solidarietà Umana che cade il 20 di dicembre, verranno consegnati a comunità, case accoglienza e centri dedicati selezionate dalle Caritas locali.

Ristorante Solidale dal 2016

“Minor spreco di cibo” è un must già da qualche anno, recepito persino in una legge ad hoc, e le buone pratiche nel campo della ristorazione sono sempre più diffuse, come quella per quasi il 60% dei ristoranti di condividere con i dipendenti i cibi prossimi alla scadenza.

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Il Piatto sospeso rappresenta però qualcosa di più: come afferma Daniele Contini, Country Manager di Just Eat in Italia, è “un circolo virtuoso per i ristoranti e per le persone, contribuendo a diffondere una cultura anti-spreco e a supportare i meno fortunati”

Nel 2018 sono stati consegnati 700 pasti e la speranza degli organizzatori per il 2019 è non solo di confermare quella cifra ma di far sì che questo progetto di food delivery solidale possa espandersi ulteriormente.

I Ristoranti aderenti

I piatti sospesi raccolti saranno preparati dai seguenti Ristoranti Solidali aderenti all’iniziativa di Natale:

Milano: Kombu, Chickebot, Mama Burger, This is not a Sushi Bar, Tram Laboratorio Tramezzino veneziano, Let’s Wok, Genuino, Maoji Street Food, e Mao Hunan.
Torino: Kombu, Piadineria Cuslè, Rizzelli,T-Bone Station, Hamburgherie di Eataly, Curry & Co.Taco Bang, La Mangiatoja.
Roma: Sushi in the box, Burger King, Pani e Ripieni, Mi Garba La Pizza, Naturale, T-Bone Station, TBSP-The BBQ & Smoke Project, Tyler, Fello Bistrot, Metro Gourmet Attitude, Miss Pizza Centocelle, Food Delivery Ex Mercato
Napoli: Pollo&Patate,Triclinium Gastronomia, Laura Bistrot, Pizza Loca, D’ausilio Macelleria Pub& Grill, Burger King, Hoop Bagel, Rosticceria Magia, Oca Nera, Kokore, O’ Sushi, I’m Pokè

Per maggiori informazioni: RistoranteSolidale.it

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Bambin Gesù, impiantato primo bronco stampato in 3D su bambino di 5 anni

People For Planet - Mer, 12/04/2019 - 08:00

Una gabbietta cilindrica stampata in tre dimensioni con un materiale bio-riassorbibile per restituire il respiro a un bambino di 5 anni: è stato effettuato all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma l’impianto di un bronco biocompatibile, primo intervento di questo genere in Europa.

Il piccolo paziente che ora, a neanche un mese dall’operazione, può tornare a casa, era affetto da broncomalacia al bronco sinistro, un cedimento della parete bronchiale che impediva il normale flusso di aria nel polmone sinistro. Il dispositivo impiantato, progettato e realizzato al Bambin Gesù grazie a un lavoro d’équipe durato oltre 6 mesi, consente ora al bambino di respirare autonomamente.

Cos’è la broncomalacia

La malacia dei bronchi, ovvero la perdita della funzione di supporto da parte degli anelli di cartilagine che compongono le vie aeree, è una lesione relativamente rara che produce una limitazione del normale flusso d’aria attraverso i bronchi conducendo all’insufficienza respiratoria. Inoltre tende ad impedire l’espettorazione, provocando l’intrappolamento delle secrezioni e favorendo le infezioni polmonari. Può avere origine genetica, ma può anche derivare da alcune forme di prematurità e manifestarsi in seguito a traumi e infiammazioni croniche.

L’intervento è durato 8 ore

Il delicato intervento, durato 8 ore, è stato eseguito il 14 ottobre scorso dal Adriano Carotti, responsabile dell’Unità di Funzione di Cardiochirurgia Complessa con Tecniche Innovative in collaborazione con i chirurghi delle vie aeree del Laryngo-Tracheal Team diretto da Sergio Bottero. Il bronco del bambino era schiacciato tra l’arteria polmonare sinistra e l’aorta toracica discendente: a causa delle difficoltà respiratorie nelle ore notturne il piccolo aveva bisogno del supporto di macchinari per la ventilazione non invasiva. Il dispositivo è stato posizionato all’esterno del bronco malato ancorando il tessuto indebolito alla gabbietta 3D con delle suture.

Il bronco stampato in 3D

Il bronco bio-riassorbibile stampato in tre dimensioni nasce da un progetto del Bambino Gesù basato su uno studio dell’Università del Michigan (Stati Uniti) dove sono stati eseguiti i primi 15 impianti di questo tipo. Il dispositivo personalizzato è stato disegnato sull’anatomia del piccolo paziente partendo dalle immagini bidimensionali (ottenute tramite Tac) poi rielaborate in tre dimensioni con sofisticate tecniche di bioingegneria. Il modello tridimensionale, una “gabbietta” cilindrica che riproduce la struttura del bronco, è stato quindi stampato con policaprolattone e idrossiapatite, composto bio-riassorbibile che verrà progressivamente eliminato dall’organismo dopo aver accompagnato la crescita dell’apparato respiratorio del bambino e restituito al bronco la sua funzionalità.

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In foto: il bronco stampato in 3D impiantato nel bambino di 5 anni

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Trans, nessuna info sui bugiardini dei farmaci salvavita: quali rischi?

People For Planet - Mer, 12/04/2019 - 06:00

Gli individui transgender in Terapia Ormonale Sostitutiva devono assumere farmaci per il resto della propria vita. Ma i “bugiardini” di questi farmaci non menzionano affatto l’utilizzo da parte di questi individui. Significa che mancano totalmente le informazioni su effetti collaterali e dosaggi.

Nella vita quotidiana, questa mancanza sfocia nel paradosso: ragazze trans poco più che ventenni acquistano farmaci per la menopausa precoce, mentre ragazzi trans con documenti ancora non rettificati possono vedersi negare l’acquisto di un farmaco salvavita come il Testoviron perché vietato alle donne dalle regole antidoping.

Come se non bastasse, da ottobre il Progynova, assunto da individui transessuali MtoF, è passato in classe C. Non essenziale, non mutuabile. Da 2 euro, occorre ora sborsarne 10 per ogni scatola da 20 compresse, di cui ne vanno assunte 2-3 al giorno.

Invisibilità totale e paradossi

Immaginate una ragazza di 25-26 anni che, munita di regolare ricetta medica, si reca in una farmacia per acquistare un farmaco che dovrà assumere per il resto della sua vita. Un farmaco come il Progynova, ad esempio. Un farmaco prescritto a donne in terapia ormonale sostitutiva perché già in menopausa e che risentono dei disturbi connessi (vampate di calore, risvegli notturni e tutto ciò che influenza negativamente la vita in maniera duratura), o perché entrate in menopausa precoce, o in menopausa chirurgica dopo interventi di asportazione dell’utero e delle ovaie.

La farmacia consegna alla nostra ragazza il farmaco che le occorre, sebbene nessun medico le abbia diagnosticato alcuno dei disturbi sopra citati. Ha la necessità assoluta di assumere proprio quel farmaco, che le ha prescritto uno specialista, ma per un motivo diverso da quelli indicati sul bugiardino: è in terapia ormonale sostitutiva ma non in menopausa precoce, né tanto meno ha subito un intervento chirurgico. Quel farmaco le è stato prescritto perché è una ragazza trans. Deve assumerlo perché, seguita da un endocrinologo, sta affrontando un percorso di cambio sesso (MtoF, da maschio a femmina) e questo prevede l’avvio di una terapia ormonale sostitutiva che comporta l’assunzione di ormoni femminili. È tutto regolare, ma sul bugiardino nulla indica questo tipo di utilizzo. Sembra incredibile, eppure ufficialmente le ragazze e le donne trans in TOS assumono farmaci per la menopausa precoce o devono comunque rientrare in uno dei disturbi elencati sui bugiardini.

La situazione, fin qui già abbastanza surreale, lo diventa ancora di più se consideriamo che qualche mese fa la nostra ragazza trans, all’inizio del suo percorso, quando da pochissimo assumeva il suddetto farmaco, era esteticamente ancora un ragazzo. Gli effetti della TOS e dell’assunzione di ormoni (estrogeni, nel caso che usiamo come esempio) non si manifestano certo in un lampo! Può accadere quindi che a richiedere un farmaco per la menopausa precoce si presenti un ragazzo, magari con un po’ di barba, vestito con abiti tipicamente maschili, che si reca in farmacia con una regolare ricetta medica a suo nome (un nome maschile, almeno per ora) e acquista un farmaco per donne in menopausa precoce.

Non solo. In tutti i casi, quando gli effetti della TOS sono ormai evidenti e l’individuo ha assunto ormai un aspetto del tutto coincidente a quello del genere desiderato, fisicamente può continuare comunque a possedere un apparato riproduttivo del genere di nascita. Una donna trans – anche nel caso decidesse di affrontare un intervento di ricostruzione per avere a tutti gli effetti un corpo femminile – assumerà per tutta la vita farmaci per la menopausa precoce pur non avendo utero e ovaie.

Agli individui trans FtoM – persone di sesso femminile in TOS che affrontano una transizione verso il sesso maschile – non va assolutamente meglio. Il Testoviron, il farmaco a base di testosterone più utilizzato, viene prescritto per l’ipogonadismo, che genera impotenza, infertilità, calo del desiderio sessuale, depressione, senso di stanchezza. Anche in questo caso, il bugiardino non menziona l’utilizzo da parte degli individui transgender. Ma il paradosso è ancora più estremo. Il Testoviron, se assunto da donne, rientra nella categoria dei farmaci dopanti e l’Aifa ne vieta la vendita, così come per il Sustanon e per il Nebid. La conseguenza è che un individuo FtoM in TOS che non ha ancora i documenti rettificati non sempre riesce ad acquistare facilmente in farmacia un farmaco che comunque gli è stato prescritto regolarmente da un medico endocrinologo e per il quale presenta una valida ricetta. O, quanto meno, deve spiegare il motivo dell’utilizzo, un motivo che appunto non esiste sui “bugiardini”. Qualcosa non quadra. E quel qualcosa è il bugiardino.

Sui “bugiardini” le persone trans non esistono

La questione dei bugiardini, che non riportano informazioni sull’utilizzo dei farmaci da parte delle persone trans, non è soltanto una questione di principio legata a questi paradossi o ai conseguenti misunderstanding. Gli attivisti che abbiamo contattato per portare avanti la nostra inchiesta sono concordi nell’affermare che uno dei problemi maggiori è l’assenza di indicazioni sull’assunzione e sugli effetti collaterali. Iniziata la TOS, il ruolo del medico endocrinologo è fondamentale, non soltanto per il rilascio di una ricetta valida per l’acquisto di estrogeni o testosterone, quanto per il supporto, i consigli e le indicazioni sui dosaggi. Nel caso dell’assunzione di estrogeni, si può scegliere tra iniezioni intramuscolari, cerotti e capsule da assumere per via orale; nel caso del testosterone (quindi quando il paziente è un individuo di sesso femminile che intraprende un percorso FtoM) si può scegliere tra le iniezioni, i cerotti o il cosiddetto androgel. In ogni caso, è sempre il medico endocrinologo a decidere quantità e tempistiche di assunzione. Ogni individuo è diverso dagli altri, proprio come accade per qualsiasi altro medicinale.

I farmaci assunti dalle persone trans, appunto, sono ormoni. Non sono farmaci creati ad hoc. Sono farmaci assunti anche per altre ragioni diverse dal voler cambiare sesso. La differenza è proprio che i bugiardini indicano tutte queste ragioni tranne la TOS per il cambio di sesso, cioè l’assunzione che punta a compensare la mancata produzione degli ormoni del sesso opposto rispetto a quello di nascita, cioè quello “di arrivo” in cui la persona trans si identifica. Un individuo trans in TOS per poter assumere i medicinali prescritti deve ricadere in una patologia che nessun medico ha mai diagnosticato. Sulle ricette non è specificato il motivo per il quale il farmaco viene assunto, è sottinteso che chi assume ormoni sia in TOS, ma è sottinteso che se una ragazza assume un farmaco per la menopausa precoce dovrà soffrirne, o dovrà soffrire di un disturbo citato nel bugiardino.

La questione è molto complicata. Per modificare i bugiardini inserendo informazioni su dosaggi, effetti collaterali e tutto quanto viene solitamente riportato ­– ci riferiscono gli attivisti – occorrono studi scientifici che finora nessuno ha condotto né commissionato. I bugiardini non contemplano il mondo trans, forse perché è una nicchia di pazienti, forse per inerzia dei vari soggetti del sistema. Ci viene riferito, in via del tutto informale, che il mondo delle associazioni, i medici e il sistema sanitario italiano si stanno muovendo per trovare una soluzione. È in atto un tentativo di raccolta dati e informazioni utili basato sulle singole esperienze delle persone trans che assumono farmaci e vivono gli effetti – anche collaterali – della TOS giorno dopo giorno. Ma siamo soltanto all’inizio.

Da ottobre i farmaci costano di più

Come se non bastasse, dal 1 ottobre il Progynova è passato dalla Fascia A alla C, quella dei farmaci non essenziali e non rimborsabili. Il rincaro è enorme, tutto a carico di chi ne fa uso. Si tratta di uno dei farmaci più comunemente prescritti alle donne trans, prodotto dalla Bayer, che contiene come principio attivo estradiolo valerato. E’ un farmaco indispensabile. Ma non per il sistema sanitario. L’AIFA l’ha da poco declassato da fascia A a fascia C, rendendolo non più mutuabile. Saranno le donne trans quindi a doversi far carico del costo a prezzo pieno, considerando che il farmaco passa da 2 a 10 euro per una confezione da 20 compresse. Molte donne trans ne assumono 2-3 al giorno. 

Alcune stanno cercando un’alternativa, ripiegando su farmaci meno costosi. Ma non sempre è possibile ed occorre comunque una valutazione accurata da parte del medico specialista che segue la TOS. Ricompare, dunque, il problema dei bugiardini privi di indicazioni e controindicazioni.

Non sempre un farmaco vale l’altro, la sostituzione non è semplice e i rischi per la salute possono essere davvero alti. Inoltre, ogni organismo reagisce a suo modo. Ne avevamo parlato anche in un altro approfondimento dedicato alla carenza di questi farmaci indispensabili che, qualche mese fa, ha gettato nell’incertezza totale le persone trans in TOS e i loro medici.

L’unica certezza, anche stavolta, è che sospendere la terapia è impensabile. Non è soltanto questione di affrontare una rimascolinizzazione dell’aspetto fisico, ma di scompensi ormonali gravi. Mantenere la terapia a base di Progynova sembra, nella maggior parte dei casi, l’unica via percorribile. Ma a caro prezzo. 

Alle persone trans non resta che sperare di conquistare una maggiore attenzione e una maggiore tutela. “Diritti essenziali vengono di fatto negati all’improvviso e nessuno sembra saperne nulla. I medici non vengono informati  delle novità e spesso le apprendono sbigottiti insieme ai loro pazienti. Così è stato anche in questo caso”, ci dicono. Le persone trans chiedono, dunque, ancora una volta di veder riconosciuta la propria condizione dal punto di vista sanitario.

La situazione di emergenza ha spinto diverse associazioni trans a scrivere una lettera aperta indirizzata al Ministro della Salute Roberto Speranza, chiedendo di aprire un dibattito sulla salute trans, al di là del caso specifico. Sono seguite due interrogazioni parlamentari per sollecitare il parere del ministro da parte delle deputate Lisa Noja di Italia Viva e Gilda Sportiello del M5s. Riportiamo un frammento della risposta  a quest’ultima: “Tale riclassificazione, difatti, è stata, esaminata dalla Commissione Tecnico Scientifica dell’Agenzia Italiana del Farmaco, organo consultivo dell’Agenzia, che ha verificato la presenza sul mercato di alternative terapeutiche, di pari efficacia, rimborsate dal Servizio sanitario nazionale.
Va, inoltre, sottolineato che la riclassificazione è stata esaminata e concessa dall’AIFA su richiesta della ditta titolare dell’Autorizzazione all’immissione in commercio del farmaco Progynova, che, il 4 marzo 2019, ha presentato formale istanza di riclassificazione del farmaco dalla classe A alla classe C
”. Ma è una risposta che non convince. Le alternative non sono vere alternative, secondo i diretti interessati, che continuano ad invocare misure serie a tutela del diritto alla salute e alla continuità delle cure, con particolare riferimento all’accesso alla terapia ormonale sostitutiva.

Leggi gli altri articoli della nostra inchiesta:
Come si fa a cambiare sesso
I farmaci non si trovano più, persone trans a rischio

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