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Cibo: i contenitori in alluminio sono un rischio

People For Planet - 3 ore 7 min fa

Secondo una recente indagine de Il Salvagente, il 40% dei consumatori non controlla se il contenitore che utilizza per conservare i cibi in frigorifero è idoneo per il contatto con gli alimenti, ovvero se ha il simbolo apposito (bicchiere e forchetta). Tanto meno sappiamo quali contenitori sono idonei a contenere un determinato alimento. Se leggete la confezione dei rotoli di alluminio, o delle vaschette dello stesso materiale, materiale notoriamente pericoloso per la nostra salute, saprete che l’alluminio non può stare a contatto con gli alimenti acidi (come il limone, o il pomodoro, o semplicemente il sale, se presente in certe quantità) ma la scritta è talmente piccola che in pochi la leggono. È così anche per i cibi precotti: prendiamo la classica lasagna da scaldare a casa. È fatta di passato di pomodoro, e tendenzialmente contiene molto sale, ma tipicamente viene presentata (e poi magari conservata in frigorifero) in una vaschetta di alluminio.

Nella stessa indagine, condotta dai ricercatori dal CeIRSA, il Centro interdipartimentale di Ricerca e documentazione sulla sicurezza alimentare della Asl TO5 del Piemonte, gli abbinamenti più a rischio sono:

  • la conservazione in frigo di alimenti aperti nella latta originale (perché la migrazione di alluminio dipende anche da una combinazione di fattori quali tempo e temperatura)
  • la manipolazione di cibi grassi e olio con i guanti
  • la conservazione di sugo con pomodoro oppure sottaceti in vaschette di alluminio
  • la conservazione di alimenti molto salati in vaschette di alluminio

Tutte abitudini alquanto radicate. Come pure quella di mal gestire i contenitori in plastica, evidenzia lo stesso studio: sulle bottiglie in plastica – quelle comuni in Pet – il consiglio è di “evitare di riutilizzarle più volte. L’acqua o gli altri liquidi contenuti in bottiglie di plastica (Pet) devono essere conservate in luoghi freschi e al riparo della luce (non sui balconi di casa, sull’auto o in altri luoghi esposti alla luce diretta o al calore dove possono subire forti stress termici) e i contenitori, una volta consumata la bevanda, non andrebbero mai riutilizzati“. Tantomeno usati per congelare l’acqua come ancora molti fanno d’estate, per portarsela magari in auto e averla fresca più a lungo.

Due anni fa il Cnsa, Comitato nazionale per la sicurezza alimentare, ha espresso, su richiesta del Ministero della Salute, una valutazione del rischio sull’alluminio e le leghe del metallo utilizzate negli imballaggi e nei contenitori per alimenti. Il risultato è che in alcuni prodotti a base di latte vaccino e di soia – compresi i latte in polvere, spesso contenuti in contenitori d’alluminio – è stata osservata una concentrazione del metallo ben quattro volte superiore rispetto alle medie. Di conseguenza, i neonati potrebbero essere esposti a una dose quotidiana superiore alla media.

Oltre al freddo, anche il caldo aumenta la percentuale di metallo che migra nei cibi. Secondo esperimenti condotti dallo stesso Cnsa, tacchino, manzo e pesce cotti in forno per 20 minuti a 250°C avvolti in un foglio di alluminio (la cosiddetta cottura al cartoccio) potrebbe rappresentare un pericolo. Considerando il consumo medio dei tre alimenti in Europa a settimana, e ipotizzando questo genere di cottura, l’apporto di alluminio non sarebbe – da solo – un rischio elevato per la salute del consumatore, raggiungendo il 21% della dose tollerabile per un adulto e il 73,5% per un bambino. Ma l’effetto è ovviamente cumulativo: ingeriamo alluminio anche dall’acqua potabile, dagli alimenti conservati nelle latte, come ad esempio i legumi.

A seguito di questa indagine, già dal 2017, il Cnsa aveva auspicato l’aggiornamento della legislazione in vigore e la necessità di fornire adeguate informazioni ai consumatori per ridurre l’esposizione alimentare nell’ambito domestico e in quello della ristorazione collettiva, oltre che adottare misure di prevenzione per tutelare le fasce di consumatori più deboli, come i bambini. Tuttavia, a oggi, le scritte nei contenitori per alimenti sono minuscole, dando l’impressione di rappresentare una comunicazione secondaria al consumatore.

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Brutti, sporchi e cattivi: puntata 34

People For Planet - Dom, 08/18/2019 - 09:29
https://www.youtube.com/watch?v=-HszxMMaRVo&feature=youtu.be
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Biciclette: i pro e i contro della mobilità a due ruote

People For Planet - Dom, 08/18/2019 - 09:05

La bicicletta, in un raggio tra 0 e 6 km, è statisticamente più veloce di qualsiasi altro mezzo. Non ha problemi di parcheggio, può attraversare aree chiuse al traffico e in più fa bene alla salute.

Ma quali sono i contro?

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

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Gli strani casi dell’animo umano: “Quelli che… La pubblicità è l’anima del commercio”

People For Planet - Dom, 08/18/2019 - 08:00

È il tempo dell’iperbole. In cui anche “tanto” è preferibile a vero. Perfino “il troppo”, addirittura.
Ma quanto dura la versione migliorata delle cose? Il tempo dell’innamoramento, dell’idealizzazione. Il tempo del prossimo spot. Che parla di un prodotto che è “ancora meglio”. Forse perché semplicemente nuovo: e quindi più scintillante negli aspetti sconosciuti; e meno riconoscibile nei difetti.

Tutto è in vendita, dicono. E tutti. 
«È solo una questione di prezzo», aggiungono (argh! – NdR).

Ma siamo certi che pubblicizzare la nostra versione edulcorata dai difetti e al di sopra delle nostre possibilità reali sia una strada che, alla lunga, paga? 
E abbiamo notato che i termini della questione sono davvero ridotti ad economici?
La scelta, “paga”. Non “ha senso”: paga (seguono brividi – RiNdR).

Vediamo, dunque o comunque, alcuni casi tipici in cui sembra non si possa fare a meno di gonfiare la ruota del pavone oltre il reale. Nonché le rovinose conseguenze.

– Il curriculum di certi politici

Si millantano lauree. Che siano accademiche o alla cosiddetta “università della vita e della strada”, non sembrano offrire garanzia di senso della realtà o di soluzioni illuminate. La politica è mai stata davvero gestione della cosa comune nell’interesse della collettività? Difficile dirlo. Ma la sfiducia nella politica, che oggi viviamo, racconta il fallimento della pubblicità applicata alla vita comune. Una quotidiana occasione persa (segue amarezza – SempreNdr).

– Il ristorante della prima cena, per certi uomini 

Ancora pensate che lo spiegamento di forze della prima sera funzioni? 
Se una donna si lascia conquistare dalla location, era “vostra” già prima. Se non lo era, non lo sarà. 
Insomma avete buttato i vostri soldi (segue sorrisetto sardonico – NdR)

– Il reggiseno imbottito o gli slip contenitivi di alcune donne (siamo nell’ambito della par condicio – SiInsìsteConLeNdR). 

Notizia: se la dimensione del reggiseno o delle vostre chiappe è così importante, tutto finirà quando sfilerete la biancheria. Meglio che finisca prima, allora. A meno che non intendiate fare l’amore vestiti. Ma che sia per una vita o anche per una notte, fare l’amore vestiti è dannatamente scomodo. 
E toglie il gusto di mischiarsi spegnendo il cervello e confondendo la pelle. (Yum-GustidR)

– Ma il caso più eclatante, senza ombra di dubbio, delle promesse non mantenute, della bugia in cattiva fede…

… resta quello del tramezzino che sporge il suo ripieno in avanti, oltre il suo stesso baricentro, temendo l’oscuro destino della Luisona di benniana memoria

Lo compri perché sembra traboccare di contenuto. In realtà è vuoto. 

E lo sapevi, maledizione, lo sapevi! 
Perché, allora, cedere alle sue lusinghe? Forse perché ne cogliamo l’intima fragilità che fa rima con la nostra? Quella stessa che ci fa riconoscere – con imbarazzato fastidio – all’interno degli esempi precedenti?

Dannato tramezzino! Ti guardo e penso a me. Poroso, “imbottito”, ma anche lucente come uno specchio. Uno specchio parziale e bugiardo. 

Io sono meglio di così! Io sono altro! O, almeno, anche altro. (OrgoglioDelRedattore)

Il vero sfida i secoli, insomma. Più del bello. Risparmiandoci la cocente delusione [signora, lo scaldo o lo mangia così?] del tramezzino squilibrato; e consegnandoci a una completezza trasparente. Onesta. Umana. E, forse, proprio per questo più bella del bello. 

Se veniamo scelti per ciò che siamo, se chi ci vuole lo fa nonostante i difetti – e non PER i difetti; che, siamo seri, usciamo dalla retorica: chi ci sceglie PERCHÈ siamo gelosi o insicuri o spaventati, dagli umori altalenanti…? Ci si sceglie NONOSTANTE i difetti – allora davvero si può andare lontano.

Nel tempo, nello spazio. Nel sempre o nel momento. In orizzontale o in profondità. In orizzontale. In profondità.

E, a chi scrive, non appare niente male esserci tutti, interi, nel vero
Un secondo o una vita. Ma qui. E ora.

(Segue sorriso – NdR – qui e ora).

Immagine: Wikipedia

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Ti meriti di vivere meglio! E lo puoi fare

People For Planet - Sab, 08/17/2019 - 11:00

Credo sia questo il vero disastro. La crisi economica in confronto fa ridere. Anzi, la causa della crisi, di tutte le crisi, ha origine nell’atteggiamento individuale di milioni di persone che pur rendendosi conto che vivono male fanno poco o niente per regalarsi un po’ di buona qualità.
È una sorta di ipnosi collettiva

Milioni di italiani soffrono di mal di piedi
Ora non credo che ci voglia un genio per capire che se la punta del piede è più larga del tallone non è sensato mettersi scarpe che hanno la punta stretta. E queste scarpe “a papera” sono sul mercato da almeno 30 anni.
Ma molti si guardano i piedi, deformati e pieni di calli e non riescono a collegare questa loro orribile sofferenza con il tipo di scarpe che indossano.
Molti poi sanno benissimo che esistono scarpe con la punta larga, ma si vergognano a indossarle, perché la moda dominante è a punta stretta.
Ci sono milioni di persone che soffrono di mal di schiena e non si sono mai fatti fare un massaggio. È un’idea fuori dal loro campo visivo. Molti hanno anche sentito parlare di corsi di antiginnastica, ginnastica isometrica, yoga, che danno gran sollievo a chi soffre questi dolori. Ma non gli viene di frequentarli. Loro pigliano gli antidolorifici e poi gli si ammala il fegato.
Ci sono milioni di persone che hanno gravi problemi sessuali ma non hanno mai letto un manuale di educazione sessuale. Loro sanno già tutto.

Mi ricordo di un ragazzo, vestito perfettamente alla moda, tutto firmato, che camminava buttando i piedi di qua e di là in modo goffo. Gli ho detto: «Perché non cerchi di camminare in modo più armonico e naturale?»
Lui mi ha risposto: «Io sono così!”
E sei pure un coglione. 
C’è gente che spende decine di migliaia di euro per un matrimonio e poi fa sesso in 10 minuti… Non si godono niente.
E ci sono persone che spendono una fortuna perché non vogliono che i figli piccoli indossino vestiti usati, e ogni quattro mesi devono ricomprare tutto… E poi non hanno tempo per giocare con i piccoli… Devono lavorare di più per comprare le camiciole. 

Potrei andare avanti a lungo a elencare miglioramenti semplici e istantanei…

Vedo molte persone che sono bravissime a sognare (il che già è una cosa positiva). Le incontro nei laboratori creativi che facciamo ad Alcatraz e vedo una fantasia eccezionale, una capacità di immergersi nel lavoro formidabile. In pochi giorni riesci a mettere insieme gigabyte di idee, dipinti, foto, video, testi, piani d’azione.
Ma un gruppo parte con 50 persone e dopo un paio di mesi ci si trova in 5.
Il che comunque è già un grande risultato, perché le persone che reggono nel tempo sono anche straordinarie e lavorarci insieme è una soddisfazione, nascono amicizie, scambi di esperienze… Io amo scrivere in solitudine, ma quando si lavora in gruppo è una cosa esplosiva, una continua provocazione a cambiare modalità di pensiero per cogliere le fascinazioni che gli altri ti regalano.

Però, mi chiedo, che fanno quelli che spariscono?
Magari lasciano perché trovano qualche cosa di meglio da fare… Ma so per certo che parecchi lasciano e basta.
Perché?
Domanda da 20 milioni di dollari.
Chi riuscisse a rispondere farebbe i miliardi.
E visto che vorrei arricchirmi in modo sibaritico, e sono scarsamente provvisto del senso dei miei limiti, vorrei aprire una discussione su questo tema… Provo a raccontare un inizio di ragionamento…

L’idea per questo articolo mi è partita, tipo embolo, alcuni giorni fa mentre guardavo un film. Mi sono reso conto che quella storia girava intorno al rimpianto. Lui e lei si amano ma poi si lasciano e si rincontrano dopo decenni e ancora si amano e rimpiangono le possibilità perdute.
Mi sono reso conto che questo è il filo conduttore di migliaia di film. Ed è anche l’anima nera nascosta dentro tutti i personaggi duri e crudi della letteratura. Uomini che hanno una spada invisibile piantata nel cuore. Un rimpianto, un rimorso, un buco nel loro passato. E questo rimpianto li segna, dà loro spessore e li rende affascinanti e coinvolgenti. Gli spettatori si identificano perché anche loro vivono di rimpianti.
Un mito fondante della nostra cultura è questo dolore del rimpianto che santifica e diventa la nostra identità profonda. Un dolore che culliamo e che usiamo come anestetico per non sentire la vertigine di fronte all’insicurezza della vita. La paura dello sconosciuto…

Io odio i rimpianti e amo gli esperimenti…

Gabriella mi ha raccontato una storia del suo amico, grande rapper nero. Una donna gli scrive: «Sto morendo, ho un mese di vita, non ho più nessuno al mondo, tu sei l’unica luce in queste giornate terribili.»
Lui si commuove, prende un aereo e va da lei in ospedale e le dice: «Vieni con me, facciamo un tour, abbiamo già un medico con noi, per via di un musicista molto malato…»
E lei gli risponde: «Non posso venire con te, sarebbe troppo pericoloso.» E così preferisce restare lì, sola col suo dolore certo e perimetrato, coltivato, piuttosto che buttarsi nell’avventura della vita.

Queste persone avrebbero forse bisogno di fede…

Fede, fiducia, autostima.
Ma sostanzialmente si tratta di fede. Non nel senso religioso. Una fede nel fatto che la vita abbia un senso e che tu abbia la possibilità e il diritto di vivere alla grande o quantomeno di provarci, che poi è lo stesso.
Perché quando sogni una cosa è un po’ come viverla. Il nostro cervello distingue poco tra realtà e fantasia. Il sogno lo vivi comunque.

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I farmaci non si trovano più, persone trans a rischio

People For Planet - Sab, 08/17/2019 - 07:00

Può sembrare un problema che riguarda pochissime persone, ma in realtà non è così: secondo Marina Pierdominici, ricercatrice del Centro di riferimento Medicina di Genere dell’Istituto Superiore di Sanità, si stima che in Italia le persone transgender siano circa 400 mila.

Alcuni dei farmaci più comunemente prescritti dai medici che li seguono durante la transizione, in alcuni periodi possono diventare introvabili. L’ultima emergenza ha riguardato soprattutto gli uomini, vale a dire agli individui che hanno intrapreso o terminato un percorso di cambio sesso FtoM (Female to Male), per dirla con la sigla comunemente utilizzata.

Si tratta di farmaci indispensabili, in molti casi salvavita. Accade che la casa farmaceutica smetta di produrli per motivi non ben specificati e senza preavviso; le farmacie, a un certo punto, terminano le scorte. A chi ne fa uso non resta che iniziare una “caccia al tesoro” cercando di trovare una farmacia che ne abbia ancora disponibilità o attendere che vengano rimessi in produzione. Ma se l’arresto nella produzione si protrae troppo a lungo questo non basta più. Se un farmaco viene tolto dal mercato per molti mesi o definitivamente eliminato, all’endocrinologo che ha in cura un paziente transessuale non resta che prescrivere un farmaco alternativo. Questo cambiamento, che non è motivato da ragioni cliniche, può avere effetti molto pesanti sul fisico del paziente. Inoltre non di rado comporta costi molto elevati.

Qualche mese fa, il problema si è ripresentato, è stato oggetto anche di una petizione online – Giuseppe Civati e Rossella Muroni sono tra i primi firmatari – e di un’interrogazione parlamentare che non hanno suscitato però l’attenzione che speravano né hanno generato rassicurazioni concrete dalle istituzioni affiché i farmaci assunti nell’ambito di una TOS siano sempre reperibili e vengano considerati effettivamente salvavita.

Abbiamo approfondito la situazione, abbiamo contattato alcune persone trans per comprendere meglio i dettagli e ci siamo resi conto che lo scenario è talmente complicato da non poter essere descritto in un singolo articolo. La petizione e il problema della carenza di farmaci sono soltanto la punta di un enorme iceberg. Con il passare dei mesi, infatti, l’allarme legato alla carenza di farmaci è progressivamente rientrato, da un lato perché alcuni di essi sono stati rimessi in produzione, dall’altro perché, nel frattempo, le persone trans e i medici endocrinologi che le seguono sono corsi ai ripari, agendo sul piano terapeutico e individuando farmaci sostitutivi tra quelli in commercio. Ma la questione non è archiviata.

Nel momento in cui scriviamo non c’è certezza che in tutte le Regioni i farmaci siano reperibili capillarmente. Soprattutto, non esiste la certezza assoluta che la storia non si ripeta: nessuna persona trans oggi può avere la garanzia che i farmaci che assume siano sempre disponibili.

Approfondiremo nei prossimi mesi una serie di aspetti cruciali: la più spinosa riguarda il fatto che i farmaci comunemente utilizzati dalle persone trans non riportano sui bugiardini alcuna informazione sull’utilizzo da parte di questi individui (nessuna informazione su effetti collaterali e sovradosaggio, dunque, scritta ad hoc per questa categoria di utilizzatori a seguito di studi compiuti a questo scopo); in secondo luogo, cambiare farmaco non sempre è possibile e comunque non è semplice, spesso si traduce nell’acquisto di farmaci decine di volte più costosi e a cui l’organismo deve riadattarsi; altro tasto dolente, sono pochi in Italia i medici endocrinologi specializzati nel seguire un percorso tanto delicato e le loro liste d’attesa sono lunghissime. Ci siamo poi chiesti cosa significhi in Italia cambiare sesso, quali procedure vadano seguite secondo la normativa vigente, quali siano le difficoltà concrete. Articolo dopo articolo, approfondiremo ogni lato della questione.

I farmaci per persone trans… non sono per persone trans

Sembra paradossale, eppure i farmaci utilizzati da persone che seguono un percorso di transizione FtoM o MtoF non riportano alcuna informazione ad hoc sui bugiardini. È come se questi individui non esistessero. Le conseguenze sono tutt’altro che minime.

Dal momento in cui si inizia una terapia ormonale legata al cambio di sesso, si iniziano ad assumere farmaci per compensare la mancata produzione di alcuni ormoni da parte del corpo umano, vale a dire di quegli ormoni che produce il sesso opposto, quello nel quale la persona trans si identifica ma che non corrisponde a quello di nascita. Appurata la disforia di genere (il malessere di chi non si riconosce nel proprio sesso biologico), una volta iniziato l’iter che si concluderà con il cambio effettivo di sesso, questi farmaci vanno presi per tutta la vita. Ma non sono farmaci particolari, prodotti per persone trans. Sono farmaci – ormoni – che vengono prescritti nel caso in cui l’organismo non riesca a produrne o non ne produca abbastanza, e che servono a compensare questa carenza. Ad esempio ne fanno uso pazienti (non necessariamente trans, quindi) che soffrono di disturbi come menopausa precoce o ipogonadismo, o che hanno subito interventi come l’asportazione dell’utero e delle ovaie. Tutte queste condizioni vengono riportate correntemente sui bugiardini, dove però non c’è traccia di informazioni sull’utilizzo da parte di persone trans, né sui motivi per cui li assumono nell’ambito di una TOS.

Dimentichiamo per un momento la carenza di farmaci (che, come dicevamo, nei mesi scorsi ha generato molta preoccupazione, ma sembra essere per ora archiviata). Immaginiamo una situazione “normale” in cui esiste la garanzia di trovare il farmaco prescritto in farmacia. Ebbene, una persona trans, per assumere i medicinali di cui ha assoluto bisogno deve in pratica ricadere in una patologia di cui non è assolutamente affetta. I farmacisti consegnano a ragazze poco più che ventenni medicinali per una menopausa precoce che mai è stata loro diagnosticata, per riportare un caso concreto. Sulla prescrizione non è necessariamente specificato, ma il solo nome del farmaco lascia intendere che la persona in questione abbia uno dei disturbi inseriti nel bugiardino.

“Per le persone trans senza documento rettificato la terapia (femminilizzante, ndr) è possibile solo con i farmaci reputati da AIFA come prescrivibili a genere femminile, restringendo notevolmente la categoria di farmaci realmente utilizzata in questi percorsi, e dunque restringendo anche lo spettro di personalizzazione e non standardizzazione della terapia da parte dell’ endocrinologo”, si legge sulla petizione.

La questione dell’invisibilità sui bugiardini è cruciale ed è la prima che viene menzionata da tutti gli attivisti con cui abbiamo parlato. La affronteremo ancora, documentandola anche grazie alla testimonianza di alcune persone trans che si sono rese disponibili a raccontare la propria storia personale.

Terapia Ormonale Sostitutiva (TOS), bugiardini ed effetti collaterali

Come dicevamo, in tutti i casi in cui l’organismo non riesce a produce ormoni o non ne produce abbastanza, occorre compensare attraverso l’assunzione di farmaci. La TOS è una terapia sperimentata a partire dagli anni Venti del Novecento su donne a cui erano state asportate le ovaie. In genere poi, dagli anni Sessanta in poi, si diffuse come sorta di “elisir di giovinezza”, promossa anche come garanzia di una vita sessuale attiva per donne non più giovanissime. In questo caso la Tos serve in realtà a contenere tutti quei disturbi che la menopausa porta con sé e che determinano un peggioramento della qualità della vita. Viene prescritta in caso di ridotta sintesi degli ormoni sessuali maschili o femminili per arginare malattie come l’osteoporosi che tendono a manifestarsi per via di una minore produzione di questi ormoni, in caso di disturbi che diminuiscono la funzionalità della tiroide o quando questa deve essere asportata.

La Tos mascolinizzante o femminilizzante, appunto, viene avviata quando un paziente decide di cambiare sesso e non produce, quindi deve assumere, gli ormoni del sesso in cui si identifica. Gli individui di sesso biologico femminile ma la cui identità di genere è maschile, dal momento in cui affrontano un percorso di cambio sesso (FtoM, in questo caso) assumeranno testosterone; gli individui di sesso biologico maschile che affrontano un percorso di adeguamento di genere rispetto ad un’identità femminile (MtoF) assumeranno estrogeni ed antiandrogini.

Come si può facilmente immaginare, per un periodo anche abbastanza lungo, sussiste il problema ulteriore della differenza tra genere indicato sul documento d’identità e genere di elezione. Spesso questa situazione di ambiguità si protrae per mesi o anni, anche dopo che la persona ha ottenuto un aspetto fisico chiaramente allineato con la propria identità di genere. In tutti i casi, anche le persone trans con un documento già rettificato, si ritrovano a dover rientrare in una delle patologie inserite nei bugiardini senza che queste siano riscontrabili nei loro corpi: ipogonadismo (uomini trans) o menopausa precoce (donne trans), come dicevamo.

L’assenza di un riconoscimento come categoria di pazienti che devono assumere un determinato farmaco non è soltanto una questione formale che “infastidisce” le persone trans. La mancanza di informazioni scritte nero su bianco sugli effetti collaterali, ad esempio, significa che non esistono studi organici e su ampia scala rispetto agli effetti sull’organismo (funzionamento epatico, rischio di osteoporosi, coaguli ematici e trombi, ipersensibilizzazione del tratto intestinale, sviluppo di endometriosi e policisti, solo per fare alcuni esempi) derivanti dall’uso dei farmaci in questione e nei dosaggi previsti per il cambio di genere.

Conoscere gli effetti collaterali di un farmaco è fondamentale anche quando si valuta l’ipotesi di cambiarlo. Il medico, come per altri farmaci, può decidere per un cambio con l’intento di testare se un farmaco simile ma non uguale apporti maggiori benefici; in periodi come quello appena conclusosi in cui occorre affrontare la carenza di farmaci il cambio diventa un obbligo, visto che diventano introvabili. Sempre semplificando per rendere la questione più comprensibile, per una persona FtoM che si è sottoposta ad un interventi di isteroannessiectomia (rimozione di utero e ovaie) il rischio è lo stesso al quale andrebbe incontro una donna che, successivamente allo stesso intervento, non avesse accesso ad un’adeguata TOS.

E se non si trova nemmeno un farmaco sostitutivo? Crollo del sistema immunitario, rischio di patologie come l’osteoporosi. Gli attivisti con cui abbiamo parlato citano queste come conseguenze a lungo termine, quando non si rischia la vita. Cambiare farmaco è possibile, ma non stiamo parlando di pastiglie per la gola: l’organismo ha bisogno di una fase di adattamento, non è neanche detto che si adatti al nuovo farmaco, inoltre un cambio farmaco può risultare molto costoso e questi farmaci sono, per la maggior parte, a carico dei pazienti essendo di classe C, non essenziali.

La carenza di farmaci e la petizione

La carenza di farmaci nelle farmacie si ripete sistematicamente a distanza di tempo. E’ la punta dell’iceberg perché l’emergenza solitamente poi rientra. E’ capitato in passato che alcuni farmaci venissero rimessi in commercio con una confezione rinnovata. Tutto nella norma o almeno comprensibile finché non ci si ritrova a fare il giro delle farmacie della città per trovarli, ammesso che si abbia la fortuna di avere più farmacie nei dintorni. Il problema è la mancanza di comunicazioni repentine: i farmacisti non danno risposte, i medici non vengono avvertiti, nessuno sembra saperne mai nulla e non per colpe proprie.

L’AIFA aggiorna periodicamente la lista dei farmaci temporaneamente carenti o indisponibili e sono presenti anche farmaci a base di testosterone. Sulla lista aggiornata a fine luglio è ancora incluso il Testoviron, prodotto dalla Bayer e utilizzato comunemente nell’ambito di una TOS seguita da individui trans FtoM. Si specifica che il problema è legato alla produzione e che è stata autorizzata l’importazione.

Il disagio maggiore è di tutti coloro che assumono farmaci a base di testosterone, primo tra tutti proprio il Testoviron. Come spiega la stessa petizione, per chi ha dovuto sterilizzarsi forzatamente  – lo imponeva la legge prima delle sentenze di Cassazione del 2015 (parleremo in altri articoli dell’iter che porta al cambio di sesso in Italia) – o per scelta propria, questi farmaci sono salvavita, è impossibile farne a meno. In generale, per chi sta seguendo una TOS, quando non esiste un farmaco bioequivalente o questo diventa è irreperibile, o ha effetti collaterali insostenibili, non si hanno altri medicinali a disposizione. La richiesta, dunque, è quella di “aprire un tavolo di discussione il prima possibile con le case farmaceutiche produttrici di farmaci generici o biosimilari perché venga prodotto e reso disponibile il farmaco equivalente e non similare equivalente in tutto e per tutto in termini di composizione, e autorizzato all’estero per i farmaci carenti o indisponibili”.

Se solo questo articolo vi sembra complicato è il segno di ciò che abbiamo riscontrato anche noi: una sostanziale mancanza di discussione su questo tema. Sigle come MtoF ed FtoM sono sconosciute al grande pubblico dei lettori, così come i dettagli di un percorso di cambio sesso e di una TOS. Utilizziamo allora il problema della carenza di farmaci – speriamo davvero archiviato – e la petizione come pretesto per impegnarci ad approfondire nei prossimi mesi l’argomento.

Ringraziamo le persone che si sono rese disponibili ad aiutarci nella ricostruzione della situazione e hanno risposto con gentilezza a domande molto private e forse, a volte, anche indiscrete: Valerio Barbini, attivista LGBT, tra i primi firmatari della petizione; Christian Cristalli, fondatore e attivista Gruppo Trans Bologna, tra i primi firmatari della petizione; Cecilia Bettini e Marco La Cognata, attivisti del Gruppo Trans Coming Aut di Pavia.

Qui il testo completo della petizione.

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Edifici che si ricostruiscono coi mattoni riciclati direttamente sul posto

People For Planet - Ven, 08/16/2019 - 15:00

Aziende come Catalyst srl, con l’innovazione biocircolare cercano di superare questa lunga fase di crisi del settore edile, recuperando zone degradate o terremotate. Cosa fanno e come potrebbero esser aiutate in questo loro percorso?

Dal 2008 al 2017 sono oltre 3,4 milioni i posti di lavoro persi nel settore delle costruzioni a livello europeo, di cui 539 mila solo in Italia. E mentre gli altri Paesi dell’area euro hanno visto, dopo la crisi, un aumento degli occupati nel settore edile, l’Italia ha continuato a perdere posti di lavoro registrando un esiguo aumento di 5 mila unità nel 2017. È quanto emerge dai dati dell’Osservatorio Statistico dei Consulenti del Lavoro nel report “Edilizia, una crisi inarrestabile” sugli effetti della crisi nel settore edile negli anni 2008-2018.

Dal report si osserva che a subire la contrazione più pesante, pari al 51,3%, sono gli investimenti per la realizzazione di nuove costruzioni, di opere pubbliche e di edilizia non residenziale privata. Una spinta al settore, anche a livello occupazionale, giunge però dagli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria delle infrastrutture esistenti (+74%). Interventi per la riqualificazione del patrimonio edilizio che sono stati in questi anni incentivati fiscalmente, che hanno svolto un’azione anticiclica, anche se non risolutiva, rispetto alla recessione registrata nel settore. Su 701 miliardi di euro investiti dal 2007 al 2017 in manutenzione straordinaria, 218 miliardi sono stati mossi dagli incentivi fiscali – pari al 31,1% del totale.

Ma ci sono aziende che sono magari nate nella crisi e che alla crisi vogliono reagire con l’innovazione e la ricerca di soluzioni che comportino una spesa minore negli interventi di recupero urbano – e che quindi li stimolino – e che producano benefici a livello ambientale sotto tanti punti di vista. Aziende che hanno fatto della biocircolarità un obiettivo fermo per sviluppare processi e prodotti in grado di dare una spinta propulsiva, anche in contesti dove c’è più che mai urgenza di recupero, per esempio nei luoghi disastrati dal terremoto.

Catalyst srl è una di queste: nata come start up è oggi una PMI fiorentina che produce manufatti edili privilegiando il riciclo dei materiali inerti, piuttosto che l’uso di materie prime. E, ancora più interessante, lo fa direttamente sul posto: i materiali derivanti dalla demolizione vengono separati e, buona parte di essi vengono riciclati in loco con una speciale macchina.

I vantaggi sono molteplici: da un lato il recupero di scarti che non troverebbero altra destinazione se non la discarica, dall’altro le emissioni evitate sia nel trasporto e sia nel processo produttivo: infatti la macchina utilizzata per la produzione dei mattoni in loco opera con un sistema a freddo che non comporta l’uso di quantità energetiche elevate.

Il processo di produzione di Catalyst inizia dunque dalla demolizione dell’opera preesistente. I detriti così ottenuti, effettuati i controlli chimici di salubrità, vengono tritati per produrre delle miscele brevettate, che lavorate in una pressa ad alta compressione danno origine al Ri-Block, che è immediatamente pronto per essere impiegato in una nuova costruzione.

Parte di questa ripresa sarà condizionata dalla capacità e dalla volontà, da parte degli Enti pubblici per primi, di realizzare progetti di rigenerazione urbana, come riscoperta delle potenzialità che hanno i territori, le loro tradizioni, la loro cultura, di riqualificare edifici ed aree degradate spesso interne alle città. Ma anche in caso di eventi sismici, la ricostruzione in loco che utilizza e recupera buona parte dei materiali ha costi evitati importantissimi e tempi di realizzazione molto più brevi.

Ci spiega meglio prodotti e processi di Catalyst e i relativi vantaggi Mauro Carpinella, amministratore delegato dell’azienda: «La nostra tecnologia contribuisce in maniera importante ad abbattere tutti i costi, non solo ambientali, derivanti per esempio dal trasporto degli inerti da demolizione ed escavazione e dunque costi evitati per l’impresa esecutrice e CO2 emessa evitata. Ma anche ad evitare l’apertura o l’ampliamento di nuove cave, nonché il consumo di gasolio per la cottura dei mattoni tradizionali».

Per quanto riguarda invece la qualità e i costi dei prodotti precisa Carpinella: «I nostri prodotti sono il Ri-Block, mattone riciclato da inerti e macerie, e il Carrara-Block, mattone riciclato da residui dell’escavazione e lavorazione del marmo di Carrara. I vantaggi in termini di ecosostenibilità sono evidenti ed innegabili, ma anche in termini economici: i nostri manufatti sono più competitivi dei prodotti tradizionali, perché partono dal recupero di una materia prima di scarto».

«In particolare con il Carrara-Block si va a riutilizzare scarti e detriti dell’escavazione e della lavorazione del marmo che, nelle zone Apuane, per secoli sono stati dispersi nel suolo e nelle acque, aumentando l’impermeabilità del primo e inquinando nel secondo caso anche falde».

Quali le difficoltà incontrate? «La difficoltà al loro sviluppo risiede nel fatto che il mercato privato dell’edilizia è in uno stato di paralisi da molti anni, ma anche quello pubblico purtroppo risente della lentezza- o finanche elusione- delle norme che dovrebbero incentivare l’uso di materiali riciclati da parte delle stazioni appaltanti nelle gare per i pubblici appalti, è intanto da qui che si deve partire».

«Inoltre – ci spiega meglio Carpinella – il nostro brevetto potrebbe essere di grande utilità nella ricostruzione degli edifici demoliti e da demolire a causa del sisma del 2016, in quanto è possibile istallare linee di selezione, miscelazione, bonifica e compressione a freddo in luoghi contigui agli edifici o gruppi di edifici da ricostruire: in questo caso il vantaggio anche economico sarebbe enorme, senza contare la riduzione dei trasporti nelle zone già congestionate del cratere sismico».

E su questo ultimo progetto precisa «Per questo sono in corso contatti con Il Ministero dell’Ambiente e la Presidenza della Regione Marche per aprire un cantiere pilota di verifica e messa a punto dell’intero ciclo per estenderlo poi a territori più vasti».

Altre fonti:

Edilizia, crisi inarrestabile: -539mila posti di lavoro in 10 anni

Immagine di copertina: Disegno di Armando Tondo

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Woodstock, il film che ha cambiato il mondo

People For Planet - Ven, 08/16/2019 - 07:00

Tutti ricordano e celebrano il mezzo secolo del concerto che modificò il corso della musica e dei comportamenti giovanili provocando la nascita di una nazione generazionale che si richiamava a tre valori: pace, amore e libertà. Pochi e di nicchia hanno invece ricordato che la mitica tre giorni nella campagna di Bethel, vicino Woodstock, fu amplificata e vista grazie a un documentario di buon valore che ha permesso a milioni di giovani di poter dire “c’ero anch’io”.

Oltre ai dischi, alla copertura dei giornali e dei canali tv che diedero conto dell’enorme successo del concerto, fu il documentario “Woodstock” (in Italia fu aggiunto al titolo americano “tre giorni di pace, amore, musica”) ad aumentarne l’aura globale tra appassionati di musica, simpatizzanti dei figli dei fiori e pubblico mainstream.

I produttori non immaginavano che puntare sulla riprese di quei tre giorni significasse vincere un Oscar per il miglior documentario e ottenere due nomination per sonoro e montaggio, guadagnare dollari per i diritti (ne costò 600.000 e ne incassò 50 milioni di bigliettoni solo nelle sale) ma soprattutto diventare un caposaldo estetico nel documentari rock che presto sarebbero diventati un genere di grande successo.

Il regista Michael Wadleigh veniva dall’underground ed era adatto a coordinare quell’azzardo. Fece una scelta giusta dotandosi di una squadra di montatori che avrebbero visto il concerto dal retropalco segnando i brani da set da inserire nel lavoro finito. Tra i sei editor, c’è un giovanotto che ha appena realizzato la sua opera prima e ama molto la musica rock oltre al cinema italiano. Non veste hippy e le foto di Woodstock lo mostrano come uno fuori contesto. Si chiama Martin Scorsese e già sa bene il fatto suo.

Scorsese, accreditato in maniera apocrifa come aiuto regista nel film, lavora anche a stretto contatto con la montatrice Thelma Schoonmaker, futura editor dei suoi capolavori, orienta una scelta decisiva nel successo del film. Solo l’inizio del concerto e l’epico finale con Jimi Hendrix rispettano l’ordine cronologico del concerto. Il resto delle 3 ore di film, diventati 224 minuti nella nuova edizione ufficiale del 1994, sono assemblate con indovinato raziocinio tra immagini di concerto e adeguate riprese e interviste di un pubblico che fu protagonista della vicenda. Particolarmente riuscita la tecnica dello split-screen, ovvero dello schermo diviso che permetteva di mettere insieme nell’inquadratura i diversi momenti dell’oceanico concerto.

Presentato al Festival di Cannes il film ebbe grande successo commerciale ma non venne compreso dalla critica contenutistica dell’epoca mentre Morando Morandini ben identifica il suo valore scrivendo nel suo dizionario: “È una cronaca audiovisiva che sa rendere anche il senso fisico di quell’evento irripetibile”.

Utile rievocare anche i gruppi e i producer che non concessero l’autorizzazione ad apparire nel film e non sfruttarono una delle migliori occasioni di promozione del loro successo nel tempo. I Creedence Clearwater Revival non erano soddisfatti della loro performance e dissero no, anche Ravi Shankar stessa sorte e anche la mitica The Band non si vede nel film. A loro Martin Scorsese si dedicherà per lo straordinario “The last walz” che riprende il loro storico indimenticabile ultimo concerto.

È riconosciuto, invece, che artisti come Joe Cocker, Richie Havens e Santana abbiano avuto un successo mondiale per i brani che appaiono nel documentario. Questo aspetto del documentario è ben ricostruito in un articolo di Andrea Silenzi pubblicato in occasione del lancio del blu ray del 2016 che al film aggiunge tre ore di contenuti speciali.

Martin Scorsese, in occasione dell’anniversario, non ha fatto mancare i suoi ricordi scrivendo la prefazione del libro “Woodstock, i tre giorni che hanno cambiato il mondo” e tradotto in Italia da Hoepli dove si legge: “Chi avrebbe mai potuto immaginare che quei tre giorni sarebbero diventati l’icona degli anni 60? Nessuno. Anche perché senza il film il concerto sarebbe rimasto poca cosa”.

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Vuoi stare meglio? Passa almeno due ore alla settimana in mezzo alla natura

People For Planet - Gio, 08/15/2019 - 16:00

Due ore a settimana: per avere effetti benefici sulla salute fisica e psicologica basta trascorrere 120 minuti a settimana in mezzo alla natura. Un obiettivo non difficile da raggiungere, soprattutto se si considera che per avere giovamento sembra essere sufficiente frequentare le aree verdi presenti nelle città.

La soglia minima

La notizia arriva da una ricerca pubblicata sulla rivista Scientific Reports del gruppo Nature condotta in Inghilterra su quasi 20 mila persone, da cui emerge che le persone che trascorrono almeno 120 minuti a settimana in mezzo al verde hanno maggiori probabilità di godere di buona salute e di benessere psicologico, effetti benefici che non arrivano se la frequentazione di parchi e simili (verde cittadino, boschi, spiagge) avviene per meno di due ore a settimana. «È risaputo che fare una vita all’aria aperta a contatto con la natura possa essere un bene per la salute delle persone. Fino a oggi, però, non eravamo in grado di definire quale fosse la soglia minima per ottenere i benefici», ha affermato Mat White della University of Exeter Medical School, che ha guidato lo studio.

Vantaggi per tutti

Non importa se i 120 minuti vengono totalizzati in una sola visita o in più visite brevi: i benefici si ottengono in entrambi i casi. Dalla ricerca emerge inoltre come la soglia minima di due ore di verde a settimana valga per tutti, in modo trasversale: e quindi tanto per le donne quanto per gli uomini, tanto per i giovani quanto per gli anziani, tanto per i ricchi quanto per chi vive in condizione poco agiate; può essere applicata a diversi gruppi professionali ed etnici e vale anche per le persone con malattie e disabilità.

Obiettivo fattibile

I benefici di cui parla la ricerca sono alla portata di tutti. «La maggior parte dei contatti con la natura rilevati in questa ricerca – spiega White – si sono svolti a soli due chilometri da casa. Anche visitare i parchi cittadini sembra sortisca buoni effetti. E due ore alla settimana dovrebbe essere un obiettivo realistico per la maggior parte delle persone, soprattutto perché può essere raggiunto mediante visite brevi distribuite nell’arco dei sette giorni».

Nuove raccomandazioni

Diversi sono i motivi all’origine dei benefici per corpo e mente derivanti dal contatto con la natura: una migliore prospettiva di vita, minore stress, maggior tempo di qualità trascorso con amici e parenti. Secondo Terry Hartig dell’Università di Uppsala (Svezia), co-autore della ricerca, «questa scoperta offre un valido supporto alla comunità scientifica nel formulare delle raccomandazioni sulla necessità di trascorrere del tempo in natura per promuovere la salute e il benessere, simili alle linee guida già esistenti per lo svolgimento di esercizio fisico».

Immagine di copertina: Disegno di Armando Tondo

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EcoFuturo 2019: microeolico e integrazione architettonica

People For Planet - Gio, 08/15/2019 - 10:08

Intervento di Luigi Vincenti (VL Energia) a EcoFuturo 2019.

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Gestione virtuosa dei rifiuti: il modello Contarina

People For Planet - Gio, 08/15/2019 - 08:28

Contarina è il braccio operativo nella gestione dei rifiuti di 49 Comuni del trevigiano, Treviso compreso. Le scelte fatte sono patrimonio del territorio, ci spiega il Presidente Franco Zanata, non solo logica industriale.

Grazie alla raccolta porta a porta e alla “tariffa puntale sui rifiuti” (paghi in base quanti rifiuti non riciclabili produci) sono riusciti ad arrivare all’85% di raccolta differenziata.

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Ferragosto: perché lo festeggiamo (e come farlo green)

People For Planet - Gio, 08/15/2019 - 07:00

Il Ferragosto, oggi sinonimo di grigliate, gavettoni e gite fuori porta con gli amici, venne istituito duemila anni fa, nel 18 avanti Cristo, dal primo imperatore romano Ottaviano Augusto. La storia narra che l’imperatore decise di concedere questo giorno come un momento di riposo dalle attività lavorative. Il termine, che trova le sue origini nel calendario pagano, deriva dal latino Feriae Augustalis (o Augusti) e tradotto letteralmente significa riposo di Augusto.

Inizialmente istituito come periodo di riposo e festeggiamenti che si svolgevano nella prima parte del mese di agosto, vede la sua origine nella tradizione dei Consualia, due feste pagane che celebravano la fine dei lavori agricoli dedicate al dio Conso, dio della terra e della fertilità.  In tutto l’Impero venivano organizzate feste e celebrazioni dove al centro dell’attenzione erano posti gli animali da tiro che, esentati eccezionalmente dai lavori agricoli, venivano adornati di fiori e ghirlande. Era anche usanza che, durante i giorni di festeggiamenti nell’arco del mese di agosto, i contadini porgessero gli auguri ai proprietari dei terreni, ricevendo in cambio, dagli stessi, una mancia. Nessuno lavorava, uomini e animali avevano la possibilità di riposarsi, poiché i contadini, con l’indispensabile contributo della forza animale, avevano già provveduto a raccogliere i frutti della terra nei loro campi.

L’adozione della festività pagana da parte della Chiesa cattolica

L’antica ricorrenza fu assimilata intorno al VII secolo dalla Chiesa cattolica, che fissò al giorno del 15 agosto la celebrazione dell’Assunzione di Maria in cielo. L’istituzionalizzazione di questa celebrazione ne permise la diffusione, seppur non in modo omogeneo, in tutti i paesi cattolici.

Come festeggiare in modo Green il nostro Ferragosto?

Pochi punti di seguire per festeggiare in modo ecologico, sostenibile e attento all’ambiente questa festa tanto attesa:

1) Se decidi di passare questo giornata in compagna di amici e parenti con un picnic fuori porta assicurati di utilizzare stoviglie e piatti compostabili e/o di ceramica in alternativa a quelli usa e getta. Inoltre, al termine della giornata dedica qualche minuto per controllare di non aver dimenticato i rifiuti della scampagnata. Ricorda: differenziare la spazzatura è sempre possibile e doveroso!

2) Se di abitudine festeggi questa giornata con l’accensione di un tradizionale falò, assicurati di farlo nel rispetto delle leggi vigenti e in totale sicurezza. Ricorda che all’interno dei boschi non è possibile accendere fuochi laddove non vi sia un’area attrezzata. Inoltre, anche questa estate siamo stati testimoni di terribili incendi in tutta l’Europa e nel mondo, assicurati di non dimenticare rifiuti infiammabili e non gettare mai mozziconi di sigaretta in un ambiente naturale.

3) Il Ferragosto coincide con l’inizio delle tue ferie estive o hai deciso di cogliere l’occasione per dedicarti un giorno di relax lontano da casa? Trova soluzioni alternative al viaggio in macchina o, se proprio non puoi farne a meno, condividi il tuo tragitto sui siti appositi offrendo (o ricevendo) un passaggio, più economico e sostenibile rispetto a un viaggio in solitaria!

(Foto di G-tech da Pixabayultimo agg. 14/08/2019)

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Decreti “End of Waste”

People For Planet - Mer, 08/14/2019 - 18:00

Il primo è stato il Decreto sul recupero dei pannolini, firmato poche settimane fa dal Ministro dell’Ambiente, ma ne sono stati annunciati altri per carta da macero, plastiche miste, gomma vulcanizzata granulare e rifiuti da costruzione e demolizione.

Alla normativa manca ancora il passaggio cruciale della pubblicazione in Gazzetta prima di entrare in vigore, ma la sua approvazione introduce informazioni importanti su come riciclare prodotti come pannolini e assorbenti per dare a questi rifiuti una seconda vita, diventando così materie prime seconde. Non solo pannolini per bambini, ma tutti i pap, ovvero i prodotti assorbenti per la persona che fino a oggi venivano gettati assieme ai rifiuti indifferenziati, a partire dall’entrata in vigore del Decreto potranno essere smaltiti separatamente, con raccolta differenziata.

Nel corso dei primi tre anni di vita si stima che un bambino utilizzi circa 6.000 pannolini: circa una tonnellata di rifiuti fino a ora non differenziabili che per il loro smaltimento in discarica impiegherebbero circa 500 anni per essere degradati e che, se invece finiscono negli inceneritori, devono essere comunque pretrattati per motivi igienici e per permettere al materiale di bruciare correttamente. 

La fase sperimentale di un impianto pilota per il riciclo dei pap è stata avviata nella provincia di Treviso e ha dato esiti positivi. L’impianto realizzato da Fater, l’azienda che produce e commercializza in Italia prodotti a marchio Lines, Lines Specialist, Pampers e Tampax, permetterà, una volta divenuto industriale, di riciclare tutti i prodotti assorbenti.

Le aziende che gestiscono i rifiuti urbani dovranno gestire però il carico della raccolta differenziata, meglio se fatta porta a porta per le famiglie, e coi sistemi collettivi di raccolta per asili e strutture sanitarie. Queste sono le soluzioni necessarie che permetteranno all’impianto di ricevere solo prodotti adatti al riciclo e garantirà ai cittadini uno smaltimento più semplice dei rifiuti.

Il riciclo di questi prodotti, dopo la sterilizzazione, genererà nuove materie: plastica destinata a nuove produzioni come le strutture dei parchi giochi urbani, cellulosa per biocarburante, e capi d’abbigliamento in viscosa e polimero superassorbente, il principale materiale di cui sono composti questi prodotti.

Si potranno recuperare così 900 mila tonnellate all’anno di pannolini, che non dovranno essere mandati né in discarica né a incenerimento, con una tecnologia tutta italiana e con impianti che andranno a creare nuovi posti di lavoro, dando realizzazione alla gerarchia dei rifiuti fissata dall’Unione europea.

Per quanto riguarda lo stato di avanzamento degli altri Decreti:

È stato inviato all’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) per l’acquisizione del parere tecnico lo schema di decreto sulla carta da macero, che consentirà l’utilizzo di carta e cartone recuperati come materia prima nella manifattura di carta e cartone a opera dell’industria cartaria (secondo la norma Uni En 643).

– È invece al vaglio dell’ufficio legislativo del Ministero il decreto sulle plastiche miste, che ammontano a circa 450 mila tonnellate annue (che derivano già dalla raccolta differenziata). Il provvedimento prevede numerose applicazioni delle plastiche miste recuperate: come aggregati nelle malte cementizie, nei bitumi e negli asfalti, come sostituti di materiale vergine in diverse tecnologie di trasformazione secondo la norma Uni ‪10667-16 e in processi di riduzione in impianti siderurgici.

– Sarà a breve predisposto l’invio al Consiglio di Stato, che ha richiesto il parere dell’Ispra e dell’Istituto Superiore di Sanità dopo le prescrizioni della Commissione europea, il Decreto sulla gomma vulcanizzata granulare, che consentirà che il materiale ottenuto dal trattamento sia utilizzato in processi manifatturieri per la produzione di articoli, o componenti, in gomma, materiali compositi bituminosi, asfalti o conglomerati cementizi alleggeriti, materia prima per l’industria chimica. Per rendere l’idea delle quantità da gestire, in Italia vengono raccolte ogni anno circa 350 mila tonnellate di pneumatici fuori uso.

Altre fonti:
https://www.minambiente.it/comunicati/rifiuti-firmato-il-primo-decreto-end-waste-riciclare-i-pannolini
https://www.altroconsumo.it/vita-privata-famiglia/mamme-e-bimbi/news/riciclo-pannolini
https://www.lastampa.it/2019/06/04/scienza/rifiuti-in-dirittura-darrivo-altri-decreti-end-of-waste-i1CseDR0XKkY1ERRUjK3DK/pagina.html

Immagine di copertina: Disegno di Armando Tondo

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Affacciarsi alla vita in un mare di coccole e di plastica

People For Planet - Mer, 08/14/2019 - 09:01

Oltre 4700 marchi e 150.000 visitatori. La più frequentata; certamente tra le più ambite dai produttori di materie prime artificiali e sintetiche, che Marco Benedetti ha visitato per noi.

Come dunque saranno e come vivranno i bambini della seconda decade del secolo?

Saranno iper-connessi fin dal primo battito nel ventre della mamma che si applicherà un bottone sulla pancia in grado di registrare tutto quel che succede in diretta anche condivisa con i cari grazie ad una app.

Saranno a contatto con un mondo di plastica e di silicone anche nell’igiene dopo il primo vagito: il pannolino a contatto con la pelle continuerà ad avere filtranti che sono “soffici come cotone” – dice il produttore sul pacco – ma solo come sensazione perché plastica e chimica sono dei miracoli della scienza più che della natura e “sembrare” non è mai stato sinonimo di “essere”.

Saranno controllati a vista da un app installata in un materassino che registrerà anche il numero delle volte che si gira nel letto, il ritmo dei battiti del cuore e come si metteva un tempo da parte il primo ciuffetto di capelli tagliati per ricordarlo da grandi, così oggi si mette da parte un file di battiti cardiaci, di allarmi intercettati, di pipì fatte, insomma un nuovo romanticismo – finché almeno l’evoluzione tecnologica non ci farà più leggere il file registrato anni prima.

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Ponte Morandi: a un anno dal crollo la zona rossa rinasce con la street art

People For Planet - Mer, 08/14/2019 - 07:00

Oggi del vecchio Ponte Morandi e delle case che erano state costruite sotto le sue campate resta ben poco. Detriti, per lo più. Detriti, foto e ricordi.

Il 28 giugno scorso un’esplosione degna di un set cinematografico ha annientato quel che restava in piedi della struttura. Di quel vecchio Brooklyn di cemento armato e delle case ormai demolite nella zona rossa, la città intera porterà i segni per sempre. Resterà indelebile nella sua storia il 14 agosto 2018, la data maledetta in cui una parte del ponte crolla all’improvviso, 43 persone perdono la vita e Genova cambierà per sempre e aggiungerà alla sua lista altre vittime da piangere. Ancora una volta. Ma si guarda oltre, mentre si attende che la giustizia faccia il suo corso. Da un anno si parla di rinascita, in una città che in realtà non si è mai fermata. “Resilienza” la chiamano un po’ ovunque nel mondo. Capacità di adattarsi, di mutare, di assumere forme differenti per non fermarsi a farsi risucchiare dal dramma. Ma questa parte è soltanto l’involucro della storia del crollo del Ponte Morandi.

La tragedia ha spostato finalmente l’attenzione verso la Valpolcevera, un territorio bellissimo e martoriato dall’industrializzazione selvaggia e dal successivo abbandono delle grandi aziende. Nella periferia isolata dalla zona rossa è iniziata una rinascita nella rinascita. Il quartiere di Certosa non è certo un quartiere turistico. Lo conoscono bene i genovesi, ma per lo più come capolinea della metropolitana. La fermata nemmeno ne porta il nome. Questo quartiere popoloso, un tempo frenetico, oggi decentrato e poco sotto i riflettori almeno fino al crollo del ponte, ha ripreso vita grazie ad progetto artistico che porta il nome di “On The Wall”. Il riscatto passa dalla street art, dalla creatività impressa sui muri, dal colore che nei decenni scorsi ha dovuto lasciare spazio al grigio del cemento. Più che resilienza, forse dovremmo chiamarla “ricompensa” per anni di trascuratezza e disattenzione e per quest’ultimo anno di isolamento forzato.

Da luglio i protagonisti delle strade sono stati famosi writers internazionali, che hanno dato vita ai loro murales su una serie di spazi – pareti e facciate – individuati dal Comune. Capofila dell’organizzazione proponente è stata l’associazione genovese Linkinart, già nota in città per aver decorato i piloni della sopraelevata nell’ambito del progetto “Walk the Line”. Il filo conduttore e tema generale è la Gioia. “Anche i dolori sono, dopo lungo tempo, una gioia, per chi ricorda tutto ciò che ha passato e sopportato”, scriveva Omero, citato nella presentazione del progetto.

Gli interventi hanno interessato luoghi strategici del quartiere. Le opere d’arte visibili su muri e facciate avranno il compito di aumentare il senso di appartenenza al luogo. E di attirare lo sguardo dei turisti coraggiosi che si spera allunghino il proprio itinerario alla scoperta di una parte di Genova autentica e ricca di sorprese, aggiungiamo noi. Altre opere sono state realizzate lungo l’argine del fiume Polcevera, proprio nell’area in cui svettava il Ponte Morandi. Il loro ruolo sarà quello di “connettori visivi portatori di memoria e, al tempo stesso, portali per la parte di città rimasta isolata ‘al di là’”. Qua e là, anche alcune saracinesche del quartiere saranno decorate. E ci sono due omaggi nell’omaggio: il murale di Caktus&Maria ispirato alla canzone “Le acciughe fanno il pallone” di Fabrizio de André e quello Rosk & Loste, che hanno regalato al quartiere il volto di un altro amato genovese, Paolo Villaggio, nei panni del ragionier Ugo Fantozzi, con tanto di inconfondibile berretto.

Lo sguardo è proiettato in avanti. In strada, le persone ci tengono a rimarcare quella sensazione di salvezza e rinascita portata dalla street art.

È tornata la bellezza, finalmente.

Nei discorsi non manca mai una parola per le vittime, ma il genovese è pragmatico, non sa abbandonarsi alla disperazione cieca. La città ha bisogno di quel connettore vitale, è inutile girarci intorno.

Il nuovo ponte è stato progettato da Renzo Piano e si farà portatore del ricordo delle 43 vittime. Ad illuminarlo saranno 43 vele di luce. Durerà almeno mille anni, dice Piano, e sarà un ponte agile, snello, leggero, dalle sembianze vagamente somiglianti alla prua di una nave (in copertina se ne può vedere il rendering).
Così lo descrive l’architetto genovese di fama mondiale, che già dalle prime ore dopo il crollo si era mostrato profondamente turbato e aveva manifestato l’intenzione di donare alla città il progetto di una nuova struttura: «Semplice e parsimonioso, ma non banale. Sembrerà una nave ormeggiata nella valle; un ponte in acciaio chiaro e luminoso. Di giorno rifletterà la luce del sole ed assorbirà energia solare e di notte la restituirà. Sarà un ponte sobrio, nel rispetto del carattere dei genovesi».

Un ponte bello e sobrio, come la città che lo ospita, dunque. Sarà inaugurato nella primavera del 2020, se tutto andrà come si spera.

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