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Amnesty contro i decreti sicurezza: “In aumento le vittime dello sfruttamento”

Gio, 01/23/2020 - 10:07

I decreti “sicurezza” generano tutto tranne che la sicurezza. Potrebbe essere questa l’estrema sintesi del dossier  dal titolo I sommersi dell’accoglienza curato dal sociologo Marco Omizzolo e presentato da Amnesty Italia ieri a Roma.

“I decreti sicurezza hanno peggiorato il sistema di accoglienza in Italia e stanno generando ghettizzazione e povertà, sia economica sia sociale. Una situazione da non sottovalutare perché sta provocando l’aumento di vittime dello sfruttamento lavorativo e delle attività criminali, come dimostrano i processi aperti”.

E continua: “L’analisi del Decreto legge 113/2018 in materia di protezione internazionale, immigrazione e sicurezza pubblica mette in evidenza il processo di infragilimento del richiedente asilo e del beneficiario di protezione. Si tratta di un processo che caratterizza la loro condizione giuridica e sociale ormai da diversi anni e che il Decreto 113/2018 amplifica in modo rilevante, producendo emarginazione sociale e ghettizzazione, insieme alla possibilità per il richiedente asilo di precipitare in un esercito di invisibili di riserva facile preda di interessi criminali e organizzazioni mafiose (sfruttatori, trafficanti, caporali e mafiosi)”. 

Le nuove misure: “Escludono i richiedenti asilo dal sistema dell’accoglienza” e di fatto, si legge nel rapporto, “Cancellano la possibilità di realizzare un percorso inclusivo e socialmente avanzato, mentre l’abolizione della protezione umanitaria priva migliaia di persone, che si vedono rigettare la richiesta di asilo e che non possono essere rimpatriate se non in violazione della legge, di uno status legale che permetterebbe loro l’accesso ai servizi sanitari, sociali e abitativi, istruzione e lavoro, con evidenti ripercussioni negative su qualità di vita, sicurezza e dignità e aumentandone la vulnerabilità e l’esposizione allo sfruttamento lavorativo e criminale”.

Per Marco Omizzolo, gli effetti del Decreto legislativo 113/2018 «Si sono diffusi su ambiti diversi dell’accoglienza e dunque sulla vita complessiva dei migranti in Italia e in particolare dei richiedenti asilo portando a una progressiva marginalizzazione e precarizzazione del loro quotidiano nel paese».

E se non bastasse, il Decreto sicurezza, inoltre, “Impedisce inoltre l’accesso al sistema Siproimi (Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per minori stranieri non accompagnati) ai richiedenti asilo, una scelta che aumenta la possibilità che molte di queste persone rimangano nella sfera della prima accoglienza e quindi in situazione di particolare vulnerabilità (sanitaria e psicologica)”.

Secondo Gianni Rufini, direttore di Amnesty International Italia, i due decreti hanno avuto un «Impatto devastante sulla vita delle persone presenti sul territorio italiano, togliendo loro un’identità, trasformandole in fantasmi privandole di alloggio o di cure mediche. Oltre a non rappresentare la soluzione di alcun problema sono semplicemente disumane: sono necessarie modifiche sostanziali del decreto che riconoscano il diritto a una vita dignitosa e all’esercizio reale dei diritti fondamentali garantiti dai principi costituzionali e internazionali».

E se ancora non bastasse, a causa del taglio dei finanziamenti alla prima accoglienza fino al 39% si sono ridimensionati notevolmente tutti i servizi per l’inclusione. Quindi: “I nuovi bandi infatti non prevedono più la necessità di garantire l’insegnamento della lingua italiana, il supporto alla preparazione per l’audizione in Commissione Territoriale per la richiesta di asilo, la formazione professionale e la positiva gestione del tempo libero. In sostanza con lo stesso provvedimento l’assistenza sanitaria alla persona viene fortemente ridimensionata, con un crollo delle prestazioni minime richieste e del personale deputato al loro svolgimento”.

Amnesty Italia chiede con forza e con urgenza che il Governo italiano modifichi la normativa… con urgenza!

Perché il rapporto parla di persone, i freddi dati riguardano esseri umani che per colpa di questi decreti “sicurezza” sono diventati invisibili da un giorno all’altro.
Possiamo essere migliori di così.

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Foto di Gerd Altmann da Pixabay

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Auto elettriche e ibride, in Italia è boom di vendite (mentre il petrolio sale)

Gio, 01/23/2020 - 07:00

Le auto elettriche e ibride fanno registrare in Italia dati di vendita record. Tutto questo mentre Tesla a Wall Street per la prima volta ha superato gli 80 miliardi di dollari di capitalizzazione, quasi quanto General Motors e Ford insieme, entrando a pieno titolo tra i big dell’automotive. La transizione verso una mobilità sostenibile – sia nel trasporto domestico che in quello commerciale e nelle attività di servizi – sta ormai diventando concreta, nonostante le “solite” questioni irrisolte..

Secondo un’analisi dell’Unione europea delle cooperative (Uecoop) su dati italiani, sono più che quadruplicate (+362%) le immatricolazioni di auto elettriche e ibride in appena cinque anni. Negli ultimi dodici mesi si registra un balzo del 37,6%, con quasi 127 mila immatricolazioni.

Unicoop sottolinea giustamente alcune mosse a vantaggio di queste categorie di veicoli, come l’inserimento in molte gare d’appalto di punteggi aggiuntivi per chi usa mezzi di trasporto a basso impatto inquinante. In ogni caso, la nuova mobilità comporta investimenti ancora molto impegnativi per una piccola azienda o per una famiglia che ancora risente degli effetti negativi della crisi, «per questo è necessario stanziare risorse per incentivare la transizione green. Il freno principale ai mezzi ibridi ed elettrici è il loro maggior costo rispetto a quelli a benzina e diesel» afferma Unicoop, rimarcando poi per i veicoli totalmente elettrici la mancanza di un’estesa e capillare rete di colonnine di ricarica. Quest’ultima questione è particolarmente rilevante se pensiamo ai veicoli utilizzati per fare consegne, trasportare persone o spostarsi con frequenza nello stesso giorno su tragitti più o meno lunghi. Da Unicoop concludono con l’auspicio di un processo di transizione «progressivo e non traumatico» per i bilanci di famiglie e imprese.

Le stesse famiglie e imprese destinate a subire una serie di rincari a seguito delle tensioni Usa-Iran e dell’aumento del prezzo del petrolio. Afferma Coldiretti: «In un Paese come l’Italia, dove l`85% dei trasporti commerciali avviene per strada, l’impennata del costo del petrolio e il conseguente rincaro dei carburanti ha dunque un effetto valanga sulla spesa, con un aumento dei costi di trasporto oltre che di quelli di produzione, trasformazione e conservazione. L’aumento è destinato a contagiare l’intera economia con effetti sulla competitività in una situazione in cui i costi della logistica arrivano ad incidere fino dal 30 al 35% sul totale dei costi per frutta e verdura».

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Nella fotogallery alcune immagini di Emilia 3, uno dei prototipi di auto solare creati dall’Associazione Onda Solare per partecipare al World Solar Challenge.

Foto di Armando Tondo, Ecomondo 2019

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Michele Dotti: quando finì il mondo

Gio, 01/23/2020 - 07:00

Stavo facendo un laboratorio sulla sostenibilità ambientale in una classe quarta superiore, una ragazza mi raccontò che la sera prima aveva visto in tv un programma che l’aveva convinta totalmente che fossimo effettivamente a pochi giorni dalla fine del mondo.
E aveva paura…

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Clima, sparisce la neve, Himalaya sempre più verde

Mer, 01/22/2020 - 15:05

I cambiamenti climatici sono più estremi ad alta quota, e molte ricerche hanno sottolineato che i ghiacciai si stanno sciogliendo a una velocità maggiore rispetto a quanto previsto.

Particolarmente fragile l’ecosistema dell’Himalaya, noto come uno dei punti più sensibili al mondo. 

Adesso un nuovo studio, pubblicato su Global Change Biology, ha rilevato un altro probabile effetto dei cambiamenti climatici: le piante stanno dilagando sul tetto del mondo, sempre più verso l’alto. 

Karen Anderson, geografa dell’University of Exeter, ha studiato in particolare l’area nota come Hindu Kush Himalaya mountains, che si trova sopra il confine delle zone verdi e sotto la regione perennemente coperta di neve. 

Come riporta il New Scientist, quest’area si ricopre di neve in inverno, mentre nella bella stagione accoglie piccole piante, erba e muschio. 

Nelle foto satellitari l’espansione delle piante

Per valutare il cambiamento, il team della Anderson ha usato le immagini raccolte dal satellite NASA Landsat tra il 1993 and 2018. Ebbene, la vegetazione si è spostata in questo periodo da 4,150 a 6,000 metri sopra il livello del mare.

I cambiamenti piu rilevanti sono stati registrati tra i 5.000 and 5.500 sopra il livello del mare, come riporta più nel dettaglio la University of Exeter.

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Photo by Raphael Rychetsky on Unsplash

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Cannabis terapeutica, in Sicilia sarà gratis

Mer, 01/22/2020 - 12:41

In Sicilia la cannabis terapeutica sarà gratis. L’assessore alla sanità della Regione Sicilia, Ruggero Razza, ha firmato un decreto in cui si precisa che la Regione si farà carico delle spese sostenute dai pazienti che ricorrono alla cannabis per uso terapeutico. In particolare il farmaco sarà gratuito per le persone affette da dolore cronico e neuropatico e da spasticità da sclerosi multipla, e che si rivolgeranno a strutture sanitarie pubbliche.

La terapia potrà durare al massimo sei mesi

La terapia a base di cannabis terapeutica potrà avere una durata massima di sei mesi e la prescrizione potrà essere fatta da specialisti di anestesia e rianimazione, neurologia e dei centri di terapia del dolore delle Aziende sanitarie pubbliche regionali.

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Il Gigante e la Bambina: a Davos parlano Donald Trump e Greta Thunberg

Mer, 01/22/2020 - 12:30

Come se parlassero da due pianeti diversi: Greta Thunberg e Donald Trump hanno presentato a Davos due visioni del mondo che non potrebbero essere più distanti una dall’altra.

«Non posso certo lamentarmi di non essere ascoltata, vengo ascoltata in continuazione, ma la scienza e i giovani in generale non sono al centro del dibattito sul clima. Invece si tratta del nostro futuro e c’è bisogno di portare la scienza al centro della conversazione», ha dichiarato Greta, affiancata da altri giovani attivisti.

«Le persone muoiono a causa del cambiamento climatico e anche una sola frazione di grado centigrado di riscaldamento è importante. Ma non credo di aver mai visto un solo media comunicarlo, so che non volete dirlo», ha continuato «Ma io continuerò a ripeterlo finché voi non lo scriverete»

«Il mondo deve arrivare all’obiettivo di zero emissioni il prima possibile, i Paesi devono arrivare all’obiettivo di zero emissioni molto più velocemente, e aiutare i paesi poveri a mettersi in linea».

Quando un giornalista le ha chiesto come gestiva gli haters ha risposto: «Non credo che le persone siano interessate a sapere come gestisco gli haters. Invece voglio ricordare ancora una volta: secondo un rapporto dell’Ipcc del 2018, se si vuole una possibilità del 67% di limitare l’aumento medio della temperatura globale al di sotto di 1,5 gradi centigradi, al 1° gennaio 2018 c’era ancora un margine di circa 420 gigatonnellate di emissioni di ossido di carbonio. Naturalmente il numero si è abbassato oggi, perché emettiamo circa 42 gigatonnellate l’anno. Agli attuali ritmi di emissioni, ci rimangono meno di otto anni prima di mancare l’obiettivo. Questi numeri non sono né opinioni né politica, ma quanto di meglio offra la scienza».

«Sono successe molte cose che nessuno avrebbe potuto prevedere, e questo ha dato il via a un movimento» ha ribadito «Non sono solo io, ma tanti giovani ovunque che hanno creato un’alleanza. Le persone sono più consapevoli ora. Grazie alla spinta dei giovani sembra che il clima e l’ambiente ora siano un argomento caldo. Allo stesso tempo, però, non è stato realizzato nulla. Le emissioni globali continuano ad aumentare. Dobbiamo iniziare ad ascoltare la scienza e trattare questa crisi con l’importanza che merita».

E poi è arrivato il Presidente degli Stati Uniti a dire che «Dobbiamo respingere i profeti perenni di sventura e le loro previsioni sull’apocalisse»
«Sono orgoglioso di dire che gli Stati Uniti sono sbocciati. Abbiamo realizzato cose che il mondo non ha mai visto prima. L’America prospera e vince come mai prima d’ora»
«Abbiamo concluso accordi straordinari sul commercio con la Cina da una parte, e Messico e Canada dall’altra, i migliori accordi di sempre», ha continuato.
E per il clima? Trump ha annunciato che gli Stati Uniti parteciperanno all’iniziativa «1 miliardo di alberi contro il cambiamento climatico, Plant-for-the-Planet».

Con buona pace di tutto il resto che una grande nazione come gli Usa potrebbero fare per contrastare il cambiamento climatico.

Per vedere le dichiarazioni in inglese, qui l’articolo dell’Ansa

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Cpr Gradisca, muore migrante: cosa non torna e perché si parla di “lager”

Mar, 01/21/2020 - 15:11

OMICIDIO VOLONTARIO

Questa l’ipotesi contro ignoti con cui la Procura di Gorizia ha aperto un fascicolo in merito alla morte del cittadino georgiano Vakhtang Enukidze, detenuto al Cpr (Centro di Permanenza per il Rimpatrio) di Gradisca e deceduto sabato 18 gennaio nell’ospedale isontino. Sulla morte dell’uomo, l’associazione “No Cpr e no frontiere Fvg” non ha dubbi e pubblica sulla propria pagina Facebook le testimonianze audio registrate all’interno della struttura tra i compagni di Enukidze. Martedì l’uomo sarebbe stato picchiato dalle guardie, intervenute dopo una rissa tra la vittima e un compagno di stanza. Il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, Mauro Palma, dopo avere visitato la struttura, le persone trattenute all’interno, e il corpo, ha confermato: ci sono segni di percosse, Vakhtang Enukidze è stato picchiato. “Saranno le perizie sull’uso della forza che è stato utilizzato a stabilirlo. Sicuramente l’uso della forza è stato utilizzato e si trattava di interrompere un momento di aggressione nei confronti di un’altra persona” ha dichiarato Palma al giornale locale Il Friuli

CLIMA TESO

Nella giornata di lunedì 13 gennaio 8 reclusi al Cpr di Gradisca d’Isonzo erano riusciti a fuggire, utilizzando degli idranti per salire il muro di cinta e saltando da circa quattro metri. 5 hanno ritrovato la libertà, 3 sono stati intercettati e riportati al Cpr. Di questi 3, uno è stato portato in ospedale, un altro sta male. Un ragazzo marocchino ha tentato di suicidarsi ed è stato fermato dagli altri. L’ipotesi dell’Associazione “No Cpr e no frontiere Fvg” è che la “lezione” per avere tentato di scappare sia stata il pestaggio, in un clima di caos e rivolta, con materassi in fiamme ed estintori sparati dentro le celle.

LE RICOSTRUZIONI

Stando alle ricostruzioni che circolano sui giornali, Enukidze, “una persona problematica” che avrebbe anche compiuto atti di autolesionismo, è stato arrestato per resistenza a pubblico ufficiale e portato in carcere, dove è stato sottoposto a processo per direttissima e dove è rimasto due giorni. La rissa sarebbe avvenuta tra lui e il compagno di stanza, colti dalle guardie a rompere una parete di plexiglas. Richiamati all’ordine, l’amico si sarebbe subito fermato, scatenando l’ira di Enukidze. La polizia sarebbe quindi intervenuta per fermare un’aggressione. I testimoni reclusi nella struttura, però, parlano di 8 poliziotti intorno a Enukidze, di “piedi sul collo” e di “testa sbattuta sul muretto”. Una volta allontanato dalla struttura, a chi chiedeva notizie di lui, le guardie avrebbero risposto che sarebbe finito in galera o espatriato. L’espatrio, però, non è andato a buon fine. 

L’associazione No Cpr e no frontiere, a capo delle manifestazioni di questi giorni, sedate dalla polizia in tenuta antisommossa, sulla base delle testimonianze registrate, ascoltabili qui, ha ricostruito questo: 

“È inizio settimana, V. non trova il telefono, non vuole tornare in cella, resiste, viene picchiato finché non ne può più. Viene buttato in cella, nella rabbia prende un ferro in mano e si fa male allo stomaco. Dopo viene portato in infermeria, non più di una ventina di minuti, torna e si mette a dormire, forse per i farmaci. Raccontano che il suo corpo era rosso dai lividi.

Il giorno dopo si sveglia, aveva accettato di essere estradato e riportato in Georgia, i compagni di prigionia dicono che gli fosse stato detto di fare le valigie per partire. Alle 20 però torna.

Sta presumibilmente due giorni nel CPR, sta male, per le manganellate e per il colpo nello stomaco, chiede aiuto senza essere soccorso.

Allora comincia a gridare, arriva la polizia che chiede a un suo compagno di cella di collaborare passandogli fuori un ferro. Quando V. lo vede aiutarli si arrabbia e i due iniziano a litigare, allora la polizia entra e in otto accerchiano V., iniziano a picchiarlo a sangue, si buttano su di lui con forza finché non sbatte la testa contro il muro.

Lo bloccano con i piedi, sul collo e sulla schiena, lo ammanettano e lo portano via. “Lo stavano tirando con le manette come un cane, non puoi neanche capire, questo davanti a noi tutti” ci ha spiegato un altro suo compagno recluso. 

Non dicono più niente a nessuno, raccontano agli altri detenuti che lo stanno processando. Poi ieri qualcuno origlia una conversazione e scopre che è morto. I compagni avvisano la moglie a casa, lei chiama il CPR e nessuno le risponde”.

DUE MORTI NEI CPR DA INIZIO 2020

In meno di 10 giorni sono morti due migranti nei centri di permanenza e rimpatrio. A Caltanissetta, Aymen, un giovane tunisino di nemmeno 34 anni, è morto all’interno del Cpr di Pian del Lago, per non meglio specificate “cause naturali”, stando alle dichiarazioni della polizia. Secondo le testimonianze raccolte da LasciateCIEntrare, però, l’uomo stava male e non avrebbe ricevuto adeguate cure mediche. È stata disposta l’autopsia.

IN BREVE, CHE COSA SONO I CPR?

I Cpr sono Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) e seguono le disposizioni della legge Minniti-Orlando (decreto n. 13 del 17 febbraio 2017), riprese dal neo ministro dell’Interno Salvini. Il Decreto su immigrazione e Sicurezza del 5 ottobre 2018 introdotto dall’allora ministro Salvini, non (ancora) abrogato dal ministro Lamorgese prevede l’incremento dei giorni di trattenimento (da 90 a 180).

Nei Cpr vengono reclusi cittadini in attesa di essere rimpatriati pur non avendo commesso alcun reato penale.

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Photo credit: www.lasciatecientrare.it

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È la paura di parlare in pubblico: cos’è la glossofobia e come si combatte

Mar, 01/21/2020 - 12:12

Tra le 13 paure che tengono sveglie le persone di notte la fobia di parlare in pubblico – tecnicamente definita glossofobia – è la terza più comune. Il dato arriva da uno studio dell’organizzazione YouGov UK e mette in evidenza come questa paura, di cui si racconta soffrissero personaggi famosi come Barbra Streisand, Adele e Luciano Pavarotti, sia tutt’altro che rara e anzi piuttosto democratica, interessando circa 1 persona su 4.

Sudorazione e crampi, come in un attacco di panico

I sintomi ricordano quelli di un attacco di panico: aumento della frequenza cardiaca, sudorazione eccessiva, affanno, crampi alla pancia, giramento di testa, vomito e, in alcuni casi, anche svenimento.

Leggi anche: La “top five” delle paure degli italiani

Ecco come imparare a gestire la glossofobia

La buona notizia è che possiamo imparare a gestire la paura di parlare in pubblico attuando dei piccoli espedienti. A spiegarli è Massimiliano Cavallo, esperto di Public Speaking e autore del libro “Parlare in Pubblico Senza Paura”:

·       Provare il discorso più volte. “Può sembrare una regola banale, ma alla fine è anche la più disattesa”, sottolinea l’esperto. “Non basta leggere e rileggere le slide – precisa – ma è necessario provare il discorso nella stessa modalità che si userà poi realmente. Quindi, se l’intervento lo richiede, bisogna alzare la voce o abbassarla come se si avesse di fronte il pubblico”.

·       Prendere familiarità con il luogo in cui avverrà il discorso, magari andando a visitarlo in anticipo di qualche giorno.

·       Non leggere il discorso e non impararlo a memoria perché il più delle volte si finisce per sbagliare. “Una delle paure più diffuse è proprio quella di smarrire il filo del discorso, oltre a perdere in naturalezza, ecco perché non va imparato a memoria. Il discorso non va letto perché focalizzeremmo lo sguardo sul foglio anziché sul nostro pubblico. Se usi le slide scrivi poco testo; se parlerai a braccio, schematizza il tuo intervento in poche parole e appunti”, dice l’esperto.

·       Guardare la platea negli occhi. “Mai guardare nel vuoto o fissare le slide”, sottolinea Cavallo. “Bisogna cercare di guardare le persone negli occhi e, se l’aula è grande, guardarla a blocchi di persone”, aggiunge.

·       Alzare leggermente il volume della voce. “So che è difficile per chi ha paura di parlare in pubblico – sottolinea l’esperto – ma posso garantire che funziona. Se infatti la voce è più alta del solito, il cervello trasmetterà più sicurezza. Inoltre, con un volume di voce più alto sarà difficile sentire la voce che trema”.

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Una vita dentro l’automobile

Mar, 01/21/2020 - 10:34

Lo afferma il Global card scorecard di Inrix, la classifica che analizza mobilità e congestione urbana in 38 Paesi nel mondo.

Roma è al secondo posto dopo Bogotà, e basta arrivare al settimo posto per trovare Milano con 226 ore. Firenze è quindicesima con 195 ore, Napoli è diciassettesima e Torino ventiduesima con 167 ore.

Al terzo posto c’è Dublino con 246 ore e la città irlandese è anche quella con la velocità media più bassa dei veicoli nel centro cittadino: 9,5 chilometri orari. Si fa prima a piedi.

La classifica si riferisce al 2018 ma crediamo che non sia molto diversa la situazione nel 2019.

Commentando i dati il coordianatore nazionale dei Verdi Angelo Benelli ha dichiarato: «La quantità di auto circolanti in Italia è tra le più alte d’Europa e questa è anche una causa dell’emergenza sanitaria rappresentata dal superamento dei limiti di legge di Pm10 e i sindaci devono affrontare questo problema contestualmente alla trasformazione delle città a misura di trasporto pubblico».

Senz’altro meno auto significa meno smog e già questo sarebbe un ottimo inizio, inoltre siamo certi che risparmiare 10 giorni di vita facendo altro che stare seduti in macchina in coda possa innalzare il buonumore, ridurre lo stress e migliorare la vita di chiunque.

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Foto di Free-Photos da Pixabay

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I mattoni vivi che crescono e si illuminano

Mar, 01/21/2020 - 09:18

Delle magnificenze dei batteri abbiamo parlato spesso. Adesso, grazie ai ricercatori della University of Colorado Boulder, le loro virtù saranno applicate ai mattoni, resi così veri e propri organismi viventi, in grado di auto ripararsi, crescere, assorbire veleni o illuminarsi, grazie alla bioluminescenza. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Matter.

Batteri, sabbia e materiale gelatinoso saranno gli ingredienti per un mattone tra l’altro a ridotto impatto ambientale. Per quanto riguarda i primi, si tratta nel dettaglio di cianobatteri fotosintetici, del genere Synechococcus, coltivati su uno scheletro di gelatina e sabbia e mescolati a un mezzo di coltura. Le colonie di questi cianobatteri sono state usate per indurire la matrice di gelatina e sabbia, grazie alla loro capacità di precipitare il carbonato di calcio (a partire dagli ingredienti mescolati nel mezzo di coltura) e al tempo stesso renderla viva.

Vivi davvero

I mattoni in questioni sono da considerare a tutti gli effetti esseri viventi, che in condizioni di umidità vicine al 50%, in un mese circa, sopravvivono per un 9-14% del totale delle colonie batteriche, per continuare fino a tre generazioni il loro lavoro di batteri-mattone. Questo significa prima di tutto che, mettiamo il caso di un danno in facciata, basta fornire ai batteri i giusti nutrienti (matrice gelatinosa e sabbia) e loro si ripareranno riproducendosi.

Stiamo parlando per ora solo di un prototipo, che come detto ad esempio funziona solo in condizioni di elevata umidità. Per riuscire in condizioni più comuni, serviranno ancora nuove ricerche.

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La cura delle ferrovie a base di biometano

Mar, 01/21/2020 - 07:00

Il primo è rappresentato dalle sua formula: CH4. Una molecola di carbonio e quattro d’idrogeno. Quindi quando lo bruciamo per estrarre energia usiamo le quattro molecole d’idrogeno e “buttiamo” quella singola di carbonio – che in precedenza era sotto terra – creando gas serra. Ma non basta: il nostro CH4, infatti, ha anche un altro vizio. Se immesso direttamente nell’atmosfera ha un fattore di riscaldamento globale (GWP) pari a 28 su una scala di cento anni. Tradotto: un grammo di metano immesso nell’atmosfera senza essere utilizzato riscalda il Pianeta quanto 28 grammi di CO2. Quindi se valutiamo la filiera del metano fossile considerando sia la combustione sia le perdite potremmo arrivare alla conclusione, dati alla mano, che il risparmio sotto al profilo del riscaldamento globale non sia grande.

Tutto dipende dalla fonte

Se al posto del metano fossile parliamo di biometano le cose cambiano radicalmente. La formula è sempre la stessa, CH4, ma il bilancio molto diverso. La molecola di carbonio che ci avanza e che immettiamo nell’ambiente, infatti, era già presente nell’atmosfera ed è stata sequestrata dalla vegetazione che è alla base della filiera del biometano grazie al processo di fotosintesi, mentre le perdite sono molto inferiori visto che il nostro CH4 bio si sviluppa al chiuso in processi anaerobici – privi d’aria – e compie una strada molto meno lunga rispetto ai gasdotti del metano fossile che misurano spesso migliaia di chilometri. Il CH4 bio, infatti, è a filiera corta, viene prodotto vicino alle fattorie o alle fabbriche dove si lavorano gli scarti alimentari ed è distribuito spesso a poche decine di chilometri di distanza anche se si stanno realizzando compressori che consentono la distribuzione negli autoveicoli a ridosso della produzione. In un prossimo futuro, per esempio, potrebbe essere normale fare il pieno di biometano a ridosso del digestore e nei pressi dell’azienda agricola, andando a realizzare così una filiera di pochi metri.

Elettroni di riserva

Già, e della trazione elettrica cosa ci facciamo? La useremo di sicuro, ma come tutto ciò che ha a che fare con le sfide ambientali e climatiche la soluzione non sarà una sola. Se l’elettrico già oggi è maturo per la micro mobilità, dal monopattino allo scooter passando per la bicicletta elettrica, lo sarà a breve per le autovetture. Quando pensiamo alla mobilità pesante, come quella delle merci legata agli autocarri e a quella navale l’utilizzo dell’elettrico si allontana di molto. La fisica infatti è severa maestra. Per spostare mezzi di quella portata sarebbero necessarie grandi quantità di batterie che a loro volta pesano e consumano energia per essere messe in movimento. In pratica la densità energetica degli accumulatori è ben distante dal nostro CH4 che se impiegato nella sua versione bio permette a questi mezzi di muoversi in maniera rinnovabile con le stesse performance dei combustibili fossili.

Treno gasato

Ma c’è un altro mezzo che a sorpresa impiegherà il biometano: il treno. Il gas sostituirà gli elettroni? No, non è così. Un recente accordo tra Ferrovie dello Stato, Snam e Hitachi Rail, porterà in Italia la sperimentazione che punta alla conversione della flotta di motrici non elettriche che ora sono alimentate a gasolio. La sperimentazione partirà con la conversione di due motrici, successivamente saranno individuati altri mezzi. L’alimentazione potrà essere a metano liquefatto (LNG) oppure compresso (CNG). Si tratta di due tipi diversi di immagazzinamento della nostra molecola di CH4, la prima consente una maggiore autonomia visto che il gas ha una “densità” maggiore e quindi contiene più energia. E i vantaggi ci saranno già utilizzando la versione fossile del CH4 visto che saranno azzerate le polveri sottili e ridotte del 20% le emissioni di CO2. Il tutto considerando la parte finale della filiera del metano come abbiamo specificato. Successivamente, quando sarà pronta la filiera esclusiva del biometano le emissioni climalteranti saranno ridotte a zero. Senza contare l’aspetto economico. L’applicazione su larga scala di questa pratica consentirebbe alle Ferrovie dello Stato di risparmiare circa 2,5 milioni di euro sull’acquisto del carburante. La conversione delle motrici, intervento che non è particolarmente aggressivo, ne allunga anche il ciclo di vita diminuendo i costi ambientali che si dovrebbero sostenere nella realizzazione di nuove motrici. E in Norvegia puntano alle grandi distanze. C’è il progetto di biometanizzare la ferrovia più lunga della Norvegia, la Nordlandsbanen, che conta ben 700 chilometri, in zone non esattamente ospitali, mentre treni alimentati a bio CH4 stanno arrivando negli Stati Uniti e in Russia. Il motivo è semplice: per elettrificare queste linee bisogna sia creare l’infrastruttura aerea, sia quella di distribuzione dell’elettricità e in alcuni casi anche le centrali di produzione.

H2 in arrivo

Ma l’impiego del metano, anche bio, potrebbe aprire la porta anche ad altre soluzioni. Motrici elettriche potrebbero essere convertite a CH4 con la conversione delle nostre molecole di gas in elettricità attraverso delle celle a combustibile. Ciò consentirebbe ai mezzi ferroviari alimentati dagli elettroni “catturati” dalle linee aeree di muoversi con disinvoltura anche sulle linee non elettrificate, risparmiando le risorse economiche e ambientali che dovrebbero essere impiegate nella realizzazione delle linee elettriche aeree. Il tutto realizzando una sperimentazione per utilizzare idrogeno puro che altro non è che una molecola di CH4 divisa in due e senza il carbonio. L’H2. Fantascienza. Non esattamente.
Sulle linee ferroviarie tedesche, infatti, circola il primo treno esclusivamente a idrogeno dal cui scarico esce solo vapore acqueo. Certo, allo stato attuale l’utilizzo dell’idrogeno è ancora poco pulito, visto che oggi questo gas è al 99% prodotto da fonti fossili. In futuro sarà possibile usare, per la produzione dell’H2, energia elettrica da fonti rinnovabili che non viene utilizzata all’istante o stoccata nei sistemi d’accumulo.

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Parliamo di Realtà Virtuale (Video)

Mar, 01/21/2020 - 07:00

La realtà virtuale è la possibilità di vivere un’esperienza multisensoriale in un ambiente ricostruito al computer, diverso da quello in cui ti trovi fisicamente. Un inganno praticamente perfetto per il cervello umano!
Gli ambiti in cui si può applicare la realtà virtuale sono potenzialmente infiniti.

Intervista a Simone Salomoni, socio e uno dei fondatori di Vrums a Bologna, il primo centro in Italia per la realtà virtuale aperto al pubblico (nei prossimi giorni il video dedicato a loro).

Video di Martina De Polo e Francesco Saverio Valentino

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Blue Monday: oggi è il lunedì più triste dell’anno?

Lun, 01/20/2020 - 15:00

Nel 2010 una compagnia di viaggi, dopo ricerche e vari calcoli matematici, dichiarò che il terzo lunedì di gennaio è il giorno più triste dell’anno. Tutto falso, ma la notizia prese piede e da allora tutti i giornali “celebrano” questo giorno con articoli vari in cui si consiglia come sconfiggere la malinconia.

Poi a ben pensarci è vero che è lunedì, che siamo in inverno, che le vacanze di Natale ormai sono lontane e per arrivare a primavera ci vuole ancora un po’, insomma: non sarebbe strano essere un po’ tristi.

E allora via con i suggerimenti per sorridere anche oggi: il Messaggero consiglia di portarsi al lavoro il proprio cane: «Secondo una ricerca inglese della University of Lincoln, supportata da Purina le persone che portano spesso il proprio cane in ufficio hanno una maggiore soddisfazione nella gestione casa-lavoro (+14,9%), ad esempio nell’equilibrio tra impegni di lavoro e quelli familiari, e una superiore qualità di vita lavorativa (+16,9%)»

Oppure Leggo.it consiglia di farsi abbracciare, ottimo sistema in qualsiasi giorno dell’anno. L’Ansa l’anno scorso proponeva di andare a fare un viaggio di piacere (sembra proprio che il giorno dopo il Blue Monday sia quello in cui si registrano il maggior numero di prenotazioni).

Noi per rallegrarvi abbiamo pensato di raccontarvi un po’ di buone notizie.

Per esempio, lo sapevate che a Milano sta per partire la costruzione della strada fiorita più lunga del mondo? Si tratta di 3,5 chilometri, un corridoio lunghissimo di piante e fiori che parte dall’orto comune di Niguarda alla Cascina Centro Parco, due aree in cui sono già presenti circa 15 arnie, gestite dai cittadini volontari: insomma, più bellezza e più api.

Un’altra buona notizia arriva da Kursat Ceylan, un ingegnere ipovedente CEO e fondatore di un’associazione no-profit turca che si chiama “young Guru Academy” (YGA) che ha inventato un bastone collegato a Google Maps per rendere autonome le persone non vedenti.

E che dire di Irina Belaeva che a Messina con il nome di Irma riempie le buche delle strade con bellissimi mosaici?

Non siete convinti? Allora passiamo al confort food: pare che i migliori -oltre alla cioccolata, ovviamente – siano il classicissimo uovo sbattuto oppure pane burro e marmellata, oppure i più moderni pancakes con l’imprescindibile sciroppo d’acero. E sennò, lo dice la parola stessa: una bella fetta di Tirami su!

Buon Pink Monday a tutti!

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Foto di Magic Creative da Pixabay

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Open banking: I dinosauri non si accorsero che si sarebbero estinti

Lun, 01/20/2020 - 12:00

Da qualche mese è in corso una vera e propria rivoluzione nel mondo del banking e pochi ne parlano. Un vero e proprio stravolgimento nel nostro modo di intendere e “vivere” la banca.

Dal 14 settembre 2019 è, infatti, diventata operativa la nuova direttiva europea sui servizi di pagamento, anche detta Psd2 (Payment Services Directive 2) con cui si concretizza il concetto di open banking che avrà un impatto sconvolgente sulla nostra vita quotidiana e sul modo in cui gestiamo i nostri soldi.

Un passaggio fondamentale per creare condizioni di parità e un ambiente bancario più democratico, per aumentare la concorrenza e l’innovazione nel mercato tra gli Stati membri, per rafforzare la protezione dei consumatori e migliorare la sicurezza dei pagamenti su internet e l’accesso al conto. E non è solo teoria.

Cercherò di spiegarlo con parole semplici e per tale motivo ne ho parlato con Marie Johansson, Country manager Italia di Tink, la piattaforma svedese di open banking che è arrivata da poco nel nostro paese con una dotazione di oltre 33 milioni di clienti finali in tutta Italia. Praticamente i dati finanziari di metà della popolazione tricolore sono ora gestiti da Tink. L’open banking è una condivisione dei dati tra i diversi attori dell’ecosistema bancario, naturalmente autorizzata dai clienti.

Per esempio, oggi se hai due conti in due banche diverse devi esaminarli e gestirli separatamente perché i due sistemi sono incompatibili. Non si leggono.

Grazie all’open banking un operatore come Tink sarà in grado di aggregare e gestire i dati (ad esempio le carte di credito) su un’unica dashboard. Non solo, ma vengono anche messi a disposizione strumenti che analizzano il comportamento di spesa, trovano offerte competitive per i servizi e permettono di spostare denaro da un conto all’altro con un clic.

Come cliente potrai avere una idea esatta della tua economia senza passare per password, chiavette e lunghe telefonate con snervanti operatori di call center. Pensiamo per un attimo all’odissea che vive un cittadino che vuole richiedere un finanziamento: documenti, attestati, dichiarazioni, quintali di carte per dimostrare la sua affidabilità.

L’open banking permette di superare tutto ciò perché consente di fornire queste informazioni in maniera digitale offrendo, per esempio, ai finanziatori un accesso una tantum a 12 mesi di movimentazioni bancarie. Un metodo più sicuro e più preciso che potrà fornire anche informazioni più “sottili” sulle entrate e sulle spese. Ci dirà se non hai lavorato per alcuni mesi o se sei stato all’estero per un lungo periodo. Oppure se la tua dichiarazione dei redditi è veritiera.

Per gli operatori finanziari invece il vantaggio sta nel fatto che possono finalmente avere un’idea chiara di ciò che serve al proprio cliente e quindi produrre offerte mirate o comunque più vantaggiose. La direttiva, in sintesi, porta trasparenza nel campo della concorrenza.

Ma chi ne approfitta? Chi coglie il vantaggio competitivo derivante dalla nuova normativa? Perché la vera essenza del cambiamento non sta nelle piattaforme di open banking, nello strumento, quanto piuttosto negli attori che governeranno questi processi.

Perché oltre agli attori classici, le banche tradizionali per intenderci, la direttiva europea ha stabilito che queste informazioni complete possono essere trasmesse anche a soggetti terzi (fin-tech, operatori e-commerce e start up) che possono così entrare nel mercato finanziario superando le “pesantezze” della burocrazia e dell’infrastruttura tipica delle banche tradizionali, e creare nuovi prodotti e servizi moderni orientati alle esigenze dei clienti.

E, udite udite, i nuovi players (Google, Yahoo, Amazon, ecc…) non hanno bisogno delle autorizzazioni delle banche tradizionali per accedere ai loro dati. Per ottenere questo accesso è necessario essere un soggetto accreditato ed ottenere solo l’ok del singolo consumatore-cliente per interrogare i suoi dati.

I dati forniti devono essere veritieri e trasparenti, non possono essere filtrati dai singoli istituti di credito. Sono obbligati a fornire dati “puliti” che, attraverso poi l’intelligenza artificiale e il machine learning, possono offrire ulteriori spunti di analisi ed essere restituiti al consumatore finale sotto forma di informazioni semplificate.

Secondo quanto riferitomi da Marie Johansson, in Italia le banche vedono in generale l’open banking come un’opportunità. Basti pensare che da una loro ultima indagine risulta che 4 banche su 5 ritengono che il settore stia subendo una trasformazione significativa (ma davvero?) e il 57% delle stesse avverte una vera e propria urgenza (ma va là?) nel vedere introdotti nuovi servizi basati sull’open banking.

Ma mentre loro avvertono solo l’urgenza ma sono lenti a reagire e a ragionare “diverso”, c’è chi, lo abbiamo visto, è molto più smart nelle decisioni e vince! Tra poco tutto sarà nelle mani del consumatore. Prima si entrava in una banca ed eri obbligato ad acquistare in quel santuario ogni servizio, ma da ieri la situazione è differente perché attraverso soluzioni innovative volte a una customer experience vera è possibile paragonare i servizi offerti da tutti gli attori in campo e confrontare soprattutto le diverse offerte

Come diceva Bill Gates nel 1990, «il banking è necessario, le banche no».

Trenta anni fa sembrava una follia, oggi è realtà.

Foto di Insa Osterhagen da Pixabay

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Super batteri: con i nuovi antibiotici si eviterebbero 3000 morti all’anno in Italia

Lun, 01/20/2020 - 11:48

Grazie ai nuovi super-antibiotici, alcuni già esistenti e altri in attesa di approvazione, in Italia si potrebbero evitare circa 3000 morti all’anno. A spiegarlo sono gli esperti riuniti al convegno organizzato a Genova dalla Fondazione Internazionale Menarini per fare il punto sull’antibiotico-resistenza.

Secondo recenti studi clinici i nuovi super-antibiotici permetterebbero infatti di ridurre le morti causate dai super batteri dall’attuale 50-55% al 10-15%: una diminuzione di un terzo che equivarrebbe a evitare circa 3000 morti all’anno nel nostro Paese, che attualmente detiene il primato europeo per numero di morti per antibiotico-resistenza – su 33 mila decessi che avvengono in tutta Europa per infezioni causate da batteri che resistono agli antibiotici, ben 10 mila avvengono in Italia.

leggi anche: Infezioni antibiotico-resistenti: Italia prima in Europa per numero di casi e di morti

Problemi economici e poca ricerca

Gli esperti spiegano però che purtroppo alcuni di questi antibiotici fanno fatica ad arrivare ai pazienti: “Alcune di queste molecole sono già state approvate dalla Food and Drug Administration (Fda) e dall’Agenzia Europea dei Medicinali (Ema), però trovano un ostacolo all’utilizzo nella pratica clinica, per una serie di ragioni, anche economiche”. C’è poi un problema di scarsa ricerca: sono soltanto 12 nel mondo le nuove molecole in fase avanzata di sviluppo clinico nel campo dell’antibioticoterapia, a fronte delle oltre 700 in oncologia.

“Antibiotico-resistenza minaccia immediata”

Secondo Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, la minaccia dell’antibiotico-resistenza non è mai stata più immediata e la necessità di soluzioni più urgente. E poiché, spiega, il calo degli investimenti privati e la mancanza di innovazione nello sviluppo di nuovi antibiotici stanno minando gli sforzi per combattere le infezioni, “abbiamo bisogno che i Paesi e l’industria farmaceutica intensifichino e contribuiscano con finanziamenti sostenibili e nuovi farmaci innovativi“.

Leggi anche: Prescrizione di antibiotici: Italia al secondo posto tra i Paesi Ocse

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Obesità infantile, Trump cancella la dieta per le scuole voluta da Michelle Obama

Lun, 01/20/2020 - 11:18

Il dubbio che la coincidenza temporale con il suo compleanno non sia solo casuale ha sfiorato molti. E’ proprio in occasione del 56esimo compleanno della ex first lady degli Stati Uniti d’America Michelle Obama che l’attuale presidente degli Usa Donald Trump ha deciso di fare dietrofront sulle linee guida nutrizionali per le mense scolastiche per cui tanto la signora Obama si era battuta, cancellando l’Healthy, Hunger-Free Kids Act voluto nel 2010 proprio dalla ex first lady per combattere l’obesità tra bambini e adolescenti.

L’Healthy, Hunger-Free Kids Act

La normativa puntava a introdurre nelle mense scolastiche un’alimentazione più sana, tagliando i grassi e il sale dal menu. Ora Trump azzera tutto, riducendo l’offerta di frutta e verdura per lasciare spazio a “cibi più tradizionali” come hamburger e patatine.

Leggi anche: Scuola, datemi una mensa e cambierò il mondo

Sì agli hamburger, anche come snack

Le nuove norme proposte dal Dipartimento dell’Agricoltura prevedono maggiore autonomia scolastica nella scelta di quanta frutta offrire e quali tipi di verdure includere nei pasti, e nella possibilità di ampliare anche ciò che riguarda l’offerta degli “snack“, ovvero i cosiddetti spuntini. «Le scuole e i distretti scolastici continuano a dirci che c’è ancora troppo spreco di cibo e che è necessaria una maggiore flessibilità e buon senso per fornire agli studenti pasti nutrienti e appetitosi», ha dichiarato Sonny Perdue, segretario dell’United States Department of Agriculture (USDA). «Ne abbiamo preso atto e ci stiamo mettendo al lavoro».

I nutrizionisti dissentono

Le aziende alimentari hanno applaudito alla proposta, mentre i nutrizionisti hanno dissentito dall’iniziativa poiché, spiegano, con le nuove regole è molto alto il rischio che cibi ricchi di amido come le patate andranno a sostituire le verdure “verdi“, che per la maggior parte dei bambini e dei ragazzi risultano meno appetitose ma che sono molto importanti per la lotta all’obesità infantile, e che cibi poco salutari come gli hamburger verranno addirittura serviti come snack, ovvero come spuntini spezza fame.

La lotta all’obesità infantile di Michelle Obama

La lotta contro l’obesità infantile è stata una delle più importanti battaglie della ex first lady, che si è battuta su diversi fronti: per l’aggiornamento degli standard federali sulla nutrizione e per portare cibi più sani all’interno delle scuole; nel creare un orto nel giardino della Casa Bianca invitando ogni anno gruppi di studenti a seminare e a raccogliere; nel mettere a punto la prima Task Force sull’obesità infantile e nello sviluppare la campagna “Let’s Move!” che mirava a convincere i bambini a impegnarsi in 60 minuti di attività fisica ogni giorno.

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Più chirurghe di chirurghi

Lun, 01/20/2020 - 10:46

Non ci esaltiamo troppo: i primari rimangono comunque sempre più maschi che femmine.

Però qualcosa si muove nell’universo della chirurgia finora prevalentemente composta da medici maschi.

Nell’immaginario le donne in ospedale ce le siamo sempre immaginate praticamente solo come infermiere e se le pensavamo in sala operatoria erano quelle figure un po’ defilate che passano gli strumenti al grande eroe chirurgo perché compia il miracolo della guarigione.
Come medici le abbiamo incontrate nei reparti di medicina interna, pediatria.

Le cose stanno cambiando, e in fretta.

Scrive Michele Bocci su Repubblica: «L’anno scorso le donne si sono aggiudicate il 57% delle borse, mentre tra il 2008 e il 2015 il dato è stato del 48%. I numeri salgono al 61% nella chirurgia toracica e al 76% nella ginecologia. Gli uomini continuano a prevalere in cardiochirurgia, neurochirurgia e ortopedia ma è solo questione di tempo. Già adesso, se si prende il totale delle borse assegnate l’anno scorso, il rapporto è di 4.000 a 2.800. Nella gran parte delle specialità non c’è partita. Ad esempio in oncologia, medicina d’urgenza, anestesia e geriatria le donne sono al 65%.»

La specializzazione in chirurgia per una donna richiede un impegno maggiore, ne parla Maria Gabriella Coppola, responsabile in Campania di Anaao giovani, il sindacato con più iscritti tra gli ospedalieri: «È una specialità che ha carichi di lavoro imprevedibili. Sicuramente si tratta di un trend che dà il segno di trasformazioni che investono la società. Ci sono fattori personali, economici e culturali che iniziano a produrre effetti anche sulla professione medica».

In controtendenza i presidenti degli ordini provinciali sono praticamente tutti maschi: 094 contro 11. E la stessa frequenza si verifica anche tra i primari.

Ma è solo questione di tempo…

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Foto di Angelo Esslinger da Pixabay

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Rifiuti erranti, la colpa è della politica

Lun, 01/20/2020 - 10:19

L’Italia ha prodotto nel 2018 30,2 milioni di tonnellate di rifiuti urbani: 600mila più dell’anno precedente. Di questo oceano di rifiuti, 2 milioni di tonnellate sono stati trattati in Regioni diverse da quelle che le avevano prodotte. Il dato è stato diffuso da Utilitalia, Associazione che riunisce le imprese ambientali, idriche ed energetiche italiane.

L’avversione politica ai termovalorizzatori

Il Nord ha preso 1,7 milioni di tonnellate dal Centro Sud, e le ha smaltite garantendo il limite massimo del 10% in discarica che l’Unione Europea ci ha imposto come obiettivo per il 2035. A livello nazionale però, oggi siamo ancora oltre il 20%. Per il Nord questo è possibile grazie agli impianti di termovalorizzazione, che invece le regioni del Centro Sud (soprattutto per le pressioni sul tema fatte dai Cinque Stelle) non vogliono. Ma non solo: dietro questo sistema sbagliato, si nascondono anche le cause dei sempre più frequenti roghi dolosi – in Lombardia come nel resto d’Italia – appiccati agli impianti di smaltimento.

Il paradosso

Di conseguenza il fenomeno molto italiano dei rifiuti in viaggio dal Lazio alla Toscana ma anche dalla Campania alla Puglia continua. Si tratta di 104mila viaggi di camion – quindi su ruota: molto impattanti – l’anno, per un totale di 37 milioni di chilometri percorsi, 75 milioni di euro di costo e 11mila tonnellate di CO2 emessa in quello che è già il Paese europeo con il più alto numero di morti precoci per inquinamento dell’aria. Il paradosso sta nell’effetto di una politica che – rifiutando i termovalorizzatori perché ritenuti troppo inquinanti – aumenta invece le emissioni inquinanti totali. Inoltre, naturalmente, questi viaggi hanno un costo che paga il contribuente, attraverso la Tari.

Naturalmente, come è il caso soprattutto per Roma, la mancata gestione dei rifiuti non dà solo perdite economiche dirette, ma anche indirette, a causa ad esempio dell’effetto sul turismo per una città dove spesso anche passeggiare sui marciapiedi è impossibile.

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Che fine ha fatto il referendum contro i pesticidi nel Prosecco?

Lun, 01/20/2020 - 07:00

A Novembre 2019 ci doveva essere un referendum per votare sull’uso dei pesticidi chimici nella coltivazione dell’uva per il vino Prosecco. Poi qualcosa è andato storto e, forse, pare, si dice, si potrebbe votare a novembre 2020.
Seconda parte della nostra lunga e tostissima intervista a Gianluigi Salvador.

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Guarda anche:
Il prosecco biologico senza pesticidi
Colli puri dai pesticidi. A Collalbrigo (Conegliano, Treviso)!

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SunUp: il pannello solare pieghevole per sportivi ed escursionisti

Lun, 01/20/2020 - 07:00

SunUp potrebbe davvero semplificare (o persino salvare!) la vita a tantissimi escursionisti rimasti senza batterie. Realizzato dal giovane designer inglese Bradley Brister, al momento esiste soltanto in versione di prototipo su uno zaino su cui è stata montata una superficie di pannelli solari flessibili. In realtà, però, si può montare su tante altre attrezzature e permette di ricaricare sempre e ovunque qualsiasi dispositivo elettronico dotato di batterie. L’energia viene catturata dai pannelli solari anche camminando o facendo sport e viene poi immagazzinata in una batteria, pronta per l’uso.

Gli over 16 che nel Regno Unito praticano attività fisica fuori città sono circa 24 milioni (dati 2014 dell’Associazione delle imprese dell’outdoor). Una bella cifra, circa il 58% dell’intera popolazione, che pare sia destinata a crescere. Tutte persone in cerca di momenti di svago, lontani dallo stress dei grandi centri urbani. Tutte persone che, salvo eccezioni, sicuramente portano con sé una serie di dispositivi elettronici. Lo smartphone, o comunque, un cellulare, che non può mancare nello zaino di un escursionista: molti lo utilizzano per scattare foto da postare real time sui profili social, ma la prima funzione resta quella di orientarsi e di poter chiamare i soccorsi in caso di emergenza. Negli anni, tuttavia, la capacità delle batterie degli smartphone è rimasta pressoché la stessa. Quando il cellulare si scarica e non si ha a disposizione una presa di corrente si ricorre ad una powerbank, una batteria portatile, che però ha essa stessa bisogno di essere ricaricata e non riesce ad incamerare comunque una quantità di energia soddisfacente. I vari connettori che permettono di collegarsi alla batteria della propria auto sono spesso un’alternativa valida… ma non per gli escursionisti partiti a piedi o che si spostano con altri mezzi di trasporto. Inoltre, al cellulare possono sommarsi altri dispositivi che, ad un certo punto, si scaricano. Secondo i dati forniti dal progetto, in media gli escursionisti portano con sé almeno tre dispositivi elettronici. Come avere a disposizione una fonte di energia ovunque e in qualsiasi momento?

Da questi presupposti prende vita la sperimentazione di Bradley Brister. Non è la prima volta che si pensa ai pannelli fotovoltaici per alimentare device elettronici portatili, alcuni sono già dotati di minipannelli ma non è abbastanza. Finora sostanzialmente la discussione ruotava attorno a due opzioni. La prima sono i pannelli solari rigidi in silicio mono/policristallino, che offrono un’efficienza abbastanza alta e una percentuale di conversione di energia al 21%, ma sono molto fragili, si rompono facilmente. La seconda sono i pannelli flessibili in silicio amorfo, che si possono integrare più facilmente sulle attrezzature ma hanno un’efficienza del 7% in media. Questa seconda soluzione, per intenderci, è quella visibile spesso sui camper, anche perché relativamente economica.

Il progetto SunUp e i test che hanno portato al prototipo attuale, in collaborazione con North Face, hanno come obiettivo quello di trovare una via di mezzo tra le due alternative, combinando i vantaggi dei pannelli rigidi a quelli dei pannelli a film sottile. La flessibilità, ovviamente, è una delle prerogative ed è stata raggiunta creando una superficie di pannelli interconnessi, come tessere di un mosaico che si muovono liberamente in caso di impatti o caduta dell’attrezzatura (lo zaino North Face, nel caso del prototipo). Questa struttura permette anche di sfruttare una parte molto estesa della superficie su cui i pannelli vengono ancorati; tra un pannello e l’altro le cerniere che fungono da connettori evitano che nel tempo i fili si degradino e creino problemi, ma in caso di malfunzionamento di un singolo pannello è possibile sostituirlo senza cambiare totalmente la struttura.

Al momento il prototipo non è ancora in commercio, ma ha superato i test e funziona benissimo. Con una potenza di 15 W ricarica in 12 ore la batteria integrata da 4000 mAh. I test sono stati effettuati su uno zaino, l’elemento che per un escursionista può rivelarsi il più comodo per immagazzinare energia camminando; trattandosi appunto di una struttura flessibile, si può comunque posizionare sull’attrezzatura sportiva più esposta ai raggi del sole. Brister stesso ha sperimentato durante un’escursione in kayak mentre si trovava in Svezia la scorsa estate e ha postato un’immagine sul suo profilo Instagram.

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