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“Perché le ragazze vanno al bagno in due?”

Dom, 01/19/2020 - 11:00

“Perché voi ragazze andate sempre in bagno in due?”, ci avete chiesto in tantissimi, in più di una fase della vita. E, per quanto abbiamo provato a spiegarvelo, no: non vi è ancora chiaro.

Se un uomo si alza da tavola a una cena, l’amico non dice “vengo anch’io”. Il bagno è il luogo dell’intimità; e l’intimità noi donne la raggiungiamo con innata naturalezza. Per gli uomini, tendenzialmente, è un processo più complesso. 

Al di là delle declinazioni dei singoli casi – e al netto del rischio insito in ogni generalizzazione – si può dire che noi ci prendiamo tempo e spazio per analizzare e condividere emozioni e sentimenti. Andare a “incipriarci il naso” ci fornisce uno spazio comodo per commentare la serata e la compagnia, oltre a un tempo più dilatato di quanto non serva per un sintetico “Hai visto che bona?”.

Prima di chiederci se queste siano argomentazioni sessiste – e non “sessiste all’incontrario”, come dice qualcuno: il sessismo è tale in entrambe le direzioni – è il caso di citare una lezione ormai divenuta famosa sulla connessione tra mente e corpo, tenuta alla Stanford University dal Direttore del Dipartimento di Psichiatria.

“Una delle cose migliori che un uomo possa fare per il suo benessere e la sua salute è sposarsi con una donna” – ha esordito il Prof.  “Mentre, per una donna, la cosa migliore è coltivare i rapporti con le sue amiche”.
Se con tale apertura ad effetto ha conquistato in breve l’attenzione e il sorriso dei più, ha proseguito rapidamente dimostrando quanto il discorso avesse basi del tutto credibili.

Le donne, infatti, si relazionano tra loro in modo diverso dagli uomini, condividendo profondamente i sentimenti. Tale modalità crea, poi, sistemi di supporto molto utili in caso di stress o di difficili esperienze di vita. 
“Il tempo dell’amica” – ha continuato il relatore – “stimola la produzione di serotonina, un neurotrasmettitore che contrasta la depressione e contribuisce a determinare un positivo supporto per il benessere e la salute. Gli uomini, al contrario non hanno questo vantaggio, perché nelle loro amicizie quasi sempre limitano la condivisione ad attività concrete o superficiali.”

“L’approccio femminile è più profondo” – ha concluso – “ed è un atteggiamento molto positivo per il benessere e la salute. Trascorrere del tempo con un’amica, per una donna, è utile quanto fare jogging o ginnastica in palestra.

Comunemente si pensa che un’attività fisica apporti concreti benefici nostro corpo. Ma la mancata creazione e mantenimento di positive relazioni con altre persone può essere pericoloso per la salute fisica quanto il fumo”. 

Rivolgendosi alle donne presenti, ha quindi chiosato: “Ogni volta che condividete del tempo con un’amica, datevi una pacca sulla spalla e congratulatevi con voi stesse: avete fatto un’ottima cosa per la vostra salute.”

Alla luce di tale illuminante lezione – oltre alla tentazione di chiedere al Prof. se anche lui, a casa, quando suona il telefono, lo passi alla moglie dicendo “rispondi tu, perché tanto è per te” – la domanda, allora, potremmo farvela noi.

“Ma perché non andate mai in bagno in due?”. Oltre alla paura o del sospetto nei confronti dell’omosessualità – atavica e negli anni 2000 anche abbastanza ridicola, fatevelo dire – non sarà invece paura di andare in profondità?

D’altra parte, ci sarà un motivo se da adolescenti noi ci prendiamo per mano, per andare in bagno, e voi siete nei campi a fare a gara a chi la fa più lontano…

Però poi si cresce, eh. Si cresce.

Immagine di Angela Prati

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Jakarta affonda, sarà spostata. Si teme per la foresta pluviale

Dom, 01/19/2020 - 07:00

Spostare una capitale è un’impresa titanica anche solo in un gioco di ruolo, eppure l’Indonesia da decenni è costretta a valutare quest’ipotesi. Giacarta – con i suoi 11 milioni di abitanti – sta affondando di ben 25 centimetri ogni anno. I cambiamenti climatici accelerano il processo, ma il vero motivo è l’estrazione smodata di acqua dal sottosuolo, protratta per anni. Il 40% della capitale, che si trova sulla costa nord-occidentale dell’isola di Giava, si trova al di sotto del livello del mare. Recentemente è stato annunciato il progetto che ne prevede lo spostamento ad oltre 1000 km di distanza entro il 2024. Ma l’area individuata ospita una foresta pluviale.

Milioni di persone, traffico e inondazioni: Giacarta sarà spostata

Iniziamo dai dati attuali. Giacarta è una delle zone più densamente popolate di tutto il Pianeta, la popolazione ufficiale è di 10,5 milioni di persone ma in realtà dobbiamo parlare di ben 30 milioni di persone, se consideriamo il raggio di tutta l’area metropolitana. Più della popolazione dell’Australia intera. Il fatto che la capitale si trovi al di sotto del livello del mare significa affrontare allagamenti praticamente ogni anno; a questo si somma un impatto delle calamità naturali sempre più accentuato a causa dei cambiamenti climatici, appunto. Oltre a questo gli abitanti devono vedersela con il traffico e le code chilometriche che generano non soltanto stress ma anche perdita di produttività e, quindi, perdita economica.

L’annuncio ufficiale dello spostamento di Giacarta è stato dato dal presidente Joko Widodo, che dopo anni di tentennamenti ha scritto questa rischiosissima pagina di storia. Secondo alcuni è una palese bandiera bianca di resa di fronte ad una città impossibile da rimettere in piedi, ma il presidente stesso ha ribadito che, in ogni caso, la città resterà il centro commerciale e finanziario del Paese, ovunque si troverà. Saranno le persone a spostarsi per salvare la città, ma serve molto denaro per un’operazione simile: le stime parlano di circa 33 miliardi di dollari Usa. Soltanto il 19% sarà denaro dello Stato, per il resto Jokowi pensa all’intervento dei privati e a partnership pubblico-privato. La costruzione effettiva della nuova Giacarta dovrebbe iniziare nel 2021, mentre lo spostamento effettivo delle persone dovrebbe avvenire nel 2024, al termine del secondo mandato del presidente, su cui comunque rimane una certa aura di affidabilità grazie alle somme di denaro altrettanto cospicue già stanziate in precedenza dal suo governo e destinate alle infrastrutture.

Una nuova capitale al centro dell’Indonesia… su una foresta?

Giacarta merita tutto questo denaro e quest’attenzione soprattutto per il Pil che genera. Il territorio prescelto su cui sorgerà è molto più ampio di quello attuale e meno popolato, oltre che poco produttivo. Ne vale la pena, insomma, almeno sulla carta. Inoltre, si trova proprio al centro dell’Indonesia e sembra un meraviglioso hub potenziale da cui irradiare ricchezza e progresso al riparo da ogni disastro ambientale.

Ma proprio l’ambiente potrebbe rivelarsi il tasto dolente di tutto il progetto. Ha senso spostare una capitale dove sorge una foresta? Quali conseguenze porterà?

La zona individuata ospita una foresta pluviale e si trova nei pressi delle città di Balikpapan e Samarinda. 180 mila ettari di terreno sono già proprietà del governo, vale a dire quelli tra i distretti di Penajam Paser e Kutai Kertanegara, provincia del Kalimantan Orientale, Borneo. Indubbiamente è una zona relativamente sicura: al centro dell’Indonesia, la nuova capitale non dovrebbe rischiare allagamenti, terremoti, eruzioni vulcaniche o calamità simili, a meno che le conseguenze estreme dei cambiamenti climatici non diventino davvero catastrofiche in futuro.
Ma quella foresta non è una foresta qualsiasi. È considerata la più grande foresta pluviale dell’intera Asia, già messa a dura prova dal taglio continuo di alberi e dalle attività minerarie. Portare in questa zona migliaia di persone accentuerebbe la deforestazione selvaggia. Il governo, naturalmente, rassicura rispetto ai positivi impatti sull’ambiente di ogni mossa: le foreste protette saranno salvaguardate e il 10% della nuova Giacarta sarà composta da spazi verdi. Anzi, la città intera sarà realizzata seguendo il concetto di “forest city”, ma si tratta di promesse su cui gli occhi degli ambientalisti sono puntati nella speranza che vengano mantenute. Giacarta, in effetti, potrebbe diventare un esempio virtuoso dell’applicazione dei principi della sostenibilità a cui aspira ogni città; tuttavia, la zona prescelta è alquanto a rischio, basti pensare agli incendi che sistematicamente divampano ogni anno proprio nella foresta in questione e che, con tutta probabilità, al crescere della presenza umana, cresceranno altrettanto.

Il governo pare aver tenuto conto di tutte le criticità, non a caso lo stesso centro amministrativo del Paese sarà spostato al centro del problema, nella nuova capitale, in modo che il monitoraggio avvenga direttamente sul posto e si possa agire con tempestività in caso di pericolo. Alcuni cronisti aggiungono, a difesa del governo, che Balikpapan, la città vicino alla quale sorgerà la nuova Giacarta, è la più vivibile di tutta l’Indonesia: la capitale non sarà spostata nel mezzo di una foresta desolata ma in un luogo già popolato da 700 mila persone. Da decenni questo spostamento era nell’aria, al presidente Jokowi va dato atto del coraggio di renderlo realtà. È un progetto rischioso, potrebbe essere un fallimento colossale come un successo senza precedenti. D’altra parte, senza assumersi qualche rischio si potrebbe forse raggiungere un traguardo tanto ambizioso?

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La storia di Curitiba

Sab, 01/18/2020 - 15:00

Pubblicavamo questo articolo nel Cacao della Domenica il 15 luglio del 2001, sconcertati dal fatto che la storia di Curitiba fosse sconosciuta ai più. Ancora oggi a raccontarla siamo in pochissimi, e ci piace riproporvela a dimostrazione che cambiare si può con un po’ di buona volontà, furbizia e idee illuminate.

Curitiba non è una piccola comunità alternativa. E’ una città di quasi 2 milioni e mezzo di abitanti. Si trova nel sud del Brasile. Non si tratta neanche di una storia nuova: va avanti da 50 anni. Nel 1971, in piena dittatura, una serie di casualità portarono alla designazione di Jaime Lerner come sindaco della città. Lo avevano scelto perché era un inoffensivo esperto di architettura. Un trentatreenne che non si era mai impegnato politicamente e che sembrò l’ideale per mettere d’accordo le diverse fazioni al potere.

Jaime Lerner ci mise un po’ a organizzarsi e nel 1972 decise di creare la prima isola pedonale del mondo. Sapeva di avere contro buona parte della città. I commercianti erano terrorizzati dall’idea che i loro affari fossero danneggiati dal divieto di accesso al centro delle auto. E gli automobilisti odiavano l’idea di dover andare in centro a piedi.

I maligni dicono che aveva paura che la sua iniziativa fosse bloccata con un esposto in tribunale. Resta il fatto che i lavori iniziarono proprio un venerdì, un’ora dopo la chiusura del tribunale.
Un’orda di operai invasero il centro della città e iniziarono a sistemare lampioni e fioriere, ripavimentare le strade e scavare aiuole piantandoci alberi. Lavorarono ininterrottamente per 48 ore. Quando il primo contingente crollò stremato fu sostituito da un secondo battaglione di operai e andarono avanti così. Il lunedì mattina quando il tribunale riaprì, i lavori erano finiti. Crediamo che nella storia del mondo nessuna opera pubblica fu mai realizzata altrettanto velocemente.

I cittadini di Curitiba se ne stavano a bocca aperta. Erano state piantate migliaia di piante fiorite. Una cosa mai vista. E la popolazione si mise a strappare tutti i fiori per portarseli a casa. Ma Lerner lo aveva previsto e già erano pronte squadre di giardinieri che sostituivano immediatamente le piante.
Ci vollero un po’ di giorni ma alla fine i cittadini smisero di rubare i fiori.
I commercianti si accorsero che il centro cittadino trasformato in un salotto eccitava le vendite. E quando il sabato successivo un corteo di auto dell’Automobil-club tentò di invadere l’isola pedonale si trovò nell’impossibilità di farlo perché migliaia di bambini stavano dipingendo grandi strisce di carta che coprivano buona parte della pavimentazione.
Da allora tutti i sabati i bambini della città si ritrovavano nell’isola pedonale a coprire di disegni meravigliosi enormi rotoli di carta stesa per terra.

La seconda operazione di Lerner fu quella di creare un sistema di trasporti rivoluzionario con strade principali riservate agli autobus e particolari rampe coperte (da tubi trasparenti) che portavano il marciapiede sullo stesso piano dei mezzi pubblici, permettendo ai passeggeri di salire sull’autobus senza fare scalini e quindi più rapidamente.
Queste rampe e davano la possibilità di accedere ai trasporti pubblici anche a chi era su una carrozzina a rotelle. Particolare attenzione fu data ai collegamenti con i quartieri poveri della città, furono acquistati autobus composti di 3 vagoni, con porte più grandi che si aprivano in corrispondenza delle porte scorrevoli delle rampe coperte. Per tagliare i costi e i tempi furono anche aboliti i bigliettai e si decise di fidarsi del fatto che se i trasporti funzionano veramente bene i cittadini pagano volentieri il biglietto. Grazie a queste innovazioni i tempi di percorrenza degli autobus di Curitiba sono tre volte più veloci e trasportano in un’ora tre volte il numero dei passeggeri, con un rapporto tra il denaro investito e i passeggeri trasportati superiore del 69%. Praticamente avevano creato una straordinaria metropolitana a cielo aperto.

Le autovie di Curitiba trasportano 20mila passeggeri all’ora (più di quanti viaggino sui mezzi pubblici di New York). Gli autobus percorrono ogni giorno una distanza pari a 9 volte il giro del mondo. Rio ha una metropolitana che trasporta un quarto di passeggeri e costa 200 volte di più.

Grazie a questa gestione oculatissima dei costi le linee di trasporto si autofinanziano con il solo costo dei biglietti, ammortizzano i costi di un parco mezzi costato al tempo 45 milioni di dollari, offrono utili alle 10 imprese che hanno in appalto il servizio e remunerano il capitale investito con un tasso di profitto del 12% annuo. L’autorizzazione rilasciata ai gestori del servizio è revocabile all’istante.

Le banche, restie a collaborare con altre amministrazioni locali sono ben disponibili a prestare denaro al comune di Curitiba. I trasporti sono talmente efficienti che nel 1991 un quarto degli automobilisti della città aveva rinunciato a possedere un’auto e che il 28% dei passeggeri pur possedendo un auto preferiva non usarla. E questo nonostante il traffico sia molto scorrevole e gli ingorghi sconosciuti.

A questo rifiuto di massa dell’auto contribuiscono anche 160 chilometri di piste ciclabili. Iniziare la riforma della città dai trasporti per Lerner era fondamentale perché egli teorizza che nulla influenza più rapidamente la coscienza dei cittadini quanto l’efficienza dei mezzi pubblici.

Ma la riforma non si è fermata ai trasporti.
Il problema delle baraccopoli e della miseria è stato affrontato trovando sistemi semplici in grado di offrire effetti positivi immediati e un cambiamento radicale della cultura a lungo termine. È la fantasia delle soluzioni quello che stupisce di più. Sembrano pazze ma contengono un’efficienza enorme. Ci sono servizi di distribuzione quotidiana di pasti gratuiti. Sono state costruite 14mila case popolari. Ma si è agito anche distribuendo piccoli pezzi di terra per orti e per costruire case.
I materiali di costruzione vengono acquistati con un finanziamento comunale a lungo termine ripagato con rate mensili pari al costo di 2 pacchetti di sigarette. Ogni nuova casa riceve poi in regalo dal comune un albero da frutta e uno ornamentale. Il comune offre anche un’ora di consulenza di un architetto che aiuta le famiglie a costruirsi case più confortevoli e armoniose. I quartieri poveri di Curitiba sono i più belli del mondo.

Esiste un servizio di camioncini che girano per la città scambiando 2 chili di immondizia suddivisa con buoni acquisto che permettono di acquistare un chilogrammo di cibo (oppure quaderni, libri o biglietti per gli autobus). Così il 96% dell’immondizia della città viene raccolta e riciclata. Il che ha permesso di risparmiare milioni di dollari per costruire e gestire una discarica. Attraverso la pulizia della città e una migliore alimentazione della popolazione povera si è ottenuto un netto miglioramento della salute.

Il tasso di mortalità infantile è un terzo rispetto alla media nazionale. Ci sono 36 ospedali con 4500 posti letto, medicinali gratuiti e assistenza medica diffusa sul territorio. Ci sono 24 linee telefoniche a disposizione dei cittadini per informazioni di ogni tipo. Una di queste linee fornisce ai cittadini più poveri i prezzi correnti di 222 prodotti di base. In questo modo si garantisce ai consumatori di non cadere vittima di negozianti disonesti.

Ci sono anche 30 biblioteche di quartiere con 7mila volumi ciascuna. Si chiamano Fari del sapere e sono casette prefabbricate e dotate di un tubo a strisce bianche e rosse alto 15 metri. Sulla sommità della torre c’è una bolla di vetro dalla quale un poliziotto controlla che bambini e anziani possano andare in biblioteca indisturbati. Ci sono 20 teatri, 74 musei e centri culturali e tutte le 120 scuole della città offrono corsi serali.

Vengono organizzati corsi di formazione professionale per 10mila persone all’anno. Sono collegati a un Telefono della solidarietà che permette di raccogliere elettrodomestici e mobili usati che vengono riparati dagli apprendisti artigiani e rivenduti a basso prezzo nei mercati o regalati.

Grazie al microcredito una volta imparato un mestiere i giovani possono aprire un’attività in proprio. Vengono aiutati anche coloro che vogliono diventare commercianti ambulanti attraverso la concessione di autorizzazioni al commercio facilitate.
Ed è proprio la logica con la quale si affrontano i problemi ad essere diversa. Ad esempio, le azioni di un gruppo di giovani teppisti che strappavano fiori all’orto botanico furono interpretate come una richiesta di aiuto e i ragazzi furono assunti come assistenti giardinieri.

Un’altra grande iniziativa di Lerner è stata quella di creare decine di parchi dotati di laghetti e di piantare ovunque alberi. Curitiba è la città più verde del mondo. Insomma un paradiso con il 96% di alfabetizzazione (nel 1996). Gli abitanti che hanno un titolo di studio superiore sono l’83%. La città ha un terzo in meno dei poveri del resto del Brasile e la vita media arriva a 72 anni, grossomodo quanto negli Usa ma con un reddito procapite che è solo il 27% di quello degli Stati Uniti. Insomma, per essere una città del terzo mondo non è male…

A questo punto però c’è da chiedersi come mai l’esperienza di Curitiba non sia conosciuta in Italia. Abbiamo fatto una ricerca e ci hanno detto che anni fa la rivista Nuova Ecologia pubblicò un lungo servizio su questo miracolo dell’onestà creativa. E anche l’Espresso ne parlò. Allora com’è successo che Curitiba non è diventata un esempio da imitare? Perché queste tecniche ingegnose ed entusiasmanti non sono diventate il cavallo di battaglia della nostra sinistra? Cos’hanno i nostri politici? Sono sprovvisti di senso pratico? Sono ammalati di serietà? Non sanno più sognare?

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Perché possiamo fermare l’apocalisse del clima
La seconda rivoluzione ecologica è arrivata!

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La devastazione ambientale del Prosecco

Sab, 01/18/2020 - 07:00

La nostra videomaker Martina De Polo è tornata nelle colline del trevigiano, patria del Prosecco, per continuare l’inchiesta video sui pesticidi utilizzati nella monocoltura dell’uva. Questa volta siamo andati a intervistare Gianluigi Salvador, abitante di Refrontolo, Treviso, e membro del Pesticide Action Network Italia (PAN).
L’intervista fa venire i brividi…
Rimanete sintonizzati, abbiamo anche una seconda parte…

Guarda anche:
Il prosecco biologico senza pesticidi
Colli puri dai pesticidi. A Collalbrigo (Conegliano, Treviso)!

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(Quasi) 8 milioni di volte grazie

Sab, 01/18/2020 - 07:00

Grazie a tutte e tutti coloro che stanno seguendo, accompagnando, incoraggiando, criticando l’avventura di People For Planet. Arrivare a sfiorare gli otto milioni di lettori in un anno per una testata online nata meno di 2 anni fa per occuparsi di tematiche come la salute, l’ambiente, la cultura, la solidarietà è un risultato tutt’altro che trascurabile.

Siamo una grande famiglia, come dice un nostro video che compare sui social e potete vedere anche qui sopra, una famiglia allargata composta da 8 milioni di persone, in prevalenza under 35, metà donne e metà uomini, presenti lungo tutto lo stivale e le isole.

Una grande famiglia che si impegna per ottenere dei risultati buoni per tutti, come la distribuzione dei farmaci sfusi per risparmiare soldi e ambiente, che spinge perché si ponga un argine alle microplastiche che inquinano il mare e che vede dei piccoli ma importanti premi a queste iniziative: la deliberazione dell’assemblea regionale della Toscana che fa riferimento alla nostra campagna e impegna la Regione a adottare la politica dei farmaci sfusi; la notizia che il CNR di Napoli sta realizzando un filtro da applicare alle lavatrici per arginare le microplastiche…

Una grande famiglia che racconta con orgoglio le tante belle cose che le persone di questa famiglia stanno facendo per migliorare la qualità della vita e dell’ambiente: dalla casa di canapa agli abiti prodotti con le bucce delle arance, dall’e-commerce della moda sostenibile all’energia pulita prodotta con le onde del mare.

Una grande famiglia che sa ridere e far ridere anche su questioni come la cannabis, lo sporco nelle strade o perfino l’immigrazione: chi respingerebbe gli immigrati se fossero bionde scandinave? Perché come diceva Dario Fo «La risata, il divertimento liberatorio sta proprio nello scoprire che il contrario sta in piedi meglio del luogo comune… anzi, è più vero… o almeno, più credibile.»

(Quasi) otto milioni di grazie!
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Sei “zucchero-dipendente”?

Ven, 01/17/2020 - 15:00

Consumare quantità eccessive di zucchero fa ingrassare, aumentando il rischio di sovrappeso e obesità, predisponendo di conseguenza allo sviluppo di diverse forme di tumore, di diabete di tipo 2 e di malattie cardiovascolari (tutte patologie legate ai chili in eccesso). E – lo sappiamo sin da piccoli – favorisce lo sviluppo della carie: ben l’80% di questo problema ai denti potrebbe essere prevenuto solo mangiando quantità inferiori di dolci e caramelle.

La dose da non superare: 5 cucchiaini al giorno

Ma qual è la dose giornaliera da non superare per stare “tranquilli” dal punto di vista della salute? Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, se si vuole essere sicuri di non esagerare con lo zucchero la quantità da non superare è di 25 grammi al giorno, circa 5 cucchiaini, sia per adulti che bambini. In questo conteggio rientra sia lo zucchero inserito nelle preparazioni industriali di cibi, snack e bevande, sia quello presente nei mieli e nelle marmellate, oltre ovviamente a quello da tavola che viene aggiunto a latte, tè e caffè in base ai propri gusti e abitudini.

Leggi anche: Fruttosio al posto dello zucchero: quando il rimedio è peggiore del male

Leggere le etichette

Per contare i grammi di zucchero assunto giornalmente nelle etichette nutrizionali si deve guardare sotto la voce “carboidrati, di cui zuccheri“. Solo per fare un esempio, in una bibita in lattina da 33 cl ce ne sono circa 35 grammi (e quindi ben oltre la quantità massima quotidiana raccomandata dall’Oms).

Sei sugar-addict? Fai il test

Molly Carmel, fondatrice di una clinica per combattere la dipendenza a New York City e autrice del libro “Breaking Up with Sugar”: Divorce the Diets, Drop the Pounds e Live Your Best Life”, spiega che è possibile capire se si è dipendenti dallo zucchero rispondendo in modo sincero a un questionario di 12 punti che prende spunto dalla Yale Food Addiction Scale (la scala Yale per la dipendenza da cibo).

Più di sei risposte affermative

L’esperta, che dieci anni fa ha combattuto e vinto contro la sua dipendenza da zuccheri, spiega che se si risponde affermativamente a sei o più delle domande proposte vuol dire che probabilmente si ha una dipendenza da zuccheri, e che anche rispondere affermativamente a meno di sei domande deve comunque far riflettere perché la dipendenza è una condizione progressiva che tende a peggiorare nel tempo.

Rispondi al questionario

Prima di rispondere al questionario, bisogna considerare che gli zuccheri sono presenti in diversi cibi: oltre che nel gelato, nei biscotti, nel cioccolato, nelle torte e nelle caramelle, anche nel pane, nella pasta e nel riso, negli snack salati come salatini e cracker e nelle bevande zuccherate e/o gassate. È dunque a tutti questi cibi che si fa riferimento nel questionario.

  1. Quando mangi questi cibi specifici, mangi più del previsto e oltre il punto della fame?
  2. Ti preoccupi di dover ridurre il tuo cibo o hai provato a ridurre il tuo cibo, ma ti sei sentito incapace a farlo?
  3. Trascorri molto tempo a procurarti il ​​cibo, consumarlo o a riprenderti dall’averlo consumato (ad esempio sentendoti pigro o stanco)?
  4. Hai ridotto o rinunciato a fare cose importanti nella tua vita a causa dei tuoi comportamenti alimentari?
  5. Hai continuato a mangiare nonostante le conseguenze emotive e fisiche?
  6. Senti il ​​bisogno di mangiare più di una volta per sentirti soddisfatto o sollevato? Noti che non ti diverti tanto con la stessa quantità di cibo di una volta?
  7. Quando riduci il consumo di cibi problematici, ti senti male emotivamente o fisicamente o hai forti voglie di cibo?
  8. Hai avuto problemi con la famiglia o gli amici a causa dei tuoi comportamenti alimentari?
  9. I tuoi comportamenti alimentari ti hanno ostacolato nel prenderti cura della tua famiglia, nell’adempiere alle tue responsabilità o nel riuscire a scuola o nel lavoro?
  10. Sei stato così preoccupato dal mangiare o dal pensiero di mangiare da metterti in una situazione fisicamente pericolosa?
  11. Le tue voglie e il tuo desiderio di cibo sono così forti che puoi pensare ad altro?
  12. I tuoi comportamenti alimentari causano problemi nella tua vita o ti fanno sentire angosciato?

Leggi anche: Sugar Tax: come funziona negli altri Paesi?

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Scuola, datemi una mensa e cambierò il mondo

Ven, 01/17/2020 - 13:30

Menù iperproteici, pochi cereali e troppi zuccheri, abbondanza di carni rosse, carenza di verdure e assenza di legumi. Cibo industriale che arriva nelle scuole a distanza di ore dalla cottura perdendo il 75% dei nutrienti. Questa la realtà delle mense scolastiche – e di ogni altro tipo di mensa: nessuna considerazione delle raccomandazioni nutrizionali dell’OMS, utili a vivere più a lungo, a vivere meglio e in salute. Di più, nessuna considerazione dell’attuale crisi climatica, che vede nel cibo – così come è inteso oggi – una delle principali fonti di emissione.

Dove serve agire

Cosa è sbagliato nelle mense? Perché non si dà valore a un mezzo potenzialmente fondamentale per educare alla salute, al gusto e al rispetto per l’ambiente? “Sostanzialmente il fatto di mettere solo il ritorno economico immediato al primo posto tra gli obiettivi di aziende e amministrazioni”, spiega Claudia Paltrinieri, fondatrice di Foodinsider.it e ideatrice del rating dei menu scolastici, massima esperta di mense nel nostro Paese, e autrice di “Mangiare a scuola. La rivoluzione della mensa sostenibile che cambierà il mondo”, edito da FrancoAngeli Editore.

“L’obiettivo del libro – ci racconta – è quello di convincere che una mensa diversa, buona, sana e sostenibile, è possibile. Non c’è ancora una mensa perfetta perché manca una visione d’insieme, ma tante best practice che hanno qualcosa di speciale. Se si riuscisse ad alimentare la competenza di tutte le persone che ruotano intorno alla ristorazione, si potrebbe costruire una nuova visione di mensa come strumento di politica sociale, economica e ambientale. Allora sarebbe più facile parlare di educazione, inclusione, benessere. Soprattutto si riuscirebbe a guardare al futuro delle nuove generazioni. Fintanto che ci fermiamo a guardare ai costi e ai profitti non costruiamo futuro”.

I problemi maggiori

Tra le maggiori pecche del nostro sistema di mense, il fatto che solo in poche scuole i pasti vengono ancora preparati nelle cucine interne da personale specializzato e troppo spesso i menù non includono ingredienti e prodotti locali. Foodinsider – un po’ il tripadvisor delle mense scolastiche italiane – nasce proprio con l’idea di far conoscere le migliori, promuoverle e dunque diffondere il loro buon esempio.

Quel che vogliamo è una mensa della scuola pubblica dove gli insegnanti, insieme ai genitori, siano i protagonisti del cambiamento. Una mensa che non generi conflitto, ma che esprima i valori dell’inclusione sociale e della condivisione. Una mensa innovativa che guardi al futuro del pianeta; che sposi i valori della sostenibilità e misuri l’impatto dell’intera filiera sull’ambiente, mettendo in atto strategie per ridurlo; una mensa che promuova il consumo consapevole con prodotti a basso impatto ambientale e riduca le carni rosse; che elimini la plastica, riduca e trasformi il trasporto delle merci, privilegi la filiera corta, adotti strategie per contenere gli scarti e il consumo di acqua, attinga energia da fonti pulite. E mentre fa tutto questo, vogliamo che educhi i bambini alla salute, diventando un motore di sviluppo e di benessere sociale in una cornice di sostenibilità ambientale.

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Menopausa precoce, rischio scende per le donne che fanno più sesso. Ecco perché

Ven, 01/17/2020 - 13:06

Le donne che fanno sesso più spesso hanno meno probabilità di avere una menopausa precoce. La ricerca, che mette in evidenza come lo stile di vita possa svolgere un ruolo più significativo di quanto ritenuto finora nel determinare la menopausa, è stata pubblicata sulla rivista Royal Society Open Science.

Lo studio, guidato da Megan Arnot del Dipartimento di antropologia dell’University College London, si è basato sui dati di quasi tremila donne con un’età media di 45 anni all’inizio della ricerca, seguite per 10 anni, rilevando che le signore che avevano riferito di praticare attività sessuale settimanalmente avevano il 28% in meno di probabilità di incorrere nella menopausa precoce rispetto alle donne che avevano fatto sesso meno di una volta al mese.

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Il corpo non investe nell’ovulazione

Secondo Arnot i risultati suggeriscono che se una donna non fa regolarmente sesso, e quindi non è soggetta a possibilità che si instauri una gravidanza, il suo corpo potrebbe “scegliere” di non investire nell’ovulazione, bloccandola definitivamente. «Potrebbe esserci un compromesso biologico tra l’investimento di energie nell’ovulazione e l’investimento di energie altrove, come mantenersi attivi occupandosi dei nipoti».

Ruth Mace, antropologa evoluzionista dell’UCL e autrice senior dello studio, precisa che «la menopausa è, ovviamente, inevitabile per le donne e non esiste alcun intervento comportamentale che impedisca la cessazione della riproduzione. Tuttavia, questi risultati sono un’indicazione iniziale che i tempi della menopausa possono essere adattivi in ​​risposta alla probabilità di rimanere incinta».

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Guarda il video: Sesso in orbita

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I 10 migliori film sportivi

Ven, 01/17/2020 - 12:00

Cinema e sport hanno molte affinità. Un pubblico che guarda uno spettacolo, gli eroi al centro della scena. I parallelismi potrebbero essere infiniti. Lo sport difatti è stato per il cinema una fonte di ispirazione inesauribile, tanto che fino a oggi sono stati realizzati quasi 2500 film a contenuto sportivo.
Un paradigma li divide in tre categorie: i film in cui si assiste al trionfo di chi fino ad allora aveva sempre perso, quelli in cui viene sconfitto, o al contrario si riscatta, il campione celebrato, e infine quelli in cui l’evento sportivo fa da ambientazione alle vicende dei protagonisti. 
Grandi registi e autori di genere vi sono cimentati. Il pugilato a mio modo di vedere è lo sport che meglio prevale e la cinematografia americana quella che domina incontrastata per aver meglio affidato la sua identità nazionale a sport e cinema. Questi i miei migliori dieci. 

MILLION DOLLAR BABY di Clint Eastwood, 2004

Clint Eastwood ci porta per mano, tra la puzza di palestra e tra i sogni dello sport più bestiale che esista, regalandoci emozioni forti in un film crepuscolare e autentico che resterà a futura memoria tra i capolavori a cinque stelle. Una sceneggiatura perfetta come un orologio svizzero tratta da una raccolta di racconti letterari scritti da uno straordinario signore che ha vissuto a bordo ring come allenatore e infermiere. Chi narra è un pugile di colore (Morgan Freeman) che ha perso un occhio nel suo ultimo-penultimo combattimento. Da allora è lo scudiero guardiano del suo allenatore Frankie Gunn (Clint Eastwood), un uomo tosto e solo che vive gestendo una palestra e curando pugili. Ma sarà una ragazza a disegnare i nuovi contorni del genere pugilistico. Maggie Fitzgerald è una sguattera di periferia che meglio dei boxeur visti in altri film salirà in alto. Ad un mondo di uomini con la ferocia dell’impegno fisico (ben interpretato dall’attrice Hilary Swank dieci chili in più per entrare in una parte molto difficile) farà conquistare al team quello che mai avevano ottenuto. Ma mai bassare la guardia perché il risultato può essere capovolto. Quattro Oscar al miglior film, regia, attrice protagonista e attore non protagonista. Lo meritava anche Clint come protagonista.

FUGA PER LA VITTORIA di John Huston, 1981

Ispirato a una drammatica partita realmente giocata durante la seconda guerra mondiale tra una squadra tedesca e una ucraina con l’obbligo di perdere, pena la vita in caso contrario, e già portata al sullo schermo da un regista sovietico e ungherese. Ma ben altro risultato ottiene un maestro del cinema che stravolge la storia esaltando spettacolo e valore della libertà. Tutto è costruito in ragione della partita che occupa con emozioni e suspence la parte finale del film. Ottimo cast a partire dall’ufficiale nazista che organizza il mach affidato al bergmaniano Max Von Sydow che ha l’antagonista alleato in Micheal Caine. Tra i pali Sylvester Stallone che cercava, trovandola, direzione registica di alto livello. Il film si avvale di molti campioni che portano in campo meraviglie tecniche. Tra i più celebri i dribbling di Ardiles, le discese di Bobby Moore e sua maestà Pelè, autore di una rovesciata da cineteca. Ritmo straordinario e vicenda avvincente. Una marsigliese dalla curva che mette i brividi. È una delle più originali evasioni della storia del cinema. 

ROCKY di John G. Advisen, 1976

Uno sconosciuto Sylvester Stallone grazie al film diventa uno dei divi più acclamati della storia hollywoodiana. Ancora un pugile italoamericano, frutto della fantasia dell’attore autore della sceneggiatura, Rocky Balboa a Filadelfia è un pugile senza fiducia di nessuno, costretto a vivere facendo il mafioso di quarta serie. Il caso improbabile vuole che diventi lo sfidante del campione del mondo Apollo Creed magnificamente modulato sulla figura del pugile Frazier per una sfida che santifica il Bicentenario americano. L’incontro, che dovrebbe essere una specie di combine, si trasforma in qualcosa di epico con vicende altalenanti e di gran vigore spettacolare. Alla storia arride anche la vicenda amorosa con l’introversa Adriana interpretata dalla sorella di Francis Ford Coppola. Indimenticabile l’allenamento per vie di Filadelfia accompagnato dalla rotante colonna sonora di Bill Conti. Primo utilizzo della cinepresa steadycam. Costato circa un milione di dollari ne incassa 227. Tre Oscar di peso (film, regia, montaggio) nell’anno che gareggiavano anche “Taxi driver” e “Tutti gli uomini del presidente”. Capostipite di un genere che ha prodotto cinque seguiti e due spin off. 

TORO SCATENATO di Martin Scorsese, 1980

Capolavoro dell’acclamata coppia Scorsese-De Niro girato in bianco nero per meglio raggiungere l’atmosfera dell’epoca e del mondo che splendidamente racconta il contesto italoamericano del Bronx attraverso il campione dei Medi Jack LaMotta, furia umana del ring e disastro esistenziale negli affetti a casa. Gli altari e la polvere del campione di boxe raccontati con esiti straordinari. Considerato dall’American Film Istitute miglior film di sport di tutti i tempi. Suprema e indimenticabile l’interpretazione di Robert De Niro che ingrassa di molti chili e diventa pugile autentico che gli vale un premio Oscar. Non manca Joe Pesci a far da spalla nel ruolo del fratello manager.  Strepitoso montaggio di riprese innovative realizzate dal punto dii vista dei pugili nel combattimento e non di quello del pubblico. Le musiche delle opere di Mascagni a commento delle immagini sono sono entusiasmanti.

UN MERCOLEDI’ DA LEONI di John Milius, 1983

Gli anni del grande sogno giovanile americano e della caduta dei miti attraverso la cornice epica della tavola da surf. Tre giovani e aitanti surfisti si mettono in luce nell’estate del 1962 (è lo stesso anno dell’ambientazione di American Graffiti). Divenuti i beniamini di uno  stravagante artigiano produttore di tavole, affronteranno la vita scegliendo strade diverse. Milius, avendo frequentato la comunità dei surfisti di Malibu in California, aveva materiale esistenziale e artistico da maneggiare, ben modellando la vicenda facendola scandire da quattro mareggiate rimaste negli annali che valorizzano le spettacolari riprese in mare. Film sulla perdita d’innocenza legata alla guerra del Vietnam e magnifica storia sulla linea d’ombra che attraverso chi diventa definitivamente adulto. 

INVICTUS di Clint Eastwood, 1999

Film cult per rugbisty e appassionati di palla ovale ma apprezzato molto anche dagli appassionati di cinema. Clint Eastwood richiama in servizio Morgan Freeman per interpretare Nelson Mandela e lo affianca con Matt Damon nei panni dal capitano bianco della squadra nazionale di rugby, impegnato a giocare il torneo mondiale in Sudafrica subito dopo la caduta dell’apartheid.  Proprio la segregazione aveva bandito il Sudafrica per lungo tempo dai tornei internazionali facendone un tratto identitario dei suprematisti bianchi e affidando l’amore per l’ovale ai bianchi, al contrario dei neri che preferivano il calcio. Lo sport come riconciliazione e rinascita di una nazione che sa uscire da una lunga e atroce guerra civile e di una squadra che vincerà il trofeo battendo in finale i divini All Black neozelandesi. Spettacolari riprese dei momenti di gioco. 

OGNI MALEDETTA DOMENICA di Oliver Stone, 1999

Nello stesso anno di “Invictus” il cinema dell’ovale regala un altro film indimenticabile sul versante Football americano. Film aggressivo e spettacolare come sanno essere quelli di Oliver Stone. Al Pacino negli insoliti panni di un coach che diventerà punto di riferimento con i suoi discorsi per squadre di ogni tipo e per formatori motivazionali professionali. Tony D’Amato allena da anni la squadra di football dei Miami Sharks, ma la sconfitta delle ultime quattro partite permette a Christine, figlia del mecenate, di prendere il controllo della società. Sono tutti a rischio. Il blasone del club potrebbe trasferirsi a Los Angeles. Sceneggiatura perfetta disseminata da ostacoli e rinascita e finale che non ti aspetti. Riprese ovviamente spettacolari, sei veri coach famosi interpretano gli allenatori della squadra avversaria. 

MOMENTI DI GLORIA di Hugh Hudson, 1981

Alla vigilia delle Olimpiadi di Parigi del 1924, due giovani inglesi si mettono in luce nelle gare podistiche. Uno è figlio di un ebreo lituano e studente a Cambridge, corro contro il bullismo razzista che lo circonda. Eric Liddell, figlio di un missionario scozzese, aspirante predicatore corre per magnificare Dio. Film sull’amicizia, il dialogo tra religioni, il destino e le scelte da compiere. Opera prima di un regista pubblicitario che adoperando ralenti e tecniche di ripresa di provenienza vince quattro Oscar, tra cui miglior film. Oltre ai costumi all’italiana Canonero e alla sceneggiatura, uno va alle musiche di Vangelis che da allora accompagnano le immagini sportive televisive di vittoria come topos statuito. 

GIOVENTU’, AMORE E RABBIA di Tony Richardson, 1962

Pessima traduzione italiana del titolo originale “The loneliss of the long distance the runner” che introduce al tema della corsa campestre che avvolge la trama di un film caposaldo della meritoria stagione del “Free cinema” britannico. Adeguato bianco e nero per narrare la storia di un giovane vessato dal disagio sociale (come fa oggi Ken Loach) e che finisce in riformatorio. Trova il suo demone da runner di valore. Il direttore buonista diventa sua allenatore e  lo manda a gareggiare per il buon nome del carcere minorile contro i signorini del college. Finale stupendo. Sancì il successo del protagonista Tom Courtney qui per la prima volta su un set. 

ULTIMO MINUTO di Pupi Avati, 1987

Nonostante sia una sorta di religione italiana, il cinema tricolore non è mai riuscito a ottenere grandi film dalla passione pallonara. Fa accezione questo crepuscolare racconto su un direttore sportivo che ha sacrificato la sua vita personale per una squadra provinciale che fa l’altalena tra A e serie B. Il nuovo presidente lo mette alla porta ma il protagonista interpretato da un ottimo Tognazzi saprà prendersi la rivincita. Un film che secondo Morandini “ha il merito di raccontare l’ambiente calcistico mostrando quello che la tv non fa mai vedere”. Merito anche dei giornalisti sportivi Italo Cucci e Michele Plastino che hanno collaborato alla sceneggiatura. 

Foto di Valentin Tikhonov da Pixabay

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Occupate le terre dei Benetton in Patagonia

Ven, 01/17/2020 - 11:34

Un gruppo di nativi mapuche della comunità Lof Kurache ha occupato un grande appezzamento di terreno appartenente al gruppo Benetton, nel comune di El Maitén, nel Nord Est della provincia di Chubut, nella Patagonia argentina.

«Abbiamo recuperato ciò che ci è stato rubato», dice il comunicato stampa diffuso dai Mapuche perché l’azione fa «parte del processo di recupero territoriale alla multinazionale ‘Compañía de Tierras Sud Argentino’, che fa capo alla famiglia Benetton».

Non che in quella zona sia difficile incappare in una terra dei Benetton, visto che la proprietà della famiglia si estende per un’area di 900mila ettari (metà della superficie del Veneto) e tutta questa terra non serve solo a pascolare le pecore per i maglioni dell’azienda, è anche ricca di materie prime. Inoltre i Benetton controllano tutte le risorse idriche della zona.

Nel comunicato stampa che accompagnava l’azione dei Mapuche si legge: «Questa decisione è dovuta alla necessità primaria di continuare a esistere come Mapuche nel nostro territorio, in terre adatte al nostro sviluppo spirituale, culturale, economico sociale e politico che ci viene negato da oltre 140 anni».

La comunità Lof Kurache si definisce anticapitalista e contraria alla concentrazione delle terre nelle mani di pochi proprietari. Rivendica il possesso del territorio da parte della comunità per difendere l’ecosistema, la biodiversità e l’acqua, come bene pubblico, non privatizzabile.

La lotta dei Mapuche parte da lontano, la storia della colonizzazione delle loro terre è impressionante, i Benetton e il magnate Joe Lewis sono solo gli ultimi di una lunga lista.

Per saperne di più potete leggere il lungo e interessante articolo pubblicato su Micromega che contiene un’intervista a Monica Zornetta, giornalista freelance e saggista, che conosce profondamente la questione indigena.

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Finalmente in alcuni supermercati il packaging si porta da casa

Ven, 01/17/2020 - 07:00

Solo sei punti vendita della catena Sigma in provincia di Modena e a Bologna più due altri, uno di Ecu e uno di Economy, otto in tutto ad oggi in Italia, permettono finalmente ai loro clienti di acquistare prodotti freschi al banco con contenitori riutilizzabili portati da casa.

Con la circolare del Ministero della Salute dello scorso anno che impedisce l’uso di sacchetti riutilizzabili persino nel settore ortofrutta, si è come tornati indietro, interpretando forse le norme per l’igiene in modo troppo restrittivo, in alcuni settori, e in maniera non uniforme. Anche perché ci sono già esperienze in questo senso attuate all’estero da insegne del Retail come Morrisons e Waitrose nel Regno Unito, Carrefour (in Spagna, Francia e in Belgio) finalizzate a ridurre il consumo di plastica monouso. Dell’esperienza di Carrefour Belgio ne avevamo parlato quando fu avviata, contattando anche Carrefour Italia, i quali avevano risposto che al momento l’iniziativa non sarebbe stata trasferita anche in Italia, ma senza dare altre spiegazioni.

Per cui questa è la prima iniziativa italiana che, se ora è piccola, speriamo possa avere successo e si estenda, permettendo a noi tutti finalmente di poter acquistare solo il prodotto, e non l’imballaggio.

All’interno dell’articolo 7 del Decreto Clima, (D.L. 14.10.19, n. 111, pubblicato il 13 dicembre 2019), che riguarda “misure per l’incentivazione di prodotti sfusi o alla spina” è stato introdotto un contributo a fondo perduto (max 5.000 euro) per gli esercenti commerciali di vicinato e di media struttura (di cui all’articolo 4, comma 1, lettere d) ed e) del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 114), che attrezzano spazi dedicati alla vendita ai consumatori di prodotti alimentari e detergenti, sfusi o alla spina, a condizione che il contenitore offerto dall’esercente non sia monouso.

Questa modalità di acquisto offre una risposta, tanto semplice quanto inattuata, alla necessità di ridurre i rifiuti che nel nostro paese stanno tornando a crescere, come rilevato dall’ultimo Rapporto sui rifiuti urbani 2019 dell’Ispra: “È aumentata la raccolta differenziata. Ma la plastica da imballaggi non raggiunge gli obiettivi di riciclo previsti. Inoltre tra i flussi prioritari monitorati dall’Unione Europea rientrano i rifiuti di imballaggio, per i quali il “Pacchetto economia circolare” ha definito obiettivi di riciclaggio più ambizioni al 2025 e al 2030, rispetto a quelli ad oggi vigenti”.

L’iniziativa quindi al momento coinvolge 8 punti vendita in totale della Moderna Distribuzione srl, società proprietaria dei punti vendita appunto: Sigma, Economy ed Ecu, la cui AD Bruna Lami – in una recente intervista rilasciata a Silvia Ricci di ComuniVirtuosi.org – ha spiegato come lei insieme ai suoi consulenti abbiano risolto i problemi derivanti dall’eventuale mancato rispetto delle norme HACCP (un insieme di procedure, mirate a garantire la salubrità degli alimenti, basate sulla prevenzione anziché sull’analisi del prodotto finito).

“Abbiamo inserito nel nostro manuale HACCP la procedura da seguire quando i clienti vogliono utilizzare i loro contenitori: devono essere in materiale trasparente, avere una forma e un coperchio tali da essere facilmente igienizzati, e devono essere consegnati perfettamente puliti e asciutti. L’addetto al banco si riserva il diritto di controllare, ed eventualmente rifiutare, l’impiego di contenitori non ritenuti idonei sotto il profilo igienico-sanitario“. E precisa: “Questa modalità d’acquisto è possibile solamente ai banchi con servizio assistito (gastronomia, panetteria, macelleria, pescheria) e in ogni contenitore può essere inserito un solo tipo di prodotto. Ovviamente il peso del contenitore viene sottratto nel momento dell’inserimento della tara in fase di pesatura”.

L’articolo in questione cita: “Ai clienti è consentito utilizzare contenitori propri purché riutilizzabili, puliti e idonei per uso alimentare. L’esercente può rifiutare l’uso di contenitori che ritenga igienicamente non idonei”.

I punti vendita coinvolti, nel dettaglio, sono: il Sigma di Camposanto – via Falcone 9,  di Cavezzo -via Volturno 73, il Sigma a Bologna in via Corticella 186/12, i due punti di Carpi (via Ugo Da Carpi 62 e via Cuneo 47) il Sigma di Pavullo in via Giardini 346, il punto vendita Economy di Castelnuovo Rangone – via Della Pace 59 e l’Ecu di Pavullo in via XXII Aprile 59.

Fonti:

Eppur si muove: anche in Italia via libera ai contenitori portati da casa nei supermercati ?

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Emergenza climatica, il 2019 è il secondo anno più caldo di sempre

Gio, 01/16/2020 - 15:34

Il 2019 è stato il secondo anno più caldo mai registrato in 150 anni di misurazioni scientifiche. A renderlo noto è lo studio Nasa e Noaa che, assieme ai dati prodotti dal Met Office del Regno Unito e dal servizio europeo Copernicus Climate Change, conferma come il trend del riscaldamento globale sia costantemente salito negli anni. In particolare, gli ultimi 5 sono stati i più caldi di sempre. Prima del 2019, è il 2016 a continuare a detenere il record.

La temperatura media del 2019 è stata di circa 1,1°C superiore alla media del 1850-1900, quando non era ancora iniziata la combustione su larga scala di combustibili fossili. Gli scienziati del mondo avvertono che il riscaldamento globale oltre 1,5°C peggiorerà significativamente le condizioni climatiche terrestri procurando danni e sofferenze per centinaia di milioni di persone. Le previsioni del Met Office per il 2020 indicano che quest’anno potrebbe segnare un altro record, andandosi a collocare tra i primi tre anni più caldi di sempre.

Le temperature registrate nel 2019 nei nuclei dei ghiacciai hanno eguali solo a quelle di 100.000 anni fa. Anche la percentuale di anidride carbonica è la più alta che il pianeta subisce da diversi milioni di anni, quando il livello del mare era superiore ai 15-20 metri.

La valutazione annuale del World Economic Forum sui rischi del prossimo decennio rileva che i cinque principali pericoli sono tutti ambientali, dalle condizioni meteorologiche estreme che derivano dal riscaldamento del pianeta, all’incapacità dei paesi a prepararsi ai cambiamenti climatici fino alla distruzione del mondo naturale.

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Photo by Brad Helmink on Unsplash

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Smog, cosa dice realmente il Cnr sul traffico auto

Gio, 01/16/2020 - 15:00

Sta facendo il giro del web – probabilmente tra i tanti automobilisti italiani che in queste settimane si sentono in colpa – l’intervista di Repubblica alla direttrice del Cnr, Cinzia Perrino: la ricercatrice infatti spiega che il solo blocco delle auto nei periodi di emergenza è – come facilmente intuibile – una misura insufficiente. Ma il giornale fondato da Eugenio Scalfari titola: Blocco traffico per smog, il direttore del Cnr: “Il fermo alle auto non serve, le misure dei sindaci sono inutili”. Che è invece un concetto ben diverso, molto diverso. E difatti, tra le numerose condivisioni social che l’articolo ha suscitato, i commenti sono spesso di questo tenore:

Lo svolgimento dell’articolo è poi articolato in modo diverso, e leggendo le parole di Perrino si capisce subito che il senso delle sue parole non è “il fermo delle auto non serve”, ma piuttosto: non serve farlo solo quando c’è l’emergenza. Oltre al fatto che ci sono anche tante altre fonti di inquinamento trascurate, in primis i riscaldamenti: troppo alti e ancora spesso del tipo più inquinante.

Il problema facile dei riscaldamenti

Ma lo sappiamo da tempo: ad esempio, i pellets sono tra le fonti più inquinanti, e l’Italia continua invece addirittura a incentivarli contro il parere della scienza. I camini e le stufe a legna – note fonti inquinante indoor e outdoor – sono accesi anche nelle grandi città italiane, sebbene fuori legge, perché non ci sono controlli; mentre invece una metropoli come Londra, oggi infatti messa meglio di noi in quanto a polveri sottili, ha bandito anche le pizzerie a legna (a meno che non siano munite di appositi e costosi filtri) dal centro cittadino. Questo perché, come sappiamo, ne va della nostra salute, della vita o della morte: l’Italia è prima in Europa per decessi legati allo smog. E poi c’è la questione delle temperature dei riscaldamenti: troppo alte in scuole, ospedali e negozi, oltreché nelle case, mentre – anziché imporsi – le amministrazioni soffocate come Milano “dialogano” con gli esercenti per convincerli a tenere chiuse quelle maledette porte spalancate estate e inverno.

E poi le auto

Quanto incidono? Al giornalista di Repubblica il Cnr risponde: «Il contributo diretto del traffico relativo alle polveri Pm10 è stimabile intorno al 25% (ma poi ci sono tutti i NOx e gli altri veleni che qui non consideriamo, ndr). Vietando la circolazione ai diesel – continua Perrino – incidiamo dunque solo su quel 25%, ma nel frattempo tanti altri veicoli continuano a circolare, più o meno la metà di quelli abituali. A questo punto, il blocco incide per poco più del 12%. Una percentuale piccola, davvero marginale». Ma che non lo sarebbe se vietassimo – o facessimo politiche per limitare – tutti i veicoli. Come ha fatto Oslo, bandendo anche le elettriche e praticamente azzerando i morti da incidente stradale. E come stanno facendo tutte le grandi città europee, come Parigi ad esempio, che grazie alla sua sindaca Hidalgo, ha aumentato del 54% il traffico su bici in un solo anno (dati World Economic Forum) aumentando esponenzialmente il numero e i collegamenti delle ciclabili, e nel contempo scoraggiando l’uso dell’auto a partire da una severa gestione dei parcheggi. L’unica città italiana che aveva destato qualche speranza, nelle promesse di un’amministrazione che ha deluso molti, era Milano.

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Sindrome post-traumatica da stress: cura più vicina?

Gio, 01/16/2020 - 12:25

Un gruppo di ricercatori del Center for Addiction and Mental Health di Toronto (Canada) ha individuato un biomarcatore in grado di individuare la sindrome post-traumatica da stress, e ha anche messo a punto – per ora sperimentato però solo a livello preclinico – un composto organico capace di trattarlo.

Cosa è la sindrome post-traumatica da stress

La sindrome post-traumatica da stress è un disordine emozionale che solitamente compare a seguito di esperienze traumatiche vissute direttamente o a cui si è assistito. Chi viene colpito da questo disturbo sono portati a evitare di sperimentare nuovamente l’evento traumatico tendendo a evitare luoghi, persone o altri elementi in qualche modo associati all’evento stesso (reazione di evitamento) e sono estremamente sensibili a esperienze di vita per altri normali (ipervigilanza).

I ricercatori sulle pagine del Journal of Clinical Investigation spiegano che grazie ai loro studi hanno individuato un particolare recettore, il glucorticoide recettore-Fkbp51, i cui livelli aumentano dopo un grave stress e diminuiscono quando lo stress torna a livelli ordinari, mentre nei soggetti colpiti dalla sindrome post-traumatica da stress resta persistentemente elevato. Gli studiosi hanno quindi messo a punto un peptide che, se somministrato dopo un evento traumatico, potrebbe impedire al soggetto di sviluppare la sindrome post-traumatica da stress.

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Capitano Ultimo: tolta la scorta

Gio, 01/16/2020 - 09:39

Sono passati 27 anni ieri dall’arresto di Salvatore Riina da parte della squadra dell’allora capitano e oggi colonnello Sergio De Caprio, alias Ultimo.

Lo si vede spesso De Caprio durante le trasmissioni che raccontano quei giorni sempre con un passamontagna o una sciarpa che gli copre il viso, anche ieri sera durante una bella puntata di Atlantide di Andrea Purgatori.

A condannare a morte Ultimo furono Provenzano e Bagarella nel 1993, e avevano aggiunto pure un miliardo di taglia a chi lo avesse catturato vivo o morto.

E proprio ieri, amara ironia della sorte, al colonnello De Caprio è stata tolta la scorta con una ordinanza del Tar del Lazio. Ci avevano già provato per ben tre volte e stavolta ci sono riusciti.

«Dicono i miei generali che la mafia non è più una minaccia» ha dichiarato il colonnello: «Ma se hanno ragione, come mai i capi di Cosa nostra stanno ancora al 41 bis nei bracci di massima sicurezza? E come mai, tutti gli obiettivi sensibili sono protetti, ex magistrati compresi? Dicono che ho un’arma e posso proteggermi da solo. Benissimo, me ne comprerò un’altra, un Winchester».

Abbiamo sentito dire spesso che la mafia non dimentica, forse questa volta se ne sono dimenticati quelli che hanno deciso di togliere la scorta al colonnello.

Non solo Riina

Ultimo è conosciuto dalla maggioranza delle persone per l’arresto al Capo dei Capi ma durante la sua carriera ha svolto indagini sulla ‘ndrangheta e anche sulla corruzione in Finmeccanica, sullo Ior, la banca vaticana e la sua contabilità nera. Sul disastro ambientale dell’Ilva di Taranto. Su un giro di tangenti nell’Aeronautica militare. Sui famosi 49 milioni spariti dai conti della Lega di Bossi, Maroni e Salvini. Sulla Cpl Concordia, una delle più potenti cooperative rosse. Su Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, pentito dalla memoria intermittente e dalle bugie prodigiose, uno dei caposaldi del processo Trattativa e degli eterni veleni di Palermo.

Insomma, ad avercela con lui sono in molti.
Come scrive Pino Corrias su Repubblica: «Fino al recente caso Consip, Matteo Renzi che lo accusa di “complottare contro di lui”, salvo scoprire che non è lui il titolare di quella inchiesta, semmai la vittima, fucilato dai giornali e falsamente descritto come “un carabiniere esagitato” da Lucia Musti, oggi procuratore di Modena.»

Colonnello, grazie e visto che tra un anno andrà in pensione le auguriamo una lunga e serena vita.

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Avete mai sentito parlare del capodoglio Siso?

Gio, 01/16/2020 - 07:10

Giugno 2017, un capodoglio maschio di 10 metri rimane incagliato in una rete da pesca al largo delle Isole Eolie. Il corpo arriva fino a Milazzo, dove viene trovato da Carmelo Isgrò, biologo, che decide di dedicare all’animale un museo per sensibilizzare le persone sul problema mare e plastica.

Per maggiori informazioni sul museo del Mare di Milazzo clicca qui

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Mobilità: Milano bocciata, “politiche pavide contro lo smog”

Gio, 01/16/2020 - 07:00

Siamo oltre i limiti per l’inquinamento dell’aria da quando brilla il sole sulla pianura padana e sulla sua capitale più asfittica, Milano. Come sempre, anche in questo inizio di 2020, solo la pioggia può limitare – come è stato in autunno – un danno cronico che nei fatti nessuna amministrazione è riuscita a mitigare. Né l’area B o C, né gli “sforzi” fatti per potenziare una mobilità intelligente, che non accorci cioè l’aspettativa di vita dei suoi abitanti così pesantemente (si calcola che in Pianura Padana, con 93mila morti l’anno, si concentrino i danni più gravi d’Europa per smog).

Milano resta la città delle automobili, dove la sosta selvaggia è impunita, i limiti di velocità indicazioni e non obblighi, e dove girare in bicicletta è un azzardo. Solo il Sole 24 Ore, quotidiano economico finanziario, continua a incoronare Milano città più vivibile d’Italia (ché solo Qui lo smog uccide con eleganza, come scriveva Jacopo Fo lo scorso anno).

“Bravi solo a comunicare”

«Penso che in ambito di comunicazione questa sia la miglior amministrazione che Milano abbia mai avuto», commenta Antonella Pesenti, attivista della bici che a Milano ha ideato e gestisce Fridabike. «Hanno centrato perfettamente gli obbiettivi di cui far parlare la stampa: piantare gli alberi, aderire alla lotta all’emergenza climatica, Milano Plastic Free (che vuol dire!?) incentivi a chi rottama diesel e a chi trasforma i tetti e i cortili dei palazzi in suolo verde. Questo è ciò che viene comunicato, in pratica è tutto il contrario. Mentre si vedono gli assessori che piantano alberelli, a Milano si sta realizzando un’ascesa evidente del consumo di suolo (basti pensare agli scali ferroviari, l’ultima chance per Milano di avere dei polmoni verdi al suo interno), i bandi per acquistare cargo bike si sono rilevati inefficaci perché l’Isee richiesto è troppo basso e le condizioni per rientrare ad averne diritto troppo difficili. È l’unica grande città europea in cui i ciclisti sono in diminuzione, i pedoni investiti in aumento e la colpa è dell’amministrazione. Non basta che il sindaco si faccia fotografare mentre va in bicicletta con i bambini, l’assessore alla mobilità deve fare un piano di infrastrutture ciclistiche ragionato e al passo con le richieste dei ciclisti. Ad oggi non esiste un piano per la mobilità ciclistica in questa città e ciò è scandaloso».

Il verde perduto al Politecnico

«Il sindaco Sala ha dichiarato l’emergenza climatica e organizzato il ‘Capodanno per il futuro’, ma il Comune ha dato parere favorevole all’abbattimento degli alberi al Politecnico», ha detto il ricercatore Alessandro Dama il 2 gennaio scorso. Quel giorno, all’alba, difesi dal massiccio dispiegamento di forze dell’ordine a fermare le proteste, gli operai del Comune hanno abbattuto il parco del Campus Bassini dell’ateneo milanese, che da oltre 70 anni era uno spazio verde di 6mila metri quadri di ristoro, riflessione e passeggio per il ‘Poli’, un’oasi rarissima e ora scomparsa in uno dei quartieri più plumbei, quanto a cemento, di Milano. «Le istituzioni sono ambientaliste solo a parole: il Politecnico in due mesi non ha accettato nessun tavolo di trattativa e il Comune non ha vigilato sull’operazione di trasferimento degli alberi, convocando un’altra commissione”. Poi però, microfoni in vista, si sprecano le dichiarazioni su cosa “sarà fatto” per rendere Milano una metropoli verde. In un sempre più vago futuro.

Il car-free day con le auto

Nei fatti sono altre le priorità, come si è spesso dimostrato, talvolta in modo emblematico. Ad esempio in occasione dell’ultimo car-free day, la giornata mondiale delle città senz’auto, alla quale Milano ha formalmente aderito, ma paradossalmente senza vietare la circolazione delle auto (l’evento coincideva infatti con la settimana della moda).

«Dal 2013 sono coordinatrice della Fancy Women Bike Ride – mi dice Pinar Pinzuti – un evento annuale durante la settimana europea della mobilità sostenibile che si svolge in 15 paesi contemporaneamente, dalla Turchia al Regno Unito. L’evento si svolge da 2 anni anche a Milano,  l’unica a non aver aderito al car-free day. Se vogliamo che le persone cambino le loro abitudini, dovremmo far provare loro delle alternative, permettendo di fare esperienze positive, e vivere il cambiamento in prima persona, verificando poi direttamente nei risultati gli effetti sull’aria in termini di polveri sottili e NOx derivanti da una sola giornata senza auto».

Insufficiente coraggio con le bici

«La realtà – mi dice Anna Gerometta di Cittadini per l’Aria, Onlus che a Milano cerca di coinvolgere l’opinione pubblica su un problema che continua a uccidere – è che l’attuale amministrazione sta facendo procedere talune politiche a favore della mobilità e del verde, ma con insufficiente coraggio. È vero, si progettano documenti potenzialmente cruciali (come il PUMS, il Piano urbano della mobilità, e il PGT, il Piano di governo del territorio), ma l’impressione è che questi abbiano insufficiente determinazione e tempi inaccettabilmente lunghi. Milano consente la distruzione di vere aree verdi già esistenti con la promessa di nuove piantumazioni altrove, perdendo il senso della conservazione del verde e della non sostituibilità del verde abbattuto. Si procede a tentoni con la creazione di percorsi per la ciclabilità che è, quest’ultima, ancora una chimera per una città che, avendone la determinazione, potrebbe e dovrebbe spostare oltre il 20% della sua popolazione in bici. Si teme l’adozione di una vera e coraggiosa politica della sosta che da sola consentirebbe di far procedere i mezzi pubblici in corsie sempre preferenziali e la mobilità dolce (ciclisti, micro mobilità) in sede destinata e sicura».

A Milano l’auto è il mezzo più facile

«Credo che le politiche per l’aria portate avanti dal Comune di Milano vadano giudicate nei risultati, più che nelle intenzioni», conferma anche Paolo Pinzuti, milanese fondatore di Bikenomist, un’azienda di comunicazione, formazione e consulenza per tutti coloro che vogliono beneficiare economicamente “dell’era della bicicletta”, ma che sembra arrivata ovunque tranne che da noi. «Area B è un’ottima iniziativa che sarebbe più che adeguata per una città esposta a correnti aeree e circolazione dell’aria, ma è del tutto insufficiente in una grande città della Pianura Padana, il luogo con l’aria peggiore d’Europa. Bisogna avere il coraggio di affrontare la realtà: l’aria a Milano è pessima a causa delle auto che la invadono e per migliorare l’aria bisogna ridurre la circolazione delle automobili con politiche dedicate. Le persone usano l’auto a Milano perché è troppo facile farlo: sali e vai e se poi devi parcheggiare, un marciapiede libero si trova sempre. Le città del Nord Europa che hanno ridotto fortemente l’uso dell’auto hanno iniziato dai parcheggi aumentando i prezzi e facendo rispettare i divieti. Bisogna iniziare a rimuovere auto dalle strade per trasformarle in luoghi ricchi di alberature, con piste ciclabili e trasporto pubblico. Ricordiamoci che le auto non devono entrare per forza in tutte le strade».

E’ possibile cambiare?

Alla fine di questo deludente bilancio, è Gerometta l’unica a lasciare una speranza. «C’è un elemento molto positivo che non va dimenticato nella politica dell’attuale amministrazione meneghina: un maggior dialogo con la cittadinanza che anche la precedente amministrazione faceva fatica a intavolare. In realtà, tanto sta accadendo nella direzione giusta, ma in maniera così lenta e talvolta contraddittoria, da far perdere vera sostanza alle politiche in via di attuazione. Voglio dare un consiglio al sindaco Sala: abbia vero coraggio nel mostrare la propria determinazione verso politiche veramente di trasformazione ecologica della città e l’urgenza della propria pianificazione sarebbe indispensabile per ottenere credito per un secondo mandato».

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Probiotici: sul web molte notizie su effetti curativi, ma poche evidenze scientifiche

Mer, 01/15/2020 - 14:25

Online circolano molte notizie sui probiotici e le loro presunte azioni curative, mentre le evidenze  scientifiche sono ancora poche. A parlarne in un articolo pubblicato sulla rivista Frontiers in Medicine sono Marie Neunez dell’università di Bruxelles (Belgio) e Pietro Ghezzi della Brighton and Sussex Medical School (RegnoUnito), che spiegano che da un’analisi del web da loro condotta emerge che su 150 siti web che parlano di probiotici la tipologia più frequente è quella dei siti “commerciali” (43%), seguiti dai siti che si occupano di “notizie” (31%).

Un modello diverso è stato osservato per le prime 10 pagine web restituite da Google, dove la tipologia più frequente era “portale della salute” (44%), seguito da siti web “commerciali” (22%). “Sebbene i siti che si occupano esclusivamente di salute e di notizie sembrino più affidabili – scrivono gli studiosi – le informazioni che forniscono potrebbero essere influenzate dall’interesse di sponsor privati. Si potrebbe presumere che i siti web governativi supportati da fonti pubbliche possano essere la fonte di informazioni più affidabile, ma sfortunatamente sono pochi e nessuno viene restituito tra i primi 10 nella ricerca di Google”.

Leggi anche: Problemi di ansia? Buona alimentazione e probiotici aiutano a contrastarla

Informazioni incomplete

I ricercatori spiegano che, nonostante siano oggetto di ricerca con risultati spesso promettenti, i probiotici non sono attualmente approvati per alcuna indicazione medica dalle autorità regolatorie su farmaci e integratori. E che le informazioni su questi prodotti disponibili online spesso sono incomplete perché, oltre che prive di riferimenti a studi scientifici, non specificano che i probiotici non sono farmaci e la maggior parte delle volte non menzionano gli effetti collaterali a cui si può andare incontro con la loro assunzione (solo il 25% delle pagine web precisa che possono esserci questi possibili effetti).

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Nasce il Green New Deal europeo con 7,5 miliardi

Mer, 01/15/2020 - 14:11

Lo ha annunciato il vicepresidente della Commissione Ue, Frans Timmermans, al Parlamento Ue. I fondi nuovi sono solo 7,5 miliardi, che secondo la Commissione Ue daranno vita a 30-50 miliardi di investimenti pubblici, a cui si aggiungono fino a 45 miliardi dal vecchio programma di investimenti, e 25 in prestiti alle autorità locali. Nel frattempo, ieri Larry Fink, ceo di Black Rock, la maggior società al mondo di asset management, ha avvertito i manager della finanza: più sostenibilità o vi voteremo contro. Anche senza l’intervento della politica, dunque, qualcosa si muove.

In cosa consiste il Green New Deal europeo

Il Green Deal Europeo è un regolamento che istituisce il Meccanismo per la giusta transizione. Uno strumento finanziario, di complessivi 100 miliardi di euro tra risorse pubbliche e private, cruciale per sostenere la decarbonizzazione delle regioni europee.

Soprattutto in quei Paesi, come la Polonia ad esempio, con un’economia dipendente dal carbone e da un’industria ad alta intensità energetica.
Un importante piano green ma che per Legambiente può essere migliorato a partire dai criteri per l’utilizzo di queste risorse.

«Ora si apre una nuova fase, nella quale rendere più chiari e rigorosi i criteri proposti per l’utilizzo di queste importanti risorse finanziarie – spiega Edoardo Zanchini, Vicepresidente di Legambiente – escludendo qualsiasi sostegno alle fonti fossili, gas incluso. Solo in questo modo sarà possibile garantire il raggiungimento del loro obiettivo prioritario: la neutralità climatica. Queste risorse devono essere disponibili solo per quelle regioni che si impegnano per la completa decarbonizzazione delle loro economie e devono beneficiarne soprattutto le comunità ed i lavoratori colpiti dalla transizione. Pertanto, i Piani territoriali per la giusta transizione, previsti dal regolamento, devono accelerare l’abbandono di tutte le fonti fossili. Non solo del carbone, ma anche del gas. E investire solo nelle rinnovabili e nell’efficienza energetica».

Per Legambiente con queste risorse si creano le condizioni necessarie per un aumento al 65% dell’obiettivo europeo per il 2030 in coerenza con l’Accordo di Parigi.

«Al Governo italiano – aggiunge Zanchini – chiediamo di presentare un piano per la transizione in modo da garantire che queste risorse non vengano sprecate e vengano investite nelle bonifiche e rinconversione delle zone industriali inquinanti ad alta intensità energetica a partire da Taranto, il siracusano, Gela, Milazzo e delle aree produttive con presenza di centrali a carbone come Brindisi, La Spezia, Monfalcone, Civitavecchia, Porto Torres e il Sulcis. Fino ad oggi, purtroppo, la chiusura delle centrali a carbone ha visto presentare solo proposte di sostituzione con grandi centrali a gas e nulla altro. Non è questo il modo con cui si consente a questi territori di passare dalle fossili alle opportunità che oggi si possono aprire puntando su rinnovabili, rigenerazione urbana e economia circolare. In ognuna di queste aree si deve aprire un tavolo della transizione climatica per garantire davvero percorsi innovativi attraverso la partecipazione delle comunità e per arrivare a definire progetti di bonifica dei suoli, attesi da decenni, e di riconversione industriale possibili grazie alle risorse europee e al cofinanziamento nazionale e regionale che può consentire di mettere in campo risorse pari a quasi 10 miliardi di Euro».

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Hai un gatto? Allora sei ateo

Mer, 01/15/2020 - 12:16

I credenti praticanti, che vanno in chiesa più di una volta a settimana, hanno in media 1,4 mici rispetto ai non religiosi, che invece ne hanno in media 2. Lo rileva uno studio dell’Università dell’Oklahoma, che ha messo il dato in relazione al genere di interazione sociale tipica degli esseri umani. Secondo il ricercatore Samuel Perry, che ha condotto lo studio, gli atei trovano nei gatti ciò che i credenti trovano in Dio: la necessità di votarsi a qualcosa.

Come l’esperto ha spiegato a Times, i gatti sono animali incentrati su loro stessi, non cercano – al contrario dei cani – di compiacere i loro padroni, ma si pongono su un livello individualista di netta superiorità. I gatti vogliono essere e nei fatti spesso sono venerati dai loro padroni, mentre i cani, al contrario, adorano i loro “capi branco” umani e sarebbero loro fedeli a qualsiasi costo. I gatti regolano il rapporto decidendone loro i termini: quanto interagire, se e dove farsi accarezzare. I cani sono in genere proni ai desideri dei padroni.

“In un certo senso i gatti sono sostituti dell’interazione umana” – aggiunge Perry sul quotidiano britannico Daily Mail, e se andiamo in Chiesa siamo già abbastanza gratificati dal ritorno psicologico del rito sociale di gruppo. Lo studio, pubblicato sul Journal for the Scientific Study of Religion, sottolinea in definitiva che i gatti sono parificabili a ciò che si cerca in un dio, perché cercano affetto alle loro condizioni, e ciò ci permette di cercare di guadagnare il loro amore, necessità evidentemente fondamentale per l’animo umano, che in base al proprio vissuto decide semplicemente di soddisfare questo bisogno in modo laico (con i gatti) o clericale.

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