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Aggiornato: 29 min 42 sec fa

I razzisti negli stadi sono ovunque ma solo in Italia spadroneggiano

Mar, 09/10/2019 - 08:00

Il razzismo esiste a tutte le latitudini. Non solo. Ma, tristemente, è un fenomeno che non accenna diminuire. Nemmeno nell’osservatorio calcistico. Le cronache sono sempre contraddistinte da episodi di razzismo. Nella Supercoppa europea il centravanti del Chelsea ha sbagliato un rigore e i tifosi – se così possiamo definirli – lo hanno attaccato per il colore della sua pelle. Lo stesso trattamento è stato riservato da alcuni supporter del Manchester United a Paul Pogba anche lui colpevole di aver sbagliato un rigore decisivo in campionato. In Francia, da alcune settimane, si discute molto dei cori omofobi che infestano gli stadi. Le partite vengono interrotte, non sospese.

In questa cornice sembra non fare alcuna differenza il contributo italiano. È razzismo quello inglese, è razzismo quello italiano nei confronti di Lukaku e di altri calciatori di colore: lo scorso anno, a memoria, furono bersagliati Kean, Matuidi, Koulibaly. Qualcun altro certamente lo abbiamo dimenticato.

In realtà la differenza c’è ed è significativa. Nel Regno Unito, così come in Francia, ma vale anche per altri Paesi, è chiara la linea di demarcazione tra il comportamento civile e quello incivile. A testimoniarlo sono le reazioni delle cosiddette autorità. Che non comprendono soltanto istituzioni e forze dell’ordine, ma anche e soprattutto i club, i dirigenti del calcio. Il Chelsea, il Manchester United hanno reagito in maniera inequivoca. Si sono definiti disgustati e più volte i club inglesi hanno espulso a vita dagli stadi chiunque si sia reso protagonista di simili episodi.

La reazione del sistema-calcio rende chiaro che ci sono comportamenti che non sono ammessi. Ecco, una simile reazione in Italia non esiste. È questa la macroscopica differenza tra il calcio italiano e il calcio europeo. Da noi c’è sì stato il comunicato del Cagliari dopo i buu a Lukaku, ma un comunicato in cui la parola di razzismo non compariva (sarà stata una dimenticanza, il testo condannava l’episodio) e molto attento a preservare la probità del popolo sardo.

Nulla, però, rispetto a quel che è accaduto all’Inter. Dopo i buu razzisti nei confronti di Lukaku, i tifosi organizzati della curva nerazzurra hanno preso carta e penna e hanno espresso un concetto che è molto più condiviso di quanto si possa presumere. “Non sono cori razzisti. In Italia funziona diversamente, da noi sono solamente un modo per aiutare la propria squadra. Non è come nel resto d’Europa. Non c’entra niente col razzismo”. Comunicato cui ha fatto seguito l’assordante silenzio dell’Inter di Suning. Che ha taciuto anche di fronte alla coreografia con cui la curva dell’Inter ha omaggiato la morte di Diabolik leader degli Irriducibili, dal casellario giudiziario piuttosto consistente, ucciso a Roma con un colpo di pistola.

La differenza, affatto sottile, tra l’Italia e il resto d’Europa è che da noi la legge dei razzisti impera col connivente silenzio del sistema calcio – al di là di qualche periodica ipocrita dichiarazione di facciata – mentre all’estero i razzisti agiscono sapendo di correre un rischio (essere bannati a vita dal proprio club e anche incorrere nella giustizia) non con la certezza di chi sa di spadroneggiare. 

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Come funziona il riciclo dei pannolini?

Mar, 09/10/2019 - 07:00

Pannolini, pannoloni, assorbenti sono rifiuti molto particolari, difficili da riciclare, a Treviso, l’azienda di gestione servizi ambientali Contarina ci sta provando con un primo impianto industriale sperimentale. Scopriamo come si riciclano questi prodotti.

Intervista a Franco Zanata, Presidente di Contarina.

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Video di Martina De Polo e Francesco Saverio Valentino

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Il riuso di abiti da sposa per il riscatto di tutte le donne

Lun, 09/09/2019 - 18:00

Il riuso dell’abito da sposa può trasformare il matrimonio, evento spesso legato a consumismo ed eccessi, in una buona causa. È quanto succede grazie alla onlus Sowed che promuove il riutilizzo dei vestiti e gli accessori da cerimonia per sostenere progetti rivolti a donne con svantaggi economici e sociali, vittime di violenza, detenute o ex detenute.

Sowed è una Onlus che ha slegato il mondo della moda da uno stereotipo di frivolezza, facendolo incontrare con l’ecologia e con l’impegno sociale. Il nome nasce dall’unione di Social e Wedding, e l’idea consiste nel raccogliere abiti e accessori da matrimonio, ridarli a persone interessate a partire da una donazione minima e impiegare il ricavato per sostenere progetti in favore di donne provenienti da esperienze difficili.

«Cerchiamo di incentivare il riutilizzo degli abiti, anche perché vengono indossati una sola volta per poi finire in armadio», ci ha raccontato Veronica Bello, presidente dell’Onlus Sowed. Abiti dunque usati, ma anche abiti nuovi di zecca donati da vari atelier. C’è un regolamento da rispettare: i capi devono essere lavati e in buono stato. Una volta ricevuti Sowed li classifica e stabilisce un prezzo minimo di donazione.

Le donazioni vanno a sostenere progetti per donne svantaggiate: vittime di violenza domestica, donne uscite dalla tratta, detenute o ex detenute, con disagi socio/economici… Per molte di loro le disavventure sono iniziate da un matrimonio pericoloso. È dunque interessante come l’abito da sposa possa, attraverso Sowed, cambiare significato, diventando uno strumento di speranza e di ricostruzione del futuro.

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«Come faccio a risparmiare?!?»

Lun, 09/09/2019 - 15:00

Si tratta di una domanda che ci poniamo costantemente, soprattutto quando il reddito ce lo consente.

Premetto che capisco ed è giustificabile che non leggeranno neppure un rigo di questo articolo coloro che a stento riescono ad arrivare a fine mese.

Ma indipendentemente da coloro che, ovviamente e inevitabilmente, devono dapprima pensare a garantire i consumi basici della loro famiglia, esiste anche una larga fetta di cittadini italiani che fa fatica a rispondere alla domanda di cui sopra per una insana abitudine che, verificata sulla base della  pluriennale esperienza nel mondo della finanza, mi fa pensare che noi siamo un popolo di formichine inconsapevoli.

La maggior parte dei risparmiatori non si pone, infatti, consapevolmente questo obiettivo e risparmia indirettamente, cioè prima spende e poi controlla se è riuscito a mettere da parte qualcosa.

Questo comportamento non favorisce la consapevolezza delle proprie spese e rende difficile accantonare un risparmio periodico costante, poiché induce a spendere finché ci sono soldi disponibili. Anzi, senza freni inibitori spesso ci si spinge oltre e si inizia a comprare prendendo capitale a prestito. La costruzione di un budget familiare deve servire proprio a programmare un risparmio mensile decidendo da subito quanto volete mettere da parte, compatibilmente con le vostre esigenze e i vostri redditi.

Dobbiamo capovolgere la logica con cui gestiamo le nostre finanze, soprattutto se siamo spendaccioni. Non bisogna partire dai consumi – spendere e poi vedere se si è riuscito a risparmiare qualcosa – ma dal risparmio. Dobbiamo domandarci: Qual è la somma minima che intendo risparmiare ogni mese?

Una volta definita la cifra, la si toglie dal conto materialmente (o comunque da qualsiasi strumento di custodia), come se fosse una vera e propria spesa mensile, e la si accantona su un diverso strumento (conto deposito, fondo, libretto di risparmio, cassetta di sicurezza, cassaforte a casa, eccetera), in modo da sottrarla alla propria disponibilità e quindi agli eventuali impulsi consumistici. Dopodiché, con ciò che resta sul conto corrente, si programmano le spese mensili.

Attraverso questo processo avrete introdotto una nuova, fondamentale abitudine finanziaria, perché sarete passati da «risparmiatori occasionali» a «risparmiatori sistematici». Due modelli di comportamento così sintetizzabili:

Il risparmiatore sistematico è uno che ogni mese dà un premio a se stesso e alla sua famiglia: risparmiando, dichiara di volersi bene perché accantona per rendere più sereno il suo futuro.

Foto di USA-Reiseblogger da Pixabay

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Raccolta differenziata, in Calabria c’è il “Modello-Catanzaro”: funziona alla grande, raggiunto il 67% in 2 anni con un sistema intelligente

Lun, 09/09/2019 - 10:00

Il sindaco Sergio Abramo: “grazie a CONAI e ai catanzaresi, il merito è soprattutto loro”

Un risultato che ha superato le aspettative, il cui merito va in primis ai nostri cittadini”. Sono queste le prime parole con cui il sindaco di Catanzaro Sergio Abramo commenta i risultati green che la sua città ha raggiunto nei primi sette mesi del 2019: se il 2018 aveva visto crescere la raccolta differenziata con un dato che superava il 66%, oggi si sfiora il 67% (66,77%).
“La partenza di un grande progetto di raccolta differenziata, quasi quattro anni fa, è stata una novità per i catanzaresi” continua il sindaco Abramo, “eppure hanno risposto da subito con entusiasmo. Le politiche ambientali, del resto, sono sempre state a cuore alla nostra amministrazione. Per fare solo un esempio, Catanzaro è stata la prima città a dotarsi, già sei anni fa, di lampade LED per tutta l’illuminazione pubblica“.

Nel 2013 in città non si differenziava nemmeno il 5%, due anni dopo non si era ancora arrivati al 10%. Dal 2016, dopo l’inizio della collaborazione con CONAI, la crescita è stata costante, e Catanzaro si è imposta come modello virtuoso non solo per la sua regione, ma per tutto il sud Italia: dal 2013 a oggi, infatti, il capoluogo della Calabria ha ottenuto una percentuale di crescita della raccolta pari al 1.699,73%.
L’aiuto di CONAI è stato fondamentale dal primo giorno dell’operazione: senza il Consorzio una campagna e un’attività di questo calibro non sarebbero state possibili» aggiunge Abramo. «Il mio ringraziamento va a CONAI e a tutti coloro che ci hanno aiutato in questo percorso virtuoso, come la società che ha vinto l’appalto di gara, Sieco. Ma soprattutto, ancora una volta, il grazie dell’amministrazione di Catanzaro va ai cittadini e al loro impegno”.

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Scienza divertente: il meglio del meglio

Lun, 09/09/2019 - 07:00

Cosa ci fa ridere? E perché ci fa ridere? Secondo una delle ultime delle teorie scientifiche in merito, il senso dell’umorismo nasce quando una persona realizza la violazione di una norma etica, sociale o fisica, ma non valuta questa violazione poi così offensiva. Quindi, chiunque giudichi questa violazione non così importante, riderà, mentre una minoranza che la riterrà scandalosa non lo farà. Ipotizziamo, per capirci, una chiesa che arruoli fedeli promettendo in cambio l’iscrizione a una lotteria con un suv in premio. Tutti trovano la situazione incongrua, ma solo chi non crede la troverà divertente.

Assunto ciò, possiamo forse capire meglio il top dell’ilarità condotta proprio in nome della scienza, e perfetta perché – oltre che derivare dal pilastro delle nostre società, la comunità scientifica internazionale, pilastro per una volta rovesciato e derisibile in perfetto stile carnevalesco – questo umorismo è stato sempre realizzato involontariamente da esimi studiosi, con articoli talvolta anche pubblicati su riviste scientifiche autorevoli.

Stiamo parlando degli IgNobel, fiore della Improbable Reserch, assegnati annualmente a dieci ricerche “strane, divertenti, e perfino assurde“, quel tipo di lavori improbabili che “prima fanno ridere e poi danno da pensare“, per “premiare l’insolito, l’immaginifico, e stimolare l’interesse del pubblico generale alla scienza, alla medicina, e alla tecnologia“, ma ridendo. Ecco una lista dei migliori:

Nel 1992, per la categoria Arte ricordiamo la vittoria di Jim Knowlton, moderno homo universalis, per il suo poster di anatomia classica “Peni del Regno Animale”. Nominato anche il Sovvenzionamento Nazionale per le Arti degli Stati Uniti, per aver incoraggiato il signor Knowlton a presentare il proprio lavoro anche in forma di libro pop-up.
Sempre in tema peni, tema amatissimo dai ricercatori, l’anno successivo l’IgNobel per la Medicina fu assegnato a James F. Nolan, Thomas J. Stillwell e John P. Sands Jr., compassionevoli curatori, per la loro accuratissima ricerca “Come gestire intelligentemente un pene intrappolato nella zip dei pantaloni“.
Quell’anno si guadagnò l’Ig-Nobel per la Pace la Pepsi-Cola Company, che nelle Filippine pubblicizzò una lotteria per diventare milionari ma poi annunciò i numeri vincenti sbagliati, causando una rivolta di 800.000 presunti vincitori che ebbe il merito, per la prima e unica volta nella storia della nazione, di riunire insieme bande rivali fino ad allora acerrime nemiche.

Per lo studio delle probabilità, ricordiamo la vittoria di Bert Tolkamp e Marie Haskell, responsabili di due scoperte correlate riguardanti la pastorizia. Prima di tutto hanno stabilito che più a lungo una mucca starà sdraiata, maggiore sarà la probabilità che si alzi. Secondariamente, hanno chiarito che, una volta in piedi, non sarà facile stabilire quando si sdraierà nuovamente.
Le mucche sono decisamente prese di mira dalla scienza: nella categoria Medicina veterinaria un IgNobel è stato vinto pochi anni dopo da ricercatori della Newcastle University, per aver dimostrato che le mucche con un nome fanno più latte delle mucche anonime.
Completiamo il regno animale ringraziando due biologi americani che hanno scoperto che le pulci dei cani saltano più in alto rispetto alle pulci dei gatti.

Ancora vogliamo citare l’IgNobel per la Psicologia agli studiosi che hanno notato, e quindi poi scientificamente comprovato, che inclinando la testa a sinistra la Torre Eiffel pare più piccola.

E come non citare l’IgNobel per la Pace finalmente meritato per Alexander Lukashenko, presidente della Bielorussia (dal 1994), per aver reso illegale applaudire in pubblico.

Per l’Economia, grazie a Karl Schwärzler e all’intero Liechtenstein, per aver reso possibile noleggiare tutto il Paese per convegni, matrimoni, bar mitzvahs e ogni altro genere di festa.

Per la Tecnologia un applauditissimo IgNobel se l’è guadagnato John Keogh, Australia, per aver pensato – e ottenuto! – il brevetto sulla ruota, Anno Domini 2001. Menzione speciale naturalmente anche all’ufficio brevetti australiano che ha sottoscritto questo traguardo dell’innovazione umana con il brevetto numero #2001100012.

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Zao, l’app cinese per scambiare il volto diventa il nuovo “caso FaceApp”

Dom, 09/08/2019 - 15:00

A qualche mese dal caso FaceApp, l’app del 2017 che questa estate è diventata virale grazie alla sua capacità di sfruttare le reti neurali per invecchiare il volto dell’utente, creando qualche grosso dubbio riguardo la sicurezza dei dati personali trattati, oggi torniamo a parlare di un fenomeno simile, questa volta proveniente dalla Cina.

Protagonista è questa volta Zao, un’applicazione cinese per iOS che permette all’utente di scambiare il proprio volto con quello di una celebrità del mondo del cinema, dello sport o quant’altro, all’interno dei video, sfruttando il potenziale delle reti neurali.

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Seattle ha scelto di non combattere la guerra alla droga

Dom, 09/08/2019 - 10:00

Alla giustizia penale ha anteposto il sistema sanitario: sta funzionando, ma è una soluzione solo parziale.

Nicholas Kristof, giornalista di lungo corso e opinionista del New York Timesha raccontato come secondo lui la città di Seattle, nello stato di Washington, ha «capito come far finire la guerra alla droga», intesa come l’approccio repressivo nei confronti dei consumatori di sostanze stupefacenti. Kristof ha scritto che «Seattle sta decriminalizzando l’uso delle droghe pesanti» e anziché sul carcere, e quindi sulla repressione, sta puntando più sull’assistenza medica e il reinserimento di chi è dipendente. Secondo Kristof è un «approccio pionieristico che dovrebbe essere preso a modello dal resto degli Stati Uniti».

L’approccio di cui si parla è pioneristico soprattutto per gli Stati Uniti, visto che è usato da decenni in molti paesi europei (come il Portogallo da quasi vent’anni): come ha detto la Global Commission on Drug Policy, «criminalizzare chi usa le droghe è inefficace e nocivo». Ma è interessante che l’approccio inizi a essere adottato anche negli Stati Uniti, storicamente focalizzati sulla repressione più che sul recupero dei tossicodipendenti. Per aiutare chi legge a farsi un’idea della situazione, Kristof scrive che «negli Stati Uniti ogni 25 secondi viene arrestata una persona per possesso di droga» e che «oggi gli americani che muoiono ogni anno per overdose sono più di quelli morti nelle guerre in Vietnam, Afghanistan e Iraq». Secondo alcune stime, quasi un americano su due ha un parente o un amico con un problema di dipendenze.

Nel suo articolo Kristof fa in genere riferimento alle cosiddette droghe pesanti, come l’eroina o le metanfetamine, ma parla anche di sostanze per ora meno presenti in Italia, come il fentanyl, un oppioide cento volte più forte della morfina. Oltre alle droghe “tradizionali”, quindi Kristof fa riferimento anche a sostanze più recenti, in certi casi persino legali (in certe dosi e a certe condizioni).

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Gli strani casi dell’animo umano: “Quelli che … Ci penso io, baby”

Dom, 09/08/2019 - 07:00

Eppure, nella tendenza a strafare propria dei tempi recenti, sembra che la cifra stilistica contemporanea sia diventata una sorta di iper-partecipazione, a prescindere dalla competenza, dalla sensibilità o anche dalla semplice opportunità di fare o dire la propria.

Vediamo una manciata di situazioni delle quali potremmo tranquillamente fare a meno.

1. “Io non ho visto la partita ma…” 
Ma vorrebbero dire ugualmente la loro. Sulla posizione del terzino, l’atteggiamento del mediano e la nonna del tornante. Vorrebbero e la dicono, ovviamente. A te che la partita l’hai vista. Benissimo. Seduto a fianco della nonna del tornante.
#AVolteRitornano

2. Votare “non so” ai sondaggi. 
Rispettabile, per carità. Si manifesta l’interesse per il tema. Ma si manifesta onestamente l’incapacità di avere una opinione definita. Bene. Bravo. Bis. Ma vorrei comunque essere nella testa di uno che impiega così il proprio tempo: apre un articolo, lo legge (se lo legge), seleziona convinto la voce “vota ora”, consulta le opzioni possibili e poi, orgoglioso, dice la sua: “non so”.
#Respect

3. “Posso dare un consiglio non richiesto?”
Amico, non senti anche tu il forte retrogusto di retorica risposta negativa? No. Non puoi darlo. Indovina perché… bravo: perché NON richiesto. #GraziePerLaCorteseAttenzioneEBuonasera

4. Quello che “ti aiuta” a parcheggiare.  
“Venghi… venghi, signò… tranquilla…”
#TranquilloTu #RicordaCheCartaBatteSassoEMacchinaSchiacciaPiede

5. “Il parere dei famosi”. 
Gli esperti sono così desueti, signora mia. Perché, allora, non chiedere a Chiara Ferragni un’opinione sulla Brexit o ad Albano la sua sul protezionismo?
#VenghiSignòTranquillaPureQui

6. “Gli influencer de casa mia”. 
Non basta indossare delle orrende ciabatte e sembrare sempre un pizzico in differita per essere Lapo Elkann.
Smettete di farvi quelle cacchio di foto con la bocca a culo di gallina e osservatevi un attimo da fuori. Esatto: quell’imbecille siete voi. 

7. “Quelli che mentre cucini passano e aggiungono un ingrediente”. 
Che so: un pizzico di sale, dell’invadente prezzemolo. L’inspiegabile curcuma o dell’insondabile timo.
E quando, poi, si mangia, ti dicono «Eh? Ci stava proprio bene!» Come a dire che è tutto merito loro e che, senza, quel piatto che hai cucinato per mezzora non avrebbe saputo di nulla.
#ÈArrivatoBastianichÈArrivato

8. 9. 10. …e così via: 
Commentare con aggressività sui social.
Accettare incarichi istituzionali se non si sa nulla della materia. 
Fare figli se non si ha la vocazione all’altro.
Parlare se non si conosce l’italiano (un bel suono gutturale come certi montanari emiliani e ci si capisce al volo, via!). 
Non viaggiate se non sapete rispettare i luoghi che visitate.
Non guidate se non vi sapete collocare nello spazio.
E, soprattutto, non scrivete articoli se non avete dormito la notte precedente.

Foto di Ryan McGuire da Pixabay

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Stadi più ecologici, sbarcano a Pontedera i primi seggiolini al mondo in plastica riciclata

Sab, 09/07/2019 - 10:00

La rinconversione ecologica del mondo del calcio passa da Pontedera. Questa mattina infatti il sindaco Matteo Franconi ha presentato i nuovi spalti dello stadio Mannucci, primo impianto al mondo ad essersi dotato di seggiolini in plastica riciclata.

“La città di Pontedera rivendica con soddisfazione ed orgoglio – afferma il sindaco Matteo Franconi – la scelta di aver dotato il proprio stadio comunale con i primi seggiolini al mondo realizzati con le plastiche miste delle raccolte differenziate toscane, selezionate da Revet e riciclate da Revet Recycling. Si tratta di una applicazione concreta di quell’economia circolare davvero a km zero in cui i rifiuti raccolti, i cittadini che li hanno conferiti, e gli impianti industriali che li hanno ulteriormente selezionati e poi riciclati, sono interamente del nostro territorio: lo stadio Mannucci li utilizza oggi come ri-prodotti. Credo che le pubbliche amministrazioni abbiano oggi il compito di migliorare e sostenere concretamente l’economia circolare assicurando commesse di questo tipo ed i necessari spazi di mercato per supportare i prodotti derivanti da riciclo. Qui a Pontedera la presenza del polo ambientale e di società che si occupano del ciclo integrato dei rifiuti costituiscono un punto di riferimento che l’amministrazione comunale intende valorizzare e capitalizzare con operazioni di questo tipo. Concludo ricordando che nei giorni passati abbiamo anche completato la ristrutturazione dell’impianto di illuminazione dello stadio a led: un investimento complessivo importante per circa 300.000 euro che ammoderna il nostro stadio e si incardina a buon titolo nelle politiche legate alla “transizione verde” ed alla “green economy”. Spero che questi interventi strutturali allo stadio siano pure di buon auspicio per l’US Città di Pontedera e per il campionato di serie C iniziato da poco.

A rendere ancora più virtuoso il progetto è il fatto che la plastica utilizzata per fare i nuovi seggiolini è quella derivata dagli imballaggi delle raccolte differenziate toscane, che sono state selezionate e riciclate nello stabilimento Revet che ha sede proprio a Pontedera, a pochi chilometri dallo stadio Mannucci. E’ quindi in un’ottica di economia circolare che i circa 3000 seggiolini dello stadio di Pontedera (squadra toscana che attualmente milita nel campionato di Lega pro) sono stati sostituiti da seggiolini realizzati riciclando il plasmix toscano.

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Il teatro e la lotta

Sab, 09/07/2019 - 07:00

Vedi la prima parte qui

Insieme a Giustino Durano e Franco Parenti mio padre e mia madre avevano fatto uno spettacolo che si chiamava I Sani da legare.
L’anno dopo la compagnia mise in scena Il dito nell’occhio e Parenti e Durano dissero a mio padre che lo avrebbero ripreso in compagnia ma da solo. Senza Franca. Mio padre non sapeva come dirglielo e quindi le ha chiesto: “Mi vuoi sposare?” e immediatamente dopo: “Però non reciti l’anno prossimo”. Quindi io modestamente arrivo per un problema di recitazione. E immaginatevi come sono messo.
Questo fatto di raccontare i cavoli propri oggi è ancora poco diffuso e si trova in particolare nel cabaret americano. Ai tempi è stata una novità assoluta inventata da mia madre. E’ chiaro che ogni attore racconta se stesso, ma mia madre è stata una delle prime grandi attrici – probabilmente la prima grande attrice a livello mondiale – che ha iniziato a raccontare la sua vita per filo e per segno: da quando aveva 4 anni e ha incontrato il primo maniaco sessuale che le ha mostrato il membro e lei non capiva perché questo signore le mostrasse una salsiccia ansimando, via via tutte le esperienze della sua vita. E la comicità che riusciva a sviluppare partiva proprio dal fatto che raccontava episodi esilaranti che le erano successi veramente.
Certo che per poter raccontare episodi esilaranti della propria vita, bisogna viverli.
In uno spettacolo in particolare, Sesso, grazie, tanto per gradire, Franca Rame racconta proprio la sua storia, il suo rapporto con la sessualità con i maschi, e questa è stata la grande rivoluzione di quel momento.
Come si fa a diventare attori di questo tipo? Molti affermano che oggi non c’è spazio per nuovi attori e hanno ragione: per far la parte dell’attor giovane dovete aspettare che l’attore giovane di quella compagnia stabile muoia perché continua a fare l’attor giovane anche passati gli ottant’anni! Non c’è modo di sradicarli, è tutto un gioco di reciproci accreditamenti che non hanno niente a che fare con il numero di spettatori che uno porta a teatro… è abbastanza imbarazzante.
Malgrado questo ci sono enormi possibilità, ci sono settori che permettono di fare gli attori che generalmente non vengono considerati. Ad esempio, la guida turistica. E’ un mestiere che viene fatto fare a gente che non è capace di raccontare.
La mia più grande storia di teatro è stata portare le gite scolastiche nel bosco. Avevo anche fatto un corso ma avevo anche capito che parlare di licheni a dei 14enni con gli ormoni a mille era una partita persa, non gliene poteva fregare di meno.
Se poi li metti a contare i licheni su un quadratino di terra 10 cm per 10, ti odiano proprio. E hanno ragione.
Per cui piano piano mi sono costruito il mio primo spettacolo che aveva l’obiettivo di ottenere l’attenzione di 50 ragazzi in un bosco. Vi garantisco che è una scuola di teatro, di scrittura teatrale e di regia, che non ce n’è uguali.
Sapete che si ride per il sesso e per la merda e nelle gite scolastiche non potevo parlare di sesso quindi avevo preparato tutto un discorso sulla merda partendo dalla cacca di cavallo. Cercavo di far stabilire agli studenti da quanti giorni era stata cagata quella cacca di cavallo, tipo addestramento Sioux, e nessuno voleva annusare… e così di seguito raccontavo tutta la storia della merda. In questo modo riuscivo a ottenere la loro attenzione.
Quindi vi consiglio di fare qualunque cosa per avere la possibilità di recitare, ci sono davvero tantissime occasioni, non è facile perché di base niente è facile ma se un ragazzo vuole fare il protagonista di una commedia del teatro stabile di Vicenza il livello di difficoltà è un milione a uno. Se volete fare la guida turistica a Roma già scendiamo a delle percentuali accettabili.
Avete poi la grande possibilità di fregarvene del mercato e degli inciuci, prendere il vostro smartphone e andare in diretta su Facebook. Se avete delle storie da raccontare, qualche cosa da dire, qualcosa che vi appassiona, con questi mezzi potete raggiungere milioni di persone facendo cose strepitose.
Quando quelli della mia generazione non riuscivano a sfondare potevano dire: è tutto un magna magna, se non metti parti intime a disposizione dei potenti non fai carriera – e anche per fare quello bisogna essere abili e determinati perché c’è un sacco di gente che dà il proprio corpo senza ricevere alcuna contropartita, bisogna essere abilissimi, ci sono migliaia di persone che cercano di far carriera scopando, anche lì ce la fa uno su cento, gli altri 99 vengono trombati senza ottenere grandi risultati  – e questo ci rendeva dei privilegiati.
Voi non avete nemmeno questa scusa perché – dati 2015 – il record di incasso in Italia, nel mondo dello spettacolo, è di un ragazzino di 16 anni che ha incassato due milioni di euro commentando i videogame, costo dell’operazione: zero. Il cellulare ce l’aveva, Facebook è gratis, e allora…  se qualcuno ha qualcosa da dire lo dica.
Se non riuscite a fare nulla sulla rete andate a casa: non ci sono scuse. Purtroppo avete il problema che siete una generazione che non ha scuse: se sei capace passi, se non sei capace non passi e quindi fai un altro mestiere.

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C’è una buona ragione per guardare video porno su Pornhub

Ven, 09/06/2019 - 15:00

La piattaforma ha lanciato un video hot per sostenere la raccolta fondi a favore di un’associazione che si impegna nella pulizia di oceani e spiagge

Un video a luci rosse per raccogliere fondi per la pulizia dei mari. È questa l’ultima trovata di Pornhub. Il portale erotico ha pubblicato The Dirtiest Porn Ever, un video di 11 minuti in cui una coppia di attori hard (gli amatoriali Leolulu) è impegnata su una spiaggia ricoperta di spazzatura, che durante il filmato viene ripulita.

Ogni volta che plastica e altri rifiuti vengono rimossi, si libera la visuale sui due attori porno.

Continua a leggere su WIRED.IT di Gabriele Porro

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Più cannabis shop, meno mercato nero: la canapa light nuoce alla criminalità organizzata

Ven, 09/06/2019 - 15:00

La cannabis light nuoce alla criminalità organizzata. È questa, in sintesi, la conclusione di uno studio condotto da tre ricercatori italiani e pubblicato sulla rivista European Economic Review, “Light cannabis and organized crime. Evidence from (unintended) liberalization in Italy” – “Cannabis leggera e criminalità organizzata: prove della liberalizzazione (non intenzionale) in Italia”. Dalla ricerca, la prima di questo tipo nel nostro Paese, emerge che la legalizzazione della  cannabis leggera in Italia ha ridotto nel giro di poco più di un anno la quantità di marijuana spacciata e i relativi ricavi delle organizzazioni criminali (qui lo studio completo).

La “liberalizzazione involontaria”

Vincenzo Carrieri e Francesco Principe, ai tempi dello studio in forza presso il Dipartimento di Scienze Economiche e Statistiche dell’Università degli Studi di Salerno, in collaborazione con Leonardo Madio, già nel Department of Economics and Related Studies dell’University of York (Inghilterra), hanno incrociato i dati forniti dalla polizia sui sequestri di cannabis illegale condotti a livello provinciale con le vendite di cannabis light registrate fino a marzo 2018 a partire dal dicembre 2016, ovvero dall’entrata in vigore della legge 242/2016 sulla canapa industriale che, a causa di un vuoto legislativo , ha dato origine a quella che nello studio viene definita “liberalizzazione involontaria” della canapa, portando alla regolare vendita del prodotto purché caratterizzato da una ridotta percentuale (tra lo 0,2% e lo 0,6%) di tetraidrocannabinolo o Thc, il principio psicoattivo.

Più cannabis shop, meno confische e arresti per droga

Lo studio ha preso in esame un periodo di tempo di 15 mesi, ma i dati più significativi sono quelli a partire dal maggio 2017, ovvero da quando è diventato disponibile sul mercato il primo raccolto successivo alla legalizzazione involontaria. “La ricerca – spiegano gli autori – ha dimostrato come nelle province con maggiore concentrazione di rivenditori di canapa legale ci sia stata, a parità di operazioni di polizia, una riduzione delle confische di prodotti stupefacenti e una riduzione del numero di arresti per reati di droga”. E ha messo in evidenza che, nel breve arco temporale considerato, la legalizzazione della cannabis light ha portato a una riduzione di circa l’11% dei sequestri di marijuana per ogni cannabis shop. Una percentuale che, tradotta in chili di cannabis illegale confiscata, sta a significare un calo dei sequestri di marijuana pari a 6,5 chili per ogni negozio specializzato in prodotti a base di cannabis. “La liberalizzazione involontaria della cannabis light – si legge nello studio – ha avuto un impatto anche sul numero di piante di cannabis illegali confiscate – 37 per ogni cannabis shop – e sulla riduzione dei sequestri di hashish, 8% per ogni cannabis shop”.

Criminalità, ricavi perduti per circa 200 mln euro l’anno

“Queste stime – si legge nello studio – consentono di calcolare le entrate perdute per le organizzazioni criminali. Considerando che il numero medio di cannabis shop a livello provinciale è di circa 2,76 e che il prezzo della marijuana è stimato in 7-11 euro al grammo, le nostre stime sulle 106 province considerate implicano che le entrate perdute a causa della liberalizzazione della cannabis light corrispondano – solo per quanto concerne la marijuana, escludendo l’hashish e le piante di cannabis illegali – a circa 200 milioni di euro all’anno”.

Ma l’effetto è sottostimato

Sono cifre che possono sembrare non molto significative, se si considera che in Italia il commercio illegale di marijuana e hashish comporta un giro d’affari da 3,5 miliardi di euro. I ricercatori precisano però che l’effetto reale potrebbe essere molto più vasto, dal momento che la marijuana sequestrata rappresenta solo una parte minoritaria di quella disponibile sul mercato nero.

Il “sostituto imperfetto”

Al contrario, spiegano gli autori dello studio, i risultati ottenuti in termini di ricavi perduti da parte della criminalità organizzata appaiono invece interessanti se si considera che la cannabis light è un “sostituto imperfetto” della cannabis illegale, poiché caratterizzata da “effetti ricreativi molto più bassi, dovuti alla percentuale minima di Thc in essa contenuta”, mentre il Thc presente nella marijuana da strada può arrivare a superare il 20%, con il noto “effetto sballo” che ne consegue. “Questi risultati – scrivono – supportano l’argomentazione secondo cui, anche in un breve periodo di tempo e con un sostituto imperfetto, la fornitura di droghe illegali da parte del crimine organizzato viene rimpiazzata dalla presenza di rivenditori ufficiali e legali”.

Effetto sostituzione

I ricercatori parlano di un “effetto di sostituzione” inatteso nella domanda tra cannabis light e cannabis illegale. Quali sono i motivi del successo della canapa leggera? Possono essere diversi: dal voler evitare effetti stupefacenti eccessivi, al preferire un prodotto dall’origine controllata. E, molto probabilmente, un ruolo di tutto rispetto è giocato dal non doversi rivolgere al mercato illegale per effettuare l’acquisto.

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Ministro Fioramonti “Tassa su bibite gassate, merendine e aerei”. Buona idea? In molti Paesi è legge

Ven, 09/06/2019 - 11:42

“Già come viceministro avevo proposto delle tasse di scopo su bevande zuccherine, merendine e voli aerei per trovare risorse per la ricerca“. Lo ha affermato il neo ministro dell’Istruzione, Università e RicercaLorenzo Fioramonti ai microfoni di ‘Speciale Gr1, diario della crisi’ su Radio 1, spiegando che la strategia che intende mettere in atto “è quella di inserire delle tassazioni che inducano consumi più responsabili e al tempo stesso racimolare risorse che possano essere investire su ricerca e formazione, con un doppio effetto positivo”.

“E’ una proposta – ha aggiunto – che non ho fatto oggi, ma da viceministro. E ora la rinnovo. Potrebbe non essere sufficiente ma è un primo passo”. “Ho pronte delle proposte – ha proseguito – per recuperare 1,7 mld di euro attraverso piccole tasse di scopo. Ad esempio mettere una tassa di due euro su un biglietto da 700 per New York”. (Fonte: ADNKRONOS.COM – Fioramonti: “Tassa di scopo su bevande e merendine”)

Dalla stampa nazionale:

Tassa sì non c’e dubbio, ma che fa bene anche alla salute. Da anni è stato dimostrato che il consumo di soda fa ammalare quando contiene troppi zuccheri. Paesi come Stati Uniti e Messico hanno proposto la soda tax. Una misura che funziona bene, soprattutto se applicata in base alla concentrazione di zucchero.

L’American Journal of medical association ha appena pubblicato uno studio sulla popolazione europea, italiani compresi. Quasi mezzo milione di uomini e donne messi sotto osservazione per un lungo periodo di anni. Ebbene le conclusioni confermano quanto in fondo si sapeva già. Non le bollicine in sé che non fanno male, ma tutti i soft drink che son pieni di zucchero e aromi accorciano la vita. Secondo i 50 ricercatori che hanno lavorato sotto la guida del dottor Neil Murphy, l’abuso di soft drink rappresenta una delle cause che accorcia la vita media delle persone. Chi ne abusa insomma non arriverà facilmente a raggiungere i tassi di sopravvivenza che in Italia sono alti e fanno invidia a molte altre nazioni, anche dell’Occidente ricco. Insomma se volete vivere a lungo bevete altro.

Secondo i ricercatori bastano due bicchieri (mezzo litro) tutti i giorni per andare incontro a problemi legati a tutte le malattie digestive. The American beverage association, che raccoglie i produttori statunitensi di bevande, ha subito risposto definendo la ricerca poco attendibile. Sarà. Certo tassare le bibite per migliorare la scuola non è un’idea così malsana. Continua a leggere (Fonte:REPPUBBLICA.IT di Barbara Ardù)

In Italia la “sugar tax” (ndr. Tassa su cibi e bevande zuccherate) era già stata votata dalla commissione Finanze per essere inserita nell’ultima legge di bilancio. Era destinata a coprire l’esclusione del regime Irap per le partite Iva fino a 100mila euro, ma la Lega si è opposta e alla fine è saltata. Ad averla riproposta però, per combattere obesità e diabete, sono stati 340 tra medici, pediatri e nutrizionisti, che hanno scritto a febbraio all’ex ministro della Sanità Giulia Grillo “per chiedere una tassa del 20% sulle bibite zuccherate da destinare a progetti di educazione alimentare. Ma finora – aveva detto Walter Ricciardi, presidente della Federazione Mondiale delle Associazioni di Salute Pubblica (Wfpha)- non ha avuto riscontro”. Sono tanti i Paesi nel mondo in cui è già realtà: dopo il report del 2015 nell’Organizzazione mondiale della sanità che dava conto degli effetti negativi degli zuccheri sulla salute, la “sugar tax” è stata introdotta in 20 paesi e oggi sono circa 35 gli stati o le città ad averla adottata.

In Europa, la pioniera è stata la Norvegia, che l’ha introdotta nel 1922 e ha deciso di aumentarla nel 2018 sia per i prodotti confezionati, sia per le bevande. In Ungheria è legge dal 2011, e ha fatto registrare una flessione media del 20% dei consumi di bevande zuccherate. La tassa presente anche in Gran Bretagna, Catalogna (Spagna), Francia, Irlanda, Belgio, Estonia, Portogallo e Finlandia. Il Giappone e lo Stato del Kerala in India hanno invece dato il via libera a una “fat tax” sui cibi che contengono una quantità eccessiva di grassi saturi. Una misura che in Danimarca – dove si applicava su burro, latte, formaggio, pizza, olio e carne – è stata abolita nel 2013 perché molto impopolare, così come quella sulle bibite zuccherate che era stata introdotta nel 1930Continua a leggere (Fonte: Tassa su merendine e bibite: la proposta di Fioramonti (per finanziare la ricerca) in molti Paesi è legge. I casi dalla Norvegia alla Francia ILFATTOQUOTIDIANO.IT di Eleonora Bianchini)

BIBITE GASSATE, ITALIANI PENULTIMI IN EUROPA PER CONSUMI –  Il rapporto tra italiani e bibite gassate è sempre meno solido. Secondo uno studio di Assobibe, associazione confindustriale delle imprese delle bevande analcoliche, i volumi di vendita del loro mercato di riferimento sono in calo del 25% dal 2009 a oggi: l’Italia si colloca al penultimo posto in Europa per consumi pro-capite di bibite gassate.

 Resta, sottolinea l’associazione, un settore che “genera un valore complessivo, diretto e indiretto, di 4,9 miliardi di euro, pari allo 0,29% del PIL nazionale e contribuisce alle casse dello Stato per 2,3 miliardi di euro di entrate fiscali e contributive”, come ricorda il direttore generale Assobibe, David Dabiankov. Continua a leggere (Fonte: REPUBBLICA.IT)

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Il rap che sal­va: il pro­get­to nato in Ger­ma­nia ap­pro­da nel­le pe­ri­fe­rie ca­ta­ne­si

Ven, 09/06/2019 - 10:00

“Ra­p­flek­tion World­wi­de”, ini­zia­ti­va mu­si­ca­le e so­cia­le di An­dreas e Car­los, in­sie­me al­l’as­so­cia­zio­ne “Mu­si­cain­sie­me a Li­bri­no” con un work­shop che uni­sce real­tà di­stan­ti ma vi­ci­ne.

Il rap come stru­men­to so­cia­le e non solo come ge­ne­re mu­si­ca­le: na­sce così “Ra­p­flek­tion World­wi­de”, un pro­get­to di ori­gi­ne te­de­sca giun­to fino a Ca­ta­nia. «Un mio ami­co di ori­gi­ni la­ti­no-ame­ri­ca­ne, Car­los Uter­mö­hlen, ha avu­to l’i­dea di dare vita a que­sto pro­get­to nel 2007, coin­vol­gen­do ini­zial­men­te la cit­ta­di­na te­de­sca di Braun­sch­weig» rac­con­ta An­dreas Buc­kli­sch, gio­va­ne ita­lo-te­de­sco che ha de­ci­so di espor­ta­re Ra­p­flek­tion dal­la Ger­ma­nia a Ca­ta­nia. «Car­los – con­ti­nua An­dreas – ha or­ga­niz­za­to mol­ti work­shop in Ame­ri­ca La­ti­na, io in­ve­ce, aven­do mia ma­dre di Ca­ta­nia, ho pen­sa­to di coin­vol­ge­re i gio­va­ni meno for­tu­na­ti di que­sta cit­tà».

EDU­CA­ZIO­NE RAP.  «Il ter­mi­ne Ra­p­flek­tion fa ri­fe­ri­men­to al ver­bo “ri­flet­te­re”: il rap in­fat­ti è un ge­ne­re mu­si­ca­le che in­du­ce a pen­sa­re e l’o­biet­ti­vo con­di­vi­so da me e Car­los è quel­lo di istrui­re i gio­va­ni alla cul­tu­ra del rap, an­dan­do ol­tre i te­sti mo­no­to­ni dei rap­per più com­mer­cia­li ba­sa­ti solo su dro­ga e vio­len­za, pun­tan­do in­ve­ce al­l’au­ten­ti­ci­tà» af­fer­ma An­dreas. «In Ita­lia que­sto ge­ne­re è sot­to­va­lu­ta­to, si ha an­co­ra il pre­giu­di­zio che non sia edu­ca­ti­vo. – con­ti­nua il gio­va­ne – In real­tà è edu­ca­ti­vo più che mai, per­ché è vi­ci­no ai ra­gaz­zi e que­sti sono più pro­pen­si ad im­pa­ra­re gra­zie ad una real­tà che li ri­spec­chi».

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Pidocchi: come eliminarli

Ven, 09/06/2019 - 09:57

pidocchi sono parassiti minuscoli di colore bianco-grigiastro che colpiscono principalmente i bambini in età scolare, soprattutto nella fascia di età che va dai 3 agli 11 anni, e che non sono semplici da rimuovere.

Caratteristica fondamentale dei pidocchi è quella di vivere quasi esclusivamente sul corpo umano, poiché non possono vivere a lungo lontani dall’ospite: gli animali domestici, ad esempio, non rappresentano una fonte di trasmissione per l’uomo, così come i pidocchi umani non vengono trasmessi agli animali.
L’infestazione è più frequente nelle scuole, nelle colonie, negli oratori, nelle palestre e, più in generale, in tutti quei luoghi in cui vi sono molte occasioni di contatto.

Riconoscere un’infestazione da pidocchi (pediculosi)

I sintomi della pediculosi sono principalmente due: arrossamento cutaneo, soprattutto nella zona delle orecchie e sulla nuca, e prurito al cuoio capelluto
In commercio sono disponibili numerosi prodotti contro la pediculosi, sotto forma di polveri, creme, mousse, gel, shampoo, che, in ogni caso, devono essere consigliati dal medico, in grado di prescrivere il trattamento più idoneo. È importante ricordare che non è possibile prevenire la pediculosi: usare i prodotti antiparassitari a scopo preventivo non rende immuni dall’infestazione, ma, al contrario, è una pratica inutile e dannosa.“

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Il numero quasi perfetto di Igort – La celebre graphic novel diventa film

Ven, 09/06/2019 - 07:00

Una graphic novel epica e leggendaria. Vincitrice di numerosi premi di settore all’uscita agli inizi del secolo ma soprattutto racconto di culto, spesso ben riposta negli scaffali dei fumettari ipercompetenti e di quelli occasionali. 

Cinematografica per concezione e noir nell’essenza aveva da tempo creato attese da grande schermo. Diritti e progetti arenati ne avevano alimentato aspettative. Finalmente Toni Servillo, con la sua aurea di re Mida dei gran personaggi, ha convinto l’autore Igort – al secolo Igor Tuveri – a mettersi dietro la macchina da presa dopo aver doviziosamente sceneggiato e diretto artisticamente la messa in cinema della sua raffinata opera d’arte grafica.

Prodotto da un validissima compagine indipendente europea capitanata da Marina Marzotto e girato tra la Campania e la Sardegna dell’autore che però come si addice ad un fumettista di successo vive a Parigi, “5 è il numero perfetto” è una splendida pennellata di vecchi camorristi in una Napoli anni Settanta plumbea come “Blade runner” e mai cartolina dove non tutto segue pedissequamente la novella grafica ma ne mantiene impianto narrativo e concept creativo.

Dalla pagina al movimento la cura dei dettagli è maniacale e si sdoppia con successo. Le automobili, la pubblicità scenario d’antan, i film al cinema, le cabine telefoniche, l’immancabile caffè, il napoletano filologico che diventa filosofia appassionano l’occhio e probabilmente soddisfano meglio chi era digiuno della novella.

Alcuni puristi storcono il naso vedendo il trucco del protagonista Peppino Lo Cicero che a detrattori e sostenitori ricorda quello di Dicky Tracy, ma che il raffinato Gianni Canova associa al Duca di Urbino di Piero Della Francesca. Servillo gigioneggia (qualche volte esagera) ma giganteggia in movenze e voce declamatoria. Fanno corona brillante un Buccirosso melanconico Totò ‘o macellaio e Valeria Golino a suo agio tra sparatorie e letture del Gattopardo. Cameo per Iaia Forte, Nello Mascia richiama un personaggio da Sindaco del Rione Sanità, indovinati i caratteristi dei ruoli minori molto a loro agio nel ruolo di malamente (fumettistici?) e per niente gomorristi.

Coreografate le numerose sparatorie che Igort ha mosso tra ispirazioni alla Tarantino (ma senza troppo sangue) e film da Kung Fu, genere che viene omaggiato secondo versione originale con citazione  di “Cinque dita di violenza” e c’è anche un tributo inedito per “Totò e Cleopatra”

Splendidi cappelli (gadget di gala al lancio alla Mostra di Venezia dove il film è approdato con risalto in una sezione collaterale), fotografia d’autore del belga Bruel (quello di Dogman), tappeto sonoro adeguato con aggiunta di filologiche song “napulitane”. 

Cinema puro quello di Igort che non è mai volutamente realista e realizza arte da godere negli occhi nelle rappresentazioni sceniche della storia ma anche negli splendidi raccordi ideati per illustrare i titoli degli episodi declamati dall’Io narrante di Servillo-Lo Cicero.

Immagine e visione diventano buon intrattenimento, facce indimenticabili, creazione di mondi inventati come quello di Parador. 

E c’è stato spazio teorico per una polemica su quanto vale l’arte del fumetto. Toni Servillo, nell’orgia di interviste veneziane a Repubblica si è lasciato scappare la dichiarazione sulla “riduttività” dell’arte fumettara. Allo scatenarsi populista e settoriale degli amanti del genere l’attore ha subito fatto autocritica con un comunicato dato al sito Fumettologica dichiarando: «Riconosco pari dignità artistica e letteraria a tutti i tipi di espressione fumettistica, e pari dignità a tutte le forme di espressione artistica. Ho sempre riconosciuto il profondo valore della nona arte (tutta la nona arte, che purtroppo ancora oggi viene spesso trattata come un’arte di seconda categoria) e continuerò sempre a riconoscerlo e a promuoverlo.» 

La settima arte approva e ringrazia. 

La locandina di “5 è il numero perfetto” di Igor Tuveri
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La dieta vegana può essere pericolosa per il cervello

Gio, 09/05/2019 - 16:17

Un’alimentazione a base esclusivamente di cibi vegetali può nuocere al cervello. A spiegare perché in un articolo pubblicato sulla rivista online BMJ Nutrition, Prevention & Health è Emma Derbyshire, fondatrice e direttrice di Nutritional Insight Limited, società britannica di consulenza specializzata in nutrizione e scienze biomediche: una dieta tutta vegetale, con esclusione di carne, pesce, uova, latte e derivati, rischia di ridurre ulteriormente l’assunzione – già scarsa – della colina, un nutriente essenziale coinvolto nella salute cerebrale.

Importante per lo sviluppo del feto

La colina è una molecola che viene prodotta dal fegato e che partecipa a diverse reazioni metaboliche. In particolare è fondamentale per la salute del cervello, soprattutto durante lo sviluppo fetale, e gioca un ruolo importante nel tenere sotto controllo i livelli di colesterolo nel sangue e nel proteggere la funzionalità epatica.

La quantità prodotta dal fegato non è però sufficiente a soddisfare le esigenze del nostro organismo, ed è per questo motivo che dovrebbe essere assunta tramite l’alimentazione. Le fonti alimentari primarie della colina, spiega la nutrizionista, sono la carne bovina, le uova, i latticini, il pesce e il pollo, ovvero tutti alimenti animali vietati per chi si nutre esclusivamente con cibi vegetali. Anche noci, fagioli e crucifere contengono questo nutriente importante per il cervello, ma a livelli molto più contenuti: ecco perché chi segue un regime alimentare esclusivamente vegetale può incorrere più facilmente in carenze di questo nutriente.

La dose giornaliera minima

Nel 1998, riconoscendo l’importanza della colina soprattutto nello sviluppo fetale, l’Istituto americano di medicina ne raccomandò l’assunzione giornaliera minima a 425 mg per le donne e 550 mg per gli uomini e a 450 mg e 550 mg per le donne, rispettivamente, in gravidanza e in allattamento. Nel 2016 l’Efsa, l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare, ha pubblicato dosi simili. Studi e sondaggi condotti sulle abitudini alimentari in Nord America, Australia ed Europa hanno però messo in evidenza che l’assunzione media abituale di colina non è all’altezza di queste raccomandazioni: “Una situazione preoccupante – afferma la nutrizionista – considerando che le tendenze alimentari attuali sembrano andare sempre più verso la riduzione del consumo di prodotti animali“.

Integrazioni in gravidanza

Per questo è importante, conclude l’esperta nell’articolo, “fare di più per educare gli operatori sanitari e i consumatori al valore di una dieta che contenga le giusti dosi di colina, e su come alimentarsi per ottenere il giusto fabbisogno”, ed effettuare monitoraggi per guardare all’assunzione di questo nutriente nei vari Paesi in modo che “se la colina non venisse adeguatamente assunta tramite l’alimentazione si possano mettere a punto strategie di integrazione soprattutto in relazione ad alcune fasi delicate della vita come la gravidanza, quando l’assunzione di questo nutriente è fondamentale per lo sviluppo del bambino”.

Foto di Sabrina Ripke da Pixabay

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Henkel, arrivano i flaconi realizzati da Plastic Bank ad Haiti

Gio, 09/05/2019 - 15:00

Accade ad Haiti grazie alla squadra di Plastic Bank, di cui fa parte anche Henkel.

Quante volte ci è capitato di comprare un flacone di detersivo al supermercato? A uno sguardo superficiale possono sembrarci tutti uguali, ma ce ne sono alcuni che arrivano da molto lontano e portano con sé una storia di dignità e riscatto. Sono quelli prodotti da Henkel con la plastica riciclata nei centri di Plastic Bank, ad Haiti. Un esperimento che per ora è in fase pilota, ma che – negli auspici dell’azienda – potrebbe essere ampliato in futuro.

Cosa fa Plastic Bank ad Haiti

“Quando definiamo una cosa rifiuto, la vediamo come rifiuto”. Le cose cambiano quando iniziamo a capire che tutto ha un valore, compresi quelli che all’apparenza sembrano “solo” scarti. È il messaggio lanciato da David Kats, fondatore di Plastic Bank, un’impresa sociale che opera ad Haiti, nelle Filippine e in Indonesia. Con questo progetto, i rifiuti in plastica raccolti nel territorio diventano una moneta di scambio: basta portarli nei centri affiliati per ricevere denaro, beni o servizi di prima necessità, o anche per pagare la retta scolastica o l’assistenza sanitaria. Così, le spiagge e i centri abitati sono più puliti e, parallelamente, le persone si guadagnano le risorse per vivere una vita dignitosa.

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Parental burnout, non esistono genitori perfetti

Gio, 09/05/2019 - 13:00

Lo stress della quotidianità è la principale causa del parental burnout: una sorta di esaurimento nervoso che può portare alcune mamme e alcuni papà a sentire una forma di distacco nei confronti dei figli e ad essere incerti sulle loro qualità genitoriali.

Secondo una ricerca guidata dalla UCLouvain, in Belgio, pubblicata su Clinical Psychological Science,  gli effetti di questo tipo di esaurimento possono essere molto negativi sia per le mamme e i papà che per i figli, aumentando le possibilità di abbandono e i pensieri di fuga. “Nell’attuale contesto culturale – spiega la ricercatrice capo Moïra Mikolajczak – c’è molta pressione sui genitori. Ma essere mamme e papà perfetti è impossibile e tentare di esserlo può portare all’esaurimento. La nostra ricerca suggerisce che qualunque cosa consenta ai genitori di ricaricare le batterie, per evitare l’esaurimento, è un bene per i bambini”.

In un primo studio, i ricercatori hanno reclutato i genitori attraverso social network, scuole, pediatri. Le mamme e i papà, per lo più adulti di lingua francese in Belgio, hanno completato tre serie di sondaggi online distanti circa 5 mesi e mezzo. Le indagini includevano approfondimenti su 22 punti, che misuravano l’esaurimento emotivo dei genitori, il distanziamento e i sentimenti di incertezza sulle capacità genitoriali. Un totale di 2.068 genitori hanno partecipato al primo sondaggio, per arrivare a 557 al terzo. I dati hanno rivelato una forte associazione tra burnout e tre variabili – ideazione di fuga, abbandono e violenza verbale, fisica o psicologica.

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