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Aggiornato: 2 ore 36 min fa

Gli intellettuali tedeschi lanciano un appello perché la Germania sostenga i coronabond

Gio, 04/02/2020 - 21:30

Di Mes o coronabond ci siamo già occupati su People for Planet spiegando la differenza e raccontando le reazioni del primo ministro Conte alle resistenze di paesi del nord-europa (tra cui la Germania) a forme di sostegno economico solidale tra i paesi UE.
Ora dalla Germania, il cui governo è stato finora contrario ai coronabond, arriva un appello sottoscritto da molti intellettuali perché anche il governo tedesco sostenga questa soluzione. Di seguito il testo dell’appello e l’elenco dei firmatari

Una lettera aperta al governo federale: i coronabond ora!

La tremenda crisi che stiamo vivendo a livello globale riguarda, ora e prima di tutto, salvare vite umane, evitando un altro crollo nelle economie nazionali e internazionali che porterebbe a conseguenze catastrofiche materiali e sociali. 
E si tratta anche di preservare il nostro ordine sociale umano, liberale e democratico, la conditio sine qua non in cui è incorporata anche la nostra “economia libera”.
Possiamo solo affrontare adeguatamente la crisi come cittadini liberi. Ciò richiede il massimo della cooperazione e della solidarietà organicamente organizzate, individuali, regionali, nazionali e internazionali. 
I paesi dell’Unione europea – anche nell’interesse della Germania – devono comportarsi il più possibile in solidarietà e proteggersi a vicenda. Con tutti i mezzi disponibili, usando le forze di tutte le singole economie nazionali per creare una stabilità comune. 
La situazione richiede una solidarietà concreta e immediata, ovvero: la creazione di obbligazioni “corona”, obbligazioni comuni emesse dai paesi dell’euro. E questo prima che la spirale discendente sviluppi uno slancio ancora maggiore. Gli strumenti economici e finanziari nazionali adottati come pacchetti di incentivi, prestiti di emergenza, acquisti di obbligazioni, iniezioni finanziarie non saranno sufficienti, né ci saranno varianti aggiornate del MES, del Fondo europeo di salvataggio e nessuna “linea di credito precauzionale” per i bilanci nazionali. La forza dell’azione è troppo grande. Chi può davvero essere responsabile di non utilizzare il più potente di tutti gli strumenti europei nella situazione attuale?

La richiesta ora deve essere il più forte possibile: massima solidarietà. Per motivi etici, anche per motivi culturali, sociali ed economici. La grande responsabilità deriva da una grande forza e la Germania ha una forza enorme. L’Europa ci ha dato tutto ciò che siamo – ora tocca a noi restituire

Esortiamo il governo tedesco a concordare al prossimo vertice dell’UE la proposta del primo ministro italiano Giuseppe Conte e del presidente francese Emmanuel Macron di istituire “Corona Bonds”. Una richiesta che la Spagna e altri sei paesi dell’UE già supportano.

31 marzo 2020

Promotori:

Jörg Bong, autore, pubblicista
Helge Malchow, caporedattore Kiepenheuer e Witsch
Regina Schilling, curatrice del festival letterario internazionale lit.COLOGNE, regista

Firmatari:

Johanna Adorján, autore
Adriana Altaras, autore
Prof. Dr. Aleida Assmann, autore, pubblicista
Prof. Dr. Jan Assmann, autore, pubblicista
Sibylle Berg, autore, drammaturgo
Prof. Dr. Manuela Bojadžijev, Leuphana University of Lüneburg, Humboldt University Berlin
Nora Bossong, autrice
Emma Braslavsky, autrice
Sonja vom Brocke, autrice
Prof. Dr. Heinrich Detering, Georg August University Göttingen
Prof. Dr. Heinz Drügh, Goethe University di Francoforte sul Meno
Carolin Emcke, autore, pubblicista
Yannic Han Biao Federer, autore
Gunther Geltinger, autore
Prof. Dr. Dietrich Grönemeyer, autore, pubblicista, medico
Prof. Dr. Sabine Hark, Università tecnica di Berlino
Josef Haslinger, autore
Jakob Hein, autore
Prof. Dr. Wilhelm Heitmeyer, Università di Bielefeld
Julia Holbe, autore
Prof. Dr. Rahel Jaeggi, Università Humboldt di Berlino
Hilary Jeffery
Prof. Dr. Dirk Jörke, Technical University Darmstadt
Prof. Dr. Wolfgang Kaschuba, Università Humboldt di Berlino
Esther Kinsky, autore
Jörn Klare, autore
Prof. Dr. Albrecht Koschorke, Università di Costanza
Prof. Dr. Claus Leggewie, pubblicista, Justus Liebig University Gießen
Svenja Leiber, autore
Prof. Dr. Stephan Lessenich, Ludwig Maximilians University Munich
Sibylle Lewitscharoff, autore
Prof. Dr. Steffen Mau, Università Humboldt di Berlino
Kristof Magnusson, autore
Prof. Dr. Ethel Matala de Mazza, Università Humboldt di Berlino
Thomas Meinecke, autore
Eva Menasse, autore
Robert Menasse, autore
Prof. Dr. Christoph Menke, Goethe University Frankfurt
Robert Misik, autore
Prof. Dr. Oliver Nachtwey, Università di Basilea
Falk Nordmann, autore
Christoph Nußbaumeder, autore
Professore Dr. Claus Offe, Hertie School of Governance
Christoph Ransmayr, autore
Moritz Rinke, autore
Prof. Dr. Hartmut Rosa, Università Friedrich Schiller, Jena
Sasha Marianna Salzmann, autrice
Frank Schätzing, autore
Peter Stamm, autore
Prof. Dr. Wilhelm Schmid, autore
Dorian Steinhoff, autore
Mark Terkessidis, autore
Prof. Dr. Philipp Ther, Università di Vienna
Stephan Thome, autore
Uwe Timm, autore
Prof. Dr. Joseph Vogl, Humboldt University Berlin
Prof. Dr. Michael Wildt, Università Humboldt di Berlino
Hubert Winkels, autore, critico letterario
Roger de Weck, autore, pubblicista
Thomas Winkler, autore
Prof. Dr. Michael Zürn, Centro scientifico per la ricerca sociale di Berlin

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Covid-19: muore detenuto. Il diritto alla salute è di tutti

Gio, 04/02/2020 - 20:45

Oggi è morto un detenuto per Covid-19. Un uomo in attesa di giudizio e di condanna, arrestato in Sicilia nel dicembre 2018 per accuse di associazione mafiosa. Aveva 76 anni, soffriva di altre patologie, ed era recluso nel carcere la Dozza di Bologna, trasformatosi in un focolaio: positivi al Covid-19 anche altri due detenuti (ora in isolamento) e un agente della polizia penitenziaria dello stesso istituto. Quattro detenuti entrati in contatto con quelli ora in isolamento, sono invece in “domiciliazione fiduciaria“, ovvero in quarantena, e così anche altri tre poliziotti penitenziari.

Centocinquanta i tamponi finora effettuati, di cui 92 sui detenuti e 58 sulle guardie, a riferirlo il Garante delle persone private della libertà Mauro Palma. Ricoverato in ospedale il 26 marzo per plurime patologie e difficoltà respiratorie, è risultato positivo al tampone. L’autorità di sorveglianza competente gli ha quindi concesso gli arresti domiciliari all’ospedale, dove poi è deceduto. 

Nessuna propaganda, né pietismi, vale la pena sottolineare che sulla gestione delle carceri in emergenza sanitaria i sindacati della polizia e i garanti dei detenuti concordano nel denunciare gravi mancanze e protocolli non sempre chiari. Qualcuno parla di colpe:

Purtroppo, questo nemico invisibile sta facendo stragi ovunque e il carcere altro non è che una parte della società” ha detto Gennarino De Fazio, esponente del sindacato UILPA Polizia Penitenziaria nazionale, “non vogliamo e non potremmo strumentalizzare l’accaduto. Il Ministro Bonafede e il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria hanno tante colpe e responsabilità nell’assolutamente inadeguata gestione delle carceri, prima e durante l’emergenza sanitaria, che sarebbe inutile, inelegante e finirebbe col depotenziare le nostre continue denunce”. 

Il virus ha probabilmente poche probabilità di entrare in carcere, ma, una volta dentro, le probabilità di proliferare sono altissime. “Era in cella con un altro detenuto, asintomatico, che è in isolamento in carcere, così come le altre persone che avevano avuto contatti con lui”, riferisce Antonietta Fiorillo, presidente del tribunale di Sorveglianza di Bologna. 

Intanto, si aggiunge un altro grave problema. Come scrive Damiano Aliprandi su Il Dubbio, a preoccupare sono i trasferimenti ancora attivi dei detenuti da un carcere all’altro. Una pratica che sarebbe da sospendere, perché “rischia non solo di vanificare il lavoro di alcuni istituti dove ancora è possibile applicare il protocollo, ma anche di veicolare potenziali infettati dal virus Covid 19”.  

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Covid-19, petizione contro la D’Urso sfiora le 400mila firme

Gio, 04/02/2020 - 19:41

Ecco il testo integrale della petizione, sottoscrivibile qui.

“Purtroppo, sappiamo la caratura culturale dei suoi programmi, 

ma questa volta ha superato il limite invitando in diretta Salvini e PREGANDO in diretta insieme a lui. 

Ricordiamoci che l’Italia è un paese laico e che abbiamo i nostri luoghi di culto e sacerdoti. Questa operazione ha sfruttato ancora una volta il potere della religione sugli anziani, così da rafforzare la sua personalità e il suo programma, indegno culturalmente.

Questa volta però facendo anche politica e dando un ottimo strumento di propaganda a Salvini, che aveva dimostrato due giorni prima, quanto politicamente fosse “preparato” in un altro programma tv dedicato, quello si, alla politica del paese.

Chiedo quindi che venga cancellato il suo programma definitivamente! Dopo che per anni ha sfruttato lo spazio per avere sempre più potere fino a creare una ridicola esperienza religiosa in diretta, con un politico.

Un insieme di cose non accettabili…e che sia il suo punto finale in tv.

ITALIA PAESE LAICO, rispetto per tutte le religioni, via la D’Urso dalla televisione! Non ha l’autorità né religiosa né di altro tipo, per esercitare una funzione religiosa in diretta tv.

Attendiamo risposta da Mediaset e dai suoi vertici”.

Questo il testo della petizione attiva da due giorni su Change e che mentre scriviamo (2 aprile, ore 19.30) conta quasi 400mila firme. 500mila l’obiettivo da raggiungere per tentare di cancellare dal già triste pomeriggio televisivo il programma – già più volte contestato – Live – Non è la d’Urso.

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Perché i cani mangiano l’erba?

Gio, 04/02/2020 - 18:00

È deliziosa: è questo il primo motivo per cui i cani si impuntano di tanto in tanto, durante la passeggiata, e si fanno fuori interi ciuffi d’erba. A loro piace proprio come a noi piace la verdura, con alcune eccezioni per entrambe le specie. Ci sono poi cani che sviluppano preferenze: proprio come noi. C’è chi preferisce le foglie fresche, chi le erbe più secche o una particolare specie di erba. Quel che non possono di sicuro riconoscere, proprio come noi, è se quell’erba è stata trattata chimicamente: come sovente accade, ad esempio a fine inverno e poi fino all’autunno, con i trattamenti anti zanzara. Anche per questo, sarebbe essenziale utilizzare sempre prodotti non tossici. Oltre ai cani, anche i bimbi piccoli mettono in bocca tutto ciò che trovano, tra l’altro.

Causa di vomito

In generale, se il cane vomita dopo aver mangiato erba, è probabile che abbia ingerito sostanze tossiche. Alcuni cani tuttavia mangiano erba proprio perché devono vomitare, e se l’erba non è un’abitudine per loro, il padrone saprà riconoscere subito il motivo di questa strana scelta, che va certamente assecondata e non deve destare particolari preoccupazioni: un mal di stomaco. Se invece il cane ripete l’operazione più di due volte a settimana, allora una visita dal veterinario potrebbe chiarire un altro problema di salute. Se vomitano fino a due volte a settimana non occorre allarmarsi: il vomito non è nei cani direttamente correlato a un grave malessere. Alcuni rimettono il cibo solo perché l’erba solletica la gola e il rivestimento dello stomaco.

Carenza nutrizionale

La maggior parte degli alimenti in commercio offre ai cani una dieta equilibrata, quindi è improbabile che il tuo cane non riceva la nutrizione di cui ha bisogno dalla sua ciotola. Ci sono però cani con determinate malattie intestinali che non digeriscono correttamente il cibo, e hanno difficoltà ad assorbire i minerali, il che li può portare a cercarli nell’erba. La possibilità è però abbastanza rara, e si concretizza a problematica reale solo se associata a sanguinamento nelle feci.

Istinto?

Questa è solo una teoria, che non ha finora avuto alcun riscontro scientifico. I cani mangerebbero erba per istinto: allo stato brado sono infatti onnivori e mangiano carne e piante, proprio come noi, e quindi i vegetali li attirano come la carne, più per “ricordo” che per necessità o voluttà.

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4 domande di 7 sindaci alla Regione Lombardia: tamponi, test, protezioni…

Gio, 04/02/2020 - 16:40
I sette sindaci

I sindaci di 7 città capoluogo della Lombardia (Bergamo, Brescia, Lecco, Mantova, Milano, Varese) hanno rivolto una serie di domande in una lettera aperta alla Regione Lombardia in merito all’emergenza coronavirus. Tra di loro anche i sindaci, lo sottolineiamo, delle città capoluogo delle province più colpite dal virus: Bergamo, Brescia, Milano.

Le domande

Ecco di seguito il testo delle 4 domande poste dai sindaci al presidente della Regione

  • Quando saranno disponibili i dispositivi di protezione – a partire dalle mascherine – il cui arrivo è stato promesso da tempo?
  • Che cosa sta facendo la Regione per proteggere il personale sanitario e gli ospiti delle RSA, in molte delle quali sappiamo purtroppo di numerosi decessi? In una recente conferenza stampa il Presidente Fontana ha detto che la situazione “è sicuramente sotto controllo” e che “tanto i plurisintomatici che i monosintomatici verranno sottoposti a tamponamento”. È ciò che si sta realmente facendo?
  • Perché la Regione Lombardia non segue le direttive del Ministero e dell’Istituto Superiore di Sanità che prescrivono di sottoporre a tampone i sintomatici e, qualora questi siano positivi, i loro familiari e i contatti recenti?
  • Perché la Regione Lombardia non ha ancora autorizzato l’avvio della sperimentazione dei test sierologici che altre regioni, come il Veneto e l’Emilia-Romagna, hanno invece attivato? L’esito di tali test – in abbinamento a un’indagine continua attraverso tamponi su un campione statisticamente rappresentativo per età, sesso, luogo di residenza… – è ritenuto decisivo per certificare l’evoluzione dell’epidemia e l’immunità di chi abbia contratto il virus anche in forma asintomatica.
La regione risponde: bieca speculazione politica, sindaci irresponsabili

Il presidente della Regione Lombardia non ha ritenuto di rispondere nel merito.

Ha preferito invece dichiarare polemicamente: “Non c’è peggior sordo di chi non vuole ascoltare. Se poi la ‘lezioncina’ arriva da chi non ha competenze scientifiche dirette, la cosa diventa  per pura e bieca speculazione politica-ancora più inopportuna e per certi versi triste”.
“Un modo di comportarsi-irresponsabile e poco consono per chi ricopre un ruolo istituzionale.”
“È evidente, che c’è una strategia politica e che quindi l’obiettivo è tenere alta la polemica contro la Regione, impegnata invece 24 ore su 24 a contrastare concretamente il virus. Non mancheremo comunque di recapitare ai sindaci in maniera specifica e puntuale tutta la documentazione che darà loro anche risposte scientifiche”. 

Le questioni poste dai sindaci sono all’ordine del giorno

Le domande poste dai sindaci toccano parte dei temi che People For Planet sta ponendo all’ordine del giorno del dibattito per contrastare il coronavirus ormai da tempo: test mirati; protezione di medici e ospiti di case di riposo;…

Troviamo sorprendente che la Regione Lombardia, l’area più colpita al mondo dal covid-19, non abbia risposte a domande di merito che ci riguardano tutti.

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Immagine di Francesca Pedringa

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Covid-19, positivi 40 donatori di sangue su 60: quasi il 70% del totale

Gio, 04/02/2020 - 16:00

Castiglione d’Adda, pochi chilometri da Codogno, Comune della prima “zona rossa”: Su 60 donatori di sangue, 40 sono risultati positivi e asintomatici.

Quasi il 70% del totale dei donatori si è scoperto positivo al Covid-19 senza sapere di esserlo. Un numero altissimo, emerso dall’ultimo screening e reso noto il 31 marzo, che disorienta il sollievo degli scorsi giorni, quando proprio a Castiglione si era registrato un progressivo calo dei contagi ufficiali, stando ai numeri ufficiali. A oggi il Comune ha 4.500 abitanti, 190 casi e 80 decessi. 

Al di là degli allarmismi, la scoperta pone in questione i seguenti punti.

1. Donare il sangue è essenziale

Ora che gli ospedali sono particolarmente in carenza di plasma per le trasfusioni e le operazioni di routine non da Covid19, donare il sangue continua a rimanere un’azione utile per la collettività. E oggi lo diventa anche per se stessi, per scoprire la propria (eventuale) positività alla carica anticorpale. 

2. Essere portatori sani (e non saperlo)

Al di là degli allarmismi, lo screening di Castiglione è utile per rendere i cittadini più consapevoli del rischio di essere portatori sani e spingerli ad assumere precauzioni anche quando sentono di “stare bene”.

L’altra sera, ospite da Lilli Gruber, Walter Ricciardi (OMS), ha ribadito più volte che sarebbe utile, un vero e proprio gesto altruistico, che tutti portassero le mascherine chirurgiche e non solo quelli che hanno i sintomi del Covid-19: a differenza di quelle con valvola esalatrice, le mascherine chirurgiche infatti servono a proteggere gli altri da sé stessi, specie se si è asintomatici, e perciò più portati a sottovalutare le precauzioni da adottare. 

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Covid-19 arriva in Amazzonia: rischio strage delle comunità indigene

Gio, 04/02/2020 - 15:40

La forte preoccupazione si è tramutata in realtà: come confermato anche dal Sesai, il servizio sanitario indigeno del ministero della Sanità, il governo brasiliano ha annunciato il primo caso di contagio da Coronavirus in una delle comunità indigene dell’Amazzonia.

Oggi, 2 aprile 2020 ore 13.00, secondo i calcoli della John Hopkins University, si registrano nel mondo più di 900mila i casi di Coronavirus con 47.208 decessi totali e 193.700 persone guarite (gli Usa sono il Paese più colpito con più di 200mila casi, seguito da Italia 110.574 e Spagna  104.118. Nel Brasile sono 6.931 i casi di contagio con 244 i morti). E così, insieme ai contagi, cresce anche la paura che le popolazioni indigene brasiliane possano essere decimate dalla pandemia.

Il primo caso tra gli indigeni dell’Amazzonia sembrerebbe essere una giovane operatrice sanitaria di 20 anni appartenente al gruppo indigeno di Kokama che vive un villaggio del distretto di Santo Antônio do Içá, non lontano dal confine con la Colombia. La donna è entrata in contatto con un medico risultato positivo a Covid-19, impegnato sul territorio a trattare altri casi di Coronavirus precedentemente accertati. Nello stesso distretto erano già stati accertati quattro casi e, secondo le previsioni degli esperti, il virus potrebbe decimare la popolazione indigena del Brasile, che attualmente conta 850mila persone.

Dopo una prima fase in cui il Presidente Jair Bolsonaro cercava di sminuire l’emergenza affermando che la pandemia fosse una “fantasia dei media (per approfondire Bolsonaro: «la stampa sul coronavirus è isterica») si è ricreduto, dichiarando che il Coronavirus è«la più grande sfida della nostra generazione» e ha detto che per affrontarla sono necessari «unione e collaborazione» per «salvare vite, senza perdere posti di lavoro». Rimane però un’innegabile difficoltà di collaborazione tra le comunità indigene e il governo brasiliano, un difficile rapporto iniziato appena dopo l’elezione dell’attuale Presidente, nel 2019, quando lo stesso acconsentì all’apertura dei territori indigeni per l’esplorazione di minerali e/o petrolio. (per approfondire Jair Bolsonaro vince in Brasile: i polmoni del pianeta rischiano )

Si rafforza quindi il timore per queste popolazioni che vivono in zone remote con limitata  possibilità di accesso alle cure fornite dal sistema sanitario nazionale, disponendo di scarsissime risorse per fronteggiare e prevenire i contagi. Inoltre, come ha evidenziato Sofia Mendonça, ricercatrice dell’Università Federale di San Paolo (Unifesp) e coordinatrice del progetto Xingu a promozione della salute delle popolazioni indigene nel bacino del fiume Xingu, gli effetti dell’epidemia potrebbero essere paragonabili a quelli di altre malattie infettive (come il morbillo), introdotte in passato nelle zone della foresta pluviale, che ebbero conseguenze devastanti su una grande fetta della popolazione locale.

E pensare che, solo pochi giorni fa,  i gruppi indigeni in tutto il Sud America avevano iniziato a ritirarsi nella loro foresta pluviale, nel tentativo di sfuggire alla minaccia Coronavirus.

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#iorestoacasa e mi fa compagnia Stefano Benni

Gio, 04/02/2020 - 15:00

Tra i tanti artisti che stanno registrando canzoni, brani di libri, monologhi teatrali anche Stefano Benni aiuta chi sta in quarantena raccontando le favole ai bambini e agli adulti.

Beh… non sono esattamente le favole classiche, diciamo che sono rivisitate dal noto scrittore bolognese.

Per esempio Cappuccetto Rosso non è per niente impaurita dal Lupo, anzi, lo infama proprio, e che dire di Raperonzolo che schifa il principe? E i 7 nani come se la cavano con il divieto di spostarsi?

Potete guardare i video e leggere le favole a finale aperto di Stefano Benni nella sua pagina Facebook.

Qui sotto vi riportiamo la storia di Raperonzolo pubblicata da Repubblica.

Buon divertimento e grazie Lupo!

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Ricetta per la pasta di sale fai da te

Gio, 04/02/2020 - 10:00

Nuovo appuntamento con la nostra selezione di video tutorial dal web! Consigli utili per trascorrere questo nostro tempo con creatività, mettendosi alla prova ed imparando ogni giorni una nuova arte!

Oggi diamo il via libera alla fantasia con la pasta di sale! Un gioco semplice e divertente per il quale ci servono pochi ingredienti: acqua, sale e farina!

Dal canale Youtube Vivi con Letizia ecco la ricetta completa di tutti i segreti, dalla A alla Z! Nel tutorial infatti scoprirai:

  • Come fare la pasta di sale: ingredienti, ricetta e procedimento;
  • Come colorare la pasta di sale;
  • Tempi di essiccazioni della pasta di sale, quanto e come cuocere in forno le tue creazioni;
  • Come conservare la pasta di sale sia durante la lavorazione che dopo l’essiccazione;
  • In più ben 7 consigli utili!
Fonte: Vivi con Letizia

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Covid-19: Diario di 24 ore al Pronto Soccorso del Policlinico di Milano

Gio, 04/02/2020 - 08:00

Questo racconto è ben poca cosa rispetto a quello che potrebbe scrivere chi ha lottato tra la vita e la morte, o chi ha visto un suo caro non farcela. È la modesta testimonianza di 24 ore di ricovero al  Policlinico di Milano. Per sospetto Coronavirus.

Come tutto è iniziato

Premessa. Il 21 febbraio, mentre a Codogno il primo paziente si ammalava, ero partito per una breve vacanza in Alto Adige, prenotata da un pezzo. Sulle piste si andava da -14 a + 8. Ho sudato e preso freddo. Tornato a Milano, ho avuto per alcuni giorni qualche linea di febbre (37.4) e tosse (grassa), supervisionata dalla mia dottoressa di base e curata con tachipirina.

Tutto normale… o forse no

Poi sono stato bene per parecchi giorni, prima di una ricaduta con febbre più alta: 38.3. A quel punto la dottoressa mi convoca per una visita e poi mi manda a fare una radiografia del torace, che è anche il primo passo per vedere se ho il Coronavirus. L’ambulatorio è ancora aperto: chiuderà il giorno dopo. Il risultato non è bello, nei polmoni c’è casino. Meglio fare altri accertamenti. Così, sempre seguendo le indicazioni del mio medico, vado al Pronto Soccorso del Policlinico, che è a pochi passi.

Al Pronto Soccorso

L’infermiera all’accettazione, vista la mia rx, mi dà un codice verde, e una mascherina chirurgica. Quella che avevo io era una di quelle fornite dalla Protezione Civile, che l’assessore al Welfare lombardo, Gallera, aveva definito “carta igienica”. Nella sala d’attesa su una sedia ogni quattro è stata messa una striscia rossa. Sono le uniche sulle quali ci si può sedere, per tenere la distanza.
Ci sono altre quattro persone, che si guardano male l’un l’altro: ognuno ha paura che siano gli altri a contagiarlo.
Mi fanno gli esami del sangue, che poi risulteranno tutti sballati. L’infermiera mi fa una serie di domande, e un altro infermiere, piuttosto alto, scrive al computer le mie risposte.

Ma, sentito che sono stato in Alto Adige, l’infermiera devia il discorso: anche lei ci va sempre. Sì, anche lei in Val Pusteria. Sì, è bellissimo. Le montagne più belle del mondo. Istintivamente le sono grato, è un attimo di distrazione, di normalità, che spezza per un po’ l’ansia per quegli esami dai quali dipende il mio futuro.

Poi tocca all’ossimetria, che controlla la percentuale di ossigeno nel sangue. Devo camminare sei minuti con una specie di molletta al dito, collegata a una macchinetta che fa bip bip. Dopo due minuti la macchinetta impazzisce e inizia a urlare. “Adesso le facciamo il tampone. Non lo facciamo a tutti” mi dice l’infermiere, quello alto.

Tampone: sembra un privilegio raro

Il tampone non è altro che un grosso e lungo cotton fioc, che ti infilano su per il naso, fino a farti lacrimare. Un po’ fastidioso, ma niente di che.

“Quanto tempo ci vorrà per i risultati?”. “Quattro – cinque ore”. Caspita, mi tocca tutto il pomeriggio in sala d’aspetto. Torno di là, circondato da sguardi d’odio degli altri in attesa.

Io ho fatto il tampone: sono io il monatto che li infetterà.

Dopo un paio d’ore torna l’infermiere alto: “Abbiamo visto gli esami del sangue. Non sono bellissimi. Per stanotte la ricoveriamo”.

 Mi indica la strada, l’ascensore, il piano. Salgo da solo.

Ricoverato

Sulla porta del reparto c’è un infermiere vestito da palombaro (tuta, copri scarpe, mascherina, schermi di plastica per proteggere il volto) che mi accompagna in una stanza con sulla porta un grosso cartello: “I pazienti ricoverati in queste stanze NON POSSONO ASSOLUTAMENTE USCIRE”.

È una camera a due letti, con bagno e tv. Tiro un respiro di sollevo. Già mi ero immaginato una camerata piena di sospetti contagiati, o, peggio, un corridoio. Per fortuna sono l’unico ospite, anche se al triage mi avevano avvisato che l’ospedale è pieno.

Guardo fuori dalla finestra. In cortile c’è un albero pieno di fiori bianchi. Dopotutto è primavera. Mi viene in mente l’ultima volta che sono uscito, prima di stamattina.
Era qualche giorno fa, prima che tornasse la febbre. Ero andato a prendere il pane da un egiziano che lo fa sottile e croccante. Entro e non vedo nessuno. All’improvviso da sotto il bancone compare una ragazza sui vent’anni, che sfodera un sorriso da bimba, piena di gioia come una che ha fatto uno scherzo ben riuscito.  Non posso fare a meno di sorriderle di rimando. Per un attimo restiamo così, due sconosciuti che in una Milano deserta e impaurita si sorridono. Poi lei dice “scusi…”. “E di che? Volevo del pane…”. Siamo rientrati nei nostri ruoli. Esco dal negozio provando un senso di gratitudine verso quella ragazza. Mi ha regalato un attimo bellissimo. Prezioso.

Ora, qui in ospedale, mi domando quando capiterà di nuovo qualcosa del genere, quanto tempo dovrò stare qui dentro.

Il pomeriggio passa guardando in tv un programma sulla vita di Giosuè Carducci, poi uno sulla guerra in Africa Orientale, e rassicurando al telefono parenti e amici che in fondo andava tutto bene.

Sì, tutto bene, a parte la spossatezza infinita che ho da giorni e la preoccupazione sull’esito del tampone. Che succederà se mi trovano positivo? Che succederà se la mia situazione all’improvviso si aggrava? Le storie su quelli intubati che rischiano, o muoiono, senza neanche il conforto di un parente sono terribili.

Mi tengo su recitando il mio mantra personale: “Combatteremo sulle spiagge. Combatteremo nei luoghi di sbarco. Combatteremo nei campi e nelle strade. Combatteremo sulle colline. Non ci arrenderemo mai”. C’è chi prega la Madonna, il suo santo preferito, Buddha, Vishnu, Wakan Tanka o Manitù. Il mio “santo” di riferimento nelle situazioni difficili è sir Winston Churchill, e questo è un brano del suo celebre discorso dopo la ritirata di Dunkerque, quando l’invasione dell’Inghilterra da parte dei nazisti sembrava inevitabile.
Sono retorico? Vi paio buffo? Vi faccio ridere? Non me ne frega niente. Trovo che in situazioni di bisogno qualunque cosa faccia stare un po’ meglio va bene e ha pari dignità. Anche il mago Otelma, se a qualcuno serve il mago Otelma.

Provo a chiedere se posso farmi portare pigiama e spazzolino, ma mi dicono che, essendo un reparto di isolamento, è piuttosto complicato far arrivare qualcosa da fuori. Se domani mi trattengono, si troverà il modo, ma per stanotte mi devo arrangiare così.
Vabbé, poco male.

È quasi mezzanotte quando spengo la luce.

Un ospite inaspettato

Un attimo dopo si spalanca la porta ed entra una lettiga.
Tutta la notte da solo: era troppo bello.
In un attimo passo dall’Hotel Policlinico, un posto non dico gradevole ma ok, se dimentichi perché sei lì, all’Overlook Hotel, quello di “Shining”.

Il nuovo ospite parla un italiano stentato, capisco che è cinese. E questo non mi rassicura affatto.
Il suo letto è a meno di un metro dal mio. Lo faccio notare all’infermiere, sottolineando che al Pronto Soccorso c’era una distanza ben maggiore tra una sedia e l’altra, e gli chiedo di spostare il mio letto il più lontano possibile.

Fa un’aria comprensiva. Dice che provvederà. Ma poi scompare.
Dopo avere atteso per un tempo che mi pare infinito, almeno mezz’ora, opto per il fai da te.
Individuo la levetta che sbocca il mio letto e, mentre parte un tenue segnale di allarme che avvisa che un letto non è più fisso, lo sposto contro la finestra, al lato opposto della camera. Ora ci saranno due metri ,due metri e mezzo di distanza. Va un po’ meglio.

Bardato con mascherina e sciarpa avvolta sugli occhi, mi giro dall’altra parte e tento di dormire.

Dormire? Impresa impossibile

Il cinese è perennemente al telefono, e quando non è al telefono parla da solo o si lamenta.

Gli chiedo cortesemente se, essendo ormai le due di notte, potrebbe perlomeno smettere di parlare ad alta voce.

Lui si profonde in scuse e mi spiega che sta chiamando una ambulanza privata con la quale è d’accordo per andare a fare una dialisi la mattina presto.

Dialisi? Mi tolgo la sciarpa dagli occhi e per la prima volta lo guardo bene. Lui si è tolto il lenzuolo. Ha una gamba tagliata all’altezza del ginocchio, l’altro piede completamente fasciato, e il ventre coperto di piaghe. Deve essere un diabetico grave.

Mi taccio, sentendomi un verme per essermi lamentato.

Ma perché c’è un diabetico in questo reparto? Non può essere perché non c’è posto: i diabetici muoiono come mosche per il Coronavirus, metterlo in questo reparto se non ce l’ha significa rischiare di condannarlo a morte.

Ma allora l’hanno messo qui perché il Coronavirus ce l’ha già?

E quindi, con una notte con lui, rischio di prendermelo, se per caso non ce l‘avevo quando sono entrato?

Ogni ipotesi di prendere sonno ormai è cancellata.

Non ho più sonno. Ho soltanto paura

Verso le 3 arriva un’infermiera con un apparato portatile per le radiografie e gli fa una rx del torace. Allora non sono ancora certi che abbia il coronavirus… Ma torna la domanda precedente: perché mettere in diabetico qua dentro?

Passa un’altra ora, e gli fanno gli esami del sangue.

Ma qualcosa va storto. Devono avergli rotto una vena, perché poco dopo che l’infermiera è andata via, inizia a zampillare sangue come una fontanella.

Mi alzo e timidamente infrango il divieto di aprire la porta: “Scusi, questo signore perde sangue…”.

L’infermiere arriva e risolve il problema. Intanto il lenzuolo è zuppo, e anche parte del pavimento.

Ma i lenzuoli sono finiti. Bisogna tenersi quello insanguinato.

Da ore ho una sete tremenda e approfitto del momento per chiedere una bottiglia d’acqua. Anche il signore cinese ne vuole una.
Anche le bottigliette sono finite: “Se vuoi ti riempio la tua dal rubinetto” propone l’infermiere. Perfetto, meglio che niente.

Qui il “lei” non esiste. Il “tu” domina dal primo istante. Appena entri qui, non conta più chi sei, la tua posizione sociale, la tua cultura, il tuo denaro. Qui dentro tutti sono uguali.
Giustamente, ci mancherebbe altro. Ma fa pensare alla famosa “livella” di Totò, la morte, che rende uguali l’aristocratico e il netturbino. In ospedale funziona anche se non sei morto. O non ancora.

L’impressione è che il reparto sia davvero allo stremo. Mancano persino le cose basiche.

Resiste una cosa più importante: la gentilezza

Il signore cinese chiama l’infermiere decine di volte nel corso della notte. E ogni volta lui viene, gentile, premuroso. Una sola volta gli dice: “Non puoi chiamare ogni cinque minuti, ho molti altri pazienti a cui pensare, non posso stare solo dietro a te”. Ma non lo dice in modo aggressivo o spazientito. Il tono è calmo, tranquillo. Quasi affettuoso.

E l’altra infermiera quando viene in camera non manca mai di mettere un “caro” nella frase. È una parola che qui dentro – dove non c’è ancora il dolore, ma la preoccupazione, quella sì, domina – fa piacere. Rassicura.

Verso le 8 il mio compagno di stanza viene finalmente caricato sull’ambulanza che lo porterà a fare la dialisi, al Sacco. Forse è una coincidenza, ma è l’ospedale numero uno di Milano per il Coronavirus.

Provo a chiedere a un infermiere cosa aveva quel signore cinese, ma mi risponde che non lo sa, qui arriva ogni giorno tanta gente…

Le hanno detto che lei è negativo?

Verso mezzogiorno passa il medico di turno: “Le hanno detto che lei è negativo?”.

“No…”.

“Il risultato del tampone è arrivato stanotte. Lei ha una polmonite batterica. Può tornare a casa. Prenda questo antibiotico…”.

Quasi non lo sento più. Sono troppo felice. Certo, se qualcuno me lo diceva stanotte mi evitavo ore di angoscia, ma adesso non importa. È strano essere felici di avere la polmonite, ma è così. Mi sembra una cosa meravigliosa. Negativo! Non è una parola bellissima?  Mi dimentico pure di chiedergli informazioni sul perché il cinese stava qui.

“Naturalmente deve stare attento, perché potrebbe essere un falso negativo. Ce ne sono più di quanti lei pensa. Se i sintomi peggiorano ci contatti subito. Buon giorno”.

Pare il gioco dell’oca: credi di essere vicino al traguardo, e magari invece torni alla casella di partenza.

Al diavolo il falso negativo, sono NEGATIVO e basta. Appena a casa stappo una bottiglia di champagne per festeggiare la mia “banale” polmonite.

Poi mi tornano in mente la sala d’attesa del Pronto Soccorso, gli altri “sospetti” seduti poco lontano da me, le notizie sulle migliaia di medici e infermieri che si sono infettati in ospedale, il signore cinese…

Devo pazientare almeno 14 giorni da quando esco da qui, così sarò sicuro di non essere entrato sano e uscito malato.

Il brindisi lo rimando. Lo farò tra due settimane. Lo champagne può aspettare ancora un po’.

Intanto lo metto in frigo.

Foto di ds_30 da Pixabay

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Ritaglia gli animilli!

Gio, 04/02/2020 - 06:30
Aprile, dolce dormire

Aprile, dolce dormire,
è bello sognare, è bello poltrire,
è bello osservare la mosca ronzare,
mentre si è lì, un po’ a sonnecchiare.

La rondine torna, è indaffarata,
invece io son qui, addormentata
e sogno e poltrisco,
nessun testo finisco.

E’ dolce poltrire
ma poi… chi mi aiuta a finire?
Aprile, sei un bel monellaccio,
ci provo, ma non ce la faccio:

sei più forte di me…
La biro dov’è?
Boh? Non la trovo!
Ora dormo di nuovo.

Cantiamo insieme

Mamma Maria

Per vedere i post dei giorni precedenti clicca qui

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Inps, cassa integrazione e misure Coronavirus. UE: da modello Svezia ai nudi della Francia

Gio, 04/02/2020 - 06:15

Il Messaggero: Conte: «Misure prorogate al 13 aprile. Non possiamo allentare la stretta. Fase 2 sarà convivenza con il virus»;

Il Giornale: Coronavirus, quasi 3mila nuovi positivi. ​727 morti in un giorno;

Il Mattino: Virus, l’esperto di pandemie: «La malattia continuerà a circolare per tutta l’estate»;

Il Manifesto: Gli imprenditori vedono nero. Pressing per ripartire in fretta;

Leggo: Sito Inps di nuovo accessibile ma rallentato. Avrà orari diversi: «Dalle 8 alle 16 i patronati, poi i cittadini» 100 domande al secondo;

Corriere della Sera: Come ottenere 1.400 euro di anticipo della cassa integrazione – Attenti agli intoppi;

Il Fatto Quotidiano: Cia: “Da Pechino dati falsi su casi e vittime”. Cina teme ondata di contagi: 600mila isolati. Germania proroga le misure fino al 19 aprile;

Repubblica: Perché la Svezia ha scelto di lasciare tutto aperto;

Il Sole 24 Ore: Perché il virus in Africa è una bomba a orologeria per Apple, Samsung, Microsoft e Bmw;

Tgcom24: Gli infermieri francesi nudi per protesta Foto;

Fonte immagine: Tgcom24

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Covid-19: il governo cambi strategia. Tamponi mirati e isolamento selettivo!

Gio, 04/02/2020 - 06:00
Modello italiano, modello coreano

60 milioni di italiani agli arresti domiciliari sono una sofferenza e un disagio enormi e un costo economico spaventoso. Un prezzo che stiamo pagando mentre la situazione coreana è totalmente diversa.

All’inizio della pandemia in effetti il governo non aveva altre possibilità vista la situazione della Sanità dopo decenni di mal governo e spreco organizzato e il ritardo della rivoluzione digitale.

Ma ora, non adottare misure di contrasto intelligente alla diffusione del virus sarebbe autolesionismo. E restiamo basiti apprendendo che la regione Lombardia il 30 marzo ha effettuato solo 3659mila test virali per il coronavirus, il 29 erano stati circa il doppio! Invece di aumentare i tamponi si diminuiscono! Una decisione che non siamo proprio in grado di comprendere.

Già diversi giorni fa abbiamo raccontato come hanno fronteggiato i contagi in Corea. Invece di mettere in quarantena 50 milioni di cittadini hanno fatto tamponi a tappeto a tutte le persone a rischio, hanno individuato gli infetti, anche asintomatici. Poi, grazie ai tracciati degli spostamenti forniti dai tabulati dei cellulari, hanno individuato i luoghi dove sono stati e le persone con le quali sono entrati in contatto, hanno fatto i tamponi anche a loro e poi hanno messo in quarantena solo le persone positive. Infine hanno monitorato chi aveva l’obbligo di restare a casa grazie all’impiego di una task force, seguendo i loro cellulari e chiamandoli al telefono. Quindi hanno messo in quarantena solo le persone che potevano diffondere il contagio e non TUTTI i coreani! E i risultati si sono visti: il diffondersi della pandemia è stato drasticamente ridotto con costi umani ed economici enormemente inferiori a quelli che stiamo pagando in Italia.

L’anailisi del premio Nobel Paul Romer

Il premio Nobel per l’economia Paul Romer ha realizzato uno studio che fornisce una proiezione del diffondersi dell’epidemia con tamponi mirati, individuazione delle persone a rischio e quarantena selettiva e una proiezione in caso di quarantena generalizzata, il tutto corredato da grafici animati e di facile comprensione (qui la traduzione!).

Stefano Feltri ha pubblicato sul Fatto Quotidiano un’analisi dettagliata della questione sottolineando che oltretutto l’approccio dei test generalizzati e della quarantena selettiva offra anche immensi risparmi in termini economici. (Coronavirus, per me va cambiato approccio. La pandemia si può fermare con meno di 1 miliardo e più test)

Cambiare strategia

Tutti questi elementi ci convincono che sia necessario e urgente che il governo e le regioni cambino strategia! Subito! Attrezzare laboratori in grado di aumentare la capacità di analizzare i tamponi è urgente perché può salvare moltissime vite umane! Si è riusciti a raddoppiare a tempo di record il numero di respiratori e di posti nelle terapie intensive, quindi possiamo affrontare la sfida di aumentare drasticamente il numero dei test e creare un task force che lavori per ricostruire i contatti che hanno avuto le persone contagiate.

Cambiare il paradigma è essenziale e urgente. Sarà possibile? Sì, se saremo in tanti a sostenere questa necessità. Facciamo quindi appello a tutti perché si crei una mobilitazione a favore di questa svolta. In questo momento molto probabilmente anche tu sei in detenzione domestica, innocente, il tempo non ti manca, usa la rete per farti sentire!

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Foto di Stefan Dawson per Unsplash

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Testare le persone e isolamento mirato: come salvare più vite (e l’economia)

Gio, 04/02/2020 - 06:00

Paul Romer, Premio Nobel dell’economia 2018, ha pubblicato questa analisi sul blog dello Stigler Center presso la Booth School of Business dell’Università di Chicago. Di seguito la traduzione di ampi stralci, la versione integrale in inglese completa di grafici è consultabile a questo indirizzo.

Test mirati o isolamento di massa?

Scrive Romer:

Per comprendere gli effetti che una strategia di test mirati potrebbe avere sul corso della pandemia, ho costruito un modello semplice per simulare e visualizzare gli effetti di diverse politiche per affrontare il virus.

Se contrapponiamo una politica non specifica di distanza sociale (isolamento di massa) con una politica di frequenti test mirati per contenere il virus, quanto più dirompente è la politica non specifica? 
Risposta: molto più dirompente. 

Ciò che mostrano le simulazioni è che se usiamo un sistema di test mirati per determinare chi va messo in isolamento, la frazione della popolazione che deve essere confinata e isolata è enormemente più piccola.

Sono necessari test frequenti e a ogni persona coinvolta nei test questo viene ripetuto dopo due settimane circa.

L’isolamento basato sui risultati dei test richiede un’interruzione molto minore dei normali schemi di blocco di massa dell’interazione sociale.

Un’economia può sopravvivere con il 10 percento della popolazione in isolamento. Non può sopravvivere quando il 50 percento della popolazione è isolata.

Non è difficile capire perché il targeting dell’isolamento in base ai risultati dei test riduca il numero totale di persone isolate. Ciò che conta per il controllo dell’infezione è il numero di persone infette che isola.

Se le persone sono isolate a caso, devi isolare molto più persone per ottenere lo stesso risultato.

Strategie asiatiche ed europee

I risultati dell’analisi di Paul Romer sembrano confortare la strategia adottata in alcuni Paesi asiatici (Cina, Corea del Sud, Giappone, di cui abbiamo parlato nei giorni scorsi) rispetto a quelle adottate da molti paesi europei tra cui l’Italia.

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Islanda, il paese dove si fanno più test anti-coronavirus al mondo

Mer, 04/01/2020 - 19:00
Un approccio integrato

Secondo quanto si ricava dai reportage dei media internazionali e dalle informazioni fornite dal governo islandese sul proprio sito, le autorità islandesi stanno adottando misure rigorose per limitare la diffusione della malattia Covid-19 nel paese. L’attenzione maggiore è stata rivolta ai test, alla tracciabilità dei contatti e alla quarantena di individui considerati probabili portatori. Inoltre, sono state messe in atto misure molto rigide per diverse settimane per proteggere i gruppi considerati più vulnerabili dalle infezioni, nonché misure per ridurre al minimo il rischio di infezione negli istituti medici.

La più alta percentuale di test al mondo

Secondo i numeri pubblicati dal governo mercoledì 25 marzo, un totale di 11.727 individui sono stati testati per il virus che causa Covid-19; data la numerosità della popolazione islandese è la percentuale più alta al mondo rispetto al numero dei residenti, come se in Italia fossero stati fatti 2 milioni di tamponi anziché cinquecentomila come è attualmente

I target dei test

I test sono stati eseguiti su due diversi gruppi.

Un totale di 5.564 test sono stati eseguiti dall’ospedale dell’Università Nazionale d’Islanda a Reykjavík, principalmente su soggetti sintomatici o che si ritiene abbiano contratto il virus a causa della vicinanza di individui infetti o di altri motivi. Di questi 5.564 test, 4.879 sono stati negativi e 685 positivi.

Sono stati effettuati in totale 6.163 test sulla popolazione generale, individui a cui non era stato ordinato di mettersi in quarantena e generalmente asintomatici o che presentavano sintomi lievi. Di questi 6.163 test, 6.111 sono stati negativi e 52 positivi.

I test capillari hanno consentito di limitare le morti a 2

La campagna di test capillari e mirati sta dando i suoi effetti. Ad oggi, in Islanda, un totale di 737 sono stati diagnosticati con Covid-19; 68 persone sono guarite. Sono morte due persone a cui era stato diagnosticato il Covid-19, uno è un turista, l’altro un islandese. 15 sono attualmente ricoverati in ospedale e 2 in terapia intensiva. Di quelli attualmente identificati come infetti, 23 hanno più di 70 anni, la fascia di età più a rischio.

Restrizioni alle riunioni ma niente “state a casa”

A partire da mezzanotte di lunedì 23 marzo, in Islanda è entrato in vigore un divieto di raduno di 20 o più persone. Queste misure sono state messe in atto in seguito alle raccomandazioni dell’epidemiologo capo al ministero della sanità retto dalla ministra Svandís Svavarsdóttir. Il divieto resterà in vigore fino al 12 aprile 2020. Dal 16 marzo era in vigore un precedente limite di 100 persone.

Inoltre, le persone devono assicurarsi di mantenere una distanza di almeno due metri tra loro. Gli istituti universitari e di istruzione secondaria, dove è prassi la formazione a distanza, sono chiusi dal 16 marzo ma le scuole elementari e gli asili rimangono aperti con misure specifiche istituite per limitare il rischio di infezione.

La comunicazione ai cittadini già dall’inizio di febbraio

Le autorità islandesi sono intervenute sin dall’inizio di febbraio con una campagna pubblica molto visibile che enfatizza la consapevolezza delle abitudini personali che riducono il rischio di trasmissione, come il lavaggio delle mani e il distanziamento nelle interazioni sociali. Ogni giorno dal 27 febbraio alle 14 si svolge una conferenza stampa che illustra ai media le evoluzioni della situazione.

Photo by Michael Held

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L’arte nelle epidemie

Mer, 04/01/2020 - 18:00

Vi proponiamo alcune opere tra le più significative che raccontano la paura dell’umanità di fronte alle emergenze.

Il Trionfo della Morte di Bruegel

Pieter Bruegel il Vecchio dipinge questo famosissimo quadro nel 1562 circa. Si tratta di un olio su tavola di 117 x 162 cm.

Nel quadro troviamo tutti i temi iconografici medievali: la danza macabra, i cavalieri dell’Apocalisse, la resurrezione dei defunti. Evidenti anche i riferimenti alle opere di Bosch come la descrizione del supplizio degli orgogliosi.

L’opera mostra il trionfo della morte sulle cose del mondo, simboleggiato da un grande esercito di scheletri che devastano la Terra. Sullo sfondo appare un paesaggio brullo in cui si svolgono ancora scene di distruzione. In primo piano, la Morte di fronte ai suoi eserciti su un cavallo rossastro, distrugge il mondo dei vivi, che vengono condotti in una grande bara, senza speranza di salvezza. Tutte le classi sociali sono incluse nella composizione, senza potere o devozione che possano salvarle.

Attualmente il dipinto è conservato al Museo del Prado di Madrid.

L’affresco di Palazzo Sclafani a Palermo

Il Trionfo della Morte è anche il titolo di questo straordinario affresco (600×642 cm) quattrocentesco di autore ignoto che originariamente si trovava sul muro a sud di Palazzo Sclafani a Palermo.

Nel 1944, miracolosamente sopravvissuto alle bombe della Seconda Guerra Mondiale, l’affresco è stato diviso in quattro porzioni e riposizionato alla Galleria Nazionale di Palazzo Abatellis dove si trova tuttora.

Così ne scrive Gesualdo Bufalino in Diceria dell’untore: “Fuggimmo, ce ne andammo senza meta, evademmo in tassì dal gomitolo di straducce, scansando, non si sa mai, quel che restava di Palazzo Sclàfani, e l’affresco che parlava di noi, se era sopravvissuto alle bombe, con l’amazzone senza naso, armata di frecce, galoppante in trionfo su un’ecatombe d’illustri e d’oscuri”.
Si pensa che quest’opera sia valsa da ispirazione per la realizzazione della Guernica di Picasso.

L’abito del medico della peste

In questo disegno del 1656 ecco rappresentato l’abito del medico della peste.

L’abito era costituito da una sorta di tonaca nera lunga fino alle caviglie, un paio di guanti, un paio di scarpe, un bastone, un cappello a tesa larga e una maschera a forma di becco dove erano contenute essenze aromatiche quali fiori secchi, lavanda, timo, mirra, ambra, foglie di menta, canfora, chiodi di garofano, aglio e, quasi sempre, spugne imbevute di aceto e paglia, che agivano da filtro.

Così lo racconta un poeta del XVII secolo
«Come si vede nell’immagine,
a Roma i medici compaiono
quando sono chiamati presso i loro pazienti
nei luoghi colpiti dalla peste.
I loro cappelli e mantelli, di foggia nuova,
sono in tela cerata nera.
Le loro maschere hanno lenti di vetro
i loro becchi sono imbottiti di antidoti.
L’aria malsana non può far loro alcun male,
né li mette in allarme.
Il bastone nella mano serve a mostrare
la nobiltà del loro mestiere, ovunque vadano.»

L’uso di questo abito – comprensibilmente non molto amato dalla popolazione – cadde in disuso nel XVIII secolo.

Arnold Böcklin, Peste, 1898

Pittore, disegnatore, scultore e grafico svizzero, Arnold Böcklin è uno dei maggiori esponenti del simbolismo tedesco.

La peste è un dipinto a tempera (149 x 104 cm) oggi in mostra al Kunstmuseum di Basilea. È un esempio dell’ossessione dell’artista per gli incubi di guerrapestilenza e morte. Il dipinto mostra la Cavalcata della Morte su una creatura alata simile a un pipistrello, che viaggia per la strada di una città medievale.

La peste è resa principalmente usando sfumature di verde pallido, un colore spesso associato alla decomposizione.

La Famiglia, Egon Shiele, 1918

Si tratta di uno degli ultimi quadri del pittore e incisore austriaco.

La figura maschile del dipinto è la raffigurazione dello stesso Egon Schiele, che si rappresenta in un autoritratto proiettato nel futuro perché la moglie dell’autore, al momento del dipinto, era incinta.

Inizialmente il titolo di questo dipinto era Coppia accovacciata, dopo la morte della moglie Edith, incinta di sei mesi, e di Schiele, entrambi morti nel 1918 di febbre spagnola, al quadro venne conferito il titolo La famiglia.

Keith Haring, Ignorance = Fear, 1989

La grande paura prima del coronavirus è stata rappresentata dall’Aids. In quest’opera Keith Haring mette in guardia dall’ignoranza che genera la paura, da questa il silenzio e la morte.

Il quadro fu realizzato prima che l’autore venisse a conoscenza di aver contratto l’Hiv che nel 1990 lo uccise a soli 31 anni.

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Covid-19: Medici, da eroi a nemici da denunciare

Mer, 04/01/2020 - 15:19

A fronte di attese troppo lunghe, perché il proprio caro non è stato intubato, perché forse non è stato curato adeguatamente: cresce il numero dei medici denunciati per inadempienza a fronte dei morti per covid-19. Filippo Anelli, presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri, riporta di avvocati che addirittura lo suggeriscono ai loro assistiti.

In una lettera indirizzata ad Andrea Mascherin, presidente del Consiglio Nazionale Forense, Anelli ha espresso l’amarezza di professionisti che, in un periodo come questo, avrebbero bisogno di più tutela a livello sanitario come lavorativo: mancano protezioni adeguate e tante vittime del Coronavirus sono gli stessi dipendenti ospedalieri.

Sciacalli?

“Sembra quasi si voglia trarre profitto da una situazione drammatica”, scrivono i medici, a fronte addirittura di pubblicità che invitano a sporgere denuncia in caso di sospetti sull’operato dei medici, con sconti e promozioni che invitano i parenti – presumibilmente disperati – ad attaccare chi ha tentato di salvarli.

Scene isteriche e atteggiamenti ostili

“Gli operatori sanitari avrebbero bisogno di indennità che non stiamo ricevendo – aggiunge Luigi Toma, infettivologo I.F.O. (Istituti Fisioterapici Ospedalieri) -. Ci sono i fondi per gli straordinari ma sono poca cosa. Non voglio farne una questione di denaro ma almeno un riconoscimento morale sarebbe molto apprezzato. Mi riferisco a tutti gli episodi di avversione che ci stanno colpendo. Siamo medici per aiutare gli altri e non meritiamo un atteggiamento ostile se ad esempio c’è la fila al pronto soccorso”.

Una amnistia per questo momento

“Tutti lavorano a testa bassa, si fanno miracoli e vorremmo continuare a occuparci esclusivamente dei pazienti da salvare, senza passare il tempo a fare le fotocopie delle cartelle cliniche. Vediamo il pericolo di conseguenze isteriche e di una guerra legale, fioccheranno denunce, temo. La mia idea, oltre ai balconi che vanno bene, è che si preveda per gli operatori sanitari in situazione di guerra una sorta di amnistia» ha detto il cardiologo Stefano Carugo, professore universitario e presidente lombardo della società di cardiologia e direttore del dipartimento cardiorespiratorio dell’Asst “Santi Paolo e Carlo” di Milano.

Le inadempienze sono strutturali

È probabile oltreché possibile che il nostro Paese non stia fornendo una risposta adeguata alla pandemia in atto. Lo ha sottolineato anche uno studio di Harvard, che invita altri Stati ad agire diversamente da noi, sia per le scelte fatte dalla politica, sia per le scelte fatte dai singoli ospedali. Ma la colpa non è certo dei medici.

Solo un paragone…

La Germania – tanto per fare un paragone – sta affrontando il coronavirus forte di 28mila posti letto in terapia intensiva, più di 5 volte i nostri numeri. Quelli di un Paese che una volta aveva un fiore all’occhiello – anzi due: scuola e sanità – e che poi ci ha rinunciato. La Germania spende 3.600 euro l’anno a tedesco, per l’assistenza sanitaria: l’Italia 1.800. Oggi non si possono non chiamare eroi i medici e gli infermieri – ma anche i cassieri e i netturbini – che senza o con scarse protezioni lavorano ben oltre le loro responsabilità, ovvero rischiando la vita per un sistema che, ahi-loro, ha reso così difficile far bene il loro lavoro.

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“Sopravvivi tre settimane senza cibo, tre secondi senza speranza”

Mer, 04/01/2020 - 12:00
“Se sei preparato avrai meno paura”

La tv svedese di stato ha intervistato Lars e Lena Wilderäng, la coppia ha scritto un libro su come prepararsi a una crisi sociale poco prima che scoppiasse l’epidemia di Covid-19. Lars è uno scrittore, Lena è una prepper, con questa espressione “si indicano persone che si preparano attivamente per le emergenze, future o eventuali, comprese possibili interruzioni o profondi mutamenti dell’ordine sociale o politico, su scale che vanno dal locale a quella internazionale” (Wikipedia)

La coppia pensa che la preparazione aiuti a creare meno paura, dal momento che hai un maggiore controllo sulla situazione.

“La paura si basa sull’ignoranza, su ciò che non si conosce. Se hai il controllo della situazione preparandoti praticamente e mentalmente, allora hai meno paura. È più facile avere paura se non si ha alcun controllo,” afferma Lars Wilderäng.

Tre secondi senza speranza

Nel loro libro “Sei preparato?” (non disponibile in italiano) Lars e Lena affermano che l’essere umano può sopravvivere per tre settimane senza cibo, tre giorni senza acqua, tre ore senza protezione contro il freddo e tre minuti senza ossigeno ma solo tre secondi senza speranza.

“Senza speranza, non importa quanto cibo in scatola hai. Pertanto, si devono trovare modi per mantenere la speranza. Quindi, se pensi che le persone dovrebbero restare a casa per un certo numero di settimane, ciò pone una serie di sfide su come mantenere alto l’umore e su come e cosa fare”, dice Lars Wilderäng.

Lena ha vissuto il crollo dell’Unione Sovietica

L’interesse di Lena Wilderäng per la preparazione alle catastrofi stava già crescendo dall’infanzia. Fino all’età di 13 anni l’Unione Sovietica prima e la Russia poi sono state la sua casa. Lì ha imparato a perfezionare la gestione dei beni, a curare sé stessa e non dare nulla per scontato.

“Dopo tutto – racconta – ho vissuto l’intero disastro sociale di un paese scomparso, l’Unione Sovietica, e a un certo punto nulla ha funzionato più. Il denaro non valeva nulla, non c’erano beni. C’era un sacco di violenza e un sistema di giustizia in tilt”.

In mare su una piccola barca o chiusi in casa

Ma è stato quando Lena Wilderäng ha iniziato con avventure estreme che ha realizzato l’importanza delle conoscenze pratiche.

“Ho navigato in tutto il mondo su una piccola barca senza frigo o congelatore o doccia e solo una cosa come una vela che dura un mese. Devi avere conoscenze molteplici per sistemare tutto a bordo, dall’elettricità alle acque reflue e devi essere in grado di cucinare ciò che peschi tu stesso o proteggere le labbra dalla secchezza da salsedine.”

“È un peccato che serva una crisi per iniziare con la preparazione personale, ma la parte positiva di tutto ciò è che le persone apprendono velocemente” continua Lena Wilderäng.

In effetti l’esperienza “state a casa” che stiamo vivendo mette in luce quanto la maggioranza degli esseri umani poco sappia su come fare a sopravvivere con i propri mezzi e le proprie conoscenze, abituati come siamo nella società contemporanea alla interdipendenza anche per le cose pratiche.

Questa esperienza può diventare uno stimolo utile per diventare un po’ prepper.

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Perché l’approccio svedese al coronavirus è così diverso dagli altri
Lettera dalla Svezia

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Covid-19: Proposta per un’Azione di Comunità Solidale per tutti gli Italiani all’estero

Mer, 04/01/2020 - 11:31

Il sito Emi-News pubblica una proposta presentata al Ministero degli Esteri affinché si intraprendano azioni concrete per i cittadini italiani all’estero, perché nessuno si debba sentire abbandonato e lontano dal proprio Paese. La riportiamo anche sulle nostre pagine.

Luca Di Nicola aveva 19 anni

C’è un italiano, giovanissimo, morto a Londra per sospetto coronavirus. E il suo caso è sempre più misterioso. Luca Di Nicola aveva 19 anni ed era originario di Nereto, in provincia di Teramo. Da qualche anno viveva a Enfield Town, periferia nord di Londra, insieme alla madre Clarissa e al compagno di quest’ultima, Vincenzo. Faceva l’aiuto-cuoco.

C’è qualcosa di più invisibile anche di un virus

La solitudine e l’isolamento che si possono sentire in un paese sei uno straniero o peggio un untore. Bisogna infatti orientarsi in una situazione legislativa che in tempi di emergenza è confusa e in evoluzione, non aiutata dalle comunicazioni non sempre uniformi dei media.

L’emergenza Coronavirus sta mettendo a dura prova anche e soprattutto lo stato psicologico degli italiani all’estero, che spesso non conoscono bene la lingua del Paese dove si trovano, non hanno una rete familiare vicino e la lontananza peggiora lo stato d’animo aumentando la paura del se ci sarà più un futuro insieme.

Cosa dice la Farnesina

Dal sito della Farnesina: “il rientro è un’urgenza assoluta. È quindi, per esempio, consentito il rientro dei cittadini italiani o degli stranieri residenti in Italia che si trovano all’estero in via temporanea (per turismo, affari o altro). E’ ugualmente consentito il rientro in Italia dei cittadini italiani costretti a lasciare definitivamente il Paese estero dove lavoravano o studiavano, perché, ad esempio, sono stati licenziati, hanno perso la casa, il loro corso di studi è stato definitivamente interrotto.” (Fonte: https://www.esteri.it/mae/it/ministero/normativaonline/decreto-iorestoacasa-domande-frequenti/focus-cittadini-italiani-in-rientro-dall-estero-e-cittadini-stranieri-in-italia.html – data: 28/03/2020)

Non c’è una scelta più giusta a priori, tra il rientrare in Italia e restare nel paese dove si vive e lavora e pesano una serie di fattori, privilegi, eventualità, garanzie sanitarie, rischi concreti o meno.

Sicuramente l’assenza dello Stato italiano pesa, pesa la mancanza di una rete di protezione sociale nei confronti dei cittadini italiani che non sono potuti partire.

Cosa si chiede:

la creazione di un’Azione di Comunità Solidale all’interno della comunità italiana all’estero creata dalla Farnesina

Obiettivi della Azione della Comunità Solidale

  1. Creazione di un network che metta in relazione i cittadini italiani con i medici italiani presenti nei diversi Paesi per offrire sostegno ed eventuali consigli per come comportarsi con i servizi nazionali sanitari nei diversi paesi
  2. Attivazione di un numero verde nei vari Paesi gestito dalla Farnesina a supporto di quanti non possono rientrare;
  3. Richiesta ai vari Paesi di essere informati in tempo reale in caso di ricoveri di cittadini italiani per covid19

Molti Italiani che non rientrano tra i casi consentiti dalla Farnesina per il rimpatrio hanno diritto di voto e in quei casi vengono interpellati. Uno Stato dovrebbe garantire la sua presenza anche in questi casi.

ALESSANDRA BALDUCCINI
COSTANZA BOCCARDI

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