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Aggiornato: 8 min 56 sec fa

La musica in streaming inquina più di vecchi vinili, cassette e cd

Gio, 04/11/2019 - 19:00

Si risparmiano copie fisiche, plastiche, supporti, trasporti. In fondo, il buon senso vorrebbe che il consumo di musica digitale – la “musica liquida” che ci portiamo in tasca, 30 milioni di brani pronti in un tocco su piattaforme come Spotify o Apple Music – sia qualcosa di buono per l’ambiente. Non è esattamente così. Lo sostiene uno studio delle università di Oslo e Glasgow, emblematicamente intitolato “The cost of music”, secondo il quale il consumo digitale avrebbe condotto a un “involontario” ma significativo impatto ambientale ed economico.
 
Appena pubblicata, la ricerca – che verrà presentata nei prossimi mesi in una serie di eventi dedicati al settore ma è stata diffusa in vista del “Record Store Day” del 13 aprile – ha dunque scoperto che nonostante un clamoroso e scontato calo nell’uso della plastica nella produzione dei supporti musicali negli ultimi vent’anni, la memorizzazione e distribuzione dei brani digitalizzati ha condotto a un aumento nelle emissioni di gas serra da parte del comparto, se considerato nel suo complesso e in relazione agli Stati Uniti. Insomma, sfornare meno supporti fisici è servito ma fino a un certo punto.

Riferendosi alle statistiche che testimoniano il decremento nell’uso delle plastiche nel settore a partire dal 2000 Kyle Devine, professore associato al dipartimento di musicologia a Oslo e principale autore della ricerca, spiega che “queste scoperte sembrano confermare il concetto, molto diffuso, che la musica digitalizzata sia musica smaterializzata”. Il punto, dice il ricercatore, è dunque che “questi numeri potrebbero anche suggerire che la crescita nel download e nello streaming abbia reso la musica più rispettosa dell’ambiente”. Invece le cose non stanno in questo modo: “Un quadro molto diverso emerge quando prendiamo in considerazione l’energia utilizzata per tenere in piedi l’ascolto in streaming online – ha spiegato Devine – memorizzare e processare musica in rete significa infatti sfruttare un’enorme quantità di risorse che hanno un impatto elevato sull’ambiente”.

Per afferrare a fondo la questione bisogna passare appunto ai numeri. Per esempio, l’uso annuale della plastica da parte dell’industria discografica statunitense è passato dai 61 milioni di chili a 8 fra 2000 e 2016. Ottima notizia. Peccato che in termini di emissioni di gas serra si sia passati all’equivalente di 140 milioni di chili del 1977 ai 136 del 1988, fino ai 157 del 2000. Per il 2016 si parla di una stima fra 200 e 350 milioni di chilogrammi, molti di più per il 2020. E stiamo parlando solo degli Stati Uniti, che sono comunque l’epicentro delle “server factory” nel mondo dove quei milioni di brani vengono memorizzati, offerti a milioni di utenti e miliardi di ascolti quotidiani. Si tratta di cifre che gli esperti hanno ottenuto “traducendo la produzione di plastiche e il fabbisogno di elettricità per memorizzare e trasmettere file audio digitali in equivalenti milioni di chilogrammi di gas serra”. In sostanza, il risultato dice che a conti fatti scaricare e riprodurre in streaming i brani online consuma più energia di quanta ne fosse un tempo fosse necessaria per produrre dischi in vinile, musicassette e compact disc.

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Come vivere senza produrre spazzatura (video)

Gio, 04/11/2019 - 16:00

Mentre tu continui a comprare bottigliette di plastica, lei in 4 anni ha prodotto solo un barattolo di rifiuti non riciclabili.
Abbiamo incontrato un’attivista che non produce spazzatura per capire di più sul suo stile di vita [via VICE Italia]

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Flash News: Wikileaks, Julian Assange è stato arrestato

Gio, 04/11/2019 - 15:10

E’ notizia dell’ultima ora l’arresto a Londra di Julian Assange, il fondatore di Wikileaks, la piattaforma web che ha svelato informazioni segrete sulle guerre in Iraq e in Afghanistan e sulle attività di spionaggio del governo americano.
Assange viveva come rifugiato politico all’interno dell’ambasciata dell’Ecuador a Londra.
Scrive IlPost: “La polizia di Londra ha comunicato che l’arresto è avvenuto per una violazione della libertà su cauzione avvenuta nel Regno Unito nel 2010, e per conto delle autorità statunitensi che avevano emesso un mandato di estradizione che lo accusa di aver diffuso documenti riservati.

Nel video alcune immagini dell’arresto

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Ortopedia e riabilitazione muscolare: gli ospedali a cui rivolgersi

Gio, 04/11/2019 - 15:00

Leggi qui gli altri articoli sulle eccellenze sanitarie in Italia

Rappresenta l’apparato più voluminoso del corpo umano, con il suo 80% circa di peso complessivo: è il sistema muscoloscheletrico (o locomotore), è costituito da ossa, cartilagini, muscoli, tendini e legamenti e le sue funzioni principali sono quelle di sostenere il corpo e di permettergli di muoversi, facendo al contempo anche da scudo difensivo. Diverse sono le aree specialistiche che si occupano di questo apparato: ortopedia e traumatologia, reumatologia, chirurgia vertebrale e riabilitazione motoria. Quest’ultima è l’area terapeutica che si occupa in particolare di seguire persone con disabilità e pazienti che necessitano di un processo di rieducazione mirato al recupero delle facoltà motorie e alla prevenzione di ulteriori complicanze in seguito a traumi, lesioni o interventi chirurgici.

Per sapere quali sono in Italia i migliori ospedali per quanto concerne le aree dell’ortopedia, della traumatologia e della riabilitazione abbiamo stilato una breve classifica dopo aver consultato il portale www.doveecomemicuro.it, motore di ricerca sulla salute a cui i cittadini possono far riferimento per mettere in fila le strutture migliori in base a specifici parametri (tra cui la vicinanza della struttura a casa propria).

Valutazioni istituzionali e parametri dettagliati

Nello stilare le classifiche delle strutture sanitarie migliori alle quali rivolgersi per una certa patologia oppure per sottoporsi a una visita specialistica o a uno specifico intervento chirurgico, il portale incrocia diverse informazioni (più di 800 mila) e si basa su valutazioni istituzionali (come quelle effettuate dal Programma nazionale valutazione esiti realizzato dall’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali per conto del ministero della Salute), di certificazioni provenienti da fonti scientificamente accreditate (tra cui il Centro Nazionale Trapianti e il Breast Center Certification), e su parametri dettagliati (numero dei ricoveri, tassi di mortalità, casi in cui è stato necessario un secondo intervento, ecc).

La classifica dei migliori centri per ortopedia e riabilitazione

Quali sono allora le migliori strutture per ortopedia, traumatologia e riabilitazione? La classifica dei primi 10 centri che vi proponiamo tiene conto, oltre che dei parametri già descritti, delle valutazioni sulle aree specialistiche effettuate dagli utenti (e, quindi, suscettibili di variazioni nel tempo anche frequenti). 

1. Ospedale Mater Salutis, Ospedale a gestione diretta

2. Casa di Cura Giovanni XXIII Casa di Cura Giovanni XXIII, Casa di Cura privata accreditata SSN 

  • via Giovanni XXIII, 7 – 31050 Monastier di Treviso (TV) 
  • per info e prenotazioni chiamare il numero 0422 896739
  • sito web https://www.giovanni23.it/
  • aree specialistiche: ortopedia e traumatologia; riabilitazione ortopedica

3. Casa di Cura Villa Serena di Città Sant’Angelo, Casa di Cura privata accreditata SSN

  • viale L. Petruzzi, 42 – 65013 Città Sant’Angelo (PE)
  • per info e prenotazioni chiamare il numero 085 95901
  • sito web https://www.villaserena.it/
  • aree specialistiche: ortopedia e traumatologia; riabilitazione ortopedica

4. Ospedale San Giovanni Calibita Fatebenefratelli, Ospedale privato equiparato pubblico

5. Humanitas Gavazzeni Humanitas Gavazzeni, Ospedale privato accreditato SSN

  • via Mauro Gavazzeni, 21 – 24125 Bergamo (BG)
  • per info e prenotazioni chiamare il numero 035 4204111
  • sito web https://www.gavazzeni.it/
  • aree specialistiche: ortopedia e traumatologia; riabilitazione ortopedica; reumatologia; chirurgia vertebrale

6. Ospedale Sacro Cuore Don Calabria, Ospedale privato equiparato pubblico

  • via Don Semprebon, 5 – 37024 Negrar (VR)
  • per info e prenotazioni chiamare il numero 045 6013111
  • sito web https://www.sacrocuore.it/
  • aree specialistiche: ortopedia e traumatologia; riabilitazione ortopedica; reumatologia

7. Casa di Cura Policlinico di Monza, Casa di Cura privata accreditata SSN

  • via Amati, 111 – 20900 Monza (MB)
  • per info e prenotazioni chiamare il numero 039 2027222
  • sito web https://www.policlinicodimonza.it/
  • aree specialistiche: ortopedia e traumatologia; riabilitazione ortopedica; reumatologia

8. Ospedale di Circolo e Fondazione Macchi, Azienda Ospedaliera

9. Casa di Cura Villa Igea di Acqui Terme, Casa di Cura privata accreditata SSN

  • strada Moirano, 2 – 15011 Acqui Terme (AL) 
  • per info e prenotazioni chiamare il numero 0144 311034
  • sito web http://www.villaigea.com/
  • aree specialistiche: ortopedia e traumatologia; riabilitazione ortopedica; reumatologia

10. Ospedale Paolo Dettori, Ospedale a gestione diretta

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Microplastica sullo Stelvio, come in mare. E’ la prima contaminazione in un ghiacciaio italiano

Gio, 04/11/2019 - 12:00

Poliestere, poliammide, polietilene e polipropilene: ovvero plastica, nell’ordine di 75 particelle per ogni chilogrammo di sedimento, ritrovata per la prima volta su un ghiacciaio italiano da un team di ricerca dell’Università degli Studi di Milano e di Milano-Bicocca. E’ un dato comparabile al grado di contaminazione osservato in sedimenti marini e costieri Europei. I campionamenti sono stati realizzati nell’estate del 2018 sul Ghiacciaio dei Forni, nel Parco Nazionale dello Stelvio.

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I prodotti per sbiancare i denti possono rovinare il sorriso

Gio, 04/11/2019 - 12:00

I prodotti per sbiancare i denti non sono ‘senza macchia’: tre studi dimostrano che rovinano la dentina, la parte proteica del dente, sotto lo smalto, che dà forza al dente stesso.

I tre studi saranno presentati dal gruppo di ricerca coordinato da Kelly Keenan, della Stockton University nel New Jersey, in occasione del meeting annuale dell’American Society for Biochemistry and Molecular Biology parte del 2019 Experimental Biology meeting in corso ad Orlando.

Finora le indagini scientifiche sull’effetto dei prodotti da banco per sbiancare i denti si sono concentrate soprattutto sullo strato più esterno del dente, lo smalto, senza però considerare gli effetti di tali prodotti sullo strato subito sottostante, la dentina, fatta per lo più di proteine e in gran parte di collagene.

In questi studi gli esperti hanno condotto diversi esperimenti usando il principio attivo dei prodotti sbiancanti (acqua ossigenata) su fibre di collagene, su denti in provetta e sul materiale che costituisce la dentina.
Ebbene è emerso che le fibre di collagene si disgregano nel giro di 10 minuti dal contatto con l’acqua ossigenata a dosi simili a quelle contenute nei prodotti sbiancanti in commercio.

Gli effetti sulla dentina si vedono anche trattando denti in provetta con il principio attivo dei prodotti sbiancanti.

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Le ricette di Angela Labellarte: capesante con crema di cardi

Gio, 04/11/2019 - 11:30

Ingredienti

4 Capesante
3 Cardi (coste)
1 Limone non trattato
Timo 1 cucchiaino
Olio extra vergine di oliva
Farina q.b.
Aglio
Sale
Fiori edibili

Preparazione

Pulite i cardi togliendo i filamenti e metteteli a bagno in acqua fredda man mano che vengono tagliati.

Sbollentateli per 5 minuti, cambiate l’acqua*, portate a bollore, salate e cuocete fino a quando diventano morbidi (provare con una forchetta).

Scolate i cardi e saltateli in padella con aglio e olio, mescolate per qualche minuto se necessario.

A fuoco spento aggiungete il timo e la buccia di limone grattugiata e frullate con un frullatore a immersione.

Infarinate le capesante precedentemente staccate dal guscio, lavate e asciugate, e fatele rosolare in una padella antiaderente con un filo d’olio per 2 minuti (1 minuto per lato).

Disponete su un piatto da portata la crema di cardi e la capasanta, decorate con fiori e timo.

* La prima acqua si può bere come tisana depurativa o si può usare come lozione per i capelli, risciacquandoli dopo il lavaggio.

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Israele: vince Netanyahu

Gio, 04/11/2019 - 10:18

La coalizione di destra ottiene la maggioranza dei seggi alla Knesset; Benjamin Netanyahu, va verso la conquista del suo quinto mandato, sarà il premier uscente ad avere l’incarico di formare un nuovo governo. Dopo la pubblicazione ufficiale dei risultati che avverrà oggi, partirà il complesso iter per la formazione del nuovo governo.
Non sono bastate neanche le accuse in corso di frode e corruzione per affossare la popolarità di “King Bibi”, come lo chiamano i sostenitori. Fortemente sostenuto anche da Donald Trump, popolare in Israele dopo la decisione di riconoscere Gerusalemme come capitale e la promessa di annettere parti della Cisgiordania, questa vittoria ha letteralmente offuscato qualsiasi possibilità di dialoghi e trattative. Come dichiarato dall’Olp – Organizzazione per la liberazione della Palestina – «Gli israeliani, con il loro voto, hanno scelto il razzismo e il conflitto permanente». Emblematico il commento ai risultati elettorali di Hanan Ashrawi, esponente di spicco della politica palestinese, rilasciato a The Guardian: «Gli elettori israeliani hanno scelto i loro rappresentanti. Purtroppo hanno votato a stragrande maggioranza per candidati che sono inequivocabilmente impegnati a consolidare lo status quo di oppressione, occupazione, annessione e espropriazione in Palestina. Hanno scelto un parlamento a schiacciante maggioranza di destra, xenofobo e anti-palestinese. L’agenda estremista e militarista, guidata da Benjamin Netanyahu, è stata incoraggiata dalle politiche sconsiderate dell’amministrazione Trump». 

Cosa si dice in Italia? Approfondiamo:

Elezioni in Israele: vince di misura Netanyahu.
Ce l’ha fatta. Benjamin Netanyahu è proiettato verso la conquista del suo quinto mandato. Quando siamo ormai al 99% dei voti scrutinati, il leader del Likud è in vantaggio, anche se solo di stretta misura, sullo sfidante Benny Gantz e raccoglie il 26,47% ha raccolto con più di 3 milioni e 900mila voti, mentre il rivale Blu e Bianco è fermo al 26,11%. In relazione all’esito tutt’altro che scontato, visto che le due formazioni sono quasi alla pari, la coalizione del premier arriverebbe così ad assicurarsi un margine di maggioranza sufficiente per continuare sul solco tracciato.
Per la precisione il Likud e il Blu Bianco di Gantz hanno avuto 35 seggi ciascuno nel Parlamento di Gerusalemme, la Knesset. Ma a livello di coalizione di governo, quella di destra del premier può contare su 65 seggi su 120 alla Knesset contro i 56 attribuibili al centrosinistra di Gantz. 
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Fonte: QUOTIDIANO.NET

Elezioni Israele, la vittoria di Netanyahu è clamorosa. Ma non risolverà i problemi del Paese, anzi. (…)
La coalizione che nascerà nei prossimi giorni sarà solida e molto nazionalista. In questo assemblaggio politico Netanyahu avrà il sostegno di due partiti ortodossi che con esercito, istruzione e cultura hanno poco a che fare. I partiti ortodossi – più che ai reali problemi di Israele – sono interessati a portare avanti la loro agenda politica, sempre autoriferita.
Un governo di questo tipo cercherà, temo, di annettere una parte dei territori occupati nel ’67. I palestinesi troveranno un governo che non ha alcuna intenzione di mettere fine all’occupazione: tutt’altro, ovvero far diventare le colonie parte integrante dello Stato ebraico, senza badare minimamente alle reazioni internazionali e al mancato riconoscimento della validità legale di questo passo. Per non parlare delle reazioni belliche che Hamas metterà in campo.
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Fonte: ILFATTOQUOTIDIANO.IT – Alon Altaras

I primi sconfitti nelle elezioni in Israele sono i palestinesi. In queste ore nelle quali in Israele si stanno tirando le somme sui risultati delle recenti elezioni dove appare chiara la vittoria della coalizione di destra guidata dal Likud di Netanyahu, si parla poco dei veri sconfitti: i palestinesi. La questione palestinese è stata totalmente ignorata durante la campagna elettorale. Non era mai successo prima dove, anzi, proprio la questione palestinese era sempre stata al centro del dibattito politico e delle divisioni tra destra e sinistra. Forse questa è stata la vera vittoria politica di Benjamin Netanyahu che è riuscito a mettere nell’angolo dell’inutilità tutto quanto riguarda i rapporti tra Israele e gli arabi cosiddetti “palestinesi”. 
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Fonte: RIGHTSREPORTER.ORG– Franco Londei

Fonte immagine copertina: IlSole24Ore

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La prima immagine di un buco nero

Gio, 04/11/2019 - 09:12

Segnatevi questa data, e ricordatela a vita. Perché il 10 aprile 2019 entrerà nella storia come in passato è successo per il primo lancio nello spazio, i primi passi sulla Luna e le prime esplorazioni su Marte.

Pochi eventi nella storia dell’astronomia sono stati così incisivi come quello avvenuto in queste ore, quando grazie ad una complessa elaborazione delle immagini provenienti da diverse coppie di telescopi, sincronizzati tramite GPS, si è riusciti per la prima volta a vedere un buco nero.

Dopo decenni di teorie, a partire da quelle di Einstein, passando attraverso gli studi di Stephen Hawking (che starà seguendo i nostri timidi ma coraggiosi progressi con occhio benevolo da una posizione privilegiata), finalmente si è ottenuta la prima immagine della storia che ritrae un buco nero.

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L’inno di tutti gli imprenditori frustrati

Gio, 04/11/2019 - 08:00

Nonostante gli sforzi quotidiani non avete riconoscenza e vi sentite giù di morale? Ecco a voi “Io non voglio stare calmo!” l’inno di tutti gli imprenditori frustrati dal tentativo di far andare bene le cose, nonostante tutto e tutti!

Buon ascolto!

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A 26 anni dalla messa al bando dell’amianto solo il 2 per cento delle strutture è stato bonificato

Gio, 04/11/2019 - 06:31

A 26 anni dall’approvazione della legge che metteva al bando questa pericolosa fibra in Italia (anno 1992), sono solo 6.869 gli edifici bonificati su un totale di 370mila strutture nelle quali è stata ritrovata traccia dell’amianto. E in nove Regioni italiane il censimento non è ancora stato completato.

Solo il 2% delle strutture dunque è stato bonificato: è la fotografia scattata dal Rapporto “Liberi dall’amianto?” realizzato da Legambiente nel 2018

Di queste 370mila strutture censite dalle regioni, 20.296 sono siti industriali (quasi il triplo rispetto all’indagine del 2015 che ne riportava solamente 6.913), 50.744 sono edifici pubblici (+10% rispetto al 2015%), 214.469 sono edifici privati (+50% rispetto al 2015%), 65.593 le coperture in cemento amianto (+95% rispetto al 2015%) e 18.945 altra tipologia di siti (dieci volte di quanto censiti nel 2015).

Considerando il dato, seppur ancora parziale, delle 370mila strutture censite nel territorio nazionale si ottiene già un totale di quasi 58 milioni di metri quadrati di coperture in cemento amianto.

Il Piano regionale per la rimozione di questo materiale, previsto dalla L. 257/92, nel 2018, risultava ancora non approvato nel Lazio e nella Provincia Autonoma di Trento; i Piani dovevano essere pubblicati entro 180 giorni dall’entrata in vigore della legge. In Sicilia, secondo il Rapporto, otto comuni su dieci si trovano senza Piano comunale, un passaggio essenziale per mappare il territorio e procedere alle bonifiche per contrastare le conseguenze dell’esposizione. Solo Campania, Emilia Romagna, Piemonte, Provincia autonoma di Trento, Valle d’Aosta hanno completato integralmente la verifica della presenza di amianto in tutti gli edifici, mentre nelle Marche la copertura è totale solo per le strutture pubbliche e le imprese.

Inoltre le Regioni dotate di almeno un impianto specifico per l’amianto sono solo 8, per un totale di 18 strutture: in Sardegna e Piemonte ce ne sono 4, tre in Lombardia e due in Basilicata ed Emilia Romagna. Uno solo l’impianto esistente in Friuli Venezia Giulia, Puglia e nella Provincia Autonoma di Bolzano. E già oggi, nonostante sia stato smaltito appena il 2% dell’amianto censito, avverte Legambiente, gli impianti sono quasi pieni.

È ormai noto che le fibre d’amianto, penetrando nei polmoni perché volatili, hanno un’azione cancerogena sul rivestimento della cavità toracica (il mesotelio), sfociando nella malattia più grave complessa, il mesotelioma pleurico. Secondo le previsioni epidemiologiche, il numero dei casi aumenterà nel prossimo decennio e purtroppo l’incidenza coincide ancora con la mortalità a causa della prognosi infausta associata alla neoplasia.

Gli strumenti per rilevare il ‘pericolo’ di amianto in un ambiente ci sono e, di conseguenza, anche la possibilità di tutelare la salute di cittadini e lavoratori. Mancano, invece, terapie efficaci e, a oggi, il mesotelioma risulta ancora incurabile.

Ne ha parlato in un’intervista un esperto, il Prof. Luciano Mutti, medico oncologo che coordina il Dipartimento Ricerca e Cura del Mesotelioma dell’Osservatorio Nazionale Amianto il quale ha precisato che: «Non esiste una ‘dose killer’, come erroneamente è stato riportato in alcune cause legali per l’asbestosi. In realtà, il fattore di rischio è una dose cumulativa di esposizione. Ma nessuno è in grado di stabilire né quale sia il limite massimo tollerato dall’organismo prima che si inneschi una proliferazione cellulare tumorale, né il tempo espositivo in grado di aumentare la probabilità di ammalarsi. Esistono casi di tumore ricondotti a un’esposizione all’amianto molto breve, ed è difficile stabilire dei parametri perché sono molto variabili a livello individuale».

I lavoratori sono da sempre i più esposti, sono quelli a maggior rischio ovviamente perché si tratta di esposizione diretta; nel caso dell’esposizione ambientale è provato che siano necessari tempi più lunghi.
Quello che è cambiato è la tipologia dei lavoratori coinvolti: qualche decennio fa si vedevano molti casi tra i chi lavorava nelle fabbriche di amianto, oggi invece il mesotelioma è più diffuso tra chi svolge lavori manuali come elettricisti, meccanici, muratori.

«È stata registrata un’incidenza significativa anche tra bidelli e insegnanti: questo a causa della presenza di amianto in alcuni edifici pubblici di costruzione datata, coibentati con l’asbesto» spiega Mutti.

Per capire se un ambiente è inquinato da amianto esiste la possibilità di fare prelievi ambientali per valutare l’inquinamento di fibre aeree in ambienti presumibilmente esposti a questo rischio, come in alcune fabbriche o nelle aree limitrofe. Non è possibile, invece, valutare se le fibre di amianto si sono depositate nel tessuto polmonare delle persone esposte a questo rischio e se indurranno modificazione tumorale.

Per tutte queste ragioni e in base ai dati presentati, non si può non ribadire l’urgenza e la necessità per l’Italia di agire attraverso una concreta azione di risanamento e bonifica del territorio, che passa attraverso la rimozione dell’amianto dai numerosi siti industriali, edifici pubblici e privati che ci circondano quotidianamente.

È necessario, inoltre, ripristinare specifici incentivi per la sostituzione dei tetti con amianto con coperture solari. Si tratta di uno strumento molto efficace che in passato ha portato, ad esempio, alla bonifica di 100.000 metri quadri di coperture e oltre 11 MWp (megawatt di picco) di impianti fotovoltaici installati e connessi alla rete in tutta Italia.

A breve (forse aprile 2019) sembra che saranno operativi i nuovi incentivi a sostegno della produzione di energia elettrica da impianti alimentati a fonti rinnovabili, che conterranno il cosiddetto “premio amianto“. Ovvero agli impianti fotovoltaici installati in sostituzione di coperture di edifici e fabbricati, che siano scuole, ospedali ed altri edifici pubblici, su cui è operata la completa rimozione dell’amianto (la superficie dei moduli non può essere superiore a quella della copertura rimossa) sarà data priorità rispetto a installazioni senza rimozione di amianto.

Il “premio amianto”, oltre a questa priorità, consiste in un valore incentivante pari a 12 €/MWh  (megawattora, equivalente a un milione di watt) su tutta l’energia prodotta e si aggiunge agli incentivi sull’energia elettrica, consentendo di promuovere non soltanto l’energia prodotta e immessa nella rete, ma anche quella destinata all’autoconsumo, cosicché i soggetti interessati possano coprire i costi necessari alla sostituzione delle coperture.

L’iter di approvazione dello schema di decreto FER 1, notificato alla Commissione UE, è infatti quasi giunto al termine. Dal canto suo, il GSE (Gestore Servizio Elettrico nazionale) dovrà rendere disponibile la documentazione da fornire per attestare la corretta rimozione e smaltimento dell’eternit e dell’amianto, per accedere al premio.

Altre Fonti:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/04/28/amianto-dossier-di-legambiente-in-italia-bonificato-il-HYPERLINK “https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/04/28/amianto-dossier-di-legambiente-in-italia-bonificato-il-2-degli-edifici-lazio-e-trentino-non-hanno-piano-di-rimozione/4321981/”2-degli-edifici-lazio-e-trentino-non-hanno-piano-di-rimozione/4321981/

Amianto in Italia: siamo in grave ritardo. I dati 2018 di Legambiente

https://www.osservatoriomalattierare.it/mesotelioma/5313-tumore-da-amianto-simuore-ancora-e-si-prevede-un-aumento-di-casi-

Rapporto Legambiente: Liberi dall’Amianto? (anno 2018)

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Allergie primaverili, ecco il calendario (e alcuni rimedi)

Gio, 04/11/2019 - 03:35

Utilissimo calendario delle allergie primaverili e poi alcuni semplici consigli pre prevenire brutte giornate di starnuti, lacrimazioni, tosse…
Utile anche la sezione mangiare con i cibi da evitare a seconda delle allergie che si hanno.

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

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Gli studenti piantano alberi per salvare il Lago d’Aral che scompare

Mer, 04/10/2019 - 19:00

Adagiato tra l’Uzbekistan e il Kazakistan, i fiumi Syr Darya e Amu Darya che lo alimentavano sono stati deviati da un progetto sovietico degli anni ’60 per incrementare la produzione di cotone su terre aride. Il deserto copre l’80% del paese e sta avanzando sempre più a causa della siccità cronica.

La città di Moynaq è stata un tempo un importante porto marittimo, oggi si ritrova a decine di chilometri dalla costa del Lago d’Aral. I suoi abitanti hanno vissuto sulla propria pelle il costo umano della catastrofe ecologica.

Il mare in contrazione ha rovinato l’economia locale, basata sulla pesca, e ha lasciato i pescherecci spiaggiati su terre desolate e sabbiose. L’evaporazione del mare ha lasciato dietro di sé sabbia molto salata, inquinata da fertilizzanti e pesticidi. Il fondale contaminato del lago, oggi in superficie, è diventato un rischio per la salute della popolazione locale. I venti trasportano le sabbie in città e, posandosi sui campi, degrada il suolo.

La contrazione del lago ha avuto anche effetti sul tempo: gli inverni sono più freddi e le estati più calde e secche, e questo aggrava ulteriormente la siccità e i suoi effetti. Al ritirarsi del lago, anche la popolazione della città e i turisti che un tempo affollavano le rive del lago sono scomparsi.

Ora gli studenti universitari, sostenuti dal governo uzbeko, stanno piantando alberi da frutto nell’ambito di un’iniziativa per trasformare il paesaggio – questa volta in meglio.

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Fonte immagine copertina: TURISTIPERCASO.IT


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White Black: l’emigrazione italiana

Mer, 04/10/2019 - 16:00

Se ci seguite da un po’ di tempo i Capone & BungtBangt li conoscete già, sono un gruppo musicale campano che suona strumenti autocostruiti con materiali riciclati (qui il video).
Questa è la loro nuova canzone, buon ascolto!

Dalla loro pagina Facebook: “Abbiamo appena pubblicato un nuovo brano! White Black é il nostro contributo musicale sulla questione migranti. Parliamo dei nostri nonni che emigrarono cercando una vita migliore in altre terre, attraversando anche l’oceano. Sembra che ce ne siamo dimenticati, ma non eravamo diversi dai nuovi migranti, tanto che gli americani ci chiamavano White Black.

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Testo della canzone:

White Black erano White Black
gli emigranti italiani erano White Black
White Black erano White Black
Quelli sporchi e affamati erano i White Black
Cick bon bon cick bi baj baj
Tu ’o sapevi che i nonni so sagliuti ’ncopp e varche
‘O sapevi ca nun teneven ne arte e ne parte
‘O sapevi ca quann so arrivati ll’americani
L’hanno squadrati l’anno lavati l’hanno pesati
L’hanno luvate ’e panne a cuollo e l’hanno disinfestati
e mo o facciamo nuje all’ati
C’ammo scurdato ‘o passato
com papa ch cica po bambai

White Black erano White Black
gli emigranti italiani erano White Black
White Black erano White Black
Chi era sporco e affamato era nu White Black

Cick bon bon cick bi baj baj
Cick bon bon cick bi baj baj

Ho una hit per le chart di iTunes
Un milione di click su Youtube
Ho una cosa in comune con Ice Cube
Siamo tutti uomini del sud

Gli italiani di tanti anni fa
Se ne andarono dalle città
la fame li portò fino in America
Discriminati per la loro povertà endemica
E gli dicevano

White black voi siete white black
Emigranti italiani siete white black
White nigga siete white nigga
Com pa pa ch cica bi bai bai

Bianco o nero
Siamo tutti vittime del dio dinero
Nero o bianco
Sempre sotto al pacchetto di un capo branco

Cick bon bon cick bi baj baj
Cick bon bon cick bi baj baj
I nonni i nonni dei nonni
I NO-NNI

Cick bon bon cick bi baj baj
Cick bon bon cick bi baj baj
Arrecuotdate ‘e nonni
‘E nonn ‘e chi t’è nonn!

http://www.caponebungtbangt.com/

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Altro che Cracco: se volete mangiare bene, dovete andare in questa base antartica

Mer, 04/10/2019 - 16:00

Nella base britannica Rothera Research Station, lo chef Georgiades prepara i pasti per tutti i ricercatori. Ogni giorno deve inventarsi qualcosa di nuovo, anche se il genio deve fare i conti con la scarsità di risorse: le provviste vengono inviate su navi cargo solo una volta all’anno.

A 67 gradi di latitudine a sud. Niente sole per due mesi. Isolamento totale dalla famiglia, dagli amici, dalla normalità e, quel che è peggio, dai prodotti alimentari freschi. Niente carne, niente verdure appena colte, niente frutta di stagione. Eppure, alla base antartica britannica Rothera Research Station, che ospita, nei mesi più duri dell’inverno (cioè verso luglio e agosto) circa 20 persone, si mangiano almeno cinque pasti al giorno. Sono ottimi, variegati e ricchi. Il trucco si chiama Georgiades, cioè il nome dello chef incaricato.

Vivere a quelle condizioni non è uno spasso per nessuno. Il compito di Georgiades, come racconta questo articolo di AtlasObscura, è delicato è complesso. Deve provvedere ai pasti, cinque al giorno, che tengano in piedi l’umore della truppa degli scienziati, mantenendo varietà di sapori e di gusti e facendo attenzione alle diverse restrizioni alimentari (alcuni sono vegetariani, alcuni vegani, alcuni ancora intolleranti al glutine e uno segue una dieta halal).

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Il dermatologo spiega i casi in cui la nostra pelle ci segnala la presenza di una malattia autoimmune

Mer, 04/10/2019 - 15:00

Alcune manifestazioni dermatologiche possono indurre a sospettare l’esistenza di malattia reumatologica su base autoimmune. Per la diagnosi di tali patologie non si può prescindere da una stretta collaborazione fra dermatologo e reumatologo: « Alcune Manifestazioni cutanee di diverso tipo rappresentano il primo segno dell’instaurarsi di malattie di natura autoimmune o reumatologica che possono anche essere molto gravi perché colpiscono organi interni e/o l’ apparato osteomuscolare. L’ esempio più noto è quello della psoriasi cutanea che in un 20% dei casi si associa ad artrite. Anche altre malattie autoimmuni gravi e sistemiche, tuttavia, come lupus, dermatomiosite, sclerodermia, e vasculiti sono precedute o si accompagnano a specifiche lesioni cutanee» spiega Piergiacomo Calzavara Pinton Presidente SIDeMAST (Società Italiana di Dermatologia) e Direttore della Clinica di Dermatologia, «Spedali Civili» di Brescia.

Nel caso del Lupus il quadro che può configurarsi è piuttosto complesso come spiega l’esperto: «L’interessamento cutaneo in corso di Lupus può essere molto eterogeneo e polimorfo, essendo per lo più, ma non esclusivamente, rappresentato da tre subsets di presentazione, quali il lupus cutaneo acuto (o sistemico), subacuto e cronico (o discoide). Nel lupus eritematoso cronico il coinvolgimento cutaneo sussiste per lo più da solo senza mai associarsi a lesioni sistemiche.

Nel Lupus Eritematoso Sistemico (LES) e nel lupus eritematoso Subacuto (SCLE), invece, potenti reazioni infiammatorie autoimmuni possono potenzialmente interessare qualsiasi organo tra cui principalmente articolazioni, cuore, polmone, reni, pleura e pericardio e si accompagna alla quasi costante presenza di autoanticorpi della famiglia ANA ed ENA». Il lupus come le altre malattie autoimmuni si caratterizza, fra le altre cose, per l’ aggressione di cellule normali dell’organismo umano da parte del sistema immunitario che le riconosce come estranee.

Gli anticorpi ANA e ENA vanno infatti a colpire strutture cellulari normali all’interno del nucleo delle cellule che vengono poi eliminate dalla successiva reazione infiammatoria. Da notare che alcuni farmaci sono in grado di indurre ex novo e/o riscatenare le manifestazioni cutanee in corso di LES. In questo caso la loro sospensione, quando possibile, riesce a normalizzare il quadro dermatologico simil LES.«Fra i farmaci capaci di scatenare un quadro simil LES l’idralazina, utilizzata per l’ipertensione, la procainamide usata per le aritmie cardiache, l’isoniazide un antibiotico usato per la tubercolosi, ma il quadro può essere indotto anche da alcune nuove terapie per il carcinoma del seno e del colon» spiega il Presidente SIDeMAST.

Le lesioni cutanee del LES, infine, sono altamente fotosensibili : l’esposizione alla luce solare di chi ne soffre può indurre o aggravare le manifestazioni cutanee di malattia, e può agire anche da trigger per lo sviluppo/riaccensione di manifestazioni sistemiche. Per tale motivo questi pazienti devono assolutamente evitare l’ esposizione a ultravioletti dal sole adottando misure di fotoprotezione assoluta. «In pratica questi pazienti devono applicare una quantità abbondante, nel caso del viso per esempio, almeno un cucchiaino da caffè, di crema da sole con fattore SPF superiore a 50 e un’ ottima protezione da UVA, devono ripetere l’ applicazione ogni 1-2 ore e non devono esporsi mai direttamente alla luce solare. Devono, inoltre, rimanere coperti con indumenti e cappello il più possibile e devono assolutamente evitare anche le lampade abbronzanti» chiarisce l’esperto.

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Almeno 350mila le biciclette rubate ogni anno: il registro digitale ci salverà?

Mer, 04/10/2019 - 15:00

Ogni anno in Italia vengono rubate 350 mila biciclette. Ma questo è solo il numero delle denunce. Dobbiamo sommare quello delle bici rubate a proprietari che si rassegnano senza sporgere alcun reclamo. Dopo il furto si tende spesso ad acquistare una bici usata o a rinunciare del tutto ad averne una. Quella dei furti è una piaga, a cui si collega l’altra ben nota piaga del mercato sommerso delle bici di seconda mano di dubbia provenienza. Recentemente l’Associazione Nazionale Ciclo Motociclo Accessori (Ancma) ha annunciato la creazione di un Ciclo Registro in cui verrebbero registrati i numeri di telaio. Arrivato l’annuncio, arrivano anche tutte le perplessità del caso.

Sicuramente si tratta di uno strumento utile, sulla carta. Si tratterebbe di un database nazionale che, una volta registrato il numero di telaio, restituirebbe un certificato digitale che attesta il possesso della bicicletta, utile anche alle forze dell’ordine nel caso si ritrovassero per le mani un mezzo abbandonato o presumibilmente rubato. L’intento di Ancma è quello di coinvolgere i negozianti, che registrerebbero direttamente il numero del telaio al momento della vendita; a questo primo obiettivo si affianca quello di attirare nel meccanismo le compagnie assicurative, che oggi solo in pochi casi propongono una formula per biciclette e con clausole molto restrittive (basti pensare che spesso per ottenere il rimborso dopo un furto le bici devono essere state tenute in un garage chiuso e legate).

Ma ecco i primi dubbi. Da Bikeitalia.it sottolineano alcuni punti poco chiari. Innanzitutto, il numero di telaio a volte identifica un lotto intero di bici, non è quindi un numero univoco che ci riconduce ad una bici in particolare. Inoltre, non tutte le bici riportano questo numero: quelle più economiche acquistate nei supermercati a un centinaio di euro difficilmente lo recano, così come non hanno un numero di telaio le bici molto vecchie. La spiegazione di questa esclusione automatica è che non avrebbe senso registrare mezzi di poco valore dato che non si potrebbe applicare una polizza contro il furto, dettaglio che denota appunto l’intento molto marcato di legare il registro alla vendita di polizze. Non solo, in questo modo quella fetta di veicoli economici – le bici di cittadini che si presume non possano permettersi un mezzo più costoso o non ne avvertono l’esigenza – diventerebbe molto più appetibile per il ladro e non potrebbe godere di un’assicurazione.

Al momento, dunque, non cambia molto. Anzi, sembra proprio che la soluzione più efficace contro i furti resterà ancora a lungo quella di legare la propria bici a un sostegno pesante e molto, molto solido…

Immagine di copertina: Flickr

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10 eventi della Milano Design Week che non dovresti perdere quest’anno

Mer, 04/10/2019 - 12:00

Anche quest’anno, tra anteprime, installazioni, eventi ed esposizioni è partita una nuova edizione della Design Week.

La 58esima, in scena a Milano dal 9 al 14 aprile, riserva come sempre centinaia di eventi, dedicati agli addetti ai lavori ma non solo. Tra Salone del Mobile e Fuorisalone, la città si trasformerà nel palco sul quale brand e aziende di design, lifestyle e tecnologia (ma non solo) faranno a gara per stupire e ingaggiare il pubblico proveniente da tutto il mondo.
Ninja naturalmente non poteva perdersi questo appuntamento e perciò abbiamo selezionato dieci eventi imperdibili da seguire durante la Design Week 2019.

1. AQUA. La visione di Leonardo

L’installazione immersiva site specific realizzata da Marco Balich all’interno della Conca dell’Incoronat è aperta al pubblico dal 6 al 14 aprile. Si tratta di una copertura con un vero e proprio innesto architettonico, alla cui estremità un grande schermo Led si trasforma in una finestra sulla Milano del futuro mostrando uno skyline che cambia a seconda del momento della giornata.

Al di sotto della struttura, è stata creata una wunderkammer in cui i visitatori possono godersi tutta l’energia e la forma dell’acqua grazie a un ambiente in grado di avvolgerli con immagini e suoni grazie all’uso di tecnologie avanzate. Dopo il passaggio attraverso una porta sensoriale, il percorso inizia in una mirror room in cui si è travolti da una sinfonia interattiva di suoni e gorgoglii che ricordano getti d’acqua. Al termine del percorso, una proiezione svela il movimento delle acque che salgono e scendono grazie alle chiuse leonardesche.

Ma non vi anticipiamo tutto, vale la pena andarci.

2. La silent disco a bordo della Connection Boat

Nei giorni 11, 12 e 13 aprile, Siemens Connection Boat, un tipico barcone milanese situato in una delle zone più dinamiche di Milano, la Darsena, ospiterà l’ultima innovazione di Siemens Elettrodomestici, un piano a induzione che unisce tecnologia, design, e innovazione. Sarà l’occasione per godere di un’esperienza unica all’insegna della musica e della tecnologia, ballando a ritmo della Silent Disco a bordo della barca, grazie a particolari cuffie individuali che trasmettono i segnali tramite wireless o bluetooth.

3. Switch – Reshape the Advertising Code and Design Your Interaction

Evento ufficiale di Tortona Design Week che fino al 10 Aprile ospiterà conferenze e workshop creativi per supportare brand, editori e agenzie creative a ridisegnare, il loro percorso di Digital Trasformation in maniera collaborativa, grazie al supporto della tecnologia.

Durante la conferenza stampa ufficiale, che si è tenuta nell’installazione che accoglierà questi momenti partecipativi, il Managing Director di Teads Italia ha aperto le danze, tracciando una panoramica sulle attuali grandi sfide del mercato, determinando anche le vari sfaccettature dei cambiamenti in atto per i protagonisti del digital advertising.

Una tre giorni dedicata a creatività, tecnologia e innovazione nella pubblicità mentre fuori impazza la Milano Design Week. Al termine delle tre giornate, l’installazione sarà aperta al pubblico.

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Pena di morte: meno esecuzioni nel 2018. Il primato è della Cina

Mer, 04/10/2019 - 09:43

Le esecuzioni capitali nel mondo sono calate di quasi un terzo, raggiungendo la cifra più bassa degli ultimi dieci anni: da almeno 993 stimate nel 2017 ad almeno 690 nell’anno scorso. Mancano però i numeri della Cina, dove si ritiene siano migliaia le pene eseguite, ma il dato rimane un segreto di Stato.

“Le notizie positive del 2018 sono state rovinate da un piccolo numero di Stati che è vergognosamente determinato ad andare controcorrente”, dichiara Kumi Naidoo, segretario generale di Amnesty International. Le esecuzioni sono aumentate in Bielorussia, Giappone, Singapore, Sud Sudan e Usa. La Thailandia ha eseguito la prima condanna a morte dal 2009 mentre il presidente dello Sri Lanka ha annunciato la ripresa delle esecuzioni dopo oltre 40 anni.

Cosa si dice in Italia e nel mondo? Approfondiamo:

Pena di morte, il nostro rapporto 2018: “Lento ma inesorabile declino in tutto il mondo”.  Per il 2018 registriamo il più basso numero di esecuzioni in almeno un decennio, con una diminuzione globale di quasi un terzo rispetto all’anno precedente.
Il presente rapporto riguarda l’uso giudiziario della pena di morte nel periodo che va da gennaio a dicembre 2018. Come negli anni precedenti, le informazioni sono state raccolte da diverse fonti, inclusi dati ufficiali, notizie provenienti dagli stessi condannati a morte nonché dai loro familiari e rappresentanti legali, rapporti di altre organizzazioni della società civile e resoconti dei mezzi di comunicazione. Amnesty International riporta esclusivamente esecuzioni, condanne a morte e altri aspetti legati all’uso della pena di morte, come commutazioni o proscioglimenti, di cui c’è ragionevole conferma. In molti paesi i governi non rendono pubbliche le informazioni riguardo il proprio uso della pena capitale.  Continua a leggere…

Fonte: AMNESTY.IT

La pena di morte nel mondo: un primato asiatico e mediorientale. (…) “I Paesi mantenitori della pena di morte sono progressivamente diminuiti nel corso degli ultimi dieci anni: nel 2017, sono 36, rispetto ai 38 del 2016 ed in calo rispetto ai 51 del 2007. Dei 36 Paesi mantenitori della pena capitale, sono solo 6 quelli che possiamo definire di democrazia liberale, considerando non solo il sistema politico del Paese, ma anche il sistema dei diritti umani, il rispetto dei diritti civili e politici, delle libertà economiche e delle regole dello Stato di diritto. Le democrazie liberali che nel 2017 hanno praticato la pena di morte sono state 2 e hanno effettuato in tutto 27 esecuzioni, lo 0,8% del totale mondiale: Stati Uniti (23) e Giappone (4).”

Insieme alla Cina (con almeno 2.000 esecuzioni nell’anno 2017), tra i paesi più problematici ritroviamo l’Iran vige le Sharia iraniana. In Europa, l’unico paese che applica la pena di morte è la Bielorussia. Continua a leggere…

Fonte: AISE.IT – Domenico Letizia  

Non solo il Brunei: ecco altri 10 Paesi dove c’è la pena di morte per gli omosessuali. Non solo il Brunei, che dalla scorsa settimana ha fatto entrare in vigore la lapidazione per gli omosessuali. La pena di morte per i gay è infatti presente in altri dieci Paesi, mentre l’omosessualità, incredibile ma vero, è ancora oggi illegale in circa 70 Paesi del mondo. Attraverso i dati ILGA, si possono facilmente rintracciare quei Paesi in cui la pena di morte per le persone LGBT è oggettivamente concreta, attuata. Dall’Afghanistan, alla Somalia passando per Dubai… Continua a leggere…

Fonte: GAY.IT – Federico Boni


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Recuperare la memoria con la stimolazione elettrica

Mer, 04/10/2019 - 09:32

Nei soggetti anziani, i deficit della memoria a breve termine potrebbero essere colmati temporaneamente con una stimolazione elettrica non invasiva che aumenti la sincronizzazione tra i ritmi theta e gamma nella corteccia temporale sinistra

La memoria di lavoro, o memoria a breve termine, è la capacità di tenere a mente per pochi secondi alcune informazioni utili per qualche tipo di azione: per esempio un numero di telefono che ci viene comunicato a voce o che abbiamo letto una sola volta. Si tratta di una facoltà mentale importantissima, che può essere lesa dalle demenze, in particolare dalla malattia di Alzheimer

Secondo un nuovo studio pubblicato sulla rivista “Nature Neuroscience” da Robert Reinhart e John Nguyen dell’Università di Boston, negli Stati Uniti, il declino della memoria di lavoro legato all’età può essere inibito con una stimolazione elettrica non invasiva del cervello. Gli autori hanno dimostrato che uno specifico ritmo di oscillazione di questa stimolazione è in grado d’interagire positivamente con la corteccia temporale e prefrontale.

Secondo alcune recenti ipotesi, i problemi cognitivi, e in particolare quelli di memoria, che insorgono con l’età sono causati almeno in parte da alterazioni neurobiologiche come variazioni di volume della materia grigia e della materia bianca, alterazioni nel flusso sanguigno, diminuzione della densità dei recettori sulle cellule cerebrali e infine dalla perdita di connettività tra le varie aree del cervello.

Alcuni studi hanno dimostrato inoltre che, affinché siano efficaci le connessioni tra diverse aree del cervello, sono fondamentali le onde cerebrali, cioè i ritmi di sincronizzazione della loro attivazione elettrica.

Nella memoria di lavoro, in particolare, sono importanti i ritmi teta, che hanno frequenze tra 4 e 8 herz, e i ritmi gamma, con frequenze maggiori di 25 herz. Recentemente, alcuni ricercatori hanno dimostrato che è possibile modulare dall’esterno le onde del cervello di un soggetto, in particolare quelle delle regioni corticali, con una stimolazione transcranica a corrente alternata, accoppiata con misure elettroencefalografiche per verificare le variazioni di connettività cerebrale.

Seguendo questa strada, Reinhart e Nguyen hanno usato l’elettroencefalografia per esaminare in che modo la stimolazione elettrica transcranica poteva influenzare le prestazioni della memoria di lavoro in 42 soggetti giovani, di età compresa tra 20 e 29 anni, e 42 più anziani, di età compresa tra 60 e 76 anni.

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