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Aggiornato: 1 ora 5 min fa

Se cerchi gli alieni, guarda i coralli

Lun, 09/02/2019 - 15:00

Secondo una nuova ricerca le forme di vita extraterrestri potrebbero vivere anche sui pianeti che orbitano intorno a stelle turbolente, usando un trucco molto terrestre

Lisa Kaltenegger e Jack O’Malley-James sono due astronomi presso il Carl Sagan Institute della Cornell University (Stati Uniti). Vorrebbero scoprire presto forme di vita aliene e sono convinti che il modo migliore per farlo sia partire dai coralli, qui sulla Terra. In una loro ricerca, da poco pubblicata sulla rivista scientifica Monthly Notices of the Royal Astronomical Societyspiegano che la capacità delle barriere coralline di resistere alle radiazioni ultraviolette potrebbe offrire indizi su come ipotetiche forme di vita si siano sviluppate su pianeti diversi dal nostro, in orbita intorno a stelle un po’ diverse dal nostro Sole. Confusi? Per capirci qualcosa di più, dobbiamo fare un piccolo viaggio di circa 40mila miliardi di chilometri (4,2 anni luce).

Dopo il Sole, Proxima Centauri è la stella più vicina a noi ed è facilmente osservabile con i telescopi dall’emisfero australe, nella costellazione del Centauro. Nonostante la relativa vicinanza in termini astronomici, la luce di Proxima Centauri impiega 4,2 anni per raggiungere la Terra: questo significa che la luce che ha emesso al momento della pubblicazione di questo articolo arriverà a noi solo nel novembre del 2023, e che quella che vediamo ora fu emessa nel giugno del 2015.

A differenza del nostro Sole – una nana gialla (di tipo spettrale G2 V) – Proxima Centauri è una nana rossa (di classe spettrale M5 Ve): è più piccola, meno luminosa e più fredda della nostra stella. Ha anche un’altra caratteristica, comune alle stelle di questo tipo: produce di frequente brillamenti di radiazioni ultraviolette piuttosto intensi, dai quali è consigliabile tenersi a debita distanza.

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«La sai l’ultima?» Indennizzi, Consap e risparmiatori truffati

Lun, 09/02/2019 - 15:00

L’Italia ha, dopo la Grecia, la peggiore burocrazia d’Europa. Basti pensare agli adempimenti fiscali o a quelli per l’accesso alle prestazioni sanitarie che ciascuno di noi deve eseguire prima di ottenere quanto dovuto. Lungaggini amministrative, documenti ridondanti, procedure informatiche preistoriche, personale di bassa qualità sono tra le principali cause del “male assoluto” che ritarda lo sviluppo del nostro paese. Lo snellimento e la modernizzazione della burocrazia dovrebbero essere punti fondamentali di un piano politico (non solo teorico) ma finora tutti i tentativi di riforma della macchina burocratica sono falliti. Nel nostro paese il vero potere non è nelle mani della classe politica ma in quelle della burocrazia e della finanza che agiscono nell’ombra e nell’impunità.

Ma ormai gli italiani, coerentemente con il loro profilo antropologico, ci convivono serenamente, senza più lamentarsi. O meglio si lamentano, ma non più di tanto, solo se la macchina burocratica rallenta qualche processo necessario al soddisfacimento di qualche interesse personale. Siamo sempre figli di Guicciardini, più che di Machiavelli.

È quanto sta accadendo in queste ore al popolo dei risparmiatori truffati, l’agglomerato sociale con cui sono stati identificati i cittadini danneggiati dai crac delle banche finite in risoluzione o in liquidazione coatta. È stato infatti pubblicato in Gazzetta ufficiale l’ultimo decreto con le norme per la presentazione delle istanze, che da ieri (e per i prossimi 180 giorni) possono essere inviate attraverso il sito https://fondoindennizzorisparmiatori.consap.it.

Ecco il punto. Provate a entrarci in questo sito gestito da Consap, una delle macchine burocratiche più complesse del paese, e scoprirete quanto sia difficile e macchinoso completare la procedura. Immaginate le migliaia di cittadini – anziani, poco scolarizzati, per niente tecnologici – che, dopo una odissea politica e giudiziaria durata oltre 5 anni per vedersi riconosciuto il diritto di riottenere quanto gli era stato sottratto con l’inganno, devono cimentarsi con l’ennesimo intralcio che mette a dura prova anche la pazienza dei più tranquilli, già sfiniti dal braccio di ferro con le banche che fanno ostruzionismo nella consegna della documentazione da allegare alla domanda. Una prova di nervi che ha fatto scatenare l’ira di centinaia di risparmiatori che hanno inondato le associazioni che li rappresentano di domande, chiarimenti, dubbi, perplessità.

Qualche esempio?

Nel form, in un casella, viene chiesto il nome dell’attuale istituto depositante dei titoli. Ma le azioni della vecchia Etruria sono stati cancellate dai dossier titoli su richiesta del liquidatore nel maggio 2017. Cioè i titoli non ci sono più e di conseguenza non può esserci banca che detiene il deposito di quei titoli!

Nelle discussioni con il governo questa “anomalia” era stata fatta presente da parte delle associazioni dei consumatori. In un primo momento la paradossale condizione che bisognava detenere i titoli nel momento della richiesta di indennizzo fu cancellata ma poi, ecco il potere della burocrazia, questa condizione è stata nuovamente inserita.

In un’altra casella poi bisognerebbe indicare la data d’acquisto dei titoli. Ma tanti hanno comprato (meglio dire: sono stati obbligati a comprare) più volte. Quale data va messa? I furboni della Consap ci hanno pensato?

Ancora. In un riquadro viene richiesta la “quantità residua” dei titoli. A cosa si riferisce? Perché se si riferisce all’ammontare delle azioni risultanti al giorno della presentazione della domanda d’indennizzo … Stanlio & Ollio erano dilettanti.

Infine, in un altra sezione, viene poi chiesto di indicare il “valore nominale residuo” dei titoli. Secondo voi un risparmiatore con scarsa cultura finanziaria è in grado di capire quale sarebbe il valore di un’azione che era quotata, poi è stata tolta dalla borsa, poi azzerata nel novembre 2015 e infine cancellata dai dossier titoli su richiesta del liquidatore?

Se non vi ha fatto ridere, non preoccupatevi. Non si sforzeranno tanto per darci ulteriore materiale ancora più comico.

Photo by Jordan Whitfield on Unsplash

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Continuano gli omicidi degli ambientalisti nel mondo

Lun, 09/02/2019 - 11:36

(…) Roberto Antonio Argueta è stato ucciso con alcuni colpi di arma da fuoco lo scorso mercoledì in Honduras, nella regione di Aguan, a circa 300 chilometri dalla capitale Tegucigalpa. Era residente nel comune di Cieibita di Rocoa e insieme a ad altre trentuno persone era stato messo sotto accusa per avere difeso i fiumi San Pedro e Guapinol nella zona di Colon dalla costruzione di una grossa diga che, secondo gli attivisti, avrebbe fatto scempio della natura locale.

(…) L’assassinio di Argueta ha riportato alla mente un altro assassinio, quella dell’attivista Berta Caceres uccisa nel marzo del 2016: la madre di quattro figli aveva guidato le proteste degli indigeni contro la costruzione di una diga pianificata nel nord-ovest del Paese centroamericano. Come mandanti dell’omicidio furono riconosciuti in tribunale i dirigenti della compagnia energetica che volevano costruire la diga.

L’omicidio pone anche un serio interrogativo nazionale: siamo sicuri che la difesa dei diritti umani sia cosa tanto distante dalla difesa della salute del pianeta in quei Paesi in cui il capitalismo sfrenato detta legge e distrugge il territorio in nome del profitto? Continua a leggere (Fonte:Un attivista per l’ambiente assassinato in Honduras. Ma nessuno ne parlaTPI.IT di Giulio Cavalli)

Dalla stampa nazionale:

Più di tre persone sono state uccise in tutto il mondo ogni settimana nel 2018 per aver difeso la loro terra e l’ambiente in cui viviamo. Un totale di 164 cittadini comuni (il report contiene l’elenco completo dei nomi) assassinati per aver provato a difendere le loro case, foreste e fiumi da lobby considerate colpevoli di volerne sfruttare le risorse per fini speculativi. Una cifra senza dubbio sottostimata e per ovvie ragioni approssimativa, dal momento i governi o le ONG non monitorano o documentano sistematicamente gli abusi, e pertanto un conteggio si può basare soltanto sulle storie che emergono, sulle dichiarazioni di morte da parte di organizzazioni, famiglie, amici.

 Continua a leggere (Fonte: Climate change vs climate war: tre ambientalisti uccisi ogni settimana  ILSOLE24ORE.IT di Cristina Da Rold)

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Ghepardi a rischio estinzione, sotto accusa gli ultra-ricchi

Lun, 09/02/2019 - 10:00

I paperoni della penisola arabica che lo acquistano illegalmente online per sfoggiarlo come uno status symbol nelle loro sfarzose dimore. “Oggi ci sono meno di 7.500 ghepardi allo stato brado

Se nel Corno d’Africa il ghepardo è a rischio estinzione la colpa è soprattutto degli ultra-ricchi della penisola arabica che lo acquistano illegalmente online per sfoggiarlo come uno status symbol nelle loro sfarzose dimore. Ogni anno, rivela la Cnn, 300 cuccioli di ghepardo vengono trafficati illegalmente dalla Somalia. E il numero è lo stesso dell’intera popolazione giovane e adulta del big cat nell’area non protetta del Corno d’Africa, assicura il Cheetah Conservation Fund (CCF). La moda si dilaga a macchia d’olio e se le cose non cambiano, sostiene il fondo, presto la popolazione di ghepardi nella regione si estinguerà.

La Somalia è la principale tappa del traffico illegale di ghepardi del Corno d’Africa. Gli animali vengono introdotti clandestinamente attraverso il confine, ammassati in casse anguste o in scatole di cartone, caricati a bordo di barche e spediti al Golfo di Aden verso la loro destinazione finale: la penisola arabica. Oggi ci sono meno di 7.500 ghepardi allo stato brado, secondo CCF. Altri 1.000 ghepardi sono stati tenuti prigionieri in mani private nei paesi del Golfo. Sebbene molti di questi stati – compresi gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita – vietino il possesso e la vendita di animali selvatici, l’applicazione è lenta.

Intanto il felino più a rischio d’Africa fa la sua comparsa in post sui social network. In alcuni scatti i ghepardi giacciono su auto di lusso, in altri vengono spinti in pozze, ricevono gelati e lecca lecca e vengono provocati da un gruppo di uomini. Per i ghepardi, una vita in isolamento può essere mortale, se il viaggio non li ha già uccisi. Molti cuccioli di contrabbando arrivano nel Golfo con gambe storte e rotte dopo un duro viaggio. Secondo Maker, tre ghepardi su quattro muoiono durante il trasferimento.

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Pagaiare in canoa a Milano

Dom, 09/01/2019 - 15:52

Il canottaggio è uno straordinario sport per sviluppare corporatura e muscoli, è adatto a tutti, anche i bambini, e poterlo fare in città, nel nostro caso Milano, è un piacere unico.

Conosciamo la Canottieri San Cristoforo, con interviste a Simone Lunghi, Responsabile settore Canoa, e alcuni dei ragazzi presenti alla lezione.

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Kibera, la baraccopoli che vuole correre verso una nuova rivoluzione ambientale

Dom, 09/01/2019 - 15:00

Nonostante la mancanza di materiali tecnici, nonostante le strade sconnesse, nonostante la scarsità di acqua potabile, di cibo a disposizione, il Kenya continua a sfornare campioni del mezzofondo mondiale da oltre cinquant’anni. Non è da meno la sua capitale, Nairobi, che grazie anche a una situazione politica relativamente stabile, si segnala una metropoli in crescita oltre che in fermento culturale e capace di fare massa critica.

Nelle strade di Kibera, la più popolata baraccopoli della città (400 mila abitanti circa), si sono ritrovati per una 10 km competitiva una selezione di 200 runner kenioti.  La corsa è riuscita a segnalarsi nel panorama mondiale per varie ragioni: è  la prima volta che l’organizzazione governativa Athletics Kenya inserisce nel proprio calendario ufficiale una gara che avviene dentro la bidonville di Kibera.  La gara, affiancata da una passeggiata benefica di 3 km aperta a tutti, si è offerta da calcio d’inizio per un progetto di rimboschimento della baraccopoli. 

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Gli strani casi dell’animo umano: “I mezzucci per non finire a letto al primo appuntamento” …

Dom, 09/01/2019 - 11:00

La fate facile, voi. Ma la prima volta in cui si esce con qualcuno non è semplice per nulla. È una partita a scacchi, è testo e sottotesto. È scoprire se l’altro prediliga un 4-3-3 aggressivo o un approccio difensivista; se si schieri a specchio o punti a imporre la propria filosofia.

Lui ha detto agli amici, spiccio e misterioso: «stasera c’ho una». Manco avesse prenotato un motel sulla statale sotto falso nome. #ComplimentiUnaRobaRomantica #EvitateLeDocceCheFannoMoltoPsyco

Lei, dopo un lungo giro di parole denso di estenuanti dettagli, ha concluso: «ho un appuntamento». Mentre qualche amica aveva già infilato in borsa un paio di scarpe comode, per poter bruciare le altre in velocità al lancio del bouchet.
#LaPartenzaIntelligente #IlMeniscoDellaLavandaia

È la prima uscita, insomma: c’è il fascino dell’attesa… scoprire se l’altro sia davvero così attraente… godersi la suspense del mostrarsi e non mostrarsi… vedere a cosa sia davvero interessato il potenziale partner… #TipoAppuntamento #TipoCHoUna

Vi piacete, insomma, ma volete andar piano.
Ecco, allora, qualche piccolo consiglio spot, per rendere meno inevitabile il ritrovarsi, fin dalla prima sera, improvvisamente nudi dentro un fienile.

a) Evitate la campagna. In città è molto più raro incappare in un fienile.

b) Evitate che il vostro abbigliamento gridi: «ho fatto di tutto per essere figa, sono già tua, a saperlo manco andavamo a cena». Meglio qualcosa di più casual: anche un jeans.
(Io, anni fa, mi sono presentata con delle infradito di gomma, ma forse è un briciolino troppo).
#NonProvateARifarloACasa #EraMoltoAltoForseFinoAiPiediNonArrivavaAVedermi

c) Questo non è un buon motivo per indossare le ballerine.

d) L’equivalente maschile delle ballerine sono i mocassini senza calzini
#CosìNonLoFareteMai #NonSoloAlPrimoAppuntamento

e) Muovetevi ognuno con la propria macchina. Ritrovarsi a chiedersi “da me o da te” per decidere di farlo in Panda o in Duna dicono sia abbastanza spoetizzante.

f) Estremo, ma sempre un grande classico. Quello che potremmo chiamare “il metodo della nonna”. Non farsi la ceretta (che ai tempi della nonna – poro nonno – probabilmente non esisteva).
Nessuna donna concepisce di farsi vedere da un uomo in certe condizioni. O almeno così dovrebbe essere. Certo, a quel punto, si consiglia di evitare la gonna. (vedi voce a)
#MaCheTiPagaLaLevis #AridajeCoStiJeans

Il punto è che tutti questi consigli appaiono assolutamente ineccepibili. #DiciamoTutti #AhSìSìProprioIneccepibili

Ma la vita vera, si sa, eccepisce eccome.

Il risultato empirico di ogni personale statistica dimostra, infatti, che ognuno di noi può ricordare primi appuntamenti con gente improponibile ai quali ci siamo presentati al meglio. Preoccupati di piacere, forse proprio perché l’altro non ci aveva colpiti abbastanza.

Per fortuna, invece, l’amore della nostra vita solitamente è un altro. Quello con cui ci siamo ritrovati: in giro con due macchine, i peli sulle gambe, un paio di jeans impossibili da togliere se non con delle cesoie da giardiniere (che, a quel punto…). Tutto ciò – per essere certe di non cadere in tentazione – in quei giorni in cui ti senti un palloncino tutto rosso, hai i nervi a fior di pelle e vorresti trascinare il mondo all’inferno con te.

In conclusione, allora, non c’è primo appuntamento che tenga.
Se lui ti piace e tu gli piaci anche così… beh, amatevi, ragazzi!

Foto di gasa da Pixabay

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Tornare in forma dopo le vacanze (senza traumi): dallo sport alla tavola

Dom, 09/01/2019 - 07:00

‘Da domani, dieta e palestra’. Quanto a buoni propositi, settembre è un po’ come Capodanno. Ma passare dal mojito in spiaggia al caffè in ufficio è più facile a dirsi che a farsi: cinque modi per tornare in città carichi di energia senza stress e senza (troppe) rinunce

1. A tavola tanto verde (e qualche mandorla)

Una frittura di pesce, la spaghettata di mezzanotte, qualche drink di troppo ed ecco che a settembre la linea presenta il conto. «La soluzione non sta nello stravolgere tutto, ma nell’inserire gradualmente abitudini più salutari», spiega il professor Tiziano Gemelli, docente di Scienze Motorie all’università di Paviae preparatore atletico. Cioè ridurre gli alcolici e la carne rossa, preferendo pesce azzurro e piatti di verdura, da condire con l’olio d’oliva. I carboidrati non sono da bandire, ma è meglio scegliere quelli a base di farine integrali, perché, spiega l’esperto «sono ricche di triptofano, l’ormone che regola l’umore e regala una sensazione di appagamento e serenità». Durante il giorno bere acqua, spremute di agrumi, oppure delle centrifughe di verdure e frutta, da bere subito. E come snack spezzafame, una manciata di mandorle: «Sono ricche di magnesio, che aiuta a combattere la stanchezza fisica e mentale e a migliorare il tono dell’umore».

2. Contro lo stress? Una bella corsa
C’è chi anche in vacanza si è tenuto in allenamento, tra arrampicate, trekking o nuotate al mare, ma per chi ha preferito il totale relax passare dal lettino alla sala pesi può essere una prospettiva tutt’altro che allettante: «Ma è ampiamente dimostrato che l’attività fisica diminuisce lo stress stimolando la produzione di endorfine», precisa il prof. Gemelli. Per cui, tutti giù dal divano: «La ripresa deve essere graduale, anche negli allenamenti ‘fai da te’ come la corsa continua. Ci si può far consigliare da un personal trainer un programma che alterni tre allenamenti diversi, per non annoiarsi». L’ideale è farlo senza la musica in cuffia, ma imparando ad ascoltare il proprio corpo, aggiunge l’esperto. E non lasciarsi scoraggiare dal brutto tempo: «Correre con il freddo aumenta le difese immunitarie e temprato il fisico: ma prima di affrontare certi allenamenti la visita medica è obbligatoria».

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Ue: -19% di generazione elettrica da carbone nel primo semestre del 2019

Sab, 08/31/2019 - 15:00

Secondo il report del think tank Sandbag, il consumo dell’oro nero per la generazione elettrica sarebbe in forte calo quasi ovunque in Europa, sostituito sempre più da fonti rinnovabili e gas naturale.

La generazione elettrica alimentata a carbone in Europa è calata del 19% nei primi 6 mesi del 2019: secondo i dati forniti dal think thank londinese Sandbag, il consumo dell’oro nero per produrre elettricità in Europa avrebbe visto un vero e proprio crollo verticale spinto soprattutto dalla grande produzione di energia garantita da fonti rinnovabili e gas naturale.

Secondo il documento elaborato da Sandbag sulla base dei dati ENTSO-E, l’elettricità generata dalla combustione di carbone ha fornito circa 50 TWh in meno tra gennaio e giugno 2019 rispetto allo stesso periodo del 2018. Al contempo, le rinnovabili (fotovoltaico ed eolico su tutte) e il gas naturale hanno immesso in rete ciascuna  circa 30 TWh in più rispetto ai primi 6 mesi dello scorso anno.

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L’Indonesia vuole chiudere l’isola di Komodo ai turisti

Sab, 08/31/2019 - 10:00

Dal prossimo gennaio, per almeno un anno e per consentire ai famosi draghi e alle loro prede di ripopolarla

Il governo dell’Indonesia vuole chiudere ai turisti a partire dal prossimo gennaio l’isola di Komodo, habitat dei leggendari draghi di Komodo, le lucertole giganti simili a dinosauri che attraggono ogni anno decine di migliaia di visitatori da tutto il mondo. La decisione sembra definitiva: pur non essendo ancora stata annunciata ufficialmente nei dettagli, ne hanno parlato diversi politici locali, spiegandone le ragioni. È stata presa per provare a ridurre il bracconaggio, favorendo il ripopolamento dei draghi di Komodo e delle loro prede abituali come cervi, cinghiali e bufali.

La chiusura dell’isola, nei piani del governo, dovrebbe essere temporanea e potrebbe durare anche solo un anno: ma interromperà comunque quello che da qualche decennio è diventato uno dei principali mezzi di sostentamento per gli abitanti dell’isola. Si stima che ogni anno oltre 175mila turisti visitino il Komodo National Park, l’area protetta che si estende per circa 1.700 chilometri quadrati tra l’isola di Komodo e quelle di Sumbawa e Flores. Il governo progetta di ricollocare le circa duemila persone che vivono sull’isola, e sono in corso trattative con i leader delle comunità locali per decidere dove trasferirle: l’iniziativa ha però incontrato molta opposizione tra gli abitanti dell’isola, comprensibilmente.

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Il teatro e la lotta

Sab, 08/31/2019 - 07:00

Buonasera!

Non è garantito che la genetica assicuri anche di essere intelligenti… quindi voi avete questo grosso dubbio, che io capisco: sono solo un cretino figlio di Dario Fo e Franca Rame oppure no?
Quello che posso provare a mettervi a disposizione è una serie di cose che mi hanno insegnato, non si tratta tanto di informazioni quanto di un metodo.
Quello che sono, nel bene e nel male, è il risultato di un trattamento che tradizionalmente veniva messo in atto nelle famiglie degli attori. Se nelle famiglie dei clown e degli acrobati mettono i bambini nelle altalene a tre mesi di vita così che riescano a fare il triplo salto mortale prestissimo, la scuola che ho subito io, e in un certo senso non potevo farne a meno, è molto diversa dal percorso che solitamente si crede debba fare un attore. Io sono cresciuto in un sistema di bottega.
Mio padre e mia madre non mi hanno mai fatto una sola lezione di teatro.
Ho smesso di studiare a 17 anni perché non ero in grado di seguire il percorso scolastico che mi veniva proposto e quindi l’alternativa era: o continuare a studiare o mettersi a lavorare.
Ho scelto il lavoro e mio padre mi disse: “Mi servono venti maschere tra tre mesi per il prossimo spettacolo” e io timidamente risposi: “Ma non so fare le maschere, esimio genitore” e mio padre: “Va beh, impari. Vai ad Abano dal mio amico Donato Sartori e lui ti spiega come si fa”.
Quindi mi spediscono ad Abano Terme, arrivo in questo immenso capannone pieno di ogni tipo di scultura, oggetti da tutte le parti del mondo – se vi capita di passare di lì andate a vedere la casa di Donato Sartori, lui è morto ma la famiglia continua la tradizione: è uno dei più bei musei di maschere che esistano in Europa – … e dopo tre mesi ho consegnato a mio padre le venti maschere.
Non perché fossi particolarmente bravo ma perché, secondo me, la forza di questo metodo è che non è contemplato il fallimento: devi fare 20 maschere. Punto. Se fra tre mesi sei ancora vivo devi aver fatto venti maschere sennò vuol dire che sei morto.
E’ stato fatto un esperimento: le maestre di una classe di quinta elementare sono andate a parlare con i professori della prima media raccontando loro una frottola pazzesca. In pratica hanno detto a questi professori: “Vi arriverà una classe stranissima, noi pensavamo che fossero una manica di deficienti e invece sono dei geni. Noi li trattavamo come dei bambini normali e questi rispondevano in modo incredibile. Ci abbiamo messo un paio d’anni a capire questa cosa, quindi vi avvisiamo che vi arriverà questa classe unica nella storia della nostra esperienza scolastica”. I professori della scuola media dicono “Ok” e dopo tre anni questa classe che era stata selezionata per la sua assoluta mediocrità era diventata la migliore, i ragazzi avevano ottimi risultati e rispondevano ai test in maniera spettacolare.
Se nella vostra famiglia vi hanno sempre detto: “Non correre che cadi” sono cavoli amari, nel senso che vi hanno fatto una violenza mostruosa: i bambini devo correre e devono cadere. E quando cadono bisogna dire loro: “Wow! Sei ancora vivo! Incredibile! Sei stato proprio bravo!”
E questo è stato il metodo della mia famiglia. Si dava per scontato che io sapessi fare alcune cose. E alcune erano da Telefono Azzurro: a 11 anni attraversavo l’Italia in treno da solo. Per esempio: andavo da Milano a Roma, prendevo poi il taxi e arrivavo a teatro dai miei. Era considerato normale e a mia figlia in nessun caso avrei fatto fare una cosa del genere. Ma erano altri tempi e funzionava così.
La mia prima audizione la feci quando avevo circa 23 anni. La commedia prevedeva i personaggi della moglie, del marito e il figlio, tra l’altro pure drogato. I miei genitori mi chiesero di provare a recitare la parte del figlio, avevo l’età giusta. Feci il provino e mi presero, io non ero molto contento, speravo che mi bocciassero. E così sono fuggito e sono andato a vivere in campagna.
Negli anni poi mi sono messo a fare teatro, prima clandestinamente indossando delle maschere, nessuno sapeva che ero io. Mettetevi nei miei panni: provare a fare l’attore con due mostri sacri del genere in casa… me la facevo sotto, come si dice in linguaggio forbito.
Arrivato ai 40 anni ormai recitavo da qualche tempo in vari posti e per la prima volta ho debuttato in un teatro vero, con le poltrone rosse, il palcoscenico e mio padre ha pensato bene che doveva venire a incoraggiarmi. E lì mi ha impartito l’unica lezione di teatro che vi passo perché vi può essere utile. Mi disse: “Prima di uno spettacolo fatti una passeggiata. Le serate dove ho recitato meglio sono state quelle in cui non avevo molta voglia, in platea non c’era nessuno che volessi particolarmente impressionare ma siccome sono un professionista ho comunque cercato di dare il meglio e mi sono accorto che proprio in quelle occasioni ho recitato meglio che in altre serate dove magari mi ero applicato di più. E poi ricordati che quando sali sul palcoscenico quelli che hai davanti sono degli amici perché si sono messi il cappotto e sono usciti di casa per venire a vederti”. Fine. Un corso di teatro decisamente rapido.
Per carità, è importante conoscere la storia del teatro ecc. ed è anche importante sapere che c’è un muro e che non c’è nessuno al mondo che può insegnarvi a sfondarlo. O avete voglia di farlo, avete la determinazione e il divertimento per abbatterlo, oppure non ce la farete.
Non ho niente contro la scuola e l’insegnamento. Gli ultimi 37 anni li ho dedicati a fare una scuola, una libera Università. Visto che non ero nemmeno diplomato al liceo ho dovuto fare una scuola Libera per diventarne rettore e realizzare così il mio sogno. Quindi sono a favore dell’insegnamento, insegno da 37 anni. Bisognerebbe chiarire che l’insegnamento è fondamentale e utilissimo ma poi c’è una parte che devi fare tu. E quella non te la può insegnare nessuno. Puoi stare a vedere per tanto tempo come fanno quelli che ne sono capaci. Spero che voi andiate a teatro a vedere molti spettacoli perché quello è il modo per imparare. Se ne avete la possibilità andate a vedere le prove di uno spettacolo, si impara molto di più.
In alcune puntate della serie su Rai5 che raccontano la storia dei miei genitori gli ultimi cinque minuti sono dedicati ai corsi di teatro di Dario e Franca, e lì vedete le correzioni. Ed è molto interessante vedere quando mio padre o mia madre dicono: “No, così non va bene…”. Si impara più dagli errori propri o degli altri che dalle cose giuste.
Ciò detto, mi rendo conto che sono stato molto facilitato dal fatto che la mia famiglia ha fatto il teatro più semplice che esista. Molti comici fanno le imitazioni, per esempio, e quello è molto difficile. Lo stile della Commedia dell’Arte, che mi padre definiva “epico”, è invece facilissimo perché tutti voi, o almeno gran parte, siete in grado di raccontare a qualcuno una storia, qualcosa che vi è successo, in maniera che si capisca e che sia interessante.
Quello che si fa in questo tipo di teatro è soltanto questo: raccontare una storia esattamente come la si racconterebbe a un amico con poche variazioni, perché ovviamente se si parla a una persona a un metro da noi si ha un certo tipo di approccio che cambia se si parla a cinquanta persone. Il meccanismo però è lo stesso.
Su YouTube potete trovare il nostro Alcatraz Channel: lì c’è una serie di video di persone a cui abbiamo chiesto di raccontare un episodio divertente della propria vita. Sono una quarantina di video realizzati dagli allievi di un corso di teatro.
E’ molto interessante vedere la diversità tra un racconto e l’altro. Del teatro “ufficiale” italiano mi dà molto fastidio vedere che recitano tutti alla stessa maniera. Se invece andiamo a vedere come la gente racconta nella vita reale dei fatti che ha vissuto, si scopre che lo sa fare in maniera più semplice, quando si racconta di qualcosa che ci è realmente successa ecco che la recitazione è più spontanea.
Mia madre viene da questa scuola e ha molto influenzato mio padre perché lei faceva parte di una famiglia di attori girovaghi della fine dell’800 e stavano sul palcoscenico come se stessero al caffè, raccontavano storie e se dovevano pensare a come recitare il discorso della madre al figlio che parte, lo recitavano immaginando che lì ci fosse il figlio che stava realmente partendo, era tutto improvvisato, non avevano testi scritti.
Quello che io ho fatto in teatro è stato raccontare semplicemente delle cose che mi erano realmente successe. Durante i corsi ad Alcatraz cercavo di raccontarle in modo divertente e quelle più divertenti le ho cucite insieme e così ho fatto il primo spettacolo e poi un secondo, un terzo, un quarto. Quello che rende semplice questo lavoro è che racconto la verità. E il pubblico sente che non sto recitando, sto raccontando cosa mi è successo, nessuna tecnica di recitazione.
Questa è stata una rottura enorme negli anni ‘50/’60.
Figuratevi che mia madre fece un film con Renato Rascel dal titolo Rascel Fifì – se lo andate a vedere troverete mio padre biondo che fa il gangster sciupafemmine, la cosa più improbabile che si possa immaginare, povera creatura –  e fu doppiata da un’altra attrice perché la produzione disse che non sapeva recitare perché l’impostazione ai tempi prevedeva che le attrici recitassero con il “birignao”. Cosa che nessuno nella vita normalmente usa se non quelle che lo fanno di mestiere e che anche quando vanno a casa usano il birignao per dire: “Il bambino ha fatto la popò…” 

(continua)

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Difendere il territorio e dare lavoro con la canapa

Ven, 08/30/2019 - 15:00

Da associazione di salvaguardia ambientale e tutela del territorio a produttori di canapa: la società cooperativa Lucanapa è il risultato della passione per la natura di un gruppo di giovani lucani sparsi tra Potenza e provincia, con un rifugio, l’Acqua del faggio, come quartiere generale nel bel mezzo di un bosco a Bella, nella zona nord-occidentale dell’Appennino Lucano.

Solo negli ultimi sedici anni sono scomparsi circa 30mila lucani e i residenti in Basilicata sono passati da 599mila nel 2000 a 570mila nel 2016. In una terra dove i giovani scompaiono, questo gruppo di trentenni, alcuni dei quali con curriculum accademici da far impallidire qualunque professore, hanno deciso di restare. Coltivano canapa e danno lavoro alla piccola impresa locale grazie a filiere corte ed efficienti. I piedi, neanche a dirlo, ben radicati a terra. Li abbiamo intervistati.

Verrebbe da chiedere perché proprio la canapa.

“Perché è una coltura estremamente sostenibile che si adatta al territorio, migliorandone frutti e caratteristiche. La canapa è solo uno strumento, si può implementare lo sviluppo di sistemi economici sostenibili, con filiera corta e controllata a garanzia di prodotti di qualità, come con il farro, si può creare turismo green intorno alla canapa, si può fare moltissimo con la canapa, perciò diciamo che è uno strumento e non un fine”.

Come siete finiti a diventare un’associazione di produttori?

“Proprio con l’Associazione Lucanapa, nel 2012 abbiamo introdotto un disciplinare di produzione molto rigido, che vieta l’uso di ogni tipo di concime chimico, diserbante, eccetera. Fin da subito abbiamo voluto lavorare con la canapa trattandola come qualcosa di biologicamente naturale da dover tutelare oltre che lavorare. E siccome vogliamo che anche i produttori che ci riforniscono facciano altrettanto, li formiamo e li assistiamo durante tutte le fasi di produzione, nel pieno rispetto di un’etica condivisa. La cooperativa invece si occupa di ricavare semilavorati e prodotti finiti da immettere sul mercato”.

Di quante filiere si compone la vostra produzione?

“Da subito ci siamo dedicati al frutto della pianta, il seme, dal quale si ottengono olio e farina dalle caratteristiche nutraceutiche (un neologismo che indica proprietà sia nutritive che farmaceutiche – n.d.r.), in grado di rendere gli alimenti veri e propri farmaci naturali. L’olio di canapa è ricco di omega 3, omega 6, e vitamina E, è un potente antiossidante naturale. La filiera cosmetica fa il paio con quella alimentare per quanto riguarda l’olio di canapa. Ora stiamo avviando un’ulteriore filiera legata all’utilizzo del fusto, concepita in modo che si spostino i macchinari e non le materie prime. Vogliamo diffondere un know-how sul territorio e dare la possibilità ai produttori di scegliere se fornire semilavorati o materie prime. Tutte le nostre filiere coinvolgono realtà artigianali e imprese locali”.

Quindi date lavoro agli imprenditori con la canapa.

“L’idea è proprio quella di creare un networking virtuoso e capace di risollevare le sorti di una regione afflitta dalla disoccupazione e dell’emigrazione come la Basilicata”.

Effettuate lavorazioni biologiche?

“I laboratori Lucanapa sono certificati per effettuare anche lavorazioni bio, proprio in questi giorni abbiamo completato l’iter. Purtroppo sul mercato si trovano prodotti certificati bio, non italiani, non europei, a prezzi bassissimi, da grande distribuzione, che vengono ricavati attraverso l’utilizzo di solventi e suoli di cui non si conoscono le proprietà organolettiche”.

Spiegatevi meglio.

“La pianta della canapa fa parte dei cosiddetti bioaccumulatori. È in grado cioè di immagazzinare i metalli pesanti. Osservare il principio di precauzione e non coltivare in zone a rischio metalli pesanti o anche solo sospette di rischio è una regola che qualunque coltivatore, specie di canapa, dovrebbe attenersi”.

Veniamo alla legge italiana, non sembra molto chiara.

“La legge riguardo all’uso della canapa in realtà è molto chiara, sono però necessari chiarimenti sul piano della comunicazione che permettano uno sviluppo sereno delle filiere, e i raggiungimenti degli obiettivi della legge. L’attuale governo sta alimentando disinformazione e confusione che non rendono illegale il lavoro di chi coltiva e vende canapa naturale, ma di certo lo mortificano e lo svantaggiano anche sotto il profilo economico. Rispetto agli altri paesi europei e mondiali, che stanno ottenendo ottimi risultati sia dal punto di vista finanziario che di sviluppo economico, l’Italia performa meno e come al solito fa un passo avanti e due indietro. Noi con Lucanapa abbiamo fatto il passo avanti. Fake news e superficialità varie hanno penalizzato il settore. Ora tocca alla politica dare le direttive per normalizzare nuovi mercati e nuovi modi di consumo”.

Immagine di copertina: Fonte Lucanapa.com

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Questa startup permette di acquistare il proprio fotovoltaico con soli 39 euro

Ven, 08/30/2019 - 15:00

Enyway mette a disposizione porzioni di un impianto fotovoltaico per produrre e consumare energia rinnovabile a prezzo di mercato. Senza intermediari.

È la rivoluzione di cui si parla da tempo: la democratizzazione dell’energia. Ovvero poter acquistare direttamente piccole porzioni di un impianto solare e usufruire dell’energia rinnovabile da questo prodotta, senza intermediari. E diventare un prosumer – produttore e consumatore – senza dover necessariamente comprare ed installare un impianto fotovoltaico. Per ora il servizio esiste solo in Germania, dove la startup Enyway è la prima ad offrire ai consumatori l’opportunità di acquistare la superficie di una scatola da pizza di impianto fotovoltaico per soli 39 euro.

Come funziona il sistema proposto da Enyway

La giovane società, nata nel 2017, lo scorso novembre ha lanciato un crowdfunding per realizzare un impianto di 8mila metri quadrati nei pressi di Hecklingen, una città della Sassonia-Anhalt. Chiunque poteva partecipare e i pacchetti acquistabili andavano da un minimo di 39 euro per la superficie di impianto solare pari ad una scatola per la pizza, fino ai 299 per superfici più grandi. “Il (cliente) medio può ora partecipare attivamente alla transizione energetica”, ha detto il manager di Enyway Heiko von Tschieschwitz, che quasi 20 anni fa ha fondato il primo e oggi più grande fornitore di energia verde della Germania. 

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Il Green New Deal approda in Europa

Ven, 08/30/2019 - 11:20

Il movimento nato per affrontare le grandi sfide dell’ambiente invita il Parlamento Europeo a un cambio di rotta. E parte dall’Italia

(…) Ispirato al “New Deal” di Franklin D. Roosevelt, questo piano richiede alla Banca di Investimento Europea di impiegare ogni anno il 5% del PIL dell’Unione Europea a favore della transizione ecologica, spingendo le risorse europee inutilizzate verso i servizi pubblici, facendo in modo che questa non pesi sulle spalle dei lavoratori e delle lavoratrici. Si tratta di una cifra pari approssimativamente a 500 miliardi di euro ogni anno; gli investimenti che verranno fatti saranno diretti tramite un’agenzia pubblica trasversale che coinvolgerà autorità regionali e municipali, le cui decisioni saranno, inoltre, supportate da assemblee di cittadini.

Questo è l’unico modo di assicurare che i fondi pubblici siano spesi laddove più necessario. E rappresenta la chiave per sbloccare il pieno potenziale delle nostre democrazie in modo duraturo. Il gruppo italiano chiede ai nuovi europarlamentari italiani di appoggiare questa proposta. Continua a leggere (Fonte:Il Green New Deal approda in Europa – LASTAMPA.IT)

Dalla stampa nazionale:

Oggi sappiamo bene cosa dobbiamo fare ma a livello politico non stiamo agendo con velocità sufficiente per la paura di cambiare, fatalismo, proteggere interessi particolari o a causa di falsi miti riguardo le reali possibilità di cambiamento. Ciò è alla base della frustrazione e dello sciopero pacifico di migliaia di giovani in Europa e nel mondo. Oggi abbiamo già le tecnologie e la finanza per accelerare la trasformazione, manca però quella volontà politica per impiegare le tecnologie su scala e modificare i flussi finanziari, privati e pubblici, per finanziare la trasformazione.

In particolare l’Italia soffre di un grave deficit politico nella lotta al cambiamento climatico. Per troppi anni la classe politica dominante ha ignorato e non capito la portata epocale della sfida e delle opportunità del cambiamento climatico, relegandolo sistematicamente in secondo piano e raramente trattato come priorità politica. Ciò è ancora più paradossale per un paese come l’Italia che è tra i più esposti in Europa agli impatti estremi del clima, non solo per le implicazioni economiche e di sicurezza che ne derivano, ma anche perché la nostra identità e patrimonio culturale sono intimamente legate alla stabilità e regolarità del clima. 

L’iniziativa Clima Europa vuole contribuire a colmare questo deficit attraverso una chiamata alla responsabilità politica e all’azione per il clima partendo dall’orizzonte minimo di riferimento: l’Europa. Continua a leggere (Fonte: Ecco Clima Europa, per un Green New Deal europeo LASTAMPA.IT di Luca Bergamaschi)

IL GREEN NEW DEAL, UNA SPERANZA PER GLI USA E PER IL PIANETA. Una soluzione rivoluzionaria presentata dalla parlamentare più giovane della storia statunitense. (…) Alexandria Ocasio-Cortez, la stella nascente della politica USA. Alexandria è una politica statunitense trentenne. È stata eletta al Congresso statunitense nel 2018 diventando, a 29 anni, la più giovane parlamentare nella storia statunitense.

Ocasio-Cortez è nata nel Bronx, da padre nato anche lui nel Bronx e madre nata a Porto Rico. Ocasio-Cortez sin dai tempi del liceo si è distinta, vincendo un premio nella Intel International Science and Engineering Fair con un progetto di microbiologia; a seguito di questo riconoscimento, le è stato dedicato un asteroide, 23238 Ocasio-Cortez. (…)Ma ciò per cui sentiremo spesso parlare di Ocasio-Cortez è una sua risoluzione rivoluzionaria, il cosiddetto “Green New Deal” (GND), presentato da lei ufficialmente il 7 febbraio, volto a stimolare lo sviluppo dell‘economia verde e blu, la creazione di nuovi posti di lavoro e la riconversione dei lavoratori attualmente impiegati in settori non ecosostenibili.

Il GND è rapidamente decollato, ottenendo numeri enormi nei sondaggi USA e “costringendo” i parlamentari democratici, anche a quelli vicini alle lobby del carbone, a dirsi almeno formalmente d’accordo.

Riconosce che gli Stati Uniti sono responsabili di una quantità sproporzionata di emissioni e chiede agli Stati Uniti di essere un leader mondiale nell’azione per il clima oltre che il produttore numero uno della tecnologia verde: soddisfare le richieste di energia con energia rinnovabile e a emissioni zero. Continua a leggere (Fonte: PEOPLEFORPLANET.IT di Bruno Patierno)

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Antibiotici: cala l’uso (-30% in sei anni) dei farmaci negli allevamenti italiani

Ven, 08/30/2019 - 09:13

Assalzoo (alimenti zootecnici): «l’intera filiera è impegnata per ridurre utilizzo del medicinale veterinario».

Diminuisce in Italia l’utilizzo degli antibiotici negli allevamenti zootecnici. Secondo l’ultimo rapporto della Direzione salutesicurezza alimentare della Commissione UE, si registra una riduzione sostanziale del 30% dell’utilizzo degli antibiotici negli allevamenti italiani dal 2010 al 2016 (Final Overview Report “Measures to Tackle Antimicrobial Resistance through the Prundent Use of Antimicrobials in Animals”). La Commissione segnala che le vendite di antibiotici negli allevamenti italianirestano elevate” rispetto alla maggior parte degli altri paesi europei, ma il rapporto il rapporto indica diversi elementi positivi, come i progetti pilota che hanno portato a una drastica riduzione nell’uso degli antimicrobici senza compromettere la produttività e la salute degli animali e il software per il monitoraggio volontario negli allevamenti sviluppato dell’Associazione nazionale dei medici veterinari.

Positivo il giudizio di Carni sostenibili: «la carne che arriva sulle nostre tavole è sicura – afferma Giuseppe Pulinapresidente dell’associazione -. La somministrazione di antibiotici con scopi auxinici, cioè per favorire la crescitaè vietata in Europa dal 2006. L’approccio europeo è tra i più severi al mondo, poiché ne vieta ogni uso diverso da quello terapeutico. L’uso degli antibiotici deve avvenire sotto stretta sorveglianza e su prescrizione di un medico veterinario. Inoltre, dettagliatamente regolamentato nella scelta dei principi attivi, nei cicli di trattamento e nella loro registrazione, nel rispetto rigoroso dei tempi di sospensione al fine di evitare la presenza di residui nelle carni. Non solo, nel corso degli ultimi anni in Italia sono stati avviati programmi volti ad affrontare il problema dell’antibioticoresistenza, ai quali si aggiungono nuove disposizioni normative volte al miglioramento dei sistemi di controllo dei farmaci utilizzati in allevamento. Prima fra tutte la ricetta elettronica, la cui applicazione è iniziata a partire da aprile 2019».

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Samsung lancia un’app per aiutare i suoi utenti a rendere il mondo più sostenibile (foto)

Ven, 08/30/2019 - 09:00

Samsung annuncia di voler aumentare il suo impegno nei confronti dell’ambiente e più in generale per rendere il mondo un posto migliore attraverso il supporto agli Obiettivi di sviluppo sostenibile stilati dalle Nazioni Unite. Si tratta di 17 obiettivi che mirano a risolvere un’ampia gamma di problematiche riguardanti lo sviluppo economico e sociale, come povertà, fame, salute, istruzione, cambiamento climatico, uguaglianza di genere, ecc. e che hanno preso il posto dei forse più noti Obiettivi del millennio.

Per aumentare il livello di consapevolezza e impegno da parte dei suoi utenti Samsung ha quindi creato un’app dove potersi informare sui 17 obiettivi e dare il proprio contributo alla causa che si sente più vicina o importante. Una volta scaricata e aperta, l’applicazione mostra gli obiettivi in forma grafica: ognuno è accompagnato da una spiegazione sul suo significato, dati statici a supporto e tutte le informazioni necessarie per comprendere la problematica.

Continua a leggere androidworld.it di Roberto Artigiani

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Paura e libertà mezzo secolo dopo

Ven, 08/30/2019 - 06:57

Un film che non aveva un soggetto preciso e s’ispirava a “Il sorpasso” di Dino Risi. Wim Wenders, giovane, quando lo vede ne scrive una recensione molto appassionata: “È un film politico perché è un bel film, perché è bello il paese percorso da due coraggiosi motociclisti; perché sono belle e serene le immagini che il film offre di questo paese; perché è bella la musica che accompagna il film”. Se ne ricorderà molto bene realizzando il suo “Nel corso del tempo” dove i due protagonisti sul sidecar che attraversano la Germania sono epigoni di “Capitan America” e Billy, hippy sballoni che vendono cocaina per acquistare due chopper per andare dalla California a New Orleans e vedere il Carnevale nell’anno della scoperta della Luna e delle proteste per il Vietnam.

A mezzo secolo dall’uscita la meritoria Cineteca di Bologna dal prossimo 9 settembre rimanda nelle sale italiane, nella versione restaurata, un film epocale e fondamentale che ha reso indimenticabili i due protagonisti: Peter Fonda e Dennis Hopper. Sono loro che sceneggiano e producono un film indipendente che nessuno aveva previsto potesse seppellire la vecchia Hollywood generandone una tutta nuova che aveva vitale bisogno di portare al cinema chi si riconosceva nei valori di pace, amore e libertà o che era solo curioso di capire come stesse cambiando il mondo.

Costato niente, incassò milioni trionfando a Cannes come opera prima. Le foto dei protagonisti nei panni di se stessi circondati da ragazze sulla spiaggia della Croisette finiscono sui giornali di tutto il mondo. Hopper firmava la regia e un certo Jack Nicholson che voleva abbandonare la carriera di attore per darsi alla regia grazie al personaggio di George Hanson diventerà una delle più celebri star della New Hollywood degli anni Settanta per arrivare ai giorni nostri.

Road movie per antonomasia, lisergico e alternativo, è il primo film che mette in scena la droga con realismo staccandosi delle narrazioni precedenti dove chi si drogava era spesso un assassino o un farabutto. I due cowboy hippy sono eroi positivi che contestano il sogno americano diventando vittime sacrificali dei fascisti dell’epoca appostati a un ciglio di strada. Non c’è lieto fine in Easy Rider. Dopo una lunga cavalcata nel sogno e nel piacere ritrovi quella dura realtà che milioni di giovani in tutto il mondo volevano sovvertire.

Non si era mai prodotto in quel modo. Ma è stato anche girato e montato scegliendo una colonna sonora indimenticabile che ne aumenterà vertiginosamente i guadagni.

Peter Fonda è morto da poco tempo. Per tutti coloro che avevano amato il suo personaggio e il contesto familiare artistico era l’epigono del sogno e della libertà. Sui social è emersa l’aderenza di quei giovani che nel corso del tempo, nelle loro camerette, avevano sul muro il poster del film o le immagini seppiate dei due eroi a cavallo del chopper. In tanti ci siamo identificati in Wyatt, Bill, George. Non erano assolutamente violenti ma sono avversati in tutto il film con odio dall’uomo medio americano.

Per chi voglia rivederlo o giovane alla prima visione (come t’invidiamo, perdonaci lo spoiler) risulterà gustoso metterlo in relazione con la vicina uscita del 18 settembre di “C’era una volta a… Hollywood” di Quentin Tarantino che nell’ultimo suo film ha raccontato la Los Angeles del 1969 quando si modificarono industria del cinema e modo di vivere. Il gioco di specchi e di rimandi dell’osannato regista cinefilo vi risulterà molto intrigante.

Easy Rider, che in Italia uscì con il titolo allungato “Libertà e paura”, continua a far paura. Infatti mantiene un anacronistico visto di censura che ne vieta la visione ai minori di 18 anni. Che dire? La lotta continua.

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Pagare treni, bus e parcheggi da un’unica app

Gio, 08/29/2019 - 19:00

Se volessimo semplicemente tradurre dall’inglese, Mobility as a service (Maas) significa “mobilità come servizio” e già questa definizione ci svela molto di quanto stiamo per trattare. Il trasporto non è più inteso come una serie di soluzioni personali che portano l’individuo a costruire la propria soluzione di viaggio, ma come soluzioni messe a sistema e fruite come servizio più globale. Sembra complicato, in realtà Mobility as a service si riferisce all’esistenza di un unico gateway – potremmo immaginarlo come un punto di accesso unico, un’app – che racchiude tutte le soluzioni possibili di mobilità da un punto A a un punto B e consente all’utente di pagare per singolo viaggio o con un abbonamento senza uscire da questo spazio virtuale. Ancora più concretamente, sotto la definizione di Mobility as a service ci sono quelle piattaforme digitali che aggregano tutti i mezzi presenti sul territorio e permettono ai cittadini di pianificare i propri spostamenti e come pagarli (singolo viaggio, mensilmente e così via). Sembra molto semplice, appunto, ma nella vita quotidiana, quando il nostro viaggio implica l’utilizzo di più mezzi di trasporto, dobbiamo quasi sempre comprare i biglietti singolarmente, verificando coincidenze e perdendo tanto, tantissimo, tempo. Le grandi città però stanno tentando di semplificarci la vita.

Siemens Mobility e l’esperimento di Andorra

Siemens Mobility, HaCon e eos.uptrade sono al lavoro per creare una piattaforma di mobilità intermodale per Forces Elèctriques d’Andorra (FEDA), la società incaricata dal governo e dai sette consigli di Andorra per realizzare il progetto. L’app dovrebbe essere pronta per il download in autunno con una prima versione. Andrà ad integrare diverse modalità di trasporto in tutto il Paese e al suo interno il viaggiatore troverà autobus pubblici, bike sharing, caricabatterie per veicoli elettrici, parcheggi per auto. Si pagherà senza uscire dall’app, che consentirà quindi una pianificazione dal primo all’ultimo miglio e promuoverà scelte di mobilità sostenibile. Sarà anche uno strumento di raccolta dati, che consentirà alle amministrazioni di conoscere quali mezzi vengono utilizzati di più e valutare eventuali inefficienze.

In corso a Torino i test su nuove piattaforme di Maas

A Torino è stato approvato a marzo un progetto di sperimentazione che vedrà coinvolti un centinaio di cittadini torinesi, selezionati attraverso un bando sulla base del coefficiente Isee e privilegiando chi ha deciso di rottamare la propria auto senza sostituirla con una nuova o chi vive in zone dove sono in programma politiche per disincentivare l’utilizzo del mezzo privato. A loro vengono consegnati buoni di mobilità da utilizzare per spostarsi in città con servizi di trasporto a basso impatto ambientale, sostenibili e in condivisione.
L’idea è proprio quella di passare al Maas come nuovo modello di mobilità, che appunto implica un passaggio da un paradigma di proprietà personale dei mezzi di trasporto individuali a uno di fruizione condivisa. Come dicevamo, il presupposto è che si concretizzi l’integrazione tra i servizi di mobilità disponibili, pubblici e privati.

Ma l’attenzione di Torino verso la Maas non inizia oggi. La sperimentazione è già iniziata da tempo: lo scorso anno i dipendenti della General Motors hanno iniziato a testare questo tipo di mobilità intermodale. Per pianificare i propri viaggi e pagarli è stata messa a punto una piattaforma tecnologica da Urbi, startup che fa capo a Telepass e partner di Torino nel progetto europeo IMove.

L’app Atm come strumento di Maas

Basta un’app a concretizzare la completa integrazione dei mezzi in un unico spazio in cui l’utente può pianificare rapidamente i propri spostamenti? Sì, basta un’app, ma occorre un’app costruita in maniera efficace.

L’Atm di Milano con il suo sito Web e la relativa app progressivamente si sono evoluti per raggiungere questo obiettivo. I vari aggiornamenti hanno portato alla situazione attuale, in cui l’utente che definisce un punto A e un punto B come luoghi di partenza e arrivo, riesce a scoprire cliccando sulle varie icone i mezzi e i servizi a disposizione, dalle postazioni di BikeMi e SHAR’Ngo ai parcheggi di corrispondenza in cui lasciare eventualmente la propria auto, visualizzando a colpo d’occhio anche i confini dell’Area C e le fermate della metropolitana. È possibile da mobile acquistare biglietti con carta di credito, conservarli nella propria area riservata e, una volta convalidati, visualizzarne il tempo residuo sulla home page. L’area riservata è accessibile anche tramite impronta digitale e per chi utilizza PayPal è possibile attivare l’opzione del pagamento rapido. Possibile anche l’acquisto dei biglietti via SMS senza registrazione e con addebito diretto su credito telefonico. Per entrare e uscire dalla metropolitana i tornelli attrezzati vanno aperti utilizzando il QR code che compare sul biglietto dopo la convalida

Immagine di copertina: Disegno di Armando Tondo

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Il verde ci rende più felici: si vede anche dai tweet

Gio, 08/29/2019 - 15:00

Un’analisi americana sul linguaggio usato su Twitter rivela come i cinquettii digitati inviati dal parco, grande o piccolo che sia, riflettono il nostro buon umore

In mezzo agli alberi anche i nostri cinguettii suonano più allegri. Al canto degli uccellini, già di per sé querulo, vanno ad aggiungersi i tweet che spediamo con tutt’altro umore quando ci troviamo nel verde all’aria aperta. Lo ha scoperto un team di ricercatori dell’Università del Vermont dopo aver spulciato la cronologia di 4.688 mila utenti per studiare il contenuto dei post spediti dai giardini geolocalizzati nell’area di San Francisco, in California (Usa), tra maggio e agosto del 2016. Un perimetro affatto casuale, visto che vanta oltre 220 siti green per un totale di ben 3.400 acri.

I tweet spediti dal parco, non importa se un piccolo playground o una riserva come il Golden Gate Bridge Park, sono risultati ben più gioiosi della media, con effetti benefici durati anche fino a quattro ore. L’uso di immagini satellitari ha poi permesso ai ricercatori di valutare anche la densità della vegetazione per scoprire che più fitta era, più felici risultavano i tweet spediti da laggiù.

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Greta Thunberg arriva a New York tra approvazioni e attacchi

Gio, 08/29/2019 - 15:00
Fonte: La Repubblica

Dalla stampa nazionale:

“TERRA!”, GRETA FESTEGGIA L’ARRIVO A NY DOPO LA BURRASCA. (…) Nelle due settimane trascorse sulla ‘Malizia II‘, la sedicenne svedese ha tenuto una sorta di diario di bordo virtuale, tenendo informati i follower sulle condizioni del mare e sullo stato di salute suo e dell’equipaggio. Si è mostrata sempre entusiasta e determinata, nonostante alcuni brutti momenti. Durante il tredicesimo giorno, infatti, l’imbarcazione si è imbattuta in una forte burrasca , i cui venti hanno modificato leggermente la rotta e costretto tutti i partecipanti a ripararsi. In un video, Greta ha parlato di “condizioni difficili”, mostrando il cielo nero e le onde altissime che arrivavano a superare l’imbarcazione. La scelta di arrivare a New York via mare, dove parteciperà al vertice dell’azione per il clima delle Nazioni Unite il 23 settembre, viene dal desiderio di Greta di ridurre le emissioni di viaggio, che in un volo aereo sarebbero state eccessivo. Continua a leggere (Fonte ADNKRONOS.COM)

GRETA THUNBERG, FINE OSCENA. “ATTENTA ALL’EFFETTO PAPEETE, ORA…”. CLAMOROSO IN ITALIA: CHI LA SCARICA. Anche Massimo Gramellini, forse, si è stancato di Greta Thunberg. La 16enne eco-paladina social ha terminato il suo viaggio a vela insieme a Pierre Casiraghia bordo del Malizia sbarcando a Manhattan. Ha informato via Twitter i suoi supporter di ogni minima variazione di vento, cavalloni e correnti. La missione per “sensibilizzare il pianeta sui rischi dei cambiamenti climatici“, secondo l’editorialista del Corriere della Sera, rischia però di correre un altro, più banale e prosaico rischio: “l’effetto Papeete”. 

“Ti abbiamo osannata e difesa”, sembra allargare le braccia Gramellini nel suo Caffè. Ma anche basta. “Capisco che sei abituata a misurare tutto ciò che ti riguarda con il metro dell’eccezionalità – scrive a Greta -. Ma non stai solcando mari ignoti, né scoprendo continenti riemersi. Stai solo andando a New York in barca a vela. Attenta all’effetto Papeete, Greta. Basta un attimo. Basta sentirsi al centro dell’universo e circondarsi di laudatori adoranti per perdere il contatto con la realtà e ritrovarsi, al risveglio, in minoranza persino con sé stessi”. Continua a leggere (Fonte: LIBEROQUOTIDIANO.IT)

  • NON SOLO GRETA THUNBERG MA ANCHE MALALA YOUSAFZAI, AMIKA GEORGE E EMMA GONZÁLEZ. A distinguersi sul fronte delle battaglie civili sempre più ragazze

Giovani donne, ragazze che talvolta non hanno ancora raggiunto la maggiore età ma che hanno ben chiaro l’obiettivo: essere protagoniste di un cambiamento a sostegno di tutti, a partire dagli ultimi. Sono le ragazze le vere protagoniste dell’impegno civile mondiale; spesso minorenni, diversissime per provenienza, estrazione sociale e mentalità, hanno in comune almeno due aspetti: la giovane età e lo spirito libero. Ieri abbiamo raccontato la storia recentissima, quella di Olga, oggi ricordiamo:

Malala Yousafzai – Classe 1997, nel 2014 Malala ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace. È stata la persona più giovane a riceverlo. Per i talebani era invece “il simbolo degli infedeli e dell’oscenità”, a causa del diario scritto all’età di 11 anni e fatto pubblicare anonimamente in cui la ragazza racconta la vita in Pakistan fra orrori e soprusi del regime talebano. Un giorno del 2012, tornando da scuola, un gruppo di uomini armati inviato dal regime sale sullo scuolabus che la stava riportando a casa e la colpisce alla testa. Tenace, sopravvive. Nel 2013 è invitata a tenere un discorso all’Onu. Si presenta con lo scialle di Benazir Bhutto (la prima donna a essere eletta primo ministro in un Paese islamico, il Pakistan) e incanta tutti parlando dell’importanza dell’istruzione quale veicolo di tutela e di riscatto per le bambine e i bambini nel mondo.

Amika George – Amika ha 20 anni quando nel 2018 legge un articolo che racconta di un’associazione benefica impegnata a fornire alle donne di diversi Paesi dell’Africa prodotti per il ciclo mestruale ma poi costretta a rientrare nel Regno Unito (dove Amika vive) a causa delle impossibilità economiche delle stesse donne ad acquistare i prodotti, sia pure a prezzi agevolati. Continua a leggere (Fonte PEOPLEFORPLANET.IT di Stela Xhunga)

Fonte immagine BBC

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