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La babele dei costi negli ospedali

Sab, 05/05/2018 - 00:29

Stesso caffelatte la mattina, stessa pasta col sugo a pranzo, stessa pastina in brodo la sera… Come è possibile che nella stessa regione il menu possa costare 7,10 euro in un ospedale e 17,77 in un altro distante meno di venti chilometri in linea d’aria?

Interessante articolo di Gian Antonio Stella sul Corriere.it

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La danza contro i sintomi del Parkinson

Ven, 05/04/2018 - 09:03

Simone Sistarelli ha inventato una nuova tecnica di danza che aiuta i malati di Parkinson a stare meglio. L’ha chiamata Popping.

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Troppa pulizia fa male all’intestino (e al sistema immunitario): ecco perché

Ven, 05/04/2018 - 03:59

Ormai il meccanismo, per quanto complesso, lo abbiamo afferrato: un’eccessiva pulizia porta, oltre che all’eliminazione dei batteri ambientali (esogeni) “nocivi”, anche alla riduzione dei batteri esogeni “buoni”, ovvero quelli che “insegnano” al nostro sistema immunitario come difendersi dagli agenti cattivi. Di conseguenza le nostre difese immunitarie si disorientano e iniziano ad andare alla ricerca di nuovi nemici da combattere individuandoli, spesso, tra le prime sostanze con le quali sono venute in contatto nella vita fetale – ad esempio gli alimenti assunti dalla mamma durante la gravidanza – dando vita a risposte infiammatorie (ovvero le allergie) verso sostanze che, invece, dovrebbero essere perlopiù facilmente tollerate.

L’importanza dei batteri endogeni
Se, da una parte, l’iper-igiene porta a un cambiamento nella composizione dei batteri ambientali con un aumento delle allergie soprattutto nei bambini, dall’altra parte le modifiche ai batteri esogeni si ripercuotono anche sui batteri che vivono nel nostro intestino (i batteri endogeni). A spiegare come questo meccanismo funzioni è Maria Rescigno, professore di Patologia generale dell’Humanitas University, group leader dell’Unità dell’immunologia delle mucose e microbiota dell’Humanitas Research Hospital: “Il nostro organismo è popolato da una miriade di microorganismi (complessivamente chiamati ‘microbiota’) che colonizzano tutte le superfici a contatto con l’ambiente esterno, come la pelle e le mucose (intestinali, boccali e vaginali). Il microbiota è composto da due tipologie di batteri: i simbionti, fondamentalmente buoni, e i patobionti, più aggressivi. E’ l’equilibrio tra queste due classi di batteri a garantire il nostro benessere”.

Squilibrio batterico=infiammazioni
Se il contatto con le sostanze chimiche è eccessivo e prolungato, soprattutto nei bambini che spesso vivono in un ambiente troppo pulito, continua l’esperta, “il microbiota intestinale può andare incontro a delle modificazioni importanti, come lo sbilanciamento tra i batteri simbionti e quelli patobionti. Quando questi ultimi prendono il sopravvento, perché magari più resistenti all’azione dei disinfettanti, il sistema immunitario può subire delle conseguenze come ad esempio lo sviluppo di reazioni infiammatorie. Inoltre lo sbilanciamento tra i batteri simbionti e quelli patobionti può far sì che alcuni batteri nocivi, purtroppo a volte anche molto pericolosi, trovino più facilmente ‘terreno fertile’ dove espandersi”. E’ quello che accade, ad esempio, nelle infezioni causate dal batterio Clostridium difficile: “I pazienti colpiti da questa infezione non hanno un numero sufficiente di batteri simbionti all’interno del proprio intestino in grado di tenere a bada il Clostridium difficile e, di conseguenza, questo si diffonde in maniera indiscriminata, causando infezioni spesso molto gravi”.

Il trapianto di microbiota intestinale
Spesso contratta in ambiente ospedaliero da persone con le difese immunitarie compromesse, l’infezione da Clostridium difficile negli ultimi anni è divenuta più frequente, più resistente al trattamento a base di antibiotici e mostra una maggiore tendenza alla recidiva, causando molti decessi ogni anno. “Attualmente per trattare questa infezione si sta sperimentando il trapianto di microbiota intestinale, che consiste nella infusione di materiale fecale prelevato da un donatore sano nel tratto intestinale del paziente, con l’obiettivo di reintrodurre la normale flora microbica intestinale in grado di neutralizzare e contrastare il Clostridium difficile. Ebbene, nei pazienti finora trattati questa metodica ha dimostrato un effetto sorprendente di cura completa nel 95% dei casi”. Il nostro intestino, quindi, ha i mezzi per difendersi, ma deve essere messo nella possibilità di farlo.

Copertina: disegno di Jacopo Fo

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Le Hawaii dicono stop alle creme solari che uccidono i coralli

Ven, 05/04/2018 - 02:54

La causa principale e nota viene attribuita al riscaldamento delle acque oceaniche che, raggiungendo temperature al di sopra della norma, mettono a rischio la sopravvivenza dei coralli. Non da meno e direttamente collegata alla causa sopracitata è l’aumento dell’acidificazione dei mari provocata da una maggiore concentrazione di CO2, che contribuisce a sciogliere lo scheletro di carbonato di calcio.

Ad oggi conosciamo una terza causa e colpa da attribuire totalmente alle azioni antropiche: le creme solari.

La notizia arriva dalle Hawaii. Nel gennaio scorso è stata presentata al Congresso statale una proposta di legge che si prefigge di bandire l’uso di creme contenenti oxybenzone e octinoxato, composti chimici molto diffusi all’interno dei prodotti in questione e utili per filtrare i raggi UV. Le due sostanze, contenute in oltre 3.500 marche commercializzate in tutto il mondo, sono sospettate non solo di essere responsabili dello sbiancamento (bleaching) e conseguente morte del corallo, ma di essere così altamente tossiche da danneggiare persino il DNA negli esemplari adulti e modificarlo nel corallo allo stadio larvale, impedendogli di svilupparsi adeguatamente.

Affinché il provvedimento sia approvato e messo in vigore dal 1 gennaio 2021 è necessaria solo la firma di David Ige, governatore delle Hawaii. Una data apparentemente lontana, ma che ritaglia un tempo sufficientemente necessario alle aziende di cosmetici e case farmaceutiche per trovare composti validi in grado di sostituire l’oxybenzone e l’octinoxato. Per quanto dannose per l’ambiente, sottolineano le case produttrici, le sostanze incriminate sono importantissime per la prevenzione di malattie cutanee come il melanoma, il più diffuso e letale cancro della pelle. L’esposizione ai raggi ultravioletti, di un sole che si fa sempre più aggressivo negli anni, senza uno scudo appropriato è pericolosissimo e la fretta di approvare una legge che bandisca le protezioni solari senza avere già pronta un’alternativa valida da immettere nel mercato può portare alla diffusione del messaggio che si può fare a meno delle creme solari, sbagliato e nocivo per la salute.

Di contro i numeri che emergono fanno rabbrividire, sollecitandoci a prendere seri provvedimenti in vista di un disastro ambientale senza possibilità di ritorno. Secondo i ricercatori, ogni anno, si riversano in mare tra le 6.000 e le 14.000 tonnellate di crema solare, con picchi di concentrazione ritrovate nei punti adiacenti alle barriere coralline dove si è soliti fare immersioni e snorkeling. È stato inoltre confermato che le creme protettive inquinano non solo al contatto diretto con le acque marine ma anche attraverso gli scarichi domestici e pubblici che finiscono poi nel mare.

“Le persone devono rendersi conto – spiega Laura Thielen, senatrice delle Hawaii – che quando si va a casa per farsi la doccia, l’acqua viene trattata e poi finisce nell’oceano. Non importa quindi se si usa la protezione in spiaggia o a casa, è allo stesso modo molto dannosa per il nostro corallo”.

Le Hawaii sono il primo stato al mondo a proporre una legge specifica su questo tema e già altri Governi di Stati insulari come Palau, le Isole Vergini britanniche e la Florida del Sud si stanno dimostrando interessate alla vicenda: le barriere coralline sono tra le loro principali attrattive e ci sono interessi non solo ambientali per proteggerle.

Cosa possiamo fare noi nel nostro piccolo per preservare biodiversità e gli habitat naturali che ci circondano? Cominciare a fare acquisti consapevoli preferendo prodotti con ingredienti naturali e, prima di tuffarci in acqua, toglierci i residui di crema rimasti sulla pelle.

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Il Sole conviene. Sempre!

Gio, 05/03/2018 - 04:17

Il 2013 segna l’anno del quinto e ultimo “Conto Energia”, il programma di incentivazione gestito dal GSE (Gestore Servizi Elettrici) che garantiva a chi produce elettricità da fonte solare mediante impianti permanentemente connessi alla rete elettrica di ricevere un contributo finanziario sui kWh prodotti dall’impianto. Per alcuni anni il mercato delle installazioni fotovoltaiche ha quindi registrato un arresto, coincidente con il momento del venir meno di quegli incentivi e dunque dell’immediata convenienza economica degli impianti. Oggi, complici il crollo dei prezzi di oltre il 75% in dieci anni, l’incremento, lieve, del rendimento dei pannelli, e le detrazioni fiscali di cui parliamo oltre, il vantaggio del fotovoltaico è nuovamente presente anche sotto al profilo economico e non solo ambientale.

Bisogna però considerare i casi specifici e valutare a che scopo si utilizza l’elettricità prodotta con il sole. 
Prima di tutto analizziamo il contesto d’utilizzo. Se si usa l’elettricità prodotta dal proprio impianto fotovoltaico in sostituzione di quella che arriva dalla rete elettrica, la soglia di convenienza è di 21 centesimi di euro per kWh, che è grossomodo la media del prezzo dell’elettricità dalla rete.
Attenzione però, perché vi è anche da considerare il fatto che è necessario consumare quell’elettricità nel momento in cui viene prodotta – dei sistemi d’accumulo parleremo successivamente – e quindi nelle ore centrali della giornata. 
Per fare un esempio pratico: per lavare un carico di bucato, la lavatrice consuma circa 500 Wh, ossia 10 centesimi di euro; la stessa quantità d’energia ceduta alla rete, invece, renderebbe 4,5 centesimi, visto che più del 50% del prezzo finale dell’elettricità è costituito dagli oneri di sistema.
Perché sia conveniente quindi bisogna azionare l’elettrodomestico nelle ore in cui l’impianto fotovoltaico produce e se in quelle ore siamo fuori casa è necessario automatizzare la procedura.

Il condizionamento d’aria estivo, magari di un ambiente nel quale si lavora, è più conveniente dal momento che le ore più calde della giornata corrispondono anche a quelle di massima produzione dell’impianto fotovoltaico. 
In inverno, se la casa è abitata durante le ore diurne, si può approfittare del fatto che alle nostre latitudini abbiamo stagioni fredde ma “assolate” e si può pertanto prendere in considerazione il riscaldamento a pompa di calore, che consuma poca elettricità, e magari anche lo scalda-acqua, sempre a pompa di calore, e la piastra a induzione in cucina: in questo modo si sfrutta al massimo l’elettricità generata dal fotovoltaico. 
Insomma, è necessario tarare al meglio i consumi in relazione alla produzione energetica che si possiede, e non viceversa, come siamo abituati a fare ora grazie al fatto che l’elettricità dalla rete è disponibile a tutte le ore.
L’accumulo, cioè lo stoccaggio dell’energia, aumenta le possibilità di autoconsumo dell’elettricità, ma anche il prezzo dell’impianto, ragione per la quale è necessario calcolare con attenzione i costi relativi all’ammortamento dell’impianto stesso.
I pannelli fotovoltaici sono garantiti per una durata minima di vent’anni, alcuni dopo trenta producono ancora all’80% della loro capacità, mentre le batterie hanno una vita media di dieci anni, per cui è necessario prevederne la sostituzione. Con ogni probabilità tra dieci anni costeranno meno della metà di oggi: lo afferma il mercato, che vede i prezzi in caduta libera (si veda il servizio “Silicio cheap”, sempre in questa sezione). C’è poi da tener conto che il fotovoltaico gode dell’ecobonus e che a livello fiscale, grazie alle detrazioni, in dieci anni si recupera il 50% del prezzo dell’impianto.

Il discorso cambia se a mettere i pannelli sul tetto è un’impresa. La produzione elettrica può essere sfruttata in maniera massiccia, in quanto l’attività dell’impianto avviene durante le lavorazioni; la dotazione di un impianto fotovoltaico aumenta il valore dell’azienda; inoltre nel 2018 è possibile ricorrere al super ammortamento.

La produzione elettrica a livello di utility scale, ossia la produzione con grandi impianti finalizzata alla rivendita dell’elettricità sul mercato elettrico, sta ripartendo anche in Italia. Su questo fronte il settore è maturo, anche senza incentivi. Nei primi mesi del 2018, infatti, si è assistito all’installazione di alcuni impianti fotovoltaici di grandi dimensioni e i costi di produzione dell’elettricità da fotovoltaico al di sotto di Roma, dove abbiamo un’ottima insolazione, si aggirano intorno ai cinque centesimi di euro per kWh, competitivi, quindi, con le fonti fossili.

Con il diminuire dei costi dei pannelli fotovoltaici e dei sistemi d’accumulo la competitività dell’elettricità dal sole aumenterà ulteriormente.

Tutto sarebbe ancora più conveniente e competitivo se l’Italia si decidesse a emanare una normativa autorizzativa un poco più semplice e chiara. Secondo le associazioni dei produttori di energia rinnovabile le procedure autorizzative italiane “pesano” per un buon 20% sul costo degli impianti e metterci mano sarebbe la classica mossa vincente a costo zero.

Fonti:

Il superammortamento del fotovoltaico per le imprese

Gli incentivi per il fotovoltaico 2018

Quanto consuma una lavatrice

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Le ricette di Angela Labellarte: pollo alla Kiev

Gio, 05/03/2018 - 02:43

Ingredienti

Petto di pollo 4 fettine molto sottili
Burro 50 gr.
Salvia 8 foglie
Sale q.b.
Pepe q.b.
Uova 2
Pangrattato q.b.
Olio q.b.

Preparazione

Disporre su un piano le fettine di pollo, condire con sale e pepe. Quindi disporre un pezzetto di burro e due foglie di salvia per ogni fettina e arrotolare il petto di pollo a formare degli involtini. 
Passate gli involtini nell’uovo e poi nel pangrattato per due volte (uovo-pangrattato-uovo-pangrattato) avendo cura di chiudere bene le estremità. 
Disponeteli poi su una pirofila oleata, cospargeteli di abbondante olio e infornateli in forno preriscaldato a 200° gradi per 12 minuti (potete anche friggerli in abbondante olio extravergine d’oliva lasciandoli asciugare su un foglio di carta assorbente).
Servite caldi ornando con una fogliolina di salvia.
La cottura avrà fatto sciogliere il burro all’interno dell’involtino e la salvia riscaldata manderà il suo fantastico profumo… senz’altro non è un piatto dietetico ma vi possiamo assicurare che è un piccolo peccato di gola che vi farà riconciliare con l’universo intero. E se lo offrirete durante una cena, i vostri ospiti vi adoreranno per l’eternità intonando peana in vostro onore.

Ph: Angela Prati

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Fra i trecentomila oggetti in casa tua c’è un po’ di affordance?

Gio, 05/03/2018 - 02:28

Lo dice il solito “studio recente”, uno “studio americano”, e di più non è dato sapere – la notizia è stata pubblicata da riviste e siti internet senza troppe spiegazioni, ma il tono è allarmato: gli oggetti, pare, sono inutili, troppi, tolgono spazio e tempo a chi li possiede, è in dubbio perfino l’identità di chi li produce.

Trecentomila oggetti sono tanti, forse troppi, ma il numero non è poi così allarmante se si considera che nel 1990, secondo lo psicologo Donald Norman, ogni individuo aveva quotidianamente a che fare mediamente con duecentomila oggetti.
Se i dati sono veri, ne consegue che dal 1990 al 2018 gli oggetti sono aumentati di un terzo, 10.000 oggetti in più per persona ogni anno. Tutto sommato, poteva andare peggio.
Il progredire della tecnologia infatti non ha solo moltiplicato gli oggetti, ma anche le loro funzioni, basti pensare a quante cose si possono fare con un cellulare: niente più calcolatrice, bilancia, taccuino, penna, fogli, registratore, fotocamera, eccetera. Nella società occidentale il concetto di multitasking è ormai così pervasivo da essere elemento imprescindibile per ogni Curriculum Vitae che si rispetti. A chiunque sarà capitato almeno una volta di definirsi o di cercare “una persona multitasking” durante un colloquio di lavoro. Poi per fortuna passa.

Tra noi e gli oggetti c’è sempre stato un rapporto dialettico. Noi diamo forma a loro, loro danno forma a noi, è una modificazione reciproca, un’oggettivazione già a suo tempo proposta da Hegel, che tutto si può dire, meno che fosse un materialista. La domanda è: come avviene questo processo? Sempre Norman cercò di rispondere al quesito immaginando due processi: l’incorporazione, vale a dire il meccanismo che in una cultura materiale e materialista come la nostra solleva l’individuo dalla preoccupazione di sapere come funzionano gli oggetti, e l’affordance, un concetto che lo studioso mutua dalle neuroscienze cognitive. Con affordance si intende la capacità dell’individuo di interpretare un oggetto, decifrare i segnali e i suggerimenti che contiene, per utilizzarlo più facilmente, e anche un po’ lasciarsi utilizzare.

Più che dipendere dai freddi numeri e dai toni sensazionalistici – o addirittura apocalittici – il rapporto rea soggetto e oggetto dipende da questo: la possibilità di incrementare l’intuito, la curiosità, l’attenzione, la sensibilità, nei confronti di ciò che sta al di fuori del soggetto e del suo “io”. Talvolta l’etimologia vale più di tanti numeri e ricerche. La parola “oggetto” deriva dal verbo obicere, composto da ob (ciò che sta di fronte) e iacere (gettare), infatti l’oggetto è qualcosa di cui avere piena conoscenza e al contempo distacco. Avvicinamento, utilizzo e allontanamento. I bistrattati e ordinari oggetti che affollano i cassetti delle case hanno concorso a processi di emancipazione impensabili. Oggi un’affermazione così suona come bestemmia, ma tra il 1900 e il 1930 le cucine, con i loro utensili inseriti in appositi spazi, furono fra i primi alleati del femminismo. Inseguendo una rinnovata “riorganizzazione degli spazi” le prime femministe americane poterono lavorare in cucina senza l’aiuto delle domestiche. Catherine Becker e Christine Frederick sono due delle tante donne che contribuirono all’emancipazione femminile scrivendo libri nei quali invitavano a riposizionare gli oggetti riordinando gli spazi. Non si tratta di semplice efficienza, ma di affordance, quella che forse oggi, fra tanti oggetti, sta venendo meno.

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Straordinaria vittoria: da UE stop all’uso di tre pesticidi nocivi per le api

Mer, 05/02/2018 - 18:58

Scrive Fabio Roggiolani su Ecquologia: “5 milioni di firme per mettere fuorilegge tre principi attivi (imidacloprid, clothianidin e thiamethoxam), noti come neonicotinoidi, ovvero pesticidi enormemente diffusi in agricoltura e che da ora si potranno utilizzare soltanto in serra.
Si tratta di una grande svolta, anche culturale, perché finalmente si afferma che la cosiddetta rivoluzione verde, che non è stata altro che la trasformazione degli antichi saperi agricoli in inquinamento chimico dei campi, non solo non dà più risposte alla fame del pianeta, ma minaccia le basi della biodiversità, di cui le api sono il fondamentale pilastro.”

Qui il link alla petizione di Avaaz

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I capannoni pieni di rifiuti e la paralisi del riciclo

Mer, 05/02/2018 - 10:46

Capannoni vuoti per via della crisi affittati per stoccare materiale che sarebbe rifiuto da riciclare, il giornalista Jacopo Giliberto lancia un allarme sul suo blog e segnala un suo approfondimento sul tema del riciclaggio dei rifiuti. Il problema non è solo riciclare ma anche trovare un mercato interessato ai prodotti riciclati ed è meno facile di quel che sembra.

Nel suo excursus racconta anche del problema delle microplastiche in mare, citando tra le prime fonti di inquinamento i lavaggi di tessuti sintetici in lavatrice. People for Planet sta portando avanti una campagna su questo tema, leggi tutto qui. 

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Le scarpe fatte con la plastica degli oceani

Mer, 05/02/2018 - 10:24

I consumatori chiedono più attenzione all’ambiente e i grandi marchi iniziano ad accorgersene. Ecco quindi che si scopre che si possono fare scarpe con plastiche recuperate nelle acque degli oceani, oppure con fibre di cuoio recuperate o ancora ricavare un filato dai rifiuti. 

Un articolo del Corriere della Sera fa un breve resoconto di queste nuove iniziative ”ecologiste” di importanti marche di abbigliamento.

Leggi tutto l’articolo

 

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Troppa igiene? E le allergie aumentano

Mer, 05/02/2018 - 04:44

Sterilizzare di tanto in tanto il ciuccio e la tettarella del biberon che usano i bimbi non fa di certo male: è fuori dubbio che il miglioramento delle condizioni igieniche nelle quali viviamo oggi abbia portato a ridurre l’incidenza di malattie anche gravi. Passi anche una accurata pulizia in cucina, soprattutto per evitare contaminazioni tra cibi crudi e cotti e sventare il pericolo di tossinfezioni alimentari. Ma avere nella borsa il gel germicida sempre a portata di mano e pulire la casa in modo (troppo) approfondito può fare più male che bene. In particolare con i bambini si tende a esagerare, arrivando a sterilizzare praticamente ogni oggetto con cui entrano in contatto, soprattutto attraverso la bocca: al contrario di quello che comunemente si crede, invece, creare un ambiente troppo pulito non fa bene al loro sistema immunitario in via di sviluppo (ma in realtà neanche al nostro) perché non gli consente di “allenarsi” a combattere i microrganismi nocivi.

Non solo batteri cattivi
“In linea generale possiamo dire che il mondo dei batteri è costituito da batteri buoni e batteri cattivi: quelli buoni sono molto importanti, vivono nel nostro intestino (per questo sono chiamati anche batteri endogeni) hanno un loro equilibrio e contribuiscono al mantenimento dello stato di salute di ogni persona: noi stiamo bene perché ci sono loro e loro sopravvivono perché ci siamo noi”, spiega Marzia Duse, Coordinatore della Scuola di Specializzazione in Pediatria della Sapienza, Università di Roma e Presidente Società Italiana di Allergologia e Immunologia Pediatrica (SIAIP).

L’importanza dei batteri esogeni
“I batteri esogeni, quelli che costituiscono l’ambiente intorno a noi, che popolano le nostre acque, il terreno e, più in generale, tutto ciò che non è sterile, sono per la gran parte buoni anch’essi: producendo delle particolari sostanze (chiamate endotossine) guidano infatti il sistema immunitario all’eliminazione dei batteri ‘nocivi’ (ovvero aiutano il sistema immunitario a riconoscere i batteri cattivi e a eliminarli). In questo modo il sistema immunitario sin dalle prime fasi della vita si ‘allena’ a riconoscere i batteri ‘buoni’ da quelli ‘cattivi’ e, man mano che matura, si adatta a combattere tutti i microrganismi che riconosce come suoi nemici, mentre impara a tollerare quelli innocui”, continua la studiosa.

L’aumento delle allergie
Se i batteri buoni presenti nell’ambiente vengono drasticamente ridotti, ad esempio dall’azione pulente dei detergenti, anche le endotossine prodotte da questi diminuiscono, e viene quindi anche meno la competenza del sistema immunitario ad attivarsi contro i batteri cattivi in modalità difensiva. “Questa mancata programmazione del sistema immunitario comporta una sorta di disorientamento delle nostre difese immunitarie che, non trovando più bersagli esterni, va alla ricerca di nuovi nemici da combattere”, individuandoli spesso tra le prime sostanze con le quali è venuto a contatto sin dalla vita fetale, ad esempio gli alimenti assunti dalla mamma durante la gravidanza, e dando quindi vita a risposte infiammatorie verso sostanze che, invece, dovrebbero essere tollerate. Da qui – in concomitanza con altri fattori, tra cui l’aumento dell’obesità, il ridotto esercizio fisico e l’aumento all’esposizione allo smog – l’incremento delle allergie che, da circa trent’anni a questa parte, ha interessato soprattutto i bambini.

Vivere in fattoria protegge dalle allergie
“Creare una condizione di eccessiva pulizia può aver dunque favorito l’insorgenza delle allergie, tant’è vero che nel terzo mondo il problema sono le infezioni, e non le allergie, come testimoniano i risultati dello studio ISAAC (International Study of Asthma and Allergies in Childhood), studio epidemiologico iniziato nel 1991 che ha coinvolto in 20 anni più di 100 paesi e  2 milioni di bimbi nel mondo. Lo studio ha dato esito a moltissime pubblicazioni che hanno dettagliato la situazione globale e nei vari stati: alla fase 1 sono seguite le fasi 2 e 3 con verifiche a distanza e approfondimenti”, continua Duse. “E’ infatti ormai risaputo che le allergie sono molto meno frequenti tra chi vive in o in prossimità di fattorie in campagna, indipendentemente dalla vicinanza o meno di una strada trafficata (probabilmente la protezione arriva dalle endotossine animali), così come i bambini che crescono con animali risultano in linea di massima meno asmatici”.

Uno “tsunami” allergico
L’allergia, come spiega Alessandro Fiocchi, responsabile di Allergologia dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, è considerata una malattia del ‘mondo sviluppato’: la crescita, infatti, si registra soprattutto nei Paesi occidentali e coinvolge strati sempre più ampi dell’umanità. Con 400 milioni di persone nel mondo che soffrono di rinite allergica e 300 milioni di asma, l’umanità sta vivendo uno tsunami allergico. In Europa si stima che tra 11 e 26 milioni di persone soffrano di allergie alimentari, una fonte di preoccupazione soprattutto tra i più piccoli: almeno 1 bambino su 20, infatti, è allergico a uno o più alimenti. In Italia la prevalenza della dermatite atopica, della rinite allergica e dell’asma tra il bambini di 6 – 12 anni è rispettivamente del 7%, 14,5% e 9%. Ciò significa 490.000 bambini tra 0 e 14 anni con eczema, 1 milione con rinite e 630.000 con asma. E, stando ai dati raccolti nel 2010 dall’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, le allergie sono in aumento soprattutto tra i bambini: si stima che dal 1950 a oggi si sia passati da un 10% della popolazione colpita da una manifestazione allergica a una percentuale del 30%, che include bambini e adolescenti in età scolare. Un vero e proprio boom di allergie, tale da considerare l’allergia una vera e propria malattia sociale.

La risposta è in una “igiene intelligente”
Dunque cosa fare? Non lavarsi più non è certo la risposta. L’ideale sarebbe raggiungere un equilibrio tra pulizia e sporcizia…come fare? Con una “igiene intelligente”. Se, infatti, l’eccesso di pulizia può nuocere, la pulizia (quella normale) non può che fare bene. “Considerando che un graduale contatto con i germi fa sì che il bambino costruisca giorno dopo giorno la sua memoria immunologia, e che più questo contatto viene ritardato, tanto più c’è il rischio di ammalarsi, è bene che il bambino giochi e si sporchi in libertà, per poi insegnargli a lavarsi le mani una volta finito di giocare, semplicemente con il sapone, così come è importante insegnare ai bambini le regole di base di una buona igiene, come lavarsi le mani dopo essere stati in bagno o dopo essersi soffiati il naso, alimentarsi in maniera varia e corretta. meglio invece evitare di utilizzare detergenti antisettici di cui ci serviremo in modo mirato in caso, ad esempio, di una ferita. L’idea di base è questa: se un bambino è sano non bisogna creare un ambiente troppo sterile. E’ un bene che il suo organismo si abitui all’ambiente in cui vive”.

Copertina: disegno di Jacopo Fo

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Una biblioteca in un condominio?!?

Mer, 05/02/2018 - 04:36
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1° Maggio: le bandiere rosse sono superate come i piccioni viaggiatori?

Mar, 05/01/2018 - 04:20

Questa celebrazione è una buona occasione per fermarsi un attimo e ragionare un po’ su quanto di ancora valido c’è oltre al grande concerto dei sindacati a Roma.

Tutto è cambiato in questi anni, da come si compra a come si gira in automobile col navigatore… Siamo connessi, siamo moderni e se parli di socialismo e comunismo i giovani ti guardano come se parlassi di australopitechi.

Cambia tutto e sicuramente certe parole sono ormai archeologia del pensiero.

Ma i motivi che un secolo e mezzo fa fecero nascere le lotte operaie sono ancora tutti lì.
Milioni di lavoratori sono sfruttati da un pugno di super ricchi e il capitalismo continua a girare nudo nei paesi più poveri mostrando appieno la ferocia delle guerre di rapina.

Un secolo e mezzo fa la marina militare di sua Maestà Britannica bombardava Nanchino per imporre all’Imperatore della Cina il ritiro dell’editto che vietava la vendita dell’oppio. Migliaia di vittime civili. La regina era cioè peggio di qualsiasi narcotrafficante moderno.
Oggi le grandi potenze (Cina esclusa) stanno lucrando sulla distruzione di intere nazioni: Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Somalia…

Grazie alle lotte di milioni di persone la fame nel mondo è percentualmente diminuita notevolmente ma è ancora immensa la massa dei miserabili che sopravvivono con un pugno di riso al giorno mentre l’1% della popolazione mondiale si è accaparrato più della metà delle ricchezze del mondo.
Quindi, anche se gli ideali socialisti appaiono in crisi di popolarità, sono ancora vivi i motivi che hanno originato la rivolta degli oppressi.

Potremmo discutere a lungo sul perché non siamo più tanto di moda: problemi di linguaggio e di modi di pensare che hanno generato dogmi staccati dal presente e la marcescenza di una casta privilegiata di funzionari depositari della Verità Progressista.

Le forme della lotta contro le ingiustizie sociali possono decadere e estinguersi come è accaduto ai dinosauri ma la loro sparizione non fermerà certamente la lotta di chi rifiuta il sistema; stiamo assistendo a un’evoluzione che porterà sulla strada della storia nuove concezioni organizzative, nuove formulazioni ideologiche.
Sentiamo parlare con insistenza della fine di certi ideali, il crollo del Muro di Berlino e le sconfitte elettorali ci vengono presentate come pietre tombali di un movimento decrepito.
Ma i fatti, se li guardiamo con un minimo di prospettiva storica, ci dicono che la “corruzione degli ideali fondanti il movimento dei lavoratori” è solo il segno di un tumultuoso processo evolutivo di una malapianta che non può morire perché ha dimostrato di essere motore del progresso umano.

Quel che dovremmo ricordare oggi è che le lotte di questo ultimo secolo e mezzo hanno cambiato il mondo.
Senza queste lotte, senza la convergenza di intenti tra progressisti cristiani, socialisti, comunisti e anarchici, senza l’enorme contributo di sangue e dolore che abbiamo pagato, il mondo sarebbe un luogo ben più terribile.

Bisogna iniziare a sghignazzare di fronte a chi ci racconta che il progresso l’ha fatto il libero mercato e che la nostra battaglia l’abbiamo persa.

Il movimento per la pace e la giustizia sociale ha ottenuto vittorie incredibili, realizzato utopie impossibili; le 8 ore, l’assicurazione sanitaria, le pensioni, i diritti sindacali, la parità legale tra uomini e donne, i diritti dei minori, sono frutto di quel grande, eroico, movimento come lo sono il voto universale, la libertà di espressione e le leggi che puniscono i crimini finanziari.

Dobbiamo a quelle lotte il fatto che oggi esiste una cultura della pace e dell’inclusione sociale, che esistono gruppi che difendono i diritti delle donne, degli omosessuali, dei disabili, che esiste un movimento solidale ed ecologico mondiale che raccoglie 500 mila associazioni. Siamo una moltitudine inarrestabile!

Mai come oggi milioni di persone sono impegnate nel migliorare il mondo.

Mai come oggi il concetto stesso di giustizia e l’idea del valore della cooperazione sono diffusi.

E comunque, anche al netto dei risultati sociali le lotte hanno avuto senso perché hanno prodotto donne e uomini nuovi, persone con idee diverse delle relazioni umane e del senso stesso della vita. Abbiamo prodotto noi stessi e abbiamo scritto la nostra vita come volevamo noi, ribellandoci a modelli asfissianti che negavano il diritto all’autodeterminazione degli individui. Abbiamo vissuto vite che prima erano impossibili, vite nostre perché le abbiamo rese possibili noi, scommettendo sulla possibilità di violare i dogmi del passato.

Quindi permettetemi di rivolgermi a voi con parole che ormai sono antiche: compagne e compagni, in alcuni momenti la storia ti dimostra che le cose non funzionano come pensavi tu. Tutto sembra perduto, finita la speranza. In questi momenti devi decidere se hai voglia di mollare oppure vuoi. Se hai ancora voglia di inventarti un modo per continuare la lotta per il progresso.

Questo scriveva Bertold Brecht mentre il nazifascismo trionfava.

Questa frase me la lesse mio padre, un giorno del 1975. Stavamo discutendo, io e altri ragazzi, sul fatto che ormai era evidente che il movimento del 68 stava morendo e avevamo il morale sotto le scarpe.

Oggi la destra avanza in Italia e in buona parte del mondo… Avanza perché fa schifo, sennò non ne avanzava neanche una forchettata.

Forza compagne, forza compagni, o merda o berreta rossa. Una terza opzione non c’è, mai ci sarà.

Il destino dell’Umanità è migliorare.


In copertina: Firma del trattato di Nanchino tra gli spacciatori d’oppio inglesi e l’Impero Cinese – 1842.

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Dal 1 maggio alle Isole Tremiti vietate le stoviglie di plastica

Lun, 04/30/2018 - 09:18

Sono stati recentemente diffusi i risultati dei campionamenti effettuati la scorsa estate in 19 punti del Meditteraneo, uno studio effettuato dall’Istituto di Scienze Marine del CNR di Genova (Ismar), l’Università Politecnica delle Marche (Univpm) e Greenpeace Italia con l’obiettivo di stabilire la quantità e la composizione di microplastiche nelle nostre acque marine. E tra i campioni analizzati, quelli delle Tremiti, nonostante la protezione di quei mari, hanno destato preoccupazione perchè sono risultati tra i più elevati in termini di concentrazioni presenti.

C’erano più microplastiche finite lì a causa di correnti e vortici che non in altre zone d’Italia, a dimostrazione che nessun luogo è completamente al sicuro dagli inquinanti. E’ possibile consultare a questo link i dati dei campionamenti della campagna. La maggior parte delle plastiche ritrovate, inoltre, è risultata essere polietilene, ovvero il polimero con cui viene prodotta la maggior parte del packaging e gli imballaggi usa e getta.

Il Sindaco dell’area protetta, Antonio Fentini, con un’ordinanza dei giorni scorsi, ha deciso quindi di mettere al bando le stoviglie di plastica dal 1 maggio prossimo, al loro posto potranno essere usati solo contenitori biodegradabili.

Chi trasgredirà, commercianti o clienti, sarà multato con una sanzione che arriva ai 500 euro.

Nel testo dell’ordinanza si legge:

….Divieto esplicito di uso di contenitori e delle stoviglie monouso non biodegradabili, non solo in occasione di feste pubbliche e sagre. [….]

e nella parte dispositiva, ai punti b) e c) :

b. gli esercenti sul territorio isolano le attività commerciali, artigianali, e di somministrazione alimenti e bevande, a decorrere dalla data di efficacia della presente ordinanza (1 maggio), potranno distribuire agli acquirenti esclusivamente posate, piatti, bicchieri, sacchetti monouso in materiale biodegradabile e compostabile.

c. i commercianti, i privati, le associazioni, gli enti in occasione di feste pubbliche e sagre potranno distribuire al pubblico, visitatori e turisti, esclusivamente posate, piatti, bicchieri sacchetti monouso in materiale biodegradabile e compostabile, in quanto minimizzare e praticare la differenziazione dei rifiuti per questa Amministrazione è segno di civiltà.

Lo stesso Sindaco, in un’intervista a Repubblica, ha specificato che si tratta solo di un primo passo, a cui faranno seguito il divieto di utilizzo di bottiglie in plastica e dei contenitori in polistirolo per il trasporto del pesce.
Per questi, soprattutto, per le bottiglie, essendo un’isola, dovranno essere trovate modalità alternative come il vetro e l’uso di potabilizzatori di abitazioni e ristoranti, e quindi dovranno essere messe in atto azioni per garantire alternative in sostituzione, più sostenibili.

Lo stesso Fentini ha rivolto poi un’appello a tutti i Sindaci di isole e Comuni italiani che si affacciano sul mare, affinchè adottino al più presto misure analoghe. “Stiamo vedendo il nostro mare ucciso giorno dopo giorno dall’uomo e dovevamo fare qualcosa subito”.

Le Tremiti, in passato più volte Bandiera Blu, fanno parte del Parco nazionale del Gargano e una porzione del suo territorio è riserva naturale marina: sulle tre isole vivono poco più di 500 abitanti.

Solo con un’azione estesa infatti si potranno cominciare a vedere primi risultati e a cambiare ottica, soprattutto rispetto alle produzioni di imballaggi e ai prodotti a breve-brevissima vita, che come spiegavano anche i ricercatori dell’ISMAR- Cnr devono essere ridotti all’origine, il riciclo – secondo loro- non può ormai essere la soluzione, nè quindi la sola modalità.

Fonti:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/04/29/tremiti-dall1-maggio-vietate-le-stoviglie-di-plastica-ai-trasgressori-sanzioni-fino-a-500-euro/4323521/

http://bari.repubblica.it/cronaca/2018/04/29/news/i_contenitori_di_plastica_vietati_alle_isole_tremiti-195114252/

http://www.ismar.cnr.it/eventi-e-notizie/notizie/nel-mediterraneo-livelli-di-microplastiche-paragonabili-a-quelli-dei-vortici-di-plastica-del-pacifico

http://www.repubblica.it/ambiente/2018/04/23/news/grenpeace-cnr_in_italia_microplastiche_in_mare_come_negli_oceani_siamo_messi_male_perfino_alle_tremiti_-194610995/

http://www.termolionline.it/news/politica/715797/la-plastica-dura-a-morire-uccide-il-mare-alle-tremiti-vietata-quella-non-biodegradabile

Photo by: Giuseppe Palumbo.

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Mobilità elettrica: le previsioni per il futuro

Lun, 04/30/2018 - 04:31

Gli accordi di Parigi indicano che per contenere il riscaldamento globale è necessario contenere l’aumento della temperatura media di due gradi a partire dal 2020, sforzandosi in realtà di fermarsi a 1 grado e mezzo. Uno degli interventi ritenuti fondamentali è garantire che si arrivi alla cifra di almeno 600 milioni di auto elettriche in circolazione.
Oggi siamo ancora lontani da queste cifre: i veicoli elettrici sono 2 milioni, lo 0,2% del totale.

I dati, però ci permettono di essere ottimisti: dal 2005 al 2016, nel mondo, il numero di immatricolazioni relativo alle sole autovetture full eletric (BEV) e ibride (PHEV) è aumentato del 72%. L’incidenza sul numero totale è ancora bassa ma si stima che entro il 2040 i veicoli elettrici saranno oltre il 50% delle nuove vendite.

In Europa la palma d’oro va alla Norvegia che si piazza al quarto posto nella classifica mondiale per diffusione dei veicoli elettrici dietro Cina, Stati Uniti e Giappone. A fine 2017 il 52% delle nuove immatricolazioni è stato a propulsione elettrica o ibrida. A inizio 2018, per la prima volta, il numero di auto elettriche e ibride vendute ha superato quelle con motore a combustione.
In Italia la crescita media annua è del 30% con poco meno di 10mila unità vendute a fine 2016.
Nel 2017 le vendite sono aumentate, per un totale di 1.967 vetture in tutto il Paese, ma quelle elettriche rappresentano appena lo 0,1% del mercato, anche se sono raddoppiate le auto ibride rispetto al 2016, per un totale di 66 mila.
A frenare la crescita nel nostro Paese sono principalmente due fattori: incentivi poco incentivanti (i più bassi in Europa) e il prezzo delle vetture.
E anche in questo caso le previsioni prevedono un trend positivo: secondo uno studio di Bloomberg entro il 2025 i costi delle auto elettriche saranno uguali a quelli dei modelli a benzina, e la capacità delle batterie triplicherà nei prossimi tre anni.
Il costo delle batterie al litio è diminuito del 73% dal 2010 e non è fantascientifico prevedere che continuerà a calare nei prossimi anni. Inoltre le batterie saranno più leggere e la ricarica sarà più veloce.

E le colonnine di ricarica?
In Italia sono 4.207 in 2.108 postazioni, una ogni 14.388 abitanti; decisamente meglio la Germania con una colonnina ogni 3.620 abitanti
In totale, in Europa sono 70 mila i punti di ricarica pubblici, mentre nel Mondo si arriva a 1,45 milioni di colonnine.
In Italia sono stati stanziati 33 milioni di euro per la costruzione di nuove colonnine. Attendiamo fiduciosi.

Fonti:
https://www.mobilita-elettrica.it/mobilita/norvegia-regina-mobilita-elettrica/
http://www.omniauto.it/magazine/50077/incentivi-auto-elettrica-italia-due-velocita
https://www.bloomberg.com/news/articles/2017-07-06/the-electric-car-revolution-is-accelerating
http://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/2040-fine-dell-auto-benzina-nasce-grande-mercato-dell-auto-elettrica/e33e8444-117e-11e8-9c04-ff19f6223df1-va.shtml
http://www.omniauto.it/magazine/49079/colonnine-ricarica-auto-elettriche-paesi-europa

Immagini: le automobili fantastiche di Jacopo Fo ispirate alla mobilità sostenibile ecologica. Marzo 2018

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Peer to Peer

Lun, 04/30/2018 - 03:12

Non solo banche! I colossi della Fintech stanno arrivando e pochi si preoccupano. Crediti in sofferenza, eccesso di personale, scarsa patrimonializzazione, riduzione del numero delle filiali, etica negli affari: sembrano solo questi i problemi che il sistema bancario deve risolvere per poter rimanere a galla.
Ma ci si dimentica spesso della principale preoccupazione che il mondo della finanza “classica” dovrebbe avere e che potrebbe in pochi anni stravolgerlo completamente, introducendo sul mercato nuovi player che le nostre attuali banche, e men che meno gli analisti, al momento non riescono neppure a vedere.

Nel frattempo si stanno sviluppando nuove forme di strumenti di finanza alternativa che si basano proprio sull’utilizzo della tecnologia. Questa settimana parliamo del “peer to peer”.
Un ulteriore metodo di microcredito, più diretto al singolo che all’impresa, per raccogliere finanziamenti «da pari a pari», che in questo caso significa da privato a privato.
Il prestito tra privati rappresenta un’evoluzione del mercato creditizio, sempre più attento alle esigenze degli utenti di internet, e ha la caratteristica di permettere a chiunque, in maniera trasparente e saltando gli intermediari bancari, di risparmiare (a chi richiede soldi) e di guadagnare (a chi li presta).
Si parla anche di «prestito sociale», perché finanziatori e richiedenti hanno la possibilità di conoscersi, di entrare in una community e decidere in maniera libera a chi prestare denaro e per quale fine o a quale tasso.
Ma il termine «social» potrebbe essere anche fuorviante: meglio chiamarli nuovi prestiti, erogati da piattaforme che non c’entrano nulla con gli istituti di credito, che hanno costi di personale estremamente bassi, che raccolgono capitale da privati direttamente sui loro siti e valutano la gran parte delle richieste tramite un algoritmo.
Il sistema dei prestiti peer to peer è diffuso in tutto il mondo, ma a essere sempre più avanti degli altri sono gli Stati Uniti, dove ci sono due siti che spopolano e che fungono da faro per il resto del mondo: Lending Club e Prosper.
In Italia le community del credito al consumo sono un fenomeno recente e ormai conosciuto grazie a Zopa (Zone of Possible Agreement, ossia Zona di possibile accordo)Boober.
In Zopa – la piattaforma più vicina alle esigenze descritte finora – chi decide di stare dalla parte dei finanziatori, pagando una commissione annuale dell’1% sulla somma prestata ai richiedenti, è mosso da un duplice fine: investire il denaro per una giusta causa, in modo trasparente, e ottenere un rendimento a fronte di un rischio più basso (il cliente viene selezionato) della media e frazionato tra almeno 50 richiedenti.
Anche chi richiede un prestito è mosso da un duplice fine: non favorire gli interessi di banche e finanziarie, ma quelli di altre persone e ottenere tassi più bassi della media, quindi risparmiare.
Perché se ne parla sempre poco? Perché i media asserviti alla lobby bancaria sanno perfettamente che nel peer to peer sta per abbattersi lo tsunami dalle sembianze dei grandi colossi come Apple, Facebook, Google, Amazon, Yahoo! che si apprestano a entrare nel mondo finanziario per stravolgerlo.
Conservate questo articolo, ne riparliamo tra qualche anno…

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Siamo un puntino nell’Universo…

Dom, 04/29/2018 - 11:32
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A Genova nasce la risposta al problema della plastica: dagli scarti vegetali si ricavano nuovi materiali ecologici

Dom, 04/29/2018 - 11:23

Ogni anno in Europa si producono 25,8 milioni di tonnellate di spazzatura plastica, di cui solo il 31% finisce in discarica, mentre il resto si disperde in natura andando a impattare negativamente sull’ambiente e l’ecosistema. Il 95% del valore degli imballaggi di plastica (70-105 miliardi di euro all’anno) viene perso a causa dell’utilizzo usa e getta dei contenitori in plastica.

Alla ricerca di alternative ecosostenibili alle plastiche che conosciamo, il team di ricerca sugli smart materials dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova ha sperimentato e brevettato diverse tecnologie che permettono, già da ora, di ottenere bioplastiche ecologiche che azzerano l’impatto ambientale

GUARDA IL VIDEO SU ILFATTOQUOTIDIANO

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