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Due milioni di anni fa gli esseri umani mangiavano le scimmie

People For Planet - Sab, 04/10/2021 - 10:15

Uno studio recentemente pubblicato sulla rivista American Journal of Physical Anthropology dai ricercatori dell’Università di Tel Aviv e dell’Università del Minho in Portogallo, suggerisce che gli esseri umani fossero predatori di scimmie che hanno consumato solo la carne di animali di grandi dimensioni per circa due milioni di anni.

In effetti, lo studio suggerisce che fu solo dopo l’estinzione di animali più grandi e la diminuzione delle fonti di cibo animale, cioè verso la fine dell’età della pietra – circa 85.000 anni fa – che gli esseri umani iniziarono ad aggiungere più verdure alla loro dieta e divennero agricoltori, mangiandosia piante che animali.

Per giungere a questa conclusione, i ricercatori hanno analizzato la genetica e le caratteristiche fisiche attribuite all’uomo da circa 400 articoli scientifici incentrati su argomenti come la genetica, il metabolismo, la fisiologia e la morfologia.

Due milioni di anni fa, le società di cacciatori-raccoglitori consumavano elefanti e altri grandi animali […]“, ha spiegato Miki Ben-Dor, uno degli autori dello studio. La prova? L’acidità dello stomaco umano.

La produzione e il mantenimento di una forte acidità richiedono grandi quantità di energia e la sua esistenza è la prova del consumo di prodotti animali“, ha osservato la dott.ssa Miki Ben-Dor.

La forte acidità fornisce protezione dai batteri nocivi presenti nella carne e gli esseri umani preistorici, che cacciavano animali di grossa taglia la cui carne era sufficiente per giorni o addirittura settimane, spesso consumavano carne vecchia contenente grandi quantità di batteri e quindi necessari per mantenere un alto livello di acidità“, ha aggiunto.

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Soffri del morbo del musone solitario?

People For Planet - Sab, 04/10/2021 - 08:00

Se non ti vedi mai con nessuno, se i tuoi amici si contano sulle dita della mano di un falegname distratto, se l’ultima volta che hai visto più di 5 persone tutte insieme è stato il v2-day allora hai un grave problema.
Sei un essere solitario. E non è una cosa affascinante, è una malattia.

La domanda semplice che ti permette di diagnosticare quanto tu sia vittima del morbo è: sei tu che vai verso gli altri o sono gli altri che devono venire verso di te?

L’atteggiamento solitario è una malattia gravissima che né medici né psicologi “ufficiali” riconoscono e che pochi tra i terapisti alternativi hanno “fotografato”.

Parliamo della non capacità di passare del tempo a parlare con altre persone.

Punto uno: perchè è una malattia grave. Psicologica e fisica.

Si tratta di una malattia molto più diffusa di quel che si crede.
Ma molti potrebbero non essere d’accordo con questa affermazione.
Starsene da soli è addittura considerato un segno di efficienza e forza!
Ma si tratta di un grave errore di valutazione.
Siamo esseri sociali, per milioni di anni la vita dei nostri antenati ha ruotato intorno alla collettività della tribù. La nostra intelligenza, il nostro linguaggio, la nostra capacità di creare arte, ridere e amare sono derivati della vita sociale. Abbiamo bisogno di parlare con le altre persone. È una banalità che viene poco considerata in campo clinico. Quasi nessun medico ordina a un paziente di iscriversi a un corso di salsa o di scrittura creativa. E questo è molto grave.
La mancanza di contatti umani, di scambio di opinioni, di chiacchiere futili, convivialità, gioco, sono un disturbo dell’anima che ha forti effetti sul fisico.
È ormai noto che i comportamenti giocosi e creativi, l’ascolto delle sensazioni piacevoli e il ridere, provocano la produzione di dopamina e di altre sostanze essenziali per il benessere.
Ed è stato stradimostrato che l’umore e le emozioni hanno un effetto immediato sul sistema immunitario. Un bacio di dieci minuti devasta i virus meglio degli antibiotici.

Punto due: le ragioni

Non voglio qui fare un trattato sulla tristezza e le ragioni che ci spingono a comportamenti autolesionisti. È chiaro però che una persona che non è capace di trascorrere una quota considerevole della propria vita godendo del rapporto con gli altri ha subito un grande trauma.
Ma al di là dei traumi passati vi sono alcuni modi di vedere che cementano l’incapacità di comunicare:

Paura di raccontarsi: ma checcavolo hai fatto nella vita per pensare che non sia conveniente raccontarla?

Avarizia: raccontare di se stessi vuol dire dare qualche cosa agli altri.

Senso di inferiorità: la mia vita e quel che penso sono privi di interesse. Percheccavolo pensi che la tua vita non valga la pena di essere raccontata?
Se una straordinaria unicità!

Paura degli altri: se uno viene a farti una domanda lo fa solo per farsi i cazzi tuoi.

Disinteresse: sono tutti coglioni cosa ci parlo a fare?

Mancanza di tempo: ho cose più urgenti da fare che perdere tempo a chiacchierare!

Credo che se una persona riflettesse su queste idee può capire facilmente che si tratta di trappole mentali.

Punto tre: parlare è indispensabile per la propria vita!

Chiacchierare con le persone, aprirsi, raccontarsi, ascoltare i racconti, condividere emozioni e sogni, giocare, sono cibo per la nostra anima. Di fronte alla morte e al dolore tutto il resto perde importanza e significato.
Ma l’amore, l’amicizia, il gioco e il ridere restano valori, motivi per i quali ha avuto senso vivere. Anche in punto di morte.
Dedicare un posto fondamentale nella nostra vita ai rapporti con gli altri non è solo piacevole e l’essenza della vita. È anche necessario!
Hai bisogno che la gente sia partecipe della tua gioia. Condividerla la amplifica e la rende più efficace come medicina. 
E ne hai doppiamente bisogno quando una malattia o un lutto ti colpisce. Affrontare questi momenti tragici da soli è terribile.

Speriamo che queste parole ti inducano ad aumentare la tua tensione verso gli altri.
All’inizio può sembrare difficile. Ma poi è come l’eroina: non ne puoi più fare a meno.
E a differenza dell’eroina la comunicazione con gli esseri umani fa bene, è legale e arricchisce la tua vita.
Per iniziare a godersi questa droga naturale è sufficiente guardare un essere umano e pensare: “Questo è un meraviglioso, unico esemplare di una specie fantastica e io ho l’incredibile opportunità di sapere qualche cosa di lui!” 
(Non devi assolutamente pensare: “un altro essere umano! Che palle ce ne sono miliardi e sono tutti stronzi”) 
Trovare qualcuno con cui parlare è facile, porca miseria, smetti di dire che non è facile, vai lì e gli fai una domanda.

Punto quattro: contro il governo dei censori lanciamo una campagna di intensificazione dei rapporti umani.

Per chi non lo avesse ancora capito esiste un rapporto diretto tra la possibilità di Salvini di rompere i coglioni a Travaglio e il numero di italiani che si abbracceranno nelle prossime 24 ore.
Non credere ai parametri della vecchia politica: amare è rivoluzionario!
Ti invitiamo a pubblicare sul tuo sito questo appello: parla con un essere umano!
È più affascinante di un panda!

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Foto di Fran__ da Pixabay

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Anche J&J finisce nel mirino | Perchè l’UE non concede aiuti ad Alitalia | Funerale principe Filippo, ci saranno Harry e Meghan?

People For Planet - Sab, 04/10/2021 - 06:25

Corriere della Sera: Vaccini, record in Francia: 510.000 in 24 ore;

Il Giornale: “Ci sono casi di rare trombosi” Ora pure J&J finisce nel mirino;

Il Manifesto: Trenta città in piazza per curare la società, contro le grandi opere;

Il Mattino: Vaccini, grido di dolore di De Luca a Draghi: «Perché 210mila in meno ai campani?» Obiettivo immunizzare Napoli a luglio;

Il Messaggero: Addio a Filippo, il principe gaffeur. Per 73 anni accanto a Elisabetta. Fox Tv accusa Harry e Meghan Foto;

Ilsole24ore: Perché l’Europa concede gli aiuti ad Air France e Lufthansa e non ad Alitalia?;

Il Fatto Quotidiano: Rabbia degli psicologi dopo l’uscita di Draghi: “Senza coscienza? Ma se ci hanno obbligati…”. Mancano le dosi: chiusi gli hub della Toscana;

La Repubblica: Marò, l’India accetta il risarcimento: caso chiuso con 1,3 milioni di euro;

Leggo: Vaccinare le isole per favorire il turismo: esultano Tremiti e Ischia. Ma il sindaco di Tropea non ci sta: «Una boutade»;

Tgcom24: Entro 10 giorni il funerale, solo 30 i partecipanti ammessi: ci saranno Harry e Meghan?;

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In che modo Covid-19 cambierà le nostre città e il valore delle case

People For Planet - Ven, 04/09/2021 - 17:00

Continuiamo la pubblicazione su People For Planet di contributi sul “dopo coronavirus”, inaugurata con “Aspettiamo il dopo, in agguato come la tigre” e continuata con “Il ritorno dello Stato Sociale”, “I veri leader si vedranno adesso”, “Chomsky: I governi neoliberisti sono il problema, non la soluzione” e da ultimo “Naomi Klein: cosa ci aspetta dopo questa crisi”.

La storia lo dimostra. Storicamente, le epidemie hanno lasciato il segno nelle città. La pandemia di covid-19 non dovrebbe fare eccezione. Sorveglianza, distanziamento sociale, cambiamento di valore dei quartieri, nuove forme di solidarietà: il cambiamento è già iniziato. Ce lo racconta Jack Shenker sull’inglese Guardian.

Le eredità della peste e del colera nello sviluppo urbano

Nella mente di molte persone, Victoria Quay, che corre per due chilometri lungo il Tamigi, incarna l’essenza stessa di Londra. Sulle prime cartoline puoi vedere le sue ampie passeggiate e i suoi splendidi giardini. Il Metropolitan Board of Works, che supervisionò la sua costruzione [1865-1870], lo presentò con orgoglio come “un’opera intelligente e abilmente raffinata di pianificazione urbanistica, come si addice a una prospera città commerciale”.

Tuttavia Victoria Quay, che è diventata inseparabile dall’immagine che abbiamo della città, non è né più né meno che il prodotto di una pandemia. Senza una serie di epidemie mortali di colera in tutto il mondo nel XIX secolo – tra cui una a Londra attorno al 1850 che uccise più di 10.000 persone – la necessità di un sistema fognario moderno non sarebbe mai stato messo in evidenza. E la straordinaria opera d’arte, progettata per drenare le acque reflue dalla città a valle, lontano dall’acqua potabile, non avrebbe mai visto la luce.

Distanziamento e densificazione. Salute pubblica contro ecologia

Mentre il mondo continua a combattere contro la dilagante diffusione del coronavirus, confinando milioni di persone nelle loro case e impedendo i nostri viaggi, ci chiediamo come potrà essere la vita dopo.

Una delle domande più urgenti che gli urbanisti dovranno affrontare è l’apparente contraddizione tra la densificazione – la tendenza alla concentrazione, considerata essenziale per ridurre l’impronta ecologica delle città – e il “distanziamento spaziale“, ovvero la separazione degli abitanti, che è uno dei principali strumenti attualmente utilizzati per combattere la trasmissione della malattia. “In questo momento, la densità è ridotta ogni volta che è possibile, e per una buona ragione”, afferma Richard Sennett, professore di pianificazione urbana presso il Massachusetts Institute of Technology (MIT) e consulente di riferimento per le Nazioni Unite su città e cambiamenti climatici. “Anche se nel complesso, la densità è una cosa positiva: le città dense consumano meno energia. Penso che alla fine vedremo apparire una contraddizione tra le esigenze della salute pubblica e la conservazione del clima.”

Per Richard Sennett, torneremo in futuro alle singole abitazioni e all’espansione urbana, che consentono alle persone di incontrarsi senza calpestarsi in ristoranti, bar e club – anche se, dato il prezzo astronomico della terra in grandi città come New York o Hong Kong, il successo di un tale programma dipenderà senza dubbio anche dall’attuazione di importanti riforme economiche.

Il telelavoro cambierà il valore delle case da luogo a luogo

Negli ultimi anni, anche se le città continuano a svilupparsi in alcune zone sotto l’effetto dell’esodo rurale, le città del nord prendono la direzione opposta, i loro abitanti più abbienti sfruttano gli strumenti di lavoro a distanza per stabilirsi nelle città di provincia o in campagna, dove la terra è più economica e la qualità della vita migliore.

Il “calo del costo della distanza”, come lo definisce Karen Harris, direttore di Macro Trends presso la società di consulenza Bain, dovrebbe essere accentuato dall’effetto del coronavirus. Sempre più aziende stanno implementando soluzioni che consentono ai loro dipendenti di lavorare da casa e i dipendenti si stanno abituando. “Queste sono abitudini che hanno buone probabilità di impadronirsi di noi” afferma Karen Harris.

Le ripercussioni sulle grandi città sono potenzialmente colossali. Se la vicinanza al luogo di lavoro non è più un fattore determinante nella scelta di un luogo in cui vivere, ad esempio, l’attrattiva della periferia diminuisce. Forse ci stiamo dirigendo verso un mondo in cui centri urbani remoti e “nuovi villaggi” diventeranno sempre più importanti, mentre i sobborghi tradizionali crolleranno di valore.

La tentazione del tracciamento digitale

Un altro possibile effetto del coronavirus è una proliferazione di infrastrutture digitali nelle nostre città. La Corea del Sud, uno dei paesi colpiti per primi dalla malattia, è anche uno di quelli con il più basso tasso di mortalità, un aspetto che può essere attribuito in parte al (controverso) monitoraggio pubblico delle persone infette e dei loro contatti.

In Cina, le autorità hanno invitato aziende tecnologiche come Alibaba e Tencent a monitorare la diffusione di covid-19 e stanno utilizzando i big data per anticipare l’emergere di focolai di trasmissione. Se si conclude che “città intelligenti” come Shenzhen sono più sicure dal punto di vista della salute, possiamo logicamente aspettarci una diffusione del rintracciamento e della registrazione delle nostre azioni nelle aree urbane e a dibattiti accesi sul potere di controllo delle persone che questo tipo di monitoraggio offre alle aziende e ai governi.

Lo spettro dell’autoritarismo

In effetti, il rischio di un autoritarismo nascosto – attraverso la standardizzazione delle misure di emergenza – dovrebbe essere al centro delle nostre preoccupazioni, avverte Richard Sennett:

Se torni indietro e guardi alle misure di restrizione delle libertà prese per gestire le città in tempi di crisi, dalla Rivoluzione francese agli attacchi dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti, noterai che per molte di loro ci sono voluti anni, persino secoli, per scomparire “.

In un contesto di etnonazionalismo esasperato sulla scena mondiale, che ha visto la destra populista salire al potere in molti paesi, dal Brasile agli Stati Uniti, dall’India all’Ungheria alla Turchia, una delle conseguenze del coronavirus potrebbe essere il radicamento di imposizioni autoritarie, che applicano la creazione di nuovi confini intorno e dentro le aree urbane, sorvegliate da leader che hanno la capacità giuridica e tecnologica per farlo.

In passato, dopo gravi crisi sanitarie, le comunità ebraiche e altri gruppi emarginati nella società, come le vittime della lebbra, sono stati presi di mira dalla maggioranza. I riferimenti di Donald Trump al “virus cinese” suggeriscono che questa pandemia potrebbe a sua volta portare a questo tipo di stigma sinistro.

Covid e gruppi di auto-aiuto

Tuttavia, le reazioni sul campo al coronavirus sono state molto diverse da una città all’altra nel mondo. Dopo decenni di dispersione, in particolare dei giovani nelle città, spinti al nomadismo e alla precarietà dal costo esorbitante delle abitazioni, l’improvvisa proliferazione di gruppi di auto-aiuto – volti a organizzare gli aiuti locali a beneficio dei più vulnerabili durante la crisi – ha provocato l’avvicinamento tra fasce di età diverse e persone di diversi strati sociali. Paradossalmente, il distanziamento sociale ha avvicinato alcuni di noi come non mai. Resta da vedere se questi gruppi di auto-aiuto sopravviveranno alla fine del coronavirus al punto da avere un impatto significativo sulla città del futuro. Ciò dipenderà dalla lezione politica che possiamo imparare da questa crisi.

Considerare la società come un collettivo piuttosto che un agglomerato di individui compartimentati potrebbe indurre l’opinione pubblica a chiedere misure più incisive per proteggere i cittadini, una tendenza a cui i governi potrebbero trovare difficoltà a resistere.

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