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Villa d’Agri: inaugurazione de “Le Fabbriche dell’Ossigeno – il giardino di comunità”

CuoreBasilicata - Ven, 06/25/2021 - 15:52

Si svolgerà domani 26 giugno, alle ore 18.00, presso l’Istituto Tecnico Tecnologico di Villa d’Agri, la cerimonia inaugurale dell’importante ed emozionante iniziativa “Le Fabbriche dell’Ossigeno – il giardino di comunità”. “Cosa abbiamo imparato? La preziosità – spiega la docente Antonella Marinelli – dello spazio pubblico, l’importanza della condivisione, la dignità delle piante spontanee, la fierezza dei fiori, lo studio – continua la professoressa – per la progettazione, la meraviglia per un colore che non ti aspetti, il valore del bene comune, l’importanza del professionismo, la necessità – aggiunge Marinelli – di fare bene per stare bene”.

All’iniziativa interverranno: la dirigente scolastica dell’Omnicomprensivo di Marsicovetere, Marinella Giordano, il sindaco di Marsicovetere, Marco Zipparri, il responsabile della Fondazione Eni Enrico Mattei, Cristiano Re, l’architetto paesaggista, Gerardo Sassano, il garden designer, Alberto Petrone, Valerio Giambersio della Fondazione Citta della Pace di Sant’Arcangelo e Gennaro Curcio dell’Istituto Internazionale Maritain.

 

 

Info: per chi volesse partecipare l ‘ingresso sarà libero e consentito fino al numero massimo possibile in base alle misure di prevenzione del Covid 19.

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La Nazionale Italiana non si inginocchia contro il razzismo: cosa è emerso finora

People For Planet - Ven, 06/25/2021 - 13:14

La Nazionale italiana non si inginocchierà contro il razzismo.

A Wembley i giocatori italiani resteranno in piedi, come anche gli austriaci, anche perché nessuna richiesta – precisa il Corriere della Sera – è stata fatta all’Uefa.

La decisione sarebbe arrivata dopo un “pacato confronto interno” nato dalla confusione andata in scena durante la partita contro il Galles, quando qualche azzurro (Toloi, Pessina, Emerson, Bernardeschi e Belotti) si è inginocchiato ma la maggior parte no, con tutta la polemica politica che ne è seguita.

Non è dato a sapersi se la scelta di non inginocchiarsi sarà definitiva o se a ogni gara si deciderà (anche) sulla base di ciò che farà la squadra avversaria. Ad esempio il Belgio, che potrebbe essere l’avversario degli azzurri ai quarti, al contrario dell’Austria, con ogni probabilità si inginocchierà, come già fatto nelle scorse partite.

“Non inginocchiarsi non significa non combattere il razzismo” ha dichiarato Paolo Corbi, responsabile della comunicazione della Nazionale italiana ha dichiarato pochi giorni fa, senza però fornire una spiegazione del perché della scelta di non aderire al movimento antirazzista in atto nel mondo e avviato oltreoceano da Black Lives Matter.

Si attendono chiarimenti durante la conferenza stampa di Mancini e Bonucci.

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Le favole patrimonio dell’umanità

People For Planet - Ven, 06/25/2021 - 11:00

Il 27 giugno del 2005 le favole dei Fratelli Grimm sono state inserite fra i beni immateriali del programma UnescoMemoria del Mondo” ed il 15 maggio del 2019, in un periodo lontano da ogni previsione pandemica, si svolgeva a Roma un convegno organizzato da Enciclopedia Treccani e Regione Puglia per la candidatura di tutta la fiaba popolare a patrimonio dell’umanità. Il presupposto della richiesta avanzata consisteva nel fatto che lo snodo della narrazione mitica delle favole sottende, nel livello archetipico, un sostrato psichico ma anche economico-sociale e politico. “Biancaneve nel Novecento”, il romanzo di Marilù Oliva del quale ilNarratore (https://ilnarratore.com) ha pubblicato la splendida versione in audiolibro, proietta il mito della fanciulla fiabesca nelle pieghe storico sociali del ventesimo secolo, come se la forza simbolica di bellezza ed innocenza potesse attraversare veleni e tossicità della storia restando, essenzialmente, integra. “Biancaneve, il mio alter ego vissuto nei tempi sfasati della fantasia”, spiega l’Autrice che duplica la composizione narrativa del testo offerto nell’assetto, quasi metrico, di un doppio binario che procede con fermezza custodendo il segreto della storia. I capitoli sono, infatti, dedicati alternativamente alle due straordinarie protagoniste femminili: Bianca che vive fra tormento e creatività vicino a Candi, una mamma che sembrerebbe anaffettiva, nella Bologna degli anni Ottanta e Novanta e Lili, una giovane bretone nata nel 1919, che durante la seconda guerra mondiale finirà nell’abisso del campo di concentramento nazista di Buchenwald.

Ciò che le due donne hanno in comune fa parte di una rivelazione sorprendente e progressiva che innerva il “secolo breve” e lo restituisce nello sguardo a volte partecipe, a volte distratto dei protagonisti, fra eventi storici e cronache quotidiane. C’è un asse primigenio e misterioso a sorreggere l’impianto narrativo ed è dato dal rapporto mai completamente sondabile fra madre e figlia. Jacob e Wilhelm Grimm, oltre che scrittori, furono filologi e linguisti e sapevano che il racconto originale di Biancaneve prevedeva che fosse proprio la madre e non la matrigna a voler uccidere la bambina. La storia fu edulcorata e corretta assegnando alla seconda moglie del padre il ruolo della rivale spietata ed omicida. Marilù Oliva sa aprire le porte del castello delle favole facendone uscire l’aria tipica delle meraviglie e della costernazione, fa della fanciulla dei Fratelli Grimm l’occhio che si appoggia criticamente alla realtà e alla condizione femminile, circonda la relazione fra madre e figlia del potere generativo di un paradigma inviolabile di empatia e compassione.

La voce che fa entrare nel sogno

“La musica prima di tutto” è un celebre detto del poeta francese Paul Verlaine che fa comprendere quanto le sonorità includano i significati e quanto un testo, non solo poetico, viva nell’interpretazione. Viola Graziosi, laureata a Parigi in Studi Teatrali, attrice di cinema, teatro e fiction televisive, legge l’audiolibro, mentre Solferino Editore ha pubblicato nel 2020 le edizioni a stampa ed eBook rendendole disponibili in tutte le librerie fisiche ed on line. “Il compito è molto delicato – è stata l’affermazione dell’attrice – poiché le parole scritte ci arrivano attraverso l’immagine, cioè gli occhi vedono le parole che si susseguono sulla carta e l’autore cerca di comunicare qualcosa posto sotto forma di frasi, paragrafi, incipit narrativo, centro della storia, finale. Dar voce a tutto ciò significa espanderlo nel volume e richiede un’attenzione molto responsabile. Personalmente, sono allenata a cogliere ciò che c’è fra le parole stabilendo un raccordo intimo con il libro e cercando una via espressiva che, in qualche modo, giunge. Con alcune scritture si stabilisce una simbiosi meditativa, ma è sempre necessario aiutare l’ascoltatore a sviluppare l’immaginazione accompagnandolo nel viaggio del racconto ad alta voce”.

Dalle tonalità più argentee e sottili a quelle più affievolite e piegate dai pesi e dalle oscurità del romanzo, Viola Graziosi trova la misura del cuore dei diversi personaggi. Lili è scaraventata nell’inferno del lager e sarà presto destinata alla baracca dove le ragazze sono costrette a prostituirsi. Bianca è la bambina maltrattata che diverrà una brava studentessa, ma anche la ragazza psichedelica che per una delusione amorosa sceglierà di stordirsi nella droga, la falce che aveva già reciso la vita di un suo amico. Candi riceve nell’epilogo la sua tremenda luce e dirà alla figlia: “Scusami se non sono stata una buona mamma. Credo che la mia storia mi sia caduta addosso e mi abbia resa storpia”. I personaggi maschili, dal padre amorevole di Bianca bambina ad Elio, l’organizzatore della resistenza nel lager, rappresentano ancoraggi controfiguranti la vitalità delle donne che punta alla liberazione. Viola Graziosi con l’ampiezza e la raffinatezza dei suoi registri vocali, nella melodia implicita di tutto il romanzo, sa interpretare il filo conduttore di una corsa a perdifiato per ottenere la sopravvivenza. Il sogno non è che vibrazione, risonanza, visione che non si staccano dalla dolcezza ed imperiosità della vita, nonostante tutto.

Una storia non autobiografica

Marilù Oliva, saggista, docente di Lettere, collaboratrice di “Telefono Rosa”, è scrittrice di racconti “Noir” le cui tinte si riconoscono, a tratti, come cifra stilistica, anche in “Biancaneve nel Novecento”. Nelle note finali dell’opera, l’Autrice tiene a sottolineare che il romanzo non è autobiografico, anche se la storia di Bianca è in parte attinta da un’autobiografia, tenuta nel cassetto, che avviluppa le vicende dei suoi primi 24 anni.  Quanto al rapporto della narrazione con la storia dello sterminio, è chiarito che “ogni evento, ogni sopruso, ogni dialogo raccontato nel lager è frutto di una testimonianza diretta o indiretta, di uno studio, di una lettura, di un documentario”. L’editrice Cristiana Giacometti ha precisato: “La nostra attività è rivolta anche alle scuole e crediamo che gli audiolibri, soprattutto nella fascia d’età delle Scuole Medie, possano svolgere una funzione molto importante per l’apprendimento della lettura ad alta voce e per imparare ad appassionarsi a delle storie grazie alle immagini e alle emozioni suscitate dall’ascolto di voci sapienti”. Le storie sono ponti, intrecci, echi e rifrazioni di noi stessi, come svela nel romanzo Manu, l’amica di Bianca che osserva: “Non ha senso essere egoisti perché noi diventiamo altro…fisicamente la tua pelle si sfalda, i capelli cadono, mangi, bevi…ti identifichi con la centralina dei tuoi pensieri, in realtà sei il risultato di molti ingranaggi complessi, ti disgreghi e ricomponi in un universo di microparticelle ed atomi in continuo scontro e incontro…ma nel corpo tutto è programmato per la vita”.

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Il condominio più colorato del mondo!

People For Planet - Ven, 06/25/2021 - 08:00

Nel condominio di Via dei Tanti, in un appartamento al primo piano, vive Luna, di cinque anni, con la mamma. Poi c’è Toto, sette anni, che abita lì con la mamma e Mario, il suo compagno. La mamma di Alì arriva dai Balcani e suo papà dall’Iraq: entrambi sono fuggiti dalla guerra. Shanti e Lali sono state adottate, mentre Giacomo ha una sorellina che non può camminare. Sono bambini che giocano, litigano, fanno pace…

A osservare le loro avventure c’è Mio, il gatto rosso della via, il gatto di tanti e non di uno soltanto.

A scriverle le storie di Via dei tanti è Federica Morrone,  scrittrice, maestra di yoga, mamma di Ginevra e Lorenzo, essere umano fantastico di cui Stefano Benni dice: «Federica Morrone nelle sue storie spalanca la porta alla tolleranza, alla condivisione e al rispetto. Ai bimbi viene data la possibilità di accogliere con curiosità la diversità, di capire che le vite possibili sono molte, che non esiste un unico esempio di famiglia

Che succede nel condominio di Via dei tanti?

L’appartamento misterioso

L’appartamento al pian terreno è sfitto da alcuni mesi, eppure si sentono strani rumori provenire dall’interno… un vero mistero! Per svelarlo, i bambini devono prima di tutto eludere la sorveglianza del burbero Sergio, l’anziano portiere del palazzo. Una missione praticamente impossibile! Ma Toto e Luna hanno una brillante idea.

Una sorprendente domenica

È domenica. Niente scuola, niente lavoro. La domenica è il giorno dei genitori, si sta tutti insieme… a tavola, in gita, sul divano a vedere un film. Ma questo non vale per Luna: il suo papà se n’è andato e lei si sente sperduta, senza una vera famiglia. Grazie a un invito inaspettato a casa di Alì, Luna scopre che “famiglia” può essere un condominio intero!

Storie moderne quelle di Via dei tanti, belle, allegre, colorate. Da non perdere!

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“Difendiamo il mare”: va in adriatico Bamboo, la barca antiplastiche di Greenpeace e Exodus

People For Planet - Gio, 06/24/2021 - 19:00

(*foto copertina relativa alla spedizione 2020)

“Difendiamo il mare”: è il nome della spedizione estiva di Greenpeace Italia, quarta edizione, che è cominciata il 22 giugno da Ancona. Organizzata con la Fondazione Exodus di don Mazzi che mette a disposizione una barca a vela, “Bamboo“,  la missione andrà in viaggio “di controllo” contro l’emergenza plastiche nell’ Adriatico centro-meridionale. (Nello stesso periodo sarà attiva nel Mediterraneo anche una campagna di Marevivo).

Faranno parte del gruppo, oltre ai volontari ambientalisti, i ricercatori dell’Istituto per lo studio degli impatti Antropici e Sostenibilità in ambiente marino (IAS) del CNR di Genova, del DiSVA (Dipartimento di Scienze della Vita e dell’Ambiente) dell’Università Politecnica delle Marche specializzati nello studio delle microplastiche, e esperti di flora e fauna marina costiera del DiSTAV (Dipartimento di Scienze della Terra dell’Ambiente e della Vita) dell’Università di Genova. Obiettivo.

Il viaggio – tre settimane – comincerà al Conero (da tempo se ne vorrebbe fare un’area marina protetta), toccherà zone già protette (Torre del Cerrano, Isole Tremiti, Torre Guaceto) nonchè luoghi marini a forte rischio plastica, come la foce del fiume Pescara.

Leggi l’articolo completo su FOGLIEVIAGGI

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Super luna di “Fragola” stasera 24 giugno: perché si chiama così e dove vederla

People For Planet - Gio, 06/24/2021 - 18:00

Stasera, 24 giugno, alle 20:40 la Luna raggiungerà la fase di plenilunio, dando vita a uno spettacolo da ammirare “da vicino”: il satellite della Terra si troverà infatti prossimo al perigeo (la distanza minima) e il suo disco apparirà più grande e luminoso del solito. L’appellativo “Luna di Fragola” ha origine presso i nativi americani algonchini che proprio nel mese di giugno si dedicavano alla raccolta delle fragole.

La Superluna di Fragola sorgerà a Sud Est alle 20:55 ora di Roma, alle 21:30 a Torino e alle 20:29 a Catania; in pratica. Il suo viaggio dal Sud Italia al Nord terminerà poco prima delle 05:00 ora di Roma di venerdì 25 giugno, accompagnata lungo il tragitto dalla costellazione del Sagittario, una delle più splendenti del firmamento.

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I 10 migliori film di Ettore Scola

People For Planet - Gio, 06/24/2021 - 17:00

Ettore Scola mi manca, ci manca. Sono passati quattro anni dalla sua morte ma l’assenza si sente. Anche se negli anni del nuovo secolo ha firmato solo tre film (l’ultimo un vibrante omaggio a Fellini) era la sua autorità morale e pedagogica a dar un forte segno di autorità, non richiesta da parte di un regista, che è stato enorme nella sua opera e che ha dato tantissimo alla ricchezza culturale italiana.

Spesso non considerato tra i grandissimi del nostro cinema, Ettore Scola ha invece lasciato un’eredità che si mostra vibrante per i temi affrontati nelle sue opere e per la sua capacità di essere autore maiuscolo nella sua concezione estetica e politica del cinema.

Aveva fatto un’apprendistato dal basso tipico della sua generazione che ha molto formato la sua lezione di cinema.

Giovanissimo al settimanale satirico Marco Aurelio dove incrocia molti grandi a venire,  autore di testi alla radio dove contribuisce a lanciare il successo dello sconosciuto Alberto Sordi affronta una lunghissima palestra come sceneggiatore di lungo corso che in attrezzata squadra firma molti capolavori del cinema italiano.

Una propensione di talento all’arte e la conoscenza di che significa una buona scrittura cinematografica gli consentono di esordire con mestiere per giungere alla felice stagione dei suoi successi di regista affermato.

Per lungo tempo la sua dote di somministrare il comico apprezzato dal pubblico lo ha consegnato alla felice stagione della commedia all’italiana ma la sua filmografia è andata ben oltre come dimostrano molti suoi successivi titoli.

In questa breve nota non si può dimenticare anche il suo profondo impegno politico e civile (fu anche autore di documentari militanti) e l’attenzione che dedicò a essere maestro di giovani autori. Il cinema di Scola è sempre stato mosso dal dubbio e mai dalla certezza offrendo dibattito alla cultura nazionale sempre denso di divertimento.

Per tutto questo ci manca Ettore Scola e scegliendo i suoi migliori dieci film secondo il mio gusto personale cerco di indicare alle giovani generazioni uno dei migliori esempi per il cinema della modernità che si dovrà realizzare.

UNA GIORNATA PARTICOLARE, 1977

Un ricordo personale di Scola bambino di essere stato portato alla manifestazione romana dei grandi tributi offerti ad Adolf Hitler in visita a Mussolini è il seme che fa nascere il film che si avvale della sceneggiatura di Maccari ma anche di una collaborazione di Maurizio Costanzo.

La grande Storia destinata a finire nella tragedia vista come storia personale di due rumorose solitudini rimaste solitarie nei propri appartamenti in un grande condominio della capitale controllato da una portiera.

Una donna, piena di figli che ha dato alla patria e moglie di un arcifascista ipermaschilista irrispettoso nei suoi confronti e uno speaker dell’Eiar omosessuale che ha perso il lavoro per la sua condizione sessuale s’incontrano nell’arco di tempo di questa giornata particolare che segna le loro vite e quella di un pubblico che adorerà questo film che è il capolavoro di Ettore Scola. 

Facendo leva sulla rodata e affiatata coppia Sophia Loren e Marcello Mastroianni il perfetto gioco della macchina da presa inquadra tutto alla perfezione con movimenti perfetti che costruiscono una storia esemplare che inchioda l’autobiografia della nostra nazione a comprendere come i vinti veri erano i deboli che pur riconoscendosi nella cultura maschia e guerriera come accade ad Antonietta ne erano profondamente vittime. Una bellissima fotografia seppiata inquadra con arte il confronto tra due persone diverse che si attraggono, poi si respingono, infine si comprendono, si amano e si uniscono nella loro diversità mentre la radio in tempo reale fa entrare nel loro domestico la distanza con il conformismo in camicia nera. Due vite non illustri che Scola fa assurgere al ruolo di protagonisti in un cinema paradossalmente arioso e mai claustrofobico, vibrante nei dialoghi e perfetto nello svolgimento della trama che si pone senza dubbio tra i migliori film del cinema italiano di sempre.

C’ERAVAMO TANTO AMATI, 1974

Altro affresco italiano che in questo caso abbraccia i primi trent’anni della Repubblica con la storia di tre amici che hanno vissuto assieme la Resistenza e poi con diversi approdi hanno segnato il loro mondo ideale sporcandosi le mani con la vita reale.

Il Gianni di Vittorio Gassman diventerà un cinico arrivista speculatore della peggior specie, Antonio un portantino comunista interpretato da Nino Manfredi dal comportamento coerente e populista, il tenero intellettuale di Nocera Inferiore (un omaggio alle radici campane del regista) Nicola affidato a Stefano Satta Flores che è uno sconfitto nelle aspirazioni e nelle battaglie sostenute.

Altrettanto magnifici i ruoli femminili di Stefania Sandrelli sospesa a volte tra sogno e realtà e di Giovanna Ralli, figlia arricchita del palazzinaro Aldo Fabrizi che scoprirà di essere vittima della moderna alienazione.

Un gruppo di attori portentosi che trovano il tocco magico del miglior Scola possibile che divide il film in due parti tra bianco e nero e colori a meglio significare il passaggio del perfetto quadro storico italiano.

Scola militante comunista non risparmia nulla alla sua parte politica edificando una sorta di memoriale della sconfitta (“Volevamo cambiare il mondo ma il mondo ha cambiato noi”) senza comizi ideologici ma come scrive Gianni Canova con “l’utilizzo di un intreccio narrativo velato di ironia e malinconia dallo stile asciutto e sobrio”.
Il film è anche mitico per la presenza di Federico Fellini e Marcello Mastroianni che girano a Fontana di Trevi e di Mike Bongiorno che mette in scena l’Italia di Lascia e raddoppia.
Adorato dai francesi infatti vince un Cesar e viene programmato per due anni di seguito in molti cinema parigini. Un film che omaggia il Neorealismo, dedicato a De Sica e che è la migliore autobiografia collettiva dell’Italia dalla Resistenza agli anni Settanta. Un romanzo di formazione in forma di commedia.

LA FAMIGLIA 1987

Una cifra artistica di Ettore Scola è l’unità di luogo in cui concepisce la riuscita cornice delle sue migliori opere.

A differenza di Una giornata particolare qui il tempo si dilata in ottant’anni di storia negli interni di un appartamento borghese romano di Prati. Dalla foto d’inizio del 1906 che saluta la nascita di Carlo fino a quella finale che incornicia i suoi 80 anni c’è ancora una volta la foto dell’Italia intera.

È magnifico come ogni spettatore possa riconoscere nello svolgimento dell’intreccio uno zio azionista, quello un po’ svaporato per la campagna d’Africa che ha sposato la serva, il giovane con il codino che va in giro per il mondo, le zie arcigne che litigano in continuazione che hanno fatto parte del proprio romanzo familiare. Ancora una volta le guerre, il fascismo, la ricostruzione con le sue speranze, le illusioni cadute diventano il vento che entra nella casa con le lente carrellate che spaziano nello stesso appartamento in un grande spettacolo avvincente e cechoviano ma profondamente cinematografico.

Film definito “crepuscolare e demodè” con un cast magnifico ha trovato il consenso incondizionato della critica e del pubblico anche internazionale. Ingiustamente non premiato a Cannes, per riparazione a Scola venne data la presidenza della Giuria dell’edizione successiva.

BRUTTI, SPORCHI E CATTIVI, 1976

Il film più pasoliniano di Ettore Scola che aveva anche pensato a un’introduzione in premessa del regista poeta al film per poter meglio spiegare il senso antropologico e politico dell’operazione.

Il segno pasoliniano dell’opera è anche connotato dalla collaborazione ai dialoghi di Sergio Citti per un’aderenza di linguaggio (un altro punto di forza del cinema di Scola) della tribù sottoproletaria protagonista delle turpi vicenda del film che ruotano attorno a un milione di lire e a una squallida baraccopoli posta in maniera subdola con vista cupolone di San Pietro.  È significativo anche a mio parere che nell’esplodere del Movimento del 77 a Roma, dove il film è ambientato in una periferia emarginata, comparisse uno striscione omonimo del titolo a volersi identificare da non garantiti con i brutti, sporchi e cattivi orchestrati da Scola.

Favolaccia nera priva di lieto fine con un maestoso Nino Manfredi “perfetto borgataro, avido e vendicativo, ubriacone e manesco, persino incestuoso” secondo Roberto Ellero “sa mantenere il vitalismo popolaresco che gli viene richiesto. Una maschera destinata a diventare memorabile, piegando le tradizionali virtù dell’interprete ai vizi del personaggio”. Un trionfo del grottesco e del cinema della crudeltà omaggiato a Cannes con la Palma per la miglior regia.  

LA TERRAZZA, 1980

Secondo molta critica con questo film si chiude la commedia all’italiana classica. La terrazza romana del titolo è questa volta il nuovo contenitore che racchiude la società dello spettacolo e della cultura che constata il fallimento generale come in C’eravamo tanto amati. La sua evoluzione farsesca a mio modo di vedere è stata attualizzata egregiamente in forma pop da Paolo Sorrentino ne La Grande bellezza.

Con la matrona di casa dello splendido attico che annuncia: «E’ pronto venite» il racconto ricomincia cinque volte di seguito illustrando le poche virtù e i molti difetti di cinque personaggi e del mondo che li circonda. Cinematograficamente raffinato con piani sequenza di spessore tecnico dove i carrelli in profondità ampliano la tendenza già espressa in Una giornata particolare osserviamo lo sceneggiatore Trintignant (alter ego del regista), il giornalista impegnato Mastroianni, il produttore cinematografico Tognazzi, il deputato comunista Gassman e la drammatica condizione di Sergio Reggiani funzionario Rai. Tutti vinti e battuti mentre si sollazzano sulla terrazza con le battute al vetriolo di Scarpelli e Age che appare in campo come psichiatra e si notano anche Gregoretti e Benvenuti. C’è anche il cameo ideale del futuro film Capitan Fracassa di Scola che presentato in Rai viene spiegato che ha «l’approvazione dei dirigenti del partito». Come dice una battuta del film: «Ormai siamo tutti così: personaggi drammatici che si manifestano comicamente».

DRAMMA DELLA GELOSIA, TUTTI I PARTICOLARI IN CRONACA 1969

Il film che fa nascere lo Scola regista compiuto e padrone completo della macchina cinema che elabora un raffinato lavoro di commedia amara e nera che sa anche evocare una sorta Jules e Jim de noantri.

Tre grandi attori come Monica Vitti, Giancarlo Giannini e Marcello Mastroianni vestono magnificamente le vesti di una fioraia amante di un muratore e con il terzo incomodo di un pizzaiolo dando vita a una ronde che si aggira tra squallori di periferia suburbana e lo sfondo politico della Festa dell’Unità e di una manifestazione del Pci.

Connotati nella classe con autenticità si evita il sermone ideologico sui subalterni per raccontare con un perfetto meccanismo narrativo l’omicidio che rievoca la vicenda adoperando prosa giudiziaria e della cronaca nera giornalistica evocata nel titoli.

Film di scavo nel linguaggio. Infatti i personaggi parlano mescolando dialoghi da fotoromanzi e dialetto da borgata. E la lingua è molto funzionale all’approfondimento psicologico ed esistenziale dei personaggi non solo dei protagonisti ma anche dei numerosi caratteristi che si susseguono nelle divertenti scene. Un film che fa molto ridere ma fa molto riflettere sulla condizione degli ultimi anche attraverso il loro modo di parlare.

BALLANDO, BALLANDO 1983

È emerso già dalle altre schede il profondo rapporto di Scola con la Francia, affettuosamente ricambiato, frutto anche di una sua formazione intellettuale da bambino con il nonno.

Operazione tutta francese, poco vista e meno compresa in Italia, questa sorta di musical anomalo senza dialoghi tra gli attori ma che parla al cuore e alla mente.  In cinque quadri ambientati in una balera (ancora una volta l’unità di luogo tanto praticata dal regista) unisce tecniche da cinema muto e commedia all’italiana raccontando la storia di Francia grazie ad uno strepitoso corpo di mimi-ballerini.

Tratto da uno spettacolo di successo le canzoni e i passi di danza accompagnano gli anni del Fronte popolare, la guerra mondiale, la Liberazione, i fatti d’Algeria, il Maggio francese, il postmoderno Ottanta. Una sorta di C’eravamo tanto amati in forma di musical.

IL MONDO NUOVO 1982

Ancora Francia e che Francia, quella della rivoluzione, con un prezioso film in costume ma non è un film storico.  Michel Piccoli è Luigi XVI mentre Marcello Mastroianni è Casanova anziano in una diligenza che ricorda quella di John Ford ma non vanno dimenticati tra i molti Hanna Schygulla, Harvey Keitel, Laura Betti e Andrea Ferreol. È una riflessione gradevole sul passaggio epocale dall’Assolutismo al Terrore con il nuovo che avanza e abolisce, superando tutto quello che è passato.

Il film si apre e si chiude con lo spettacolo della lanterna magica macchina del precinema accolta con sentimento cinefilo in Francia. Secondo Ellero: “Tante volte traditore per gli storiografi, il cinema guarda questa volta all’evento storico con i propri occhi, chiarendo la natura immaginaria di ciò a cui lo spettatore va assistendo”.  Il film nelle sale francesi ha una versione più lunga di mezz’ora e si ammira un magnifico apologo finale recitato da Jean Luis Barrault che interpreta lo scrittore libertino Restif De Bretonne

RIUSCIRANNO I NOSTRI EROI A RITROVARE L’AMICO MISTERIOSAMENTE SCOMPARSO IN AFRICA, 1968

Titolo wertmulleriano in una commedia atipica molto moderna per stile di racconto e difforme con il terzomondismo militante del Sessantotto che comunque incontra il favore del pubblico registrando il primo grande incasso al box office per Scola registrando biglietti per due miliardi dell’epoca.

Un brillante Alberto Sordi è un editore di prodotti popolari che annoiato dal tran tran della sua quotidianità romana parte in Africa per cercare lo scomparso cognato Nino Manfredi. Si trascina dietro con imperio il suo ragioniere interpretato dal pacioso Bernard Blier che aggiungerà ulteriore comicità raffinata a questo on the road africano. Le peripezie si susseguono catastrofiche come in Don Chisciotte e il finale sarà molto inatteso e anche metaforico. Il provincialismo italiano messo alla berlina con efficace vis comica. C’è anche Roberto De Simone che interpreta un padre missionario. Molto belle le musiche di Armando Trovajoli. Ha ispirato alcune scene dell’ultimo film di Checco Zalone ambientato in Africa.

IL COMMISSARIO PEPE 1969

Questa volta Scola poggia sul talento istrionico di Ugo Tognazzi per un film alla Pietro Germi che trae la materia narrativa da un romanzo di Ugo Facco De Lagarda. Il commissario è chiamato a indagare molto controvoglia su vicende boccaccesche e scollacciate che creano imbarazzo in una città dell’opulento Veneto.

Il solerte poliziotto incastra tutti gli indagati del territorio che cadano nella sua rete. I loro volti sono messi sullo schermo da imputati ma solo alcuni vengono graziati per ordini venuti dall’alto in nome della Legge che salva i potenti. Pepe schifato dal contesto distrugge il dossier e preferisce farsi trasferire ad altra destinazione.

Si delineano molti capisaldi della poetica di Scola. La commedia dal sapore amaro si accompagna alla feroce satira di costume ammantando di malinconia il protagonista che ci conduce felicemente a riflettere su una società malata nella sua forme e che non è in grado di far rispettare le regole del gioco. Un colpo al cuore del conformismo dell’Italia ossimora tra bigottismo e trasgressione. 

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Idea in cucina: 3 insalate di riso leggere, facili e veloci

People For Planet - Gio, 06/24/2021 - 15:00

In compagnia di Carlotta, dal canale YouTube Cucina Botanica, tre idee per realizzare delle insalate di riso perfette per affrontare il caldo.

Tre ricette veloci tutte senza glutine e lattosio (sono vegane). Idee alternative capaci di sorprendere anche i nostri ospiti più difficili!

Fonte: Cucina Botanica

Di seguito trovate gli ingredienti di ciascuna ricetta per iscritto:

n.1 Mediterranea

  • 200 g riso basmati integrale (potete sostituire a preferenza);
  • 2 piccole melanzane (striate o normali);
  • 1 spicchio d’aglio;
  • 10 pomodorini;
  • 2 cucchiai pinoli;
  • 150 g ceci già cotti;
  • 2 cucchiai olive taggiasche;
  • 5-10 foglie di basilico;
  • Sale;
  • Olio.

n.2 Curcuma

  • 200 g riso basmati integrale (potete sostituire a preferenza);
  • 1 cucchiaino di curcuma;
  • 200 g piselli freschi;
  • 3 carote;
  • 2 cucchiai di anacardi;
  • 3 cucchiai di uvetta;
  • Pepe nero;
  • Sale;
  • Olio.

n.3 Alternativa

  • 200 g riso venere;
  • 1 mela golden;
  • Mezza arancia;
  • Scorza di arancia;
  • 3 gambi di sedano;
  • 1 ciuffetto di prezzemolo;
  • 3 cucchiai pistacchi;
  • 1 cucchiaio semi di zucca;
  • 1 cucchiaino semi di sesamo;
  • Sale;
  • Olio.

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Napoli, farmacia toglie l’Iva al 22% sugli assorbenti: “il ciclo non è un lusso”

People For Planet - Gio, 06/24/2021 - 12:00

“In Italia l’IVA esiste dallo 0% al 22% e su alcuni prodotti considerati ‘necessari’ viene applicata un’ iva ‘calmierata’ del 4% come per esempio frutta, verdura , lamette da barba, alimenti deteriorabili, etc, mentre sugli assorbenti femminili viene applicata una iva al 22% come se fosse un bene di lusso. In quasi tutta l’Europa si è legiferato a riguardo, purtroppo in Italia viene sempre rimandata la questione. La Farmacia Segreto, sita a Via Belvedere 226, 80127 Napoli dal 21/06/2021 ha scelto di eliminare totalmente l’IVA su qualsiasi tipologia di assorbenti di qualsiasi brand, sottraendo alla cassa l’equivalente dell’imposta. Perché il ciclo non è un lusso”.

Con questo messaggio, accompagnato da un video pubblicato via Facebook dal titolare, Francesco Segreto, una farmacia di Napoli ha fatto quello che lo Stato italiano continua a rimandare: alleviare la popolazione femminile da una spesa altissima e ingiustificata.

Rasoi e tartufi con l’Iva al 4 per cento

Intervistato da Fanpage.it, il farmacista ha poi aggiunto:

“Si rende conto che io e lei, per raderci possiamo acquistare rasoi con l’Iva al 4 percento e una donna per quarant’anni deve acquistare assorbenti pagandola al 22 per cento? Io ho una sola parola che mi viene in mente: assurdo”.

Quanto costa a una donna il ciclo mestruale?

Ogni anno una donna per gli assorbenti spende circa 675 euro e calcolando che il ciclo mestruale dura in media almeno 40 anni si arriva a 27mila euro Dal conteggio si escludono altre spese vive di farmaci, tisane e vecchi rimedi per sopperire al dolore.

In pandemia gli assorbenti non erano “beni necessari”

Ha fatto notizia il caso della ragazza che durante la pandemia si è vista negare la possibilità di comprare una confezione di assorbenti dopo le ore 18 in un supermercato. E purtroppo proprio la pandemia ha bloccato la proposta di legge di un nutrito gruppo di parlamentari, donne e uomini, per abolire la “tampon tax” e detassare tutti gli assorbenti mestruali. L’ennesima occasione mancata rinviata all’ennesima legge di bilancio.

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Cittadini sdraiati a terra e niente fondi Ue: cosa sta accadendo a Taranto

People For Planet - Gio, 06/24/2021 - 11:00

ll Consiglio di Stato ha negato lo spegnimento dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto, contraddicendo la sentenza del Tar di Lecce dello scorso febbraio che ne imponeva la chiusura. Un giudizio che, alla luce delle nuove evidenze sanitarie che segnalano indici di mortalità altissimi e nuovi studi scientifici, come quello pubblicato sulla rivista internazionale Nature, secondo cui i bambini che risiedono vicino all’ex Ilva sono più a rischio autismo, ansia e depressione.

E così si è radunato spontaneamente davanti alla Prefettura di Taranto un gruppo di cittadini, che si oppongono simbolicamente contro quella che definiscono “violenza dello Stato” mettendo i propri corpi stesi a terra.

A complicare la situazione è subentrata poi la bocciatura da parte della Commissione europea del piano del governo per l’ex Ilva. Nella nuova versione del Pnrr, infatti, è stato cancellato il progetto riportato nella bozza inviata a Bruxelles, per la produzione dell’acciaio con altoforno a carbone e attraverso DRI con metano e fusione in un forno elettrico. Con il Recovery plan, l’Italia potrà finanziare solo un progetto di R&S&I per studiare ‘la produzione acciaio di idrogeno verde basata sull’elettrolisi e quindi fonti energetiche rinnovabili’. Solo eolico o solare, niente gas naturale, niente green washing per Taranto.

In altre parole: l’Italia dovrà usare i fondi nazionali per mantenere attiva l’ex Ilva, senza aiuti da parte dell’Ue.

“L’Europa del Green deal e della transizione ecologica non può fermarsi ai cancelli dello stabilimento di Taranto. Anzi, è proprio qui che si gioca una delle partite più importanti per il futuro dell’Ue” ha commentato l’europarlamentare Rosa D’Amato.

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Il funding e il NFSR: incubi per le banche

People For Planet - Gio, 06/24/2021 - 10:00

Il problema del funding (raccolta di fondi) per svolgere attività creditizia (prestare denaro) rappresenta, da sempre ma ancor di più negli ultimi 10 anni, la maggiore preoccupazione per la redditività delle banche.

Qualche settimana fa ho sottolineato, cosi come ampiamente raccontato nel mio ultimo libro Salviamoci!, che tanta liquidità (circa 1.700 miliardi a novembre 2020) sui conti correnti e libretti di risparmio, rappresentava una “preoccupazione” per il sistema bancario che, nella sua versione meno nobile , si trasformava poi in opportunità per politiche commerciali aggressive a danno dei risparmiatori.

Su Linkedin un professionista-lettore ha stigmatizzato la riflessione come poco appropriata ribadendo che il credito non presuppone raccolta, non ha ad oggetto la materia prima denaro..

Premesso che la considerazione evidenzia una assoluta mancanza di esperienza in quel mondo (non avrà mai sentito le urla degli amministratori delegati e dei direttori generali quando la mattina arrivavano i report che evidenziavano il calo della raccolta), su queste basi di confronto tento di rispondergli affrontando un tema di cui si parla molto poco e che potrebbe fornire, con opportuna traduzione dal banchese, la risposta tecnica: l’obbligo per le banche, introdotto dalla Commissione europea, di rispettare, oltre al più volte commentato Core Tier 1, un altro indice di liquidità per ridurre i rischi del dissesto.

Traduzione: per non far fallire una banca e rischiare di non restituire i soldi a chi li ha depositati dopo una vita di sacrifici e di risparmi occorre controllare gli istituti di credito sulla base di un indicatore che ti segnala il pericolo, un po’ come quello che hai sul tuo smartphone e che ti segnala che la batteria del telefono si sta scaricando.

Questo indice è il Net Stable Funding Ratio (Nsfr) e punta a rafforzare la capacità di una banca di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici, su un più lungo orizzonte temporale (un anno).

Traduzione: questo indicatore deve fare una previsione di ciò che potrebbe succedere ai miei risparmi se tra un anno un terremoto facesse crollare l’edificio dove stava la cassaforte con i miei soldini.

L’Nsfr è definito come il rapporto tra l’ammontare disponibile di provvista stabile (Available Amount of Stable Funding, Asf) e l’ammontare obbligatorio di provvista stabile (Required Amount of Stable Funding, Rsf). Anche qui, il requisito imposto è che tale rapporto sia maggiore del 100%. L’orizzonte temporale considerato per valutare la provvista stabile è di un anno. Per provvista stabile si intendono «i tipi e gli importi di capitale di rischio e di debito che si ritiene costituiscano fonti affidabili di fondi su un orizzonte temporale di un anno in condizioni di stress prolungato».

L’ammontare disponibile (Asf) di questa provvista è quella parte di patrimonio e di passività che è ritenuta essere ‘‘affidabile’’ (cioé che non va via) entro l’anno: capitale, azioni privilegiate con scadenza uguale o superiore all’anno, passività con scadenza pari o superiore l’anno.

L’ammontare obbligatorio (Rsf) è invece l’ammontare di provvista richiesto all’intermediario dal comitato di Basilea. Tale ammontare è calcolato in funzione di alcune caratteristiche delle attività detenute e delle esposizioni fuori bilancio, quali per esempio la vita residua o altre caratteristiche di liquidità. Esso è composto dagli investimenti in “attività meno liquide” che approssimano la necessità di funding stabile, quali azioni e obbligazioni, prestiti, immobili, partecipazioni e operazioni fuori bilancio.

Traduzione: è una frazione il cui valore deve essere superiore a 1 (quindi il numeratore deve essere superiore al denominatore). Al numeratore abbiamo la somma di risparmi che i cittadini hanno depositato in banca con l’obiettivo di prenderseli dopo un periodo di tempo almeno superiore a un anno, mentre al denominatore abbiamo la somma minima di soldini che la banca deve tenere a disposizione di questi stessi cittadini nell’eventualità questi rivogliano indietro i loro risparmi.

Questo “salvadanaio” di cautela (denominatore) viene calcolato tenendo presente che la banca quei risparmi li ha prestati ad altri cittadini che potrebbero non restituirli più per effetto della crisi economica. Questo indice impatterà, nei prossimi mesi, negativamente sui già disastrati bilanci delle banche per effetto di una atavica (e consapevole) distorsione nell’utilizzo del funding e della conseguente trasformazione delle scadenze di cui, finora, non si è mai parlato e che ha inciso, nel mancato rispetto delle leggi di bilancio, positivamente nella creazione per le banche di quel po’ di reddito negli ultimi anni. L’attività bancaria finora ha infatti tratto profitto da investimenti a medio-lungo termine (mutui e prestiti oltre 18 mesi) a fronte di una raccolta a breve termine (entro 18 mesi) che solitamente avviene a un tasso più contenuto.

Traduzione: poche banche riusciranno ad avere quell’indice con valore superiore a 1 perché hanno preso i soldi che i cittadini hanno depositato con l’obiettivo di poterne chiedere il rimborso anche domani e li hanno prestati ad altri cittadini (già in difficoltà economica) che devono invece restituirli dopo tanto tempo. Con la conseguenza che con l’introduzione dell’Nsfr potremmo osservare una ulteriore diminuzione dei prestiti (già pochissimi) erogati dalle banche ai cittadini e potrebbe aumentare il rischio di non riavere più indietro i soldi depositati.

Qui non c’è bisogno di traduzione.

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Perché i koala abbracciano gli alberi? Ecco svelato il mistero

People For Planet - Gio, 06/24/2021 - 08:00

A tutti sarà capitato di imbattersi in una foto di un dolcissimo koala che abbraccia un albero e vi sarete chiesti il perché oppure avrete pensato che lo facciano soltanto per affetto nei confronti di un’altra creatura terrestre.

Invece c’è una spiegazione scientifica a questo fenomeno ed è stata analizzata e dimostrata da un  gruppo di ricercatori dell’Università di Melbourne, in Australia.

L’estate australiana è molto calda e le temperature possono raggiungere anche i 40° C. In queste situazioni estreme, avere una pelliccia folta come quella dei koala può essere un problema. Per questo motivo, questi simpatici marsupiali abbracciano gli alberi di eucalipto – di cui, tra l’altro, si cibano – per abbassare la propria temperatura corporea. Il microclima delle foreste di eucalipto e di acacia, infatti, permette ai koala di avere un po’ di sollievo dal rovente caldo esterno, poiché la temperatura degli alberi risulta essere di oltre 5 gradi in meno rispetto a quella circostante.

Lo studio

Come si legge nello studio pubblicato sulla rivista Biology Letters, uno dei modi in cui le specie possono resistere alle temperature calde e, quindi, evitare di disidratarsi e ridurre al minimo lo spreco di liquidi, è la ricerca di microclimi freschi, ma solo se il loro habitat fornisce tale rifugio.

I ricercatori hanno monitorato il comportamento di 37 koala muniti di radiocollari e il loro atteggiamento in condizioni meteorologiche “calde” e “lievi”. Inoltre, attraverso immagini termiche degli alberi all’interno del sito di studio, sono stati raccolti i dati sulle temperature del tronco durante la stagione calda, per valutare se tale cambiamento avesse potuto spiegare il comportamento dei koala in base alla variazione del clima nel loro habitat.

È stato dimostrato che durante la stagione calda, gli animali adottano una postura che permette loro di esporre la maggior parte della loro superficie corporea alla parte fresca dell’albero, in cui i loro arti si distendono a formare un abbraccio. In queste condizioni climatiche, i koala prediligono i rami inferiori degli alberi mentre nei giorni più freschi, sotto i 25 gradi, siedono sulle fronde più alte degli alberi.

I profili di temperatura dell’albero hanno mostrato una forte congruenza con i modelli di comportamento osservati del koala. Durante la stagione calda, le temperature medie della superficie degli alberi delle quattro specie di alberi dominanti nel sito erano significativamente più basse delle temperature locali dell’aria.

La ricerca ha, quindi, dimostrato che abbracciare gli alberi consente ai koala di rinfrescarsi fino al 68%, riducendo così il bisogno di evaporare preziosi fluidi. La tendenza dei koala ad abbracciare gli alberi riduce notevolmente i requisiti di perdita di calore previsti e il risparmio idrico derivante da questo comportamento potrebbe essere fondamentale per la sopravvivenza di questa specie durante le ondate di calore.

Tale mutua connessione tra animali e alberi, che s’instaura soprattutto durante i periodi caldi, è utile a comprendere quali habitat debbano essere preservati in vista dei cambiamenti climatici in atto.

Articolo del 19 Giugno 2020

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La “piccola”Cuba ha finalmente un vaccino, anzi due (e migliori di quelli dei Big Pharma)

People For Planet - Mer, 06/23/2021 - 21:18

Cuba ha finalmente un vaccino, anzi, due. Entrambi soddisfano i protocolli e requisiti dell’Oms e stando alle prime anticipazioni potrebbero essere tra i migliori sieri finora sviluppati.

In particolare il vaccino Abdala presenta un grado di efficacia del 92,28% nei test clinici condotti dal Centro di ingegneria genetica e biotecnologia dell’Avana. A renderlo noto su Twitter, il leader cubano Miguel Diaz-Canel.

Cuba, sotto embargo economico da ormai decenni, è riuscita dove le più grandi potenze mondiali hanno fallito, e ha sviluppato i propri vaccini senza piegarsi alle logiche del mercato e agli interessi di lobby e Big Pharma. Cuba ha sviluppato vaccini che saranno completamente pubblici e gratuiti, perché considerati strumenti sociali per il bene di tutti, ricchi e poveri. E lo ha fatto inviando medici e personale specializzato a chiunque ne avesse bisogno durante la fase più critica della pandemia.

Cuba, la piccola Cuba, ha vinto. A dispetto del mondo.

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Un orsetto sul lago, e la vita in stand by

People For Planet - Mer, 06/23/2021 - 19:00

Tra le mie pessime abitudini c’è quella di non ricordarmi i nomi. E’ un forma di pigrizia (ne ho anche altre) che mi costringe ad escogitare tecniche mnemoniche un po’ come quelle usate da Pico della Mirandola. Alcune sono sofisticate, altre un po’ banali: basta scorrere la rubrica telefonica del mio cellulare per scoprire di quale raffinatezza parlo.

Avendo vissuto in tante città diverse, ho notato che i nomi delle persone tendono a seguire un filo conduttore, una logica comune a seconda della storia del luogo. Così tra gli amici di Roma vi sono molti nomi di chiara origine imperiale ed antica: tanti si chiamano Massimo, Fabio, Claudio, Augusto, Cesare, Achille, Giulia, Flaminia. Gli amici pugliesi seguono invece una traccia più religiosa: Nicola, Santo, Cristiano, Salvatore, Angelo, Maria, Immacolata.

Salvare nella mia rubrica anche i loro cognomi sarebbe una soluzione facile ma non mi aiuterebbe un granché, non riuscendo comunque a ricordarmi chi siano. Devo quindi ricorrere a dei suggerimenti: un po’ come gli antichi usavano aggiungere ai nomi propri le provenienze, titoli, soprannomi o i mestieri delle persone: nascono così Leonardo da Vinci, Erasmo da Rotterdam, i vari Barbieri, gli Schumaker, Medici, i Pazzi.

Pasquale è un mio amico di Scanno. Lo conobbi nel 2002. Diventammo colleghi in una delle mie innumerevoli missioni di ristrutturazione aziendale di cui mi occupavo all’epoca.

A pensarci bene non è corretto dire che Pasquale è di Scanno. Per il suo attaccamento alle sue origini, per la sua conoscenza del posto e delle persone, per la dedizione che mostra per la valorizzazione delle sue tradizioni, cultura e socialità, è più opportuno dire che Pasquale personifica Scanno. In altri tempi si sarebbe chiamato Pasquale da Scanno.

Dalla topografia del luogo si nota subito il perché Scanno rientri di diritto nella secolare tradizione della Transumanza, quella lunga passeggiata in discesa verso le valli meridionali che i pastori erano costretti ad effettuare ogni anno per nutrire le proprie greggi. Sarei curioso di sapere se il nome di Scanno derivi da un sostantivo o da un verbo.

Tornando a noi, nella mia rubrica Pasquale figura come “Pasquale Amico di Scanno.

Dopo 17 anni da quando ci conoscemmo, con mia moglie, decisi finalmente di trascorrere una breve vacanza tra i monti della Marsica, nei pressi del PNALM. La calura di Roma in quell’estate esigeva un luogo fresco, e aiutato da Pasquale riuscimmo a trovare una camera vista lago.

Già la strada tortuosa scavata tra i monti merita un viaggio a sé, ma nemmeno arrivi nel centro abitato che la vastità del lago ti avverte che stai per entrare in un luogo incantevole. Non vi nascondo che ho messo Scanno molto in alto nella classifica dei luoghi della nostra “Bella Italia” che preferisco.

Tra Biologia e Sociologia ho una preferenza per quest’ultima: perché è l’unica che capisco. Certamente non resto indifferente di fronte alle meraviglie inspiegabili della Natura (l’avrete capito) ma sono più intrigato dalle relazioni che il genere umano è capace di creare con l’habitat che lo circonda. Nel bene e nel male.

E in questo Scanno merita un capitolo a sé.

Gli abruzzesi in genere sono molto attaccati alla propria terra, una caratteristica comune anche ad altre regioni. Un attaccamento che però riguarda soprattutto le tradizioni e la Natura, e l’immensa macchina di protezione di essa rappresentata dal Parco Nazionale ne è prova.

Un indice di quest’orgoglio è la serenità e rispetto con cui gli scannesi (spero si chiamino così) convivono con tutta la biologia che li circonda (umani compresi).

Se ad esempio pensi di rapinare il noto lago a forma di cuore dei suoi pesci, è meglio che ci ripensi. Così anche se credi di poter sparare indiscriminatamente ad ogni forma di vita.

Questa immedesimazione con la Natura la vedi con la (quasi) totale indifferenza con cui si lascia una volpe girare per i vigneti e con cui gli orsi marsicani (Ursus arctos marsicanus) possono gironzolare indisturbati per le campagne circostanti e persino tuffarsi nel lago.

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Un uomo con l’Alzheimer si è proposto a sua moglie dopo aver dimenticato di essere sposato.

People For Planet - Mer, 06/23/2021 - 18:00

Il vero amore non si scorda mai. Così una coppia del Connecticut si è sposata per la seconda volta quando l’uomo, malato di Alzheimer, ha fatto una seconda proposta di matrimonio alla moglie dopo aver dimenticato di essere già sposato.

Peter Marshall, 56 anni, non ha mai dimenticato l’amore che prova per Lisa, 54 anni, sua moglie da 12 anni, che di recente ha considerato per lo più la sua badante preferita, dato il suo deterioramento memoria.

È stato devastante, ma ho fatto del mio meglio per rimanere positiva e concentrarmi sul momento“, ha detto Lisa Marshall al Washington Post. “Il mio mantra è sempre stato quello di non avere rimpianti“.

Così, mentre guardava una scena di matrimonio in TV, Peter ha chiesto a Lisa Marshall di sposarlo, non ricordando che i due fossero già una coppia da 20 anni.

 “Lui non sa che sono sua moglie. Sono solo la sua persona preferita“, ha commentato la donna.

Lisa ha, così, deciso di “rinnovare i voti” per la seconda volta con l’aiuto di sua figlia, Sarah Brehant, che ha un’attività di organizzazione di matrimoni.

Peter e Lisa si sono sposati per la prima volta il 13 agosto 2009, durante un matrimonio sulla spiaggia a Turks e Caicos. Dopo aver vissuto l’uno di fronte all’altro nello stesso quartiere della Pennsylvania, la loro amicizia è sfociata in amore nel 2001, dopo che entrambi avevano divorziato.

I due si sono frequentati a distanza per otto anni dopo che Peter si è trasferito in Connecticut per lavoro, mentre Lisa è rimasta a causa dei legami familiari. Ma dopo che il figlio più giovane di Lisa ha lasciato casa per frequentare il college, la coppia ha finalmente deciso di sposarsi, con Lisa che si è trasferita in Connecticut per unirsi a Peter.

Ma, nel 2017, Peter ha iniziato ad avere difficoltà con la memoria, dimenticando le parole e diventando sempre più smemorato. Un anno dopo, quando Lisa portò Peter da un neurologo per avere una risposta, la diagnosi di Alzheimer ad esordio precoce fu confermata.

La malattia di Alzheimer ad esordio precoce colpisce le persone di età inferiore ai 65 anni e colpiasce meno del 10% delle persone che hanno il morbo di Alzheimer.

Le condizioni di Peter sono andate man mano peggiorando ma il legame tra i due amanti rimane molto solido.

Un giorno alla volta“, ha detto Lisa. “Non so chi sono per lui ora, ma so che mi ama decisamente e si sente al sicuro. Quando l’autobus lo riporta a casa ogni giorno, ci sediamo in veranda per un’ora e ci teniamo per mano”.

Ha aggiunto, in lacrime: “[Al matrimonio], si è avvicinato e mi ha sussurrato all’orecchio: ‘Grazie per essere rimasta.”

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I cambiamenti climatici producono più nuovi sfollati delle guerre

People For Planet - Mer, 06/23/2021 - 17:00

Il numero di sfollati interni nel 2019 ha raggiunto cifre da record. Si tratta di persone che hanno perso la propria casa a causa di conflitti e disastri naturali. Vengono definiti migranti nazionali o, appunto, sfollati interni: sono persone che non fuoriescono dai confini del proprio Paese ma si trovano in condizioni critiche a seguito di eventi eccezionali.
I dati del Global Report on Internal Displacement 2020 sono allarmanti e ci mostrano due evidenze chiave: da un lato, i cambiamenti climatici producono più nuovi sfollati delle guerre, dall’altro i nuovi sfollati climatici in Europa sono già tantissimi.

Eventi meteo estremi, guerre e ora anche il Covid-19

Il Report dell’Internal Displacement Monitoring Centre (IDMC), che fa parte del Norwegian Refugee Council, stima che nel mondo si contano 45.7 milioni di sfollati interni a causa dei conflitti violenti che hanno avuto luogo in 61 Paesi. La maggior parte degli sfollati si trova in Siria, Colombia, Repubblica Democratica del Congo, Yemen, Afghanistan.
Altri 5,1 milioni di sfollati interni sono il prodotto di calamità naturali. Questo include 1,2 milioni di persone che hanno perso la casa a seguito delle inondazioni in Afghanistan, 500 mila persone che sono finite in strada a causa dei monsoni in India e 33 mila che ancora non hanno messo radici dopo il terremoto di Haiti del 2010.
Questi individui si trovano oggi in campi di emergenza spesso affollatissimi, dove il diffondersi della pandemia di Covid-19 ne ha acuito i problemi e la vulnerabilità.

Nel 2019 si sono registrati 33,4 milioni di nuovi sfollati interni, il dato più alto dal 2012

8,5 milioni sono il prodotto di conflitti ma circa il 24,9 milioni sono il prodotto di calamità naturali come il ciclone Fani in Sri Lanka, Andhra Pradesh, India orientale, Bangladesh e Bhutan, i cicloni Idai e Kenneth in Mozambico e l’uragano Dorian alle Bahamas. Ma anche piogge pesanti e prolungate generano sfollati, come nel caso dei 2 milioni di nuovi senzatetto in Africa.
I dati sono preoccupanti ma poteva andare addirittura peggio. Il Report stesso sottolinea che in zone ripetutamente colpite come l’Asia i progressi sono notevoli: grazie ad un monitoraggio più accurato, ad una maggiore efficacia dei sistemi di allerta e ad una serie di evacuazioni tempestive molte vite sono state salvate.
La roadmap per i prossimi 10 anni si basa su 3 capisaldi: migliore informazione sui rischi, più risorse e una politica di investimenti più solida.
Di seguito: il primo grafico mostra anno per anno il numero di nuovi sfollati generati da disastri (colore blu) e conflitti (colore arancione); la classifica dei Paesi in cui si contano più sfollati per ognuna delle due cause prese in esame.

I cambiamenti climatici generano sfollati anche in Europa

Forse non ci prestiamo molta attenzione e tendiamo ad associare i cambiamenti climatici a fenomeni estremi che si verificano in Paesi molto lontani dai nostri confini. Nulla di più sbagliato. La diminuzione dei conflitti in Europa (il dato che emerge nel Report è legato soprattutto al mutare della situazione in Ucraina) rende ancora più evidente l’aumento degli sfollati interni dovuto al verificarsi di calamità naturali. L’infografica è eloquente.

In Europa è complicato collegare eventi singoli, che si verificano in aree tutto sommato ristrette, alle migrazioni e agli sfollati interni. Un tornado che colpisce un Paese asiatico provoca centinaia di morti e migliaia di sfollati in un arco di tempo ristretto, mentre in Europa i dati vanno interpretati in maniera diversa e più approfondita.
Dopo un evento naturale estremo e improvviso, spesso le persone non gettano subito la spugna né si trasferiscono in altri Paesi del mondo. Nella maggior parte dei casi tengono duro, tentano di rialzarsi, mettono mano ai risparmi, cedono dopo qualche anno. Sappiamo, tuttavia, che nei 5 Paesi europei in cui si registra il numero più alto di nuovi sfollati si sono verificati alcuni eventi meteorologici estremi particolarmente rilevanti.
Spagna e Portogallo ormai da anni sono alle prese con ondate di calore estreme, che hanno generato incendi devastanti come quello dello scorso anno alle Canarie. Alcuni di questi eventi passano in secondo piano dopo qualche mese ma le loro conseguenze sulla popolazione si manifestano per anni. Sono questi eventi che, alla lunga, possono generare sfollati.
Lo stesso discorso vale per le inondazioni che hanno colpito ripetutamente i Balcani negli ultimi anni, con il Danubio che ha rotto gli argini ed ha distrutto coltivazioni, ucciso bestiame, lasciato interi villaggi in ginocchio.
È il ripetersi sistematico di eventi come questi che mette le persone a dura prova.
Un ripetersi che in altri Paesi del mondo ormai da decenni ha portato a migrazioni continue, prima da villaggio a villaggio, poi dai villaggi alle città e infine dalle città ad altri Paesi del mondo.

I cambiamenti climatici sono realtà ormai anche in Europa e in Italia. Non dimentichiamo che lo scorso anno nel nostro Paese il numero di incendi è drammaticamente triplicato e che, se spesso la matrice è dolosa e i colpevoli sono i piromani, i cambiamenti climatici accentuano il problema e gettano altra benzina sul fuoco.

Articolo del 19 Giugno 2020

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“Pubblicati i video dei nostri stupri”: 34 donne denunciano Pornhub

People For Planet - Mer, 06/23/2021 - 16:00

Video pubblicati senza consenso. Questa l’accusa mossa da trentaquattro donne presso un tribunale della California a Mindgeek, la società che gestisce Pornhub, una delle più grande piattaforme online di contenuti per adulti, definita “un’impresa criminale“. Lo scorso giovedì ha preso avvio la causa civile, riaccendendo il faro su Pornhub.

“Quel video mi perseguiterà per sempre”

Una delle trentaquattro donne, intervistata dall’emittente Cbs News, ha raccontato che il suo video è stato visto da più di 200.000 persone, comprese tutti quelli che andavano al college con lei: “Il numero di visualizzazioni di quel video mi perseguiterà per sempre. Il solo sapere che tutte quelle persone l’hanno visto mi ha devastato a livello psicologico“.

Dopo avere sofferto a lungo di depressione, la donna ha così deciso di unirsi alla causa per far sì che quello che era successo a lei non capitasse anche ad altre persone. “Mi ci è voluto molto tempo per venire a patti con il fatto che ero anch’io una vittima“, ha detto.

Michael Bowe, il legale che rappresenta le donne, sostiene che Pornhub abbia aggirato le regole in vigore per proteggere gli attori nell’industria del porno “tradizionale”, che impone ai produttori di verificare l’età e l’identità delle persone presenti nei video.

Abusi su minori online

La piattaforma Pornhub è da anni che entra ed esce dall’occhio del ciclone. L’ultimo scandalo risale a dicembre 2020, quando un’indagine dimostrò come la piattaforma ospitasse materiali pedopornografici permettendone il download (e dunque la diffusione a terzi). Purnhub “risolse la cosa” riducendo il numero dei contenuti disponibili da 13 milioni a 4 milioni e tenendo online soltanto i materiali derivati da “utenti verificati, un requisito che piattaforme come Facebook, Instagram, TikTok, YouTube.

Per approfondimento (in inglese):

https://www.cbsnews.com/live/video/20210617122254-cbs-news-reports-that-more-than-30-women-are-suing-pornhubs-parent-company-mindgeek-for-allegedly-exploiting-them-for-profit/

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Come risparmiare acqua in 10 mosse quotidiane

People For Planet - Mer, 06/23/2021 - 15:00

Senz’acqua non possiamo vivere. In questo video 10 piccoli consigli per risparmiare acqua e contribuire concretamente alla salvaguardia di questa preziosa risorsa. Buona visione e condividete perché nessuno possa dire “non lo sapevo”.

Dal canale YouTube Serveco come migliorare le nostre azioni quotidiane nel rispetto del pianeta e dei suoi abitanti.

Fonte: Serveco

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La Bibbia ha un senso sacro. Ma alcune parti non sono state dettate da Dio

People For Planet - Mer, 06/23/2021 - 13:30

Quindi i divieti biblici vanno ragionati! Cercherò di dimostrare che la storia può essere molto comica. Scoprire come è andata veramente non solo ti divertirà ma ti farà sentire molto meglio aumentando in modo fragoroso la tua autostima.

Ti hanno detto che Napoleone era un genio? Ho i miei dubbi che lo fosse… Forse ha ragione Tolstoy che sostiene che abbia avuto solo una fortuna spaventosa. Mi occuperò anche della storia delle idee…

La Bibbia è un testo meraviglioso e di grande valore per i credenti e per i non credenti. Ma contiene anche affermazioni che non possiamo proprio considerare derivanti dalla parola di Dio. Leggi che derivano invece dalle consuetudini del tempo nel quale la Bibbia è stata redatta. (Deuteronomio 22, 11 e Levitico 19, 19). Oggi giudicheremmo un criminale il padre che vende la figlia come schiava. Nella bibbia lo si consente senza problemi! (Esodo 21, 2). Giudicheremmo un pazzo assassino colui che uccide la madre perché ha indossato un vestito filato con due diverse tipologie di filo… Allora perché siamo certi di dover applicare alla lettera la condanna dell’omosessualità? In questa prima puntata della serie “La vera Storia del Mondo” mi occuperò delle stranezze e assurdità bibliche.

Jacopo Fo

Nel libro “La bibbia censurata e altre storie di divinità immorali” mi sono occupato delle storie nascoste nella narrazione biblica e della nascita del patriarcato demenziale e schiavista…

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Andare in bici, le ragioni del pedalare

People For Planet - Mer, 06/23/2021 - 12:00

Sono quasi sempre d’accordo con quello che dico. Figuriamoci con quello che scrivo.

E’ appena uscito nelle migliori librerie (cosi si diceva negli spot televisivi) un mio libretto, pubblicato da Garzanti: “Andare in bici, le ragioni del pedalare”. 

Ho cominciato a pedalare a diciassette anni, per riabilitarmi dopo un’operazione al ginocchio. E da allora non sono più sceso di sella: pedalo in città, sull’asfalto infuocato dell’entroterra sardo, fra i bricchi dolomitici, lungo i grandi fiumi europei: ho attraversato l’Italia in bicicletta, organizzato oceaniche pedalate collettive a Milano, gran tour nei parchi d’Abruzzo. Non avevo ancor scritto un libro, su questa mia passione, e l’ho fatto, divertendomi un bel po’.

La bici è come la Nutella, o altre cose di cui sarebbe ineducato parlare, che quando le scopri poi non puoi più farne a meno. E vedendo quanta gente non va ancora in bici ho deciso di contribuire nel mio piccolo a diffondere il Verbo. Il libro è quindi rivolto a tutti, ma soprattutto a quelli che non sono bike addicted, sperando che dopo aver letto le mie paginette lo diventino.

Ho usato l’unico stile che maneggio con una certa agilità, cioè scorrevole e facile come una pedalata in leggera discesa, e ho parlando di molti aspetti del nostro vivere quotidiano in cui la bicicletta è coinvolta (come dice l’Autore: “la bici è una risposta molto semplice a problemi molto complessi” ). Ma mi sono soffermato particolarmente su uno di questi: andare in bici, oltre ad essere una scelta ecocompatibile, sostenibile (e aggiungete voi gli altri ottantatré sinonimi che oggi vanno di gran moda) è una scelta molto furba, oltre che piacevolissima.

Poi spiego anche (elenco a caso) come non farselo fregare, il prezioso mezzo a due ruote, perché nelle città più civili d’Europa moltissimi la usano al posto dell’auto, quali sono i vantaggi economici, sociali, e di salute per la collettività,  perché non è furbissimo usare un’auto se puoi inforcare una bicicletta. E do qualche dritta su come manutenere il potente mezzo, quale modello scegliere e quanto spendere per comprarne una seria (né bici-cancello, né bici-esoterica).

Soprattutto, cerco di sfatare luoghi comuni: “oggi non uso la bici perché ho fretta”, “andare in bici è più pericoloso che andare in macchina”; “piove, non posso usare la bici”; “ per fare cicloturismo bisogna essere allenati”… e via andare.

Non vi dico come rispondo a queste e ad altre domande sennò il mio libro non lo comprate. Mica sono scemo.

Ma vi faccio leggere un pezzetto dell’ultimo capitolo, dove me la prendo con i bikers che pensano di poter usare la strada senza rispettare regole elementari di civile convivenza, “perché stanno salvando il mondo”.

Sono i principali nemici della promozione dell’uso della bici, perché con la loro arroganza rendono antipatica tutta la categoria. Cosi, se vi piace il modo in cui è scritto questo breve estratto, e il modo di pensare dell’autore, potete andare in libreria sapendo cosa comprate. Ripeto: solo nelle migliori librerie.

In Italia c’è la Santa Sede, e l’Italia è stato il Paese democratico col partito comunista più forte del mondo.

Questo spiega perché il pensare laico non sia, in genere, il nostro forte. Dalla nostra guerra civile usci fuori la Democrazia Cristiana e il PCI, mica il Partito d’Azione (di ispirazione laica e liberale). Partito Repubblicano e Partito Liberale si contendevano le briciole del consenso elettorale in una commovente guerra fra poveri.

Ma sto divagando… Insomma, non meraviglia che la bicicletta, in Italia, sia diventata una bandiera  delle anime belle che vogliono salvare l’Umanità, sconfiggere il Perfido Sistema Capitalistico, tornare ai Bei Tempi Andati, quando il truce rombo del motore non aveva ancora rubato il posto al nitrito del cavallo (e quando vedevi un figlio morire per una polmonite, perché il progresso, oltre all’auto, non aveva ancora portato gli antibiotici…).

Questo atteggiamento, piuttosto diffuso fra noi ciclisti ha una grave controindicazione: ci rende antipatici. E per un utente della strada ancora in netta minoranza, che, letteralmente, deve farsi strada fra gli altri utenti, non è una cosa bella.

L’arroganza di alcuni automobilisti nasce perché sanno, con le tonnellate di acciaio che si portano dietro, di essere più forti degli altri utenti. L’arroganza di molti ciclisti nasce dal fatto che pensano di essere “dalla parte della ragione”.

Chi usa l’auto in città o è un imbecille o è un poco di buono. Tu non puoi parcheggiare in seconda fila, ma io posso sfrecciare sui marciapiedi. Tu devi inchiodare davanti alle strisce pedonali, ma io posso attraversarle a venti all’ora, zigzagando fra i pedoni. Perché? Perché io, andando in bici, sto salvando il Mondo, e sono una Bella Persona.

E’ questo il sottotesto di alcuni comportamenti, francamente antipatici, di molti ciclisti. (…)

Sono comportamenti che nuocciono alla Causa, e io, da ciclista della prima ora, vedo in questi miei “colleghi” dei nemici della mobilità sostenibile non meno pericolosi di coloro che usano il suv in città parcheggiando in seconda fila per andare a prendere un gelato. Perché non riusciremo mai a convincere il proprietario di quel suv a inforcare una bici,  se gli diamo del pirla e, quasi, del delinquente.”

DA “ANDARE IN BICI, LE RAGIONI DEL PEDALARE”, GARZANTI 2021

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