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Gli integratori alimentari: la grande illusione

People For Planet - Mar, 05/18/2021 - 17:00

…anzi, a volte dannosi. Tranne che in alcuni casi: per esempio durante la gravidanza

Per chi gode di buona salute e segue un’alimentazione mediterranea varia ed equilibrata gli integratori alimentari non servono a nulla. A NULLA. “Lo possiamo dire chiaramente e senza timore di venire smentiti”, spiega a People For Planet Giuseppe Fatati, Direttore della Struttura Complessa di Diabetologia e Dietologia dell’Azienda Ospedaliera S. Maria di Terni.Per una persona in salute che mangia in modo equilibrato non è necessaria alcuna integrazione. E questo per diversi motivi: perché l’alimentazione mediterranea da sola è sufficiente a fornirci tutti gli elementi di cui abbiamo bisogno; perché i micronutrienti contenuti nel cibo vengono assorbiti meglio e non presentano effetti avversi; e perché una dieta equilibrata fornisce una varietà di sostanze nutrizionali in quantità biologicamente ottimali rispetto alla loro assunzione isolata in concentrazioni elevate“. E il discorso vale anche per due categorie particolarmente sensibili all’argomento, gli sportivi e gli anziani, che da sole trainano buona parte di questo mercato in continua espansione, che solo lo scorso anno è cresciuto del 5,9% sfiorando i 3 miliardi di euro.

Effetto nutritivo o fisiologico degli integratori alimentari

Gli integratori alimentari – si legge sul sito del ministero della Salute – sono “prodotti alimentari destinati a integrare la comune dieta e che costituiscono una fonte concentrata di sostanze nutritive, quali le vitamine e i minerali, o di altre sostanze aventi un effetto nutritivo o fisiologico, in particolare, ma non in via esclusiva, aminoacidi, acidi grassi essenziali, fibre ed estratti di origine vegetale, sia monocomposti che pluricomposti, in forme predosate”.

Nessuna certezza

Rinforzare il sistema immunitario, ridurre la stanchezza, aumentare tono ed energia (35%), gestione di situazioni specifiche (28%) tra cui disturbi intestinali, ai genitali femminili o delle vie urinarie, prevenzione (22%) in particolare nell’ambito cardiovascolare e osteoarticolare, promozione del benessere (15%): sono queste le motivazioni che spingono di più gli italiani ad acquistare integratori alimentari. “Ma sono indicazioni non confermate dalla scienza poiché, attualmente, non c’è letteratura scientifica univoca su questi prodotti“, spiega Fatati. “Alcuni integratori vengono poi acquistati pensando che siano in grado di prevenire l’insorgenza di malattie importanti come tumori e patologie cardiovascolari, ma non c’è nulla di dimostrato“.

Uso improprio ed effetti avversi

Non solo. Secondo il Position Statement “Alimenti, diete e integratori: la scienza della nutrizione tra miti, presunzioni ed evidenze” redatto dalla Fondazione Gimbe, che ha lo scopo di promuovere e realizzare attività di formazione e ricerca in ambito sanitario: “relativamente all’assunzione degli integratori alimentari le evidenze scientifiche mostrano che nella stragrande maggioranza dei casi il loro uso non solo è improprio, in quanto una dieta bilanciata sarebbe molto più efficace per ‘sanare’ eventuali carenze, ma che spesso questi prodotti si associano a effetti indesiderati sia per la concomitanza di patologie o di trattamenti farmacologici con cui possono interferire, sia per i potenziali effetti avversi quando oligoelementi e vitamine vengono assunti in dosi superiori rispetto ai reali bisogni”.

Certificata la buona manifattura, ma non l’efficacia

Certo è che, per quanto riguarda gli integratori che si vendono nei canali professionali come farmacie e parafarmacie, sono prodotti sicuri dal punto di vista del ciclo produttivo perché validati dal ministero della Salute con controlli che assicurano che ogni singolo articolo soddisfi una corretta applicazione della “Good manufacturing practice” (buona prassi di produzione), ovvero quell’insieme di regole, procedure e linee guida che garantiscono l’assenza di contaminanti viventi (virus, batteri, ecc.) e sostanze tossiche (metalli pesanti, impurità chimiche, ecc.) al proprio interno. Ma non sono sottoposti ad alcun obbligo di dimostrazione di efficacia, e anche le indicazioni relative al loro impiego sono basate sui claim ammessi dal Regolamento Europeo, e non su evidenze reperibili dalla letteratura scientifica.

No a lunghi periodi di assunzione

Presi occasionalmente – precisa Fatati – non fanno male, ma attenzione a seguire le indicazioni anche e soprattutto per i periodi di assunzione. Assumere integratori per lunghi periodi può nuocere. Inoltre l’automedicazione, se non guidata, porta più danni che benefici, anche perché possono esserci diverse interazioni con terapie farmacologiche eventualmente in atto, ad esempio del gynkgo biloba con gli antiaggreganti e gli anticoagulanti, del ginseng con i farmaci contro la pressione alta, del magnesio e del potassio con alcuni farmaci della pressione”, spiega Fatati. E poi, continua l’esperto, se stiamo bene non ha alcun senso assumere un integratore, qualsiasi esso sia. E se, invece, ci sentiamo stanchi o stressati, la soluzione non è certamente in un integratore che ci auto-prescriviamo. Meglio andare dal medico e fare un quadro completo della situazione“.

Adulti in salute: integrazioni non raccomandate

A fronte del legittimo entusiasmo dei produttori per un mercato in continua crescita, “le evidenze scientifiche sugli integratori vanno in tutt’altra direzione – si legge nel documento redatto dalla Fondazione Gimbe -. La maggior parte dei trial controllati randomizzati su integratori di vitamine e minerali non ha dimostrato chiari benefici per la prevenzione di patologie croniche non correlate a specifiche carenze nutrizionali. In particolare le evidenze sono insufficienti per valutare il profilo rischio-beneficio di integratori singoli o multipli per la prevenzione di malattie cardiovascolari e neoplasie. Di conseguenza, negli adulti in buona salute l’integrazione di supplementi multivitaminici e multimineralici non è raccomandata”.

Quando servono davvero gli integratori

Anche se l’utilizzo di integratori alimentari non è raccomandato per la popolazione generale, l’assunzione di specifici supplementi può essere raccomandata in determinate fasi della vita e in alcuni sottogruppi a rischio nei quali il fabbisogno nutrizionale può non essere soddisfatto attraverso la sola dieta. Che è il caso, ad esempio, di pazienti sottoposti a terapie farmacologiche lunghe che comportano malassorbimento di alcuni nutrienti, di persone con particolari patologie, di individui che sono stati sottoposti a chirurgia bariatrica o ad altri interventi invasivi: “In questi casi i supplementi sono necessari per facilitare un buon recupero“. Un altro caso in cui gli integratori servono davvero riguarda le donne in gravidanza, che hanno bisogno di acido folico. Quanto agli anziani, soprattutto i cosiddetti “giovani anziani” di 65-75 anni, se sono in salute e mangiano in modo corretto non hanno bisogno di alcun supplemento. “Le integrazioni possono essere necessarie in soggetti che hanno problemi a masticare e/o a deglutire e non riescono ad alimentarsi in maniera completa, o che seguono terapie particolari: ma sono tutte situazioni in cui le integrazioni sono mirate e prescritte dal medico curante, non ‘auto-prescritte’ e acquistate in autonomia“, precisa Fatati. 

Gli sportivi

Per quanto riguarda la categoria degli sportivi, che insieme a quella degli anziani trainano buona parte del mercato degli integratori, l’acqua è l’unica sostanza da integrare di cui hanno realmente bisogno. “L’unica integrazione necessaria dopo una sessione di allenamento è una buona dose di acqua per reintegrare i liquidi persi con il sudore. Chi pratica sport agonistico ad alto livello può avere necessità di integrare alcuni nutrienti, ma deve essere il medico dello sport a valutare la situazione“. Spesso però nelle palestre molti tendono al “fai da te”, soprattutto quando l’obiettivo è aumentare la massa muscolare. “In questo settore ‘far da sé’ è molto pericoloso. Particolare attenzione va prestata alle integrazioni di amminoacidi o di sostanze che dovrebbero migliorare le prestazioni, che spesso vengono assunte in autonomia e in dosi massive, che possono portare a problemi di salute anche importanti“.

Articolo del 2 Gennaio 2019

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Franco Battiato, i live a Gela e la virtù dell’anticonformismo

Gela Le Radici del Futuro - Mar, 05/18/2021 - 16:35

Di tutti i grandissimi artisti del panorama italiano, Franco Battiato è forse quello che più di tutti ha osato. Negli anni ‘70 il mondo abbracciava le rivoluzioni politiche e culturali, e anche la Sicilia con fatica si adeguava al progresso e alla modernizzazione. In una terra da sempre ancorata alle tradizioni, complice anche un contesto economico poco sviluppato rispetto a quello in nord Italia, era difficile pensare di rompere gli schemi e atteggiarsi ad anticonformisti. Non solo Battiato ha dimostrato che invece era possibile, ma è diventato un esponente di quest’ideologia, tanto che una volta attuata agli altri non restava che prendere appunti.

Dai primi album del cantautore emerge da subito questo fiero bisogno di sperimentazione e di contaminazione.  Quel sound psichedelico, un po’ rock e con sfaccettature multietniche non si sentiva spesso nell’Italia della musica leggera. In tempi non sospetti, quello che Franco Battiato ci stava insegnando era l’educazione alla curiosità, prendendo ispirazione da artisti internazionali, e la virtù dell’essere strani per apportare innovazione mettendoci del proprio.

Era poco più che esordiente quando fece il suo primo concerto a Gela, la nostra città, presso la Sala Multiusi del dopolavoro ENI (ai tempi ANIC), che sarebbe l’attuale teatro Antidoto.  Era dicembre del 1975 quando si è esibito con il supergruppo Telaio Magnetico, con Juri Camisasca, Mino Di Martino, Terra di Benedetto, Lino Capra Vaccina e Roberto Mazza. La particolarità di quel progetto è che non è mai passato dallo studio ma sperimentava direttamente dal vivo, durante un tour in giro per l’Italia. Proprio a Gela hanno eseguito le tracce presenti nel loro unico album Live ’75.

Nel 1976,  Battiato torna nel medesimo luogo per una rassegna sperimentale organizzata da Radio Gela. In quell’occasione era da poco cominciato il sodalizio con il violinista Giusto Pio. Chi era presente a questi storici eventi ricorda un Franco Battiato che sperimentava su un pianoforte a coda, o che cantava seduto a terra con un registratore a bobina e una tastiera elettronica, mentre dall’altro lato del palco vi erano il maestro Pio o gli altri musicisti che lo accompagnavano. Era l’epoca della mobilitazione giovanile, e a quei concerti inevitabilmente seguivano dei dibatti politici.

Pertanto, un’artista del calibro di Battiato ha rappresentato il prodotto di una sottocultura che prima o poi doveva emergere, ma al tempo stesso ne è stato il fautore. In qualche modo, pur restando dov’era è riuscito a creare di volta in volta un mondo nuovo fatto di suoni, visioni, viaggi sentimentali e flussi di coscienza. A distanza di 36 anni, a Gela abbiamo avuto la fortuna di rivederlo nel breve periodo in cui è stato assessore per la giunta di Rosario Crocetta. Vi è un che di simbolico nel sapere che la riapertura del teatro comunale ha avuto la sua benedizione la volta che vi è andato per fare un sopralluogo. Qualche ora dopo, lui e l’ex governatore della regione erano al Palacossiga dinanzi a una pleatea di oltre 3000 persone di ogni età per un ultimo grande show nella nostra città.

Da oggi, 18 maggio 2021, non ci resta che ringraziare il maestro e rendergli omaggio giorno per giorno. Magari cercando di vivere di cultura e di poesia, affamandoci di bellezza e di stupore. E magari, quando mancherà l’ispirazione ci rivolgeremo al suo lascito artistico.

Grazie di tutto, Franco!

L'articolo Franco Battiato, i live a Gela e la virtù dell’anticonformismo proviene da Gela Le radici del Futuro.

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Metà degli under 35 vive a casa con i genitori

People For Planet - Mar, 05/18/2021 - 14:30

La metà degli adulti under 35 vive ancora a casa con i genitori. Pagati male e a volte non pagati affatto, è per loro quasi impossibile permettersi una casa. Lo dice una indagine realizzata dal Consiglio nazionale dei giovani, in collaborazione con Eures, condotta su un campione di 960 giovani tra 118 e 35 anni.

Le donne? Più penalizzate

Poco più di un giovane su tre (il 37,2%) ha un lavoro stabile, il 26% precario e il 23,7% è disoccupato. Al Sud la maggior parte dei giovani è disoccupata (il 31,7%) o precaria (30%). Le donne – guarda un po’ – sono quelle nella situazione peggiore: solo il 30,1% di loro ha un contratto stabile, contro il 43,6% dei colleghi maschi.

Il 32,5% ha lavorato gratis

Pur di trovare un’occupazione, il 54,6% degli intervistati ha accettato almeno una volta di lavorare in nero, il 61,5% un lavoro sottopagato e il 32,5% ha lavorato gratuitamente.

Dallo studio emerge che la maggior parte dei giovani italiani ha scarsa fiducia nei confronti del sistema pensionistico: ben il 73,9% pensa che l’assegno che riceverà non permetterà una vita dignitosa.

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Moda green: ecco le prime sneaker realizzate con i funghi

People For Planet - Mar, 05/18/2021 - 13:30

Siamo partiti con Greta Thumberg, abbiamo partecipato a flash mob e abbiamo raccolto migliaia di firme; tutto questo per un obiettivo comune, detto anche “benessere sostenibile”. Abbiamo visto grandi multinazionali come Mc Donald’s cambiare le loro abitudini sostituendo le classiche cannucce con altre ricavate dalla carta, insomma, ognuno sta facendo il suo per pesare di meno sulla nostra amata “Gaia”.

Chiaramente questa evoluzione è frutto di anni e sperimentazioni che col tempo sono riusciti a dare i loro frutti, ma cosa succede se l’innovazione e il riciclo dovessero diventare parte integrante dei nostri giorni o addirittura del nostro abbigliamento? Ultimamente, grandi multinazionali come Nike e Adidas, stanno provando ad imporre sul mercato prodotti nati da “una seconda chance” o meglio, prodotti di scarto che lavorati in una determinata maniera possono rivelarsi molto performanti.

L’innovazione parte dalle “radici”

Sono sempre stato un amante del vintage e da tutto ciò che lo caratterizza, dalle auto alle biciclette, dalla musica alle sneakers e proprio in questi anni ho notato con piacere che parecchie icone del passato sono tornate in auge portando, inoltre, una buona ventata di freschezza!

Pensiamo alle Stan Smith, vero e proprio caposaldo di un’azienda che ha fatto di questa scarpa uno dei suoi cavalli da battaglia più apprezzati in tutto il mondo. È stata realizzata in pelle, in pelle sintetica, in tessuto e addirittura con i velcri al posto dei lacci! ma la vera novità consiste in un’idea a dir poco rivoluzionaria, utilizzare una molecola contenuta nelle radici di un particolare fungo chiamato “Reishi” o ganoderma per ricavarci un prodotto molto simile in tutto e per tutto alla pelle.

Tale molecola è il micelio, estratto dall’apparato vegetativo del fungo (niente meno che le radici, quello che invece viene consumato sulle nostre tavole è il frutto). Stando ai risultati scientifici il “Mylo” risulta essere addirittura più resistente della pelle, biodegradabile e molto più veloce da produrre. Le particolari serre che vengono usate per la produzione sono verticali e con un periodo vegetativo di due mesi, dunque; nonostante tale progetto, per ora, sia solo un concept possiamo dire che, produttività, efficienza e sostenibilità sembrano essere le parole chiave della nuova moda sostenibile.

Cultura, collaborazioni e ..sana concorrenza

Aldilà dei concept e delle nuove idee non dobbiamo dimenticarci che tutto ciò viene fatto per delle ragioni ben precise; limitare il consumo di materie prime, evitare sprechi ma soprattutto per dimezzare (o abbattere) l’inquinamento. Secondo le statistiche ogni anno si riversano circa 8 milioni di tonnellate di rifiuti plastici nelle acque degli oceani e per sensibilizzare la popolazione mondiale, sempre Adidas, ha collaborato con la nota rivista ambientalistica “Paerley” elaborando e infine mettendo in commercio prodotti creati con gli scarti plastici che sono stati raccolti dalle spiagge e dalle isole galleggianti di tutto il mondo. Ciò ha creato scalpore, suscitando un grande interesse generale alimentato ancor di più dal fatto che artisti e stilisti del calibro di Pharrel Williams e Stella McCarteney hanno partecipato alle collaborazioni dando un tocco di stile e di personalità a prodotti che, grazie a questa “seconda vita”, saranno in grado di far capire l’importanza del riciclo anche alle generazioni future.

C’è da dire che, dove vi è innovazione e progresso anche la concorrenza chiaramente non manca. Fortunatamente, grazie a questa nuova concezione di economia verde e circolare il guadagno sembra essere passato in “secondo piano” per lasciare spazio alla creatività e alla sostenibilità.

Proprio come Adidas, anche Nike ha lanciato una nuova linea interamente prodotta su base di scarti; si chiama “Space hippie”. Nata dall’idea di voler creare un connubio fra i materiali facilmente reperibili e appunto gli scarti di lavorazione. Le loro calzature sono prodotte con l’85-90% di materiale riciclato, e inoltre per spedire le scarpe, stanno cercando di sostituire la scatola doppia con una confezione singola, realizzata anch’essa per il 90% in materiale riciclato.

Dunque, sembra che a livello globale qualcosa si stia muovendo, chiaramente non saranno né le sneakers nè le t-shirt a salvarci dall’effetto serra o dallo scioglimento dei ghiacci, ma almeno possiamo dire che il pensiero collettivo sta cambiando e anche a livello politico le istituzioni si stanno dando da fare.

Non dimentichiamoci però, che la Terra è composta da persone come noi e per forza di cose sta a noi contribuire a questa rivoluzione direttamente con i piccoli gesti.

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Il meraviglioso nuovo decreto Riaperture (il coprifuoco va a sparire, riapertura degli stadi e dei Parchi, cene al chiuso)

People For Planet - Mar, 05/18/2021 - 12:30

Da domani 19 maggio entra in vigore il nuovo decreto sulle riaperture: tanto per iniziare, il coprifuoco si sposta alle 23. Resta il limite delle 4 persone per le visite a parenti e amici. Ma riapriranno a metà giugno, anticipati di 15 giorni, i parchi tematici. Dal 1° luglio ci sarà la riapertura delle piscine coperte. Ferme al momento discoteche e sale da ballo. Il – notevole – passo avanti è possibile grazie ai dati epidemiologici definiti dal governo “molto buoni”.

I prossimi (fantastici) passi

Nelle zone gialle, il coprifuoco scatterà a mezzanotte dal 7 giugno e il 21 giugno sarà abolito. Dal 1° giugno si può prendere il caffè al bancone del bar, e si potrà cenare al coperto. Al tavolo si potrà stare anche in più di 4 persone, a patto si tratti di uno stesso nucleo familiare. La riapertura delle palestre è stata anticipata al 24 maggio. Il protocollo prevede che “sia assicurata la distanza interpersonale di almeno 2 metri e che i locali siano dotati di adeguati sistemi di ricambio dell’aria senza ricircolo”. Si deve inoltre evitare di lasciare gli indumenti indossati per l’attività fisica in luoghi condivisi, ma riporli in zaini e borse personali. Il gestore “potrà disporre il divieto di accesso alle docce”. Dal 1° luglio possono riaprire, come detto, anche le piscine al chiuso, i centri termali e i centri benessere. In vasca si dovrà garantire un distanziamento di 7 metri quadri. Negli spogliatoi e nelle docce “si dovrà prevedere l’accesso contingentato, evitare l’uso comune di asciugacapelli che al bisogno dovranno essere portati da casa”.

Allo stadio con il tampone

Si torna anche negli stadi di calcio e alle altre competizioni sportive, con il limite di 1.000 persone all’aperto e 500 al chiuso. Ad esempio, sono 4300 gli spettatori ammessi alla finale di Coppa Italia fra Atalanta e Juventus in programma il 19 maggio alle 21, il 20% della capienza. Accesso ai vaccinati, a chi farà il tampone 48 ore prima dell’evento (tramite App Mitica) e ai guariti dal Covid-19.

Via allo sci

Il 22 maggio riaprono gli impianti da sci. Dovrà essere limitato il numero di presenze giornaliere mediante l’introduzione di un tetto massimo di titoli di viaggio vendibili, determinato in base alle caratteristiche del comprensorio sciistico.

OK a sale gioco e casinò. Nessun limite ai centri commerciali

Ripartono anche (addirittura) le sale giochi, le sale scommesse, le sale bingo e i casinò, con le note misure di sicurezza (misurazione del la temperatura, il mantenimento di almeno 1 metro di distanza tra gli utenti…). Dal 22 maggio i centri commerciali potranno essere aperti anche il sabato e la domenica, nei giorni festivi e prefestivi.

Cambiano i parametri di rischio

Entrare nelle varie fasce di rischio per una regione avrà criteri diversi. I parametri scendono da 21 a 12, l’incidenza dei contagi sostituirà l’Rt, mentre saranno determinanti il tasso di ospedalizzazione nonché quello di saturazione delle terapie intensive. Si sta in area rossa con oltre il 40% dell’occupazione dei posti letto in area medica e oltre il 30% in terapia intensiva; si resta in giallo se l’occupazione delle terapie intensive è sotto il 20% e l’area medica sotto il 30%; si sale da giallo ad arancione se in terapia intensiva si sale sopra il 20% e in area medica sopra il 30%.

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Brebemi: i veicoli elettrici ricaricati dall’asfalto

People For Planet - Mar, 05/18/2021 - 11:30

La Brebemi inizia la sperimentazione che farà ricaricare i veicoli elettrici direttamente dall’asfalto. Prende il via ufficialmente la sperimentazione del sistema per fornire l’alimentazione a automobili, autobus e veicoli commerciali elettrici mediante carica induttiva dinamica o statica, senza contatto.

Al via i lavori

Perché questo sia possibile, servirà un sofisticato sistema installato sotto la carreggiata. Per questo, nei prossimi mesi, una cordata di aziende lavorerà al test sull’efficacia del sistema. Assieme ad Autostrada A35 Brebemi-Aleatica, ci sono ABB, Electreon, Fiamm Energy Technology, Iveco, Iveco Bus, Mapei, Pizzarotti, Politecnico di Milano, Prysmian, Stellantis, Tim, Università Roma Tre e Università di Parma.

Il sistema già testato in Israele

Il progetto vedrà la costruzione di un anello di asfalto di 1.050 metri alimentato con una potenza elettrica di 1 MW, chiamato “Arena del Futuro”, posizionato in un’area privata dell’autostrada, vicino all’uscita Chiari Ovest. Lì, grazie alla tecnologia “Dynamic Wireless Power Transfer”, sviluppata dalla startup israeliana Electreon – i veicoli elettrici potranno ricaricarsi in ambiente statico e dinamico. Il sistema è già stato testato su un breve tratto di strada a Tel Aviv, in Israele.

Per garantire una maggiore sicurezza stradale e ottimizzare i consumi dei veicoli commerciali verranno utilizzate connessioni 5G e il sistema IoT (Internet delle cose), mentre la pavimentazione stradale sarà modificata al fine di renderla più durevole e non alterare l’efficienza della carica induttiva.

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A tavola contro i tumori? Con zenzero e peperoncino, insieme

People For Planet - Mar, 05/18/2021 - 08:00

La notizia arriva da uno studio pubblicato sul Journal of Agricultural and Food Chemistry, la rivista dell’American Chemical Society, da cui emerge che a interagire creando uno scudo contro la proliferazione delle cellule tumorali sono in particolare due sostanze, la capsaicina e il 6-gingerolo, responsabili del sapore piccante rispettivamente del peperoncino e dello zenzero. Via libera, allora, a qualche buona ricetta di cucina in cui possono essere sapientemente mescolate, a tutto vantaggio del benessere.

Zenzero e Peperoncino. Combinazione Antitumorale vincente

Tra i generi alimentari antitumorali, quindi, possono annoverarsi anche zenzero e peperoncino. Gli studi per ora sono stati condotti solo in laboratorio, ma i risultati parlano chiaro: la capsaicina del peperoncino e il 6-gingerolo dello zenzero interagiscono con uno stesso recettore cellulare coinvolto nella crescita tumorale legandosi a esso, inibendo così lo sviluppo della neoplasia. A fare la differenza sarebbe proprio la combinazione tra le due sostanze: il potenziale anticancerogeno del 6-gingerolo sembra infatti aumentare proprio grazie alla combinazione con la capsaicina.

Se per quanto riguarda lo zenzero la nuova ricerca non fa che confermare le proprietà antitumorali di questa spezia che riduce il rischio di tumore all’intestino, per quanto concerne il peperoncino, invece, questo studio riabilita la capsaicina come sostanza potenzialmente benefica: se, infatti, in passato diversi studi avevano attribuito a questa sostanza capacità soprattutto analgesiche e antimicrobiche, alcune ricerche hanno invece messo in evidenza, come spiegano gli autori della ricerca, che regimi alimentari ricchi in capsaicina potrebbero favorire l’insorgenza del tumore allo stomaco.

L’esperimento sui topolini con la Capsaicina e il 6-gingerolo conferma l’interazione antitumorale

Per indagare il ruolo di queste due sostanze e della loro interazione nella prevenzione tumorale i ricercatori cinesi della Scuola di farmacia dell’Università di Henan hanno nutrito per diverse settimane alcuni topolini predisposti allo sviluppo del tumore al polmone con la capsaicina, altri con il 6-gingerolo e altri ancora con una combinazione delle due sostanze: hanno così  constatato che i topi che avevano assunto esclusivamente la capsaicina avevano sviluppato la neoplasia, contro la metà dei topi nutriti con 6-gingerolo, mentre solo il 20% dei topolini cui erano state somministrate entrambe le sostanze aveva sviluppato il tumore.

Capsaicina: analgesica e antinfiammatoria

La capsaicina (o capsicina) è un composto organico presente nei peperoncini e responsabile del loro sapore piccante. Venne identificata per la prima volta nel 1919, e da allora dati i numerosi effetti biologi cui dà vita è stata oggetto di molti studi. Una delle proprietà fisiologiche più riconosciute alla capsaicina è quella analgesica: in particolare aiuta a controllare il dolore a livello periferico (può essere utilizzata per desensibilizzare i recettori del dolore ai quali si associa), motivo per il quale può essere utilizzata nella terapia di alcuni stati dolorosi periferici dovuti a diversi disturbi (tra cui artrite reumatoide, nevralgia post-erpetica, neuropatia diabetica). Inoltre può essere utile nel controllo delle infiammazioni delle mucose (mucositi) indotte da chemioterapia e radioterapia. Infine un recente studio pubblicato su Plos One dai ricercatori della University of Vermont ha messo in evidenza che mangiare peperoncino allunga la vita: sebbene il meccanismo tramite cui il consumo di questa spezia riduca la mortalità non è ancora stato individuato, gli autori dello studio spiegano che i benefici per la salute derivano dal consumo di capsaicina, e dipendono dal fatto che questa sostanza ha effetti antimicrobici e antiossidanti che, uniti alle sue capacità di prevenire l’obesità e modulare il flusso sanguigno coronarico, possono influenzare indirettamente – in modo benefico – la formazione della flora batterica intestinale.

L’assunzione di capsaicina negli studi condotti fino a oggi si è generalmente rivelata sicura e ben tollerata, anche se assunta ad alte dosi può avere una potenziale attività irritante sulle mucose: è bene dunque evitarne l’assunzione se si soffre di emorroidi. Nonostante non sia possibile a oggi individuare un dosaggio di capsaicina standard e riproducibile, in diversi studi è stata suggerita l’assunzione giornaliera di 1-3 mg di capsiato (che è un precursore della capsaicina). E’ in ogni caso bene ricordare che durante la gravidanza e l’allattamento, e nel caso in cui si soffra di particolari condizioni di salute, l’utilizzo della capsaicina deve essere preventivamente discusso con il medico.

Zenzero: antitumorale e digestivo…

Lo zenzero viene consumato in tutto il mondo come spezia e come ingrediente per la fitoterapia. Diversi i poteri che gli vengono attribuiti, tra cui la capacità di ridurre la nausea indotta dalla gravidanza e di alleviare il dolore osteoarticolare e muscolare. La sua efficacia è attribuibile perlopiù ai gingeroli, le sostanze che gli conferiscono il sapore pungente, dotate di proprietà antinfiammatorie, antiossidanti, antitumorali, calmanti e digestive. Tra i  gingeroli, il 6-gingerolo è il principale componente farmacologicamente attivo dello zenzero, noto in particolare per l’attività antitumorale che si esplica su diversi percorsi biologici: partecipa infatti ai processi che portano all’apoptosi cellulare, cioè al suicidio programmato delle cellule tumorali; interviene nella regolazione del ciclo cellulare che porta alla crescita della neoplasia, ostacolandolo; inibisce l’angiogenesi, cioè la vascolarizzazione che apporta nutrimento ai tumori, bloccando la crescita della massa tumorale.

Se i benefici dello zenzero sono diversi, è sempre bene però non esagerare. L’assunzione eccessiva di zenzero può infatti causare dolori e bruciori di stomaco e disturbi intestinali con flatulenza e diarrea. Le dosi giornaliere utilizzate negli studi che ne hanno indagato le proprietà fitoterapiche (riferite a soggetti adulti, con più di 18 anni) variano da 0,5 a 4 grammi al giorno di zenzero disidratato e polverizzato. Sebbene lo zenzero sia facilmente reperibile sotto forma di rizoma essiccato, perfetto da utilizzare ad esempio in cucina, a scopo fitoterapeutico gli estratti secchi sono preferibili poiché standardizzati nei principi attivi (gingeroli). Infine in gravidanza o nel caso in cui si soffra di particolari condizioni di salute l’utilizzo dello zenzero, così come l’assunzione di qualsiasi altro integratore o prodotto fitoterapico, deve essere preventivamente discusso con il proprio medico.

Articolo del 6 Aprile 2018

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Ryanair in rosso Covid | Legno, rame, grano e caffè: la corsa alle materie prime | Nuova archiviazione per Salvini

People For Planet - Mar, 05/18/2021 - 06:25

Corriere della Sera: Così finirono all’asta (senza il suo consenso) dipinti e icone di Gina Lollobrigida;

Il Giornale: Il Fisco ora controllerà tutto: chi sono i primi a rischio;

Il Manifesto: DDL ZAN «Basta falsità, approvare la legge contro l’omofobia»;

Il Mattino: Ryanair in rosso Covid, perdite per 815 milioni;

Il Messaggero: Violenza donne, durante la pandemia richieste di aiuto cresciute del 79,5%;

Ilsole24ore: Criptovalute, continua il ribasso. Ecco le prospettive del bitcoin;

Il Fatto Quotidiano: Caso Riace, il pm ha chiesto quasi otto anni di reclusione per Lucano e 4 per la compagna. Viminale: “Risarcimento da 10 milioni di euro”;

La Repubblica: Legno, rame, grano e caffè: la corsa alle materie prime manda i prezzi alle stelle. “Così la produzione è a rischio”;

Leggo: La Gran Bretagna riparte, riaprono pub e cinema: «Ci si può anche abbracciare». Ma si teme la variante indiana;

Tgcom24: Nuova archiviazione per Salvini: le sue frasi non istigarono a delinquere contro Carola Rackete;

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Stai zitta giornalista!

People For Planet - Lun, 05/17/2021 - 19:00

Vuoi tu la gentilezza verso gli avversari politici oppure vuoi la rissa selvaggia? Quanto pesano le parole d’odio?

Ne parliamo con Paola Rizzi e Silvia Garambois autrici di “#Stai zitta giornalista” il libro che raccoglie gli insulti e le minacce contro le donne che fanno informazione.

Troia, cesso, devi morire, meriti lo stupro” dall’hate spreech allo zoombombing, una raccolta di alcune delle offese suoi social media, sui muri ma anche con azioni di vero stalking contro le colleghe impegnate sui fronti più caldi del giornalismo. Una scelta nata da “un’incazzatura lenta” per mettere in luce e contrastare questo fenomeno sempre più preoccupante.

Jacopo Fo

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Condannare l’occupazione militare israeliana non significa essere antisemiti

People For Planet - Lun, 05/17/2021 - 10:00

Pubblichiamo di seguito i commenti tratti dal web di due giovani italiani, uno vivo, l’altro non più, sulla questione palestinese. Il primo è Massimo Ragnedda, tra le altre cose docente di Comunicazione e Giornalismo alla Northumbria University, che ne scrive sulla sua pagina Facebook. Di lui potete leggere altro qui.

La prigione Palestina

“La Striscia di Gaza è universalmente riconosciuta come una prigione a cielo aperto. Una prigione dove circa 2 milioni di persone vivono intrappolati senza possibilità di uscire. Il 40% di loro è minorenne. I punti di accesso e uscita sono sigillati, e controllati da una parte da Israele e dall’altra dall’Egitto. La Striscia di Gaza ha la terza più alta densità di popolazione al mondo, dove l’85% della popolazione ha bisogno di aiuti umanitari, dove più del 60% dei giovani è disoccupato, dove più del 40% della popolazione non ha abbastanza cibo per mangiare, dove circa 300mila bambini sono traumatizzati dalla Guerra e hanno bisogno di aiuti psicologici. Una situazione semplicemente insostenibile e inumana. All’interno di questa prigione, dove centinaia di migliaia di bambini (sopra)vivono a stento, piovono bombe. Solo ieri notte (il 14/05/2021) ben 160 aerei da Guerra israeliani hanno ripetutamente bombardato la Striscia di Gaza. Sono già centinaia i morti e tra loro una trentina di bambini. Innocenti. Come tutti I bambini. I numeri saliranno. La violenza si intensificherà. Le armi parleranno. Da entrambi le parti. E questo allontanerà ancora di più la pace. Città israeliane un tempo simbolo della possibile convivenza tra palestinesi e ebrei (Lod, Ramle, Acco, Jisr el Zarkaora) sono teatri di scontri e violenze tra ebrei e arabi israeliani. Città sull’orlo della Guerra civile, mentre gli estremisti da entrambi le parti (Hamas da una parte e Netanyahu dall’altra) buttano benzina sul fuoco allontanando la possibilità di una pace”.

Israele non può continuare a rubare

Israele ha ovviamente il diritto ad esistere. Ovviamente. Ma dovrebbe essere altrettanto ovvio che anche la Palestina ha il diritto ad un suo stato, alla sua libertà e alla sua indipendenza. Israele non può continuare impunemente a costruire sui territori palestinesi, ad andare contro la legge internazionale, a rubare (letteralmente) le case dei palestinesi. Non può. Israele è ostaggio di estremisti di destra, razzisti e violenti, che portano avanti un piano razionale che punta a espellere tutti i palestinesi da Gerusalemme Est e dalla Cisgiordania. E lo fanno con il supporto di Netanyahu e dei partiti religiosi ebrei. E lo fanno con il silenzio della comunità internazionale. Lo fanno perché è difficile criticare Israele.

Condannare non significa essere antisemiti

“Condannare l’occupazione militare israeliana non significa essere antisemiti (come la propaganda israeliana vergognosamente dipinge chiunque critica l’illegale occupazione militare dei territori palestinesi). Né tantomeno significa sostenere Hamas o gli estremisti islamici che, anzi, traggono forza proprio dalle violenze israeliane. Che rispondono con violenza alla violenza israeliana. Che allontanano la pace. Anche Gaza è ostaggio di estremisti che traggono la loro forza dalla lotta contro l’occupazione israeliana. In Palestina vivono milioni di persone, musulmane e cristiane (ortodossi o cattolici), e che come noi chiedono solo di poter vivere nella loro terra. Possibilmente in pace. Possibilmente in una democrazia non governata da estremisti religiosi. Non si può continuare a far finta di non vedere l’arroganza, la violenza e i soprusi dell’esercito di occupazione israeliano. Condannare l’occupazione militare israeliana non significa essere antisemiti. Significa semplicemente condannare l’occupazione militare di uno Stato ai danni di un altro. Punto”.

L’80% delle vittime è civile

La cosa che più colpisce nei bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza è il numero delle vittime civili. Secondo dati dell’ONU ben l’80% dei morti sotto le bombe israeliane era composto da civili innocenti. Un dato veramente impressionante e che non può lasciare indifferenti. Questo significa che ogni 10 persone assassinate da Israele solo 2 erano target militari. Non si può sparare nel mucchio con la speranza di colpire qualche terrorista. È un po’ come se lo Stato che dà la caccia a dei criminali sparasse in mezzo alla folla con la speranza di uccidere, tra gli altri, qualche colpevole. Altro dato agghiacciante è che il 20% delle vittime era formato da bambini, l’essenza stessa dell’innocenza, mentre due terzi dei feriti sono donne e minori. Come si può tollerare tutto questo? Come si può rimanere indifferenti dinanzi a questi crimini?

“Come una scatola di gattini”

Esprimeva lo stesso concetto, ma in modo più poetico, Vittorio Arrigoni, che scriveva quanto segue nel gennaio del 2009. Da allora le cose, come spiega Anna Maria Selini qui, sono parecchio peggiorate.

“Prendi dei gattini, dei teneri micetti e mettili dentro una scatola” mi dice Jamal, chirurgo dell’ospedale al-Shifa, il principale di Gaza, mentre un infermiere pone per terra dinnanzi a noi proprio un paio di scatoloni di cartone, coperti di chiazze di sangue. “Sigilla la scatola, quindi con tutto il tuo peso e la tua forza saltaci sopra sino a quando senti scricchiolare gli ossicini e l’ultimo miagolio soffocato”. Fisso gli scatoloni attonito, il dottore continua: “Cerca ora di immaginare cosa accadrebbe subito dopo la diffusione di una scena del genere, la reazione giustamente sdegnata dell’opinione pubblica mondiale, le denunce delle organizzazioni animaliste”. Il dottore continua il suo racconto e io non riesco a spostare un attimo gli occhi da quelle scatole poggiate dinnanzi ai miei piedi. “Israele ha rinchiuso centinaia di civili in una scuola come in una scatola, decine di bambini, e poi l’ha schiacciata con tutto il peso delle sue bombe. E quali sono state le reazioni nel mondo? Quasi nulla. Tanto valeva nascere animali, piuttosto che palestinesi, saremmo stati più tutelati”. A questo punto il dottore si china verso una scatola e me la scoperchia dinnanzi. Dentro ci sono gli arti mutilati, braccia e gambe, dal ginocchio in giù o interi femori, amputati ai feriti provenienti dalla scuola delle Nazioni Unite al-Fakhura di Jabalya, più di cinquanta finora le vittime. Fingo una telefonata urgente, mi congedo da Jamal, in realtà mi dirigo verso i servizi igienici, mi piego in due e vomito.

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Quanta acqua c’è negli alimenti che mangi? L’impronta idrica

People For Planet - Dom, 05/16/2021 - 17:00

Che cos’è l’impronta idrica (water footprint) di un prodotto

E’ il volume totale di acqua dolce consumato da una persona, da un servizio o da un processo produttivo. Comprende l’acqua, prelevata da fiumi, laghi e falde acquifere (acque superficiali e sotterranee) precipitazioni piovose, che viene impiegata in agricoltura, industria e usi domestici.

Il concetto di impronta idrica è nato nel 2002 grazie al Professor Arjen Y. Hoekstra, oggi Direttore scientifico del Water Footprint Network.

Si legge sul sito del WWF: “I problemi idrici sono spesso legati alla struttura dell’economia globale. L’impronta idrica dimostra i legami esistenti tra il consumo di acqua in un luogo e gli impatti sui sistemi di molti altri luoghi del pianeta. Diversi paesi hanno, infatti, esternalizzato significativamente la propria domanda d’acqua con l’importazione di beni ad alta intensità idrica. Ciò determina forti pressioni nelle regioni esportatrici, in cui spesso mancano meccanismi di corretta gestione e conservazione delle risorse idriche.”


Esempi di impronte idriche

Per produrre un hamburger di 150 grammi servono circa 2.500 litri d’acqua (si tiene conto anche dell’acqua consumata per produrre il foraggio per alimentare gli animali)

  • Un chilo di pasta: circa 1.710 litri;
  • Un pomodoro: circa 13 litri;
  • Un chilo di carne di pollo: 4.300 litri;
  • Un chilo di carne di maiale: 6.000 litri;
  • Un chilo di carne di manzo: circa 15/16.000 litri;
  • Un chilo di mele: 822 litri;
  • Un chilo di mais: 1.220 litri;
  • Un chilo di zucchero: 1.780 litri;
  • Una tazza di caffè: circa 130/140 litri;
  • Per un chilo di caffè tostato: 18.900 litri;
  • Un bicchiere di latte: circa 200-250 litri;
  • Un bicchiere di vino: circa 120 litri;
  • Un uovo: 135 litri;
  • Un chilo di formaggio: oltre 3.000 litri

L’agricoltura consuma 70% delle risorse idriche mondiali, l’industria il 22%, l’uso domestico l’8%.

I dati presentati sono tratti dal sito Waterfootprint.it, uno dei portali più attivi nella campagna per l’uso sostenibile di acqua dolce. Si tratta comunque di dati medi, in quanto l’impronta idrica varia anche a seconda del luogo e, nel caso dei prodotti agricoli, anche del periodo in cui vengono raccolti e il modo in cui vengono lavorati.

Una spremuta di arance fresche “costa” 50 litri di acqua, un succo di arance confezionato arriva a mille! L’impronta idrica delle pesche nettarine prodotte in Italia è pari a 450 litri/kg, mentre in Cina è 1.120 litri/kg.

E a proposito di Italia: l’impronta idrica media pro capite degli italiani è di 2.232 metri cubi di acqua dolce l’anno. Siamo i maggiori consumatori d’acqua d’Europa e secondi al mondo. Peggio di noi gli Stati Uniti con un’impronta idrica media pro capite di 2.483 metri cubi di acqua dolce l’anno, al terzo posto la Thailandia con 2.223 metri cubi.

L’impronta idrica globale ammonta a 7.452 miliardi di metri cubi di acqua dolce all’anno, pari a 1.243 metri cubi pro capite.

La Fondazione BCFN, Barilla Center for Food & Nutrition, in un dossier presentato il 22 marzo 2016 in occasione della Giornata mondiale dell’Acqua scrive: “Se, da un lato, mettiamo sempre più attenzione alle azioni della vita quotidiana, come chiudere il rubinetto dell’acqua mentre ci laviamo i denti, e la utilizziamo sempre con maggior parsimonia, dall’altro non ci rendiamo del tutto conto di quanta acqua invisibile si nasconda in quello che mangiamo ogni giorno e quanto potremmo impattare meno sull’ambiente e sul consumo delle risorse con l’alimentazione.”

Perché l’impronta idrica non è segnalata in etichetta?

Al momento dell’acquisto di un bene non è possibile prendere in considerazione l’impronta idrica, cioè quanta acqua è “costata” quel prodotto, perché nessuno la segnala in etichetta.

Probabilmente il dato spaventerebbe l’acquirente… D’altra parte non possiamo nascondere che il calcolo sarebbe costoso e complesso.

In Italia, dal 2016, è in vigore la norma ISO 14046:2014 che “specifica principi, requisiti e linee guida relativi alla valutazione dell’Impronta Idrica (Water Footprint) di prodotti, processi e organizzazioni basata sulla valutazione del Ciclo di Vita (LCA)” ma non ha fra i suoi scopi la comunicazione, sotto forma di etichette o certificazioni, dei dati.

Fonti:

Articolo del 28 Gennaio 2018

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Capelli: 5 alimenti amici e utili per contrastarne la caduta

People For Planet - Dom, 05/16/2021 - 15:00

Dal canale YouTube Detective Salute, Deborah Pavanello ci consiglia 5 alimenti amici dei capelli e ci spiega il perché faremmo bene a portarli sulla nostra tavola. Nella lista non troverete nulla di dolce! Gli Zuccheri infatti sono da evitare il più possibile se si vuole stare bene e se si vogliono avere capelli sani. Le cellule che compongono il capello richiedono un apporto regolare di precisi nutrienti, che vanno assicurati attraverso una dieta equilibrata. Ecco, nel video, quali sono i 5 alimenti che l’esperta ci suggerisce.

Detective Salute

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Kamut: sappiamo che stiamo mangiando una marca?

People For Planet - Dom, 05/16/2021 - 08:00

Avete mai notato quella piccola “R” a fianco del nome sull’etichetta? Quando decidiamo di comprare del Kamut sappiamo che stiamo in realtà comprando un marchio?

Il nome comune del grano che la maggior parte di noi conosce come Kamut è Khorasan (triticum turanicum), varietà da sempre coltivata in Medio Oriente.

A metà degli anni ’70 Bob Quinn, agricoltore, decide di associare a questa qualità di grano il nome “Kamut”, dopo aver letto questa parola in un dizionario sui geroglifici dell’antico Egitto, che traduceva, appunto, il nome del grano.

Negli anni ‘90 registra il marchio e da quel momento chi vuole utilizzarlo può farlo solo alle condizioni della Kamut International, che prevedono tra l’altro che il grano Khorasan sia “coltivato secondo il metodo biologico, mai ibridato o geneticamente modificato”, come chiarisce il sito della società. L’adesione al disciplinare, garantisce l’azienda, è anche una tutela per consumatori e per i contadini stessi.

Come spiega il chimico Dario Bressanini sul suo Blog e sul suo libro “Le bugie nel carrello” (Chiarelettere), “qualsiasi agricoltore, anche in Italia, può seminare il grano Khorasan, ma non lo può chiamare Kamut. Il valore commerciale del suo raccolto finisce così per essere talmente basso da non ripagare gli svantaggi della coltivazione, tra cui principalmente le basse rese”.

Questo perché il marchio, essendo più conosciuto e abilmente commercializzato, la fa da padrone sugli scaffali dei supermercati.

Il Kamut ha un grande successo, specialmente in Italia, che è il primo mercato europeo.
In generale, dai consumatori viene associato a una maggior digeribilità, a un sapore diverso rispetto ad altri grani commerciali ed è ricco di proteine, qualità che potrebbe aver mantenuto per non essere stato sottoposto a ibridazioni industriali, come successo ad altri grani.
Geneticamente non è molto diverso dal grano duro e non è privo di glutine, per cui non è adatto ai celiaci.

Si tratta comunque di caratteristiche presenti anche nel suo omologo “no-logo” grano Khorasan, che non viene coltivato secondo il disciplinare dell’azienda di Quinn ma che può comunque essere coltivato con metodo biologico o con alcuni accorgimenti e che viene coltivato anche in alcune zone del sud Italia.

Non si tratta di una presa in giro del consumatore, la Kamut International è chiara: spiega che il brand e il disciplinare collegato hanno lo scopo di tutelare l’origine del grano, la qualità e il metodo di coltivazione. Si tratta semplicemente, come spiega anche Bressanini, di una buona strategia di marketing che ha permesso di associare il marchio Kamut a un tipo di grano che avrebbe anche un altro nome.

E’ giusto però conoscere cosa abbiamo nel piatto e sapere anche da dove arriva: come spiega il sito dell’azienda di Quinn, il Kamut viene coltivato quasi tutto negli Stati Uniti e in Canada, viene importato in Europa e lavorato – anche in Italia – per arrivare sugli scaffali dei nostri supermercati.

Se ci crucciamo nella ricerca di alimenti biologici e a km 0, senza accorgerci, abbiamo fatto il giro del mondo per un pacchetto di grissini.

Non sarebbe meglio pensare di coltivarlo anche in Italia? Lo stesso Quinn, l’inventore del marchio Kamut, in una intervista al Sole24Ore di qualche anno fa, se lo augurava (e qualche azienda oggi ci sta lavorando): “Mi piacerebbe si sviluppasse in Italia una filiera completa, anche no-branded (senza marchio) ma biologica, perché l’effetto contaminazione è il primo veicolo per diffondere una cultura ecosostenibile. Il grano Khorasan biologico è oggi una piccolissima nicchia nel mondo che ha titolo per ambire a crescere”.

Articolo del 6 luglio 2018

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L’offensiva di Israele sui tunnel di Hamas | Il murales per Noemi | Senza acqua né cibo: migrante 17enne sopravvive per 22 giorni

People For Planet - Dom, 05/16/2021 - 06:25

Corriere della Sera: Gaza, bombardato il palazzo sede dell’Ap. Sirene a Tel Aviv, Hamas riprende a colpire. L’offensiva di Israele sui tunnel di Hamas;

Il Giornale: Berlusconi dimesso dal San Raffaele;

Il Manifesto: Cina su Marte, ma sulla Terra è isolata;

Il Mattino: Ecco il murales per Noemi, la bimba ferita per errore: «Piazza nostra, non dei clan»;

Il Messaggero: Variante indiana, il Regno Unito trema: casi raddoppiati. E accelera sui vaccini anche ai giovani;

Ilsole24ore: Dal bonus vacanze ai vaccini made in Italy, tutte le novità del decreto Sostegni due;

Il Fatto Quotidiano: Ddl Zan, da Roma a Milano, Bari e Firenze: mobilitazioni in tutta Italia per chiedere il via libera alla legge;

La Repubblica: In mare senza acqua né cibo: una migrante 17enne sopravvive per 22 giorni, salvata da un elicottero spagnolo;

Leggo: Scampia, linciato dalla folla e gettato in un cassonetto. «Stava abusando di un minore»;

Tgcom24: Lunedì in cabina di regia la “battaglia” del coprifuoco | Lega: “Ha i giorni contati”;

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Il legame tra Gela e la triscele siciliana

Gela Le Radici del Futuro - Sab, 05/15/2021 - 20:38

Tra i simboli più antichi e noti della storia, vi figura sicuramente la triskelis, la triscele, ma ancora oggi vi è del mistero attorno alle sue origini e al suo significato. Ad esempio, non tutti sapranno che l’emblema della Sicilia potrebbe essere nato proprio a Gela.

Di origine orientale, nelle antiche culture pagane la triscele (talvolta detta triqueta) aveva un aspetto decisamente più minimal, formato da tre spirali unite in un punto al centro. Il più antico reperto riportante la variante in cui i cerchi sono sostituiti da tre gambe, è un ceramica risalente VII- VI secolo a.C. Tale manufatto è stato ritrovato proprio a Gela, in località Bitalemi, sebbene sia esposto nel museo archeologico di Agrigento. Il simbolo venne poi introdotto nella monetazione greca, e comparve per la prima volta nella monetazione siracusana nel III secolo a.C., durante il periodo di Agatocle. Si pensa che i colonizzatori greci abbiano associato il simbolo all’isola in relazione alla sua conformazione geografica triangolare caratterizzata da tre promontori, Capo Peloro, Capo Passero e Capo Lilibeo. Da qui il nome di Trinacria (dal greco trinakia, tre promontori), con cui i Greci indicavano sia il simbolo che la Sicilia stessa.

Triscele gelese

In ambito esoterico, il simbolismo della triscele verte sul numero 3 e in generale, sulla triplicità delle cose. Ciò è valido in tutte le rappresentazioni tra le varie popolazioni. Basti pensare che nelle antiche civiltà celtiche il suo significato spaziava dalle fasi del giorno (mattino, pomeriggio, sera), alle età dell’uomo (infanzia, maturità, vecchiaia), agli aspetti del tempo (passato, presente futuro) e molto altro. Nel caso della variante sicula, gli studiosi ritengono che il simbolo rappresenti il dio del sole nella tre forme di primavera, estate e inverno. 

A essa venne associata la testa dalla mitologica Gorgone, avente dei serpenti per capelli. Secondo le credenze, quest’ultima – spesso riconosciuta in Medusa – aveva il potere di pietrificare con lo sguardo e annullare le forze malefiche, sopravvivendo persino alla decapitazione.  In altre versioni, i sarpenti  – indicatori di saggezza – sarebbero solo intorno alla testa avente delle ali che rappresentano lo scorrere del tempo. In epoca romana, i sarpenti furono sostituiti dalle spighe, a voler promuovere la fertilità della terra dell’isola. 

Il simbolo venne introdotto nello stemma del Regno delle due Sicilie dal re Gioacchino Murat, ma compare nella bandiera siciliana soltanto dal 2000.

L'articolo Il legame tra Gela e la triscele siciliana proviene da Gela Le radici del Futuro.

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Gli EcoShots di Jacopo Fo: la fitodepurazione

People For Planet - Sab, 05/15/2021 - 19:00

La fitodepurazione è un sistema naturale di depurazione delle acque di scarico costituito da un bacino impermeabilizzato riempito con materiale ghiaioso e vegetato da piante acquatiche. Se non sapete come funziona, questo è il momento per scoprirlo. Tutto merito, anche questa volta, dei batteri!

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La Curcuma è una spezia miracolosa?

People For Planet - Sab, 05/15/2021 - 17:00

Sono già note le proprietà antinfiammatorie e antiossidanti della Curcuma, secondo lo studio condotto dall’Università della California (UCLA) e pubblicato sull’American Journal of Geriatric Psychiatry sarebbe anche ottima per migliorare la memoria e l’umore.

Lo studio, che serviva a testare l’efficacia di un integratore a base di curcumina, è stato svolto su un campione di quaranta adulti dai 51 agli 84 anni accomunati da leggeri problemi di memoria. Al primo gruppo è stato somministrato del Theracurmin (90mg di curcumina) mentre, all’altro solo un placebo.


Qui il link allo studio.

Articolo del 7 febbraio 2018

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Zucchero, fruttosio, stevia, glucosio, saccarosio, cosa è meglio?

People For Planet - Sab, 05/15/2021 - 15:00

Come si legge sul canale YouTube Dr. Filippo Ongaro: “Lo sappiamo, alla maggior parte di noi piace il sapore dolce, non c’è ombra di dubbio, e anche se le calorie poi sono il fattore che conta di più nel momento in cui si parla di aumentare di peso o di diminuire, possiamo essere oggi abbastanza sicuri che lo zucchero ha un ruolo piuttosto importante in questo meccanismo. Perché questo? Perché gli alimenti zuccherini sono in grado di dare un grande aumento della glicemia che stimola il pancreas a produrre una grande quantità di insulina. Più sollecitiamo questo meccanismo, più rischiamo di andare incontro al fenomeno detto insulinoresistenza, ossia l’insulina inizia a funzionare meno bene, se ne produce sempre di più e questo è connesso con un aumentato rischio di numerose patologie tra cui non soltanto l’obesità ma anche il diabete, l’infarto e alcuni tipi di tumori. Questo non significa che tu non possa più mangiare nulla di dolce, devi però tenere presente che il grande aumento di alimenti raffinati, zuccherini, oppure alimenti come i cereali raffinati, la pasta, il pane, il riso, ha comportato un mix di fattori che incidono sull’aumento di peso e non solo.”

Un approfondimento sul tema nel video:

Dr. Filippo Ongaro

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Un terzo della produzione alimentare mondiale è a rischio a causa della crisi climatica

People For Planet - Sab, 05/15/2021 - 14:30

Secondo una nuova ricerca, un terzo della produzione alimentare globale sarà a rischio entro la fine del secolo se le emissioni di gas serra continueranno ad aumentare al loro ritmo attuale.

Molte delle aree di coltivazione alimentare più importanti del mondo vedranno aumentare le temperature e gli schemi delle piogge cambieranno drasticamente se le temperature aumenteranno di circa 3,7 ° C.

I ricercatori dell’Università di Aalto in Finlandia hanno calcolato che circa il 95% dell’attuale produzione di colture avviene in aree che definiscono “spazio climatico sicuro“, o condizioni in cui temperatura, pioggia e aridità rientrano in determinati limiti.

Se le temperature dovessero aumentare di 3,7 ° C o giù di lì entro la fine del secolo, quell’area sicura si ridurrebbe drasticamente, interessando principalmente l’Asia meridionale e sud-orientale e la zona sudano-saheliana dell’Africa.

Tuttavia, se i gas serra verranno ridotti e il mondo dovesse soddisfare gli obiettivi dell’accordo di Parigi, limitando l’aumento della temperatura a 1,5 ° C o 2 ° C al di sopra dei livelli preindustriali, solo il 5% -8% circa della produzione alimentare globale sarebbe a rischio.

Matti Kummu, professore associato di cibo e acqua globali presso l’Università di Aalto e autore principale dell’articolo, ha dichiarato:

Un terzo della produzione alimentare globale sarà a rischio. Dovremmo essere preoccupati, poiché lo spazio sicuro per il clima è piuttosto stretto. Ma ci sono misure che possiamo adottare per ridurre le emissioni di gas serra. E dovremmo responsabilizzare le persone e le società nelle zone pericolose, per ridurre l’impatto e aumentare la loro resilienza e capacità di adattamento“.

Sebbene l’aumento delle temperature potrebbe aumentare la produzione alimentare in alcune aree attualmente meno produttive, come le regioni nordiche, ciò non sarebbe abbastanza vicino da compensare la perdita di importanti regioni produttrici di cibo nel sud, ha detto Kummu.

Ci saranno vincitori e perdenti, ma le vittorie saranno controbilanciate dalle perdite e non c’è spazio sufficiente per far muovere la produzione alimentare – siamo già ai limiti“, ha detto.

L’allevamento del bestiame sarebbe influenzato, così come i rischi per la produzione agricola e molte aree potrebbero subire un forte aumento della scarsità d’acqua.

Entro la fine di questo secolo, in uno scenario ad alte emissioni, potrebbero esserci fino a 4 milioni di km quadrati di nuovo deserto in tutto il mondo.

Bisogna agire subito.

Fonte: The Guardian

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Calo delle nascite: l’insopportabile ipocrisia di Mario Draghi

People For Planet - Sab, 05/15/2021 - 09:00

Il clima è responsabile della maggior parte dei conflitti in atto, e delle migrazioni, mentre la Co2 assottiglia la stratosfera e sposta l’asse terrestre. La spinta dell’uomo, la cui crescita globale è in costante aumento, ha relazioni con la pandemia in atto e con la cosiddetta quinta estinzione di massa. Non si contano i danni economici che soffriamo e soffriremo per via dei cambiamenti climatici che noi stessi causiamo. Per limitarli, la scienza ha evidenziato uno, ovvio, strumento, che supera tutti gli altri: fare un figlio in meno.

Consapevoli di questo, impallidiamo quando il primo ministro Mario Draghi, di concerto con l’altra autorità in materia, papa Francesco, dice, agli Stati generali della Natalità: “Un’Italia senza figli non ha posto nel futuro”. Lì, il presidente dell’Istat, Gian Carlo Blangiardo, aveva poco prima tristemente annunciato: “Nel 2020 ci sono stati in Italia 404mila nati, nell’anno 2021 si stima da 384mila a 393mila”.

Quanta ipocrisia nel commento di Mario Draghi: “Ci troviamo peggiori di ciò che pensavamo, ma più sinceri nel vedere le nostre fragilità, e più pronti ad ascoltare voci che prima erano marginali. Vediamo il danno che abbiamo fatto al pianeta, e vediamo il danno che abbiamo fatto a noi stessi”. Draghi è riuscito così a unire, in un concetto solo, problema e soluzione, ha creato una retorica unica, cattolica, che potesse gratificare in un colpo solo praticamente tutti, tranne la scienza e la ragione. Per poi passare al vanto del proprio operato, che mira a sanare questo presunto problema della denatalità: “Al sostegno economico delle famiglie con figli è dedicato l’assegno unico universale: (…) una di quelle misure epocali su cui non ci si ripensa l’anno dopo”. Epocali: addirittura!

Ora, il mancato sostegno alle famiglie è uno scandalo noto. Si parte dal diritto negato a un posto in un asilo nido comunale (scandalo che non trova pari in Europa), si continua con lo scandalo del mancato congedo parentale per i papà, genitori di serie B, mentre le madri abbandonano l’impego. Si incornicia il tutto con le conseguenze del fatto che fare la maestra o la professoressa (e sottolineo le A finali) è un lavoro di cura, subordinato, sottopagato e sottostimato: e si vede. Ma questo non c’entra niente.

Il pianeta muore. La soluzione è diminuire la pressione antropica e stiamo nei fatti diminuendo? Gaudeamus! È così in tutte le economie sviluppate, anche emergenti. Cosa? Il problema è pagare la pensione e le cure sanitarie a questo popolo di anziani? Chi ci penserà?

Beh, per esempio ci potrebbero pensare quei milioni di italiani nati in Italia ma che non possono far legittimamente parte dell’unico popolo e dell’unica lingua che conoscono fino ai 18 anni (se introducessimo lo ius soli, come gli Usa). Potrebbero pensarci anche le tante famiglie che faticano ad accedere alle adozioni e si riducono a anni e anni di tentativi con la fecondazione assistita, nonostante i noti rischi per la salute, e le altissime spese. Potrebbero pensarci, credo, perfino i figli degli immigrati respinti dalla Fortezza Europa. Con politiche meno malate, potremmo pensare di aprire alle crescenti pressioni delle ondate migratorie. Perché decidiamoci: siamo pochi, o siamo tanti? Siamo forse pochi bianchi per i suoi gusti, signor Presidente, è questo che intende dire?

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