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La cooperazione israelo-palestinese per combattere il coronavirus reggerà?

People For Planet - Ven, 04/03/2020 - 21:00
Tra cooperazione e conflitto

Il corrispondente da Ramallah (Cisgiordania) di Channel News Asia racconta come l’inizio della pandemia di coronavirus abbia favorito inusuali momenti di unità tra leader israeliani e palestinesi ma con l’aumentare della gravità dell’epidemia sono aumentate anche le tensioni.

L’autorità palestinese con base a Ramallah all’inizio della crisi ha lavorato a stretto contatto con i funzionari sanitari israeliani anche per quanto riguarda le limitazioni alla mobilità delle persone e le politiche di gestione degli ospedali. È stata adottata anche un’azione coordinata per evitare uno scoppio COVID-19 nella città di Betlemme in Cisgiordania.

Ma mercoledì il primo ministro palestinese Mohammed Shtayyeh ha accusato Israele di aver compromesso gli sforzi di contenimento del suo governo incoraggiando i palestinesi a continuare a lavorare negli insediamenti israeliani anziché sospendere le attività. “Ciò che chiediamo è che Israele ci lasci in pace”, ha detto.

Sale la tensione

Il problema a cui fa riferimento il primo ministro palestinese riguarda i 70.000 palestinesi con permesso per lavorare in Israele.

Il mese scorso, Israele e l’Autorità palestinese avevano concordato una politica che mirava a limitare i movimenti della popolazione consentendo al contempo ai palestinesi di rimanere occupati.
A ciascun lavoratore erano state date 72 ore per decidere se rimanere in Israele durante la crisi o tornare in Cisgiordania.

Successivamente un video dove sembra che un palestinese ammalato di covid-19 venga portato a viva forza dai militari israeliani in Cisgiordania ha fatto salire la tensione.

Le tensioni sono aumentate con la morte del primo palestinese, una donna sulla sessantina contagiata presumibilmente dal figlio che lavora all’interno di Israele.

La difficile scelta dei lavoratori palestinesi in Israele

Da allora Shtayyeh ha chiesto che tutti i palestinesi che ancora lavorano in Israele tornino a casa per impedire la diffusione dei focolai da Israele verso la Cisgiordania

Ma tra i lavoratori palestinesi rimasti in Israele alcuni hanno affermato di non essere in grado di rinunciare al reddito che guadagnano là.

Ad esempio un operaio palestinese che ha chiesto di restare anonimo ha detto alla tv CNA di aver deciso di condividere una stanza con altri quattro colleghi in Israele anziché tornare a casa, e di essere terrorizzato per il timore di contrarre il virus e ad essere espulso da Israele.

Mercoledì scorso, 1 aprile, l’Autorità Palestinese ha dichiarato che 15 dei suoi cittadini impiegati negli insediamenti si sono dimostrati positivi per il virus e ne ha attribuito la colpa alle politiche israeliane. “La decisione di Israele di consentire l’ingresso dei lavoratori dalla Cisgiordania a Israele è un tentativo di proteggere l’economia israeliana a spese della vita dei nostri lavoratori”, ha detto Shtayyeh. “L’economia israeliana non è preziosa come la vita dei nostri figli”.

La cooperazione, con difficoltà, va avanti

Nonostante le tensioni, la cooperazione è necessaria per “nell’interesse di tutti”, ha affermato Ofer Zalzberg dell’International Crisis Group.
“Poiché le due popolazioni sono così intrecciate, è impossibile contenere il virus in una sola società.”

Yotam Shefer della sezione militare israeliana responsabile degli affari civili nei territori palestinesi (COGAT) ha insistito sul fatto che la cooperazione è rimasta forte.
“Il coordinamento con l’Autorità Palestinese è molto stretto e molto netto”, ha detto ai giornalisti, citando seminari e formazione medica congiunti.

L’ex capo della COGAT, Eitan Dangot, ha detto ai giornalisti che l’Autorità Palestinese ha “assolutamente adottato la politica israeliana su come affrontare il coronavirus”.

Le vecchie ragioni del conflitto restano

Tuttavia, anche le fonti di conflitto che hanno preceduto la pandemia non sono scomparse.

L’Autorità Palestinese ha un’autonomia limitata in Cisgiordania, che è sotto l’occupazione israeliana dal 1967.
Più di 400.000 coloni ebrei vivono nell’area in comunità considerate illegali ai sensi del diritto internazionale.
L’esercito israeliano ha continuato a condurre incursioni nelle aree palestinesi e demolire case e altre strutture, confiscando tende designate come clinica medica, secondo l’ONG israeliana anti-occupazione B’Tselem.

Walid Assaf, che dirige il dipartimento di monitoraggio degli insediamenti del governo palestinese, ha dichiarato che si sarebbe aspettato un congelamento della costruzione degli insediamenti durante la pandemia. Invece, secondo Assaf, Israele sta usando lo scoppio del coronavirus “per creare nuove situazioni di fatto sul campo”.

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Cibo confezionato, un trucco ti aiuta a leggere velocemente l’etichetta

People For Planet - Ven, 04/03/2020 - 18:00

L’etichetta è la nostra migliore amica, quando si parla di cibo confezionato. Intuitivo capire che tutto ciò che è fresco, e che ha un solo ingrediente, deve essere la nostra scelta preferita, ogni giorno: frutta, verdura, latte, carne e pesce fresco. Poi ci sono gli alimenti “elaborati” – cioè prodotti a seguito di un meccanismo più o meno complesso – che sono ancora buoni se hanno in generale pochi ingredienti (diciamo minori o uguali a 5): il pane, ad esempio, ma ogni alimento anche confezionato ha questa regola: minore è il numero degli ingredienti, meglio è. Da ultimi, ci sono gli alimenti confezionati e/o elaborati: quelli che dovremmo scegliere il meno spesso possibile (soprattutto gli insaccati, i dolciumi o i piatti pronti, sempre ricchi di grassi e sale, dalle lasagne alla pasta al sugo). Per questi ultimi casi, possiamo scegliere il meno peggio se impariamo a leggere l’etichetta.

La regola del 5 e la regola del 20

La FDA, l’ente americano per la sicurezza alimentare, ha recentemente invitato le persone a valutare questi ultimi alimenti seguendo un semplice principio, una regoletta che ci renderà chiaro al volo se quello che stiamo scegliendo è veramente, come magari sostiene la confezione “povero di sale”, “leggero”, o “ricco in Omega3”. Si tratta di guardare un valore: la dose giornaliera raccomandata (RDA). Purtroppo le RDA non sono obbligatorie da noi, ma spesso vengono comunque aggiunte dalle aziende.

Cosa ci dicono le RDA

Supponiamo, ad esempio, che una porzione di qualcosa abbia 5 grammi di proteine; sembra abbastanza buono, ma raggiunge solo il 3% dell’RDA, che invece non sembra così tanto buono. Ebbene, il cibo “x” sarà veramente “povero in sodio” se il sodio è minore o uguale a 5; e sarà invece effettivamente ricco di Omega3 o vitamina d, se la quantità presente equivale almeno al 20% dell’RDA.

In altre parole, la FDA spiega che, come regola generale: il 5% della dose raccomandata, o meno, è effettivamente una quantità bassa; mentre il 20% o più di un nutriente, per porzione, è un valore elevato.

Quindi, se si desidera un prodotto a basso contenuto di zuccheri aggiunti, per fare un altro esempio, il 5% di RDA è buono. Se cerchi un prodotto ricco di fibre, 20% o più va bene.

Via ai confronti

Naturalmente, una volta acquisita dimestichezza con questo giochino, la FDA raccomanda di confrontare la percentuale di diversi prodotti alimentari (se la dimensione della porzione è la stessa) per scegliere quelli più ricchi di sostanze nutritive che cerchiamo e viceversa.

In generale, dovremmo mangiare tutti più fibre, potassio e calcio (ma di origine naturale, non addizionato) e meno zucchero, grassi saturi e sodio.

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Coronavirus: Oms potrebbe rivedere indicazioni su uso mascherine

People For Planet - Ven, 04/03/2020 - 17:46

L’Organizzazione mondiale della sanità sarebbe pronta a rivedere le sue raccomandazioni sull’uso delle mascherine: in base ai risultati di uno studio pubblicato su Jama da un gruppo di ricercatori del Massachusetts Institute of Technology di Boston (Stati Uniti) è emerso infatti che il coronavirus può viaggiare nelle goccioline di saliva fino a 7-8 metri dall’espirazione, ad esempio in caso di un colpo di tosse o di uno starnuto, e rimanere nell’aria per ore.

Distanza minima di un metro non basta

Attualmente l’Oms raccomanda una distanza minima di almeno un metro da una persona che tossisce o starnutisce e sottolinea che a indossare le mascherine devono essere i malati o le persone che mostrano i sintomi della malattia. La ricerca del Mit ha però osservato che le attuali linee guida si basano su ipotesi relative alle dimensioni delle goccioline “eccessivamente semplificate”, e che potrebbero dunque non essere adeguate per frenare la diffusione del coronavirus.

Dovrà indossare le mascherine un numero maggiore di persone

Secondo l’autrice dello studio, Lydia Bourouiba, in base ai loro studi emerge come goccioline di saliva di un’ampia gamma di dimensioni possano viaggiare fino a 7-8 metri in caso di tosse o starnuto, trasportando con loro il virus.
Alla luce di questi risultati l’Oms, spiega David Heymann, ex direttore dell’Oms che nel 2003 coordinò la risposta alla Sars e attualmente presidente di un gruppo di consulenti dell’Organizzazione, valuterà se, per rallentare la diffusione del virus, sarà necessario che un maggior numero di persone indossi le mascherine. “L’Oms – ha detto alla Bbc l’infettivologo – sta riaprendo la discussione sulle mascherine esaminando le nuove evidenze scientifiche per vedere se dovrà esserci un cambiamento nel modo in cui ne consiglia l’uso”.

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Covid-19, i gatti possono ammalarsi

People For Planet - Ven, 04/03/2020 - 17:23

Si plachino gli animalisti: è doveroso dar voce alla ricerca, soprattutto se accreditata, anche quando riguarda i nostri amatissimi animali domestici. Uno studio pubblicato da Nature, e ripreso dalla stampa mondiale, mostra che i gatti possono essere infettati dal coronavirus e possono diffonderlo ad altri gatti, mentre i cani non sono sensibili all’infezione. Lo studio è stato condotto da ricercatori cinesi dell’Istituto di ricerca veterinaria di Harbin, e ha concluso che è probabile che cani, ma anche polli, maiali e anatre non prendano il virus o comunque molto più difficilmente dei gatti.

Lo Studio

Lo studio si è basato su esperimenti di laboratorio in cui a un piccolo numero di animali sono state somministrate alte dosi del virus SARS-CoV-2. Quindi l’analisi non dimostra che una normale “vicinanza” con un malato potrebbe contagiarli, così come, allo stesso tempo, non ci sono al momento prove dirette che i gatti infetti possano trasmettere il virus alle persone. Il team, guidato dal virologo Bu Zhigao, ha introdotto il virus nel naso di alcuni gatti domestici. Sei giorni dopo, gli esperti hanno trovato l’RNA virale – quindi vivo e infettivo – nelle loro alte vie respiratorie. I gatti infetti sono stati messi in gabbie insieme ad altri 5 felini non infetti e l’RNA virale è stato poi trovato in uno di questi gatti sani: è dunque verosimile che si sia contagiato dal respiro dei gatti infetti.

Nessun sintomo e una contagiosità bassa

Nessuno dei gatti ha mostrato sintomi di malattia, e solo uno dei felini messi nella gabbia con gli altri malati ha preso il virus. “Ciò suggerisce che il virus potrebbe non essere altamente trasmissibile nei gatti”, afferma. Ma ribadiamo che si tratta di analisi preliminari, a cui serviranno nuove conferme per validarsi.

Finora sono stati segnalati nel mondo alcuni casi di infezione da covid-19 negli animali domestici: solo un gatto in Belgio e due cani a Hong Kong. “Cani e gatti sono uno stretto contatto con l’uomo, quindi è importante capire la loro suscettibilità a SARS-CoV-2 per il controllo COVID-19″, scrivono gli autori dello studio. “L’attenzione per il controllo di COVID-19 senza dubbio deve rimanere concentrata sulla riduzione del rischio di trasmissione da uomo a uomo, piuttosto che tra quella animale-uomo”, ha commentato Dirk Pfeiffer, un epidemiologo della City University di Hong Kong.

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Covid-19, Germania: “Nessun contagio dalle superfici”

People For Planet - Ven, 04/03/2020 - 15:44

Tra i ricercatori che si occupano di coronavirus, o covid-19, il giovane virologo tedesco Hendrik Streeck è uno dei più celebri. Sua ad esempio la scoperta della perdita di gusto e olfatto nei malati. Streeck al momento sta conducendo delle indagini per cercare di capire come il virus si comporti sulle superfici. Veramente esiste il rischio che resti attivo per giorni? Ha dunque senso ciò che per cautela raccomandano finora vari esperti, cioè ad esempio di spruzzare le superfici con alcol o soluzioni sgrassanti, pulire bene le zampe dei cani con acqua e sapone, spruzzare ogni singolo oggetto arrivi a casa nostra dai supermercati? Le prime indagini dicono di no.

Il virus nelle case era inattivo

Streeck, direttore dell’Istituto di virologia dell’Università di Bonn, ha tamponato telecomandi, lavandini, telefoni cellulari, servizi igienici o maniglie delle porte nelle case di ammalati covid-19, nel distretto tedesco del focolaio di Heinsberg, ma non è stato possibile coltivare il virus in laboratorio sulla base di questi tamponi. “Ciò significa che abbiamo rilevato l’RNA (o acido ribonucleico, che trasporta le informazioni genetiche del virus) dei virus “morti“, ha spiegato Streeck alla emittente ZDF. In altre parole su quelle maniglie e quei telecomandi c’era il virus, ma era incapace di infettare. Era morto.

Presto per dire

Le precauzioni che stiamo prendendo non devono considerarsi inutili: altri studi dovranno confermare questi primi risultati, e come dice lo stesso Streeck, “una maniglia della porta può essere contagiosa se qualcuno ha effettivamente tossito in mano e poi l’ha toccata”. Una maniglia o una scatola di biscotti che arriva da fuori. “Poi, però, per contagiarti, devi toccare la maniglia della porta e poi toccarti il viso“, ha detto. Non è ancora possibile dire per quanto tempo il virus può rimanere su una maniglia perché non sono stati condotti studi sufficienti. Ma le parole di Streeck possono servire a renderci un po’ meno paranoici: “Abbiamo analizzato la casa di una famiglia in cui vivevano molte persone altamente contagiose, eppure non siamo riusciti a rilevare un virus vivente su nessuna superficie.”

Era già noto il fatto che altri coronavirus sono estremamente sensibili all’essiccamento: si trasmettono attraverso le goccioline di saliva che deve però essere inalata. Scarse dunque anche le possibilità di trasmissione tramite il contatto con banconote o monete, dalle scarpe o dalle zampe dei cani.

Il problema sarebbero i raduni

Alimenti, beni di consumo, giocattoli, strumenti, computer, abbigliamento o scarpe difficilmente, dunque, possono essere una fonte di infezione. “Finora, non abbiamo alcuna prova della trasmissione del virus in supermercati, ristoranti o parrucchieri“, ha aggiunto Streeck nel talk show di Markus Lanz. Al contrario, i maggiori focolai sono stati il risultato di incontri ravvicinati per un periodo di tempo piuttosto lungo, ha detto. È successo nelle feste sulle piste da sci, nella partita Atalanta-Valencia a Bergamo o nelle sfilate di carnevale. Su questo dobbiamo basarci – ha concluso l’esperto – per immaginare la ripartenza.

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Pasqua a casa? Ridiamoci su

People For Planet - Ven, 04/03/2020 - 15:00
Nostalgie e consigli I brand si adeguano Ritorno al futuro? Vietati gli assembramenti! Quando finirà la quarantena… Vedi il video qui In famiglia Guarda il video qui Restiamo umani Guarda il video qui Troppo disinfettante! Guarda il video qui

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Ecuador: corpi per le strade e sistema in tilt per il Coronavirus

People For Planet - Ven, 04/03/2020 - 14:04

La pandemia di Coronavirus, che da giorni ha iniziato a insidiarsi anche in America Latina, registra ad oggi nello Stato a cavallo dell’equatore 3.163 contagi con 120 decessi (fonte dati John Hopkins University al 3 aprile 2020 ore 13.00). Ma la realtà sembrerebbe essere molto più grave.

Le informazioni non ufficiali parlano di cifre più alte, stimando oltre i 400 morti. Un divario numerico che deriva anche dalla non possibilità di controllo specifico su tutti i pazienti e defunti. Tra le città più colpite troviamo Guayaquil che, con i suoi 2.8 milioni di abitanti, è il cuore economico del paese. Nella città si stima si concentri l’80% dei casi totali. Un cuore messo in ginocchio da un’emergenza sanitaria senza precedenti e dal collasso, uno dopo l’altro, delle attività economiche correlate alla salvaguardia e al sostentamento dei cittadini: dal sistema sanitario a quello funerario, un problema che persiste da circa una settimana.

Guayaquil, Ecuador – Coronavirus

Cynthia Viteri, sindaca di Guayaquil risultata positiva al Covid-19, ha raccontato la situazione attuale attaccando duramente il governo centrale con il quale, dopo un braccio di ferro, è stato accordato il via per la costruzione di una fossa comune. Il sito funerario dovrebbe essere poi adibito a “Mausoleo alle vittime del coronavirus”.

A testimonianza di ciò sono le immagini dei corpi abbandonati ai lati delle strade della città e della periferia di Guayaquil, che stanno facendo il giro del mondo. Un sistema al collasso di ospedali colmi, ambulanze non sufficienti e ormai nessuna capacità degli obitori, condizione che ha portato il Presidente dell’Ecuador Lenín Moreno a formare una task force congiunta per seppellire tutti i defunti.

Guayaquil, Ecuador – Coronavirus

 “Nessuno vuole seppellire i morti”, si legge sul suo canale Twitter e, stando alle immagini condivise dal popolo ecuadoregno, la gravità della situazione non lascia spazio ai dubbi. E così oltre che nelle proprie abitazioni, la città sta affrontando l’incubo dei morti anche nelle sue strade, con i corpi chiusi in qualche bara di fortuna realizzata per lo più con sacchi di plastica o dati alle fiamme. Una soluzione estrema che i parenti hanno adottato per evitare il contagio del virus.

Il primo caso di Coronavirus confermato a Guayaquil risale al 29 febbraio scorso, portato da una donna di 70anni arrivata dall’Italia circa 15 giorni prima e deceduta poi due settimane più tardi, appena prima dell’avvio di misure restrittive per il contenimento dell’infezione e della chiusura dei confini.

Fonte: EL TIEMPO

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Covid-19: all’ospedale Cotugno di Napoli zero infettati tra il personale medico

People For Planet - Ven, 04/03/2020 - 13:26
Il servizio di Sky News UK

Nel nord Italia sono migliaia quanti si ammalano tra il personale medico combattendo la pandemia di coronavirus, e tra loro si contano decine di morti; al Cotugno nessuno è infettato, grazie all’organizzazione e al materiale di protezione. Lo racconta un servizio video di Sky News UK che potete vedere qui, fatto sottotitolare in italiano dalla regione Campania.

Ed ecco  la traduzione di ampi stralci del servizio di Stuart Ramsay, capo corrispondente Sky News UK, disponibile sul sito dell’emittente inglese.

Guardie armate, macchine per la disinfezione come scanner

All’ospedale Cotugno, una struttura specializzata in malattie infettive che ora tratta solo pazienti COVID-19, le guardie armate pattugliano i corridoi.
Mentre entriamo passiamo davanti a macchine per la disinfezione che assomigliano a scanner dell’aeroporto che ti disinfettano completamente.
La velocità della tempesta di virus ha colto tutti di sorpresa nel nord Italia e le squadre mediche sono sopraffatte; le cose in questo ospedale sono diverse.

Nel reparto di terapia intensiva

Siamo stati portati, completamente coperti da strati protettivi e occhiali, in una delle loro unità di terapia intensiva (ICU).
Qui abbiamo trovato un livello completamente diverso da tutto ciò che abbiamo visto prima negli ospedali che abbiamo visitato.
Il personale che cura i pazienti più malati indossa maschere super avanzate – molto più vicine a una maschera antigas di quanto normalmente vediamo indossare dal nostro personale ospedaliero. Indossano spesse tute impermeabili, i medici e gli infermieri sono effettivamente sigillati contro il virus.
Incredibilmente, almeno finora, non è stato infettato un solo membro delle équipe mediche. Sembra che si possa fare, devi solo avere l’attrezzatura giusta e seguire i protocolli giusti.

Un’organizzazione attenta ai dettagli

A un certo punto abbiamo avvertito un improvviso cambiamento. Un’infermiera si precipita davanti a noi inserendo la medicina in una siringa. Un paziente all’interno di una delle sale di trattamento si sta aggravando rapidamente.
Prepara l’iniezione fuori dalla sala di trattamento.
Non entra mai nella sala ma comunica attraverso una finestra con i colleghi che si trovano con il paziente.
Quando è pronta, la medicina viene fatta passare attraverso una porta dello scompartimento.
Noto che non è stata dentro e non ha toccato nessuno o niente ma si toglie immediatamente i guanti e si strofina il disinfettante. Questa attenzione ai dettagli è una costante assoluta.

“Organizzandoci bene è possibile mantenere le squadre mediche al sicuro.” Ci dice un medico.

Ciò che colpisce davvero qui è che le regole di separazione degli ambienti infetti e delle aree pulite sono seguite da tutti.
Le guardie di sicurezza armate si trovano in ogni corridoio di collegamento nel caso qualcuno se ne dimentichi.

Si infettano molti delle classi medie

“Ciò che stiamo notando è che tutti e chiunque può essere infettato, non solo gli anziani.”
“Ci sono molti giovani pazienti che vengono curati qui e, cosa interessante, stiamo scoprendo che le classi medie sono le più infette.”

Chiedo perché? La risposta è davvero ovvia: “viaggiano.”

Organizzazione e equipaggiamento

Torniamo indietro attraverso i corridoi chiusi a chiave quando viene portato un nuovo paziente. La preparazione organizzativa è la chiave per fermare il virus.

“Questa è la prima cosa da fare in questo tipo di ospedale”, mi dice il capo della medicina respiratoria, il dott. Roberto Parrella, “È molto, molto importante separare i percorsi, organizzare come vestirsi e spogliarsi, come mettere un dottore o un’infermiera nella stanza o fuori da essa, come mettere la maschera e così via.”

Gli ho chiesto se avere l’equipaggiamento giusto sia ugualmente importante.
“Sì, lottiamo costantemente per averlo, ora lo abbiamo”, mi dice.

Nell’unità di terapia sub-intensiva

Ci viene mostrata l’unità di terapia sub-intensiva in cui i pazienti si stanno riprendendo o non si sono ancora aggravati. Si applicano le stesse regole di separazione dell’ICU. Un nastro rosso e bianco segna la linea che non può essere attraversata. Infermieri e medici delle aree pulite assistono il personale delle aree infette attraverso la linea. Mantengono i due gruppi assolutamente separati.

Questa separazione è la chiave. È una separazione che i medici qui riconoscono che era quasi impossibile per i medici e gli infermieri del nord osservare perché la marea dei pazienti che arrivavano era enorme.

Il personale medico si riferisce costantemente allo “tsunami” ovunque andiamo.

Forse non è inevitabile

Due dei reparti sono gestiti dal dott. Giuseppe Fiorentino. Tiene costantemente sotto controllo lo staff mentre lavorano in estenuanti ore per contenere la diffusione del virus.

Mi ha guidato attraverso i reparti spiegando come trattano i pazienti. Il vantaggio che tutto il personale qui ha sui colleghi del resto del paese è che sono abituati a trattare malattie molto gravi come l’HIV/AIDS e la tubercolosi.
Ci dice che le misure che stanno seguendo per COVID-19 è una seconda natura per loro. Questa preparazione ha protetto il suo staff.

“C’è stato un numero alto di infezioni nei medici del nord, mi dice, perché non riuscivano a far funzionare le linee di separazione. Non li sto incolpando, è solo un dato di fatto” E aggiunge: “In questo ospedale non un componente del personale finora è stato infettato”.

Mentre la pandemia si diffonde, stiamo vedendo il numero di infetti e morti espandersi ogni giorno.

Gli operatori sanitari sono in prima linea e soccombono anche loro alla malattia.

Forse però non è inevitabile

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Covid-19: I 10 giorni neri di Milano

People For Planet - Ven, 04/03/2020 - 12:51

Prima era Lodi, Bergamo, Brescia, Cremona. Ma poi l’epidemia ha travolto anche il capoluogo lombardo, del quale tuttavia fino a oggi non si avevano cifre esatte.

Chiuso il crematorio di Lambrate

Che la situazione fosse arrivata al collasso si era capito nella giornata di ieri, quando è stata data la notizia della chiusura, fino al 30 aprile, del crematorio del cimitero di Lambrate a Milano: al momento l’attesa è anche fino a 20 giorni, un ulteriore aumento avrebbe potuto comportare problemi di carattere igienico sanitario.

Oggi le cifre parlano chiaro e sono impietose: la differenza dei deceduti nel primo trimestre 2019 e nello stesso periodo del 2020 porta al numero di 1.300 morti in più, tutti concentrati nel periodo che va dal 21 al 31 marzo. Le cifre non raccontano le cause ma sono più che sufficienti le cronache raccontate in questi giorni sulla situazione degli ospedali: tanto altro non serve per capire che si tratta di decessi attribuibili al Covid-19.

Meglio se Milano si fosse fermata

Il capoluogo lombardo ha avuto un atteggiamento ondivago nella gestione dell’emergenza coronavirus: dopo un primo timido lockdown locale stabilito il 23 febbraio – in cui Milano era dichiarata “zona gialla”, con la chiusura del Duomo, della Scala e altri luoghi cultura, e con bar e locali chiusi alle 18 – già tre giorni dopo, il 26 marzo, riaprivano il Duomo, i bar e ristoranti (se pur con obbligo di distanziamento tra le persone), e la città cercava di ritrovare la sua normalità sotto lo slogan #milanononsiferma.

Oggi, di quelle scelte, Milano e soprattutto i milanesi pagano lo scotto: la conseguenza di quell’allentamento nei primi giorni di marzo si traduce in quelle che appaiono fredde cifre, e che danno però il senso dell’ennesima ondata di dolore che sta attraversando il nostro Paese.

E nell’immediato non appaiono luci all’orizzonte

Scrive il Corriere: «Purtroppo le cose non vanno bene nell’area milanese – riflette Carlo La Vecchia, epidemiologo e ordinario di Statistica medica all’università Statale – non vediamo ancora significativi segnali di miglioramento. Se abbiamo ben oltre mille morti in più dovuti al Covid fino al 31 marzo, considerando che l’ondata di decessi è partita a metà mese, cosa succederà in aprile?».

Cover: Milano, Piazza del Duomo – Immagine da webcam, 3 aprile, ore 12.40

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Covid-19: il vaccino sarà in un cerotto?

People For Planet - Ven, 04/03/2020 - 12:30

Contro il Covid-19 il vaccino potrebbe essere in un cerotto grande poco più di un centimetro per lato, formato da 400 micro-aghi in grado di somministrare una particolare proteina. Potrebbe essere questa la nuova arma di contrasto al nuovo coronavirus: i ricercatori della Scuola di medicina dell’Università di Pittsburgh (Stati Uniti) che hanno messo a punto lo speciale cerotto-vaccino spiegano che il dispositivo è facile da utilizzare – si applica come un normale cerotto – e che i primi test effettuati in laboratorio su topi hanno mostrato che il farmaco così somministrato produce anticorpi specifici per il nuovo coronavirus “in quantità ritenute sufficienti a neutralizzarlo”.

La proteina spike

Andrea Gambotto, del Dipartimento di Chirurgia dell’Università di Pittsburgh, coautore senior dello studio, spiega che “abbiamo lavorato in passato con l’epidemia di Sars nel 2003 e Mers nel 2014. Questi due virus, strettamente connessi al nuovo coronavirus, ci insegnano che una particolare proteina, chiamata spike, è importante per indurre l’immunità contro il virus. Sapevamo esattamente dove combattere questo nuovo virus”.

I microaghi si dissolvono

Lo studio che descrive il potenziale vaccino contro il Covid-19 è stato pubblicato su EBioMedicine. Dopo aver somministrato la proteina spike i microaghi, fatti interamente di glucosio e pezzi di proteine, si dissolvono nella pelle. “Ci siamo basati sul metodo di scarificazione cutanea usato originariamente per somministrare il vaccino antivaiolo – spiega Louis Falo, coautore senior della ricerca e direttore del Dipartimento di dermatologia della Scuola di medicina dell’Università di Pittsburgh – ma impiegando una versione ad alta tecnologia più efficiente e inoltre abbastanza indolore, più o meno come la sensazione del velcro sulla pelle”.

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Covid-19: In diminuzione ricoveri e terapie intensive

People For Planet - Ven, 04/03/2020 - 10:49

“Almeno dal 27 marzo assistiamo a una riduzione degli incrementi per quanto riguarda ricoverati e terapie intensive”. Lo ha detto ieri pomeriggio il capo del Dipartimento della Protezione Civile Angelo Borrelli, commentando i dati dell’ultimo bollettino diramato dalla Protezione civile nel consueto appuntamento delle 18. In particolare ieri le terapie intensive hanno fatto conteggiare un aumento, rispetto al giorno prima, di sole 18 persone in più. “Non so dirvi se abbiamo iniziato la decrescita – ha affermato – dico che dobbiamo mantenere alte le misure, i comportamenti, basta un nulla per creare meccanismi repentini di riavvio del contagio. Preferisco rimanere con i piedi per terra“.

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I dati della protezione civile

Secondo i dati diffusi dalla Protezione civile anche l’aumento dei ricoveri dei malati con sintomi per nuovo coronavirus negli ospedali è in diminuzione: l’incremento rispetto all’altro ieri è stato di 137 casi, mentre in precedenza era stato di 211. Il 61% del totale dei contagiati è in isolamento domiciliare senza sintomi o con sintomi lievi, numero cresciuto anche percentualmente, e si riduce il numero degli ospedalizzati.

Ieri pomeriggio complessivamente i malati di coronavirus in Italia risultavano essere 83.049, con un incremento rispetto a mercoledì 1 aprile di 2.477 (l’incremento precedente, quello registrato tra martedì 31 marzo e mercoledì 1 aprile, era stato di 2.937). Il numero complessivo dei contagiati – comprese le vittime e i guariti – è di 115.242. 

Sembrano essere in aumento anche i guariti: a ieri risultano essere 18.278 le persone guarite in Italia dopo aver contratto il nuovo coronavirus, 1.431 in più del giorno precedente, mentre l’aumento dei guariti registrato tra il 31 marzo e il 1 aprile era stato di 1.118.  

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Pasqua fai da te: creiamo un coniglietto 100% riciclato

People For Planet - Ven, 04/03/2020 - 10:00

Come festeggiare la Pasqua in tempi di quarantena? Possiamo iniziare decorando la nostra casa (e giardino per i più fortunati) con creazioni fai da te, composte 100% da materiale riciclato.

Dal canale web Emporio Bertinato Giuseppe ecco il breve video tutorial “Come riciclare rotoli di carta igienica in conigli coniglietti primavera pasqua lavoretti tutorial”. Cosa ci serve:

  • Rotolo di carta igienica;
  • 2 pezzi di rotolo di carta igienica già tagliati (altezza 2 cm);
  • Colori a tempera;
  • Pennelli e pennarelli vari.

Pronti? Via!

Emporio Bertinato Giuseppe

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Coloriamo e balliamo insieme!

People For Planet - Ven, 04/03/2020 - 06:30
Colora gli animilli e mandaci una foto!

Jacopo Fo disegna da sempre questi strani animaletti, ma ogni tanto si dimentica di colorarli, puoi aiutarlo? Se vuoi colorali tu e poi mandaci una foto a redazione@peopleforplanet.it.
Nei prossimi giorni la pubblicheremo in questa rubrica e appena finita la quarantena te ne manderemo uno tutto per te!

I Colori delle Emozioni Audiolibro Balliamo insieme Zecchino d’Oro Baby Dance

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Più di un milione di contagi: il vaccino è un cerotto | Carceri: “Subito 10mila ai domiciliari”

People For Planet - Ven, 04/03/2020 - 06:30

Tgcom24: Nel mondo superato il milione di contagi | Gb: record di decessi nelle ultime 24 ore | La Germania supera la Cina per numero di casi | New York, arrivano gli obitori mobili;

Leggo:  [Italia] Coronavirus, 760 morti e 1.431 guariti. Trend in calo: meno contagi di ieri con cinquemila tamponi in più MAPPA;

Il Giornale: Per l’Europa non c’era rischio. Un documento inchioda la Ue;

Repubblica: Coronavirus, il vaccino è un cerotto;

Il Mattino: Coronavirus, l’infermiera della foto simbolo è guarita: «Non vedo l’ora di tornare»;

Il Fatto Quotidiano: Carceri – La morte del primo detenuto riapre il dibattito: “Subito 10mila ai domiciliari”. “Così segnale di cedimento dopo le rivolte”;

Corriere della Sera: Scuola, tutti promossi con recupero a settembre Maturità, 18 maggio data ‘x’;

Il Sole 24 Ore: L’appello dell’Italia per salvare insieme l’Europa scuote la Germania – Ue, piano da 100 mld – Conte parla all’opinione pubblica europea – Regling: Ue usi tutti gli strumenti a disposizione;

Il Manifesto: Commissione Ue: in arrivo 100 miliardi di euro per la cassa integrazione in Europa;

Il Messaggero:Nella capitale cinese Shenzhen è vietato mangiare cani e gatti dal 1 maggio.

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I 10 migliori film di Hollywood anni Settanta

People For Planet - Ven, 04/03/2020 - 06:00

Quando nel 1969 apparve a sorpresa Easy Rider (in verità c’era già stato il successo de Il Laureato ma viene rubricato a una fase precedente) le major in crisi per i numerosi colossi dai piedi d’argilla crollati al box office in nome del dollaro comprendono che un pubblico giovane ha completamente cambiato gusti e tendenze e che la maggiore industria d’intrattenimento del mondo deve rivolgersi a nuovi autori e nuovi modi di produzione stravolgendo tematiche e realizzazioni. Gli anni Settanta a Hollywood sono quelli di un decennio che ha visto la macchina dei sogni trasformarsi più volte senza più tornare a essere quella di prima. 

In estrema sintesi e secondo un penetrante e approfondito studio di Callisto Cosulich (Hollywood Settanta, Vallecchi, 1979) le innovazioni sono molteplici e riguardano: l’abolizione del lieto fine programmatico e dell’eroe positivo, la liberazione sessuale come convenzione sociale riconosciuta, l’accettazione delle droghe prima bandita dalla vecchia Hollywood, l’atteggiamento favorevole alla contestazione studentesca e ai temi del pacifismo, la revisione critica della storia americana e del mito del vecchio West, l’ispirarsi a fatti realmente accaduti, il superamento del vecchio star system con un profondo cambiamento di nuovi divi di riferimento. 

Fu un’ondata enorme che contempla le parodie di Mel Brooks, i cartoni animati di Fritz il gatto, il recupero del comico Lenny Bruce, lo stravolgimento del musical, dell’horror e il western dalla parte degli indiani.

Nulla sarà più come prima e tutto sarà utile per i grandi successi commerciali come Lo squalo e Guerre Stellari, film che non ho messo nella magnifica decina perché conseguenza di film più innovativi per la New Hollywood.
Questi i miei migliori 10 secondo un punto di vista molto fazioso. 

IL PADRINO di Francis Ford Coppola, 1972

L’inizio di una saga, quella della famiglia mafiosa italoamericano dei Corleone, che ha cambiato il corso del cinema moderno e che involontariamente ha dato anche un modello di riferimento alle mafie che hanno preso a loro uso e consumo frasi e comportamento del proprio modo di agire e pensare. Spesso i boss fanno accompagnare le esequie con il tema del film, circostanza che fa indignare il regista.
Il film è tratto da un bestseller di successo che aveva venduto mezzo milione di copie negli Stati Uniti. Complessa la scelta del protagonista Marlon Brando, vincente quella di dare spazio a nuovi attori emergenti quali Al Pacino, James Caan, Diane Keaton, Robert Duvall e la sorella del regista Thalia Shire. Il padre, don Carmine dirige le musiche di una tarantella e del folk siciliano che affiancano la geniale partitura di Nino Rota.
Girato in larga parte a New York e con degli esterni in Sicilia
Tre Oscar ma soprattutto 200 milioni di dollari d’incasso (6 per cento di royalties per il regista) e le azioni della Paramount che da 9 dollari rimbalzano a 34.
Hollywood dopo i 5 film giovanili incorona Coppola come il padrino del nuovo cinema americano. Il film è uno dei campioni assoluti della qualità cinematografica di tutti i tempi.  Il secondo episodio che esce nel 1974 ha un intreccio ancora più avvincente e molti lo preferiscono al primo. Il terzo è assolutamente lontano dai vertici precedenti. Il Padrino più che un film è un’immensa leggenda

TAXI DRIVER di Martin Scorsese, 1976

Scorsese sembrava essere un regista italiano alla Coppola che racconta criminali e invece diventa con questo capolavoro l’autore maiuscolo americano mettendo in scena l’Odissea metropolitana di un tassista che scava nelle memorie del sottosuolo con le sue peregrinazioni nei meandri più oscuri della solitudine contemporanea.
Un reduce del Vietnam, Travis Bickle, è l’antierore interpretato da uno strepitoso Robert De Niro che reinterpreta la storia del Noir ammantandolo di donchisciottismo delirante e di violenza cruda e spietata.
Il film risulta essere lo specchio oggettivo della quotidianità notturna della New York dell’epoca. Lo sceneggiatore Paul Shrader si disse ispirato da Lo Straniero di Camus.
La fotografia del film è di enorme valenza narrativa con originale valorizzazione dei dettagli in campo. Palma d’oro a Cannes e poster del film nelle camerette di giovani di tutto il mondo.
Uno di essi, John Hinckley, ossessionato dalla passione per la protagonista Jodie Foster, la giovane prostituta diventata l’emblema di un’epoca inquietante, per conquistarla emula un episodio del film e tenta di uccidere il presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan

EASY RIDER di Peter Fonda e Dennis Hopper, 1969

Un film epocale e fondamentale che ha reso indimenticabili i due protagonisti Peter Fonda e Dennis Hopper. Sono loro che sceneggiano e producono un film indipendente che nessuno aveva previsto potesse seppellire la vecchia Hollywood generandone una tutta nuova che aveva vitale bisogno di portare al cinema chi si riconosceva nei valori di pace, amore e libertà o che era solo curioso di capire come stesse cambiando il mondo.
Costato niente, incassò milioni trionfando a Cannes come opera prima. Road movie per antonomasia, lisergico e alternativo, è il primo film che mette in scena la droga con realismo staccandosi delle narrazioni precedenti dove chi si drogava era spesso un assassino o un farabutto. I due cowboy hippy sono eroi positivi che contestano il sogno americano diventando vittime sacrificali dei fascisti dell’epoca appostati a un ciglio di strada.
Non c’è lieto fine in Easy Rider. Dopo una lunga cavalcata nel sogno e nel piacere ritrovi quella dura realtà che milioni di giovani in tutto il mondo volevano sovvertire.

MANHATTAN di Woody Allen, 1979

Gli anni Settanta della New Hollywood trovano un grande comico in servizio permanente che inanella sei film di fila molto divertenti. Già in Io e Annie si scopre la stoffa dell’autore cinematografico adulto e geniale.
Quello che diventerà Manhattan, come titolo di lavoro si chiamava Woody Allen film e simbolicamente chiude il fantastico decennio dei cambiamenti. Un inno al suo luogo ideale che dona ai cinefili di tutto il mondo un abito mentale per poter amare il posto dove vivi e aggrapparti alle “cinque cose per cui vale la pena vivere”.
Lo scrittore Isaac Davis è una straordinaria maschera del contemporaneo che fa ridere e pensare in “una commedia nevrotico crepuscolare campione d’incassi in tutto il mondo”.
Fotografia in bianco e nero strepitosa che sostiene gag esilaranti e momenti di grande cinema che esaltano New York commentata con musica di Gershwin e in particolare la Rapsodia in blu.  Il cast annovera nei fondamentali ruoli femminili: Diane Keaton, Mariel Hemingway, Meryl Streep. Un film che non è mai invecchiato. 

SUGARLAND EXPRESS di Steven Spielberg, 1973

Tra l’innovativo esordio televisivo di Duel e il successo planetario de Lo squalo si colloca il miglior film anni Settanta del geniale Steven Spielberg destinato a diventare uno dei massimi autori del cinema mondiale.
Tipico on the road  presenta un perdente che deve finire di scontare gli ultimi quattro mesi di carcere, ma la moglie non vuole aspettare poiché vuole riprendersi suo figlio, in affidamento temporaneo presso una famiglia di Sugarland.  Fa evadere il marito e insieme iniziano un lungo viaggio attraverso gli Stati Uniti, inseguiti dalle forze dell’ordine.
Tratto da una storia vera ma non coincidente fu ispirato da Asso nella manica di Billy Wilder da cui Spielberg  trasse la cornice del riuscito circo mediatico solidale che si crea attorno alla fuga. 
Il film contiene uno dei topos del cinema di Spielberg, come certifica un suo biografo: “Quello relativo all’impossibilità di rimettere insieme i pezzi di una famiglia distrutta”. Secondo la critica del New Yorker, Pauline Kael: “Uno dei film d’esordio più fenomenali nella storia del cinema”. Ma il regista a distanza di anni dice: «Ottenne buone recensioni, ma avrei dato via tutte quelle recensioni per un pubblico più numeroso». 

LA RABBIA GIOVANE di Terrence Malick, 1973

Un giovane sceneggiatore firma una clamorosa opera prima.
Uno spazzino uccide il padre della fidanzata perché le ha ammazzato il cane e fugge con lei attraverso il Sud Dakota e il Montana uccidendo chi incontrano per strada.
Un noir ambientato in spazi sconfinati narrato dalla voce fuori campo della tredicenne protagonista che rievoca i fatti a distanza di anni attraverso il suo diario
Ispirato a fatti realmente accaduti per un film povero realizzato con fondi raccolti tra medici e dentisti che esplode alla sua uscita e diventa un cult che ha molto influenzato anche Quentin Tarantino.
Il titolo italiano inganna perché il protagonista Martin Sheen, se nelle sembianze ricorda James Dean, non è un ribelle senza causa ma “un uomo d’ordine che accetta il sistema e in cui il sistema si riflette, mettendo in luce quello che esso ha di sinistro”.
Dopo il film Malick scompare. Il secondo film lo realizza dopo 5 anni, ne passeranno venti per vedere La sottile linea rossa. Esistono poche sue foto. Un suo film dura anni. Ne ha realizzati solo dieci nella sua lunga vita. Il celebre critico Roger Ebert ha detto: «Uno dei pochi registi i cui film non sono mai meno che capolavori». Il primo nel titolo originale era Badlands.

AMERICAN GRAFFITI di George Lucas, 1973

L’ultima notte gaia e ribalda di quattro teenagers nell’estate del 1962 prima di affrontare l’età adulta sintetizzata dall’ultimo fotogramma del film che accanto alle loro foto ne rileva i diversi destini.
Una straordinaria operazione di successo della memoria rivolta al passato che Hollywood  capitalizza al meglio con incassi stratosferici.
Divertente e scanzonato il film è il fratello adulto delle serie televisiva Happy Days ma il potente talento di uno dei migliori registi della nuova onda ne fa anche un documentario sociologico; anche se la sua ricerca del tempo perduto ha una cura  maniacale dell’immagine e delle scenografie soddisfacendo pienamente il voyeurismo dello spettatore.
Il film è anche una sorta di straordinaria compilation d’hit d’epoca che ne fanno un tappeto sonoro avvolto ai personaggi che ascoltano alla radio il misterioso dj Lupo Solitario. Tutto è propedeutico per poi realizzare Guerre Stellari anche se la Universal che aveva prodotto American Graffiti rinunciò alla saga spaziale ritenendo Lucas non capace di gestire un alto budget. E di conseguenza perdendo il massimo successo commerciale mai ottenuto da un film che andrà a beneficiare la neonata Lucasfilm.

IL MUCCHIO SELVAGGIO di Sam Peckinpah, 1969

Sempre nell’anno di svolta della New Hollywood il western che consacra Peckinpah come grande regista e diventa “un equivalente cinematografico di Celine”.
Ambientato all’epoca della rivoluzione di Pancho Villa si incentra su una fallita rapina in banca che provoca molti morti innocenti, la fuga verso il Messico inseguiti da ferocissimi cacciatori di taglie, un assalto a un treno per prendere un carico d’armi e un cambio di scacchiere che mette il mucchio dalla parte giusta dei peones in una delle migliori carneficine mai viste su uno schermo e che diedero corso a polemiche violentissime sull’inedita estetica della violenza.
Secondo Morandini “Un inno epico alla morte, che fa piazza pulita di tutti i miti della frontiera, lasciando intatto solo quello dell’amicizia”. È anche un saggio di tecniche innovative che tra rallenty, colore splatter e montaggio frenetico di 3643 inquadrature ne fa una summa del cinema moderno e cult idolatrato tanto che ha anche dato il nome a una delle più celebri riviste di rock in Italia. 

NON SI UCCIDONO COSÌ ANCHE I CAVALLI di Sidney Pollack, 1969

Anche questo film è dello stesso anno di Easy Rider.
Durante la Grande Depressione, si svolge una maratona di danza a cui partecipano cento coppie per poter vincere il montepremi in palio: 1500 dollari.
Le fatiche di questa maratona vengono trasmesse in senso fisico a ogni spettatore che vide allora il film, effetto che non si è perso nel corso del tempo per un film purtroppo dimenticato.
Tratto da un romanzo breve scritto negli anni Trenta ma ribaltato dall’ottima sceneggiatura che punta sulla sala da ballo e non sull’aula di giustizia che domina nel libro. È una metafora sociale perfetta su come gli umani si sbranano in tempo di crisi. Film che condensa le 1000 ore dell’azione in un solo ambiente in modo straordinario. Finale amarissimo. Un Oscar per il migliore attore non protagonista ma tutti ricordiamo Jane Fonda.

QUEL POMERIGGIO DI UN GIORNO DA CANI di Sydney Lumet, 1975

Quanto di meglio si possa chiedere di un film spettacolar-sociale per dirla alla Cosulich.
Una rapina di due sbandati reduci del Vietnam diventa il pretesto del dramma in un ambiente chiuso che si confronta con il mondo di fuori per rendere attuale il vecchio adagio di Brecht: «Chi è più criminale chi fonda la banca o chi la sfonda?» molto in voga a quel tempo. Ci sono gli ostaggi, la folla che fa il tifo per i rapinatori, i media che propongono spettacolo, il cattivo dell’Fbi.
Al Pacino-Sonny è supersonico nei panni del leader nevrotico ma la spalla John Cazale non è da meno. La mamma del protagonista è affidata a Judith Malina del Living Theatre.
Accurata e precisa ricostruzione di un fatto realmente accaduto per conquistare i soldi necessari a un trapianto di sesso per l’amante del rapinatore. Oscar alla migliore sceneggiatura. 

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Gli intellettuali tedeschi lanciano un appello perché la Germania sostenga i coronabond

People For Planet - Gio, 04/02/2020 - 21:30

Di Mes o coronabond ci siamo già occupati su People for Planet spiegando la differenza e raccontando le reazioni del primo ministro Conte alle resistenze di paesi del nord-europa (tra cui la Germania) a forme di sostegno economico solidale tra i paesi UE.
Ora dalla Germania, il cui governo è stato finora contrario ai coronabond, arriva un appello sottoscritto da molti intellettuali perché anche il governo tedesco sostenga questa soluzione. Di seguito il testo dell’appello e l’elenco dei firmatari

Una lettera aperta al governo federale: i coronabond ora!

La tremenda crisi che stiamo vivendo a livello globale riguarda, ora e prima di tutto, salvare vite umane, evitando un altro crollo nelle economie nazionali e internazionali che porterebbe a conseguenze catastrofiche materiali e sociali. 
E si tratta anche di preservare il nostro ordine sociale umano, liberale e democratico, la conditio sine qua non in cui è incorporata anche la nostra “economia libera”.
Possiamo solo affrontare adeguatamente la crisi come cittadini liberi. Ciò richiede il massimo della cooperazione e della solidarietà organicamente organizzate, individuali, regionali, nazionali e internazionali. 
I paesi dell’Unione europea – anche nell’interesse della Germania – devono comportarsi il più possibile in solidarietà e proteggersi a vicenda. Con tutti i mezzi disponibili, usando le forze di tutte le singole economie nazionali per creare una stabilità comune. 
La situazione richiede una solidarietà concreta e immediata, ovvero: la creazione di obbligazioni “corona”, obbligazioni comuni emesse dai paesi dell’euro. E questo prima che la spirale discendente sviluppi uno slancio ancora maggiore. Gli strumenti economici e finanziari nazionali adottati come pacchetti di incentivi, prestiti di emergenza, acquisti di obbligazioni, iniezioni finanziarie non saranno sufficienti, né ci saranno varianti aggiornate del MES, del Fondo europeo di salvataggio e nessuna “linea di credito precauzionale” per i bilanci nazionali. La forza dell’azione è troppo grande. Chi può davvero essere responsabile di non utilizzare il più potente di tutti gli strumenti europei nella situazione attuale?

La richiesta ora deve essere il più forte possibile: massima solidarietà. Per motivi etici, anche per motivi culturali, sociali ed economici. La grande responsabilità deriva da una grande forza e la Germania ha una forza enorme. L’Europa ci ha dato tutto ciò che siamo – ora tocca a noi restituire

Esortiamo il governo tedesco a concordare al prossimo vertice dell’UE la proposta del primo ministro italiano Giuseppe Conte e del presidente francese Emmanuel Macron di istituire “Corona Bonds”. Una richiesta che la Spagna e altri sei paesi dell’UE già supportano.

31 marzo 2020

Promotori:

Jörg Bong, autore, pubblicista
Helge Malchow, caporedattore Kiepenheuer e Witsch
Regina Schilling, curatrice del festival letterario internazionale lit.COLOGNE, regista

Firmatari:

Johanna Adorján, autore
Adriana Altaras, autore
Prof. Dr. Aleida Assmann, autore, pubblicista
Prof. Dr. Jan Assmann, autore, pubblicista
Sibylle Berg, autore, drammaturgo
Prof. Dr. Manuela Bojadžijev, Leuphana University of Lüneburg, Humboldt University Berlin
Nora Bossong, autrice
Emma Braslavsky, autrice
Sonja vom Brocke, autrice
Prof. Dr. Heinrich Detering, Georg August University Göttingen
Prof. Dr. Heinz Drügh, Goethe University di Francoforte sul Meno
Carolin Emcke, autore, pubblicista
Yannic Han Biao Federer, autore
Gunther Geltinger, autore
Prof. Dr. Dietrich Grönemeyer, autore, pubblicista, medico
Prof. Dr. Sabine Hark, Università tecnica di Berlino
Josef Haslinger, autore
Jakob Hein, autore
Prof. Dr. Wilhelm Heitmeyer, Università di Bielefeld
Julia Holbe, autore
Prof. Dr. Rahel Jaeggi, Università Humboldt di Berlino
Hilary Jeffery
Prof. Dr. Dirk Jörke, Technical University Darmstadt
Prof. Dr. Wolfgang Kaschuba, Università Humboldt di Berlino
Esther Kinsky, autore
Jörn Klare, autore
Prof. Dr. Albrecht Koschorke, Università di Costanza
Prof. Dr. Claus Leggewie, pubblicista, Justus Liebig University Gießen
Svenja Leiber, autore
Prof. Dr. Stephan Lessenich, Ludwig Maximilians University Munich
Sibylle Lewitscharoff, autore
Prof. Dr. Steffen Mau, Università Humboldt di Berlino
Kristof Magnusson, autore
Prof. Dr. Ethel Matala de Mazza, Università Humboldt di Berlino
Thomas Meinecke, autore
Eva Menasse, autore
Robert Menasse, autore
Prof. Dr. Christoph Menke, Goethe University Frankfurt
Robert Misik, autore
Prof. Dr. Oliver Nachtwey, Università di Basilea
Falk Nordmann, autore
Christoph Nußbaumeder, autore
Professore Dr. Claus Offe, Hertie School of Governance
Christoph Ransmayr, autore
Moritz Rinke, autore
Prof. Dr. Hartmut Rosa, Università Friedrich Schiller, Jena
Sasha Marianna Salzmann, autrice
Frank Schätzing, autore
Peter Stamm, autore
Prof. Dr. Wilhelm Schmid, autore
Dorian Steinhoff, autore
Mark Terkessidis, autore
Prof. Dr. Philipp Ther, Università di Vienna
Stephan Thome, autore
Uwe Timm, autore
Prof. Dr. Joseph Vogl, Humboldt University Berlin
Prof. Dr. Michael Wildt, Università Humboldt di Berlino
Hubert Winkels, autore, critico letterario
Roger de Weck, autore, pubblicista
Thomas Winkler, autore
Prof. Dr. Michael Zürn, Centro scientifico per la ricerca sociale di Berlin

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Covid-19: muore detenuto. Il diritto alla salute è di tutti

People For Planet - Gio, 04/02/2020 - 20:45

Oggi è morto un detenuto per Covid-19. Un uomo in attesa di giudizio e di condanna, arrestato in Sicilia nel dicembre 2018 per accuse di associazione mafiosa. Aveva 76 anni, soffriva di altre patologie, ed era recluso nel carcere la Dozza di Bologna, trasformatosi in un focolaio: positivi al Covid-19 anche altri due detenuti (ora in isolamento) e un agente della polizia penitenziaria dello stesso istituto. Quattro detenuti entrati in contatto con quelli ora in isolamento, sono invece in “domiciliazione fiduciaria“, ovvero in quarantena, e così anche altri tre poliziotti penitenziari.

Centocinquanta i tamponi finora effettuati, di cui 92 sui detenuti e 58 sulle guardie, a riferirlo il Garante delle persone private della libertà Mauro Palma. Ricoverato in ospedale il 26 marzo per plurime patologie e difficoltà respiratorie, è risultato positivo al tampone. L’autorità di sorveglianza competente gli ha quindi concesso gli arresti domiciliari all’ospedale, dove poi è deceduto. 

Nessuna propaganda, né pietismi, vale la pena sottolineare che sulla gestione delle carceri in emergenza sanitaria i sindacati della polizia e i garanti dei detenuti concordano nel denunciare gravi mancanze e protocolli non sempre chiari. Qualcuno parla di colpe:

Purtroppo, questo nemico invisibile sta facendo stragi ovunque e il carcere altro non è che una parte della società” ha detto Gennarino De Fazio, esponente del sindacato UILPA Polizia Penitenziaria nazionale, “non vogliamo e non potremmo strumentalizzare l’accaduto. Il Ministro Bonafede e il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria hanno tante colpe e responsabilità nell’assolutamente inadeguata gestione delle carceri, prima e durante l’emergenza sanitaria, che sarebbe inutile, inelegante e finirebbe col depotenziare le nostre continue denunce”. 

Il virus ha probabilmente poche probabilità di entrare in carcere, ma, una volta dentro, le probabilità di proliferare sono altissime. “Era in cella con un altro detenuto, asintomatico, che è in isolamento in carcere, così come le altre persone che avevano avuto contatti con lui”, riferisce Antonietta Fiorillo, presidente del tribunale di Sorveglianza di Bologna. 

Intanto, si aggiunge un altro grave problema. Come scrive Damiano Aliprandi su Il Dubbio, a preoccupare sono i trasferimenti ancora attivi dei detenuti da un carcere all’altro. Una pratica che sarebbe da sospendere, perché “rischia non solo di vanificare il lavoro di alcuni istituti dove ancora è possibile applicare il protocollo, ma anche di veicolare potenziali infettati dal virus Covid 19”.  

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Covid-19, petizione contro la D’Urso sfiora le 400mila firme

People For Planet - Gio, 04/02/2020 - 19:41

Ecco il testo integrale della petizione, sottoscrivibile qui.

“Purtroppo, sappiamo la caratura culturale dei suoi programmi, 

ma questa volta ha superato il limite invitando in diretta Salvini e PREGANDO in diretta insieme a lui. 

Ricordiamoci che l’Italia è un paese laico e che abbiamo i nostri luoghi di culto e sacerdoti. Questa operazione ha sfruttato ancora una volta il potere della religione sugli anziani, così da rafforzare la sua personalità e il suo programma, indegno culturalmente.

Questa volta però facendo anche politica e dando un ottimo strumento di propaganda a Salvini, che aveva dimostrato due giorni prima, quanto politicamente fosse “preparato” in un altro programma tv dedicato, quello si, alla politica del paese.

Chiedo quindi che venga cancellato il suo programma definitivamente! Dopo che per anni ha sfruttato lo spazio per avere sempre più potere fino a creare una ridicola esperienza religiosa in diretta, con un politico.

Un insieme di cose non accettabili…e che sia il suo punto finale in tv.

ITALIA PAESE LAICO, rispetto per tutte le religioni, via la D’Urso dalla televisione! Non ha l’autorità né religiosa né di altro tipo, per esercitare una funzione religiosa in diretta tv.

Attendiamo risposta da Mediaset e dai suoi vertici”.

Questo il testo della petizione attiva da due giorni su Change e che mentre scriviamo (2 aprile, ore 19.30) conta quasi 400mila firme. 500mila l’obiettivo da raggiungere per tentare di cancellare dal già triste pomeriggio televisivo il programma – già più volte contestato – Live – Non è la d’Urso.

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Covid-19: Medici, da eroi a nemici da denunciare
Lettera dalla Svezia

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Perché i cani mangiano l’erba?

People For Planet - Gio, 04/02/2020 - 18:00

È deliziosa: è questo il primo motivo per cui i cani si impuntano di tanto in tanto, durante la passeggiata, e si fanno fuori interi ciuffi d’erba. A loro piace proprio come a noi piace la verdura, con alcune eccezioni per entrambe le specie. Ci sono poi cani che sviluppano preferenze: proprio come noi. C’è chi preferisce le foglie fresche, chi le erbe più secche o una particolare specie di erba. Quel che non possono di sicuro riconoscere, proprio come noi, è se quell’erba è stata trattata chimicamente: come sovente accade, ad esempio a fine inverno e poi fino all’autunno, con i trattamenti anti zanzara. Anche per questo, sarebbe essenziale utilizzare sempre prodotti non tossici. Oltre ai cani, anche i bimbi piccoli mettono in bocca tutto ciò che trovano, tra l’altro.

Causa di vomito

In generale, se il cane vomita dopo aver mangiato erba, è probabile che abbia ingerito sostanze tossiche. Alcuni cani tuttavia mangiano erba proprio perché devono vomitare, e se l’erba non è un’abitudine per loro, il padrone saprà riconoscere subito il motivo di questa strana scelta, che va certamente assecondata e non deve destare particolari preoccupazioni: un mal di stomaco. Se invece il cane ripete l’operazione più di due volte a settimana, allora una visita dal veterinario potrebbe chiarire un altro problema di salute. Se vomitano fino a due volte a settimana non occorre allarmarsi: il vomito non è nei cani direttamente correlato a un grave malessere. Alcuni rimettono il cibo solo perché l’erba solletica la gola e il rivestimento dello stomaco.

Carenza nutrizionale

La maggior parte degli alimenti in commercio offre ai cani una dieta equilibrata, quindi è improbabile che il tuo cane non riceva la nutrizione di cui ha bisogno dalla sua ciotola. Ci sono però cani con determinate malattie intestinali che non digeriscono correttamente il cibo, e hanno difficoltà ad assorbire i minerali, il che li può portare a cercarli nell’erba. La possibilità è però abbastanza rara, e si concretizza a problematica reale solo se associata a sanguinamento nelle feci.

Istinto?

Questa è solo una teoria, che non ha finora avuto alcun riscontro scientifico. I cani mangerebbero erba per istinto: allo stato brado sono infatti onnivori e mangiano carne e piante, proprio come noi, e quindi i vegetali li attirano come la carne, più per “ricordo” che per necessità o voluttà.

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