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È in funzione la centrale solare nata dalla ceneri di Chernobyl

People For Planet - 13 ore 34 min fa

A Chernobyl è entrata in funzione la prima centrale solare fotovoltaica. Un impianto per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili che ridà dignità a una terra devastata dal il più grande incidente della storia dell’energia avvenuto nel 1986 e di cui oggi si sta registrando l’inizio degli effetti a lungo termine sulla salute delle persone. L’impianto sorge sui terreni all’interno della zona di esclusione di Chernobyl, un’area che si estende fino a 30 chilometri in tutte le direzioni intorno ai reattori della centrale nucleare e che rimarrà contaminata e abbandonata almeno – secondo i calcoli degli studiosi – per i prossimi 24mila anni, per sempre.

Una centrale solare da 1 gigawatt
Il progetto della centrale solare è stato promosso dal Governo ucraino che, nel 2016, ha adottato un disegno di legge apposito per realizzare nell’area intorno a Chernobyl progetti legati al settore energetico che trasformino il sito in una centrale elettrica diffusa da 1 gigawatt di potenza, sufficiente per alimentare 100 milioni di lampade a led.

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In Danimarca lavorare fino a tardi fa una brutta impressione su capi e colleghi

People For Planet - 13 ore 38 min fa

Una cosa molto importante, per la quale ogni tanto guardiamo a nord con invidia, è la Work-Life-Balance. Ufficialmente l’orario di lavoro settimanale è di 37 ore, ma una nuova indagine dell’OCSE mostra che il danese medio lavora appena 33 ore circa alla settimana.

Si stacca alle quattro
Che corrispondono più o meno alla tipica giornata lavorativa danese dalle otto del mattino fino alle quattro del pomeriggio; e al venerdì si torna a casa ancora prima.
Quasi nessuno fa gli straordinari, che in Danimarca praticamente non esistono. A nessuno verrebbe in mente di restare sul posto di lavoro più a lungo del necessario solo per fare bella figura.

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Prosecco e pesticidi vanno a braccetto

People For Planet - 13 ore 56 min fa

Elegante, fresco e frizzante il prosecco italiano sta letteralmente spopolando nel mondo distanziando di gran lunga il classico champagne. Tra il 2011 e il 2016 nell’area Doc, sita nel nord est dell’Italia e comprendente le 4 provincie del Friuli Venezia Giulia (Gorizia, Pordenone, Trieste e Udine) e le 5 venete (Belluno, Padova, Treviso, Venezia, Vicenza), si è registrata una produzione triplicata del Prosecco: un giro economico importante, ma non senza un prezzo ecologico da pagare. Una produzione impressionate che rischia però di sfumare e perdere di credibilità. La causa? Troppi pesticidi presenti nel processo produttivo.

La notizia arriva dalla rivista Il Salvagente, leader nei Test di laboratorio contro le truffe ai consumatori, che pone l’attenzione sul tema portando in laboratorio 12 bottiglie di prosecco e riscontrando, in ognuna di esse, una verità allarmante: in tutte le bottiglie è presente almeno un residuo di pesticida, con una media di sei a testa e un picco di ben 7 sostanze in uno dei prodotti testati. Neanche il prosecco bio ne è uscito pulito, ma sono stati riscontrati residui microscopici (0,004 mg) di folpet, un pesticida vietato nell’agricoltura biologica in cima alla classifica di sospetta tossicità insieme al Glifosato (ma vista la quantità minima rilevata, potrebbe anche trattarsi di una contaminazione involontaria).

Il Veneto, patria delle bollicine, è la regione italiana con i livelli più alti di consumo dei pesticidi: quasi 12 kg per ettaro, contro una media italiana di 5 kg. Secondo uno studio condotto dal WWF elaborando i dati ArpavAgenzia Regionale per la Prevenzione e Protezione Ambientale del Veneto nel 2016 nella Regione sono state vendute 16.920 tonnellate di pesticidi, con un record di 4.085 nella sola provincia di Treviso.

Numeri che non sono di gradimento né all’Unesco, che boccia la candidatura delle colline di Conegliano e Valdobbiadene a patrimonio dell’umanità, né ai cittadini e associazioni ambientaliste che, da tempo, attraverso petizioni, manifestazioni e marce per lo stop ai pesticidi, cercano di sensibilizzare sugli effetti negativi dovuti alla contaminazione di tali sostanze dannose alla salute dei cittadini, all’ecosistema e all’acqua.

Importante sottolineare che in nessun caso i residui trovati superano il limite massimo di residuo (Lmr) consentito, ma questa non è garanzia di tranquillità. Come spiega Roberto Pinton, segretario dell’Associazione nazionale delle imprese di trasformazione e distribuzione dei prodotti biologici e naturali, AssoBìo: “Cinque, sei, persino sette residui sotto il limite consentito, si sommano comunque nell’organismo umano”. Dall’altra parte, i produttori si difendono affermando la necessità di una varietà di pesticidi per rendere la pianta più resistente nel tempo e sostenere la domanda del mercato, ma a questa affermazione il segretario di AssoBìo risponde: “Noi del biologico siamo la prova vivente che non è vero. I vigneti coltivati senza pesticidi sono più salutari senza bisogno di questi trattamenti, usati solo per semplificare la procedura”. 

Se la salute dei cittadini e la tutela delle nostre terre non sono stati argomenti sufficienti per stimolare una ragionevole attenzione all’uso di sostanze tossiche nella produzione del Prosecco, ci auguriamo che l’obiettivo mancato per un soffio di rientrare a far parte dell’Unesco sproni nella giusta direzione i coltivatori interessati ad aggiudicarsi non solo un eventuale riconoscimento mondiale ma anche il ringraziamento dei propri consumatori.

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La moglie di Sean Cox (aggredito a Liverpool-Roma) racconta come il calcio ti stravolge la vita

People For Planet - 13 ore 56 min fa
Non parla più

Il calcio può cambiarti la vita per sempre. È successo a Sean Cox, 53 anni, irlandese, sposato, padre di tre figli, e tifoso del Liverpool. Che la sera del 24 aprile 2018 ebbe la sventura di passeggiare davanti allo stadio di Anfield e venne aggredito da un gruppo definito numeroso dai testimoni. Cinquanta, sessanta romanisti. Vestiti di nero. Con lui c’era il fratello Martin, di qualche anno più piccolo, che al tribunale ha raccontato quei momenti.

«Stavamo percorrendo Walton Breck Road, abbiamo sentito dei rumori, brutti rumori in sottofondo. Persone vestite di scuro che cantavano. Mi sono rivolto a Sean per dirgli: “andiamocene”, ma lui era già stato colpito. Era a terra. Ebbi qualche secondo di schock. Mi chinai su mio fratello e fui preso anch’io a calci». Secondo un altro testimone, norvegese, non pochi degli aggressori erano a volto coperto. Lo colpirono con una cinta e con i pugni.

Sei mesi di riabilitazione, ora dovrà curarsi privatamente

Oggi, sei mesi dopo, Sean Cox è al Centro di riabilitazione nazionale di Dun Laoghaire. Vi è stato trasferito dall’ospedale di Beaumont dove era giunto dopo le prime cure ricevute a Liverpool al Walton Center, un centro d’eccellenza in cui per cinque settimane furono osservate e curate le sue lesioni cerebrali.

La moglie racconta al quotidiano The Independent: «Sean non parla più. Capisce, ascolta, perché sorride a chi gli racconta qualcosa, ma non può più comunicare con noi. La sua vista è compromessa. Vede doppio o persino triplo. Riesce a riconoscerci quando arriviamo ma ad esempio non è in grado di osservare con attenzione una fotografia. Dicono che non tornerà più quello di prima. Ma noi abbiamo il dovere di provarci con tutte le nostre forze». La moglie è praticamente sempre con lui. I tre figli si alternano.

Il Liverpool ha dato loro una mano per i trasferimenti e gli alloggi. Tra un po’, però, scadranno le dodici settimane di cura previste. Dopodiché il servizio sanitario nazionale irlandese non potrà più fare nulla per lui. Stanno preparando una raccolta fondi, un crowdfunding che punta a due milioni di euro. Anche in Irlanda esiste l’emigrazione sanitaria. La signora punta alla Germania, dice che lì sono all’avanguardia nella riabilitazione.

La moglie in tribunale

La scorsa settimana, la signora Martina ha voluto partecipare in Tribunale all’udienza che vede imputato un tifoso – se così possiamo chiamarlo – della Roma. Si chiama Filippo Lombardi, ha 21 anni, si dichiara innocente. Un mese fa è stato condannato in Inghilterra per scontri. Un altro, Daniele Sciusco, è già stato condannato e sta scontando la pena di due anni e mezzo. E un terzo è stato identificato, è stato interrogato e potrebbe essere estradato. Ha per ora un nome in codice: N49. La signora ha voluto assistere all’udienza. «So che Sean lo farebbe per me, sento che dovrei essere lì. Anche se è solo una parte del processo, è giusto che io sia lì».

Le reazioni italiane

In Italia, di questa vicenda, si è parlato ma sempre lo stretto necessario. Le dichiarazioni della moglie sono arrivate, sono state pubblicate. Il diritto di cronaca, se così vogliamo chiamarlo, è stato rispettato. Nulla di più. Romanista, per modo di dire, è anche il più recente condannato per omicidio per vicende in qualche modo legate a una partita di calcio. Daniele De Santis, molto vicino ad ambienti dell’estrema destra romana, condannato a 16 anni di carcere per l’uccisione del napoletano Ciro Esposito in occasione della finale di Coppa Italia del 2014 che si disputò a Roma.

Così come poco e nulla è stato detto del ricorso – respinto – presentato dalla Juventus per la squalifica della Curva Sud del proprio stadio per cori discriminatori nei confronti di Napoli. Tutto quel che non è strettamente calcistico – come ricordato la scorsa settimana per il caso Ronaldo – sembra che in Italia non sia considerato mediaticamente rilevante. Viene avvertito come fastidioso, persino da alcuni giornalisti che hanno addirittura il coraggio di dirlo. Forse anche per questo un allenatore come Carlo Ancelotti, rientrato dopo quasi un decennio di lavoro all’estero, afferma al Festival dello sport di Trento: «La  differenza con l’estero è a livello ambientale e culturale. All’estero la rivalità è sportiva, e basta. Noi siamo rimasti indietro, siamo rimasti agli insulti. Non è rivalità, ma maleducazione e ignoranza. Bisogna fare qualcosa». Già.

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Bava di lumache certificata: cosmetici e farmaci di qualità, nel rispetto degli animali

People For Planet - 14 ore 9 min fa

Un progetto per la preparazione di farmaci e cosmetici a base di bava di lumache provenienti da allevamenti sperimentali che permettano di produrre una secrezione di ottima qualità garantendo allo stesso tempo il benessere delle chiocciole allevate: si tratta del progetto “Helix Recovery – Recupero della sostanza mucosa di scarto da allevamenti di chiocciole”, frutto della collaborazione tra l’Istituto zooprofilattico sperimentale (Izs) della Sardegna (capofila), l’Università di Ferrara e il Tecnopolo di Mirandola (Modena), che ha ottenuto il primo posto nel bando di selezione del Ministero dell’Università e della Ricerca (Miur) dedicato alle ricerche sulla chimica verde e che gli è valso un finanziamento di 1 milione e 280mila euro per tre anni.

Diversi benefici

La secrezione mucosa delle lumache, comunemente nota come “bava”, è ormai da diversi anni entrata nel mercato delle sostanze utilizzate nei prodotti per il benessere e la cura personali, con diversi usi che vanno dalla messa a punto di sciroppi e integratori per la tosse alla preparazione di creme e prodotti cosmetici per la pelle: alcune sostanze in essa contenute avrebbero infatti proprietà rigenerative per la pelle ed elasticizzanti, oltre che idratanti, con effetti anti-rughe e anti-smagliature. I prodotti oggi in commercio possiedono però concentrazioni diverse della sostanza e schede informative dalle quali il più delle volte più non si evince il luogo di provenienza della materia prima (che perlopiù attualmente viene importata da paesi del Sud America o dell’est Europa), né le condizioni di produzione e di raccolta, né qualsiasi certificazione sulla qualità o purezza del prodotto. Come riporta l’Ansa, il progetto guidato dall’Izs favorirà la realizzazione di protocolli di allevamento sperimentale mirati a produrre una secrezione di eccellenza attraverso l’analisi delle componenti assicurando, al contempo, il benessere degli animali allevati. “Si tratta di un progetto di ricerca in grado di fornire al consumatore finale un prodotto di qualità tracciabile, sicuro e che risponda ai principi etici nel rispetto degli animali e dell’ambiente“, spiega il direttore generale dell’Izs, Alberto Laddomada.

Prodotti non certificati

Sebbene già da diversi anni la bava di lumache venga utilizzata come ingrediente in diverse formulazioni di prodotti, le proprietà biologiche di questa sostanza però “non sono mai state dimostrate da un punto di vista strettamente scientifico, così come non è chiara la sua composizione e la sua sicurezza sul piano chimico e microbiologico”, spiega Maria Paola Cogoni del laboratorio di Microbiologia alimenti e acque dell’Izs di Cagliari, coordinatrice e responsabile scientifica del progetto. “Affinché l’industria farmaceutica e sanitaria possa beneficiare di una materia prima tanto promettente è importante quindi che questa sia pura, certificata e di sicura efficacia. Ed è qui che interviene il progetto a guida Izs”.

Caratterizzazione chimica del muco

Il progetto si prefigge di recuperare dagli allevamenti di lumache destinate alla gastronomia della Regione Sardegna la bava di questi animali, attualmente considerata un prodotto di scarto, con finalità di utilizzo cosmetico e farmaceutico. “L’Università di Ferrara si occupa da anni della caratterizzazione chimica, microbiologica e funzionale del secreto di chiocciola, meglio conosciuto come bava di lumaca, per le sue proprietà biologiche molto interessanti – spiega Claudio Trapella del Dipartimento di Scienze Chimiche dell’Università estense – La caratterizzazione renderà questa sostanza di scarto un prodotto commercializzabile nell’ambito cosmetico, nutraceutico e farmaceutico. Obiettivo è caratterizzare il secreto e i suoi derivati al fine di generare una filiera produttiva certificata delle proprietà del secreto, a oggi non completamente dimostrate”.

Sostenere l’elicicoltura italiana

Fra gli obiettivi del progetto c’è anche il sostegno allo sviluppo e alla crescita nel nostro Paese del settore dell’elicicoltura (allevamento di lumache): l’accesso al finanziamento messo a disposizione dal bando permetterà infatti alle aziende sarde che verranno coinvolte di accedere alla ricerca industriale, e la certificazione della bava di lumaca che verrà prodotta nel corso del progetto sarà utile a incrementare il fatturato degli elicicoltori sardi e potrà servire da esempio di innovazione per gli allevamenti presenti in tutte le altre regioni.

Immagine: Fotomontaggio di Armando Tondo, Disegno di Jacopo Fo

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Quel codicillo nel decreto Genova che mina la salute dei campi

People For Planet - Lun, 10/15/2018 - 10:45

Pochi si erano accorti di un nesso logico tra il crollo del ponte Morandi e la quantità di idrocarburi ammissibili nei fanghi di depurazione. Ma il decreto Genova, in versione omnibus, crea a sorpresa questo collegamento. Parte dagli “interventi urgenti per il sostegno e la ripresa economica del territorio del Comune di Genova” per arrivare a occuparsi, all’articolo 41, della “gestione dei fanghi di depurazione” che nulla hanno a che vedere con la mobilità in Liguria. Un’occasione buona per aumentare di 20 volte, rispetto alle indicazioni che vengono dalla Corte di Cassazione e dal Tar della Lombardia, i valori ammissibili di un gruppo di idrocarburi chiamati C10-C40. Prima i limiti erano 50 milligrammi per chilo (quelli validi per il terreno che la magistratura, in assenza di una norma specifica, aveva preso come punto di riferimento per i fanghi), ora diventa 1.000 milligrammi per chilo.

“Il ministro Toninelli, che dice di aver scritto con il cuore il decreto, sferra un attacco all’ambiente e alla sicurezza della catena alimentare del nostro Paese perché si determinerà una contaminazione delle falde e dei terreni”, accusa il leader dei Verdi Angelo Bonelli, che ha denunciato la modifica dei valori annunciando un ricorso all’Unione europea.

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L’alluminio è eterno

People For Planet - Lun, 10/15/2018 - 02:54

Osservate bene la vostra caffettiera, chiudete gli occhi e immaginate un aereo di linea e poi una delle prime lattine per bibite degli anni Sessanta, e poi ancora, venti anni prima un velivolo da caccia della seconda guerra mondiale, e poi una pentola contadina della Pianura Padana dei primi del novecento. Ebbene cosa hanno in comune tutte queste cose? È semplice, sono un pezzo di una delle più antiche filiere dell’economia riciclata: quella dell’alluminio. E con ogni probabilità l’alluminio che compone tutti questi oggetti è lo stesso. Atomo per atomo.

Già, perché da 130 anni l’alluminio è usato in tutto il pianeta, e il 75% di questo metallo è tuttora utilizzato nei campi più svariati, da quello domestico a quello astronautico, in un riciclo infinito.

L’alluminio si utilizza ogni volta che è necessario un metallo leggero, duttile e resistente all’ossidazione; è un materiale che in passato ha trovato ostacoli nella sua diffusione solo a causa degli alti costi energetici di produzione. Oggi non è più così, e a cambiare le cose è stata la possibilità dell’alluminio di essere riciclato e riusato un numero infinito di volte per gli utilizzi più diversi. Ora lo stock d’alluminio, impiegabile direttamente per le attività umane, consente la realizzazione di oggetti come autovetture, treni, aerei, fino ad arrivare a quelli d’utilizzo quotidiano, come lattine, posate, finestre, vaschette per gli alimenti e imballaggi per i cibi. Insomma l’alluminio è ovunque e dura nel tempo.

Produzione circolare
La produzione dell’alluminio avviene attraverso la dissoluzione dell’allumina nella criolite fusa, processo con il quale si realizza un sale fuso da cui si ottiene alluminio puro tramite elettrolisi.

Il processo per arrivare dalla bauxite (il minerale dal quale si produce l’alluminio) all’alluminio ha elevati consumi di materia prima ed energetici. Per produrre un chilo d’alluminio servono circa 14 kWh d’elettricità e questo è il motivo della sua scarsa diffusione durante il XX secolo. L’alluminio, infatti, fino a qualche decennio addietro è stato utilizzato per impieghi “pregiati” nei quali non si poteva fare a meno delle sue caratteristiche di duttilità e leggerezza, come in aeronautica. Ma oggi la situazione è cambiata e l’alluminio ha sviluppato un’efficiente economia del riciclo per la sua convenienza.

Per ritrattare un chilogrammo d’alluminio dal rottame, infatti, servono circa 0,7 kWh, contro i 14 kWh della lavorazione primaria. È questa la differenza alla base del successo del riciclo dell’alluminio ben prima che si parlasse d’economia circolare.

A livello globale la produzione d’alluminio da riciclo è del 52%, pari a 53 milioni di tonnellate di prodotto, per le quali sono utilizzate 56 milioni di tonnellate di scarti e rottami. Il riciclo, rispetto alla produzione primaria, non solo evita consumi energetici importanti ma limita anche l’attività estrattiva e il conseguente impatto sul territorio. E a tutto ciò bisogna aggiungere lo stock di prodotti d’alluminio in uso, o immagazzinati dal 1888, che sono quantificabili in 812 milioni di tonnellate. Già, perché gli oggetti durevoli realizzati in alluminio, specialmente quelli destinati all’edilizia e alla meccanica – esclusi gli imballaggi – hanno un tempo medio di vita di 27 anni.
L’alluminio ha visto una decuplicazione della produzione di materiale primario nell’ultimo mezzo secolo e una crescita del 60% nell’ultimo decennio ma il riciclo è andato di pari passo, con 27 milioni di tonnellate d’alluminio secondario che derivano da quello interno alle lavorazioni, mentre altri 26 milioni di tonnellate derivano dal riciclo degli oggetti e degli imballaggi. La metà di queste, 13 milioni di tonnellate, è derivata dal post-consumo, ossia da oggetti che provengono dalla raccolta differenziata ed è il settore che è cresciuto in maniera più rapida negli ultimi cinquanta anni (e di circa venti volte nell’ultimo decennio). Il settore dell’alluminio da riciclo è composto da un 50% di scarti interni, dal 23% di scarti pre-consumo, da un 2% di scorie e da un 25% di scarti post-consumo, che rappresentano la frazione più interessante sotto al profilo della raccolta. Questo 25% deriva a sua volta per il 6% dagli imballaggi, per il 9% dal mondo del trasporto, per il 3% dall’edilizia e per il 7% da altri utilizzi.

Italia in pole position
L’Italia sull’alluminio è in prima posizione, sia dal punto di vista commerciale sia sotto il profilo dell’economia circolare. Il 100% della nostra produzione deriva dal riciclo, cosa che ci pone al primo posto in Europa nella produzione sostenibile di questo metallo. E non è un fatto che riguarda una piccola frazione di materia, visto che il Belpaese è, infatti, il secondo produttore assoluto d’alluminio del Vecchio Continente.
Il percorso della filiera dell’alluminio in Italia vede al vertice il recupero e la preparazione al riciclo, alla quale seguono la raffinazione e rifusione, con la produzione dell’alluminio in lingotti.
A questo punto le strade si separano a seconda dell’utilizzo finale. La fonderia provvede alla realizzazione di componenti d’arredo, per la meccanica e per motori, mentre gli impianti che provvedono all’estrusione e alla laminazione realizzano come prodotti finali serramenti, imballaggi, componenti d’arredo e per la meccanica. Il tutto con 23.500 addetti e un valore della produzione di oltre sette miliardi di euro. Mezzo punto di Pil. Il riciclo, oltretutto, coniuga vantaggi ambientali, come le minori emissioni di CO2, scorie e rifiuti di processo, con quelli economici dovuti a una bolletta energetica molto più bassa.

Miglioramenti possibili
In Italia, nonostante si sia virtuosi, vi sono ancora margini di miglioramento.
Se da un lato gli scarti pre-consumo sono recuperati al 100%, su quelli post-consumo è infatti possibile fare di più. Si tratta di vere e proprie miniere urbane d’alluminio secondario, e sono molto ricche.
La perdita complessiva d’alluminio in questo segmento è di circa il 40%, con picchi del 58% per quanto riguarda i flussi provenienti dai rifiuti solidi urbani. Si tratta di una tipologia di perdita di materia che è complessa da determinare e altrettanto complicata da recuperare, perché spesso l’alluminio proviene da oggetti costruiti in maniera complessa come gli elettrodomestici, le componenti d’arredo, le apparecchiature tecnologiche e gli autoveicoli.
E a complicare la situazione c’è anche il fatto che trattandosi d’oggetti con un lungo ciclo di vita, non sono stati concepiti all’origine nemmeno per un’ipotesi di riciclo. Gli imballaggi in alluminio, salvo casi molto particolari, vengono raccolti sempre insieme ad altre tipologie di prodotti con il sistema multimateriale e dopo la raccolta il materiale viene trasferito presso appositi centri di selezione. E qui per la selezione dell’alluminio viene usato un processo inverso a quello del magnete che si usa per il ferro. L’alluminio viene respinto dalle correnti indotte che lo fanno, in questo modo, “saltare” all’interno di un contenitore dedicato. Grazie a questa tecnologia, usata sul fronte della raccolta differenziata, la maggioranza dei conferimenti entrano nelle fasce qualitative più alte, selezionando alluminio puro che non necessita d’ulteriori trattamenti.

Nuovi prodotti
Nonostante il processo dell’alluminio abbia oltre un secolo di storia si hanno ancora oggi utilizzi innovativi interessanti.
È il caso della Bottle Can, ossia della bottiglia derivata dalla lattina, che coniuga i vantaggi d’entrambe. E non è un processo semplice. Già arrivare alla lattina per bevande non è stata una cosa scontata visto che oggi la produzione industriale della lattina in alluminio per bevande è realizzata con due pezzi e due lavorazioni – imbutitura e aggraffatura del coperchio stampato, mentre una volta era realizzata con tre pezzi e quattro lavorazioni – piegatura, saldatura e aggraffatura del coperchio e del fondo.
La bottiglia in alluminio utilizza il processo di base (quello della lattina) con l’introduzione di una tecnologia di origine italiana per la deformazione del corpo nella tipica forma della bottiglia. In questa maniera l’industria del packaging dell’alluminio riesce a ottenere oggetti che coniugano design con efficienza industriale nei processi produttivi, realizzando con un materiale “innovativo” nuove categorie d’imballaggi.
Le performance ambientali non si limitano solo alla riciclabilità ma, grazie alla leggerezza della bottiglia in alluminio, si ottengono importanti benefici in termini di risparmio energetico e di riduzione delle emissioni nelle fasi di trasporto, logistica e refrigerazione. E se da un lato i vantaggi della bottiglia in alluminio sono quelli classici dei contenitori che utilizzano questo metallo, ossia leggerezza, stabilità, infrangibilità, riciclabilità al 100%, protezione da luce, aria e microrganismi, a tutto ciò s’aggiunge una caratteristica: la presenza del tappo. Il fatto che la bottiglia sia facilmente richiudibile, infatti, ne allunga il ciclo di vita nella fase dell’utilizzo e favorisce il riuso. Tutto ciò, volendo, per un numero infinito di volte, vista la stabilità nel tempo dell’alluminio. In questa maniera si batte la logica dell’usa – una sola volta – e getta che è tipica della grande maggioranza degli imballaggi.

Nuovi imballaggi
Non solo lattine e bottiglie: anche i nuovi imballaggi possono usare l’alluminio, come la capsula del caffè, che dopo l’utilizzo contiene ancora il 98% della materia organica originale e che non è possibile né mandare in fonderia, né al compostaggio così com’è. Un problema che solo qualche anno fa avrebbe arricchito le discariche, eppure come ha teorizzato Gunter Pauli (il fondatore della “Zero Emissions Research Initiative“, rete internazionale di scienziati, studiosi, ed economisti che si occupano di trovare soluzioni innovative, progettando nuovi modi di produzione e di consumo a minor impatto ambientale)
anche questo caso può innescare un processo d’economia circolare a cascata; e infatti una soluzione è stata trovata.
È stata infatti attivata la raccolta delle capsule usate presso i punti vendita, dove i consumatori possono consegnarle quando acquistano quelle nuove. Gli operatori delle municipalizzate svuotano i bidoncini presenti nel punto vendita, portano le capsule alla piattaforma, dove vengono stoccate in un container che una volta pieno viene portato in un apposito impianto che frantuma le capsule, separando l’alluminio dal caffè. L’alluminio, che è di qualità pregiata visto che è tutto dello stesso tipo, va in fonderia e il caffè all’impianto di compostaggio.
Un esempio di come un’accurata scelta dei materiali rende possibile l’innesco di processi d’economia circolare anche su oggetti complessi.

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La tempesta in una bottiglietta d’acqua Evian

People For Planet - Lun, 10/15/2018 - 02:51

E’ stata la polemica della settimana: Chiara Ferragni firma un’edizione limitata dell’acqua Evian che viene venduta a 8 euro a bottiglia da 0,75 e si scatenano i social. Si scatenano anche i compratori visto che la preziosa minerale va a ruba.

Ancora giovedì 11 ottobre su Twitter il nome di una delle più famose fashion blogger d’Italia era tra i primi dieci trend topic.

Tra i tweet più divertenti quello di Richie, un po’ esasperato dal clamore suscitato nei social da questa storia che dice: “Giuro che se vedo un altro post polemico sugli 8€ dell’Evian Ferragni scendo a comprare l’intero scaffale così da avere acqua per i miei fiori finti” e, rassegnato, Eugenio Dickermann chiosa: “Vabbè, siamo con l’acqua alla gola, però almeno è griffata!”

Malgrado l’acqua Evian-Ferragni sia in commercio da più di un anno, se ne parla solo in questi giorni, dopo che qualcuno ha fotografato la bottiglia con il prezzo ben in evidenza.

Addirittura il senatore Giampietro Maffoni di Fratelli d’Italia ha presentato un’interrogazione parlamentare ai ministri dell’Ambiente e dell’Istruzione per chiedere “Quali politiche di sensibilizzazione all’utilizzo dell’acqua voglia attuare, in particolare rivolte ai più giovani, agli studenti e a tutte quelle persone che necessitano di un’educazione ambientale ancora troppo assente nella nostra società”. “Mi chiedo – aggiunge Maffoni – se non sia il caso che una donna che ha il potere di influenzare milioni di giovani che la seguono sui social non possa rivedere i suoi investimenti in un’ottica diversa”.

Come sanno cavalcare l’onda i politici… Onda di Evian, naturalmente.

Il marchio Evian, di proprietà della multinazionale Danone, non è nuovo a queste iniziative: prima di Chiara Ferragni hanno firmato edizioni limitate della prestigiosa bottiglietta anche famosi stilisti come Kenzo, Jean Paul Gaultier – venduta a 14 dollari -, Christian Lacroix. E comunque, anche senza griffe, l’acqua Evian è una delle più care del mercato, insieme a Voss e Fiji.

E, come dichiara Fedez, marito dell’influencer, in un post su Instagram “Ci sono acque minerali che costano molto di più”.

Davvero? Andiamo a vedere alla fonte (è proprio il caso di dirlo) e cioè al sito Acquedilusso.it

Al “chi siamo” del sito parte un video dove, tra monti e valli e acque minerali confezionate come fossero bottiglie di Brunello, si vede un signore brizzolato bere un bicchiere d’acqua e poi fare un’espressione che neanche chi viene miracolato da quella di Lourdes.

E ha ragione Fedez, tra le acque lisce troviamo la Fillico King Cap set di provenienza giapponese, una bottiglia da 72 cl costa 199 euro ma è specificato anche che si tratta di “Bottiglie da collezione, da non consumare”, forse l’acqua dentro non è potabile? Non si sa.
Un’altra della stessa serie Fillico, la Primo Gold King costa 248 euro e anche qui il sito avvisa “Bottiglie da collezione, non suggeriamo il consumo del prodotto”
Se proprio volete bere un’acqua griffata suggeriamo la gasata Armani: 12 bottiglie in vetro a 65,50 euro, provenienza Italia.

Qualcuno le compra queste preziose bottiglie? Pare proprio di sì. Scrive Ilaria Mauri sul Fatto Quotidiano: “Secondo un rapporto di Zenith International, il mercato globale delle acque di lusso incide per oltre il 12% sul totale del mercato mondiale delle acque confezionate, con un giro d’affari che si attesta intorno ai 15 miliardi di dollari all’anno. A trainare questo segmento, oltre agli Stati Uniti, sono ovviamente i mercati asiatici, dove l’aumento dei super ricchi insieme con una scarsa qualità dell’acqua potabile in circolazione hanno fatto aumentare il fascino e il consumo delle acque di lusso”.

A dire il vero, grazie a questo polverone mediatico, le bottiglie di Evian by Chiara Ferragni sono andate esaurite e non in Cina ma qui, nell’italica patria.

Uno scandalo? Cosa indigna tanto i benpensanti e il popolo dei social? Il lusso è sempre esistito, c’è la Ferrari e la Panda, la pensione a Riccione e il resort a 16 stelle alle Bahamas, l’appartamento in periferia e l’attico a Manhattan. E, se dio vuole, ognuno è padrone di spendere i propri soldi come vuole, specie se non percepisce ancora il reddito di cittadinanza.

E allora, perché tanta irritazione in questo caso?

Forse perché si parla di acqua, bene primario e quindi sensibile, forse perché nel mondo l’emergenza idrica è una realtà drammatica…

O forse proprio perché si tratta di Chiara Ferragni, influencer e fashion blogger con 12,5 milioni di follower su Instagram … e non si capisce perché: non canta, non crea abiti, non ha particolari talenti visibili, eppure ha un successo strepitoso. E se fosse quello il suo vero talento? L’aver fatto della sua vita una vetrina di lusso, aver dimostrato che ce la si può fare anche senza la voce di Adele o la penna della Rowling. Forse sono questi i nuovi miti.

Dovremo farcene una ragione?

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Come difendersi dai derivati (Seconda puntata)

People For Planet - Lun, 10/15/2018 - 02:15

Hanno tutte negato di fronte all’evidenza. Hanno negato di aver agito in modo approssimativo e subdolo, scoprendosi al tal punto da rischiare una montagna di cause legali.
Nelle banche tutti erano coscienti dei rischi che la sottoscrizione di un derivato comportava. Lo sono tuttora, al punto che vogliono addirittura evitare di arrivare in tribunale per non correre un “rischio reputazionale” che ha elevatissime probabilità di essere sopportato.

Ricordo ancora il tono delle circolari. Parlava­no da sole, trasudavano paura e allerta.
«Come da ultimo segnalato dal direttore generale, lo sfavorevole andamento dei mercati determina con crescente frequenza l’insorgere di vertenze promosse da clienti che – facendosi talora assi­stere da legali in possesso di una profonda conoscenza del complesso delle norme che regolano l’attività di interme­diazione finanziaria – tentano di scaricare sul nostro istituto le minusvalenze cui sono andati incontro con investimenti, specie se ad alto rischio. In questi casi, soltanto la perfetta aderenza alle disposizioni Consob ci consente di opporre una valida resistenza».
Ecco il punto: sapevano e sanno di aver disattese le disposizioni Consob. Era sottinteso che su tanti fronti si agiva in modo appros­simativo.
E infatti: «Purtroppo, in numerose occasioni sono state invece riscontrate mancanze che hanno reso pratica­mente indifendibile la nostra posizione e hanno quindi indotto ad assecondare – se non in toto, con transazioni fortemente squilibrate a nostro sfavore – le pretese avanzate anche da controparti tutt’altro che in buona fede».

Ma quali erano le carenze più frequenti che individuano il “tallone di Achille” delle banche?
Le evidenzia lo stesso documento riservato: «Omessa consegna del “Docu­mento sui rischi generali degli investimenti in strumenti finanziari”, in assenza di copia sottoscritta da tutti gli intesta­tari del rapporto», e poi «Omessa o irregolare sottoscrizione del contratto di deposito e per la negoziazione, ricezione e trasmissione di ordini in strumenti finanziari, nonché dell’atto integrativo».
E ancora: «Mancato ritiro di ordini/schede di sottoscrizione regolarmente firmati e omessa registrazione degli ordini accolti per telefono».
Segue l’ammissione: «È noto che la mancanza degli ordi­ni di compravendita configura l’attività come “gestione non formalizzata” delle disponibilità dei clienti, attività tassativamente vietata dalle disposizioni Consob e che, di conseguenza, ci vede automaticamente perdenti in tutti i casi di mancato guadagno per il cliente».
Ma di carenze ce ne sono molte altre. Le falle di procedura, in quegli anni, erano all’ordine del giorno e più ci si guardava intorno e più emergevano irregolarità.
Le banche temevano (e temono) «la mancata consegna, ove previsto, dei prospetti informativi» e «la conclusione, in assenza di specifica autorizzazione, di operazioni non adeguate alla situazione finanziaria e agli obiettivi di investimento del cliente, quali risultano dalle dichiarazioni rese all’avvio del rapporto o, in caso di rifiuto al loro rilascio (da far constare sull’apposita modulistica), dalla conoscenza del cliente comunque acquisita nel corso del rapporto»; oppure «la vendita di prodotti derivati Otc con promesse di alti rendimenti e rischi contenuti a clientela che, pur dichiarandosi “qualificata”, si rivela – alla prova dei fatti – non in grado di comprendere e controllare l’opera­zione proposta e realizzata».

Non c’è bisogno di aspettare. Basta rivolgersi a professionisti qualificati e vi sarà restituito quanto vi e’ stato sottratto con l’inganno.

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Dalla Polonia al Giappone con un’auto elettrica: si può!

People For Planet - Lun, 10/15/2018 - 02:04

Marek Kaminski, esploratore polare 54enne di Danzica, in Polonia, è riuscito a raggiungere il Giappone con un’auto 100% elettrica, una Nissan LEAF (l’auto elettrica più venduta al mondo). 16mila km attraverso otto paesi di due continenti, percorsi in tre mesi senza consumare una sola goccia di benzina o diesel.
Marek ha ricaricato le batterie 53 volte e calcolato un’autonomia media di circa 250 km dopo ogni ciclo di carica.
Il sito Askanews riporta una dichiarazione di Marek: “Questo viaggio non ha come unico obiettivo quello di arrivare a destinazione, ma si propone di dimostrare le potenzialità della mobilità elettrica nell’ottica della maggiore sostenibilità. Nissan LEAF si è rivelata un partner sempre affidabile, sia nelle zone sperdute della Russia, che negli sterrati mongoli o nelle trafficate strade di Tokyo”. L’auto e le tecnologie come il ProPILOT (la guida assistita) hanno dato prova di notevoli capacità anche in situazioni di guida difficili e persino in aree remote con infrastrutture . “Nissan LEAF mi ha dato l’opportunità di rispettare il mio impegno e di viaggiare a zero emissioni” ha aggiunto Marek. “Quindi mi auguro che questa avventura sia un passo in avanti verso una mobilità sostenibile.
Marek Kaminski deteneva già un record per essere stato il primo uomo a raggiungere il Polo Nord il e Polo Sud nello stesso anno, ora può aggiungere al suo palmarès questa nuova impresa.

Per maggiori informazioni sul viaggio potete cercare su Twitter l’hashtag #NoTraceExpedition.

Fonti:

http://www.ecoblog.it/post/175910/auto-elettriche-con-nissan-leaf-16-000-km-dalla-polonia-al-giappone

http://www.askanews.it/cronaca/2018/08/27/nuova-nissan-leaf-percorre-16-000-km-a-zero-emissioni-pn_20180827_00173/

Fonte imm: Youtube

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I mattoncini Lego dicono addio alla plastica

People For Planet - Dom, 10/14/2018 - 16:57

Lego: entro il 2030 solo mattoncini ecologici in grado di resistere alle temperature elevate (e al mignolo del piede).

Lego è l’azienda che più di tutte deve il proprio successo alla plastica. Eppure, il colosso danese si è dato un obiettivo: entro il 2030 ogni prodotto Lego, compreso il packaging, sarà totalmente fatto da materiali ecologici. Lego, che è partner di Wwf, ad agosto 2018 ha lanciato un’iniziativa con l’intento di promuovere la svolta green e i nuovi mattoncini composti al 98% di bioplastica, per la precisione di polietilene ottenuto dall’etilene che si ricava dalla pianta della canna da zucchero. Per quanto eco-friendly, i nuovi mattoncini, che pure soddisfano i requisiti richiesti da Wwf per garantire l’approvvigionamento sostenibile della canna da zucchero, non sono ancora biodegradabili.

“Vogliamo avere un impatto positivo sul mondo che ci circonda e stiamo lavorando duramente”, ha detto Tim Brooks, Vice Presidente del dipartimento di Responsabilità Ambientale del Gruppo Lego. Il progetto è ambizioso: il materiale dei mattoncini del futuro dovrà resistere alle temperature di Paesi caldi come l’Arabia Saudita (il mercato Lego è globale) e al contempo prestarsi per la realizzazione di pezzi che siano anche flessibili, non solo rigidi. 130 sono gli esperti chiamati a raccolta da Lego, 200 i materiali finora studiati, e 130 i milioni di euro già stanziati. Non esattamente un gioco da ragazzi.

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I mattoncini Lego dicono addio alla plastica

People For Planet - Dom, 10/14/2018 - 16:42

Lego: entro il 2030 solo mattoncini ecologici in grado di resistere alle temperature elevate (e al mignolo del piede).

Lego è l’azienda che più di tutte deve il proprio successo alla plastica. Eppure, il colosso danese si è dato un obiettivo: entro il 2030 ogni prodotto Lego, compreso il packaging, sarà totalmente fatto da materiali ecologici. Lego, che è partner di Wwf, ad agosto 2018 ha lanciato un’iniziativa con l’intento di promuovere la svolta green e i nuovi mattoncini composti al 98% di bioplastica, per la precisione di polietilene ottenuto dall’etilene che si ricava dalla pianta della canna da zucchero. Per quanto eco-friendly, i nuovi mattoncini, che pure soddisfano i requisiti richiesti da Wwf per garantire l’approvvigionamento sostenibile della canna da zucchero, non sono ancora biodegradabili.

“Vogliamo avere un impatto positivo sul mondo che ci circonda e stiamo lavorando duramente”, ha detto Tim Brooks, Vice Presidente del dipartimento di Responsabilità Ambientale del Gruppo Lego. Il progetto è ambizioso: il materiale dei mattoncini del futuro dovrà resistere alle temperature di Paesi caldi come l’Arabia Saudita (il mercato Lego è globale), e al contempo prestarsi per la realizzazione di pezzi che siano anche flessibili, non solo rigidi. 130 sono gli esperti chiamati a raccolta da Lego, 200 i materiali finora studiati, e 130 i milioni di euro già stanziati. Non esattamente un gioco da ragazzi.

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Lodi, Riace, Verona: un brutto momento per l’Italia

People For Planet - Dom, 10/14/2018 - 11:07

Lodi: il Sindaco con un pretesto – la richiesta ai genitori di un certificato impossibile da ottenere dai Paesi di origine – discrimina i bambini che frequentano le scuole della città non nati in Italia, impedendo loro di poter frequentare la mensa scolastica assieme agli altri.

Riace: il Ministero degli Interni insiste ad accusare il Comune – lo stesso citato come esempio da seguire, tra i tanti, dalla rivista Fortune e dal quotidiano il Sole 24 Ore – di irregolarità nella gestione dei migranti ospitati e ne ordina la deportazione.

Verona: il Consiglio Comunale della città vota una mozione contro il diritto delle donne ad autodeterminarsi sul tema dell’aborto e si impegna a finanziare le organizzazioni antiabortiste.

È un brutto momento per l’Italia, stanno accadendo gesti di intolleranza sempre più diffusi, gesti che pochi anni fa sarebbero stati impensabili.

Ma possiamo farcela. A Lodi è partita una eccezionale gara di solidarietà a favore dei bambini discriminati attraverso una raccolta fondi a loro favore; Riace è stata oggetto pochi giorni fa di una grande manifestazione a sostegno del suo Sindaco Mimmo Lucano e l’ordine del Ministero degli Interni può essere impugnato; la delibera di Verona è stata accolta da una ondata unanime di proteste da parte delle organizzazioni che si occupano dei diritti delle donne e della parità di genere.

È necessario che l’Italia che crede nella uguaglianza, nella fratellanza, nella libertà si faccia sentire in tutte le sedi.

Fonte imm: TheNational

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Diébédo Francis Kéré: una storia africana

People For Planet - Dom, 10/14/2018 - 01:01

Diébédo Francis Kéré nasce nel 1965 nel villaggio di Gando, in Burkina Faso, e per studiare prima va a vivere nella capitale Ouagadougou e poi, grazie a una borsa di studio, si laurea in architettura in Germania, dove costituisce l’associazione Schulbausteine für Gando per sostenere lo sviluppo del suo Paese.
In Burkina Faso le case sono in balia della natura. A volte arriva un acquazzone e spazza via tutto…” racconta Kéré. “Fin da piccolo mi faceva arrabbiare vedere con quanta fatica la gente del villaggio costruiva qualcosa, che poi veniva distrutto in un battito di ali. Per questo ho scelto di studiare architettura, per portare stabilità e armonia là dove mancava”.

Con i fondi raccolti attraverso la sua associazione inizia nel 2000 la costruzione della prima scuola proprio a Gando, suo villaggio natale, coniugando quello che ha imparato in Germania con i metodi tradizionali di costruzione del Burkina Faso.
La scuola è costituita da blocchi di terra cruda compressa, a cui si aggiunge un doppio tetto, sollevato rispetto all’edificio da una capriata d’acciaio, così che l’aria possa fluire libera riparando comunque l’edificio dalla pioggia.
Kéré ci mette un po’ a spiegare agli abitanti del villaggio il proprio progetto, ma quando li convince diventano i suoi più abili ed entusiasti collaboratori. Tutti partecipano alla costruzione della scuola: uomini, donne e bambini.
Semplice, essenziale e magnifica, la realizzazione della scuola vale a Kerè il Premio Aga Khan per l’Architettura nel 2004.
Negli anni successivi la sua fama cresce, i suoi lavori vengono esposti al Moma di New York, realizza il Volksbühne Satellite Theater di Berlino, e altre cinque installazioni tra cui i londinesi Sensing Spaces Pavilion (2013-2014) e Serpentine Gallery Pavilion (2016-2017).

Ma la sua grande passione resta l’Africa.
Negli anni successivi la scuola di Gando è stata ampliata, sono stati aggiunti un giardino, gli alloggi per i docenti, un centro di aggregazione per donne, una biblioteca, la scuola secondaria. Man mano che i progetti si sviluppano, Kerè usa nuovi materiali, cercando di ridurre al minimo quelli più costosi, come l’acciaio, ad esempio.
In seguito sono state costruite altre scuole in altri villaggi e un centro medico ai confini con il Ghana; vi sono poi progetti ad ampio respiro, come quello che prevede la realizzazione di una piantagione di alberi di mango per soddisfare il fabbisogno vitaminico di una popolazione che si nutre soprattutto di miglio bollito, scarso di valori nutrizionali.

Istruzione, cibo per l’anima e cibo per il corpo. Così l’Africa può ritornare agli africani.

Fonti:
http://www.floornature.it/diebedo-francis-kere-5663/
http://www.abitare.it/it/ricerca/pubblicazioni/2018/07/13/francis-kere-una-monografia/

Fonte imm: http://www.kere-architecture.com/

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Ricordando Dario - 13 Ottobre

Il blog di Dario Fo - Sab, 10/13/2018 - 11:05

Oggi, 13 ottobre 2018, ti vogliamo ricordare con questo pezzo tratto dal libro "Il paese dei Mezeràt: i miei primi sette anni (e qualcuno in più)"

Avevo due nonni. Il primo, il padre di mio padre, un vero gigante, misurava quasi un metro e novanta. Di mestiere aveva sempre fatto il muratore, il “comasin”, da faber cum macina cioè operai che agiscono servendosi di macchine: trabattelli, centine mobili, gru, argani e via dicendo. Forse il pensare meccanico mi si è infilzato nel Dna insieme al paradosso del cantastorie, cosicché, di continuo, mi ritrovo sbattuto fra un razionale rigore e il surreale più sbilenco. (…) L’altro mio nonno stava in Lomellina, a Sartirana. Il suo soprannome era Bristìn, che vuol dire “seme di peperone”. Ho scoperto quasi subito la ragione di quel titolo: le battute e i commenti di mio nonno piccavano lingua e stomaco di chiunque si trovasse a ingoiarle. Nonno Bristìn faceva l’ortolano. Non solo coltivava legumi, verdura e frutta, ma li andava anche a vendere in paese e soprattutto nelle fattorie e nei cascinali della zona. Come se lo stessero aspettando, da ogni lato ecco che spuntano donne e bambini e vengono incontro al carro del Bristìn. Lui le saluta tutte per nome e per ognuna ha una battuta complimentosa o ironica, sempre con uno sfondo di bonario sfottò. Il tutto provocando grasse risate con esplosioni in falsetto e vere e proprie crisi di ridarola. Era chiaro che tutte quelle clienti venivano in così gran numero intorno al suo carro soprattutto per godersi lo spettacolo di quello spassoso ciarlatore. Ma il Bristìn non giocava solo alla buffoneria. All’improvviso scoprivi che il suo orto era un’accademia della scienza agraria. A parte gli innesti d’alberi, aveva realizzato matrimoni incredibili fra razze diverse di pomodori, peperoni e cetrioli. (…) “Ma quante cose sai tu, nonno!”, e lui rispondeva “Sono solo un gran curioso che non s’accontenta facilmente. Tutto in natura ha un linguaggio: il gestire, il gesticolare della gente, il modo di camminare, di sedersi, di mangiare, di dare la mano, il modo di usare la voce e di articolare le parole…tutto è un’enciclopedia di segnali impagabili. Ogni intuizione nasce sempre dall’innesto di nozioni diverse, spesso opposte, come si fa con l’incrocio delle piante, per arrivare alla conoscenza, al sapere.” Luciano di Samosata diceva: “Tutto dipende dai maestri che hai avuto. Ma attento, spesso i maestri non sei tu a sceglierteli, sono loro che scelgono te!”. Mio nonno Bristìn mi aveva scelto come suo allievo di clowneria tenendomi in groppa a quel gigantesco bertocco, un enorme cavallo da tiro, manco fossi lo gnomo Patapò!
(Dario Fo in Il paese dei mezaràt)

 

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Samantha Cristoforetti diventa una Barbie

People For Planet - Sab, 10/13/2018 - 04:10

Sono molto contenta che oggi le Barbie rappresentino proporzioni fisiche realistiche e dimostrino che tutte le esperienze professionali sono accessibili alle donne così come agli uomini“. Così l’astronauta italiana Samantha Cristoforetti ha commentato l’uscita di una bambola Barbie che riproduce le sue fattezze, con tanto di tuta dell’Esa, l’agenzia spaziale europea. “Spero sia d’ispirazione per far capire alle bambine che devono sognare senza porsi limiti che non hanno ragione di essere“, ha detto Samantha.

In effetti è proprio questo lo scopo della popolare bambola, che per molti anni è stata sinonimo di bellezza di plastica, impossibile, con proporzioni innaturali. Negli ultimi anni invece Barbie ha modificato le fattezze di alcune bambole per renderle più “umane“, ha aggiunto gradazioni di pelle e creato una linea con Barbie che svolgono moltissime professioni.
C’è anche un filone di bambole ispirate a donne reali, dove, per citarne solo alcune, ci sono la campionessa Usa Ibtihaj Muhammad, con la tuta da scherma e l’hijab, l’artista messicana Frida Kahlo, la boxeur inglese Nicola Adams OBE, la pioniera del volo Amelia Earhart, la giornalista polacca Martyna Wojciechowsk, la nostra capitana della Nazionale di calcio femminile e della Juventus Sara Gama, nata in Italia da padre congolese e madre triestina, ed ora c’è anche Samantha Cristoforetti, la donna che ha passato più giorni nello spazio.

Il curriculum di Samantha non si può sintetizzare e lascia sempre senza parole: ingegnere aerospaziale, ufficiale pilota dell’Aeronautica militare, parla cinque lingue, è ambasciatrice Unicef. Ha superato selezioni con migliaia di candidati e poi è andata nello spazio, e probabilmente ci tornerà.
Quando la intervistano, quando parla in pubblico, è sempre molto attenta a dire cose che ispirino chi ascolta ed è pronta a rispondere a tono quando le vengono rivolte domande sessiste o anche sciocche.

Il fatto che abbia scelto di prestare la sua immagine a questa Barbie, e che nello spot spieghi che bisogna credere in se stesse, impegnarsi ed essere un po’ fortunate, è un messaggio semplice e forte, e comunque lontano anni luce dalla Barbie del 1965 accessoriata con il libro della dieta. Che ci piaccia o meno la Barbie, che ci piaccia o meno il brand che la produce, che periodicamente finisce nel ciclo delle polemiche per vari motivi, tra cui qualche volta per le condizioni di lavoro delle sue fabbriche, bisogna ammettere che è un passo avanti.

Il messaggio per le bambine è semplice, perché è così che bisogna parlare ai bambini: se ti impegni e ci credi potrai andare anche nello spazio. Poi agli adulti però bisogna mandare il messaggio che devono fare in modo che queste bambine, in tutte le parti del mondo, possano farlo. E’ più complesso, ma non possiamo deludere le nostre figlie.

Fonti imm: Advertiser, TgCom24

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Msc Crociere: stop alla plastica monouso entro marzo 2019

People For Planet - Sab, 10/13/2018 - 02:54

Eliminare del tutto l’uso di tutti gli articoli in plastica monouso sia a bordo delle navi sia a terra, sostituendoli con soluzioni ecocompatibili: è l’impegno di Msc crociere annunciato oggi a Ginevra.
Data obiettivo per l’abolizione della plastica monouso, fissato nell’ambito del Plastics Reduction Programme: marzo 2019.
La compagnia, riorganizzerà anche le cucine di bordo e i processi di preparazione del cibo per eliminare la plastica anche dalle monoporzioni (pirottini, confezioni di marmellata o yogurt).
Un primo passo concreto già intrapreso dalla Compagnia vedrà, entro la fine del 2018, la sostituzione di tutte le cannucce di plastica con alternative compostabili e biodegradabili al 100%.

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Ricordando Dario Fo

People For Planet - Sab, 10/13/2018 - 02:48

Non so cosa darei per un’altra serata con lui mentre raccontava del suo ultimo progetto, con una passione sempre uguale sia che parlasse di uno spettacolo sull’attualità che della vita di un grande artista del passato.

Diceva della vita che era: “Una meravigliosa occasione fugace da acciuffare al volo tuffandosi dentro in allegra libertà”.

E nella vita Dario si è proprio tuffato e per quanto riguarda la libertà… beh, non c’è da discutere.
Autore, attore, drammaturgo, pittore, mille i volti del nostro premio Nobel preferito, diceva:
“Gli autori negano che io sia un autore. Gli attori negano che io sia un attore. Gli autori dicono: tu sei un attore che fa l’autore. Gli attori dicono: tu sei un autore che fa l’attore. Nessuno mi vuole nella sua categoria. Mi tollerano solo gli scenografi”.

Affermava anche di essere un pittore prestato al teatro. Aveva un forte spiritualità pur dichiarando di essere ateo e a questo proposito nel libro “Dario Fo e Dio” scritto con Giuseppina Manin scrive: “Se siete in crisi, vi sbattete in ginocchio e pregate il Signore, i santi e la Madonna che vi vengano a tirar fuori. Noi atei, al contrario, non ci possiamo attaccare a nessun Santissimo. Per le nostre colpe dobbiamo rivolgerci solo alla nostra coscienza”.

E quante battaglie hanno combattuto lui e Franca per il diritto di informare: “Fermare la diffusione del sapere è uno strumento di controllo per il potere perché conoscere è saper leggere, interpretare, verificare di persona e non fidarsi di quello che ti dicono. La conoscenza ti fa dubitare. Soprattutto del potere. Di ogni potere.”
E anche: “In tutta la mia vita non ho mai scritto niente per divertire e basta. Ho sempre cercato di mettere dentro i miei testi quella crepa capace di mandare in crisi le certezze, di mettere in forse le opinioni, di suscitare indignazione, di aprire un po’ le teste. Tutto il resto, la bellezza per la bellezza, non mi interessa”.

A chi cercava di imbrigliare la satira, o faceva dei distinguo su cosa era o non era satira rispondeva: “È un aspetto libero, assoluto, del teatro. Cioè quando si sente dire, per esempio, “è meglio mettere delle regole, delle forme limitative a certe battute, a certe situazioni”, allora mi ricordo una battuta di un grandissimo uomo di teatro il quale diceva: “Prima regola: nella satira non ci sono regole”. E questo penso sia fondamentale. Per di più ti dirò che la satira è un’espressione che è nata proprio in conseguenza di pressioni, di dolore, di prevaricazione, cioè è un momento di rifiuto di certe regole, di certi atteggiamenti: liberatorio in quanto distrugge la possibilità di certi canoni che intruppano la gente” (da un’intervista di Daniele Luttazzi nel programma Satyricon, puntata 11, 4 aprile 2001).

E raccontava le vicende degli ultimi, le bugie della storia raccontata dai vincitori. E sempre, sempre, utilizzando lo strumento della risata. Perché a ridere si comincia fin da piccoli e il riso è sacro: “Nelle tradizioni delle culture più primordiali una delle pratiche principali atte ad accogliere i neonati alla vita era il rituale di farli ridere. Danze, canti, gesti, movimenti, azioni collettive: tutti si impegnavano a trovare ogni strategia possibile finché il bambino rideva. E questo capitava normalmente presto, perché il bambino ha nelle sue corde questo tipo di approccio con la realtà. Il rimbalzo dello scherzo, della battuta, il gioco della beffa, del rovesciamento per ritornare “in piedi”, il paradosso è il linguaggio naturale del bambino: è come se oltrepassasse la verità con una sua visione personale e comprende l’assurdo attraverso le risate. Così è nata l’intelligenza, quella vera. Così nasce il senso più vero della cultura. Anche a pochi anni di vita, il bambino ha bisogno della finzione per raccontare qualcosa di suo: e per questo un attore deve sapere quando “parla” a dei bambini, perché insegna a loro, dà a loro gli strumenti per imparare più a fondo il gioco dell’ironia. O qualche volta si rende conto che il bambino l’ha già imparato, prima ancora che l’attore calchi il palcoscenico … quanto spesso capita che tra il pubblico i bambini ridano prima degli adulti o prima ancora che il paradosso abbia raggiunto l’apice comico? Perché i bambini studiano la realtà proprio attraverso il paradosso e ne valutano valori e limiti con questi strumenti.”

Grazie, Dario.

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Parte ufficialmente il progetto PlasticLess di Lifegate

People For Planet - Sab, 10/13/2018 - 02:44

Entra nel vivo il progetto LifeGate PlasticLess un’iniziativa concreta per la salvaguardia dei mari italiani, nei quali convogliano quasi 90 tonnellate di plastica ogni giorno.

Il primo dispositivo, adottato da Volvo Car Italia, è stato posizionato nel porto di Marina di Varazze (SV) seguito dall’installazione di altri due dispositivi a Marina di Cattolica (RN) e Venezia Certosa Marina (VE). Altro partner del progetto è Whirlpool EMEA che, per sottolineare il suo impegno volto alla riduzione dell’utilizzo di materiali plastici e alla diffusione di una cultura improntata al rispetto dell’ambiente, ha adottato due dispositivi Seabin installati in due porti marchigiani: il porto Marina dei Cesari di Fano (PU) e il Circolo Nautico Sambenedettese di San Benedetto del Tronto (AP).
I dispositivi Seabin sono in grado di catturare dalla superficie dell’acqua circa 1,5 chilogrammi di detriti al giorno e risultano particolarmente efficaci in aree come i porti, all’interno dei quali si creano punti di accumulo causati da venti e correnti marine.

Per maggiori informazioni sull’iniziativa clicca qui

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Ariana Grande e la dieta vegana

People For Planet - Sab, 10/13/2018 - 02:04

Se volete seguire la dieta di Ariana Grande il social giusto è Pinterest. E’ lì che, con costanza, Ariana la bella posta soprattutto frutta, verdura, avena e patate dolci. Questi sono i migliori amici alimentari della pop star americana dall’invidiabile forma fisica e dall’invidiabile successo.

Si parte al mattino con l’avena integrale e mandorle, un cereale celebre per i suoi superpoteri nutrizionali e utilissimo in un’alimentazione vegana perché ricco di calcio, tra le altre cose. Poi un super frullato di frutta.
A pranzo una bella insalata di cavolo crudo e verdure a volontà, con una patata dolce. Per merenda barrette proteiche e mirtilli, e a cena un’altra badilata di verdure, completata da legumi di ogni tipo, tofu, tempeh (un alimento a base di soia) e via dicendo.
A piacimento caffè con latte di mandorla, ma mai una bevanda gassata (per via dell’alto contenuto di zuccheri). Ariana ama provare frutti esotici strani come il dragon fruit ma soprattutto ama i beveroni: latte di cocco, frullati vari, te, caffe.
La giovane star controlla che il suo contapassi arrivi almeno a 10mila ogni giorno, come aggiunta all’allenamento quotidiano.

L’orgoglio vegano trapassa le pagine social, e si vede subito che si gode appieno quella sua scelta di vita: i suoi scatti racchiudono tutta la goduria di questo mondo attorno a un piatto di fagioli cinesi o a una forchettata di alghe, lei si mostra curiosa e aperta al nuovo ma anche affezionata alle sue radici (avena e patate).

Di tanto in tanto esprime il proprio orgoglio vegano, ma anche bio e reducetariano (un recente movimento alimentare che limita il consumo il carne), riferendosi a quando era una bambina e già limitava il consumo di alimenti animali. Emblematico il numero di 850mila like per il post seguito alla visita a un santuario di animali, realtà sempre più presenti anche in Italia e dove volontari crescono animali strappati, in vari modi, al macello.

La dieta vegana non è una moda ma ama la moda, ed è riamata. Alcuni nomi di star che abbracciano spesso e volentieri, per lunghe parentesi, o da decenni, la dieta che evita animali e derivati dagli animali: Beyonce, Demi Lovato, Miley Cyrus, Alanis Morissette.

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