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Rafanata

CuoreBasilicata - Mar, 02/04/2020 - 15:23
Livello di difficoltà: BASSOCosto: BASSOTipologia: ANTIPASTI, CONTORNIINGREDIENTI
  • 6 uova
  • 6 cucchiai di rafano grattugiato
  • 4 cucchiai di pane raffermo sbriciolato
  • 3 cucchiai di formaggio pecorino grattugiato
  • olio extravergine di oliva (in alternativa strutto) q.b.
  • sale q.b.
PREPARAZIONE

Decorticate il rafano e grattugiatelo in una ciotola.

A parte sbattete le uova.

Amalgamate alle uova il pane raffermo sbriciolato, il formaggio pecorino, il rafano grattugiato, un filo d’olio EVO e un pizzico di sale.

Ungete una terrina con dell’olio o in alternativa con dello strutto. Versatevi il composto (lo spessore della “frittata” dovrà essere di almeno 2 cm).

Infornate per 10-15 minuti: la rafanata sarà pronta quando avrà assunto una colorazione dorata.

CURIOSITÀ

La “rafanata” è un piatto della tradizione del carnevale lucano. Il termine deriva dal suo ingrediente principale, il rafano, una radice fortemente aromatica e balsamica. Nel potentino è definito ancora oggi “u tartuf’ d’i povr’ òmm” ovvero “il tartufo dei poveri”.
In alcune varianti vengono aggiunte patate e diverse tipologie di salumi locali.

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Gnummariedd

CuoreBasilicata - Mar, 02/04/2020 - 15:11
Livello di difficoltà: MEDIOCosto: BASSOTipologia: SECONDI PIATTI, CARNEINGREDIENTI
  • 400 g di intestini e animelle di capretto o agnello lattante
  • 1 spicchio d’aglio
  • lardo di maiale q.b.
  • prezzemolo q.b.
  • peperoncino q.b.
  • sale q.b.
  • olio extravergine di oliva
PREPARAZIONE

Lavate accuratamente gli intestini e le animelle, raschiate per rimuovere la parte scura e lasciateli in acqua fredda e sale per 12 ore.

Asciugate con un panno e mettete da parte le budelline e la rete. Avvolgete poi le interiora a mo’ di gomitolo.

Tagliate la rete in quattro parti da 20 cm circa. Dopodiché appoggiateci sopra le interiora, una fetta di lardo, un pizzico di sale, un filo d’olio, l’aglio, il prezzemolo e il peperoncino sminuzzati. Avvolgete e legate ben strette le budelline.

Sistemate infine gli involtini su di una griglia e arrostite sulla brace.

CURIOSITÀ

Una vera specialità gastronomica lucana, gli “gnummarieddi” o “gliummarieddi” sono gustosi involtini di interiora (generalmente di capretto o agnello lattante) conditi con peperoncino, aglio e prezzemolo.
Il termine dialettale deriva dal latino “glomus” ovvero gomitolo. Questa preparazione era molto diffusa un tempo nelle aree rurali, quando, tra i contadini, vi era la necessità di consumare anche le frattaglie.

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Prescrizione sì/no: 7 domande che forse ti stai facendo

People For Planet - Mar, 02/04/2020 - 15:00

Dopo quanto tempo scatta la prescrizione? 

I reati più gravi hanno tempi di prescrizione ormai siderali: l’associazione mafiosa si prescrive in 30 anni, idem la violenza sessuale, l’omicidio stradale fino a 45 anni, il disastro ambientale in 37 anni e sei mesi, la corruzione tra i 12 e i 15 anni, la rapina in 25 anni e la bancarotta in 18 anni. L’aumento dei tempi di prescrizione e di conseguenza la diminuzione degli imputati che ne beneficiano, è stato introdotto dopo la riforma Orlando. 

La prescrizione vale per tutti i reati? 

No, i reati che prevedono la pena dell’ergastolo sono imprescrittibili.

Nei processi per reati per i quali vale la prescrizione, la prescrizione è inoppugnabile? Scatta in automatico?

No. La cassazione può sempre decidere che il terzo grado di giudizio è inammissibile perché il ricorso è inaccessibile e bloccare la prescrizione. Succede con una certa frequenza.  

La legge Bonafede si applicherebbe alla maggior parte dei processi?

No. La legge Bonafede che sta dividendo Governo, maggioranza e l’intero sistema giuridico, riguarda una minima parte dei processi: le statistiche del Ministero della giustizia per il 2017 dicono che il 53% dei processi si è prescritto nella fase delle indagini preliminari – dunque per volontà del Pubblico Ministero o della Procura, senza nessun intervento dell’avvocato di difesa – e almeno un altro 22% nel corso del giudizio di primo grado, prima che la riforma possa avere efficacia (perché cancella la prescrizione dopo la sentenza di primo grado). Di fatto, la legge Bonafede si applicherebbe a poco meno di un quarto dei processi che oggi si prescrivono.

In breve, perché i c.d. “giustizialisti” sono a favore dell’abolizione della prescrizione? 

Coloro che più traggono giovamento dalla prescrizione sono coloro che si possono permettere avvocati e processi lunghi. I ricchi, i cosiddetti ‘colletti bianchi’, che grazie alla prescrizione rimangono impuniti senza scontare alcuna pena in carcere. Trenta anni fa è entrato in vigore il nuovo codice di procedura penale che ha allungato i tempi della giustizia.  Poi con la legge ex Cirielli – che si chiama così perché, secondo l’ex pm Piercamillo Davigo, l’onorevole proponente disse di non chiamarla più con il suo nome perché aveva orrore di ciò che era diventata – i tempi di prescrizione si sono dimezzati. Il risultato è che un sistema di prescrizione così ce l’hanno solo l’Italia e la Grecia. Non è vero che l’abolizione della prescrizione vale solo nei Paesi “barbari”. Negli Stati Uniti, con l’inizio del processo cessa di decorrere la prescrizione, come in Italia nel processo civile. Se si ritiene che i termini di prescrizione siano utili allora si accorcino prima del processo ma una volta che il processo comincia non si può fare una corsa contro il tempo.

In breve, perché i “garantisti” sono contrari all’abolizione della prescrizione?

La ragione per cui in Italia la prescrizione funziona ha a che vedere con le fondamenta della civiltà giuridica, finanche costituzionale, che poggiano sul principio in dubio pro reo: meglio un colpevole libero che un innocente in carcere. I verbali e le indagini svolte su richiesta del Pubblico Ministero sulla base delle quali l’imputato viene rinviato a giudizio talvolta registrano un grado di approssimazione sconcertante. Intercettazioni male interpretate, fraintendimenti, scambi di persona. La legge Bonafede, potrebbe aumentare i tempi del processo, con evidenti ricadute sociali, morali e pecuniarie a danno dell’imputato, e potrebbe addirittura sovvertire il principio in dubio pro reo

In Italia esiste la responsabilità civile dei magistrati? 

No. A differenza che in America e in Inghilterra, dove è prevista dal diritto anglosassone, il diritto romano non prevede, in caso di errori e/o abusi d’ufficio, responsabilità civile del magistrato. Il rovescio della medaglia della responsabilità civile, quando si svolgono professioni particolarmente delicate come quella del medico, del magistrato, è d’altra parte il rischio di ridurre la disponibilità degli attori ad assumersi rischi e azioni ad alto tasso di responsabilità. Esigere coraggio dai magistrati significa tuttavia ammettere che non basta che i magistrati si limitino a fare ciò che prevede la stessa legge: applicare la legge. Significa ammettere che il sistema giudiziario è in crisi. 

Immagine copertina tratta dal film The dogman di Matteo Garrone

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Giornata mondiale sul cancro: tra notizie buone e meno buone

People For Planet - Mar, 02/04/2020 - 12:52

Gli ultimi 50 anni hanno visto enormi progressi nella ricerca riguardo alla prevenzione e al trattamento del cancro: i decessi per tumore sono stati ridotti e in particolare i Paesi ad alto reddito hanno adottato programmi di prevenzione, diagnosi precoce e screening, che insieme a migliori trattamenti hanno contribuito negli anni compresi tra il 2000 e il 2015 a un aumento della sopravvivenza delle persone che si ammalano di tumore: in particolare è stata stimata una riduzione del 20% nella probabilità di mortalità prematura.

Il nuovo rapporto Iarc-Oms

I dati arrivano dal nuovo rapporto mondiale sul cancro redatto dalla Iarc in collaborazione con l’Organizzazione mondiale della sanità “World Cancer Report: Cancer Research for Cancer Prevention” pubblicato in occasione della Giornata mondiale contro il cancro che si celebra oggi.

Elisabete Weiderpass, direttore dello Iarc (International agency for research on cancer), spiega che la sfida dei prossimi anni sarà migliorare la sopravvivenza in chi si ammala di cancro anche nei Paesi a basso reddito, che tra il 2000 e il 2015 hanno visto una riduzione della mortalità solo del 5% (contro il 20% di quella registrata nelle nazioni più sviluppate). Perché l’obiettivo da raggiungere è che, relativamente ai progressi fatti in ambito scientifico contro il cancro, “tutti abbiano la possibilità di beneficiarne allo stesso modo”.

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Nei prossimi 20 anni 60% di casi di tumore in più

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, se le attuali tendenze negli stili di vita odierni continueranno il mondo vedrà un aumento del 60% dei casi di cancro nei prossimi venti anni, con il maggiore incremento nei Paesi a basso e medio reddito: una situazione in gran parte dovuta al fatto che questi paesi hanno dovuto concentrare le loro risorse sanitarie sulla lotta alle malattie infettive e sul miglioramento della salute materno-infantile, riducendo di conseguenza le risorse da destinare alla prevenzione, alla diagnosi e alla cura dei tumori.

Gli interventi da attuare per combattere il cancro

L’Oms spiega che mettendo in pratica alcune “buone pratiche per la salute” è possibile ridurre i casi di cancro: tra queste, eliminare l’uso del tabacco (responsabile del 25% dei decessi per cancro), vaccinarsi contro l’epatite B (per prevenire il cancro al fegato), sottoporsi allo screening e vaccinarsi contro il Papillomavirus umano, l’Hpv (per ridurre il rischio di cancro alla cervice).

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Sanremo green, in piazza un concorso a premi

People For Planet - Mar, 02/04/2020 - 12:15

Se siete tra i fan di piazza di Sanremo, potrebbero capitarvi domande sulla plastica e su come riciclarla, in una sorta di concorso a premi istantaneo che mette in palio regali “musicali” in plastica riciclata, tra cui auricolari, cuffie e felpe.

Il riciclo musicale

“Cambia musica, non cambiare le buone abitudini” è la campagna video portata a Sanremo dal Corepla – il Consorzio Nazionale per la Raccolta, il Riciclo e il Recupero degli Imballaggi in Plastica – che sarà visibile tra l’altro sui ledwall – i maxischermi a led – sparsi in tutta la città. Il video racconta come dalle buone prassi possano “rinascere” prodotti direttamente collegati alla musica e al cinema.

Vista l’amplissima risonanza della kermesse sanremese, la speranza è che si diffondano ulteriormente in Italia le buone abitudini legate al riciclo. Durante tutti i giorni della manifestazione canora verrà distribuito materiale informativo sull’importanza di un corretto riciclo degli imballaggi in plastica.

Una finestra importante

“Uno dei nostri principali mandati è quello di sensibilizzare e informare l’opinione pubblica sulla necessità di guardare alla plastica come a una risorsa da valorizzare e non un rifiuto da demonizzare – ha sottolineato Antonello Ciotti, Presidente Corepla – per questo abbiamo ritenuto organico a questa nostra missione sfruttare l’enorme seguito di pubblico che genera il Festival di Sanremo. Quanto più si amplia il raggio di consapevolezza che per procedere verso modelli di economia circolare è necessario il contributo quotidiano di tutti, tanto più efficace e produttiva sarà la nostra azione. I principi di riciclo e riuso sono divenuti imperativi oramai ineludibili per garantire un futuro di vivibilità al nostro pianeta, e Corepla è fortemente impegnato su questo fronte con sempre maggiore vigore, la ricerca di soluzioni innovative e tecnologicamente avanzate, oltre che una visibilità costruttiva, nonché creativa”.

Il Consorzio sarà partner di Rai Radio 2, emittente ufficiale del Festival, con uno spot realizzato da Filippo Solibello, “storico” autore e conduttore di Caterpillar. Sarà lui a girare per la piazza facendo domande sul riciclo ai presenti.

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Ragazza disabile blocca il tram, l’Atac la denuncia

People For Planet - Mar, 02/04/2020 - 09:56

La storia la racconta Il Fatto Quotidiano , riguarda la linea 5 del tram che transita per Piazza Maggiore a Roma.

Capita infatti molto spesso che i mezzi pubblici non siano attrezzati per il trasporto delle persone in carrozzina e  questo obbliga chi deve spostarsi ad attendere anche per ore che passi il bus o il tram giusto per poter salire.

È quello che è successo anche a Concetta per l’ennesima volta il 13 gennaio. Doveva andare a Tor Vergata per frequentare un corso regionale e quando si è vista passare davanti il terzo tram senza poter salire si è piazzata davanti alle rotaie con la sua carrozzina fermando il traffico.

A questo punto l’Atac l’ha denunciata per interruzione di pubblico servizio.

Intervistata da Renato La Cara, Concetta si è sfogata: «Il mio tempo ha un valore prezioso come quello di tutti del resto. La mia giornata non è composta da 72 ore. Vorrei evidenziare che i mezzi dell’Atac fanno ritardi continui e ci sono tanti reclami che provano questo stato di evidente disagio diffuso». 

Basterebbe che ci fosse un solo gradino

I tram inaccessibili per Concetta sono quelli che hanno tre scalini per salire, infatti, come racconta lei stessa: «Io non aspetto quello con la pedana perché tram con pedana non ce ne sono, aspetto quello col male minore ovvero un solo gradino”.

E anche il 30 gennaio ne sono passati cinque prima di vederne uno accessibile. E questa è la normalità di tutti i lunedì da ottobre a oggi, c’è da far perdere la pazienza a un santo.

Chi deve chiedere scusa?

 «Io mi assumo la responsabilità di aver bloccato l’ennesimo tram vecchio di decenni e non accessibile ancora in circolo a Roma» afferma Concetta «Ma Atac dovrebbe chiedermi scusa per 12 anni interi, per tutte le volte che sono rimasta a terra, per tutte le volte che me ne sono tornata a casa senza arrivare mai alla meta che mi ero prefissata». 

Sarà interessante vedere come va a finire.

Foto di moritz320 da Pixabay

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Il tipografo che ha fermato il tempo

People For Planet - Mar, 02/04/2020 - 07:00

Via dell’Anticaglia, Napoli. Se passate a quelle parti fermatevi a visitare il museo di Carmine Cervone, il museo della tipografia più piccolo del mondo, un vero tuffo nel passato e nella Storia.

Come e perché è nato? flowplayer.conf.analytics = "UA-11693000-17"; flowplayer.conf.container = "#player_393"; p = flowplayer(flowplayer.conf.container, { splash: 'https://cdn.peopleforplanet.it/v/video/393/output/thumb.jpg', aspectRatio: "16:9", key: '$995340359991288', clip: { sources: [ { type: 'application/x-mpegurl', src: 'https://cdn.peopleforplanet.it/v/video/393/output/Museo-tipografia-piccolo-mondo.mp4_master.m3u8' }, { type: 'video/mp4', src: 'https://cdn.peopleforplanet.it/v/video/393/Museo-tipografia-piccolo-mondo.mp4' } ] } })

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Solidarietà alle comunità cinesi

People For Planet - Lun, 02/03/2020 - 15:00

Milano, Firenze, Prato sono solo alcune delle città che si stanno organizzando per dimostrare anche in modo concreto solidarietà al popolo cinese in questa situazione di grave emergenza.

Come diceva ieri sera il prof. Burioni nel corso del programma televisivo di Fabio Fazio su Rai2: il virus in Italia non c’è. I due casi a Roma sono stati isolati e non se ne sono verificati altri. Rimane la massima attenzione, com’è ovvio, ma atti di allarmismo ingiustificato non hanno senso.

Ridotti del 50% i clienti ai ristoranti cinesi

La paura non motivata del contagio ha ridotto in maniera significativa – oltre il 50% – le presenze nei ristoranti e nei negozi cinesi di tutta Italia, e a niente serve la certezza che il virus non si trasmette con il cibo, né con gli oggetti.

Per arginare la psicosi in alcune città si stanno organizzando eventi e iniziative allo scopo di tranquillizzare la  cittadinanza: a Milano nella Chinatown di via Paolo Sarpi il 31 gennaio è stato organizzato un pranzo a base di ramen e costine al quale hanno partecipato l’assessora Cristina Tajani e il segretario generale di Confcommercio Marco Barbieri, per poi proseguire sabato sera con la sezione Milano Metropolitana del Pd che ha invitato la cittadinanza a andare a cena ieri sera a Chinatown.

Sabato mattina lo stesso sindaco Beppe Sala per il tradizionale appuntamento delle “colazioni con il sindaco” ha invitato i milanesi a raggiungerlo in via Paolo Sarpi. E se non bastasse ieri è stato organizzato anche un mercatino di abiti e accessori per raccogliere fondi.

Lo scorso fine settimana sarebbe stato celebrato il capodanno cinese, la festa è stata annullata a Milano come a Prato e in altre città d’Italia e i fondi destinati alla celebrazione dirottati per acquistare materiale sanitario da inviare in Cina.

#abbracciauncinese a Firenze

Dario Nardella ha lanciato l’hashtag sui social con un videomessaggio per esprimere solidarietà alla comunità cinese «È giusto avere attenzione e precauzione e seguire le indicazioni delle autorità sanitarie per il coronavirus» spiega Nardella, «ma quello che non è accettabile è il terrorismo psicologico e lo sciacallaggio che alcuni fanno per trovare soltanto una scusa per l’odio e l’esclusione. Invece noi siamo vicini alla comunità cinese in questa battaglia comune». 

Il messaggio del Sindaco fa seguito  a un’iniziativa dell’Unione giovani italo-cinesi. In piazza della Signoria un ragazzo bendato esponeva un cartello con scritto:

«Sono cinese, sono italiano: ma abbracciami come essere umano»

«Il messaggio» spiega l’Ugic «è che in fondo siamo tutti semplicemente esseri umani e dovremmo abbracciarci per solidarietà e amicizia, sconfiggendo così i pregiudizi e gli stereotipi spesso generati dalla superficialità della società e dei mezzi di comunicazione di massa».

A Roma le prenotazioni solidali

La paura colpisce anche gli italiani e in particolar modo il Grand Hotel Palatino rimasto completamente vuoto dopo i due casi di coronavirus certificati.

L’albergo, otto piani in pieno centro, rischiava il tracollo economico ma nelle ultime ore sono arrivate le “prenotazioni solidali” da direttori, camerieri e tutti gli altri colleghi delle strutture concorrenti. «Si tratta di prenotazioni di sostegno, un gesto di solidarietà verso questa struttura e i tanti dipendenti che hanno paura di perdere il lavoro» afferma Giuseppe Roscioli, presidente di Federalberghi Roma «Si prenota e si paga una stanza ovviamente senza l’ obbligo poi di presentarsi. È un modo per tamponare l’emergenza aspettando che passi questo momento e tutto torni alla normalità».

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I benefici della soia: quella fermentata allunga la vita

People For Planet - Lun, 02/03/2020 - 14:54

Un nuovo studio pubblicato sul British Medical Journal ha dimostrato che i prodotti a base di soia fermentata come miso e salsa di soia possono aiutare le persone a vivere più a lungo.

Nel corso dello studio, che è parte di una ricerca di più ampia portata che ha coinvolto 11 centri di salute pubblica in tutto il Giappone, i ricercatori hanno esaminato le caratteristiche nutrizionali di oltre 138 prodotti tra alimenti e bevande e raccolto per oltre 15 anni i dati relativi alla salute, allo stile di vita (compreso il fumo) e alle abitudini alimentari di oltre 92.915 uomini e donne giapponesi di età compresa tra 45 e 74 anni. Hanno quindi analizzato il ​​consumo di prodotti a base di soia fermentata come miso, salsa di soia e tempeh e di alimenti a base di soia non fermentata come il tofu, e incrociato i dati con quelli della salute generale e della mortalità degli oltre 90 mila partecipanti allo studio.

Miso, salsa di soia, tempeh e natto

Dopo aver diviso le cause di morte in cinque voci – cancro, mortalità per malattie cardiovascolari, malattie cardiache, malattie cerebrovascolari, malattie respiratorie e lesioni – e aver esaminato un totale di 13.303 casi di decessi, i ricercatori hanno potuto constatare che le persone che mangiavano più prodotti a base di soia fermentata come miso, salsa di soia, tempeh e natto avevano maggiori probabilità di vivere più a lungo: l’assunzione di prodotti a base di soia fermentata è stata rilevata infatti inversamente associata alla mortalità – con il rischio diminuito del 10% – per tutte le cause in entrambi i sessi. In particolare il natto, alimento tipico della colazione giapponese, ha mostrato associazioni significative e inverse con la mortalità cardiovascolare sia negli uomini che nelle donne.

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Cinquanta grammi al giorno

Per quanto riguarda la quantità, gli studiosi hanno decretato che gli effetti benefici per le donne arrivano dal consumo di 46 grammi al giorno di questi alimenti, mentre per gli uomini i grammi devono essere circa 50. Esaminando il solo natto, i ricercatori hanno scoperto che mangiarne 26 grammi al giorno riduce il rischio di decessi del 24% negli uomini e del 21% nelle donne.

Fibre, potassio e isoflavoni

I ricecatori spiegano che dovranno esser condotti ulteriori studi per chiarire ilperché i prodotti a base di soia fermentata siano in grado di ridurre la nortalità per tutte le cause. Stando alle attuali conoscenze, spiegano che diversi sono i motivi che potrebbero stare dietro ai benefici indotti dal consumo di questi alimenti: il loro elevato contenuto di fibre, ma anche i ragguardevoli livelli di potassio, oltre alla presenza degli isoflavoni, composti dall’azione antiossidante.

I ricercatori precisano che la medesima riduzione del rischio di mortalità non è stata osservata con il consumo di prodotti a base di soia non fermentata, specificando che “il consumo di prodotti a base di soia fermentata offre benefici contro la mortalità che non sono stati osservati con i prodotti a base di soia non fermentati“.

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Vomero, in 72 ore ricostruito il campo da basket vandalizzato

People For Planet - Lun, 02/03/2020 - 12:30

150 volontari hanno rimesso a posto il campo di basket di Parco Montedonzelli, al Vomero, vandalizzato e chiuso da un anno e mezzo.

Il restauro è stato finanziato dallo statunitense Nick Ansom, 36enne di Los Angeles, presidente della Venice Basketball League, che di mestiere aggiusta i campetti di strada nel mondo e del 14enne napoletano Francesco Sow.

Il risultato è bellissimo anche perché il campetto è stato abbellito con due splendidi murales realizzati da Jorit e Luca Carnevale dedicati Kobe Bryant, il il campione dei Lakers scomparso in un incidente in elicottero, domenica 26 gennaio, con la figlia Gianna e altre sette persone.

Grazie a un passaparola sono arrivati 150 volontari: oltre a due fotografi e una regista che hanno documentato la trasformazione del campetto, decine di ragazzi, giardinieri, bambini e mamme che hanno sistemato tabelloni e canestri, rifatto le linee di gioco, verniciato i muri e raccolti ben 26 sacchi di rifiuti (rigorosamente differenziati).

Il campo è ora un gioiello, Kobe ne sarebbe stato orgoglioso.

Foto di Stefano Renna e Riccardo Siano

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Gli sciacalli sono in agguato e Bruxelles non li vede

People For Planet - Lun, 02/03/2020 - 12:00

La motivazione di facciata è da libro cuore.

Secondo l’Ue, per completare l’Unione bancaria è necessario affrontare la questione dei grandi stock di crediti deteriorati e quello di un eventuale accumulo futuro, così da ridurre ulteriormente i rischi e consentire alle banche di concentrarsi sull’erogazione di credito alle imprese e ai cittadini. Se gli istituti hanno in pancia molti Npl – sottolinea Bruxelles – i risultati possono essere inficiati per due motivi.

I crediti deteriorati

In primo luogo i crediti deteriorati generano meno entrate rispetto ai cosiddetti crediti in bonis riducendo la redditività della banca e possono causare perdite che riducono il capitale e, nei casi più gravi, mettendo in discussione la solvibilità di una banca con possibili implicazioni per la stabilità finanziaria.

In secondo luogo, gli Npl vincolano una quota importante di risorse, umane e finanziarie, diminuendo la capacità di erogare prestiti, anche nei confronti delle piccole e medie imprese.

Una torta appetibile per tutti

La verità è che, invece, la Direttiva europea Npl fa gola ai fondi speculativi, permettendo loro di vendere circa 500 miliardi di euro di crediti bancari acquistati a saldo negli ultimi 7 anni.

Una torta troppo appetibile anche per organizzazioni criminali, sciacalli e usurai che potrebbero, opportunamente mimetizzati, insinuarsi nel business

A questo punto voi giustamente starete pensando che i parlamentari europei, per prevenire il fenomeno, siano stati molto attenti in sede legislativa.

Invece si sono distratti un attimo e si sono dimenticati di affrontare il tema del rischio riciclaggio!

Rischio riciclaggio…

Il “riciclaggio”, ricordiamolo, inteso in maniera ampia e più generica rispetto al termine penale, indica il processo attraverso cui qualcuno nasconde l’esistenza, la fonte illegale, o l’illegale utilizzo di redditi, e poi camuffa questi redditi per farli apparire legittimi.

In generale quando si pensa a un soggetto che ricicla denaro sporco, si tende a immaginare un criminale che, dopo aver commesso reati di varia natura, tenta di ripulire il denaro così ottenuto per poterlo reinserire nell’economia lecita.

Ma non sempre è così.

Trattandosi, cosi come stabilito all’art. 648-bis c.p., di un reato comune, lo stesso può essere commesso da chiunque, compresi coloro che nella loro quotidiana attività lavorativa entrano in contatto con questo denaro sporco, come, ad esempio, i dipendenti di una banca, di società finanziarie o di un fondo speculativo.

Voi pensate che il requisito fondamentale per imputare un soggetto di riciclaggio sia la conoscenza, consapevole ed effettiva, della provenienza illecita del bene in questione?

Non è cosi.

In realtà, dimostrare il dolo dell’autore non è semplice.

Ecco quindi che la giurisprudenza, considerando il sempre maggior utilizzo di strumenti sofisticati per ripulire il danaro, ha ampliato sempre più i margini, fino a ricomprendere anche il semplice dubbio sulla provenienza, e la conseguente scelta di non evitare una possibile condotta di riciclaggio.

… e silenzio europeo

Ebbene di fronte a tutto ciò i parlamentari europei sembrano essere consapevoli ma hanno ritenuto opportuno mettere in stand by questo “problemino” e affrontarlo solo successivamente.

L’articolo 56 ter, infatti, stabilisce: “È opportuno che nel riesame della presente direttiva la Commissione includa anche una valutazione approfondita dei rischi di riciclaggio e di finanziamento del terrorismo associati alle attività svolte dai gestori di crediti e dagli acquirenti di crediti, nonché della cooperazione amministrativa tra autorità competenti”.

Valutazione che a oggi non esiste e chissà quando arriverà.

Misteri della fede.

Foto di Bruno /Germany

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Caschi verdi: Italia prima, offre il suo aiuto al mondo

People For Planet - Lun, 02/03/2020 - 11:52

Ventidue super esperti di varie discipline, che già lavora insieme a 7 progetti. Così il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa, ha presentato la nascita dei “caschi verdi”, una task force di esperti per un un programma sperimentale a cui sono destinati 2 milioni di euro dal 2020 al 2022.

Aree protette e siti Unesco

I caschi verdi saranno di supporto nelle aree protette e nei siti italiani riconosciuti dall’Unesco come patrimonio dell’umanità: stileranno piani di gestione, programmeranno attività di salvaguardia e valorizzazione, ma anche di comunicazione ed educazione ambientale.

«I 22 esperti – ha fatto sapere Costa – provengono dall’Ispra, ma stiamo interpellando le università, il Cnr, il Cufa”. Alla task force potranno prendere parte anche tutti coloro che «volontariamente, ma in servizio, intendono aderire mettendosi al fianco degli enti gestori per dare loro quel supplemento di esperienza che serve per tutelare al meglio gli scrigni della natura».

L’apertura agli altri enti e Ministeri

L’invito a entrare in squadra è rivolto a una serie di istituzioni pubbliche: alla Commissione Nazionale Italiana Unesco, ai ministeri delle Politiche agricole, dei Beni e delle attività culturali, dell’Istruzione, nonché a Enea, Cnr e Crea.

Una forza per «la pace ambientale»

La squadra potrebbe, nel caso ce ne fosse bisogno, essere anche di supporto «a tutti quei Paesi, soprattutto quelli più in difficoltà – dall’Africa Centrale, della fascia subsahariana del Sahel, alle piccole isole del Pacifico e alcuni Paesi asiatici, che già ce li hanno chiesti. Noi pagheremo tutte le spese perché l’intento è di salvaguardare la natura, in Italia e nel mondo. Siamo i primi al mondo a farlo».

La mission del team sarà «la pace ambientale». Un obiettivo complesso per assicurare il quale serve una squadra variegata. «Esperti di varie materie, dall’ingegnere ambientale al biologo e il naturalista. Ma anche il laureato in lettere che conosce dell’Unesco particolari condizioni che si integrano con la natura. E l’architetto del paesaggio, che insieme lavorino in squadra per poter presentare un piano di gestione di una tutela nuova degli scrigni della natura. È una cosa mai fatta al mondo. Io sono andato personalmente a negoziarlo dalla direttrice generale dell’Unesco a Parigi che è rimasta molto colpita da questa idea».

A cosa si lavora

L’idea diventerà a breve legge. Sono già stati avviati i primi sette progetti, in quattro Riserve Mab (Tepilora, Rio Posada e Montalbo; Cilento, Vallo di Diano, Alburni; Sila; Collina Po), due Patrimoni Unesco (Etna; Sito di Elea Velia; Parco Nazionale Cilento, Vallo di Diano e Alburni) e un Geoparco (Adamello Brenta).

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Affittasi cinese con la tosse!

People For Planet - Lun, 02/03/2020 - 08:14
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Attenzione: non tutte le bioplastiche sono uguali

People For Planet - Lun, 02/03/2020 - 07:00

Le usiamo per oggetti quotidiani, imballaggi e strumenti sanitari e sempre più spesso ce ne disfiamo dopo pochi minuti di utilizzo producendo rifiuti che durano decine di anni se non secoli, persistendo nell’ambiente anche quando non sono più visibili a occhio nudo, come testimonia l’allarme sulle microplastiche che sono entrate anche nella catena alimentare umana.

Con questo presupposto è evidente come da alcuni anni si stiano cercando alternative nella creazione di polimeri degradabili naturalmente nell’ambiente che al contempo non siano d’origine fossile: si tenga conto, infatti, che il settore delle plastiche utilizza ogni anno il 4% dei consumi complessivi di petrolio. Però prima di addentrarci nel mondo delle plastiche bio è necessario descrivere in che scenario ci muoviamo, perché “grande è la confusione sotto il cielo” e “la situazione, quindi, non è eccellente”, potremmo dire parafrasando Confucio.

Bioplastica ignota

La bioplastica, secondo l’European Bioplastic, l’associazione dei produttori europei di bioplastiche, può essere: a base biologica o fossile, ed essere o non essere biodegradabile.

Queste plastiche, pertanto, possono derivare anche parzialmente da biomasse e non essere biodegradabili; da fonti fossili ed essere biodegradabili; oppure derivare da biomasse ed essere biodegradabili.

Le uniche escluse quindi sono quelle che oggi vanno per la maggiore e che sono anche le più diffuse: quelle d’origine fossile non biodegradabili. E una puntualizzazione arriva da Assobioplastiche, l’associazione dei produttori e utilizzatori di bioplastiche italiane, che indica come non vengano inserite tra le bioplastiche quelle d’origine vegetale che non siano biodegradabili e compostabili. Già, perché tutto ciò che non sia biodegradabile, anche se di origine vegetale, può creare enormi problemi nel riciclo della frazione organica dei rifiuti solidi urbani e compromettere la creazione di compost di qualità per l’agricoltura.

Facciamo una comparazione concreta (e anche un po’tecnica). Il biopolietilene, per esempio si ottiene dal monomero di etilene prodotto dalla canna da zucchero – un brevetto italiano consente di estrarre etilene anche dalla canna comune coltivabile su terreni poco produttivi e non utilizzati per il cibo – e attraverso una serie di processi chimici diventa identico al polietilene d’origine fossile, e quindi non è biodegradabile. Discorso diverso per l’acido polilattico, chiamato anche PLA, ottenuto dall’amido di mais, dal quale si ricava destrosio che attraverso la fermentazione diviene acido lattico; questo si trasforma a sua volta in dilattide che attraverso un processo di polimerizzazione diventa alla fine un poliestere, mantenendo la biodegradabilità iniziale dell’amido di mais. Questi due esempi offrono un importante spunto di riflessione: l’essere o non biodegradabile dipende dalla struttura molecolare del prodotto finale e non dalla provenienza delle materie prime impiegate per la produzione delle bioplastiche.

Bioplastica per il clima

Definizioni a parte, dalla nostra discussione escluderemo anche quelle plastiche di derivazione fossili ma biodegradabili per questioni climatiche. Lo smaltimento di queste plastiche anche in maniera “bio”, infatti, immette nell’atmosfera CO2 che avrebbe dovuto restare sotto terra per non contribuire ai cambiamenti climatici. Oltre a ciò bisogna dire che i polimeri d’origine fossili e quelli provenienti dai vegetali possono essere spesso miscelati in proporzioni diverse. Cosa quest’ultima che aumenta le possibilità di combinazioni. Le bioplastiche che hanno il più alto grado di sostenibilità quindi sono, per esempio, il Pla, Pha, Phb, e quelle a base di amido, che sono anche biodegradabili e presentano quindi un alto valore di Lca (Life cicle assestement); a patto, e qui ancora le cose si complicano, che nella produzione, nel trasporto, nell’utilizzo e nello smaltimento si utilizzi energia rinnovabile. Nel caso dell’Italia se utilizziamo elettricità dalla rete per produrre la bioplastica dovremmo calcolare che solo il 34% circa dell’energia elettrica prodotta nel Bel Paese è di origine rinnovabile, mentre la restante emette CO2.

Bioplastica da batteri

Del Pla, il cui processo di produzione abbiamo già descritto, si fa fermentare il destrosio grazie a un batterio come il Lactobacillus o il Bacillus coagulans; tuttavia bisogna fare attenzione perché il prodotto finale non è biodegradabile a meno che sia sottoposto a idrolisi con determinate caratteristiche e allora, se rilasciato nell’ambiente, si biodegrada in un tempo compreso tra i 1 e 4 anni. Ma sia chiaro: questa non deve essere una scusa per abbandonare in giro imballaggi fatti in Pla.

Per un’altra bioplastica, il Pha, si mettono al lavoro i batteri. Attraverso una colonia batterica nutrita in maniera adeguata affinché si possa sviluppare si ottiene una buona quantità di biomassa, dopodiché si cambia dieta ai batteri per far loro sintetizzare direttamente il Pha. Certo, il processo è crudele visto che per estrarre i granuli di Pha alla fine bisogna distruggere le cellule dei batteri. Ma diciamo che si sacrificano per una buona causa. Il Pha, infatti, si può lavorare nei processi delle plastiche convenzionali, per cui c’è una sovrapposizione della filiera produttiva a valle della creazione della materia prima; inoltre può avere proprietà differenti, cosa che lo rende flessibile nell’utilizzo. Oltre a ciò il Pha è stabile ai raggi ultravioletti e possiede una bassa permeabilità all’acqua. Anche il Phb, un’altra bioplastica, è prodotta grazie ai batteri.

Bioplastica italiana

La bella notizia è che l’Italia – se non perde anche questo primato come nel caso del fotovoltaico – è tra i primi attori al mondo nel settore delle bioplastiche. La produzione del Mater-Bi di Novamont, che non è un’unica plastica, è infatti partita nel 1990 nello stabilimento di Terni con un produzione esigua di materiale pari a 4.000 tonnellate/anno. Si tratta di famiglia di bioplastiche biodegradabili basate sull’amido di mais che negli anni è stata perfezionata e arricchita per gli utilizzi più diversi fino ad arrivare al bicchierino per il caffè ImBio. E se vi sembra semplice fare un bicchierino per caffè biodegradabile avete un’idea sbagliata. Un prodotto di questo tipo, per essere competitivo sul fronte dell’utilizzo con quelli da fonti fossili, deve essere adatto all’uso alimentare, resistere all’umidità dell’aria per essere conservato in perfetta efficienza al momento dell’erogazione delle bevande calde nel distributore automatico, deve resistere per almeno due ore al contatto con i liquidi e a una temperatura di circa 70°C.

Insomma, si fa presto a dire bioplastica, ma non altrettanto a realizzarla e tantomeno a inserirla sul mercato.

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Coronavirus cinese: tre ricercatrici italiane isolano il virus, prime in Europa

People For Planet - Dom, 02/02/2020 - 19:13

Sta facendo il giro del mondo la notizia che tre scienziate italiane, Maria Rosaria Capobianchi, Concetta Castilletti e Francesca Colavita dell’INMI (Istituto Nazionale per le Malattie Infettive) Lazzaro Spallanzani hanno isolato il coronavirus cinese: l’annuncio è stato dato dal ministro della Salute, Roberto Speranza e del direttore dell’Istituto, Giuseppe Ippolito.

Si tratta, si legge sulla pagina Twitter dell’INMI, di un importante passo avanti che consentirà di accelerare la ricerca sul coronavirus. E simili sono le parole del Ministro, che nella conferenza stampa indetta nel pomeriggio di oggi, 2 febbraio, ha che aver isolato il virus “significa avere molte opportunità di poterlo studiare, capire e verificare meglio cosa si può fare per bloccare la diffusione. Sarà messo a disposizione di tutta la comunità internazionale. Ora sarà più facile trattarlo”.

Affermazione, quest’ultima, importante, dal momento che sembra che i dati di sequenza del virus, già individuati dai cinesi, non siano stati divulgati fuori dalla Cina.

Chi sono le 3 ricercatrici

Sicilia, Campania e Molise: sono le tre regioni “patria” delle scienziate che lavorano allo Spallanzani. Vantano curriculum di tutto rispetto: la biologa Capobianchi, specializzata in microbiologia, è la direttrice del laboratorio di virologia, la dottoressa Castilletti è la responsabile dell’unità “virus emergenti” – e proprio per questo suo ruolo ha vissuto in Africa per studiare il virus dell’Ebola, accompagnata in questo dalla giovanissima (30 anni) biologa Colavita. Che – paradosso italiano – è ancora precaria…

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Immagine di Copertina: pagina Facebook di Salute Lazio

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Come ti cambio l’elettrone

People For Planet - Dom, 02/02/2020 - 13:00

Saranno il futuro dell’energia. Con ogni probabilità un futuro imprevisto, esattamente come negli anni Ottanta non si riuscì a prevedere il futuro delle telefonia. In quegli anni, infatti, si investirono somme ingenti sulla videotelefonia, mentre il successo, invece, arrivò per l’umile Sms, inventato quasi per caso e diffuso dalla telefonia mobile. E per l’energia potrebbe essere lo stesso. Stanno arrivando ai blocchi di partenza, grazie ad alcune direttive europee, due figure inedite nel panorama energetico italiano: i prosumer e le comunità energetiche. Vediamole.

Elettroni biunivoci

Il prosumer è una figura ibrida – come indicato dal termine che unisce produttore e consumatore -in grado di produrre energia oltre che di consumarla. Fino all’autosufficienza.

Sembra semplice, in fondo è la logica dell’orto o meglio della fattoria dei secoli scorsi, dove la coltivazione produceva sia cibo per l’autoconsumo sia reddito. Ma per il mondo dell’energia l’arrivo di singoli individui in grado di fare questo è una rivoluzione copernicana. Dalla fine della Seconda guerra mondiale, infatti, con la crescita dei consumi energetici e l’affermarsi delle fonti fossili e del nucleare, la produzione energetica – specialmente quella elettrica – fu sottratta anche alle grandi imprese private che all’epoca producevano energia.

Emblematico fu il caso della Sip, il cui acronimo significava Società Idroelettrica Piemontese, che, dopo la nazionalizzazione del 1963, reimpiegò i capitali frutto della cessione forzosa degli impianti energetici nelle telecomunicazioni. È stato verso la fine degli anni ’90 del secolo scorso che, grazie alla liberalizzazione del mercato energetico, si sono abbattute le barriere che in Italia impedivano lo sviluppo della figura del prosumer. E delle comunità energetiche. Ma è stato un cammino lungo.

Bisogna arrivare al 2005, con il primo Conto Energia, per vedere i primi casi di prosumer. Si trattava di famiglie che, grazie agli incentivi, potevano mettere sul tetto di casa in media 3 kWp di -allora costosissimi – pannelli solari, con i quali produrre elettricità da consumare in proprio o da cedere alla rete. Si è trattato di un cammino lento. A oggi gli impianti fotovoltaici appartenenti a famiglie e piccole medie imprese – compresi tra i 3 e i 20 kWp – sono (dati Gse) 526mila su un totale di oltre venti milioni di utenze elettriche. Per cui il 2,8% delle utenze oggi sono prosumer, un dato destinato a salire in poco tempo.

I fattori scatenati saranno tre

Il primo è rappresentato dalla diminuzione dei costi dei sistemi. Basti pensare che il fotovoltaico domestico è diminuito di prezzo per un buon 70% dai primi conti energia.

Il secondo è la maggiore flessibilità tecnologica. I sistemi di accumulo, le batterie, stanno diminuendo di prezzo diventando al tempo stesso sempre più efficienti: questo consente l’utilizzo della propria produzione energetica da fotovoltaico anche di notte, mentre la sparizione degli incentivi in conto energia rende più conveniente il consumo rispetto alla cessione alla rete.

A tutto ciò bisogna aggiungere sia il fatto che il 50% dei costi d’installazione sono detraibili dai redditi – vi è cioè un risparmio fiscale – sia il fatto che a breve arriverà la possibilità di cedere l’elettricità prodotta in eccedenza a qualsiasi altro soggetto – come un vicino di casa che la usa per caricare la propria auto elettrica – senza troppe, si spera, complicazioni burocratiche.

Insomma produrre, consumare e cedere elettricità da un proprio sistema a fonti rinnovabili diventerà un risparmio, un’integrazione al reddito e un’occasione per fare del bene al clima.

Elettrone di comunità

La seconda grande novità è quella delle comunità energetiche. Una forma di associazione tra cittadini che si sta sviluppando in Europa e che in Italia, fino al recepimento delle direttive europee, è vietata. Lo sviluppo di questa forma di aggregazione, infatti, fu inibita con la nazionalizzazione dell’elettricità, a eccezione di rari casi di comunità isolate dell’arco alpino dove nel 1963 era troppo costoso portare la rete elettrica. Con il risultato che, dove funzionano le reti e la produzione energetica in comune, i cittadini risparmiano oltre il 30% sulla bolletta e sono al riparo da black out nazionali. Durante il black out del 2003, infatti, gli unici punti luce di un Paese al buio erano quelli delle poche comunità energetiche dell’arco alpino e di Ischia, che ha una rete autonoma.

La comunità energetica rappresenterà una novità anche sul fronte degli investimenti per le famiglie, visto che consentirà ai cittadini di mettersi assieme per impiegare somme su investimenti etici che avranno un rendimento di sicuro maggiore dei titoli di Stato. E la figura di colui che investe in maniera collettiva sulle rinnovabili potrebbe essere quella del prosumer.

Per esempio chi non possiede un tetto o un terreno dove installare il fotovoltaico può essere interessato a produrre e a consumare l’elettricità prodotta da un impianto fotovoltaico al quale partecipa. Oppure una famiglia che l’impianto lo possiede può essere interessata a partecipare a un gruppo d’acquisto di elettricità verde per spuntare un prezzo migliore su quella in ingresso. Per non parlare delle potenzialità che questa logica ha sul fronte delle piccole e medie imprese che possono consorziarsi tra di loro, oppure con i cittadini del territorio. Un solo esempio: le abitazioni, vuote e a basso consumo durante il giorno, possono fornire elettricità a un’azienda che a sua volta, magari con il proprio impianto sul capannone, alimenterà sempre le stesse case, durate il week end, quando la produzione è ferma e i cittadini invece sono in casa.

Si tratta di simbiosi energetiche alle quali può porre limite solo la fantasia e alle quali l’Unione europea con le direttive e il nuovo mercato elettrico sta iniziando a fornire gli strumenti legislativi, fondamentali, che però da soli non bastano.

Elettrone tecnologico

I nuovi approcci verso l’energia non sono possibili senza una robusta iniezione di tecnologie. Ogni singolo elettrone, infatti, in questo scenario deve essere identificato e tracciato, perché nemmeno uno può andare perso e devono essere tutti identificabili.

E su questo fronte in Italia abbiamo una delle migliori reti del mondo. Il gestore della rete elettrica Terna, infatti, gestisce con successo oltre 800mila impianti energetici a fonti rinnovabili che sono per definizione intermittenti. Per non parlare della digitalizzazione dei contatori elettrici che è ormai alla seconda generazione e riguarda il 100% degli impianti.

Ma non basta. Se da un lato c’è una massiccia digitalizzazione del monitoraggio dei consumi “lato produzione”, sul fronte degli strumenti digitali di gestione verso il cittadino c’è ancora molto da fare. Si tratta di un problema solo in parte tecnologico e parecchio sociale/cognitivo.

Le tecnologie sul fronte della gestione informatica ci sono e con l’arrivo delle blockchain per l’energia avremo anche un’ottima solidità sul fronte della sicurezza e della fiducia, dal momento che i dati dei nostri elettroni saranno incastonati in un registro informatico non modificabile.

Diciamo piuttosto che le carenze più vistose si trovano sotto il profilo della comunicazione /informazione energetica dei cittadini. L’89% delle persone, secondo un’indagine realizzata da Facile.it su un campione di 225mila cittadini interessati a cambiare gestore, non conosce i propri consumi energetici. Si tratta di un test che potete fare con gli amici a cena: chiedete loro di dirvi il costo di un kWh o di un metro cubo di gas, e poi fate la stessa domanda relativamente alle tariffe e alla spesa per la telefonia. Vi renderete subito conto della differenza. E non è certo un caso: per anni, all’interno della logica energetica dominante, si è favorita l’ignoranza energetica e per verificare basta che prendiate la vostra bolletta elettrica e tentiate di decifrarla. Con ogni probabilità capireste meglio la stele di Rosetta! Questa situazione rappresenta uno dei più grandi ostacoli per la diffusione dei prosumer e delle comunità energetiche. Perché senza il massimo di consapevolezza energetica sarà difficile che le persone prendano in mano la propria energia.

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Avete mai sentito parlare dell’Osteria ai Pioppi di Bruno Ferrin

People For Planet - Dom, 02/02/2020 - 07:00

Bruno Ferrin faceva il venditore di farine e lieviti per il pane.
Lavorava di mattina e il pomeriggio era libero (i fornai dormono il pomeriggio). Così decide di comprare un bosco di pioppi e aprire una piccola osteria. Per far giocare i bambini degli avventori decide di costruire una piccola altalena, poi un altro gioco e ancora oggi non si ferma.
Il suo parco giochi è un posto magico. E si trova in provincia di Treviso.

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Video di Martina De Polo e Francesco Saverio Valentino

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La donna che sta sconvolgendo la politica USA

People For Planet - Sab, 02/01/2020 - 12:00

Di Alexandria Ocasio-Cortez (AOC, come la chiamano i media USA) ci siamo già occupati l’anno scorso a più riprese. Lei, oltre ad essere la più giovane donna mai eletta al Congresso, è anche autrice del programma “New Green Deal” che costituisce una pietra miliare nella prefigurazione di politiche che combinino la salvaguardia ambientale e i diritti delle persone, anche le più deboli. Il “Green New Deal” è diventato così popolare da essere utilizzato spesso, in altri Paesi e anche in Italia, per mettere un cappello a programmi molto meno audaci. È trascorso un anno dall’elezione di Alexandria al Congresso e un giornalista del New York Magazine, David Freedlander, ha scritto il suo ritratto oggi e anticipato le sue possibili traiettorie politiche future. Qui di seguito la traduzione di ampi stralci dell’articolo di Freedlander.

I Post-it a Capitol Hill

I corridoi di Capitol Hill, la sede del Congresso USA, sono una monotonia marmorizzata: pareti bianche, porte di quercia con targhe congressuali rettangolari. Tranne una. Alla fine di un corridoio c’è una porta con un’esplosione di migliaia di Post-it il cui effetto cromatico è come quello di un fiore verde e rosa pastello che si espande. Andateci al momento giusto, dicono i commessi di Capitol Hill, e potrete vedere gruppi di persone, di solito donne, spesso giovani, ferme lì davanti a leggerli.

I post dicono: “Ti amo dal Maine! Continua con la tua feroce e informata battaglia!”, “AOC! Vederti è vedermi! Vivo nel Michigan, ma tu sei la mia rappresentante. Adelante!”, “Cara AOC. Continua a spaventare i vecchi bianchi”.

Continuano ancora e ancora, questi peana ad Alexandria Ocasio-Cortez, la matricola trentenne membro del Congresso proveniente dal Queens e dal Bronx che, nell’anno trascorso da quando è diventata la donna più giovane eletta alla Camera di rappresentanti nella storia di 230 anni di questa istituzione, è emersa come forse la figura politica più significativa del Partito Democratico nell’era di Trump. Di recente è stata classificata al quarto posto tra i politici più twittati al mondo, battendo tutti i democratici che si candidano alle presidenziali. Su di lei sono già stati pubblicati un libro per bambini, “l’ABC di AOC”, una serie di fumetti in cui viene disegnata come supereroina, un calendario murale, un libro delle sue citazioni, una raccolta di saggi su di lei e persino, durante le feste di Natale, un maglione natalizio con la sua faccia sopra.

Lo staff di Ocasio-Cortez non sapeva cosa fare con i Post-it quando hanno iniziato ad apparire dopo che si è insediata nel gennaio 2019. Il mostrarli in pubblico negli spazi del Congresso se non una violazione ufficiale, sembrava loro una pratica che, almeno, l’avrebbe contrassegnata come troppo diversa e trasgressiva. Il personale ha preso il primo lotto di Post-it e li ha incorniciati nell’ufficio di AOC ma poi sono continuati ad arrivare, così sono usciti dalla stanza per invadere anche la porta di ingresso.

La diversità di AOC

“È strano”, ha detto Ocasio-Cortez quando abbiamo parlato con lei al Capitol Building un pomeriggio a metà di dicembre, “perché so di essere anche una delle persone più odiate in America”.

Mentre il resto del mondo è cambiato, il Congresso rimane un luogo di tradizioni. Perfino i mercanti del caos – i repubblicani più conservatori e trasgressivi – continuano a giocare secondo le regole stabilite dalla leadership del Congresso. Ocasio-Cortez, almeno finora, non l’ha fatto. È allo stesso tempo un politico del movimento e un fenomeno culturale, ugualmente a suo agio nelle sale del Congresso e tra i proletari neri. Non è particolarmente interessata a scendere a compromessi con coloro che non condividono i suoi valori e non ha paura di essere il solo voto “no”, come lo era lo scorso gennaio, quando è stata l’unica democratica a votare contro il finanziamento del governo perché significava continuare a finanziare l’ICE (Information and Customs Enforcement) responsabile delle retate antiimmigrati volute da Trump. Dodici mesi dopo è chiaro che non si sta impegnando molto per accumulare potere al Congresso. I suoi eroi sono Bernie Sanders, che ha resistito alle pressioni del partito decennio dopo decennio al Senato, e Howard Thurman, mentore di Martin Luther King Jr. che ha creduto nella fusione tra spirituale e politico.

“Le persone che vengono elette hanno prestato servizio negli apparati statali o sono stati dirigenti di compagnie di assicurazione sanitaria o di imprese di combustibili fossili o di gruppi di lobbisti e fanno parte di un unico club di potere”, ha detto. Vestita di nero – giacca, blusa, pantaloni e stivali – assomiglia più a un personaggio di un film di motociclisti che a qualcuno che va a una riunione del Comitato dei servizi finanziari.

Il Partito Democratico ha un ruolo da svolgere ma è necessario parlare anche di cosa di sbagliato c’è nel Partito Democratico”, ha detto. “Penso di aver creato più spazio per il dissenso e stiamo imparando ad allungare un po’ le ali a sinistra”.

I candidati di lunga data al Congresso tendono a presentarsi tutti allo stesso modo. Hanno una biografia molto curata, presentano una teoria del perché dovrebbero vincere e di come mai siano state ignorate le voci della comunità dai poteri di Washington, ma spesso si accartocciano davanti a domande approfondite e hanno una visione tradizionale di come la politica lavori.

La candidata Ocasio-Cortez è stata diversa sin da subito. Era una barista arrivata al Partito Democratico sostenuta da una rete di gruppi di attivisti ambientalisti. Ha iniziato la sua campagna elettorale andando porta a porta e ascoltando le domande degli elettori, avendo progressivamente conferma di come la politica rappresentasse un sistema truccato che preservava le carriere di coloro che erano al potere a spese dei poveri e della classe operaia. La sua faccia era onnipresente nel quartiere come risultato del lavoro dell’esercito di volontari che inondavano il distretto con cartoline e poster. Il suo tempo passato a parlare con i cittadini l’ha resa un ascoltatore insolitamente empatico. Per molti suoi elettori rappresentava qualcuno che assomigliava a loro, che parlava la loro lingua, che era venuto a chiedere il loro sostegno.

La vittoria contro Crowley

I sondaggi davano Joe Crowley, il suo avversario che vinceva da sempre le elezioni nel distretto, avanti di oltre 30 punti. Il fine settimana prima delle elezioni Ocasio-Cortez ha saltato la città, una cosa che non fa qualcuno che spera di vincere alle elezioni ed è andata al confine, dove stava appena emergendo la notizia che l’amministrazione Trump stava bloccando i bambini migranti e li separava dai loro genitori. Le immagini della candidata, vestita di bianco, che supplicava le guardie di frontiera attraverso una recinzione per fare appello alla loro umanità, erano sorprendenti. Due mattine dopo, Ocasio-Cortez vinse le elezioni e si svegliò con un viso anonimo per l’ultima mattina della sua vita.

Da allora è come se avessi un tatuaggio sul mio viso ” dice sorridendo con un po’ di ironia. “Non posso più uscire passando inosservata. Mi manca di poter uscire a cena senza essere oggetto della curiosità degli altri. Mi manca l’anonimato. Devo mandare il mio ragazzo a fare la spesa. “

Alexandria e il Congresso

Se era un’eroina per le strade di New York e online, al Congresso, “è stato molto, molto duro l’impatto iniziale”, ha detto. Le paure di cosa significasse Ocasio-Cortez erano presenti anche prima che lei prestasse giuramento, quando organizzò un sit-in nell’ufficio della Presidente Pelosi per il gruppo ambientalista Sunrise Movement; voleva che la futura oratrice spingesse per il “Green New Deal“.

Ancora oggi non se ne pente, anche se quel gesto ha preparato il terreno ad un anno molto complicato con Pelosi. “Ho imparato molto su come la paura modella le decisioni degli eletti. Io ero terrorizzata ma sembrava la cosa giusta da fare. Molta gente pensa che un gesto del genere sia una forma di ingenuità e che sia infantile, ma io la penso diversamente.”

Le posizioni radicali di Ocasio-Cortez a favore dell’ambiente e dell’attenzione ai poveri sono guardate con sospetto da molti rappresentanti dell’establishment democratico che temono che possano provocare perdite di consensi tra i moderati.

Fonte New York Magazine

Ocasio-Cortez è comunque una parlamentare modello, come riconoscono anche i suoi avversari, che svolge il lavoro per cui è stata eletta partecipando preparata alle riunioni e alle audizioni delle commissioni (come quando ha messo alle strette Mark Zuckerberg sulla gestione di Facebook), proponendo 15 atti legislativi (in particolare il Green New Deal) e mancando solo due dei 701 voti per appello nominale. Ho parlato con dozzine di funzionari governativi di House e New York City, alcuni dei quali non sono d’accordo con la sua politica e hanno motivo di non gradirla personalmente, e tutti hanno detto che si presenta alle riunioni insolitamente attenta prendendo appunti e facendo domande dettagliate.

“Ci sono persone qui a cui non piacerà mai, che non si fideranno mai di lei, che saranno sempre preoccupate che lei possa portare la sua gente contro di loro”, dice un aiutante della Camera. “Ma non puoi dire che non si stia impegnando”.

I timori dei Democratici

Tuttavia, anche i democratici che sostengono il progetto politico di Ocasio-Cortez si chiedono quale sarà il suo effetto durante il prossimo anno elettorale. Una cosa è combattere per riformare un partito all’opposizione; un’altra quando il partito sta cercando di unificarsi per l’anno delle elezioni più delicate della storia recente. Le lotte intestine al partito potrebbero rivelarsi letali per gli sforzi democratici di riconquistare la Casa Bianca.

Nessuno può fare tutto da sé”, mi ha detto di recente il deputato Gregory Meeks. “Devi imparare rapidamente altrimenti sarai in minoranza e sarai influente sulle scelte, come quel vetro. Vuoi essere in grado di parlare molto o vuoi fare qualcosa? Se sei un “sempre no” al Congresso, alla fine gli altri smetteranno di chiedere il tuo voto perché non sarà più utile negoziare con te perché tutti conoscono già da prima la tua risposta e, il più delle volte, ciò significa che la tua voce sarà emarginata.” Gli avversari di Ocasio-Cortez nel Partito Democratico vogliono che questo sia il suo destino.

All’inizio del suo mandato, AOC piuttosto che usare la sua prodigiosa influenza pubblica per spingere per una proposta di legge sul clima che aveva già 71 co-sponsor e avrebbe potuto mantenere il Paese negli accordi climatici di Parigi, ha lanciato il Green New Deal, una proposta molto più avanzata degli accordi di Parigi. Una bozza della risoluzione è stata erroneamente rilasciata in anticipo e i critici hanno manipolato il testo per accusare la nuova deputata di voler vietare la carne bovina e i viaggi aerei e di voler dare denaro gratuito alle persone che non lavorano.

Il Green New Deal

Il progetto di Green New Deal è ancora il più grande risultato del suo mandato, un atto d’accusa all’idea che la leva finanziaria sia l’unico potere che orienti le scelte politiche. Il Green New Deal ha creato un nuovo dibattito. Più di cento democratici hanno firmato come co-sponsor, tra cui anche una manciata di moderati che i progressisti della Camera avevano cercato di spingere a sinistra inutilmente per anni, così come tutti i principali contendenti per la nomina presidenziale democratica.

Fonte New York Magazine

Prima della proposta di Green New Deal i piani climatici più ambiziosi erano una tassa sul carbone qui o una questione di biodiesel lì. Non c’erano bollette climatiche che rappresentassero una soluzione all’altezza del problema. Non ho potuto sopportare tutto questo e dire: Accontentiamoci di ottenere un sussidio del 10% per i veicoli elettrici”, ha detto Ocasio-Cortez. “Questi piani molto piccoli sono una forma di negazionismo.”

AOC diventerà Presidente degli USA?

Alla fine del mese scorso, il magazine Politico ha riferito che alcuni opinionisti stanno già ipotizzando che Ocasio-Cortez si candiderà alla presidenza nel 2024 o nel 2028 e questo è stato anche un argomento di conversazione tra i suoi consiglieri. Le persone a lei vicine hanno discusso di una sua possibile corsa per il Sindaco di New York nel 2021 ma hanno deciso di non farlo; una corsa in tutto lo Stato, probabilmente per il Senato, è più probabile.

Lei e i suoi consiglieri sono consapevoli della sua situazione quasi senza precedenti: una giovane donna di colore enormemente popolare attrae una parte dell’elettorato anche per ragioni demografiche. Se fosse candidata alla presidenza, dicono, correrebbe per vincere, non per portare lo stendardo a nome del movimento progressista e arrivare seconda.

AOC e le primarie per la Casa Bianca

Ocasio-Cortez mi ha detto quanto ammira Bernie Sanders. Anno dopo anno, lui era disposto a essere il voto solitario su questioni che gli interessavano, nonostante le pressioni perché giocasse insieme al resto della squadra con posizioni più moderate sull’assistenza sanitaria, sulle tasse, sui salari. Alla fine, il successo lo sta raggiungendo. Ogni senatore democratico candidato alla presidenza, tranne Amy Klobuchar, ha firmato il suo progetto di legge “Assistenza medica per tutti”. Il partito sta discutendo di un’imposta sul patrimonio, una proposta lanciata da Ocasio-Cortez l’anno scorso e ora spinta sia da Sanders che da Elizabeth Warren.

La politica dovrebbe essere pop”

È chiaro che sta avvenendo un cambiamento nella politica americana, che favorisce le prospettive a lungo termine di Ocasio-Cortez. Il populismo demagogico di Trump ne è una componente, così come il fatto che gli americani dai 18 ai 24 anni sono più favorevolmente inclini al socialismo rispetto al capitalismo, che l’80% dei giovani pensa che il governo federale dovrebbe affrontare i cambiamenti climatici, che oltre il 70% afferma che i ricchi dovrebbero pagare tasse più elevate e che alcune delle percentuali più alte mai registrate dichiarino una propria posizione politica come di sinistra o liberale. I post-millennial sono per lo più non bianchi in 13 stati e in quasi il 40 per cento delle aree metropolitane più grandi della nazione; sono vicini alla maggioranza i non bianchi a livello nazionale. Sanders è in testa con grandi margini tra i giovani, prova, forse, del desiderio dei millennial di qualcosa di liberal e del desiderio di idee politiche innovative..

E Ocasio-Cortez è tutto questo: latina, liberale, “autentica”, fluente nei social media e nella cultura popolare. Gli esponenti di sinistra prima di lei spesso erano come Bernie o, prima di lui, Ralph Nader: sgualciti, brontoloni, aggressivi. Per la sinistra la politica era qualcosa da evitare, una resistenza corruttiva alla purezza dell’attivismo. Ocasio-Cortez ha cambiato questo.

Cosa rende virale AOC? Se le persone le prestano attenzione, pensa, saranno dalla sua parte. “La politica dovrebbe essere pop perché dovrebbe essere consumabile e accessibile alle persone comuni”, ha detto.

Movement School

La visione di AOC si estende oltre il Congresso. Dopo l’elezione, due dei suoi principali aiutanti della campagna hanno fondato un programma chiamato “Movement School” progettato per formare la prossima generazione di agenti delle campagne elettorali. Circa 70 persone hanno partecipato al corso durato dieci settimane, sono persone residenti in tutte le parti degli USA. Un esercito permanente di personale dedicato alla campagna che crescerà negli anni a venire.

AOC inoltre sta aprendo un ufficio per la campagna che sarà utilizzato come “spazio per l’educazione politica, una sorta di programma TED Talks for activists “in corso fino a novembre.

“Tutti alla Camera pensano all’autoconservazione e pensano costantemente in termini di propaganda elettorale. Il modo in cui noi invece vogliamo cambiare è attraverso l’educazione politica. I repubblicani si sono concentrati su progetti a lungo termine per un periodo di tempo molto lungo. I democratici no. Pensiamo che se uno Stato è conservatore, rimarrà conservatore. Ma sai una cosa? Se uno Stato come il Tennessee o il West Virginia può passare dai progressisti ai conservatori penso che possa accadere anche il contrario”. “Questo dell’educazione politica è un tipo di progetto che molte persone pensano sia una perdita di tempo, ma non credo che lo sia”, ha detto AOC.

E così, alla vigilia di una competizione primaria che accentrerà l’attenzione di tutti i democratici sul progetto di rovesciare il Presidente, Ocasio-Cortez sta mantenendo la sua attenzione sulla scommessa che un Partito Democratico più puro, più audace è ciò che questo Paese vuole e può permettersi.

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Monica Di Sisto, portavoce di Stop Ttip Italia: “Il Ceta, l’accordo sul libero scambio col Canada, penalizza la salute, l’ambiente e le nostre imprese di qualità”

People For Planet - Sab, 02/01/2020 - 07:00

È “il primo trattato europeo che autorizza le frodi alimentari” perché consente al Canada di ignorare oltre 250 marchi tra denominazioni di origine protetta (Dop) e indicazione geografica protetta (Igp) riconosciute dall’Unione europea, oltre che di tradurre in etichetta alcuni dei nostri prodotti agroalimentari tutelati. È così che la Coldiretti, la maggiore associazione di rappresentanza e assistenza dell’agricoltura italiana, definisce il Ceta, il Comprehensive Economic and Trade Agreement, trattato sul libero scambio di merci tra Unione europea eCanada.

Approvato nel 2017 dall’Europarlamento, il Ceta non è però mai stato ratificato dal Parlamento italiano perché, se da una parte è benvoluto da alcuni, da altri è invece molto contestato. L’accordo prevede l’abbattimento del 98% dei dazi doganali fra i Paesi firmatari, agevolando il libero scambio dei prodotti. Ma ci sono molti ma.

Tanto per iniziare, il testo integrale dell’accordo, se è chiaro nella parte che riguarda le agevolazioni degli scambi, è invece generico su temi importanti per la tutela della salute dei consumatori: sul principio di precauzione (valido in Unione europea e non in Canada), sulla biodiversità e sull’uso dei pesticidi (che in Ue non sono ammessi), sulla regolazione degli organismi geneticamente modificati (Ogm), sulla presenza di ormoni (da noi vietati) e di antibiotici (da noi regolamentati) nelle carni di allevamento, e anche sulle tutele e sulle garanzie per i marchi di qualità e di origine.

In sostanza consente di scavalcare le tante regole europee vigenti sui prodotti alimentari, eliminando tutte le garanzie che riguardano, ad esempio, i prodotti chimici utilizzati nelle produzioni agricole-industriali: pesticidi, Ogm, ecc. Una questione che coinvolge tutti i prodotti agricoli, oltre alla carne.

Molti dubbi

Per approfondire questi e altri argomenti, dal 2015 si è costituito un movimento di persone e aziende che si chiama Stop Ttip (Trattato di partenariato Transatlantico su commercio e Investimenti) e Ceta Italia la cui portavoce è la giornalista Monica Di Sisto. A lei abbiamo posto alcune domande sui contenuti del trattato e per capire cosa si propone di fare questo movimento.

Il Ceta è un ambito del Ttip? E’ il trattato più svantaggioso, tra i vari, per le nostre aziende?

«L’abbattimento dei controlli doganali e delle tasse per le imprese esportatrici è una sorta di battaglia di bandiera, e anche se il sistema del commercio globale è in crisi di crescita, il mercato concentra benefici straordinari tra pochissimi gruppi e questa liberalizzazione al massimo ribasso, che premia solo i più grandi, alla fine finirà per danneggiarli. Il Ceta è una sorta di “fratellino brutto” del Ttip: vale meno, perché in Canada arriva appena lo 0,9% del nostro export. Non ha portato grandi risultati in valore, perché lo scorso anno le esportazioni italiane sono aumentate del 4,8%, mentre tra il 2012 e fino a fine 2017, cioè fino all’entrata in vigore del trattato, la media era del 6,2% di incremento annuo. Per di più il Canada ha leggi regionali che permettono agli operatori nazionali, ad esempio nel caso dei formaggi e degli alcolici, di decidere quale produttore e/o prodotto far circolare e dove, mentre l’Europa ha fatto cadere tutte le barriere, se non quelle d’emergenza».

Secondo Stop Ttip quali sono i punti peggiori del trattato, in termini di ritorni negativi per la nostra economia?

«Partiamo dal fatto che l’Italia non ha un meccanismo di monitoraggio strutturato dell’impatto dei trattati, quindi a parte la “contabilità generale” tra import e export tenuta annualmente da Istat e Ice (l’agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane), non esistono valutazioni a livello di Governo. Ogni settore economico fa le proprie valutazioni senza che ci sia nessuno che esamini che cosa davvero convenga al Paese e, soprattutto, a noi cittadini. L’Italia, inoltre, già subisce un forte dumping sociale e ambientale dagli altri Paesi europei perché i costi del lavoro, burocratici e di rispetto delle regole di qualità e ambientali da noi sono più elevati che altrove. Figuriamoci quando si apre una competizione senza rete con Paesi come il Canada che hanno livelli molto più bassi di protezione sociale e ambientale: il confronto è impari e, come hanno indicato tutte le valutazioni d’impatto indipendenti condotte fino a ora, nel medio periodo rischia di saturare di semilavorati e prodotti più economici quella parte del mercato europeo nel quale finisce attualmente il 56,3% del nostro export.

L’Europa e il Canada sono molto distanti per quello che riguarda le regole relative alla qualità de prodotti e dei servizi, ai controlli, ai diritti dei lavoratori, alla sicurezza dei prodotti, alla protezione dell’ambiente. L’Europa ha regole più restrittive che vietano l’ingresso a molti prodotti e servizi canadesi. Il Ceta ha creato una ventina di commissioni bilaterali molto opache che dovrebbero occuparsi di far funzionare al meglio i diversi meccanismi di facilitazione commerciale. In realtà obbligano gli Stati a rispondere sul perché scelgano uno standard piuttosto che un altro, una regola rispetto a un’altra: l’Italia, ad esempio, è stata accusata in una di queste commissioni di protezionismo dalla Camera di Commercio canadese con un dossier sponsorizzato da Croplife, gigante dell’agrochimica multinazionale con sede in Canada, per la diffidenza verso il glifosato, il no agli Ogm e l’etichettatura del grano nella pasta. A tutt’oggi non riusciamo a sapere ufficialmente se la Commissione europea abbia coinvolto o meno nella risposta il Governo italiano e se abbia dato seguito e come a quel virulento reclamo».

Quali aziende italiane ne pagheranno maggiormente il conto e in che termini?

«Sicuramente il comparto agroalimentare e manifatturiero dei prodotti di qualità che sta già subendo una competizione feroce, sia sul mercato canadese sia in quello europeo, da parte di prodotti che emulano le nostre eccellenze. Il caso del Parmigiano è emblematico: le aziende produttrici pensavano, forti di un prodotto unico, molto apprezzato e molto competitivo, di continuare a crescere a due cifre come succedeva prima del Ceta, e invece hanno perso quote di mercato ingenti perché devono coesistere con le copie locali, che costano molto meno, senza potersi proteggere in alcun modo.

Senza contare che, se tutti i Paesi dell’Ue ratificassero l’accordo, entrerebbe in vigore la parte relativa alla facilitazione degli investimenti e, con essa, il meccanismo arbitrale che consentirebbe agli investitori canadesi (o con sede legale in Canada) di fare causa ai nostri Paesi se una delle nostre regole o decisioni dovesse danneggiare i loro interessi o profitti. Un meccanismo che rischia di esporci a pericolosissime e costosissime cause di risarcimento: in un recente report ne abbiamo contate oltre 850 aperte in virtù di altri trattati di liberalizzazione già vigenti. Negli ultimi trent’anni gli Stati hanno già versato a privati 84,4 miliardi di dollari per sentenze sfavorevoli. Poi parliamo di tagli alla spesa pubblica…».

Quali saranno invece le imprese che ne beneficeranno?

«Innanzitutto le aziende canadesi di esportazione di prodotti energetici: hanno registrato il +125,2% di export verso l’Ue. Peccato che gran parte dell’export canadese di energia è composto da petrolio estratto dalle sabbie bituminose. Una pratica terribilmente inquinante e vietata in Europa, ma non in Canada. Per cui da un lato ci professiamo ambientalisti a livello internazionale, dall’altro alimentiamo fuori casa un prelievo fossile dannosissimo per le falde acquifere e il suolo canadesi, e l’atmosfera di tutti. Poi le imprese europee della meccanica strumentale, dei metalli, della farmaceutica: tutte inserite in filiere multinazionali che risparmiano molto dopo l’abbattimento dei dazi, ma non sempre traducono questi risparmi in investimenti e posti di lavoro in più nel nostro Paese».

Come sta agendo il vostro movimento per impedire la ratifica?

«Innanzitutto informando correttamente i cittadini, le imprese, ma anche i parlamentari e i rappresentanti degli Enti locali su cosa sta succedendo, qual è la vera posta in gioco, i rischi democratici e regolatori che si corrono con il sostegno a operazioni così poco trasparenti. Svolgiamo ricerche indipendenti e un monitoraggio quotidiano del funzionamento di questi trattati così rischiosi di cui diamo conto sul sito www.stop-ttip-italia.net. E poi cerchiamo, collegando sindacati a imprese, ambientalisti a consumatori, media a persone comuni, di tracciare insieme, anche a livello europeo e in dialogo con le realtà canadesi che hanno le nostre stesse preoccupazioni, una linea di equilibrio tra i legittimi interessi privati e il bene pubblico, avanzando proposte costruttive per permettere alle nostre imprese di competere in qualità in un mercato più giusto per tutti, e ai cittadini di vedere i propri diritti rispettati e difesi».

Cosa possono fare i consumatori per difendersi, nel caso in cui continuasse ad essere operativo?

«Informarci e mobilitarci insieme, perché bocciare questo trattato nel Parlamento italiano è l’unica strada concreta, al momento, per riaprire a livello europeo e internazionale una messa in discussione della liberalizzazione commerciale globale che non convince più fino in fondo neppure i suoi più fervidi sostenitori. Dobbiamo lavorare per ottenere accordi che facilitino solo i prodotti e i servizi di maggiore qualità e impatto sociale e ambientale e rendano più costosi e difficili da commerciare quelli più inquinanti e realizzati con sfruttamento del lavoro e dei territori. Senza questa svolta il Green New Deal della nuova Commissione europea rimarrebbe una dichiarazione di buoni intenti senza struttura economica, e non usciremo mai dalla stagnazione economica attuale e dalla crisi». ambientale che ci minaccia. Non possiamo permettercelo, non dobbiamo permetterlo a nessuno.

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Brexit: bye Londra, bye clima

People For Planet - Ven, 01/31/2020 - 15:00

Alla mezzanotte di stasera (31 gennaio), il Regno Unito lascerà formalmente l’Unione europea. Cosa comporterà questo per la lotta congiunta ai cambiamenti climatici? Di sicuro una forza in meno.

Uno in meno

È innegabile: il Regno Unito ha svolto un ruolo chiave nel garantire una forte azione dell’UE in materia di clima, e adesso le relazioni indebolite tra Londra e Bruxelles mettono a rischio gli obiettivi di neutralizzare le emissioni entro il 2050, obiettivo su cui entrambe le parti si erano impegnate.

Come ha sottolineato Greenpeace, sul tema clima, Regno Unito ed Europa devono continuare a lavorare insieme, ma poi c’è la dura realtà.

La Cop26 a Glasgow

Il prossimo vertice ONU sul clima, la COP26, è previsto a Glasgow a fine 2020 e i governi dovranno presentare piani climatici aggiornati per limitare la crescita delle temperature globali.

Ma già l’incertezza che il voto sulla Brexit si è trascinata dal giugno 2016 ad oggi ha bloccato alcune importanti politiche di legge verdi a un punto morto. Ne avevamo parlato qui.

Adesso, con la fine ufficiale del coinvolgimento del Regno Unito in tutte le agenzie e istituzioni politiche dell’UE , gli impatti per l’economia verde potrebbero essere rinnegati nel perseguimento di nuovi accordi commerciali, che si sono indirizzati verso Paesi meno attenti dell’Europa al Green Deal, come gli Stati Uniti – che si sono ritirati dall’accordo di Parigi – o in generale l’Asia.

Un test globale

Non ci resta che aspettare, sperando in bene anche se i motivi per preoccuparsi non mancano. La COP26 sarà un grande test per vedere se il Regno Unito e l’UE prendono sul serio l’accordo di Parigi e intendono intensificare le azioni immediate sul clima.

“Questi nuovi accordi, che potrebbero peggiorare l’azione globale per il clima, potrebbero frenare addirittura anche i piani per il target emissioni zero dello stesso Regno Unito”, ha dichiarato il portavoce della Brexit per Friends of the Earth, Kierra Box.

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