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“In Italia tornare al lavoro potrebbe dipendere dall’avere gli anticorpi giusti”

People For Planet - Dom, 04/05/2020 - 06:00
Il peggio è passato?

Un reportage di Jason Horowitz sul New York Times racconta che In Italia c’è una crescente sensazione che il peggio possa essere passato. Questo barlume di speranza sta spostando il dibattito sul tema di quando e come riaprire a una vita normale senza scatenare un’altra ondata cataclismica di contagio.

“Stiamo cominciando a vedere la luce in fondo al tunnel”, ha detto Fabio Arrighini, coordinatore infermieristico del 118 di Brescia, la città che ha uno dei più alti tassi di mortalità in Italia: “Le chiamate sono diminuite.”

Gli anticorpi come lasciapassare

Alcuni funzionari sanitari italiani e alcuni politici si sono concentrati su un’idea che una volta avrebbe potuto essere relegata nel regno dei romanzi distopici e dei film di fantascienza.

Avere i giusti anticorpi contro il virus nel sangue (un potenziale marker di immunità) potrebbe presto determinare chi si mette al lavoro e chi no, chi è bloccato e chi è libero.

Questo ipotesi è in qualche modo in anticipo rispetto alla scienza. I ricercatori non sono sicuri, sperano solo, che gli anticorpi indichino effettivamente l’immunità. Ma ciò non ha impedito ai politici di afferrare l’idea sotto la pressione crescente per riaprire le attività ed evitare di peggiorare una diffusa depressione economica.

Zaia, Renzi, Conte…

Zaia, il presidente del Veneto ha proposto una speciale “licenza” per gli italiani che possiedano anticorpi che dimostrano di aver avuto e sconfitto il virus. L’ex primo ministro Matteo Renzi ha parlato di un “Covid Pass” per i non infetti. Il primo ministro Giuseppe Conte ha affermato che, mentre il blocco rimane in atto, il governo ha iniziato a lavorare con gli scienziati per determinare come rimandare al lavoro le persone che si sono riprese dal virus.

L’Italia paese laboratorio delle soluzioni per il dopo

Secondo il NYT Il dibattito su come riaprire è arrivato nel vivo questa settimana in Italia, paese che potrebbe trovarsi un passo avanti rispetto ad altri paesi come Spagna, Gran Bretagna e Stati Uniti dove il contagio è ancora in pieno sviluppo.

L’Italia è stata il primo paese a chiudere a livello nazionale, il 9 marzo. Il dibattito su una forza lavoro che circoli liberamente basata su chi ha sviluppato gli anticorpi pone ancora una volta l’Italia, dice il NYT, come sfortunata avanguardia tra le democrazie occidentali alle prese con il virus, le scomode scelte etiche e le inevitabili conseguenze.

Non è la prima questione etica per il paese

E non sarebbe la prima grave questione etica: molte testimonianze ci hanno raccontato in questi giorni di decisioni strazianti a cui sono stati e sono costretti i medici su chi curare, dovendo scegliere quelli con una migliore possibilità di vita, non avendo spazio per tutti negli ospedali anche a causa dei tagli alla sanità pubblica applicati in questi anni.

La logica ipotizzata, (i cittadini immuni “liberi”, gli altri no), potrebbe aprire la strada a una serie di pesanti questioni, tra le altre quella dei sistemi da adottare (chi sarebbe abilitato a dare la “licenza” di immune? Come? Quando?) e quella delle libertà e dei diritti di chi eventualmente non fosse giudicato “immune”.

“Il meglio per la società” e i diritti individuali

A un certo punto tutti i governi dovranno trovare un equilibrio, dice il NYT, tra garantire la sicurezza pubblica e il far funzionare nuovamente i loro paesi. I governi potrebbero anche trovarsi a valutare ciò che è meglio per la società rispetto ai diritti individuali, usando criteri biologici in modi che quasi sicuramente sarebbero respinti in assenza dell’attuale emergenza.

Mantenere alta la guardia

“Sembra che il virus divida l’umanità in due, i forti e i deboli. E questo è in realtà proprio il caso che stiamo vivendo.” ha detto Michela Marzano, professoressa di filosofia morale all’Università Descartes di Parigi

Secondo la scrittrice Naomi Klein, autrice del libro “La dottrina dello shock” ci troviamo nelle condizioni perfette perché governi ed élite globali realizzino programmi politici che altrimenti incontrerebbero una forte opposizione in tempi normali. Nella storia secondo Klein si trovano una serie di “shock” (gli shock delle guerre, dei disastri naturali, delle crisi economiche) e delle loro conseguenze, contraddistinte dal “capitalismo dei disastri” che adotta “soluzioni” che comprimono diritti e libertà individuali in nome dell’«emergenza».

È proprio in queste fasi che bisogna mantenere alta la guardia a protezione dei diritti e delle libertà.

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Gli strani dati sul coronavirus nel mondo e in Italia

People For Planet - Sab, 04/04/2020 - 19:00
Le statistiche della Johns Hopkins University

La Johns Hopkins University raccoglie i dati di casi confermati, morti e ricoverati in tutti i paesi. Secondo i dati ad oggi 4 aprile sono gli Stati Uniti ad avere il più alto numero di casi accertati, la Cina il record di ricoverati, l’Italia il numero massimo di morti.

L’anomalia italiana

Anche da questa statistica si conferma l’apparente anomalia dell’Italia che avrebbe un tasso di letalità molto superiore a qualsiasi altro paese. Confrontando casi accertati e numero morti dichiarati da ciascun paese in Italia il tasso di letalità sarebbe del 12,5% contro una media mondiale di tutti gli altri paesi escluso l’Italia del 4,5%.

Ciò conferma ulteriormente il sospetto che in Italia (oltre ad esserci un numero di morti superiori a quelli ufficialmente attribuiti al covid-19, vedi per esempio i morti nelle case di riposo “per polmonite”) ci sarebbe un numero di casi di persone colpite dal coronavirus molto superiore a quello ufficiale.

Le classifiche ufficiali

Di seguito le classifiche per i primi 10 paesi con i dati in migliaia in base alle statistiche ufficiali riferite a casi confermati, ricoverati, morti

Casi confermati

  • 279.000 Stati Uniti
  • 125.000 Spagna
  • 120.000 Italia
  • 91.000 Germania
  • 83.000 Francia
  • 83.000 Cina
  • 56.000 Iran
  • 39.000 Regno Unito
  • 21.000 Turchia
  • 20.000 Svizzera

Ricoverati

  • 77.000 Cina
  • 34.000 Spagna
  • 25.000 Germania
  • 20.000 Italia
  • 20.000 Iran
  • 14.000 Francia
  • 10.000 Stati Uniti
  • 6.000 Corea del Sud
  • 5.000 Svizzera
  • 3.000 Belgio

Morti

  • 15.000 Italia
  • 12.000 Spagna
  • 7.000 Usa
  • 7.000 Francia
  • 4.000 Gran Bretagna
  • 3.000 Iran
  • 3.000 Cina
  • 2.000 Olanda
  • 1.000 Belgio
  • 1.000 Germania

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Bonus 600 euro, un appello: “Io non ne ho bisogno, ne ha bisogno l’Italia”

People For Planet - Sab, 04/04/2020 - 17:00

Del bonus da 600 euro per le “partite IVA” si è molto parlato e scritto, dapprima per spiegare come fare domanda, e poi per raccontare le vicende un po’ kafkiane di chi la domanda ha provato a farla (alla fine riuscendoci anche).

Stato = Mucca da mungere

In questo bailamme si è sentita qualche timida voce che ha tentato di entrare nel merito delle richieste di sussidio. Ne ha parlato ad esempio Beppe Severgnini, ospite di Lilly Gruber su La7: molti commercialisti, ha raccontato, gli hanno scritto dicendogli che tra coloro che hanno chiesto i 600 euro vi sono stati anche tanti professionisti che guadagnano milioni, e ha aggiunto: «Lo Stato non deve essere una mucca da mungere.»

L’appello di un commercialista

E proprio dalla categoria dei commercialisti è partito un appello, pubblicato qualche giorno fa su una rivista di settore, a firma del dott. Alberto Cobelli, commercialista a Piancogno, in provincia di Brescia.

«È evidente che in questa situazione di emergenza sanitaria la maggior parte delle attività imprenditoriali e professionali subirà contrazioni più o meno forti.
Però vedo grandi contraddizioni, quando invece il senso di responsabilità e di solidarietà verso il nostro Paese ci dovrebbe rendere un po’ più coerenti.» scrive Alberto Cobelli, che poi spiega: «Vedo tanta generosità verso i nostri ospedali; le raccolte fondi si sprecano… Eppure, quante persone sono alla ricerca spasmodica di tutti i sussidi possibili! Anche quando magari il proprio reddito o i propri risparmi consentirebbero una serenità anche nel lungo termine.»

Ma tra i tanti che chiedono, chiedono, chiedono… qualcuno si muove diversamente. Aggiunge infatti Cobelli: «Mi ha colpito e desidero segnalare il comportamento controcorrente di alcuni (pochi?) clienti che mi hanno comunicato di non voler richiedere il contributo di 600 euro, con la semplice motivazione di non averne bisogno.
Per questo motivo – conclude – ho pensato di lanciare una campagna “Io non ne ho bisogno, ne ha bisogno l’Italia”»

Ha avuto risposte? Qualcuno ha raccolto l’appello?

Lo abbiamo raggiunto telefonicamente: «Purtroppo la realtà che vedo è deprimente» ci dice, «anziché farsi tutti un bell’esame di coscienza o programmare una ripartenza delle attività, vedo diffusamente un “accanimento” per ottenere a qualunque costo ogni bonus possibile.»

Sembra l’assalto alla Croce Rossa

«Quello che mi preoccupa è la diffusione di questo comportamento: un vero e proprio assalto alla Croce Rossa!»

«Uno sciacallaggio legale ma moralmente da condannare», continua.
C’è l’idea generalizzata e magari ci si aspetta che certi comportamenti siano «dei soliti furbetti, evasori seriali, persone che sfuggono abitualmente il lavoro quando gli casca addosso. E invece, vedi fior di imprenditori e professionisti, anche benestanti, presi più dalla corsa al sussidio che da un senso di responsabilità verso i propri figli (perché lo Stato è il futuro, sono i nostri figli mannaggia).»

I nuovi Robin Hood

«Stato ed enti pubblici in generale sono talmente in panico, che distribuiscono contributi a pioggia senza alcuna valutazione sulle reali necessità nel Paese (e sulle effettive disponibilità di cassa).
Sai come si salva la coscienza qualcuno? Mi dice: “guarda che li do subito in beneficenza!”. Tanti Robin Hood…»

Una visione a dir poco cupa, ma Alberto Cobelli vive in provincia di Brescia e quella visione è illuminata da tanti comportamenti esemplari che ha potuto vedere in questi giorni difficilissimi: «Per fortuna abbiamo ancora l’esempio positivo di qualche realtà sociale, tra questi penso agli Alpini (a cui appartengo con un po’ di orgoglio): in una settimana hanno montato l’ospedale della fiera a Bergamo, un ospedale vero, non quattro brande in un tendone!»

Image by angelo luca iannaccone

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Zona rossa solidale

People For Planet - Sab, 04/04/2020 - 15:00

Da due settimane la routine della mia vita si è inceppata e non ho ancora trovato il modo, o le forze, per rimetterla in piedi: ogni mattina mi alzo e cerco di non pensarci, vado dritto come di consueto verso i miei pantaloni, e poi a fare colazione. Di solito ascoltavo il giornale radio mentre bevevo il caffè, da qualche giorno ho sospeso il rituale e attendo la sera per le informazioni. In quel tempo sospeso dall’ingresso della realtà dentro la mia cucina, provo a pensare che oggi è un giorno qualunque, in cui potrei andare a lavorare fuori casa ma perché non starsene comode a lavorare qui. Così raggiungo il tavolo più grande in soggiorno, dove il pc è rimasto aperto dalla sera prima, il mio e quello dei miei coinquilini e compagni. Sono già seduti alla scrivania, auricolari nelle orecchie e sguardi sui rispettivi schermi. 

Mi siedo. Sospiro.

E solo allora ammetto a me stessa che nessuna ordinaria giornata sta per iniziare, perché questa non è la mia scrivania di lavoro e non l’ho mai condivisa con queste persone, perché lì fuori c’è una pandemia e i dati aggiornati sono appena stati comunicati a quel giornale radio che non ho voluto ascoltare.

Dall’inizio del lockdown il soggiorno di casa nostra si è trasformato in uno sportello sindacale sui generis, che dal rifornimento alimentare, alla cura dei bambini, alla difesa dei diritti del lavoro, coordina e organizza risposte di solidarietà tra vicini di casa e forme di supporto collettivo alle medesime avversità introdotte dallo stato di emergenza. Dopo aver sperimentato un primo piano di lavoro in una rete di contatti diretti, è bastato far circolare qualche post sui social network e qualche locandina davanti al supermercato. Da qualche settimana è lo stesso centralino del Comune a girare le richieste di aiuto ai tanti gruppi autorganizzati sul territorio come il nostro.
Suona il telefono.

Da dieci giorni a questa parte il telefono suona di continuo.

È Edith, professione colf. Da quando è scattata l’emergenza Coronavirus non è più stata chiamata a lavorare. Il suo era l’unico stipendio di casa, il marito è disoccupato da tempo. Mi chiede se qualcuno degli ammortizzatori sociali stanziati dal governo riguarderà anche il suo settore o i disoccupati come suo marito. Una domanda simile ce l’ha posta qualche giorno fa anche Luca, nostro vicino di casa, licenziato durante il periodo di prova in un bar, prima che fosse stanziata la Cassa integrazione in deroga e il divieto di licenziamenti per 60 giorni. Maria invece lavorava quando capitava alla biglietteria di un teatro, in ritenuta d’acconto. Pietro, stagista in un rinomato ristorante di Milano. Chiara, cococo in un call center, non aveva l’adsl a casa e non potendo lavorare da remoto è rimasta a casa senza lavoro.
Sono una di voi, rispondo. Siamo rimasti a casa come gli altri, con la preoccupazione di quanto tempo ancora ci toccherà rimanere bloccati in questa situazione, il pensiero costante sulle cifre del contagio che continuano a salire, mentre nessuno pensa a noi. 

Ho un peso sul petto e il respiro corto. È solo ansia. Non è febbre, né tosse secca, né altro sintomo di allerta.

Ma vivere senza sapere come andare avanti l’indomani logora ogni giorno le forze che avevamo messo da parte, quelle per tenere la testa alta, verso un pallido orizzonte indefinito. Almeno ci potevamo illudere di aver davanti un orizzonte. Ci eravamo quasi abituati a vivere così.

Quando la vita passa davanti ai profitti

Gli effetti della disgregazione sociale non sono nuovi a nessuno, ma questa situazione ci ha messo davanti all’impossibilità di andare avanti dicendo che si poteva comunque sopportare, che c’era comunque chi stava peggio di noi. Lo stato di emergenza, insieme alle paure, ai cambiamenti drastici, al rapporto continuo e ravvicinato con lo Stato e le sue diramazioni, ha dato una forma emergenziale anche a molte situazioni di difficoltà che restano invisibili in condizioni ordinarie – di ordinario collasso del welfare, di isolamento normalizzato dei più fragili, di usuale distanza sociale gli uni dagli altri. La straordinarietà del momento che stiamo vivendo sembra aver dato nuova legittimità a chi aveva bisogno di chiedere aiuto, di dichiararsi, in prima persona, in stato di emergenza. Perché, a ben vedere, Rita era disabile anche prima della pandemia, e trascinarsi fino al supermercato sulle sue gambe è sempre stato doloroso.
Silvia ha una malattia auto-immune da anni, eppure solo adesso che la salute è priorità collettiva chiede aiuto nella cura della sua anziana zia. Caterina subisce violenza dal compagno da una vita e poter chiedere un aiuto nella cura dei figli è stato finalmente il modo di parlare a qualcuno di quello che succede tra le mura di casa. Alice è stata aggredita dal suo datore di lavoro mentre discutevano della sospensione dell’attività. Quello che prima accadeva dietro al bancone del bar ora succede a serrande abbassate.

Un’emergenza sanitaria su scala globale ha fatto saltare le premesse di un sistema basato sulla subordinazione delle vite agli imperativi della crescita economica e del profitto. Se le morti quotidiane sul lavoro, un femminicidio ogni tre giorni e i naufragi in mezzo al mar Mediterraneo non hanno mai interrotto la normalità, se la morte dentro di chi fa tre lavori alla volta, perde la casa o rinuncia a curarsi non ha mai fermato le manovre finanziarie a favore di grandi imprese e gruppi bancari, oggi una nuova – ancorché contraddittoria – centralità della vita e della sua salvaguardia conferisce un’inedita legittimità di parola a chi finora aveva taciuto. La società degli individui reciprocamente indifferenti, chiamati a farcela da soli, a vergognarsi dei propri bisogni e a chiamarli fallimenti ha gettato la maschera: non esiste via di fuga per pochi da un pianeta infetto. Non saremo guariti fino a che non lo saremo tutti.

Fino a ieri, se qualcuno stava peggio di noi avevamo un agile pretesto retorico per sfuggire all’ascolto di noi stessi ma anche per illuderci di non arrivare ultimi nella competizione per la sopravvivenza. Oggi la gara è sospesa e quel qualcuno sta in cima all’elenco delle chiamate da fare. Un interrogativo fuoriesce dalla cerchia degli affetti e dà vita a un inedito legame inatteso: posso fare qualcosa per te? 

Solo come un eroe

«Pronto?».
Alle volte non faccio in tempo nemmeno a presentarmi, a dare qualche elemento per stabilire telefonicamente un contatto di fiducia tra sconosciute che già mi trovo immersa nelle vite stravolte da quest’emergenza. 

Claudia è infermiera in uno dei tanti ospedali al collasso della provincia di Milano, lavora giorno e notte senza guanti, né mascherina, né camice. La sua coinquilina è risultata positiva al Covid-19 e l’azienda ospedaliera le ha fatto pressione tramite ogni canale informale per convincerla a cambiare domicilio a sue spese. Claudia mi chiama dal bed and breakfast in cui si è trasferita, l’angoscia le rompe la voce, non ha più soldi per pagare due affitti, la famiglia è lontana, l’ospedale fa ricadere tutta la responsabilità su di lei, si sente al limite del collasso nervoso e abbandonata da tutti. Infermieri e infermiere sono gli eroi di questo presente distopico, fino a che non creano problemi o purché si possa lucrare sulla loro condizione: la responsabilità nazionale si ferma sull’uscio di una stanza da 40 euro a notte. Claudia alza la voce con me al telefono, si riempie di tutta la frustrazione e del senso di abbandono che ha messo a tacere per giorni.

Sto in ascolto, sospendo la mia vita per qualche minuto e faccio spazio a questa vicenda che mai mi avrebbe invaso se non fossi andata a cercarla. La faccio mia. Ne usciamo insieme da questo incubo, te lo prometto. Nessun datore di lavoro può imporre a un proprio dipendente di cambiare domicilio. Nessuna persona, tanto più se schierata in prima linea in questa situazione di emergenza, deve trovarsi da sola a farsi carico del collasso di un sistema sanitario depredato per decenni. Una lettera congiunta della lavoratrice e del sindacato rimetterà il datore di lavoro di fronte ai suoi doveri. Nel frattempo una rete di solidarietà per passaparola si organizza per trovare a Claudia una soluzione abitativa in regime di ospitalità, fino a che l’ospedale non si farà carico delle spese che le ha imposto.

La vita isolata di chi resta a casa

L’imperativo di restare a casa ha lasciato nell’isolamento completo migliaia di famiglie e di donne soprattutto. La loro presunta naturale predisposizione al lavoro domestico e di cura, che da sempre fa comodo per poter tagliare i fondi pubblici dello stato sociale oltre che del sistema sanitario, ora legittima un carico di lavoro sulle spalle delle donne tra le mura di casa senza pause.
Anita ha tre figli, il più grande è affetto da un ritardo cognitivo, un disturbo di iperattività e richiede assistenza a tempo pieno. La donna ha perso il lavoro poco prima dello scoppio dell’emergenza e di conseguenza anche la casa. Un’amica ha offerto loro una ristretta soluzione abitativa temporanea. Quando Anita chiama per condividere la sua situazione è in difficoltà perché persino una conversazione di qualche minuto diventa un’impresa, la madre non può prendersi una pausa dalla cura dei figli nemmeno per una telefonata con cui chiedere sostegno. Da sola, non riesce nemmeno ad assicurare un’ora d’aria ogni tanto ai suoi bambini, e il contenimento coatto rende esplosiva la condizione di iperattività del più grande dei tre.

Eleanor e suo marito, addetti alle pulizie in ospedale, devono uscire di casa ogni giorno per andare a lavorare: la loro figlia di 7 anni, l’unica in casa a parlare l’italiano come madrelingua, rischia di rimanere da sola a seguire la didattica a distanza. I tre figli del tabaccaio sotto casa mia, padre separato, sono nella stessa situazione. Diego e Tiziana entrambi medici, con un figlio di 4 anni, hanno lanciato un appello affinché qualcuno si trasferisca a vivere a casa loro, fintanto che la situazione di emergenza li tiene fuori casa per lunghissimi turni di lavoro e non possono chiedere appoggio ai nonni per non metterli a rischio. Migliaia di bambini da un paio di settimane a questa parte stanno imparando a leggere e scrivere da soli. Mario è padre single di due figli, vive in periferia e lavora al supermercato del Comune limitrofo. Ogni giorno deve trovare qualcuno che si occupi dei bambini durante i suoi turni di lavoro e le due ore di viaggio che impiega per andare e tornare. 

Mentre Confindustria fa pressione sul governo perché i settori produttivi non vengano interrotti, l’imperativo rigoroso di restare a casa e di evitare i contatti ha invece isolato e abbandonato queste famiglie. Un bonus baby-sitter è stato annunciato nel decreto «Cura Italia», ma i tempi della sua reale attivazione sono ignoti; il decreto del 22 marzo ha finalmente chiarito che il lavoro domestico e di cura è tra le attività essenziali, ma scarica verso il basso la gestione di un settore strutturato nell’informalità e assunzioni in nero, di cui è difficile rendere conto di fronte alla richiesta di comprovare per autocertificazione gli spostamenti di lavoro.

La risposta di solidarietà verso queste famiglie, da parte di persone che si sono messe a disposizione come babysitter ed educatrici in forma gratuita in attesa dell’emissione dei fondi di Stato, è l’unica che a oggi gli ha permesso di non diventare le «inevitabili» vittime collaterali di questa emergenza. La condivisione solidale del lavoro di cura, in un sistema che lo svaluta fino a trasformarlo in un sacrificio invisibile, fa emergere l’implicita premessa che rende possibile il confinamento entro le mura domestiche. Affermare «Io sto a casa» è possibile solo se c’è chi, quotidianamente, risponde alle necessità di cura di chi lo afferma.

Aiutami a uscire da questa puntata di Black Mirror

Silenzio. Da circa un mese un nuovo silenzio ci circonda. In giro, le poche persone si scambiano occhiate di sospetto, da dietro la mascherina che copre loro metà del volto. Una sirena dell’ambulanza spezza la quiete apparente, il suono si fa sempre più vicino, il mezzo si ferma sotto casa. Il vicinato si sporge ai balconi. Sono arrivati a prendere qualcuno. Sospendiamo il fiato. Prima di uscire, anche se non sarebbe necessario, è diventata usanza stampare e compilare un’autocertificazione per dichiarare le ragioni del superamento della soglia di casa. In una lunghissima coda davanti al supermercato le persone si puntano il dito e si accusano a vicenda di aver già fatto la spesa più volte del necessario. Una coppia esce di casa per prendere una boccata d’aria. Una troupe televisiva gli punta le telecamere addosso mentre sono mano nella mano, la scena viene trasmessa in diretta tv. Il giornalista, microfono alla mano, ferma i fidanzati chiedendo loro di tenere la distanza di sicurezza per il bene di tutti. Al parco giochi sotto casa, due persone stanno sedute sulla stessa panchina. Un vicino di casa li ha avvistati, ha postato la loro foto sul gruppo facebook del quartiere e poi ha chiamato la polizia.

A giorni alterni mi prende la sensazione di essere precipitata in un film distopico, e di solito succede quando chi mi circonda mi restituisce stati di serenità e fiducia che «andrà tutto bene». Ma il malessere diffuso è reale e inizia a dare forma alle nostre relazioni a distanza di sicurezza. L’angoscia incatenata al palo di questo eterno presente deve trovare sfogo. L’untore è il capro espiatorio di tutte le epidemie e oggi veste abbigliamento sportivo, si accalca nei parchi insieme a quelli come lui. E non capisce, l’ottuso, che bisogna stare a casa, o forse, peggio, è consapevole e si comporta da irresponsabile. L’odio dilagante mi fa sentire ancora più vulnerabile e impotente. Il timore è che finiremo per ammazzarci l’un l’altro se non lo farà il Covid-19 per noi. Quando mi travolge la paura, mi prefiguro il mio ricovero in terapia intensiva e il vicinato a commentarlo sul gruppo di quartiere: «se l’è andata a cercare».

Ma è possibile auto-imporsi la reclusione senza farsi mangiare da rabbia e frustrazione? Affacciati al balcone, l’odio rivolto all’esterno, verso quella panchina troppo affollata, forse stiamo solo proteggendo dalle nostre reazioni chi si trova chiuso in quarantena con noi. 

E se proprio un attimo prima di immortalare gli untori, l’immagine a fuoco in attesa del click, il telefono si mettesse a squillare? Dall’altro capo qualcuno pronto ad accompagnarti nel labirinto per l’accesso agli ammortizzatori sociali, a fare la fila in farmacia e portarti le medicine a casa, a fare le capriole con tuo figlio mentre tu sei di turno a lavoro, a portarti a casa una cassetta piena di frutta e verdura di stagione, a costruire una cassa di solidarietà per tutti gli esclusi come te dagli ammortizzatori sociali. Ci sono mani che possono stringersi l’un l’altra pur mantenendo la distanza di sicurezza. C’è una fitta trama di relazioni di solidarietà che può occupare il vuoto, abbracciare, mettere un confine alla paura e al desiderio di distruggere i legami nell’impossibilità di costruirne.

In giornate delicate come queste, scandite dai numeri fuori controllo di ricoveri e decessi, determinate senza preavviso da regole sempre più strette e nuove multe a minacciare i trasgressori, per uscire dal Black Mirror forse abbiamo bisogno di trovare lo spazio per dare espressione ai nostri stati d’animo: incoerenti, dimessi, inappropriati, ossequiosi o dissonanti che siano. I forti imperativi che ci arrivano dall’alto a governare l’emergenza, caricano di ulteriore impositività ogni nostra comunicazione in cui non poniamo domande ma formuliamo esortazioni o indicazioni dal tono perentorio sui comportamenti altrui. Calcare sul senso del dovere dentro alle nostre relazioni quotidiane, laddove irrompono ogni giorno le rigorose norme anti-contagio, produce qualcosa a cui non siamo abituati. E se provassimo a sospendere le ingiunzioni reciproche per fare spazio all’ascolto di cosa sentiamo il bisogno, in questa quotidianità già così marcata dalla richiesta di responsabilità?

Quando lo spazio delle nostre relazioni si riempie di ciò che occorre fare o evitare, di come sia più auspicabile reagire o deprecabile pensare, si restringe lo spazio per gli interrogativi. Tra tutte le domande, chiedere aiuto forse è la più difficile. Implica esporsi in prima persona, esibire le proprie debolezze, correndo il rischio di mostrarci vulnerabili agli occhi di chi potrebbe approfittarne. A ben vedere lo siamo sempre stati. Ma un invisibile virus ora scopre le carte e ci lascia tutti indifesi di fronte al medesimo rischio. Ci aiutiamo a uscire da quest’incubo? E mentre te lo chiedo, e la paura sotto forma di domanda esce da me e si scioglie nell’abbraccio che mi tendi, ecco l’incubo che inizia a svanire.

Marie Moïse, attivista, è dottoranda in filosofia politica all’Università di Padova e Tolosa II, scrive di razzismo, femminismo e relazioni di cura. È co-autrice di Future. Il domani narrato dalle voci di oggi (Effequ 2019) e co-traduttrice di Donne, razza e classe di Angela Davis (Alegre, 2018).

Si ringrazia jacobinitalia.it per la gentile concessione

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Foto di Ria Sopala da Pixabay

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Cuciono gratis mascherine trasparenti per i sordi, i più isolati dal Covid-19

People For Planet - Sab, 04/04/2020 - 14:00

Covid-19, settimane infernali per i sordi. Già in tempi normali per le persone ipoudenti gli ospedali sono luoghi difficili, ora che tutti, non soltanto il personale medico, indossano le mascherine, anche fare la spesa o recarsi in farmacia può risultare infernale per chi ha bisogno di leggere il movimento delle labbra per comunicare. 

Le mascherine trasparenti, che coprono da virus e batteri ma lasciano scoperte le labbra, già esistono, ma sono poche, costose, e spesso introvabili, in America come in Italia.

Ashley, la studentessa americana che cuce mascherine per i sordi

Si chiama Ashley Lawrence, ha 21 anni, è studentessa del Kentucky, Stati Uniti. Insieme alla madre sta cucendo e donando mascherine realizzate in tessuto chirurgico e una parte trasparente all’altezza della bocca, fondamentali per chi ha bisogno di leggere in labiale, ma pure per chi necessita di un sorriso.

L’idea è nata dopo avere visto amici fabbricarsi mascherine da soli, così, consultati i tutorial che si trovano sul web, si è messa all’opera, e ora, insieme alla madre, fabbrica e spedisce stock di mascherine in diverse città degli Usa a chi ne ha bisogno.

Gli appelli in Italia

Da noi la prima voce a levarsi è stata quella di Carla Ciotti, presidente dell’associazione Il Quadrifoglio di Ravenna. In una lettera aperta ripresa da alcuni giornali locali,  ha scritto una lettera di denuncia dei gravi problemi di comunicazione che i sordi stanno vivendo in questo momento di emergenza, dove, oltre alle mascherine (normali e trasparenti) mancano anche figure capaci di tradurre in lingua Lis, la lingua dei segni italiana, soprattutto negli ospedali

Ogni anno in Italia nascono circa 2mila bambini con gravi problemi all’udito e stando a un rapporto dell’INPS riferito al 2017, nel Paese sono 43536 i sordi riconosciuti dalla Legge 381(70) come invalidi civili. Quarantatremila e cinquecentotrentasei persone che, contratto il Covid-19, rischiano una ospedalizzazione in totale isolamento, ancora più dolorosa e solitaria di quanto già lo sia normalmente. Quarantatremila e cinquecentotrentasei persone stanno vivendo queste settimane di incertezza in isolamento, se si considera che la simpatica traduttrice Lis appare soltanto durante i bollettini quotidiani della Protezione Civile, mentre la maggioranza degli approfondimenti, delle interviste ai medici e dei filmati, sono girati in esterna, da lontano. 

Il 28 marzo da un istituto per sordi di Messina è partita la richiesta, ora al vaglio del ministero dello Sviluppo Economico, per produrre in tempi utili dispositivi di protezione necessari a chi ha bisogno di leggere il movimento delle labbra. Ora più che mai, tocca farsi sentire.

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Angoscia, ansia, paura… Come far fronte a questi sentimenti negativi?

People For Planet - Sab, 04/04/2020 - 12:00

Le nostre abitudini, i tempi delle nostre giornate, le occupazioni, le relazioni sono state stravolte da questa pandemia. Improvvisamente ci siamo trovati in un mondo assurdo, inaspettato, spaventoso; viviamo una situazione che avevamo visto solo nei film catastrofici. Tutti per un attimo ci siamo chiesti: stanno per arrivare gli zombi?

Di fronte a un cambiamento improvviso nella nostra mente si attivano processi fisiologici primordiali: i nostri antenati si sentivano al sicuro quando riconoscevano tutto quel che li circondava e sapevano quindi che non c’erano belve nei paraggi. Quando qualche particolare del loro mondo cambiava scattavano le molecole prodotte dal cervello per rendere i sensi più vigili e i muscoli pronti all’azione. È naturale e importante che questo accada ma se questo stato di allarme si prolunga troppo nel tempo diventa sindrome da stress e non fa bene.

Possiamo però agire e crearci una nuova scansione del tempo in modo tale da ritrovare ogni giorno momenti conosciuti che ci tranquillizzino.

Ecco la seconda (di n°5) pillola di benessere psicologico Pillole di benessere psicologico a cura di Jacopo Fo e Ilaria Fontana

I canali ufficiali della Dr.ssa Ilaria Fontana: sito web  www.ilariafontana.com | e pagina Facebook Dott. Ilaria Fontana psicoterapia Napoli

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“Il sorriso chiama”: videochiamate per stare vicino ai bambini ricoverati

People For Planet - Sab, 04/04/2020 - 11:00

«I bambini ricoverati in ospedale, ora più che mai, hanno bisogno di qualche ora di spensieratezza, non possiamo lasciarli soli». A lanciare l’appello è la Fondazione Dottor Sorriso, che da 25 anni rasserena la degenza ospedaliera dei pazienti pediatrici attraverso la terapia del sorriso. Per assicurare la continuità delle attività anche durante l’emergenza da coronavirus la Fondazione ha lanciato la campagna “Non lasciamoli soli” a sostegno del nuovo progetto “Il sorriso chiama”.

Il progetto “Il sorriso chiama”

Obiettivo del progetto è garantire, a distanza e in accordo con gli ospedali con cui collabora la Fondazione, il servizio di “terapia del sorriso” ai bambini che ne hanno bisogno. I genitori potranno prenotare online sulla piattaforma ilsorrisochiama.dottorsorriso.it per ricevere una videochiamata dai “dottori del sorriso“, clownterapeuti professionisti della Fondazione. Basterà inserire i propri dati e il numero di telefono o l’e-mail su cui essere contattati per stabilire data e ora dell’appuntamento. È possibile prenotarsi anche chiamando il numero verde 800 58 77 07 o il numero fisso 02 93796 488 negli orari 9-13 e 14-18.

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La terapia del sorriso

Già diverse strutture tra quelle con cui collabora la Fondazione hanno aderito all’iniziativa, ma altre potrebbero aggiungersi presto. «Con il progetto “Il sorriso chiama” abbiamo voluto rispondere a un’esigenza reale e sentita da tante famiglie con bambini ricoverati in ospedale», spiega Cristina Bianchi, Direttore di Fondazione Dottor Sorriso. «La terapia del sorriso – aggiunge – è un valido supporto alle cure tradizionali che contribuisce a ricostruire le difese del bambino di fronte al trauma del ricovero in ospedale o della somministrazione delle terapie. Ridere ha effetti molto positivi sulla psiche dei piccoli pazienti: è scientificamente provato che porti a una riduzione della somministrazione di analgesici, dei tempi di degenza e dei tempi di miglioramento clinico, e a un aumento delle difese immunitarie e del livello delle endorfine, con conseguente innalzamento della soglia del dolore nel bambino».

in foto un’immagine tratta dal film “Patch Adams” del 1998 con Robin Williams

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Perché il coronavirus si è diffuso tra gli ultraortodossi di Israele

People For Planet - Sab, 04/04/2020 - 10:00
La doppia quarantena di Netanyahu

Il Guardian racconta che il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu è andato in isolamento per due volte: una prima volta dopo che si è scoperto che un suo assistente era positivo al  virus. Netanyahu è risultato negativo alla malattia e ha lasciato la quarantena giorni ma è tornato in isolamento una seconda volta dopo che al ministro della sanità è stato diagnosticato il virus il 1° aprile. Sia l’assistente che il ministro sono ultraortodossi.

“Torah protegge e salva”

I quartieri ultra-ortodossi di Gerusalemme hanno più infezioni di quelli vicini, e si sottolinea come il virus si sta diffondendo più rapidamente in questa comunità, che rappresenta circa il 12% della popolazione. La città ultraortodossa di Bnei Brak ha il secondo maggior numero di casi in Israele nonostante sia solo la nona città. Secondo il ministero della salute israeliano il 40% della popolazione della città è infettato.

Per settimane dopo che la maggior parte degli israeliani ha iniziato il distanziamento sociale per volere del governo, la vita è continuata come di consueto nelle comunità ultra-ortodosse che mantengono un ampio grado di autonomia. Lo studio di Torah e Talmud non si è fermato nelle scuole ultraortodosse anche se il resto del sistema educativo israeliano è stato chiuso il 12 marzo. Le preghiere sono continuate in affollate sinagoghe. Solo alla fine di marzo i rabbini ultraortodossi, che inizialmente affermavano che la “Torah protegge e salva”, alla fine hanno impedito ai loro seguaci di pregare in pubblico.

Niente televisori, radio, web = niente info

Altri fattori hanno peggiorato le cose. Ad esempio, tra gli ultra-ortodossi è proibito possedere televisori e radio. Possono acquistare telefoni cellulari, ma questi sono bloccati dall’accesso a Internet e alle app di messaggistica. Ciò comporta che l’arrivo di informazioni sulla salute pubblica sia lento. Molti non sono riusciti a ricevere i messaggi inviati dal governo sul virus e non è stato difficile per gli infetti diffondere la malattia. Gli ultraortodossi tendono ad avere famiglie numerose e spesso vivono in spazi ristretti. Bnei Brak è la città più affollata di Israele, con 27.000 abitanti per chilometro quadrato, tre volte la densità di Tel Aviv.

Alcuni ignorano le indicazioni del governo

Netanyahu, che fa affidamento sul sostegno di partiti ultraortodossi, era riluttante a chiudere le sinagoghe. La polizia è stata inviata in aree ultraortodosse solo dopo che i rabbini stessi hanno stabilito che le preghiere avrebbero dovute essere tenute in privato. Il 1° aprile il primo ministro ha limitato i movimenti in entrata e in uscita da Bnei Brak. Ma alcuni in città stanno ignorando le indicazioni del governo, tenendo preghiere collettive e tenendo aperte le aule di studio.

I privilegi degli ultraortodossi

Per decenni agli ultraortodossi è stato permesso di gestire i propri affari anche con finanziamenti governativi. La maggior parte non serve né nell’esercito né nei lavori socialmente utili. Molti israeliani provano fastidio per questo. Man mano che gli ultraortodossi inizieranno a utilizzare le scarse scorte mediche è possibile che aumentino gli interrogativi sulla loro posizione di privilegio nella società israeliana.

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Photo by Laura Siegal

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Tecnica di pittura con cotton fioc

People For Planet - Sab, 04/04/2020 - 10:00

Dal canale YouTube Jay Lee Painting una tecnica alternativa per dipingere con un risultato straordinario! Cosa mi serve:

  • Foglio cartoncino
  • Spugna da bagno o luffa;
  • Cotton Fioc biodegradabili;
  • Tempere e pennello

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Buttate via i libri tristi o angoscianti: viva Benni e Jerome!

People For Planet - Sab, 04/04/2020 - 08:00

Nei siti e social si continua a consigliare Cecità di Saramago e La Peste di Camus ma davvero in questo periodo abbiamo bisogno di questi libri?

Magari sì, per capire, per conoscere come i grandi scrittori hanno trattato periodi simili, si tratta comunque di libri importanti ma, come dice Angiola Codacci-Pisanelli in un bell’articolo sull’Espresso: “Li riprenderete in tempi migliori”.

In questo fine settimana di sole e aria di primavera può essere utile leggere altro, un bel giallo magari, un comico intelligente, una storia di assurda fantascienza.

Bando alle ciance: noi vi raccontiamo quelli che ci son piaciuti e rileggiamo sempre volentieri, voi ci dite i vostri?

Ridere fa benissimo

Iniziamo con due autori di cui avete solo l’imbarazzo della scelta su da che titolo iniziare:

Daniel Pennac. Di lui tutto, ma proprio tutto, anche la lista della spesa.
Se non lo conoscete iniziate per gradi: Come un romanzo è la bibbia dei lettori: laddove, normalmente, la lettura viene presentata come dovere, Pennac la pone invece come diritto e di tali diritti arriva a offrire il decalogo. Piena libertà dunque nell’approccio individuale alla lettura perché “le nostre ragioni di leggere sono strane quanto le nostre ragioni di vivere“. E con buona pace dei sensi di colpa se proprio di quel libro tanto decantato dalla critica non riusciamo ad andare oltre pagine 32: uno dei comandamenti dà il diritto al lettore di mollare.
Poi passate alla saga dei Malaussène iniziando da Il Paradiso degli Orchi. E dopo è tutta discesa: vi sarete innamorati di quella famiglia strampalata e buon divertimento!

Stefano Benni. Anche per questo magnifico autore scegliere un libro è difficilissimo. Chi scrive ha iniziato con Terra! Un romanzo fantascientifico dove i protagonisti compiono un viaggio interplanetario per raggiungere un pianeta che possa ospitare gli abitanti della Terra, poiché su quest’ultima vi è una glaciazione perenne.
E poi Bar Sport – se non conoscete la Luisona vi manca un pezzo di storia moderna – ed Elianto, poesia allo stato puro, e ancora il regolamento della pallastrada ne La Compagnia dei Celestini. E così via.

Qualche titolo sparso

Il più grande uomo scimmia del Pleistocene di Roy Lewis.
Il libro narra le vicende di un gruppo di cavernicoli dell’Africa centrale del tardo Pleistocene e le loro lotte per sopravvivere ed evolversi. Il tutto raccontato in modo molto, molto divertente. Vi diciamo solo che i nostri antenati che stanno decidendo se scendere o meno dagli alberi e conosceranno a breve il fuoco si chiamano: Edward. Ernest, Millicent, Oswald e così via.

Tre uomini in barca (per non parlare del cane) di Jerome K. Jerome
Classico e fantastico umorismo inglese dove le situazioni più assurde vengono descritte come le più logiche e naturali del mondo.
Una gita sul Tamigi può nascondere un sacco di esilaranti sorprese e se siete ipocondriaci evitate di consultare l’Enciclopedia Medica, potreste scoprire di avere tutti i mali del mondo tranne il ginocchio della lavandaia.

Gialli, gialli, gialli!

Camilleri, of course, e non solo Montalbano. Imperdibili Il Birraio di Preston, Stagione di Caccia, La Concessione del Telefono.

E insieme al grande siciliano, sempre nelle edizioni blu di Sellerio: Alessandro Robecchi, Antonio Manzini e il Vice questore Schiavone, Marco Malvaldi e il Bar Lume. Anche se avete visto gli sceneggiati Tv conviene leggerli, è tutta un’altra storia.

L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome è il primo libro di una serie di cinque scritto da Alice Basso e racconta di una ghostwriter molto dark che si trova coinvolta in alcune indagini di polizia. Acuta, intelligente, irresistibile, con un senso dell’umorismo stratosferico: Vani Sarca  diventerà la vostra migliore amica.

Chi meglio di una colf sa i segreti delle case che pulisce? Alma Boero avrebbe altro da fare che aiutare Julet Rosset in un caso di omicidio ma ormai c’è dentro e il suo spirito d’osservazione non le lascia scampo. Acqua passata di Valeria Corcialani vi farà conoscere Chiavari e una donna ben piazzata con un famiglia a dir poco impegnativa.

E per finire: la fantascienza da ridere

Guida galattica per autostoppisti di Douglas Adams. Se avete visto il film fate conto che si tratta di tutt’altro, nessun film potrà mai arrivare ai livelli di immaginazione scatenati da un libro e di questo in particolar modo.
Il libro inizia così: “Lontano, nei dimenticati spazi non segnati nelle carte geografiche dell’estremo limite della Spirale Ovest della Galassia, c’è un piccolo e insignificante sole giallo. A orbitare intorno a esso, alla distanza di centoquarantanove milioni di chilometri, c’è un piccolo, trascurabilissimo pianeta azzurro-verde, le cui forme di vita, discendenti dalle scimmie, sono così incredibilmente primitive che credono ancora che gli orologi da polso digitali siano un’ottima invenzione.

Buona lettura!

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Vuoi pubblicare il tuo libro? (Prima parte)
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Foto di Karolina Grabowska da Pixabay

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UE oltre 40mila vittime, in GB non tornano i conti | De Luca:”idiozia test a tutti”

People For Planet - Sab, 04/04/2020 - 06:30

Il Giornale:Il virus si propaga nell’aria e si diffonde anche parlando“;

Il Messaggero: Capua: «Il virus non sparirà in estate E si apre fronte infezioni tra animali» Iss: «Isolare dai positivi cani e gatti»;

Corriere della Sera: Virus, impennata di multe per violazione dei divieti: in due giorni quasi 15 mila;

Il Sole 24 Ore: Coronavirus: via libera a tamponi rapidi, in aree a rischio sì a test in auto – Allerta Fbi e Servizi su attacchi hacker agli ospedali- Scorte ridotte di antimalarici;

Tgcom24: Coronavirus, in Europa superate le 40mila vittime | Impennata in Gran Bretagna, la Regina parlerà alla nazione;

Repubblica: Perché in Gran Bretagna i conti non tornano: pochi test e troppi morti;

Il Manifesto: La Campania ultima nei test. De Luca: «Farli a tutti è un’idiozia»;

Il Fatto Quotidiano: Ue, bozza accordo Francia-Germania: “Mes alleggerito, credito dalla Bei, schema per i cassintegrati”. Gualtieri: “No al fondo Salva-Stati, risposta dell’Unione sarà adeguata solo se ci saranno i coronabond”;

Leggo:  Coronavirus negli Usa, più di 7mila vittime. Ma Trump non vuole “chiudere il paese”: «In Italia è Spagna situazione più grave»;

Il Mattino: Maeve Kennedy sparita in mare col figlio di 8 anni.

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Covid-19: Il leggendario “Picco” e i giocatori con la mascherina

People For Planet - Sab, 04/04/2020 - 06:00

E se siamo soliti immaginarli freddi e calcolatori a destreggiarsi tra nudi numeri e meri grafici, mai come oggi ne avvertiamo invece la vicinanza e il calore.

Gli statistici sono quelli che stanno analizzando – e in parte prevedendo – l’andamento di una epidemia tra le più aggressive degli ultimi secoli; e sono quelli – come nel caso del gruppo di ricercatori Stat Group-19 – in grado di far sì che, grazie a tali previsioni, ogni paziente Covid bisognoso di ricovero possa trovare un letto libero.

L’Italia è in attesa del Picco

Che sia come Godot, destinato a non arrivare mai? O come la felicità, invece, che molti riconoscono solo dopo che è passata? 

Lo abbiamo chiesto al Prof. Alessio Farcomeni – Ordinario all’Università di Roma “Tor Vergata”, esperto di Statistica applicata alla Medicina e all’Epidemiologia – membro del citato Stat Group-19. Ed ecco quanto ci ha raccontato.

Gli infetti rilevati sono un indicatore inaffidabile

«Innanzitutto leggiamo quotidianamente stime sull’arrivo del picco, ma non si capisce di quale picco si stia parlando. È necessario chiarire che ci sono due tipi di picco (epidemico e di casi), per ciascun possibile indicatore (infetti, ricoveri, decessi). Inoltre, lo premetto: gli infetti rilevati sono un indicatore piuttosto inaffidabile del fenomeno, perché non sappiamo quanti siano i non rilevati. 
In queste settimane ci siamo affidati al monitoraggio (con varie attenzioni) dei ricoveri e delle terapie intensive, che invece riteniamo più fedeli all’andamento reale dell’epidemia.»

Il picco epidemico e picco di casi

«Ad ogni modo, vado per punti:

1) Se consideriamo gli infetti: il picco epidemico è il momento in cui il numero dei nuovi positivi è massimo; il picco di casi è il momento in cui è massimo il numero degli attualmente positivi. In ogni caso frenerei gli entusiasmi per l’arrivo di un picco: di fatto, è il momento peggiore. E non è una data precisa, ma un periodo che può durare anche alcuni giorni. 

2) Punto pari, buone notizie: il picco epidemico è stato raggiunto e sorpassato in Lombardia, la regione più colpita, già da diversi giorni. Ed è stato raggiunto, se non sorpassato, in quasi tutte le altre regioni. Non dovremmo quindi più vedere peggiorare la situazione così rapidamente. 

3) Il picco di casi è in arrivo, ed è quello di cui parla l’ISS in questi giorni. Per ragioni legate al decorso della malattia, il picco dei positivi è anteriore di qualche giorno al picco dei ricoveri, che è anteriore di vari giorni al picco dei decessi. Per cui, purtroppo, ancora per alcuni giorni avremo molti decessi giornalieri.

4) Punto pari, buone notizie: qualche giorno dopo l’ingresso nel picco di casi, gli ospedali cominceranno ad alleggerirsi e avremo sempre più dimissioni che nuove ammissioni. Questo sarà il vero segno del fatto che avremo salvato il mondo dal divano di casa.»

Ma quando finisce?!?

Il quesito che sorge naturale, a questo punto, riguarda le capacità predittive dello statistico. Elevato quasi ad Oracolo della Natura, attendiamo ci mostri il momento in cui l’epidemia sarà alle spalle. Andiamo ancora per punti?

«1) Abbiamo delle stime ma preferiamo non diffonderle, perché uno statistico oltre alla stima ha una misura della sua attendibilità, e al momento è bassa. 

Vorremmo evitare di fare come alcuni colleghi che hanno confuso il pubblico (e il decisore) dando numeri a caso. Ad ogni modo, servono 28 giorni senza casi rilevati per poter dire che l’epidemia è alle spalle davvero. 
Ma anche quando non ci saranno più contagi rilevati, non vorrà dire che il virus sarà necessariamente sparito o che non possa tornare. Finché non avremo un vaccino, sarà bene rispettare delle regole. 

2) La buona notizia è che è possibile trovare un equilibrio tra misure di sanità pubblica e libertà individuali (e contraccolpi economici). Verranno fatti dei primi tentativi, verranno commessi degli errori e piano piano si correggeranno. ISS, CSS, task-force del ministero dell’innovazione: stanno ragionando già da vari giorni su come partire e come proseguire. 

3) Credo sia indispensabile un pacchetto di misure ben calibrato (inclusi: distanziamento dipendente da età e comorbilità, monitoraggio dello stato di salute, isolamento degli infetti e tracciamento elettronico dei loro contatti, limitazione degli assembramenti, specialmente in luoghi chiusi; il più possibile: smart working, lezioni a distanza per scuola e università). 

Serve anche l’educazione sanitaria, che sappiamo da anni essere estremamente utile e che andrebbe insegnata alla scuola dell’obbligo. 
Nello specifico: dobbiamo imparare a non toccarci la bocca, il naso, gli occhi quando non abbiamo le mani perfettamente pulite o siamo fuori casa, lavarci le mani regolarmente e, purtroppo, anche limitare il numero di partner sessuali e la frequenza con cui si cambiano. Infine, sarà indispensabile un monitoraggio attento da parte delle istituzioni per mettere in atto, qualora necessario, nuovi lockdown in maniera tempestiva e mirata

Bambini e sportivi

Oggi dibattiamo su quanti passi – e a che distanza da casa – possa effettuare un bambino accompagnato. Lo sport si interroga sulla possibilità di riprendere non solo le competizioni ma almeno gli allenamenti. Anche i podisti dell’ultimissima ora si chiedono quando potranno concedersi la prima – dopo tanto tempo o in assoluto – sgambata. Via con i punti:

«Alcuni di questi dibattiti a mio avviso non colgono il punto.
I sospetti di procurata epidemia di un padre e figlio che fanno il giro del palazzo da soli, o stanno in un angolo di un parco pubblico con un pallone, sono per quel che mi riguarda in gran parte la ricerca di un capro espiatorio.
Con le dovute cautele, evitando rigorosamente assembramenti di persone, e con l’aiuto del tracciamento elettronico, non ritengo che una ripresa delle attività sportive individuali (o in famiglia) presenti problematiche insormontabili. 

Per quel che riguarda gli sport di squadra, e le attività agonistiche in generale, credo anche queste saranno possibili; ma bisogna capire come garantire quelle stesse regole che prevediamo per il resto della società: numero limitato di persone all’interno dello stesso spogliatoio, distanziamento sociale in conferenza stampa

Infine, un punto importante: un conto è monitorare 22 persone in un campo di calcio, un altro è comprimere un alto numero di persone contemporaneamente nello stesso luogo, a poca distanza una dall’altra. 

È stata avanzata l’ipotesi – che non ritengo implausibile – che il terribile focolaio epidemico di Bergamo sia anche legato alla partita di Champions League Atalanta-Valencia. 

Fino all’arrivo di un vaccino, senza dubbio giocherei a porte chiuse. Evitare gli assembramenti deve a mio avviso diventare purtroppo una regola per un po’.»

Sport e mascherine

Una curiosità: cosa risponderebbe a chi ipotizza di far giocare i calciatori con la mascherina? [NdR: io mi sento soffocare anche con soli due piani di scale]

L’utilità dell’uso della mascherina è ampiamente dibattuto, anche a livello dell’OMS. 

Se poi si possa riuscire a giocare con la mascherina o meno – cioè se sia faticoso o peggiori le prestazioni – onestamente non saprei. 

Certo è che il virus attraverso il sudore e il contatto fisico difficilmente passa. Si trasmette quasi esclusivamente attraverso la saliva, che finisce negli occhi/naso/bocca, passando possibilmente prima in faccia o sulle mani. Insomma, teoricamente una protezione la darebbe, se eventuali giocatori infetti avessero la mascherina.» 

“Mascherina che, invece, non serve a un piffero quando la mette un atleta sano”, aggiunge il Prof salutandomi e sorridendo dallo schermo del pc.

[NdR. Nel caso qualcuno pensi che gli elenchi puntati e numerati siano un vezzo tipico degli Statistici, teniamo a precisare come non esista alcuna evidenza numerica in tal senso.
Non si hanno elementi, inoltre, per verificare se due elenchi numerati all’interno del medesimo articolo possano rappresentare un picco]

Photo by Fusion Medical Animation 

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La cooperazione israelo-palestinese per combattere il coronavirus reggerà?

People For Planet - Ven, 04/03/2020 - 21:00
Tra cooperazione e conflitto

Il corrispondente da Ramallah (Cisgiordania) di Channel News Asia racconta come l’inizio della pandemia di coronavirus abbia favorito inusuali momenti di unità tra leader israeliani e palestinesi ma con l’aumentare della gravità dell’epidemia sono aumentate anche le tensioni.

L’autorità palestinese con base a Ramallah all’inizio della crisi ha lavorato a stretto contatto con i funzionari sanitari israeliani anche per quanto riguarda le limitazioni alla mobilità delle persone e le politiche di gestione degli ospedali. È stata adottata anche un’azione coordinata per evitare uno scoppio COVID-19 nella città di Betlemme in Cisgiordania.

Ma mercoledì il primo ministro palestinese Mohammed Shtayyeh ha accusato Israele di aver compromesso gli sforzi di contenimento del suo governo incoraggiando i palestinesi a continuare a lavorare negli insediamenti israeliani anziché sospendere le attività. “Ciò che chiediamo è che Israele ci lasci in pace”, ha detto.

Sale la tensione

Il problema a cui fa riferimento il primo ministro palestinese riguarda i 70.000 palestinesi con permesso per lavorare in Israele.

Il mese scorso, Israele e l’Autorità palestinese avevano concordato una politica che mirava a limitare i movimenti della popolazione consentendo al contempo ai palestinesi di rimanere occupati.
A ciascun lavoratore erano state date 72 ore per decidere se rimanere in Israele durante la crisi o tornare in Cisgiordania.

Successivamente un video dove sembra che un palestinese ammalato di covid-19 venga portato a viva forza dai militari israeliani in Cisgiordania ha fatto salire la tensione.

Le tensioni sono aumentate con la morte del primo palestinese, una donna sulla sessantina contagiata presumibilmente dal figlio che lavora all’interno di Israele.

La difficile scelta dei lavoratori palestinesi in Israele

Da allora Shtayyeh ha chiesto che tutti i palestinesi che ancora lavorano in Israele tornino a casa per impedire la diffusione dei focolai da Israele verso la Cisgiordania

Ma tra i lavoratori palestinesi rimasti in Israele alcuni hanno affermato di non essere in grado di rinunciare al reddito che guadagnano là.

Ad esempio un operaio palestinese che ha chiesto di restare anonimo ha detto alla tv CNA di aver deciso di condividere una stanza con altri quattro colleghi in Israele anziché tornare a casa, e di essere terrorizzato per il timore di contrarre il virus e ad essere espulso da Israele.

Mercoledì scorso, 1 aprile, l’Autorità Palestinese ha dichiarato che 15 dei suoi cittadini impiegati negli insediamenti si sono dimostrati positivi per il virus e ne ha attribuito la colpa alle politiche israeliane. “La decisione di Israele di consentire l’ingresso dei lavoratori dalla Cisgiordania a Israele è un tentativo di proteggere l’economia israeliana a spese della vita dei nostri lavoratori”, ha detto Shtayyeh. “L’economia israeliana non è preziosa come la vita dei nostri figli”.

La cooperazione, con difficoltà, va avanti

Nonostante le tensioni, la cooperazione è necessaria per “nell’interesse di tutti”, ha affermato Ofer Zalzberg dell’International Crisis Group.
“Poiché le due popolazioni sono così intrecciate, è impossibile contenere il virus in una sola società.”

Yotam Shefer della sezione militare israeliana responsabile degli affari civili nei territori palestinesi (COGAT) ha insistito sul fatto che la cooperazione è rimasta forte.
“Il coordinamento con l’Autorità Palestinese è molto stretto e molto netto”, ha detto ai giornalisti, citando seminari e formazione medica congiunti.

L’ex capo della COGAT, Eitan Dangot, ha detto ai giornalisti che l’Autorità Palestinese ha “assolutamente adottato la politica israeliana su come affrontare il coronavirus”.

Le vecchie ragioni del conflitto restano

Tuttavia, anche le fonti di conflitto che hanno preceduto la pandemia non sono scomparse.

L’Autorità Palestinese ha un’autonomia limitata in Cisgiordania, che è sotto l’occupazione israeliana dal 1967.
Più di 400.000 coloni ebrei vivono nell’area in comunità considerate illegali ai sensi del diritto internazionale.
L’esercito israeliano ha continuato a condurre incursioni nelle aree palestinesi e demolire case e altre strutture, confiscando tende designate come clinica medica, secondo l’ONG israeliana anti-occupazione B’Tselem.

Walid Assaf, che dirige il dipartimento di monitoraggio degli insediamenti del governo palestinese, ha dichiarato che si sarebbe aspettato un congelamento della costruzione degli insediamenti durante la pandemia. Invece, secondo Assaf, Israele sta usando lo scoppio del coronavirus “per creare nuove situazioni di fatto sul campo”.

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Cibo confezionato, un trucco ti aiuta a leggere velocemente l’etichetta

People For Planet - Ven, 04/03/2020 - 18:00

L’etichetta è la nostra migliore amica, quando si parla di cibo confezionato. Intuitivo capire che tutto ciò che è fresco, e che ha un solo ingrediente, deve essere la nostra scelta preferita, ogni giorno: frutta, verdura, latte, carne e pesce fresco. Poi ci sono gli alimenti “elaborati” – cioè prodotti a seguito di un meccanismo più o meno complesso – che sono ancora buoni se hanno in generale pochi ingredienti (diciamo minori o uguali a 5): il pane, ad esempio, ma ogni alimento anche confezionato ha questa regola: minore è il numero degli ingredienti, meglio è. Da ultimi, ci sono gli alimenti confezionati e/o elaborati: quelli che dovremmo scegliere il meno spesso possibile (soprattutto gli insaccati, i dolciumi o i piatti pronti, sempre ricchi di grassi e sale, dalle lasagne alla pasta al sugo). Per questi ultimi casi, possiamo scegliere il meno peggio se impariamo a leggere l’etichetta.

La regola del 5 e la regola del 20

La FDA, l’ente americano per la sicurezza alimentare, ha recentemente invitato le persone a valutare questi ultimi alimenti seguendo un semplice principio, una regoletta che ci renderà chiaro al volo se quello che stiamo scegliendo è veramente, come magari sostiene la confezione “povero di sale”, “leggero”, o “ricco in Omega3”. Si tratta di guardare un valore: la dose giornaliera raccomandata (RDA). Purtroppo le RDA non sono obbligatorie da noi, ma spesso vengono comunque aggiunte dalle aziende.

Cosa ci dicono le RDA

Supponiamo, ad esempio, che una porzione di qualcosa abbia 5 grammi di proteine; sembra abbastanza buono, ma raggiunge solo il 3% dell’RDA, che invece non sembra così tanto buono. Ebbene, il cibo “x” sarà veramente “povero in sodio” se il sodio è minore o uguale a 5; e sarà invece effettivamente ricco di Omega3 o vitamina d, se la quantità presente equivale almeno al 20% dell’RDA.

In altre parole, la FDA spiega che, come regola generale: il 5% della dose raccomandata, o meno, è effettivamente una quantità bassa; mentre il 20% o più di un nutriente, per porzione, è un valore elevato.

Quindi, se si desidera un prodotto a basso contenuto di zuccheri aggiunti, per fare un altro esempio, il 5% di RDA è buono. Se cerchi un prodotto ricco di fibre, 20% o più va bene.

Via ai confronti

Naturalmente, una volta acquisita dimestichezza con questo giochino, la FDA raccomanda di confrontare la percentuale di diversi prodotti alimentari (se la dimensione della porzione è la stessa) per scegliere quelli più ricchi di sostanze nutritive che cerchiamo e viceversa.

In generale, dovremmo mangiare tutti più fibre, potassio e calcio (ma di origine naturale, non addizionato) e meno zucchero, grassi saturi e sodio.

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Coronavirus: Oms potrebbe rivedere indicazioni su uso mascherine

People For Planet - Ven, 04/03/2020 - 17:46

L’Organizzazione mondiale della sanità sarebbe pronta a rivedere le sue raccomandazioni sull’uso delle mascherine: in base ai risultati di uno studio pubblicato su Jama da un gruppo di ricercatori del Massachusetts Institute of Technology di Boston (Stati Uniti) è emerso infatti che il coronavirus può viaggiare nelle goccioline di saliva fino a 7-8 metri dall’espirazione, ad esempio in caso di un colpo di tosse o di uno starnuto, e rimanere nell’aria per ore.

Distanza minima di un metro non basta

Attualmente l’Oms raccomanda una distanza minima di almeno un metro da una persona che tossisce o starnutisce e sottolinea che a indossare le mascherine devono essere i malati o le persone che mostrano i sintomi della malattia. La ricerca del Mit ha però osservato che le attuali linee guida si basano su ipotesi relative alle dimensioni delle goccioline “eccessivamente semplificate”, e che potrebbero dunque non essere adeguate per frenare la diffusione del coronavirus.

Dovrà indossare le mascherine un numero maggiore di persone

Secondo l’autrice dello studio, Lydia Bourouiba, in base ai loro studi emerge come goccioline di saliva di un’ampia gamma di dimensioni possano viaggiare fino a 7-8 metri in caso di tosse o starnuto, trasportando con loro il virus.
Alla luce di questi risultati l’Oms, spiega David Heymann, ex direttore dell’Oms che nel 2003 coordinò la risposta alla Sars e attualmente presidente di un gruppo di consulenti dell’Organizzazione, valuterà se, per rallentare la diffusione del virus, sarà necessario che un maggior numero di persone indossi le mascherine. “L’Oms – ha detto alla Bbc l’infettivologo – sta riaprendo la discussione sulle mascherine esaminando le nuove evidenze scientifiche per vedere se dovrà esserci un cambiamento nel modo in cui ne consiglia l’uso”.

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Covid-19, i gatti possono ammalarsi

People For Planet - Ven, 04/03/2020 - 17:23

Si plachino gli animalisti: è doveroso dar voce alla ricerca, soprattutto se accreditata, anche quando riguarda i nostri amatissimi animali domestici. Uno studio pubblicato da Nature, e ripreso dalla stampa mondiale, mostra che i gatti possono essere infettati dal coronavirus e possono diffonderlo ad altri gatti, mentre i cani non sono sensibili all’infezione. Lo studio è stato condotto da ricercatori cinesi dell’Istituto di ricerca veterinaria di Harbin, e ha concluso che è probabile che cani, ma anche polli, maiali e anatre non prendano il virus o comunque molto più difficilmente dei gatti.

Lo Studio

Lo studio si è basato su esperimenti di laboratorio in cui a un piccolo numero di animali sono state somministrate alte dosi del virus SARS-CoV-2. Quindi l’analisi non dimostra che una normale “vicinanza” con un malato potrebbe contagiarli, così come, allo stesso tempo, non ci sono al momento prove dirette che i gatti infetti possano trasmettere il virus alle persone. Il team, guidato dal virologo Bu Zhigao, ha introdotto il virus nel naso di alcuni gatti domestici. Sei giorni dopo, gli esperti hanno trovato l’RNA virale – quindi vivo e infettivo – nelle loro alte vie respiratorie. I gatti infetti sono stati messi in gabbie insieme ad altri 5 felini non infetti e l’RNA virale è stato poi trovato in uno di questi gatti sani: è dunque verosimile che si sia contagiato dal respiro dei gatti infetti.

Nessun sintomo e una contagiosità bassa

Nessuno dei gatti ha mostrato sintomi di malattia, e solo uno dei felini messi nella gabbia con gli altri malati ha preso il virus. “Ciò suggerisce che il virus potrebbe non essere altamente trasmissibile nei gatti”, afferma. Ma ribadiamo che si tratta di analisi preliminari, a cui serviranno nuove conferme per validarsi.

Finora sono stati segnalati nel mondo alcuni casi di infezione da covid-19 negli animali domestici: solo un gatto in Belgio e due cani a Hong Kong. “Cani e gatti sono uno stretto contatto con l’uomo, quindi è importante capire la loro suscettibilità a SARS-CoV-2 per il controllo COVID-19″, scrivono gli autori dello studio. “L’attenzione per il controllo di COVID-19 senza dubbio deve rimanere concentrata sulla riduzione del rischio di trasmissione da uomo a uomo, piuttosto che tra quella animale-uomo”, ha commentato Dirk Pfeiffer, un epidemiologo della City University di Hong Kong.

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Covid-19, Germania: “Nessun contagio dalle superfici”

People For Planet - Ven, 04/03/2020 - 15:44

Tra i ricercatori che si occupano di coronavirus, o covid-19, il giovane virologo tedesco Hendrik Streeck è uno dei più celebri. Sua ad esempio la scoperta della perdita di gusto e olfatto nei malati. Streeck al momento sta conducendo delle indagini per cercare di capire come il virus si comporti sulle superfici. Veramente esiste il rischio che resti attivo per giorni? Ha dunque senso ciò che per cautela raccomandano finora vari esperti, cioè ad esempio di spruzzare le superfici con alcol o soluzioni sgrassanti, pulire bene le zampe dei cani con acqua e sapone, spruzzare ogni singolo oggetto arrivi a casa nostra dai supermercati? Le prime indagini dicono di no.

Il virus nelle case era inattivo

Streeck, direttore dell’Istituto di virologia dell’Università di Bonn, ha tamponato telecomandi, lavandini, telefoni cellulari, servizi igienici o maniglie delle porte nelle case di ammalati covid-19, nel distretto tedesco del focolaio di Heinsberg, ma non è stato possibile coltivare il virus in laboratorio sulla base di questi tamponi. “Ciò significa che abbiamo rilevato l’RNA (o acido ribonucleico, che trasporta le informazioni genetiche del virus) dei virus “morti“, ha spiegato Streeck alla emittente ZDF. In altre parole su quelle maniglie e quei telecomandi c’era il virus, ma era incapace di infettare. Era morto.

Presto per dire

Le precauzioni che stiamo prendendo non devono considerarsi inutili: altri studi dovranno confermare questi primi risultati, e come dice lo stesso Streeck, “una maniglia della porta può essere contagiosa se qualcuno ha effettivamente tossito in mano e poi l’ha toccata”. Una maniglia o una scatola di biscotti che arriva da fuori. “Poi, però, per contagiarti, devi toccare la maniglia della porta e poi toccarti il viso“, ha detto. Non è ancora possibile dire per quanto tempo il virus può rimanere su una maniglia perché non sono stati condotti studi sufficienti. Ma le parole di Streeck possono servire a renderci un po’ meno paranoici: “Abbiamo analizzato la casa di una famiglia in cui vivevano molte persone altamente contagiose, eppure non siamo riusciti a rilevare un virus vivente su nessuna superficie.”

Era già noto il fatto che altri coronavirus sono estremamente sensibili all’essiccamento: si trasmettono attraverso le goccioline di saliva che deve però essere inalata. Scarse dunque anche le possibilità di trasmissione tramite il contatto con banconote o monete, dalle scarpe o dalle zampe dei cani.

Il problema sarebbero i raduni

Alimenti, beni di consumo, giocattoli, strumenti, computer, abbigliamento o scarpe difficilmente, dunque, possono essere una fonte di infezione. “Finora, non abbiamo alcuna prova della trasmissione del virus in supermercati, ristoranti o parrucchieri“, ha aggiunto Streeck nel talk show di Markus Lanz. Al contrario, i maggiori focolai sono stati il risultato di incontri ravvicinati per un periodo di tempo piuttosto lungo, ha detto. È successo nelle feste sulle piste da sci, nella partita Atalanta-Valencia a Bergamo o nelle sfilate di carnevale. Su questo dobbiamo basarci – ha concluso l’esperto – per immaginare la ripartenza.

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Pasqua a casa? Ridiamoci su

People For Planet - Ven, 04/03/2020 - 15:00
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Ecuador: corpi per le strade e sistema in tilt per il Coronavirus

People For Planet - Ven, 04/03/2020 - 14:04

La pandemia di Coronavirus, che da giorni ha iniziato a insidiarsi anche in America Latina, registra ad oggi nello Stato a cavallo dell’equatore 3.163 contagi con 120 decessi (fonte dati John Hopkins University al 3 aprile 2020 ore 13.00). Ma la realtà sembrerebbe essere molto più grave.

Le informazioni non ufficiali parlano di cifre più alte, stimando oltre i 400 morti. Un divario numerico che deriva anche dalla non possibilità di controllo specifico su tutti i pazienti e defunti. Tra le città più colpite troviamo Guayaquil che, con i suoi 2.8 milioni di abitanti, è il cuore economico del paese. Nella città si stima si concentri l’80% dei casi totali. Un cuore messo in ginocchio da un’emergenza sanitaria senza precedenti e dal collasso, uno dopo l’altro, delle attività economiche correlate alla salvaguardia e al sostentamento dei cittadini: dal sistema sanitario a quello funerario, un problema che persiste da circa una settimana.

Guayaquil, Ecuador – Coronavirus

Cynthia Viteri, sindaca di Guayaquil risultata positiva al Covid-19, ha raccontato la situazione attuale attaccando duramente il governo centrale con il quale, dopo un braccio di ferro, è stato accordato il via per la costruzione di una fossa comune. Il sito funerario dovrebbe essere poi adibito a “Mausoleo alle vittime del coronavirus”.

A testimonianza di ciò sono le immagini dei corpi abbandonati ai lati delle strade della città e della periferia di Guayaquil, che stanno facendo il giro del mondo. Un sistema al collasso di ospedali colmi, ambulanze non sufficienti e ormai nessuna capacità degli obitori, condizione che ha portato il Presidente dell’Ecuador Lenín Moreno a formare una task force congiunta per seppellire tutti i defunti.

Guayaquil, Ecuador – Coronavirus

 “Nessuno vuole seppellire i morti”, si legge sul suo canale Twitter e, stando alle immagini condivise dal popolo ecuadoregno, la gravità della situazione non lascia spazio ai dubbi. E così oltre che nelle proprie abitazioni, la città sta affrontando l’incubo dei morti anche nelle sue strade, con i corpi chiusi in qualche bara di fortuna realizzata per lo più con sacchi di plastica o dati alle fiamme. Una soluzione estrema che i parenti hanno adottato per evitare il contagio del virus.

Il primo caso di Coronavirus confermato a Guayaquil risale al 29 febbraio scorso, portato da una donna di 70anni arrivata dall’Italia circa 15 giorni prima e deceduta poi due settimane più tardi, appena prima dell’avvio di misure restrittive per il contenimento dell’infezione e della chiusura dei confini.

Fonte: EL TIEMPO

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