Altre notizie dai nostri siti

In Pakistan si combatte la crisi piantando alberi

People For Planet - Mar, 05/12/2020 - 17:36

Il Pakistan, come molti altri Paesi del mondo, è stato duramente colpito dalla crisi innescata dalla diffusione del coronavirus. Ma nel Paese asiatico si è deciso concretamente di investire nel campo della sostenibilità, piantando 10 milioni di alberi in 5 anni.

Dopo il lockdown imposto nel Paese lo scorso 23 marzo, moltissime persone, rimaste senza lavoro a causa della pandemia, sono state “ingaggiate” per contribuire all’ambizioso progetto di riforestazione del Pakistan e hanno avuto, così, la possibilità di provvedere al sostentamento della propria famiglia.

A causa del coronavirus, tutte le città sono state chiuse e non c’è lavoro. La maggior parte di noi non poteva guadagnarsi da vivere“, ha dichiarato Rahman, residente nel distretto di Rawalpindi nella provincia di Punjab. Ora guadagna 500 rupie ($ 3) al giorno piantando alberi – circa la metà di quello che avrebbe ricavato da una buona giornata di lavoro prima della diffusione del virus – ma abbastanza per cavarsela.

#Plant4Pakistan

Il progetto Billion Tree Tsunami #Plant4Pakistan è stato lanciato già nel 2018 dal Primo Ministro Imran Khan, con l’obiettivo di riforestare il Paese minacciato da anni di siccità, deforestazione e aumento delle temperature e combattere, così, il climate change.

Il progetto si pone l’obiettivo di colorare il Pakistan di verde; in un video pubblicato su Twitter, RK Wazir, Presidente della Fondazione per la pace internazionale e la protezione dell’ambiente in Pakistan, commenta così la piantumazione degli alberi:

Ottimo lavoro. Sembra una vegetazione incredibilmente bella. Quest’enorme piantagione renderà il nostro clima moderato e salutare, attirerà più precipitazioni per rendere l’acqua abbondante per soddisfare le necessità di esseri umani, animali e uccelli e anche per l’irrigazione della terra

In un report redatto dalla GermanWatch, il Pakistan è stato classificato al quinto posto in un elenco dei paesi maggiormente colpiti dal riscaldamento globale negli ultimi due decenni.

Gli ambientalisti da tempo sostengono che la riforestazione sia il mezzo migliore per prevenire inondazioni, per stabilizzare le precipitazioni, assorbire le emissioni di biossido di carbonio e, infine, proteggere la biodiversità.

Secondo il WWF, il Pakistan è un paese “povero di foreste” in cui gli alberi coprono meno del 6% della superficie totale. Ogni anno, infatti, migliaia di ettari di foresta vengono distrutti, principalmente a causa di disboscamenti insostenibili per l’agricoltura su piccola scala.

Per evitare un’ulteriore diffusione del coronavirus, inizialmente questo progetto è stato interrotto, al fine di garantire il distanziamento sociale in un Paese in cui il contagio si è esteso a circa 13.900 persone.

Tuttavia, all’inizio di questo mese, nonostante le misure di prevenzione siano rimaste inalterate per il resto della popolazione, la piantumazione è stata riavviata, con un numero di lavoratori che è triplicato rispetto all’anno precedente. Malik Amin Aslam, consigliere per i cambiamenti climatici del Primo Ministro, ha dichiarato che “molti dei nuovi posti di lavoro sono stati creati nelle aree rurali, con particolare attenzione all’assunzione di donne e disoccupati”.

I lavoratori sono tenuti a indossare la mascherina e a mantenere una distanza di sicurezza di circa due metri.

Prendersi cura del Pianeta, in questo caso, ha rappresentato un’opera di sostegno non solo per l’ambiente ma anche per migliaia di persone rimaste senza lavoro.

Una svolta green è possibile.

Fonte: Trust

Leggi anche: 
Dalle Filippine la legge più green di sempre: piantare alberi per laurearsi
Piantare alberi per la salute di tutti: persone e pianeta
Contro il cambiamento climatico piantiamo 60 milioni di alberi

Categorie: Altri blog

In Pakistan si combatte la crisi piantando alberi

People For Planet - Mar, 05/12/2020 - 17:36

Il Pakistan, come molti altri Paesi del mondo, è stato duramente colpito dalla crisi innescata dalla diffusione del coronavirus. Ma nel Paese asiatico si è deciso concretamente di investire nel campo della sostenibilità, piantando 10 milioni di alberi in 5 anni.

Dopo il lockdown imposto nel Paese lo scorso 23 marzo, moltissime persone, rimaste senza lavoro a causa della pandemia, sono state “ingaggiate” per contribuire all’ambizioso progetto di riforestazione del Pakistan e hanno avuto, così, la possibilità di provvedere al sostentamento della propria famiglia.

A causa del coronavirus, tutte le città sono state chiuse e non c’è lavoro. La maggior parte di noi non poteva guadagnarsi da vivere“, ha dichiarato Rahman, residente nel distretto di Rawalpindi nella provincia di Punjab. Ora guadagna 500 rupie ($ 3) al giorno piantando alberi – circa la metà di quello che avrebbe ricavato da una buona giornata di lavoro prima della diffusione del virus – ma abbastanza per cavarsela.

#Plant4Pakistan

Il progetto Billion Tree Tsunami #Plant4Pakistan è stato lanciato già nel 2018 dal Primo Ministro Imran Khan, con l’obiettivo di riforestare il Paese minacciato da anni di siccità, deforestazione e aumento delle temperature e combattere, così, il climate change.

Il progetto si pone l’obiettivo di colorare il Pakistan di verde; in un video pubblicato su Twitter, RK Wazir, Presidente della Fondazione per la pace internazionale e la protezione dell’ambiente in Pakistan, commenta così la piantumazione degli alberi:

Ottimo lavoro. Sembra una vegetazione incredibilmente bella. Quest’enorme piantagione renderà il nostro clima moderato e salutare, attirerà più precipitazioni per rendere l’acqua abbondante per soddisfare le necessità di esseri umani, animali e uccelli e anche per l’irrigazione della terra

In un report redatto dalla GermanWatch, il Pakistan è stato classificato al quinto posto in un elenco dei paesi maggiormente colpiti dal riscaldamento globale negli ultimi due decenni.

Gli ambientalisti da tempo sostengono che la riforestazione sia il mezzo migliore per prevenire inondazioni, per stabilizzare le precipitazioni, assorbire le emissioni di biossido di carbonio e, infine, proteggere la biodiversità.

Secondo il WWF, il Pakistan è un paese “povero di foreste” in cui gli alberi coprono meno del 6% della superficie totale. Ogni anno, infatti, migliaia di ettari di foresta vengono distrutti, principalmente a causa di disboscamenti insostenibili per l’agricoltura su piccola scala.

Per evitare un’ulteriore diffusione del coronavirus, inizialmente questo progetto è stato interrotto, al fine di garantire il distanziamento sociale in un Paese in cui il contagio si è esteso a circa 13.900 persone.

Tuttavia, all’inizio di questo mese, nonostante le misure di prevenzione siano rimaste inalterate per il resto della popolazione, la piantumazione è stata riavviata, con un numero di lavoratori che è triplicato rispetto all’anno precedente. Malik Amin Aslam, consigliere per i cambiamenti climatici del Primo Ministro, ha dichiarato che “molti dei nuovi posti di lavoro sono stati creati nelle aree rurali, con particolare attenzione all’assunzione di donne e disoccupati”.

I lavoratori sono tenuti a indossare la mascherina e a mantenere una distanza di sicurezza di circa due metri.

Prendersi cura del Pianeta, in questo caso, ha rappresentato un’opera di sostegno non solo per l’ambiente ma anche per migliaia di persone rimaste senza lavoro.

Una svolta green è possibile.

Fonte: Trust

Leggi anche: 
Dalle Filippine la legge più green di sempre: piantare alberi per laurearsi
Piantare alberi per la salute di tutti: persone e pianeta
Contro il cambiamento climatico piantiamo 60 milioni di alberi

Categorie: Altri blog

Covid-19, test sierologici a tappeto: 50mila firme in pochi giorni

People For Planet - Mar, 05/12/2020 - 16:00

È partita a Pasqua dalla Lombardia – una delle aree più colpite – la petizione firmata da medici, professionisti e attori del terzo settore rivolta al Presidente del Consiglio. Negli ultimi giorni, il numero di firme raccolte è raddoppiato, arrivando a toccare quota 45.000. Oggi il risultato delle 50mila firme è stato quasi raggiunto. Un ulteriore segnale – se ce ne fosse stato bisogno – della disperata richiesta di chiarezza e dati che gli italiani rivolgono al proprio governo.

La richiesta dei medici

La petizione, come sempre accade in questi casi, è partita senza grandi promotori o “sponsor”, ma conta tra i firmatari figure autorevoli del tessuto cittadino milanese, lombardo e italiano. «Chiediamo al Presidente Conte una veloce implementazione di test sierologici, ossia l’identificazione rapida della presenza degli anticorpi specifici nel sangue. Benché non possa sostituire il tampone nella diagnosi precoce permetterebbe tuttavia di identificare con certezza i soggetti che sono venuti a contatto con il virus, indipendentemente dalla sintomatologia sviluppata, con una sensibilità diagnostica che a 15 giorni dal contagio raggiunge il 100%.»

«Riteniamo di fondamentale importanza che i test anticorpali possano essere resi disponibili al più presto e rapidamente eseguiti su tutto il personale di tutte le strutture sanitarie ma anche su tutte le persone poste in isolamento domiciliare, oltre che sui loro contatti. Solo l’esecuzione su larga scala di questi test permetterà infatti una graduale e ragionata riapertura del nostro magnifico paese, mantenendo un’adeguata protezione dei soggetti più deboli e più a rischio.»

Il link

La petizione “TEST del SANGUE per il CORONAVIRUS”, pubblicata su change.org al questo link: http://chng.it/7SM2gGBhsF

Il testo completo della petizione

L’infezione da virus SARS-COV2, ai più noto come CORONAVIRUS, è stata fino ad ora diagnosticata solo attraverso il tampone naso-faringeo – mediante il quale viene rilevata la presenza del genoma virale (RNA) attraverso la sua amplificazione (PCR) in laboratorio – unica metodica diagnostica in grado di rilevare la presenza del virus sulle mucose respiratorie dopo sole 48 ore dal contagio. Ha però dimostrato una sensibilità pari solo a circa il 70%: il 30% dei soggetti contagiati, quindi, risulta negativo al primo tampone.

Inoltre, la sensibilità del tampone scende al 45% se lo stesso viene eseguito con un ritardo di 15 giorni rispetto all’insorgenza dei sintomi. Noi cittadini, chiediamo al Presidente Conte una veloce implementazione di test sierologici, ossia l’identificazione rapida della presenza degli anticorpi specifici nel sangue. Benché non possa sostituire il tampone nella diagnosi precoce (gli anticorpi si formano in media dopo 10-12 giorni dal contagio) permetterebbe tuttavia di identificare con certezza i soggetti che sono venuti a contatto con il virus, indipendentemente dalla sintomatologia sviluppata, con una sensibilità diagnostica che a 15 giorni dal contagio raggiunge il 100%.

Il personale sanitario impegnato in prima linea negli ospedali, sul territorio e nelle case di cura, comprese le residenze per anziani, non è stato sottoposto al tampone in maniera sistematica (per carenza di tamponi, di reagenti, di laboratori attrezzati e di personale).

Tutto ciò ha contribuito allo sviluppo di numerosi focolai di infezione negli ospedali, che hanno coinvolto medici, infermieri, operatori socio-sanitari, personale di supporto, soccorritori, e naturalmente anche pazienti ricoverati per altre ragioni, con numerosi decessi. Nella popolazione, inoltre, il tampone è stato eseguito solo sui soggetti che hanno sviluppato sintomatologia grave, per lo più respiratoria, tale da richiedere accesso in pronto soccorso, mentre per la gran parte dei soggetti sintomatici è stato unicamente previsto un periodo di isolamento domiciliare. Prima diretta conseguenza di tale strategia è un’importantissima sottostima dei soggetti contagiati, che nei fatti si è tradotta in un tasso di letalità enormemente superiore all’atteso (ad oggi quasi il 13%) e a quanto apparentemente verificatosi in altri paesi.

Fatte queste premesse, con la consapevolezza che il test sierologico non possa sostituire il tampone – che resta comunque fondamentale sia per la diagnostica precoce che per identificare la non contagiosità dei soggetti guariti, per la quale è necessario documentare la scomparsa del virus dalle mucose respiratorie – riteniamo di fondamentale importanza che i test anticorpali possano essere resi disponibili al più presto e rapidamente eseguiti su tutto il personale di tutte le strutture sanitarie ma anche su tutte le persone poste in isolamento domiciliare, oltre che sui loro contatti. Solo l’esecuzione su larga scala di questi test permetterà infatti una graduale e ragionata riapertura del nostro magnifico paese, mantenendo un’adeguata protezione dei soggetti più deboli e più a rischio.

Carla Garbagnati
Ilaria Galetti
Nicola Montano
Emilio Berti
Francesco Onida
Mario Bassani
Barbara Boneschi
Stefano Cerri
Paola Cittadini
Francesco Crosti
Ilaria Li Vigni
Alberto Martinelli
Gianna Martinengo
Paola Pessina
Carlo Roccio
Silvia Tonolo

Categorie: Altri blog

Covid-19, test sierologici a tappeto: 50mila firme in pochi giorni

People For Planet - Mar, 05/12/2020 - 16:00

È partita a Pasqua dalla Lombardia – una delle aree più colpite – la petizione firmata da medici, professionisti e attori del terzo settore rivolta al Presidente del Consiglio. Negli ultimi giorni, il numero di firme raccolte è raddoppiato, arrivando a toccare quota 45.000. Oggi il risultato delle 50mila firme è stato quasi raggiunto. Un ulteriore segnale – se ce ne fosse stato bisogno – della disperata richiesta di chiarezza e dati che gli italiani rivolgono al proprio governo.

La richiesta dei medici

La petizione, come sempre accade in questi casi, è partita senza grandi promotori o “sponsor”, ma conta tra i firmatari figure autorevoli del tessuto cittadino milanese, lombardo e italiano. «Chiediamo al Presidente Conte una veloce implementazione di test sierologici, ossia l’identificazione rapida della presenza degli anticorpi specifici nel sangue. Benché non possa sostituire il tampone nella diagnosi precoce permetterebbe tuttavia di identificare con certezza i soggetti che sono venuti a contatto con il virus, indipendentemente dalla sintomatologia sviluppata, con una sensibilità diagnostica che a 15 giorni dal contagio raggiunge il 100%.»

«Riteniamo di fondamentale importanza che i test anticorpali possano essere resi disponibili al più presto e rapidamente eseguiti su tutto il personale di tutte le strutture sanitarie ma anche su tutte le persone poste in isolamento domiciliare, oltre che sui loro contatti. Solo l’esecuzione su larga scala di questi test permetterà infatti una graduale e ragionata riapertura del nostro magnifico paese, mantenendo un’adeguata protezione dei soggetti più deboli e più a rischio.»

Il link

La petizione “TEST del SANGUE per il CORONAVIRUS”, pubblicata su change.org al questo link: http://chng.it/7SM2gGBhsF

Il testo completo della petizione

L’infezione da virus SARS-COV2, ai più noto come CORONAVIRUS, è stata fino ad ora diagnosticata solo attraverso il tampone naso-faringeo – mediante il quale viene rilevata la presenza del genoma virale (RNA) attraverso la sua amplificazione (PCR) in laboratorio – unica metodica diagnostica in grado di rilevare la presenza del virus sulle mucose respiratorie dopo sole 48 ore dal contagio. Ha però dimostrato una sensibilità pari solo a circa il 70%: il 30% dei soggetti contagiati, quindi, risulta negativo al primo tampone.

Inoltre, la sensibilità del tampone scende al 45% se lo stesso viene eseguito con un ritardo di 15 giorni rispetto all’insorgenza dei sintomi. Noi cittadini, chiediamo al Presidente Conte una veloce implementazione di test sierologici, ossia l’identificazione rapida della presenza degli anticorpi specifici nel sangue. Benché non possa sostituire il tampone nella diagnosi precoce (gli anticorpi si formano in media dopo 10-12 giorni dal contagio) permetterebbe tuttavia di identificare con certezza i soggetti che sono venuti a contatto con il virus, indipendentemente dalla sintomatologia sviluppata, con una sensibilità diagnostica che a 15 giorni dal contagio raggiunge il 100%.

Il personale sanitario impegnato in prima linea negli ospedali, sul territorio e nelle case di cura, comprese le residenze per anziani, non è stato sottoposto al tampone in maniera sistematica (per carenza di tamponi, di reagenti, di laboratori attrezzati e di personale).

Tutto ciò ha contribuito allo sviluppo di numerosi focolai di infezione negli ospedali, che hanno coinvolto medici, infermieri, operatori socio-sanitari, personale di supporto, soccorritori, e naturalmente anche pazienti ricoverati per altre ragioni, con numerosi decessi. Nella popolazione, inoltre, il tampone è stato eseguito solo sui soggetti che hanno sviluppato sintomatologia grave, per lo più respiratoria, tale da richiedere accesso in pronto soccorso, mentre per la gran parte dei soggetti sintomatici è stato unicamente previsto un periodo di isolamento domiciliare. Prima diretta conseguenza di tale strategia è un’importantissima sottostima dei soggetti contagiati, che nei fatti si è tradotta in un tasso di letalità enormemente superiore all’atteso (ad oggi quasi il 13%) e a quanto apparentemente verificatosi in altri paesi.

Fatte queste premesse, con la consapevolezza che il test sierologico non possa sostituire il tampone – che resta comunque fondamentale sia per la diagnostica precoce che per identificare la non contagiosità dei soggetti guariti, per la quale è necessario documentare la scomparsa del virus dalle mucose respiratorie – riteniamo di fondamentale importanza che i test anticorpali possano essere resi disponibili al più presto e rapidamente eseguiti su tutto il personale di tutte le strutture sanitarie ma anche su tutte le persone poste in isolamento domiciliare, oltre che sui loro contatti. Solo l’esecuzione su larga scala di questi test permetterà infatti una graduale e ragionata riapertura del nostro magnifico paese, mantenendo un’adeguata protezione dei soggetti più deboli e più a rischio.

Carla Garbagnati
Ilaria Galetti
Nicola Montano
Emilio Berti
Francesco Onida
Mario Bassani
Barbara Boneschi
Stefano Cerri
Paola Cittadini
Francesco Crosti
Ilaria Li Vigni
Alberto Martinelli
Gianna Martinengo
Paola Pessina
Carlo Roccio
Silvia Tonolo

Categorie: Altri blog

Silvia Romano, la vittima “non perbene” che dice molto della nostra società

People For Planet - Mar, 05/12/2020 - 15:00

Capiamo i banditi e le ragioni per cui agiscono in quel modo, sebbene il reato di sequestro di persona sia tra i delitti più odiosi che si possano commettere”. A dichiararlo fu Fabrizio De André durante il processo ai suoi rapitori. Lui e la sua compagna, Dori Ghezzi, anch’essa rapita e tenuta prigioniera il 27 agosto 1979, si costituirono parte civile contro i mandanti ma perdonando, invece, i carcerieri e la manovalanza. Proprio così, li perdonarono. Pensiamo se a pronunciare parole di perdono fosse stata Silvia Romano al suo rilascio nei giorni scorsi.

Che strana idea hanno gli italiani dei sequestri e dei dissequestri

Un sequestro non è un aperitivo e un dissequestro non è una passeggiata digestiva dopo cena. I sequestri sono roba violenta, traumatica, e i dissequestri roba necessariamente sporca, compromissoria, per cui si scende a patti, si commercia sulla cifra del riscatto, che tutti pagano, tutti, anche gli Stati che dicono di non pagare. Tra le miriadi di critiche passate di bocca in bocca, di social in social, una cosa però è vera, il rientro degli ostaggi va sempre gestito nel silenzio comunicativo. Altrove, in Francia ad esempio, passano (almeno) mesi prima che gli ostaggi liberati compaiano in pubblico, ma i geni della comunicazione del Grande Fratello forse hanno pensato che dopo 3 mesi di Sars-CoV2 60 milioni di italiani aspettavano qualche altra cosa con cui distrarsi e sfogarsi. 

Ieri, nel quartiere Casoretto di Milano, sotto casa di Silvia Romano c’erano più giornalisti che parenti e amici, uno spettacolo indecente, oltre che pericoloso, in barba a ogni protocollo di distanziamento sociale. Qualcuno dirà che bastava farla rientrare a casa di notte, dopo che i giornalisti fossero andati a dormire, invece niente, tutto è finito nel tritacarne mediatico, con la responsabilità più o meno di tutti, compreso gli psicoterapeuti e similari che ospiti delle trasmissioni si sono lanciati in diagnosi azzardate sulla base di qualche fotografia e due minuti di video, costringendo l’Ordine nazionale degli psicologi a uscire, oggi, con una nota ufficiale in cui si sottolinea che:

Il sapere scientifico psicologico dimostra in modo incontrovertibile che nessuna diagnosi può essere fatta per interposta persona o sulla base di immagini o di riferiti.
La valutazione clinica è un lavoro delicato che richiede un contatto diretto e degli strumenti professionali: questo processo non può essere lasciato nelle mani di chi sostiene la strumentalizzazione mediatica, di comunicatori imprudenti o di persone mosse da sentimenti primitivi e nessuna competenza in materia.

Agli italiani non è andata giù quella tunica islamica, né il fatto che fosse ingrassata, né il fatto che abbia sorriso, né il fatto che non abbia lamentato violenze psicologiche o fisiche. La distinzione tra buona e cattiva vittima, oltre che a individuare comunità di appartenenza, in questo caso la nostra, serve anche a definire cos’è la “nostra” donna, a dire quali doti deve avere una vittima legittima per essere difesa o in nome della quale muovere una guerra. La vittima perbene è utile a delineare la condotta alla quale una donna altrettanto perbene deve attenersi per essere riconosciuta in quanto tale.

La vittima non per bene non è utile. E Silvia Romano, con quella tunica, quel sorriso, quei chilogrammi in più, non era per bene. 

Le immagini dell’abito islamico di Silvia sono e saranno potentemente strumentalizzate sia in Occidente, da “noi” cristiani, almeno tradizionalmente, sia da “loro”, in Somalia e nelle altre aree in cui vige il fondamentalismo islamico.
Triste, molto.

Facciamo un salto e approfittiamone per riflettere

Ancora una volta, il corpo di una donna, con tutte le gestualità ed estetiche annesse, è diventato “luogo” in cui si esercita il discorso pubblico. Coperta, sorridente, ingrassata. Non corpo personale, ma piazza pubblica.

Silvia Romano è tornata cambiata dalle foto a cui durante i 18 mesi di sequestro ci siamo inevitabilmente affezionati. Il cambiamento è quanto di più difficile ci sia da accettare.

Nei fatti, nella pratica, però, a noi spettatori, cosa toglie/dà la sua conversione? Nulla.
Cosa dà/toglie il suo volontariato? Molto.
E tuttavia, ha fatto volontariato per dare/togliere qualcosa a noi spettatori? No. Come ha detto suo padre, nessun intento dimostrativo, nessuna ambizione a diventare icona in sua figlia. La sua sfera privata è diventata pubblica non per sua volontà. È successo. Rientrando in Italia, sapeva che la sua sfera privata non sarebbe più stata tale? Chi può dirlo. Le hanno proposto di cambiarsi d’abito, non ha accettato. Era lucida, cosciente di sé, delle conseguenze? Dei segnali, dei sottesi, delle strumentalizzazioni “ecco l’hanno imbarbarita/ecco l’abbiamo addomesticata” tanto nel suasorio Gabriele Romagnoli che si improvvisa padre e semiologo in un articolo su Repubblica, quanto nei network jihadisti? Chi può dirlo. Voleva dirci qualcosa con quell’abito? Non è escluso.
Se vorrà, sarà lei a mettere a tacere ogni dubbio e polemica.
Sta bene, è a casa, questo, in ogni caso, ci basti.

Categorie: Altri blog

Silvia Romano, la vittima “non perbene” che dice molto della nostra società

People For Planet - Mar, 05/12/2020 - 15:00

Capiamo i banditi e le ragioni per cui agiscono in quel modo, sebbene il reato di sequestro di persona sia tra i delitti più odiosi che si possano commettere”. A dichiararlo fu Fabrizio De André durante il processo ai suoi rapitori. Lui e la sua compagna, Dori Ghezzi, anch’essa rapita e tenuta prigioniera il 27 agosto 1979, si costituirono parte civile contro i mandanti ma perdonando, invece, i carcerieri e la manovalanza. Proprio così, li perdonarono. Pensiamo se a pronunciare parole di perdono fosse stata Silvia Romano al suo rilascio nei giorni scorsi.

Che strana idea hanno gli italiani dei sequestri e dei dissequestri

Un sequestro non è un aperitivo e un dissequestro non è una passeggiata digestiva dopo cena. I sequestri sono roba violenta, traumatica, e i dissequestri roba necessariamente sporca, compromissoria, per cui si scende a patti, si commercia sulla cifra del riscatto, che tutti pagano, tutti, anche gli Stati che dicono di non pagare. Tra le miriadi di critiche passate di bocca in bocca, di social in social, una cosa però è vera, il rientro degli ostaggi va sempre gestito nel silenzio comunicativo. Altrove, in Francia ad esempio, passano (almeno) mesi prima che gli ostaggi liberati compaiano in pubblico, ma i geni della comunicazione del Grande Fratello forse hanno pensato che dopo 3 mesi di Sars-CoV2 60 milioni di italiani aspettavano qualche altra cosa con cui distrarsi e sfogarsi. 

Ieri, nel quartiere Casoretto di Milano, sotto casa di Silvia Romano c’erano più giornalisti che parenti e amici, uno spettacolo indecente, oltre che pericoloso, in barba a ogni protocollo di distanziamento sociale. Qualcuno dirà che bastava farla rientrare a casa di notte, dopo che i giornalisti fossero andati a dormire, invece niente, tutto è finito nel tritacarne mediatico, con la responsabilità più o meno di tutti, compreso gli psicoterapeuti e similari che ospiti delle trasmissioni si sono lanciati in diagnosi azzardate sulla base di qualche fotografia e due minuti di video, costringendo l’Ordine nazionale degli psicologi a uscire, oggi, con una nota ufficiale in cui si sottolinea che:

Il sapere scientifico psicologico dimostra in modo incontrovertibile che nessuna diagnosi può essere fatta per interposta persona o sulla base di immagini o di riferiti.
La valutazione clinica è un lavoro delicato che richiede un contatto diretto e degli strumenti professionali: questo processo non può essere lasciato nelle mani di chi sostiene la strumentalizzazione mediatica, di comunicatori imprudenti o di persone mosse da sentimenti primitivi e nessuna competenza in materia.

Agli italiani non è andata giù quella tunica islamica, né il fatto che fosse ingrassata, né il fatto che abbia sorriso, né il fatto che non abbia lamentato violenze psicologiche o fisiche. La distinzione tra buona e cattiva vittima, oltre che a individuare comunità di appartenenza, in questo caso la nostra, serve anche a definire cos’è la “nostra” donna, a dire quali doti deve avere una vittima legittima per essere difesa o in nome della quale muovere una guerra. La vittima perbene è utile a delineare la condotta alla quale una donna altrettanto perbene deve attenersi per essere riconosciuta in quanto tale.

La vittima non per bene non è utile. E Silvia Romano, con quella tunica, quel sorriso, quei chilogrammi in più, non era per bene. 

Le immagini dell’abito islamico di Silvia sono e saranno potentemente strumentalizzate sia in Occidente, da “noi” cristiani, almeno tradizionalmente, sia da “loro”, in Somalia e nelle altre aree in cui vige il fondamentalismo islamico.
Triste, molto.

Facciamo un salto e approfittiamone per riflettere

Ancora una volta, il corpo di una donna, con tutte le gestualità ed estetiche annesse, è diventato “luogo” in cui si esercita il discorso pubblico. Coperta, sorridente, ingrassata. Non corpo personale, ma piazza pubblica.

Silvia Romano è tornata cambiata dalle foto a cui durante i 18 mesi di sequestro ci siamo inevitabilmente affezionati. Il cambiamento è quanto di più difficile ci sia da accettare.

Nei fatti, nella pratica, però, a noi spettatori, cosa toglie/dà la sua conversione? Nulla.
Cosa dà/toglie il suo volontariato? Molto.
E tuttavia, ha fatto volontariato per dare/togliere qualcosa a noi spettatori? No. Come ha detto suo padre, nessun intento dimostrativo, nessuna ambizione a diventare icona in sua figlia. La sua sfera privata è diventata pubblica non per sua volontà. È successo. Rientrando in Italia, sapeva che la sua sfera privata non sarebbe più stata tale? Chi può dirlo. Le hanno proposto di cambiarsi d’abito, non ha accettato. Era lucida, cosciente di sé, delle conseguenze? Dei segnali, dei sottesi, delle strumentalizzazioni “ecco l’hanno imbarbarita/ecco l’abbiamo addomesticata” tanto nel suasorio Gabriele Romagnoli che si improvvisa padre e semiologo in un articolo su Repubblica, quanto nei network jihadisti? Chi può dirlo. Voleva dirci qualcosa con quell’abito? Non è escluso.
Se vorrà, sarà lei a mettere a tacere ogni dubbio e polemica.
Sta bene, è a casa, questo, in ogni caso, ci basti.

Categorie: Altri blog

Covid-19: in spiaggia no ai giochi di gruppo. E in acqua a distanza di sicurezza

People For Planet - Mar, 05/12/2020 - 13:00

Gli ombrelloni dovranno essere assegnati alla stessa famiglia se si ferma nello stabilimento per più giorni. E fin qui ci siamo: più o meno è quello che accadeva anche negli anni passati. Si chiederà di pagare con carta di credito piuttosto che con i contanti e di favorire le prenotazioni per sapere in anticipo quante persone saranno presenti quel giorno in quel preciso stabilimento. E anche fino a qui, data la voglia di tornare a una vita normale che ci accompagna (oltre che di vacanza, dati questi giorni di bel tempo), non sarà questo a fermarci. Poi, però, ci sono da calcolare le misure antiassembramento in caso di pioggia: ripararsi sotto le tettoie del chiosco stretti stretti non sarà – ovviamente – più possibile. E i villeggianti dovranno rispettare il distanziamento fisico, oltre che in spiaggia, anche in acqua. Le nuove regole per andare al mare al tempo del Covid-19 sono contenute in un documento tecnico stilato dall’Istituto superiore di sanità (Iss) e dall’Inail, l’Istituto nazionale assicurazione infortuni sul lavoro, e approvato dal Comitato tecnico scientifico (Cts) istituito presso la Protezione civile per il superamento dell’emergenza Covid-19.

Per approfondire: leggi il documento

“Nell’ottica della possibile ripresa delle attività ricreative di balneazione e in spiaggia, che risultano al momento tra quelle sospese – si legge nel documento – la presente pubblicazione realizzata da Inail in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità e approvata dal Comitato Tecnico Scientifico (CTS) istituito presso la Protezione Civile, nella seduta del 10 maggio 2020, contribuisce a fornire elementi tecnici di valutazione al decisore politico circa la possibile rimodulazione delle misure di contenimento del contagio da SARS-CoV-2, con l’obiettivo di garantire la salute e sicurezza sia degli operatori che dell’utenza”.

Cinque metri tra un ombrellone e l’altro

Il punto nodale del documento è nelle distanze da rispettare per evitare assembramenti: quella minima tra le colonne di ombrelloni (in senso verticale, andando verso il mare) dovrà essere di 5 metri, quella tra gli ombrelloni della stessa fila di 4,5 e sdraio, lettini e sedie dovranno essere posizionati ad almeno 2 metri dall’ombrellone più vicino. E se fin qui le nuove norme, se approvate, saranno più che sopportabili, altre saranno invece più difficili da digerire: tanto per fare un esempio, saranno vietate le attività ludico-sportive che potranno dar luogo ad assembramenti e giochi di gruppo. E poi: le piscine degli stabilimenti dovranno restare chiuse, nello stabilimento andrà indossata la mascherina finché non si raggiunge il proprio ombrellone e ci vorrà una vigilanza specifica sul rispetto del distanziamento fisico da parte dei bambini.

Leggi anche: Covid-19, le destinazioni “sicure” per l’estate

Sotto controllo anche le spiagge libere

La pubblicazione, oltre a riportare le norme cui dovranno attenersi gli stabilimenti balneari, parla anche delle spiagge libere, tra associazioni che gestiranno gli arenili, spazi tracciati per assicurare la distanza tra gli ombrelloni e l’utilizzo di app promosse dai vari comuni che serviranno per valutare l’indice di affollamento, così da tenere sotto controllo la situazione delle spiagge di volta in volta.

articolo aggiornato il 13/05/2020

Categorie: Altri blog

Covid-19: in spiaggia no ai giochi di gruppo. E in acqua a distanza di sicurezza

People For Planet - Mar, 05/12/2020 - 13:00

Gli ombrelloni dovranno essere assegnati alla stessa famiglia se si ferma nello stabilimento per più giorni. E fin qui ci siamo: più o meno è quello che accadeva anche negli anni passati. Si chiederà di pagare con carta di credito piuttosto che con i contanti e di favorire le prenotazioni per sapere in anticipo quante persone saranno presenti quel giorno in quel preciso stabilimento. E anche fino a qui, data la voglia di tornare a una vita normale che ci accompagna (oltre che di vacanza, dati questi giorni di bel tempo), non sarà questo a fermarci. Poi, però, ci sono da calcolare le misure antiassembramento in caso di pioggia: ripararsi sotto le tettoie del chiosco stretti stretti non sarà – ovviamente – più possibile. E i villeggianti dovranno rispettare il distanziamento fisico, oltre che in spiaggia, anche in acqua. Le nuove regole per andare al mare al tempo del Covid-19 sono contenute in un documento tecnico stilato dall’Istituto superiore di sanità (Iss) e dall’Inail, l’Istituto nazionale assicurazione infortuni sul lavoro, e approvato dal Comitato tecnico scientifico (Cts) istituito presso la Protezione civile per il superamento dell’emergenza Covid-19.

Per approfondire: leggi il documento

“Nell’ottica della possibile ripresa delle attività ricreative di balneazione e in spiaggia, che risultano al momento tra quelle sospese – si legge nel documento – la presente pubblicazione realizzata da Inail in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità e approvata dal Comitato Tecnico Scientifico (CTS) istituito presso la Protezione Civile, nella seduta del 10 maggio 2020, contribuisce a fornire elementi tecnici di valutazione al decisore politico circa la possibile rimodulazione delle misure di contenimento del contagio da SARS-CoV-2, con l’obiettivo di garantire la salute e sicurezza sia degli operatori che dell’utenza”.

Cinque metri tra un ombrellone e l’altro

Il punto nodale del documento è nelle distanze da rispettare per evitare assembramenti: quella minima tra le colonne di ombrelloni (in senso verticale, andando verso il mare) dovrà essere di 5 metri, quella tra gli ombrelloni della stessa fila di 4,5 e sdraio, lettini e sedie dovranno essere posizionati ad almeno 2 metri dall’ombrellone più vicino. E se fin qui le nuove norme, se approvate, saranno più che sopportabili, altre saranno invece più difficili da digerire: tanto per fare un esempio, saranno vietate le attività ludico-sportive che potranno dar luogo ad assembramenti e giochi di gruppo. E poi: le piscine degli stabilimenti dovranno restare chiuse, nello stabilimento andrà indossata la mascherina finché non si raggiunge il proprio ombrellone e ci vorrà una vigilanza specifica sul rispetto del distanziamento fisico da parte dei bambini.

Leggi anche: Covid-19, le destinazioni “sicure” per l’estate

Sotto controllo anche le spiagge libere

La pubblicazione, oltre a riportare le norme cui dovranno attenersi gli stabilimenti balneari, parla anche delle spiagge libere, tra associazioni che gestiranno gli arenili, spazi tracciati per assicurare la distanza tra gli ombrelloni e l’utilizzo di app promosse dai vari comuni che serviranno per valutare l’indice di affollamento, così da tenere sotto controllo la situazione delle spiagge di volta in volta.

articolo aggiornato il 13/05/2020

Categorie: Altri blog

12 maggio: giornata mondiale delle infermiere e infermieri

People For Planet - Mar, 05/12/2020 - 11:00

Sono quei giorni che di solito sono festeggiati solo da chi ne è coinvolto, a ben guardare ogni giorno è la giornata mondiale di qualcosa ma quest’anno è diverso: la giornata mondiale degli infermieri va festeggiata da tutti, anche per ricordare che la pandemia in Italia ne ha contagiati 12mila e ne ha uccisi 39.

“L’infermieristica non è semplicemente tecnica, ma un sapere che coinvolge anima, mente e immaginazione”: diceva Florence Nightingale.

«La pandemia ci ha insegnato che occorre studiare dati e lavorare su evidenze scientifiche. Sono tutte intuizioni già presenti nel pensiero e nelle opere di Florence, ricordata come colei che ha ridotto la mortalità per malattie dei soldati nella guerra di Crimea dal 47% al 2%. Quello che, per analogia, ci auguriamo possa accadere nell’emergenza Covid-19», ha raccontato Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche (Fnopi).

«L’emergenza Coronavirus ha messo sotto gli occhi di tutti quello che i pazienti da sempre sanno: l’estrema cura che questi professionisti dedicano al proprio lavoro che, tra gli altri valori, ha anche quello di poter essere un ponte diretto tra paziente/famiglia e personale medico. Un canale di comunicazione così importante da poter a buon diritto poter essere considerato parte del percorso terapeutico», ha dichiarato il presidente del Consorzio interuniversitario AlmaLaurea Ivano Dionigi.

Oltre a Banksy, che ha donato all’ospedale di Southamptonm un’opera: “Game Changer” che abbiamo pubblicato qui, i gesti di omaggio agli infermieri e infermiere sono arrivati da molte parti: 100 soggiorni gratis sono stati donati dal gruppo alberghiero marchigiano Lindbergh Hotels & Resorts al personale sanitario attivo nella Regione Marche.

Anche Starhotels ha donato 1.000 soggiorni nei propri hotel, l’iniziativa si chiama: “Grazie di cuore”.

E Airbnb già dai primi giorni dell’emergenza ha messo a disposizione del personale sanitario, gratuitamente, 4.500 appartamenti (di cui oltre il 30% in Lombardia): le persone ospitate sono 340, operatori che hanno dovuto lasciare la loro casa, spostarsi e cambiare in città per offrire aiuto.

Qui sotto un bellissimo video  diffuso dalla  Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche (FNOPI) che ricorda la figura di Florence Nightingale e che vi farà compiere un virtuale tour del mondo, con contributi esclusivi dedicati a infermieri e cittadini.

Grazie a infermiere e infermieri, grazie!

Leggi anche:
Dona il suo salvadanaio all’ospedale per ringraziare medici e infermieri
In ospedale si fa la parodia del Titanic
Covid-19: “Per salvare la fase 2 servono tamponi di massa”

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Categorie: Altri blog

12 maggio: giornata mondiale delle infermiere e infermieri

People For Planet - Mar, 05/12/2020 - 11:00

Sono quei giorni che di solito sono festeggiati solo da chi ne è coinvolto, a ben guardare ogni giorno è la giornata mondiale di qualcosa ma quest’anno è diverso: la giornata mondiale degli infermieri va festeggiata da tutti, anche per ricordare che la pandemia in Italia ne ha contagiati 12mila e ne ha uccisi 39.

“L’infermieristica non è semplicemente tecnica, ma un sapere che coinvolge anima, mente e immaginazione”: diceva Florence Nightingale.

«La pandemia ci ha insegnato che occorre studiare dati e lavorare su evidenze scientifiche. Sono tutte intuizioni già presenti nel pensiero e nelle opere di Florence, ricordata come colei che ha ridotto la mortalità per malattie dei soldati nella guerra di Crimea dal 47% al 2%. Quello che, per analogia, ci auguriamo possa accadere nell’emergenza Covid-19», ha raccontato Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche (Fnopi).

«L’emergenza Coronavirus ha messo sotto gli occhi di tutti quello che i pazienti da sempre sanno: l’estrema cura che questi professionisti dedicano al proprio lavoro che, tra gli altri valori, ha anche quello di poter essere un ponte diretto tra paziente/famiglia e personale medico. Un canale di comunicazione così importante da poter a buon diritto poter essere considerato parte del percorso terapeutico», ha dichiarato il presidente del Consorzio interuniversitario AlmaLaurea Ivano Dionigi.

Oltre a Banksy, che ha donato all’ospedale di Southamptonm un’opera: “Game Changer” che abbiamo pubblicato qui, i gesti di omaggio agli infermieri e infermiere sono arrivati da molte parti: 100 soggiorni gratis sono stati donati dal gruppo alberghiero marchigiano Lindbergh Hotels & Resorts al personale sanitario attivo nella Regione Marche.

Anche Starhotels ha donato 1.000 soggiorni nei propri hotel, l’iniziativa si chiama: “Grazie di cuore”.

E Airbnb già dai primi giorni dell’emergenza ha messo a disposizione del personale sanitario, gratuitamente, 4.500 appartamenti (di cui oltre il 30% in Lombardia): le persone ospitate sono 340, operatori che hanno dovuto lasciare la loro casa, spostarsi e cambiare in città per offrire aiuto.

Qui sotto un bellissimo video  diffuso dalla  Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche (FNOPI) che ricorda la figura di Florence Nightingale e che vi farà compiere un virtuale tour del mondo, con contributi esclusivi dedicati a infermieri e cittadini.

Grazie a infermiere e infermieri, grazie!

Leggi anche:
Dona il suo salvadanaio all’ospedale per ringraziare medici e infermieri
In ospedale si fa la parodia del Titanic
Covid-19: “Per salvare la fase 2 servono tamponi di massa”

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Categorie: Altri blog

Fase2, quali dispositivi di distanziamento useremo

People For Planet - Mar, 05/12/2020 - 08:00

Un pendaglio o un braccialetto da indossare per avvertirci quando ci avviciniamo oltre la distanza di sicurezza, un pavimento a pois con percorsi colorati da seguire per tornare, a piccoli passi, alla vita normale. Sì perché il ritorno alla normalità sappiamo che dovrà essere graduale e che dovremo fronteggiare ancora il virus con il metodo di contrasto più efficacie che abbiamo: la distanza. E siccome non è comodo né semplice, sia nel lavoro che negli spazi pubblici portare un metro, misurare o anche controllare a occhio le distanze da tutti coloro che ci circondano, allora la tecnologia viene in aiuto. Ed è una tecnologia interamente made in Italy.

Ecco due esempi di dispositivi che ci aiuteranno in queste fasi per tornare a fare acquisti, a frequentare musei e uffici pubblici e soprattutto a tornare al lavoro e nei luoghi più frequentati con maggiori garanzie e minore timore per tutti.

Una collana per mantenere le giuste distanze sul lavoro

Il primo si chiama SafeX Tracer, ed è un nuovo dispositivo indossabile creato da Blueup Srl per la segnalazione e il tracciamento di contatti nella fase post-emergenza Covid-19. È piccolo ed è disponibile sia come pendaglio che come bracciale. Funziona come un dispositivo autonomo e non necessita di alcuna infrastruttura di comunicazione, segnalando con avvisi luminosi e sonori laddove due dispositivi si avvicinino oltre il margine di sicurezza predefinito.

È al contempo compatibile con una piattaforma dati, progettata anch’essa dall’azienda, per il monitoraggio in tempo reale delle posizioni e degli eventi di contatto, e questo consentirà di correggere eventuali procedure. Si tratta di un ausilio davvero importante laddove le lavorazioni sono contigue, gli spazi aperti e non separabili e i DPI (Dispositivi di Protezione Individuale) non indossabili o comunque per evitare di portarli continuamente. Un ausilio importante per la gestione in sicurezza dei luoghi di lavoro e per garantire una ripresa possibile di tutte le lavorazioni.
Il dispositivo rispetta la privacy perché non viene immagazzinato alcun tipo di dato delle persone.

Pois a terra che cambiano colore, come un semaforo, per guidare nei percorsi e tempi di sosta

Il secondo dispositivo si chiama «Safety Pois» ed è una segnaletica visiva da applicare a terra nei locali pubblici e negli uffici, per tenere le persone alla giusta distanza: i pois a terra cambiano colore quando ci sono percorsi vietati, quando ci dobbiamo spostare o avanzare.

L’azienda anche qui è italiana, è una start up e si chiama Tcommunication. La sua idea in sostanza consiste nell’applicare dei grandi pois colorati sul pavimento: verdi, gialli e rossi proprio come il semaforo. E in pratica il concetto è lo stesso: il verde indica il libero transito rispettando la giusta distanza di sicurezza, il giallo una sosta breve, per esempio davanti al banco del supermarket o a un’opera d’arte in un museo e il rosso lo stop in attesa del proprio turno. Difficile sbagliare. I pois creano una griglia verticale di distanze di sicurezza che indicano con chiarezza l’azione consentita. Il pavimento si trasforma, così, in una grande scacchiera colorata. C’è soltanto una regola da rispettare: sui pois ci deve stare una persona alla volta.

I pois delimitano gli spazi tra le persone e forniscono allo stesso tempo indicazioni su come comportarsi: fermarsi con il rosso, muoversi con il verde, sostare brevemente con il giallo. È una soluzione già disponibile, molto veloce, semplice e implementabile in tempi rapidi.
Lo strumento è stato brevettato a livello internazionale ed è iniziata la distribuzione in Italia e all’estero.

Categorie: Altri blog

Vitanova, il mercatino dell’usato (Video)

People For Planet - Mar, 05/12/2020 - 07:00

Siamo a Vasto, in Abruzzo, in via Palermo 18. Qui nel 2015 è nato Vitanova, un mercatino dell’usato e del riciclo creativo gestito dalla Cooperativa Sociale Gaia Ambiente Onlus. Ma la missione non è vendere… non solo. E’ sensibilizzare sul tema dell’economia circolare, è collaborare con persone più sfortunate, è stimolare la creatività. E rendere felici.

flowplayer.conf.analytics = "UA-11693000-17"; flowplayer.conf.container = "#player_421"; p = flowplayer(flowplayer.conf.container, { splash: 'https://cdn.peopleforplanet.it/v/video/421/output/thumb.jpg', aspectRatio: "16:9", key: '$995340359991288', clip: { sources: [ { type: 'application/x-mpegurl', src: 'https://cdn.peopleforplanet.it/v/video/421/output/Vitanova-mercatino-usato.mp4_master.m3u8' }, { type: 'video/mp4', src: 'https://cdn.peopleforplanet.it/v/video/421/Vitanova-mercatino-usato.mp4' } ] } })

Leggi anche:
Decluttering: le tecniche per sbarazzarsi del superfluo e rinascere
Rifò prende il tuo vecchio vestito e lo trasforma
Un gioiello, un’Avventura di latta

Categorie: Altri blog

Bonus vacanze come funziona | Contro Silvia orrore inconcepibile | 5 Stelle: no accordo migranti

People For Planet - Mar, 05/12/2020 - 06:25

Il Fatto Quotidiano: Plasmaterapia – “Mortalità è scesa dal 15 al 6%”. Studio su 46 pazienti apre strada a banca del sangue. Gallera: “Richiameremo ex malati”;

Il Mattino: Esaurite le mascherine in vendita a 50 centesimi: «Troppe sono state bloccate»;

Il Giornale: Parrucchieri, ristoranti e bar “Dal 18 possibili riaperture”;

La Repubblica: Braccialetto per tenere a distanza i bambini: è davvero una bella idea?;

Il Messaggero: Bonus vacanze, per le famiglie fino a 500 euro per spostarsi in Italia: come funziona;

Il Sole 24 Ore: Dl Rilancio: stop rata Irap per tutti fino a 250 milioni di fatturato, superbonus edilizio e proroga Cig – Reddito di emergenza da 400 a 800 euro per due mesi, come funziona – Addio clausole Iva;

Il Manifesto: Contro Silvia l’orrore inconcepibile della destra;

Corriere della Sera: I 5 Stelle bloccano l’accordo notturno sui migranti: no a condono e sanatoria;

Tgcom24: UN 29ENNE CONTAGIA ALTRE 80 PERSONE – Un solo “untore” fa chiudere di nuovo la Corea del Sud dopo una notte brava nella movida;

Leggo: Frammento di razzo cinese in caduta libera sulla Terra: è allerta in tre continenti.

Categorie: Altri blog

Le associazioni del territorio lanciano una petizione per fare di Gela una città ciclabile

Gela Le Radici del Futuro - Lun, 05/11/2020 - 21:47

In programma a luglio la prima biciclettata di 1000 bici con distanziamento sociale per sostenere l’iniziativa.

Gela (CL) – Gela senza auto, per bambini e famiglie. Al via da oggi 7 maggio il lancio ufficiale della raccolta di firme on line per realizzare anche nella città di Gela come sta già avvenendo in tutto il resto d’Italia, percorsi dedicati alle biciclette. Sono le associazoni del territorio di Gela a chiedere interventi in questo senso e chiedono che la Fase 2 dell’emergenza Covid sia gestita con meno auto e più biciclette.  Gela senza auto, per bambini e famiglie. Una campagna che lancia una sfida impegnativa ad un territorio non facile ai cambiamenti culturali in cui spesso si passeggia in auto e con una delle più basse percentuali di zone pedonali della Sicilia. Si sono riunite nei giorni scorse le associazioni del territorio tramite una piattaforma digitale su invito del MoVI e  Comunità Laudato Si per sostenere la proposta dalla Fiab di Gela che ha già presentato un piano per la mobilità all’Amministrazione. Una rete vasta ed eterogenea che si è messa in rete e cresce di giorno in giorno per proporre una visione di città evoluta in cui si chiede a gran voce più spazio per i bambini e per le famiglie. Sostengono la petizione associazioni che si occupano da tempo di sviluppo urbano e sociale ma anche realtà storiche che si occupano di salute. Si sono confrontati sulla mobilità della città i donatori dell’Adas, i giovani di Smaf che stanno rianimando il centro storico, e anche il Comitato di Gela della Via Francigena Fabaria e Unicef solo per citarne alcuni insieme all’associazione Gela famiglia.  Presenti anche associazioni sportive come la Green Sport, la Croce Rossa e associazioni educative storiche come l’Agesci e la Sez. Scout Fabio Rampulla. Associazioni che si occupano di salute come quella dei diabetici e associazioni culturali. Presente la  rete della Casa del Volontariato, del MoVI, di Cantiere Gela, il comitato locale della Pro Loco, l’associazione Futuramente, l’associazione Special Olympics, la nuova  realtà dell’associazione Orti Sociali Condivisi “Laudato SI” ed altre associazioni che stanno aderendo. In questi giorni la petizione è stata fatta circolare sui social  tra i alcuni simpatizzanti, non è ancora stata lanciata ed è ha già raccolto 500 firme. L’obiettivo dei promotori per sensibilizzare l’Amministrazione Comunale e velocizzare la risposta nella realizzazione di percorsi dedicati è di arrivare a 1000 firme e promuovere la prima pedalata con distanziamento sociale con 1000 biciclette in fila indiana, distanti un metro l’uno dall’altra, con partenza dal quartiere di Macchitella, passando dal centro storico per arrivare al lungomare. Ecco in sintesi cosa prevede la proposta elaborata dalla FIAB e sostenuta dalle associazioni del territorio. 1) Predisposizione secondo Codice della Strada di strade condivise a preferenza di pedoni e ciclisti con limite di velocità non superiore a 30 km/h; la trasformazione dell’intero centro storico federiciano in ZTL esclusi i residenti, la pedonalizzazione integrale e h24 del corso Vittorio Emanuele nel tratto interno al centro storico federiciano; la creazione di corsie ciclabili nelle direttrici principali della città; l’utilizzo dei parcheggi scambiatori (Caposoprano e Arena) e punti noleggio bici a pedalata assistita in prossimità degli stessi. Una delle proposte più interessanti è la destinazione dello spazio pubblico recuperato, anche direttamente in strada, alle attività commerciali.

Chiediamo ai siti di informazione on line di diffondere il link per firmare la petizione http://chng.it/Znr8hDhSyx

Per eventuali interviste è possibile contattare:

Simone Morgana FIAB – 349 618 5661

Enzo Emmuello ADAS – 338 239 6225

Gaetano Arizzi SMAF – 342 574 5567

Cristoforo Cocchiara (Pediatra)/UNICEF – 340 932 3709

L'articolo Le associazioni del territorio lanciano una petizione per fare di Gela una città ciclabile proviene da Gela Le radici del Futuro.

Categorie: Altri blog

18 maggio: saranno le regioni a decidere cosa riaprire

People For Planet - Lun, 05/11/2020 - 21:26

Entro venerdì, sulla base dei dati del monitoraggio sull’andamento del virus, il governo darà le linee guida per consentire alle regioni di riaprire dal 18 maggio esercizi commerciali, bar e ristoranti, centri estetici e parrucchieri. E’ quanto sarebbe emerso, secondo quanto riferiscono le agenzie, nel corso dell’incontro tra governo e regioni.

“Inizia la fase della responsabilità per le regioni”, ha dichiarato il ministro delle autonomie Francesco Boccia.

Le regioni dovrebbero poter riaprire le attività a partire dal 18 maggio facendo ciascuna la sue scelte; il governo avrà la possibilità di intervenire, nel caso in cui, in base all’andamento dei dati del contagio, fosse necessario bloccare una nuova diffusione del virus.

Toti

il Presidente della Liguria Giovanni Toti su Twitter: “Il Premier Conte ha accolto la richiesta di autonomia delle regioni nella gestione della Fase 2, avanzata nei giorni scorsi con una lettera dei governatori indirizzata al premier. Dal 18 maggio si potranno quindi aprire le attività sotto la nostra responsabilità e in base alle esigenze del territorio. Il governo farà le sue proposte che verranno integrate da quelle degli enti locali e insieme porteremo avanti il monitoraggio della situazione. Avanti con buon senso! Ripartiamo insieme”

Zaia

“Le istanze delle regioni – ha detto all’Ansa il presidente del Veneto Luca Zaia – sembra vengano accolte. È una sorta di anticipazione dell’autonomia. Se tutto sarà confermato considero proficuo per i veneti l’esito dell’incontro”. “Il premier ha dato la possibilità alle regioni di presentare un programma di aperture per il 18. Il Veneto, con estrema coerenza, presenterà in settimana la ripartenza totale“. “La sanità è come un ‘abito sartoriale’ per le regioni e quindi ogni regione, come ha avuto questo abito durante l’emergenza, lo avrà anche nell’apertura”.

Alto Adige

Da questa mattina, 11 maggio, in Alto Adige sono aperti parrucchieri, bar e ristoranti, come previsto dalla legge provinciale approvata la scorsa settimana. Riprendono il servizio ai tavoli anche ristoranti e bar, con una distanza minima di due metri fra un tavolo e l’altro. Via libera anche ai musei.

Il modello Italia e quello di Francia e Germania

In Italia quindi l’evoluzione della fase 2 sarà affidata all’autonomia di ogni regione, a differenza di quanto avviene in Francia e Germania dove è lo stato a decidere, in base alla diffusione del virus, in quali zone accelerare le riaperture e dove frenare. Non è da escludere che possa verificarsi il paradosso che regioni a più bassa diffusione del virus adottino misure più restrittive rispetto alle regioni dove il virus è ancora molto presente.

Categorie: Altri blog

18 maggio: saranno le regioni a decidere cosa riaprire

People For Planet - Lun, 05/11/2020 - 21:26

Entro venerdì, sulla base dei dati del monitoraggio sull’andamento del virus, il governo darà le linee guida per consentire alle regioni di riaprire dal 18 maggio esercizi commerciali, bar e ristoranti, centri estetici e parrucchieri. E’ quanto sarebbe emerso, secondo quanto riferiscono le agenzie, nel corso dell’incontro tra governo e regioni.

“Inizia la fase della responsabilità per le regioni”, ha dichiarato il ministro delle autonomie Francesco Boccia.

Le regioni dovrebbero poter riaprire le attività a partire dal 18 maggio facendo ciascuna la sue scelte; il governo avrà la possibilità di intervenire, nel caso in cui, in base all’andamento dei dati del contagio, fosse necessario bloccare una nuova diffusione del virus.

Toti

il Presidente della Liguria Giovanni Toti su Twitter: “Il Premier Conte ha accolto la richiesta di autonomia delle regioni nella gestione della Fase 2, avanzata nei giorni scorsi con una lettera dei governatori indirizzata al premier. Dal 18 maggio si potranno quindi aprire le attività sotto la nostra responsabilità e in base alle esigenze del territorio. Il governo farà le sue proposte che verranno integrate da quelle degli enti locali e insieme porteremo avanti il monitoraggio della situazione. Avanti con buon senso! Ripartiamo insieme”

Zaia

“Le istanze delle regioni – ha detto all’Ansa il presidente del Veneto Luca Zaia – sembra vengano accolte. È una sorta di anticipazione dell’autonomia. Se tutto sarà confermato considero proficuo per i veneti l’esito dell’incontro”. “Il premier ha dato la possibilità alle regioni di presentare un programma di aperture per il 18. Il Veneto, con estrema coerenza, presenterà in settimana la ripartenza totale“. “La sanità è come un ‘abito sartoriale’ per le regioni e quindi ogni regione, come ha avuto questo abito durante l’emergenza, lo avrà anche nell’apertura”.

Alto Adige

Da questa mattina, 11 maggio, in Alto Adige sono aperti parrucchieri, bar e ristoranti, come previsto dalla legge provinciale approvata la scorsa settimana. Riprendono il servizio ai tavoli anche ristoranti e bar, con una distanza minima di due metri fra un tavolo e l’altro. Via libera anche ai musei.

Il modello Italia e quello di Francia e Germania

In Italia quindi l’evoluzione della fase 2 sarà affidata all’autonomia di ogni regione, a differenza di quanto avviene in Francia e Germania dove è lo stato a decidere, in base alla diffusione del virus, in quali zone accelerare le riaperture e dove frenare. Non è da escludere che possa verificarsi il paradosso che regioni a più bassa diffusione del virus adottino misure più restrittive rispetto alle regioni dove il virus è ancora molto presente.

Categorie: Altri blog

La (stupefacente) casa in canapa di Eva

People For Planet - Lun, 05/11/2020 - 20:35

Eva è un’esperta di permacultura e il suo nuovo progetto in corso è la costruzione della sua casa, in bioedilizia, sfruttando la canapa, in particolare il canapulo, la parte legnosa della pianta.

Nella seconda parte del video conosciamo meglio Eva Polare e i suoi grandi progetti per il futuro…

flowplayer.conf.analytics = "UA-11693000-17"; flowplayer.conf.container = "#player_346"; p = flowplayer(flowplayer.conf.container, { splash: 'https://cdn.peopleforplanet.it/v/video/346/output/thumb.jpg', aspectRatio: "16:9", key: '$995340359991288', clip: { sources: [ { type: 'application/x-mpegurl', src: 'https://cdn.peopleforplanet.it/v/video/346/output/casa-canapa-eva-polare.mp4_master.m3u8' }, { type: 'video/mp4', src: 'https://cdn.peopleforplanet.it/v/video/346/casa-canapa-eva-polare.mp4' } ] } })

Tramite la pagina Facebook del progetto potete seguire i lavori.

Leggi anche:
La casa ecologica del Futuro

Categorie: Altri blog

La (stupefacente) casa in canapa di Eva

People For Planet - Lun, 05/11/2020 - 20:35

Eva è un’esperta di permacultura e il suo nuovo progetto in corso è la costruzione della sua casa, in bioedilizia, sfruttando la canapa, in particolare il canapulo, la parte legnosa della pianta.

Nella seconda parte del video conosciamo meglio Eva Polare e i suoi grandi progetti per il futuro…

flowplayer.conf.analytics = "UA-11693000-17"; flowplayer.conf.container = "#player_346"; p = flowplayer(flowplayer.conf.container, { splash: 'https://cdn.peopleforplanet.it/v/video/346/output/thumb.jpg', aspectRatio: "16:9", key: '$995340359991288', clip: { sources: [ { type: 'application/x-mpegurl', src: 'https://cdn.peopleforplanet.it/v/video/346/output/casa-canapa-eva-polare.mp4_master.m3u8' }, { type: 'video/mp4', src: 'https://cdn.peopleforplanet.it/v/video/346/casa-canapa-eva-polare.mp4' } ] } })

Tramite la pagina Facebook del progetto potete seguire i lavori.

Leggi anche:
La casa ecologica del Futuro

Categorie: Altri blog

“Metti la mascherina della salute”

People For Planet - Lun, 05/11/2020 - 18:49

Le frasi tipiche delle mamme rivedute e aggiornate ai tempi del Coronavirus pensate da quelli di Casa Surace per la Festa della Mamma (ma che vanno bene tutti i giorni)

Fonte: You Tube Casa Surace

Leggi anche:
Buona festa della mamma con lo smartfon!
“Mamma, mi prendo cura di TE!”

Categorie: Altri blog

“Metti la mascherina della salute”

People For Planet - Lun, 05/11/2020 - 18:49

Le frasi tipiche delle mamme rivedute e aggiornate ai tempi del Coronavirus pensate da quelli di Casa Surace per la Festa della Mamma (ma che vanno bene tutti i giorni)

Fonte: You Tube Casa Surace

Leggi anche:
Buona festa della mamma con lo smartfon!
“Mamma, mi prendo cura di TE!”

Categorie: Altri blog