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Senza il verde, la città non si vive ma si subisce

People For Planet - Gio, 08/01/2019 - 07:00

Molto, e i Sindaci possono davvero fare la differenza: a partire dal considerare il verde urbano investimento e non spesa.

Una lungimirante pianificazione e programmazione del verde e della sua manutenzione può fare la differenza tra vivere bene in una città o vivere male. Per tanti aspetti: relativi alla salute, alla vivibilità, alla socialità, all’aumento della resilienza delle città, ovvero della capacità che può avere un’area urbana di reagire a fenomeni climatici sempre più irruenti e distruttivi.

Anche nei più illuminati piani urbanistici la vegetazione in città, fino ad ora, ha avuto per lo più funzioni simboliche, ornamentali, al massimo termoregolatrici, e solo recentemente il verde, in alcune città con amministrazioni illuminate, è tornato ad essere inserito in un ragionamento più complesso e funzionale di un rapporto fra aree da destinare a parchi, aiuole, o orti e aree da cementificare nei piani regolatori.

Si è, si spera, chiusa la fase in cui la natura era stata relegata a una funzione puramente decorativa, anche perché abbiamo accumulato un ritardo nel nostro braccio di ferro con il pianeta che impone decisione, interventi in grande scala, impiego di tecnologie rinnovabili e una visione a lungo termine in tutti questi contesti, nelle città grandi prima di tutto, ma anche nei contesti più piccoli.

E sono gli stessi cittadini sempre più spesso a chiedere di poter essere coinvolti nella gestione del verde, nella sua cura e manutenzione, come ad esempio negli ‘orti sociali urbani’, o nei giardini e orti condivisi, o anche semplicemente nella gestione delle aiuole, delle piste ciclabili, dei parchi cittadini, attraverso i patti di collaborazione  pubblico-privato.

Non solo i dati dell’Agenzia Europea dell’Ambiente (EEA) confermano che l’Italia è tra i Paesi maglia nera in Europa per lo smog, ma è evidente in tanti studi come la mancanza del contatto con la natura abbia effetti negativi sulla salute, soprattutto nelle fasi della crescita.

Il contatto con il verde urbano e con la biodiversità cittadina è spesso l’unica occasione per vivere la natura nel quotidiano: parchi e giardini hanno un ruolo fondamentale nel contrastare il ‘deficit di natura’ che, purtroppo, influenza in modo sempre più determinante la vita di ragazzi e bambini che vivono nelle nostre maggiori città.

Alla luce di tutte le ricerche che documentano l’importanza del verde nei sistemi urbani per la salute e il benessere dei cittadini (in particolare per il sequestro del carbonio e la cattura di particolato come Pm 10 e Pm 2,5 nonché del protossido di azoto e di anidride solforosa), è evidente che questo capitale naturale debba essere arricchito e correttamente gestito in tutte le aree urbane.

Ne abbiamo parlato con un esperto, il Prof. Francesco Ferrini, ordinario di Arboricoltura e Coltivazioni Arboree all’Università di Firenze con incarichi e ruoli di prestigio nel settore della Arboricoltura: è membro del Board della International Society of Arboriculture e attuale chairperson dell’Institute for Arboricultural Studies di Hong Kong, è stato Presidente della Scuola di Agraria dell’Università di Firenze.

Prof. Ferrini, come si può stabilire, e verificare, se un centro urbano ha “sufficiente verde” per garantire ombra, limitazione di inquinanti, resilienza agli eventi climatici, ecc.? I parametri attuali presenti negli strumenti urbanistici sono sufficienti?

«Il parametro più utilizzato è l’indice di copertura arborea che misura la percentuale di superficie urbana occupata dagli alberi all’interno di una città. Questo indicatore funge anche da variabile per lo spazio verde – la presenza fisica della vegetazione – all’interno dei quartieri della città. Il secondo indicatore utilizzato è la quantità di copertura arborea/abitante che valuta l’accesso di una popolazione alla sua foresta urbana, misurando l’estensione della copertura per ogni persona che vive in un’area definita.

Da questo dato è possibile calcolare la variazione di questo indicatore (Tree Cover per Capita Deficit), che viene definito come ulteriori metri quadri di copertura arborea necessaria per raggiungere i 15 metri quadrati (m2) suggeriti da UN-Habitat di copertura vegetale per abitante.

Per cui le città che hanno una quantità di verde accessibile e fruibile al di sotto della direttiva UN-Habitat dovrebbero porsi l’obiettivo di aumentarla con pianificazioni di lungo termine.  

Molte città a livello internazionale si sono poste come obbiettivo l’aumento della copertura arborea. Un esempio è Washington, che ha una copertura media delle chiome degli alberi del 38%, in calo rispetto al 50% del 1950. Tuttavia, dal 2002 (quando si è toccato il minimo), la superficie coperta da alberi è aumentata costantemente e arriverà, grazie ai nuovi impianti, al 40% circa nei prossimi anni.

Purtroppo, queste percentuali sono ben lontane da quelle medie delle città italiane, dove difficilmente si supera il 20% e spesso si rimane ben al di sotto. Secondo quanto riportato nell’ultimo rapporto ISPRA sull’ambiente, l’incidenza delle aree verdi pubbliche sul territorio comunale presenta valori inferiori al 4% in 84 delle 116 città per cui è disponibile il dato e solo in 12 città la percentuale di verde pubblico raggiunge valori superiori al 10%».

È necessario un censimento del verde o altri passi o strumenti da mettere in atto per avere le informazioni oggettive e non basarsi su “percezioni” o dati inidonei? E quali sono i passi successivi da compiere?

«La corretta gestione del verde urbano deve basarsi su un modello di pianificazione che preveda tre domande:

  1. Cosa abbiamo
  2. Cosa vogliamo
  3. Come possiamo raggiungere quello che vogliamo

 Per quanto riguarda la prima domanda è necessario dare risposte in merito alle risorse del verde urbano disponibili (censimenti, inventari), alle risorse economiche (professionalità e competenze incluse) e finanziarie disponibili, e alle aspettative della cittadinanza (interviste, customer satisfaction, etc.).

Per quanto riguarda la seconda domanda  occorre definire quali siano le finalità perseguite a livello:

  • Generale (es. paradigma della sostenibilità)
  • lungo termine (finalità ottenibili in 5 o più anni)
  • medio termine (finalità perseguibili nei 5 anni)
  • breve termine (finalità perseguibili in 2-3 anni)
  • annuali (finalità di ogni anno)

La terza domanda richiede invece una risposta che fa riferimento al quadro pianificatorio, programmatorio e regolamentativo e quindi agli strumenti che permettono di individuare gli obiettivi determinati dalle finalità prima espresse.

Questo modello, semplice, ma che spesso sfugge sia agli amministratori (ai quali non è ben chiaro che le risorse collocate alla voce “verde urbano” sono investimenti e non spese), sia ai cittadini (i quali non sempre comprendono le emergenze tecniche e economiche che le diverse Amministrazioni devono giornalmente fronteggiare) contempla un’azione di feedback che determina un’azione automatica di modifica e di adeguamento del complesso al variare di singole parti (es. incremento della superficie e conseguente modifica del quadro finanziario e programmatorio).

Seppure con la sua schematicità, il modello ci permette di sottolineare ancora una volta alcuni elementi di fragilità della filiera del verde urbano italiano, quali: l’assenza di adeguati sistemi di inventariazione, che rappresentano la base di ogni pianificazione, e la mancanza della conoscenza delle aspettative dei cittadini e del relativo grado di soddisfazione del servizio utilizzato.

Come può un ente pubblico che appalta la gestione del verde (o la esegue in proprio) dare garanzia ai cittadini che tale servizio consente di mantenere il verde in efficienza e non tagliare se non necessario? Quali danni provoca la capitozzatura delle alberature?

Solo un puntuale ed efficace controllo può garantire un’ottimale gestione degli alberi, nello specifico si parla di interventi di potatura e sostituzioni di piante con evidenti problematiche che ne rendono indispensabile la rimozione, e delle aree a prato, e in questo caso si parla di tagli regolari del tappeto erboso. Purtroppo, anche dare delle penalità economiche può non essere sufficiente ad assicurare che il lavoro venga effettuato correttamente e con le giuste tempistiche.

La capitozzatura consiste nel drastico accorciamento del tronco o dei rami principali (sbrancatura) fino in prossimità del tronco stesso. Questa operazione è una delle principali cause delle cattive condizioni in cui versano molti alberi delle nostre città. Il tronco o il ramo capitozzati presentano ampie superfici di taglio senza difese e così i tessuti iniziano a morire dalla superficie verso l’interno, Inoltre la corteccia viene improvvisamente esposta ai raggi solari, il che provoca un eccessivo riscaldamento che la danneggia. La capitozzatura è perciò un’operazione che deve essere evitata ogni volta che sia possibile.

Nel caso in cui non esistano alternative, si dovrà operare in modo da ridurre al massimo i danni per la pianta.

Le conseguenze sono la formazione di molti nuovi ricacci, mentre contemporaneamente si assiste all’alterazione del legno e alla possibile creazione di una cavità, che si sviluppano rapidamente in ampie cavità. Ma pure il taglio di un ramo laterale, se viene fatto in orizzontale e lontano da questo, è causa di danni per l’albero. Infatti, si viene a formare un moncone di legno morto, rapidamente attaccato da microrganismi e funghi, o ancora si può assistere alla morte del cambio e al distacco della corteccia anche per molti metri di lunghezza».

Come mai si continua ancora ad attuare questa “non tecnica”, peraltro dannosa?

«Tradizionalmente nelle campagne la potatura degli alberi consisteva in una periodica “riduzione della chioma”. Le piante, però, venivano “educate” fin dalle fasi giovanili e le parti tagliate avevano una dimensione non eccessiva, per cui la superficie di taglio esposta risultava molto minore. Successivamente, a seguito della produzione di nuovi germogli, si formava un ingrossamento, denominato testa di salice (in inglese “pollard”), e spesso anche un fusto di notevoli dimensioni. Ogni 1-2 anni i ricacci venivano diradati e si lasciavano crescere 3-5 nuovi rami. Questi venivano tagliati dopo 3-4 anni e sostituiti con i rami formatisi nel frattempo.

Questo modo di potare aveva una propria logica all’interno dell’azienda agraria tesa alla produzione di tutti i beni necessari alla famiglia contadina. I grossi rami ricavati dai pioppi neri venivano, per esempio, scortecciati durante l’inverno e la corteccia veniva utilizzata come alimento per il bestiame, mentre i fusti, ripuliti, costituivano la paleria aziendale. L’altro legname che si ricavava dalla capitozzatura era usato come legna da ardere o, come nel caso dell’acero campestre, per la fabbricazione degli zoccoli. Questa tecnica di potatura oggi non ha più ragione di essere, anche se nell’operato di alcuni tagliatori (faccio fatica a chiamarli potatori) è possibile vedere un atavico ricordo».

* * *

Per una corretta manutenzione delle alberature, sono tante le associazioni che sono recentemente scese in campo per chiedere una norma specifica che disciplini ed uniformi le tecniche consentite e valide.

Una coalizione di 13 tra enti e associazioni ambientaliste (tra cui Coordinamento Nazionale Alberi e Paesaggio, Federazione Nazionale Pro Natura, Lipu – BirdLife Italia, Forum Nazionale Salviamo il Paesaggio, Stop al Consumo di Territorio, ISDE Italia – Medici per l’Ambiente) ha inviato una lettera al Ministro dell’Ambiente e a quello dei Beni Culturali, chiedendo di emanare una norma sulle tecniche opportune per mantenere gli alberi, vietando allo stesso tempo le pratiche distruttive e controproducenti per la salute e la stabilità delle piante (e quindi pericolose per la sicurezza pubblica) quali le potature drastiche tramite capitozzatura o simili.

Nell’appello si legge «Gli alberi sono esseri viventi, fondamentali per migliorare la qualità della nostra vita. Producono l’ossigeno che respiriamo e contribuiscono a limitare gli effetti dei cambiamenti climatici. Riducendo l’inquinamento atmosferico, aiutano a prevenire decine di migliaia di morti premature per malattie respiratorie, come documentano l’Organizzazione Mondiale della Sanità e la FAO delle Nazioni Unite – spiegano i promotori della coalizione – Le aree verdi sono importanti per il nostro benessere e relax, sono luoghi di incontro e per il gioco dei bambini. Parchi e giardini sono ricchi di biodiversità e, caratterizzando il paesaggio, incrementano anche il valore immobiliare dei nostri appartamenti».

E ancora: «Aumentare la presenza di spazi verdi e alberi in città promuove numerose forme occupazionali – proseguono i promotori dell’iniziativa – si tratta quindi di una grande occasione per offrire lavoro a personale sia tecnico (monitoraggi, progettazione, controlli di stabilità, ecc.) che operativo (cure agronomiche e arboricolturali, nuovi impianti, ecc.). In Italia è già operativa la Legge n.10 del 14 gennaio 2013 che si pone come un ottimo punto di partenza per sottolineare l’importanza del verde urbano; inoltre il Ministero dell’Ambiente ha prodotto documenti strategici e linee guida. Tutto questo è importante, ma non basta per assicurare un approccio moderno e corretto alla gestione degli alberi. Per questo motivo, chiediamo una legge che regolamenti seriamente la materia».

Altre fonti:

https://www.terranuova.it/News/Ambiente/No-alle-capitozzature-degli-alberi-appello-per-una-legge

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Milano, “isola” di plastica sul Naviglio Pavese

People For Planet - Mer, 07/31/2019 - 21:00

Un ingente quantitativo di rifiuti si è accumulato all’altezza di via Sant’Abbondio, dove il Lambro meridionale incrocia il Naviglio.

Tra rami, alghe e soprattutto plastica, un enorme ammasso di spazzatura ha formato una discarica a cielo aperto. LA GALLERY

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Le nonnine del Sannio con i bimbi del centro di accoglienza in braccio

People For Planet - Mer, 07/31/2019 - 16:30

Campoli del Taburno, borgo del Sannio, ecco la foto che intenerisce tutti. Ritrae tre vecchiette che hanno, poggiati sulle loro ginocchia e tra le loro braccia, tre bambini di colore, ospiti di un centro di accoglienza lì vicino.

Fonte: www.vesuviolive.it

Questo il commento sotto alla foto: “Un pomeriggio qualunque abbascio a chiazzólla, Zì Nicolina, Zì Vicenza e Zì Maria fanno da nonne ai piccoli che vivono nel centro accoglienza situato vicino alle loro abitazioni”.

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Las Kellys, Cameriere in lotta

People For Planet - Mer, 07/31/2019 - 15:00

Avete presente quelle donne, figure quasi invisibili, che percorrono i corridoi degli alberghi, che entrano nelle camere degli ospiti per rassettarle in loro assenza? In Spagna si chiamano “Kellys”, contrazione di “quelle che puliscono”.

La Spagna è il secondo Paese in Europa, dopo la Francia, per numero di turisti (82 milioni di turisti stranieri nel 2018). L’economia legata al turismo è uno dei motori essenziali del Paese ma questa ricchezza non beneficia le Kellys, l’ultimo gradino (ma indispensabile) della catena organizzativa dell’offerta turistica.

Le Kellys stanno organizzando da qualche tempo delle dimostrazioni alle porte degli hotel, raccogliendo numerose vittorie ed esportando il loro obiettivo in Europa: porre fine alla precarietà e ai salari da fame.

«Gli hotel sono un po’ spaventati da noi», riassume la portavoce del movimento, Myriam Barros, 40 anni.

Queste donne discrete, quasi invisibili per gli ospiti degli hotel, diventano “guerriere”, dice Barros, quando indossano la maglietta verde da attivista.

Il movimento “Kellys” è nato nel 2014 su Facebook. Due anni dopo è nata l’associazione.

Da allora, «hanno ottenuto che il duro lavoro di circa 150.000 cameriere, che era invisibile, sia visibile nella società nel suo insieme”, si congratulava Gonzalo Fuentes, dell’Unione delle Comisiones Obreras.

Su Twitter, la sezione di Madrid delle Kellys chiede al turista: «Non rimanere in hotel e chiedere tali informazioni prima di prenotare. Se non lo fai per noi, fallo per te, perché la qualità delle stelle non è più una garanzia e l’igiene è evidente.»

Dopo la riforma del diritto del lavoro nel 2012, voluta dal governo di centrodestra presieduto da Mariano Rajoi, molti hotel hanno cacciato i loro dipendenti e affidato il servizio a società di pulizie in outsourcing, degradando significativamente le condizioni di lavoro e riducendo i salari del 40%, secondo Barros.

Le colleghe “esternalizzate” puliscono «più di 400 stanze al mese per un salario medio di 800 euro netti” e sono esposte al licenziamento se protestano o si ammalano.

In Plaza de España a Madrid «si trova un hotel a cinque stelle dove le cameriere non raggiungono i 3 euro per camera» pulite, e in un altro residence di lusso in posizione centrale «le cameriere esternalizzate non raggiungono i 2,5 euro per camera”, afferma Angela Muñoz, 56 anni.

«Pertanto, è impossibile offrire qualità e disinfettare adeguatamente le stanze» afferma

A macchia di leopardo, la lotta delle Kellys raggiunge dei risultati. Per esempio, nella città costiera di Benidorm (sud-est), «in otto hotel dove abbiamo portato la protesta questo inverno hanno dovuto concederci due giorni liberi alla settimana anziché uno», dice la portavoce locale per “Kellys”, Yolanda García, 55 anni. Ma «continuiamo ad avere una media di 25 o 27 camere al giorno, ed è peggio in estate», si lamenta.

A nome del “Kellys”, Myriam Barros ha ricevuto il premio “TO DO” ​​per i diritti umani a marzo alla fiera internazionale del turismo di Berlino.

Nel 2017, il gruppo ha inviato una delegazione al Parlamento europeo per denunciare l’outsourcing generale

Il ministro e il segretario di Stato per il turismo spagnoli «si sono incontrati in diverse occasioni con le Kellys per discutere della loro situazione», ha affermato una fonte governativa, che ha menzionato “sforzi” per regolamentare l’outsourcing.

L’associazione sogna una “legge Kellys” che vieti l’esternalizzazione delle pulizie. L’attività principale di un hotel è la pulizia perché i clienti “vogliono affittare camere pulite”, aggiunge Ángela Muñoz.

Fonti:
laskellys.org
es.rfi.fr
lavanguardia.com
tourinews.es

Fonte immagine: Twitter Las Kellys Barcelona

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Le altalene rosa Usa-Messico che abbattono i muri

People For Planet - Mer, 07/31/2019 - 11:38
Fonte: TG2000

Dalla stampa nazionale:

Bambini, adolescenti, uomini, donne e cani lanciano un messaggio di condivisione e speranza grazie alle altalene poste al confine tra Ciudad Juarez e il Texas da un architetto e professore dell’Università di Berkeley.

Non è affascinante come questo semplice atto di tracciare una linea su una mappa possa trasformare il modo in cui vediamo e viviamo il mondo?». Sono le parole di RonaldRael, l’artista e architetto americano che con delle altalene fucsia ha trasformato in un simbolo di gioia e condivisione la barriera di ferro al confine tra Messico e Stati Uniti costruita per impedire il libero passaggio di uomini, donne e bambini.

Rael è un professore di architettura dell’università di Berkeley in California. Ha sempre avuto a cuore il tema delle migrazioni e nel dicembre scorso durante una conferenza al Ted Talk aveva dato un messaggio molto chiaro per definire cosa può rappresentare una linea di demarcazione: «Cos’è un confine? È una linea su una mappa, un luogo in cui le culture si mescolano e si fondono in modi meravigliosi, a volte violenti e talvolta ridicoli. E un muro di confine? Una risposta eccessivamente semplicistica a quella complessità». Continua a leggere (Fonte: “Un’altalena cancella l’indifferenza: l’installazione al confine tra Usa e Messico che unisce i popoli” – ILSECOLOXIX.IT di Diana Letizia)

Fonte: TED

Fonte immagine: Vanity Fair

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Integratori alimentari, il business cresce ma servono davvero?

People For Planet - Mer, 07/31/2019 - 10:01

Gli integratori alimentari stanno riscuotendo un successo di mercato che sembra andare molto oltre le evidenze scientifiche

Il mercato degli integratori alimentari è in continua crescita tanto che dai dati di Federsalus emerge che il 65% della popolazione adulta italiana ne ha fatto uso nell’ultimo anno. Un trend in ascesa che si rafforza con l’arrivo dell’estate, quando i problemi  legati a caldo, sole e viaggi si presentano puntualmente e di pari passo compaiono sugli scaffali di farmacie e supermercati i più disparati prodotti ed integratori con la promessa di offrire un valido aiuto.

L’analisi condotta da Altroconsumo

Altroconsumo ha analizzato 4 blockbuster dell’estate: integratori di sali minerali, integratori indicati per l’esposizione al sole, fermenti lattici per tutelare chi viaggia e prodotti per alleviare il gonfiore delle gambe.

Dal vaglio degli studi esistenti, è emerso  che  gli integratori di sali minerali dovrebbero ridurre il senso di spossatezza, ma non ci sono sufficienti dati che lo dimostrano; gli integratori per l’abbronzatura promettono protezione dai raggi UV e un colorito omogeneo e duraturo, ma gli studi a supporto vantati dai produttori presentano molti limiti; i fermenti lattici proposti a chi viaggia per prevenire o curare spiacevoli disturbi intestinali, non hanno in realtà prove sufficienti per raccomandarne l’uso. Infine anche i prodotti per le gambe gonfie e pesanti hanno deboli prove di efficacia e potenziali effetti indesiderati da non sottovalutare.

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Vedi anche: Integratori alimentari contenenti potassio, dal ministero nota per etichettatura
Gli integratori alimentari: la grande illusione


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Il collettivo di artisti che progetta il riutilizzo delle opere pubbliche incompiute

People For Planet - Mer, 07/31/2019 - 08:00

Il collettivo di artisti Alterazioni Video, che ha raccontato le opere pubbliche incompiute italiane (ben 752), propone un approfondito momento di confronto costruttivo a Matera per elaborare il riutilizzo creativo degli edifici abbandonati e degli spazi pubblici. In una prospettiva di resilienza.

Una mappa dell’Italia fatta di puntini neri emerge dal fondo bianco come dal nulla: sono i punti che indicano le opere pubbliche incompiute di cui è costellata la nostra nazione. 752 fra teatri, svincoli autostradali, ospedali, brandelli di palazzi mai portati a termine che, secondo l’elenco stilato dal Sistema Informativo Monitoraggio Opere Incompiute (S.I.M.O.I), occupano il territorio nazionale dal dopoguerra a oggi.

La mappa è stata disegnata dal collettivo di artisti Alterazioni Video  a partire dai dati del Ministero dei Trasporti, dalle indicazioni di singoli cittadini e da una ricerca sul campo durata più di un decennio, confluita nel libro Incompiuto siciliano, la nascita di uno stile, edito da Humboldt Books, in collaborazione con Fosbury Architecture.

Il volume è un’indagine su quello che provocatoriamente viene definito dagli autori come il più importante stile architettonico italiano degli ultimi 50 anni, “Lo stile che racconta il prezzo della pace sociale, pagata con la collusione e lo scambio di favori, di voti” scrivono Filippo Minelli e Davide Giannella nel testo introduttivo.

Le politiche deviate, la fallacia di una certa idea di “sviluppo” e la noncuranza nel bruciare inutilmente risorse e ambiente emergono da questo lavoro, che testimonia la storia di un paese in cui la continuità, organica a tutto il territorio, è data dal materiale che ritorna: il cemento armato.

La narrazione delle opere incompiute

Come in un moderno Grand Tour da cui nessuna regione è risparmiata, il libro ci porta fra i resti di un’Italia in cantiere, delineando attraverso i diversi linguaggi che lo compongono una narrazione non didascalica della contemporaneità.

Una carrellata di 160 foto di opere incompiute sottrae lo spettatore allo sguardo distratto con cui attraversa gli spazi urbani e non, all’assuefazione con cui passiamo di fianco agli scempi del paesaggio a cui ormai siamo abituati, restituendoci una visione fortemente impattante.

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Inceneritori e termovalorizzatori vs economia circolare e rifiuti zero

People For Planet - Mer, 07/31/2019 - 07:00

L’economia circolare (i modelli zero waste, le norme per il riciclo, l’innovazione e il design for recycling) può significativamente diminuire le quantità da bruciare finché – si auspica- questi impianti non saranno più necessari; fino ad allora devono funzionare al meglio (massimizzando il differenzato, recuperando il residuo post-combustione e riducendo al massimo le emissioni).

Inceneritori e termovalorizzatori in Italia

Gli impianti che bruciano rifiuti in Italia sono in tutto 56 e per la maggior parte sono termovalorizzatori collocati al Nord, di cui 13 solo in Lombardia.
Gli inceneritori sono “forni” che hanno come unico scopo quello di ridurre i rifiuti incenerendoli, senza nessun recupero energetico. Impianti vecchi che, in Italia, a parte quello di Porto Marghera (Venezia), disattivato di recente, sono quasi tutti al Centro e al Sud. La gran parte degli impianti dove si bruciano rifiuti oggi è composta da termovalorizzatori: impianti che usano l’indifferenziato, oppure, laddove è praticata raccolta differenziata e trattamenti pre-selettivi, il cosiddetto “residuo secco” o Cdr (combustibile derivato da rifiuto) per alimentare turbine e generatori che, a seconda del tipo di impianti, possono produrre sia energia elettrica che acqua calda. È il caso del termovalorizzatore di Brescia (ma anche di quello di Torino) che, oltre a produrre energia elettrica, alimenta gli impianti di riscaldamento di alcuni quartieri.
Per legge, la temperatura di combustione deve essere sopra gli 850 gradi, per limitare la formazione di diossine. Se la temperatura scende, si attivano bruciatori a metano che la alzano. Questi impianti sono meno inquinanti rispetto ai “vecchi” inceneritori, ma – oltre a dover comunque garantire un sistema di controllo continuo del sistema bruciante e mettere in atto procedure per spegnere o risolvere l’eventuale problema prima che si formi o si diffonda un inquinante sopra le soglie – hanno comunque e sempre il problema degli scarti e delle emissioni.
Per queste ragioni, finchè non sarà possibile dismetterli del tutto grazie al rifiuti zero, è molto importante la selezione del materiale in ingresso, che sia di “qualità”, proprio per ridurre sempre più questi mal funzionamenti e garantire un combustibile uniforme e dal potere calorifico alto.

Come si può ottenere un rifiuto che produca, bruciando, emissioni meno inquinanti possibili? Anche questo parte dalla base del rifiuti zero, ovvero con una raccolta differenziata molto spinta e molto efficiente: è importante infatti che si eliminino in buona parte gli elementi maggiormente in grado di variare i parametri di funzionamento di un termovalorizzatore; in altre parole una raccolta super selettiva a monte che “tolga” dall’indifferenziato: vetro, plastica, carta, frazione umida, tessuti, ecc.

La quota umida, il cosiddetto “organico” viene diretta così al compostaggio. Rifiuti urbani o scarti industriali dell’agroalimentare vengono vagliati, tritati e lasciati fermentare anche con insufflazione di aria in modo da provocare il decadimento biologico. Attraverso un controllo delle condizioni del processo (umidità, ossigenazione, temperatura) e l’eliminazione di eventuali inquinanti nella materia prima (residui di metalli pesanti e inerti vari) o microrganismi ritenuti patogeni per l’agricoltura, si produce terriccio fertile per la coltivazione agricola e la florovivaistica, evitando il ricorso a concimi chimici a pieno campo. Altre biomasse compostabili comunemente sfruttate sono rappresentate dai fanghi di depurazione e dagli scarti della cura e manutenzione delle aree verdi. Esistono anche in Italia impianti che riciclano il letame degli allevamenti zootecnici non solo per produrre compost, ma anche metano: il biogas, prodotto dalla naturale fermentazione, può essere catturato ed usato per alimentare bruciatori che producono energia elettrica.

Con un sistema moderno e funzionale di trattamento meccanico-biologico (TMB) si riesce ad arrivare a un rifiuto ancora più selezionato, una “differenziata secondaria”. Questa non può certo sostituire la raccolta separata fatta a monte, ma con una tecnologia di trattamento a freddo dei rifiuti indifferenziati (o residuali dopo la raccolta differenziata), sfrutta l’abbinamento di processi meccanici a processi biologici (digestione anaerobica e compostaggio) per ridurre ulteriormente l’indifferenziato. Appositi macchinari separano i rifiuti indifferenziati da ciò che è riciclabile e non è stato prima riciclato: vengono sfruttati nastri trasportatori, magneti industriali, separatori galvanici a corrente parassita, vagli a tamburo, vagli a dischi, macchine spezzettatrici e altre apparecchiature appropriate.

Lo stoccaggio dei rifiuti in discarica

Lo stoccaggio dei rifiuti in discarica è ancora purtroppo un metodo utilizzato in Italia, nonostante che, in base a una direttiva europea, dovrebbe essere evitato già da oltre dieci anni. Stiamo andando avanti di proroga in proroga continuando a smaltire in discarica circa il 40% dei rifiuti nazionali, mentre in teoria dovremmo essere a zero. La discarica è un metodo esclusivamente passivo che apre un pericolo latente di impatto ambientale per un periodo di tempo molto lungo. La discarica inoltre produce odori, biogas, inquinamento dell’atmosfera, può inquinare le falde, rendendo molto difficile il controllo e il monitoraggio del materiale stoccato.
Il rifiuto della termovalorizzazione, le ceneri, anche contenenti sostanze pericolose, per esempio, a oggi sono destinate esclusivamente alla discarica.

Cosa si può fare per evitare la discarica anche per il rifiuto solido incenerito?

Anche questo rifiuto può già trovare strade alternative con le odierne tecnologie, come i sistemi di separazione dalle frazioni pericolose e l’inertizzazione di ciò che pericoloso non è, per essere recuperato in vari ambiti (tra cui edilizia o arredo urbano p.e.).
Il residuo termo valorizzato, cioè le ceneri pesanti, è un insieme di materiali ferrosi, non ferrosi e minerali in buona parte recuperabili e riutilizzabili secondo criteri normativi dunque già predeterminati. Solo le ceneri che non risultano riutilizzabili con questi metodi devono essere collocate in discarica, una quota minore rispetto all’invio delle ceneri in toto. Il problema delle ceneri e dei filtri esausti da smaltire, in ogni caso, con la termovalorizzazione non viene mai risolto.

La gestione dei fumi di combustione

Il problema ambientale più significativo della termovalorizzazione, oltre ai filtri esausti per i fumi e le ceneri, è di certo quello che deriva dai fumi stessi della combustione e gli inquinanti che i filtri non riescono a trattenere. Esistono realtà italiane che gestiscono i rifiuti su scala comunale o locale senza averne le risorse, le competenze, le capacità per gestire a livello industriale tecnologie complesse come quelle della termo-utilizzazione. Invece sono necessarie, in questo campo più che altrove, importanti competenze, organizzazione, e capacità di realizzare e gestire adeguatamente questi impianti. Innanzi tutto, un impianto di termovalorizzazione ha prestazioni migliori e costi inferiori quando le dimensioni superano un certo valore. Pochi impianti grandi hanno un rendimento superiore e un impatto ambientale più basso; negli impianti più grandi e più moderni è possibile realizzare sistemi più efficienti.
Le emissioni dagli impianti di termo-utilizzazione hanno subito negli ultimi 40/50 anni una riduzione in seguito all’introduzione di tecnologie per rimuovere parte di una varietà di composti inquinanti: le polveri, i gas acidi, l’acido cloridrico, l’anidride solforosa, il monossido di carbonio, le diossine, i metalli pesanti, con un sistema che interviene a valle della combustione. Negli anni più recenti sono stati introdotti anche sistemi di controllo durante la combustione, sistemi che si attivano per limitare la formazione di determinati inquinanti (monossido di carbonio, diossido di azoto, idrocarburi incombusti e le stesse diossine). Ma nonostante questo, una certa quantità di inquinanti viene comunque scaricata in atmosfera, e ciò avviene soprattutto durante i malfunzionamenti. Ma non solo, ci sono anche particelle che i filtri, per quanto possano essere moderni ed avanzati, non sono in grado di trattenere: le nanoparticelle. Particelle molto piccole, al di sotto del micron, pericolose perchè una volta respirate l’organismo umano non è in grado di espellerle e possono entrare nei tessuti, nel sangue e negli organi.

Gli inquinanti sono immessi in particolare durante i malfunzionamenti, è dunque fondamentale avere sistemi di monitoraggio e di controllo moderni ed efficienti, ma non basta comunque a dare garanzie, prima di tutto per le nano particelle che sfuggono comunque. Inoltre, dato che lo spegnimento e il successivo avviamento dell’impianto hanno dei costi, e il gestore farà di tutto per rientrare nelle soglie consentite per legge e nei limiti previsti senza spegnere l’impianto, ma in corso. Perché questo, oltre ai costi per il nuovo avviamento, genera una mancata produzione energetica. E questo ovviamente dà meno garanzie di “blocco immediato” della fuoriuscita inquinante.

È dunque fondamentale che gli impianti in esercizio siano moderni, tecnologicamente avanzati sia dal punto di vista della combustione che dei sistemi di filtraggio e monitoraggio. E che ci siano una corretta e attenta gestione ed una supervisione super partes, sia della combustione che delle anomalie di funzionamento.

Detto tutto questo si capisce bene come la termovalorizzazione non possa essere la scelta per risolvere le problematiche della gestione dei rifiuti: non lo è dal punto di vista della salute, non lo è dal punto di vista delle emissioni dei gas serra, non lo è per abbandonare del tutto le discariche, non lo è per la creazione di posti di lavoro. Ci sono già molte realtà in Italia che hanno intrapreso strade diverse: le strade del porta a porta, dell’economia circolare che ricicla, recupera, riusa e parte dalla riprogettazione dei prodotti non riciclabili o non recuperabili, la strada dei rifiuti ridotti progressivamente allo zero.

Ovvero una raccolta differenziata che arriva già in alcune realtà virtuose anche al 80%, 90% e dove i Comuni e gli Ammistratori si impegnano e lavorano per abbattere parte di quel 10% -20% finora non raggiunto.

Questa è la scelta migliore per frenare i cambiamenti climatici, per offrire garanzie maggiori di salubrità di aria e acqua, per la salute di tutti e per ottenere più posti di lavoro. Dismettere non solo gli inceneritori, ma anche i termovalorizzatori, perchè l’obiettivo è non averne più bisogno, di non aver bisogno fin d’ora di bruciare le quantità che stiamo bruciando adesso, ovvero attuando subito tutte le strategie che il rifiuti zero comporta. E nel frattempo avere le migliori tecnologie e le migliori procedure di controllo e super visione per gestire quelli esistenti. Di certo non realizzarne di nuovi, proprio perchè questa non è la strada.

Di seguito le opinioni di Mario Tozzi e Paul Connett.

Video Mario Tozzi, geologo, divulgatore scientifico e saggista.

Video Paul Connett, scienziato statunitense. Professore di chimica e tossicologia (St. Lawrence University) e attivista ambientale:

Altre Fonti:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2016/08/23/diritto-alla-salute-quali-verita-dietro-gli-inceneritori-di-nuova-generazione/2988622/

Rifiuti, LEAP studia la gestione integrata del futuro: “Riciclo ed Energia”
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Smentiti i negazionisti: cambiamenti climatici senza paragoni in almeno 2.000 anni

People For Planet - Mar, 07/30/2019 - 21:00

Ci sono stati altri periodi con grandi fluttuazioni di temperatura nel corso degli ultimi due millenni, ma in nessun caso il fenomeno aveva interessato tutto il Pianeta come sta accadendo ora

Non c’è mai stato un periodo della storia, da 2.000 anni a questa parte, in cui il clima è cambiato così velocemente e in maniera così comprensiva su scala globale. Cade così uno dei pilastri sui quali si fondano alcune delle teorie di chi nega la responsabilità dell’uomo del global warming e della crisi climatica.

Uno degli argomenti più citati dagli scettici spiegare i cambiamenti che il Pianeta sta attraversando negli ultimi decenni, era infatti questo: già in passato, anche nella storia recente, si sono avuti periodi con fluttuazioni delle temperature molto consistenti. I più celebri sono il riscaldamento durante il periodo dell’Impero romano (III-V secolo dopo Cristo), il Periodo caldo medievale (X-XIII secolo) e la Piccola era glaciale, spalmata dal XIV al XVI secolo. Quindi non sarebbe l’uomo a far bollire il Pianeta, ma sarebbe una fluttuazione ‘naturale’ perché si pensava (erroneamente) che questa altalena climatica abbracciasse tutto il globo. Quello che mancava era proprio un confronto tra le varie zone della Terra. Queste fluttuazioni sono registrate anche dagli storiografi, gli annali contengono dunque informazioni soprattutto di quelle regioni all’epoca più ‘civilizzate’, come l’Europa.

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Spiagge italiane: più del 50% sono private, alcuni lidi pagano meno di 2 euro a metro quadro

People For Planet - Mar, 07/30/2019 - 15:00

3.346 km di coste italiane ma per metà sono spiagge private e in alcune Regioni le spiagge libere sono solo il 30%. Il rapporto Spiagge 2019 di Legambiente dà una fotografia del Paese complessa, a tratti desolante, complici le diverse norme regionali che regolano la libera fruizione balneare. La quota minima di spiaggia libera o libera attrezzata è 60% in Puglia e in Sardegna, 50% in Lazio, 40% in Liguria, 30% in Molise e Calabria, 25% nelle Marche, 20% in Emilia-Romagna, Campania e Abruzzo. Friuli Venezia Giulia, Veneto, Toscana, Basilicata e Sicilia assicurano 0 spiagge libere. Non mancano situazioni particolari, come la Sicilia, che, nonostante non abbia ancora imposto limiti alle concessioni delle spiagge, ha di recente approvato nuove linee guida per il rilascio delle concessioni demaniali marittime, e il Molise, dove la quota del 30% non è applicata dai Piani strutturali comunali in 4 Comuni costieri.

«L’errore che non va commesso – dice Edoardo Zanchini, vicepresidente nazionale di Legambiente – è quello di continuare ad affrontare gli argomenti separatamente, inseguendo la cronaca nel periodo estivo dei danni da cicloni o erosione, di spiagge libere e in concessione (con le polemiche sui canoni e sulla famigerata Direttiva Bolkestein) dell’inquinamento dei tratti di costa. Il paradosso, da cui dobbiamo assolutamente uscire, è che nel nostro Paese nessuno si occupa di coste».

Nessuno si occupa di coste, eccetto i centri balneari, che talvolta pagano canoni bassissimi, a volte meno di 2 euro al metro quadro, per concessioni oltremodo remunerative. Ad esempio a Santa Margherita Ligure, il Lido Punta Pedale versa 7.500 euro all’anno. A Marina di Pietrasanta il Twiga di Flavio Briatore occupa una superficie di 4.485 metri quadri, per un canone di 16mila euro all’anno: 0, 20 centesimi al metro quadro.

E ancora: l’hotel Regina Elena 6mila, il Metropole 3.614 euro e il Continental addirittura 1.989. A Forte dei Marmi il Bagno Felice versa 6.560 euro per 4.860 metri quadri. Tutte concessioni demaniali che danneggiano le casse dello Stato, che nel 2016 ha incassato poco più di 103 milioni di euro dalle concessioni per stabilimenti privati il cui giro di affari complessivo stimato sembra sia di almeno 15 miliardi di euro annui. 

Legambiente dà una fotografia del Paese complessa, a tratti desolante, certamente a sfavore di una ridistribuzione dei ricavi dalle concessioni demaniali marittime in un Paese dove «le spiagge libere sono spesso un miraggio, quelle presenti sono il più delle volte di serie B e poste vicino a foci dei fiumi, fossi o fognature dove la balneazione è vietata. A ciò va aggiunto l’impatto che ormai i cambiamenti climatici, l’erosione e il cemento selvaggio stanno avendo sulle coste ridisegnandole, il problema dell’inquinamento, l’accessibilità negata e quello delle concessioni senza controlli. Dall’altra parte, però, in questi anni lungo il nostro litorale si è registrato un grande fermento green che punta, in maniera sempre più concreta, sulla sostenibilità ambientale, su un impegno plastic-freee sulla difesa della biodiversità».

Dal rapporto emerge che «in Italia sono ben 52.619 le concessioni demaniali marittime, di cui 11.104 sono per stabilimenti balneari, 1.231 per campeggi, circoli sportivi e complessi turistici, mentre le restanti sono distribuite su vari utilizzi. Complessivamente si può stimare che le sole concessioni relative agli stabilimenti ed ai campeggi superano il 42% di occupazione delle spiagge, ma se si aggiungono quelle relative ad altre attività turistiche si supera il 50%. In alcune aree il continuum di stabilimenti assume forme incredibili, come in Versilia, dove sono presenti 683 stabilimenti sui 1.291 dell’intera regione. Risalendo dal Porto di Viareggio fino al confine Nord del Comune di Massa si possono percorrere lungo la spiaggia 23 chilometri a piedi con accanto stabilimenti di ogni tipo e dimensione, dove saltuariamente sopravvivono alcune strisce di spiagge libere che tutte assieme non arrivano ad un chilometro di lunghezza. Una situazione di sovraffollamento che lascia pochi spazi a quanti cercano spiagge per tuffi liberi».

Ci sono poi situazioni di illegalità, alcune al centro di cronache e inchieste pubbliche, come a Ostia e a Pozzuoli, dove cemento e barriere impediscono addirittura di vedere e di accedere al mare. A ciò si aggiunge quasi il 10% delle coste interdetto alla balneazione per ragioni di inquinamento, percentuale che varia da Regione a Regione. «In Veneto oltre un quarto della costa è in queste condizioni, mentre in Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Sicilia, Lazio oltre il 10% della costa rientra in questa categoria. Se si considerano i tratti di costa non balneabili, un ulteriore 9,5% della costa risulta quindi non fruibile. Il risultato è che complessivamente nel nostro Paese la spiaggia libera e balneabile si riduce mediamente al 40%.

Un po’ poco per un Belpaese. 

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In vacanza sulla Luna? Airbnb: “Sulla Terra si può, ecco le case spaziali”

People For Planet - Mar, 07/30/2019 - 15:00

Dalla California alla Nuova Zelanda, passando per il Regno Unito. Il prezzo? Dieci euro a notte per dormire (più o meno comodi) guardando la volta celeste

Va bene, forse non possiamo (ancora) portarvi tutti sulla Luna”... Airbnb alza le mani: il turismo spaziale è ancora un sogno, ma l’anniversario dell’allunaggio è un’occasione troppo ghiotta perché la piattaforma per vacanzieri non ne approfitti. Così per festeggiare i 50 anni dallo sbarco (avvenuto il 20 luglio 1969) la vetrina degli affitti suggerisce cinque sistemazioni di sapore spaziale.

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Fonte immagine copertina REPUBBLICA.IT

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Continuano gli omicidi di attivisti e giornalisti ambientali

People For Planet - Mar, 07/30/2019 - 11:39

Gli indigeni dell’etnia Wajapi in Brasile hanno denunciato l’omicidio di un loro capo locale di 68 anni nell’interno dello Stato di Amapá, a ovest dell’Amazzonia brasiliana, per mano di presunti “garimpeiros”, cercatori illegali d’oro e diamanti. L’attivista Marina Amapari ha riferito che l’omicidio è avvenuto lo scorso mercoledì nel villaggio di Marity. E dopo l’assassinio altri cercatori si sono uniti a quelli già presenti sul territorio, obbligando gli indigeni a fermarsi nella zona e a raggiungere le proprie case in barca o con veicoli improvvisati. “Hanno ucciso il leader Emyra Wajapi con una coltellata, chiediamo aiuto, i garimpeiros sparano, hanno fucili, hanno armi pesanti come mitragliatrici”, ha raccontato un indigeno. Il senatore Randolf Rodrigues, dello stato di Amapà, ha criticato la posizione del presidente Jair Bolsonaro che ha aperto le riserve indigene allo sfruttamento minerario. (Fonte: Cercatori d’oro uccidono capo indigeno ANSA.IT)

Dalla stampa nazionale:

Fonte: GlobalWitness

Le Filippine sembrano essere il Paese più pericoloso per chi difende i propri diritti, con trenta vittime solo nel 2018. I nuovi dati raccolti da Global Witness.

Nel 2018, in media, tre persone ogni settimana hanno perso la vita per aver difeso la loro terra da progetti minerari, forestali o agroindustriali. Non si tratta di un calcolo facile: molti di questi delitti vengono dimenticati o insabbiati, ma secondo una prima stima dell’ONG Global Witness, lo scorso anno, almeno 164 attivisti ambientalisti sono stati uccisi e “innumerevoli” altri sono stati messi a tacere da violenze, intimidazioni e un uso improprio dalle leggi anti-protesta.

Un dato allarmante che segue da vicino l’annus horribilis del 2017 quando il numero di omicidi accertati aveva raggiunto la cifra record di 207. “A livello globale, il numero reale potrebbe probabilmente essere molto più elevato, poiché i casi spesso non sono documentati e raramente vengono indagati”, spiega l’associazione che da oltre 20 anni si batte per la protezione dei diritti umani. Nel suo ultimo report, intitolato ‘Enemies of the State?’, si evidenzia come il settore minerario sia quello connesso al più alto numero di vittime con ben 43 attivisti ambientali uccisi nel 2018. Segue il comparto dell’agribusiness (21 vittime accertate) e quello idrico che ha registrato un triste trend di crescita (17 vittime). Continua a leggere (Fonte: “Più di 160 attivisti ambientali uccisi nel 2018” – RINNOVABILI.IT )

UCCISI, PICCHIATI, CENSURATI: FARE GIORNALISMO AMBIENTALE STA DIVENTANDO SEMPRE PIÙ PERICOLOSO.  L’omicidio è la forma massima di censura. Il 13 novembre 2008, il giornalista russo Mikhail Beketov, caporedattore del giornale locale Khimkinskaya Pravda, viene fermato da due uomini sull’uscio di casa. Con una sbarra di ferro gli fracassano le mani e le gambe e gli fratturano il cranio. In seguito all’attacco Beketov rimane paralizzato, senza 4 dita, la gamba destra amputata, con danni al cervello che gli impediscono di parlare. Morirà nel 2013 per un attacco cardiaco.

L’8 novembre del 2010, Oleg Kashin, giornalista del Kommersant, viene aggredito da due uomini, armati di una mazza metallica. Gli rompono le gambe, le braccia e la mandibola, infieriscono sulla sua mano destra con la quale il giornalista scriveva. Dopo una settimana in coma, Kashin riesce a riprendersi dalle violenze subite e ora scrive per testate russe e straniere, tra cui il Guardian, e si batte per la libertà della stampa russa.

Pochi giorni prima dell’attacco a Kashin, era toccato ad Anatoly Adamchuk, reporter del giornale locale Zhukovskie Vesti, essere fermato e picchiato anche lui da due uomini. Adamchuk viene addirittura accusato di aver pagato mille rubli i suoi assalitori e di organizzato il proprio pestaggio. Gli attacchi a Beketov, Kashin e Adamchuck sono legati tutti dallo stesso filo rosso.

tre giornalisti si stavano occupando degli impatti ambientali derivanti dalla costruzione di un’autostrada da Mosca a San Pietroburgo che avrebbe permesso di velocizzare il trasporto di merci da una capitale all’altra. Continua a leggere  (Fonte: PEOPLEFORPLANET.IT)

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Parmitano in videochat con il Museo della Scienza: Milano, abbiamo un problema

People For Planet - Mar, 07/30/2019 - 10:05

Milano, 30 luglio 2019 – «Quui c’è poco spazio», scherza Luca Parmitano in collegamento con il Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano, nella sua prima conferenza stampa dall’arrivo sull’Iss, la stazione spaziale internazionale. È la battuta più ricorrente che in questi giorni si scambiano gli astronauti, impegnati nel trasloco all’interno dell’Iss delle attrezzature e dei materiali appena arrivati da un’astronave cargo. In una frase è riassunto l’ossimoro del trovarsi nello spazio e doversi muovere in pochi metri quadrati, di guardare la Terra fuori dall’oblò invece che sotto i piedi, di rispondere alle domande dei giornalisti sdraiandosi e mettendosi a testa in giù senza che nessuno trovi questo irrispettoso.

È un Luca Parmitano rilassato quello che appare nel primo collegamento interspaziale Terra-Iss, e le ragioni le spiega lui stesso: «L’adattamento è stato velocissimo rispetto alla prima volta, mi sono sentito subito a casa, il mio corpo ha capito subito come muoversi e come spostarsi. E ho iniziato subito a godere della bellezza della microgravità: il piacere di muoversi in libertà, non avere un peso, volare da una parte all’altra spostandosi con un dito», spiega. La cosa più difficile a cui abituarsi? Il caffè a bordo». Parmitano è partito sabato 20 luglio alle 18.28 dal cosmodromo di Bajkonur, in Kazakistan. Dopo 4 orbite attorno alla terra e un viaggio di circa sei ore, alle 3.08 del giorno dopo la navicella ha attraccato e per i tre astronauti a bordo – con Parmitano dell’Esa, l’agenzia spaziale europea, anche Drew Morgan della Nasa e Alexander Skvortsov della Roscosmos – si sono aperti i portelloni della stazione internazionale. Ad accoglierli c’erano due astronauti della Nasa e uno russo. L’attuale comandante a settembre tornerà sulla Terra e Luca prenderà il suo posto, diventando il primo italiano e il terzo europeo a coprire questo ruolo. Nei sei mesi della missione Beyond, gli astronauti condurranno oltre 50 esperimenti europei e 200 internazionali, tra cui alcune ricerche con risvolto neurovestibolare: «È qualcosa di molto nuovo, abbiamo imparato molto in passato in ambito cardiovascolare e osteomuscolare. In questo caso studiamo il modo con cui il cervello integra tutti i sensori del corpo, quindi non solo i cinque sensi ma anche i propriocettori, che ci permettono di capire il nostro orientamento nello spazio». Oltre alle ricerche con un risvolto medico, dalle missioni spaziali ha sempre tratto enorme forza propulsiva anche la tecnologia: «Ho detto che nelle stelle si può vedere il futuro, ed è così – conferma Parmitano – sono circondato da macchinari che parlano di futuro e lo creano. Proprio di fronte a me per esempio il mio collega Nick Hague della Nasa sta utilizzando una stampante tridimensionale per costruire tessuti biologici. Il futuro qui è quello che facciamo ogni giorno».

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Foto di skeeze da Pixabay 

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La favola di Bouba, il primo laureato con protezione internazionale: «Vorrei fare il professore»

People For Planet - Mar, 07/30/2019 - 08:00

Originario del Mali, è arrivato nel nostro Paese a bordo di un barcone della morte sognando l’Europa: ce l’ha fatta e ora ha conquistato un 110.

Bouba è il primo laureato con protezione internazionale dell’Università di Sassari. Bakary Coulibaly, questo il suo vero nome, viene dal Mali, ha 32 anni e da tre giorni è dottore magistrale in Pianificazione e politiche per la città, l’ambiente e il paesaggio. Un sogno, un traguardo che mai avrebbe potuto immaginare, neanche lontanamente.

La storia di Bouba

Nel 2015 prova ad arrivare in Italia – fuggendo dalla guerra civile – e, partendo dalla Libia, si affida a uno dei barconi della morte. Bouba è fortunato: viene salvato da una Ong e, una volta approdato nel nostro Paese, portato subito in un centro di accoglienza ad Alghero. Il “campo” come lo chiama lui.

Lì inizia a riflettere sul suo futuro: in Mali, infatti, si era laureato in Antropologia. Così ottiene la protezione internazionale e un giorno esprime un desiderio: «Vorrei continuare a studiare». E così conosce la donna, la prof Silvia Serreli, che di lì a poco sarebbe diventata il suo punto di riferimento, il suo tutor e, infine, la sua relatrice.

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Fonte immagine copertina OPEN.ONLINE

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Il nuoto italiano: programmazione che funziona da Nord a Sud

People For Planet - Mar, 07/30/2019 - 07:00

L’Italia che funziona. O comunque un’Italia che funziona. È quella del nuoto. Che funziona da Nord a Sud.

Ai mondiali di Gwanju, in Corea del Sud, vince (ancora) con la fuoriclasse Federica Pellegrini che si allena in Veneto. Vince con la romana Simona Quadarella e con Gregorio Paltrinieri che si allena a Ostia. Sorprende con la quattordicenne Benedetta Pilato, medaglia d’argento nei 50 rana, che ogni giorno percorre sessantadue chilometri tra andata e ritorno per allenarsi vicino casa, a Taranto. Poi lei si allena in una piscina da 25 metri perché quella da 50 è troppo lontano. È il problema delle infrastrutture. Ma l’organizzazione tecnica della Federnuoto funziona. Eccome. Senza dimenticare l’oro nella pallanuoto.

La conferma non è soltanto nel medagliere; quattro ori, sei argenti e cinque bronzi. Più pesante di quello di due anni fa a Budapest (ci sono due argenti in più e quattro bronzi in meno). Non è record: a Fukuoka, nel 2001, gli ori furono sei. Ma è la seconda miglior prestazione di sempre. Soltanto sei anni fa, ai mondiali di Barcellona, l’Italia tornò a casa con un oro, tre argenti e un bronzo: e in piscina andarono a medaglia soltanto Pellegrini (seconda) e Paltrinieri (terzo).

Ora è diverso. La conferma della crescita complessiva è nel miglioramento globale del nuoto italiano. Quattordici i record italiani battuti nella vasca olimpica di Gwanju (su quaranta discipline). Vuol dire che è cresciuto tutto il movimento. Che c’è un lavoro di programmazione e crescita che è stato rispettato. E ricordare i nomi dei nuovi primatisti rende l’idea della profondità del percorso: Filippo Megli, Gabriele Detti, Gregorio Paltrinieri, Fabio Scozzoli, Federico Burdisso, le due staffette stile libero maschile, Simona Quadarella, Benedetta Pilato, Martina Carraro, Elena Di Liddo, la staffetta mista femminile 4×100 e la staffetta mista 4×100 uomini e donne. 

E al Sud, ad esempio, oltre alla già citata 14enne Pilato, ci sono Elena Di Liddo di Bisceglie che si è piazzata quarta al mondo nei 100 farfalla, o De Tullio, quinto nei 400 stile libero, che da Bari si è trasferito a Ostia per allenarsi al Centro federale.

Lo sport è anche politica. Tutto è politica. Paolo Barelli, presidente della federazione, avversario di Malagò nella corsa alla presidenza del Coni, rivendica che sono sottopagati rispetto ad altri sport di squadra e cita rugby e pallavolo: “E non possiamo certo dire di essere meno vincenti”, ricorda la Gazzetta. Soprattutto spiega come funziona la preparazione a un evento come i Mondiali.

«Non faccio polemica, ma i risultati, l’attività svolta, sono sotto la responsabilità della federazione. Come la scelta dei tecnici, dei collegiali, delle sedi, la gestione del budget. Il Coni ci dà circa 9-10 milioni, ma per far girare questa macchina ci siamo dovuti mobilitare. Siamo come un’industria, ma di volontari e dilettanti».

Al di là della polemica politica, è una dichiarazione che rende l’idea dello sforzo che c’è dietro i risultati raggiunti dagli altri sport. Gli sport che non sono il calcio. Che non muovono centinaia di milioni di euro. Sport su cui i riflettori sono perennemente spenti ed è in quei lunghissimi periodi di buio che si lavora, quasi sempre in provincia, per farsi trovare pronti quando l’occhio di bue si accenderà e l’Italia, gli italiani e i media torneranno ad accorgersi che esistono il nuoto, la scherma, anche l’atletica

Immagine: Disegno di Armando Tondo

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Le automobili elettriche inizieranno a fare rumore “per finta”

People For Planet - Lun, 07/29/2019 - 21:00

Lo impone una nuova legge dell’Ue che vuole tutelare i pedoni dal pericolo delle auto “silenziose”, che ora saranno riconoscibili quando viaggiano a velocità ridotta o in retromarcia

L’Unione Europea vuole che tutte le auto elettriche ed ibride facciano rumore. In base a una norma entrata in vigore in questi giorni, tutti i nuovi veicoli dovranno essere dotati d’ora in poi di un sistema acustico di segnalazione del veicolo (Avas), che diventerà obbligatorio anche per quelli già esistenti entro la fine di luglio 2021.

Ma perché tutta questa voglia di rumore? Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, l’inquinamento acustico è secondo solo a quello atmosferico e in tutto il mondo si moltiplicano le iniziative per contrastarlo: dalle telecamere del rumore che individuano e multano gli autisti che si spostano su mezzi troppo chiassosi, alle app che mandano una notifica quando viene superata la soglia dei 90 decibel e avvertono l’utente dei potenziali danni all’udito.

La risposta è semplice, se non ovvia: la norma comunitaria nasce per tutelare i pedoni, soprattutto quelli non vedenti. Secondo un report dell’associazione britannica Guide Dogs del 2017, le auto elettriche e ibride hanno il 40% in più di possibilità di causare un incidente. Una delle ragioni dietro a questa incidenza sarebbe proprio il fatto che il motore di questi mezzi è molto silenzioso: le persone non si accorgono della presenza dell’auto e attraversano la strada, rischiando di essere investite.

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Come veniva coltivato il cotone?

People For Planet - Lun, 07/29/2019 - 16:00

La coltura del cotone in molte aree della Sicilia, in passato, era in forte sviluppo. Nel 1957 la si praticava su una superfice totale di quasi 35.000 ettari, di cui 14.500 nell’agrigentino ed il resto quasi completamente nella piana di Gela.

Proprio la cittadina nissena, durante la guerra di secessione americana, ospitò le prime piantagioni dell’isola; nel 1864 le distese di cotone superavano i 12.000 ettari, e non pochi produttori gelesi esportavano il prodotto sino a Malta. Non per nulla Gela venne denominata “la madre del cotone in Italia”.

Dopo una prima crisi produttiva tra le due guerre mondiali, la breve epopea del cotone siciliano – complice la diffusione delle fibre sintetiche – si avviò verso il tramonto agli inizi degli anni Sessanta.

Fu in quel periodo che il ‘Cotonificio Siciliano’ chiuse i battenti, relegando questa lavorazione industriale negli archivi della storia manifatturiera dell’isola.

Oggi, l’unica testimonianza dell’epopea del cotone siciliano è affidata ai relitti di alcune attrezzature di lavoro, tristemente abbandonate.

Ma vediamo quali erano le procedure che portavano alla faticosa lavorazione del cotone.

Si cominciava il mese di febbraio, primi di marzo, con ripetute arature sul terreno destinato alla semina del cotone. I sacchi che contenevano i semi di cotone venivano messi a bagno nell’acqua per quattro ore e poi ricoperti con un telo, così se ne manteneva la temperatura nella fase di fermentazione.

I semi venivano messi a dimora in fossette profonde di 12 centimetri e tra di loro distanti circa 40 centimetri.

La raccolta veniva effettuata quando il cotone era bene maturo, cioè verso la fine del mese di agosto, inizio settembre.

File di uomini si recavano in campagna e procedevano per raccogliere il cotone alle tre del mattino (per poter lavorare meglio) tenendo legata la cintola al sacco e spogliando le piante dai candidi e morbidissimi fiocchi che sbucavano dalle capsule dischiuse.

I braccianti agricoli cercavano di riempire i sacchi il più possibile per poter guadagnare di più ma il massimo che potevano riempire era un quintale.

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Il “professor” Mustier sconfigge il sistema bancario

People For Planet - Lun, 07/29/2019 - 15:00

È un’indiscrezione di Bloomberg, non una portinaia qualsiasi, il trailer dell’adattamento, in chiave italica, della “casa de papel”.

“La casa de Mustier” arriverà sulle nostre piattaforme il 3 dicembre, quando sarà presentato il nuovo piano strategico quadriennale Unicredit. In tale occasione verremo a conoscenza delle nuove misure del numero uno, del suo disegno. Ma occorrerà aspettare l’ultima puntata per capirne poi la portata.

Solamente la notizia dei tagli ha scatenato il finimondo. I sindacati hanno protestato, si sono detti pronti alla mobilitazione, pronti a fare a cazzotti, pronti anche a fare altro, se dovesse servire. “Faremo barricate, per il Dottor Mustier sarà il Vietnam”.

Ho due cose da dire:

  1. Chapeaux Mr. Mustier: lei è il professore della “Casa de papel” in carne e ossa, il suo piano non è strategico, bensì diabolico e ben congegnato. Risponde a un disegno perfetto che mi sono immaginato come ogni appassionato della serie televisiva e che vi mostrerò a grandi linee.
  2. Cari sindacati siete anacronistici: la vostra non è altro che una demagogia vetusta, da autunno caldo. Adesso vi proclamate pronti alla resistenza, “ad alzare le barricate”. Ma in tutti questi anni dove eravate? Sulle coste panamensi?

Prima che mi tacciate di essere un visionario, vi mostro un dato: dal 2010 ad oggi Unicredit ha tagliato circa 25.000 posti di lavoro. Non so voi ma io, in questi anni, non ho mai visto i sindacati in questione fare a cazzotti. Mai, qualche lamentela e niente più. La verità è che sono rimasti passivi mentre  la precedente governance distruggeva la principale banca del paese. Parlano come si parlava 30 anni fa, perché sono stati seduti.

Eppure era prevedibile. In “Io so e ho le prove” (Chiarelettere – 2014), ho raccontato dei miei 22 anni in quel sistema. Scrivevo: “Il peggio deve ancora venire”. Bastava leggere i dati, il sistema bancario era già impaurito dal continuo flusso in entrata di crediti “incagliati” o in “sofferenza”. Unicredit evidenziava un ammontare di non performing loans pari a 82,3 miliardi di euro e una difficolta assoluta nel fare ricavi.

Eccola la parolina magica: ricavi.

Quando a Mustier hanno chiesto la conferma dell’indiscrezione ha risposto con un “no comment”.
Non poteva fare altrimenti. Ogni amministratore, quasi sempre non bravo, di una azienda ragiona in questi termini.

Discorso semplice, quasi banale: ogni banca è come un’azienda, dunque per chiudere in utile il rapporto tra ricavi e costi deve essere positivo. Per essere positivo o i miei ricavi superano i costi, oppure, rendendomi conto che non posso aumentare i ricavi, taglio i costi.

L’obsolescenza (manageriale, tecnologica, culturale) che avvolge il sistema bancario fa sì che ci si trovi di fronte alla seconda opzione. Mancano le capacità di business e manageriali per fare ricavi, dunque si tagliano i costi. Questa strategia di opportunità è stata vista da Mustier già da tempo.

Ma c’è di più, arriviamo alla chiave di volta del piano.

Come ben sapete la legge non permette a un’azienda che produce utili di licenziare, lo può fare solo se in “crisi”. Unicredit non produce perdite, non è un crisi. Quindi cosa può fare Mustier?

Il “professor” Mustier fa una manovra che mette Unicredit in condizione di percorrere due strade differenti e allo stesso tempo vantaggiose.

Da una parte fa circolare la voce dei tagli, scopre le carte, alza il tono di scontro sindacale, perché attaccare nel caos ti aiuta a vincere.

Successivamente si siederà ai tavoli con i sindacati e gli dirà “veniamoci incontro”.

Farà pressione sui sindacati e li spingerà a far valere le loro capacità di lobbying, a dialogare con il governo per ottenere le cose più disparate: scivoli pensionistici, ammortizzatori sociali, agevolazioni, qualsiasi tipo di supporto.

Se le trattative, come prevedibile, si dovessero fermare, si passerà al piano “Chernobyl”, quello più drastico: cessioni o esternalizzazioni.

Così come già fatto con i gioielli di famiglia (FIneco, Pioneer, Bank of Pekao) o con la macchina informatica del gruppo, cederà un ramo-servizio dell’azienda, comprensivo di questi 10mila dipendenti, a una società esterna, la quale metterà quest’ultimi sotto un contratto che non sarà quello bancario, con i suoi privilegi.

Quelle società sì che potranno, se in perdita, licenziarli davvero a partire dall’anno successivo.

Arriviamo all’obiettivo primario del Professor Mustier: ripulire completamente Unicredit, renderla leggera, e arrivare finalmente a una fusione con un altro gruppo bancario, a oggi impossibile.

Il “professor” Mustier è un passo avanti e i sindacati molti passi indietro.

Detto in parole povere, siamo di fronte a un sistema bancario destinato a cambiare profondamente, che avrà bisogno di un numero di dipendenti molto inferiore a quello al quale siamo abituati e di competenze tecniche che oggi risultano ancora difficili da reperire sul mercato.

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Chapeau Monsieur Mustier.

Perdonatemi per lo spoiler.

Fonte immagine: Lettera43.it

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