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Povertà sanitaria: quattro milioni di italiani non hanno i soldi per curarsi

People For Planet - Ven, 11/23/2018 - 01:14

Nel 2017 hanno rinunciato a sottoporsi a visite o accertamenti specialistici per motivi economici quattro milioni di italiani. Vale a dire il 7% della popolazione del nostro Paese.

Il dato arriva dall’audizione del Presidente dell’Istituto nazionale di statistica Maurizio Franzini relativa al documento “Attività conoscitiva preliminare all’esame del disegno di legge recante bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2019 e bilancio pluriennale per il triennio 2019-2021 (C. 1334 Governo)”, redatto dall’Istat e presentato davanti alle commissioni congiunte Bilancio di Camera e Senato.

Forti le differenze territoriali tra Nord e Centro-Sud

“Tra quanti dichiarano che le risorse economiche della famiglia sono scarse o insufficienti – si legge nel documento – l’incidenza della rinuncia alle prestazioni specialistiche è complessivamente pari al 5,2%, a fronte dell’1,9% tra le famiglie che dichiarano di avere risorse ottime o adeguate. Sono forti le differenze territoriali tra Nord e Centro-Sud. La percentuale più bassa si rileva infatti nel Nord-est (2,2%) e la più elevata nelle Isole (4,3%). Queste situazioni rappresentano un segnale di vulnerabilità nell’accesso alle cure che riguarda in particolare i meno abbienti”.

I poveri spendono in cure 117 euro all’anno

Di povertà sanitaria parla anche il Rapporto 2018 – Donare per curare: Povertà Sanitaria e Donazione Farmaci realizzato dalla Fondazione Banco Farmaceutico onlus e BFResearch, da cui emerge che a causa di spese più urgenti perché non rinviabili le famiglie povere destinano alla salute solo il 2,54% della propria spesa totale, contro il 4,49% delle famiglie non povere. In particolare, possono spendere solo 117 euro l’anno (con un aggravio di 11 euro in più rispetto all’anno precedente), mentre il resto delle persone può spendere 703 euro l’anno per curarsi (+8 euro rispetto all’anno precedente). Per le famiglie indigenti, inoltre, la quota principale della spesa sanitaria è destinata ai medicinali: 12,30 euro mensili, pari al 54% del totale.

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Il segreto delle feci cubiche del vombato

People For Planet - Gio, 11/22/2018 - 10:18

Tra le tante caratteristiche del vombato (fam. Vombatidae), un piccolo e raro marsupiale australiano dalle zampe corte e dall’aspetto simile a quello di un roditore, quella più curiosa riguarda la sua digestione: lo schivo mammifero produce feci a forma di cubo, che delimitano l’ingresso delle sue tane e che spesso ne denunciano la presenza quando chi le ha create se ne sta ben nascosto.
Questi escrementi sono il risultato di un adattamento evolutivo preciso, che fa in modo che non rotolino via ma rimangano a segnare il territorio, saldi come mattoni. Come il vombato riesca a produrli in una foggia così strana rimane un mistero: quella a parallelepipedo è una forma molto rara in natura (e quando la si trova capita, appunto, di interrogarsi sulla sua origine).

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Il Sole è la nostra energia (Infografica)

People For Planet - Gio, 11/22/2018 - 03:14

In questa infografica riportiamo i dati del Rapporto Statistico sul Solare Fotovoltaico pubblicato dal GSE e relativo all’anno 2017. Quanti impianti ci sono in Italia, quanta energia producono ma soprattutto, quanto costa oggi un pannello fotovoltaico e come funziona lo scambio sul posto?

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

 

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Black Friday, caccia alle offerte di Amazon & Co. I consigli per evitare le truffe

People For Planet - Mer, 11/21/2018 - 10:26

Il Black Friday e il Cyber Monday sono alle porte. Il 23 e il 26 novembre saranno due giorni di shopping selvaggio per molti italiani, soprattutto online. Ma proprio a causa della sua sempre maggiore popolarità, questo appuntamento attira anche diversi consumatori non abituati ad acquistare in Rete. Per questo le associazioni Adiconsum e Centro Europeo Consumatori Italia hanno diramato una serie di consigli per non incorrere in acquisti incauti e gettare via soldi.

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Medicina narrativa, a Genova i malati si curano anche con il teatro

People For Planet - Mer, 11/21/2018 - 09:00

Ormai è noto che la cura di una malattia è più efficace quando alle classiche terapie mediche – necessarie e imprescindibili – si affianca anche un approccio integrato, composto dall’amore, dalla socialità, da una dieta appropriata, dalla meditazione, da stimoli creativi. La letteratura in merito si moltiplica ogni giorno. Però curare non significa soltanto guarire, ma anche accompagnare i pazienti, non abbandonarli, rendere significativi gli ultimi istanti. Un intervento efficace si sta rivelando la medicina narrativa, che agisce sul mondo interiore del paziente.

Genova tre associazioni (Gigi Ghirotti, Città di Genova, Istituto Italiano di Bioetica), guidate dalla sensibilità del poeta e scrittore Ivano Malcotti, hanno unito un team di professionisti che sostengono i pazienti, anche quelli con una prospettiva di vita molto breve, in un percorso legato al racconto e alla rappresentazione.

di Federica Morrone

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Economia circolare: parliamo di carta

People For Planet - Mer, 11/21/2018 - 01:32

La carta più antica che conosciamo risale al 150 dopo Cristo e arriva dalla Cina: veniva realizzata con gli stracci e per secoli, fino alla rivoluzione industriale, questo era il motivo  che ne limitava la diffusione.

La carta moderna arrivò nel 1844. In quella data, infatti, un tessitore sassone di nome Friedrich Gottlob Keller brevettò un processo per produrre carta dalla pasta di legno, consentendo la produzione di massa che prima era ostacolata dalla scarsità degli stracci. Fu subito un successo. L’improvvisa disponibilità della carta, con il calo di prezzo, permise la stampa di libri, periodici e giornali, diffondendo la cultura e sconfiggendo l’analfabetismo. Nella sola Inghilterra tra il 1861 e il 1900 si passò da una produzione di carta di 96 mila tonnellate a 648 mila all’anno.

Con questa rivoluzione si aprì anche una serie di problemi ambientali. La carta, infatti, divenne rapidamente un grande consumatore di legno vergine, e quindi di foreste, veniva raffinata e sbiancata con il cloro, aveva un enorme consumo d’acqua e si riciclava poco.

Oggi, e non da poco tempo, per fortuna tutto è cambiato.

Il 75% delle fibre vergini di cellulosa necessarie alle cartiere italiane è di provenienza certificata, con marchio del Forest Stewardship Council (FSC), a fronte del fatto che solo il 10% delle foreste globali lo sono. Lo sbiancamento della carta oggi avviene con sostanze rispettose dell’ambiente, visto che le cartiere, per trattare le fibre vergini, non usano il cloro gassoso. Il consumo d’acqua in quaranta anni è diminuito del 66%.

Efficienza energetica

Le cartiere italiane, impianti produttivi molto energivori, sono i grandi protagonisti dell’efficienza energetica industriale, con la generazione per autoconsumo e il recupero energetico. In venti anni hanno aumentato l’efficienza del 20% e la cogenerazione in questi stabilimenti, dove serve sia elettricità sia calore, oggi è diventata una regola.

L’Italia è tra i primi in Europa per l’utilizzo di carta riciclata. Nel 2017 sono stati raccolti 3,3 milioni di tonnellate di macero, 54,2 kg di carta e cartone procapite: più 0,5% sull’anno precedente.

Si tratta di dati importanti, specialmente alla luce del fatto che negli ultimi anni la produzione dei rifiuti urbani è diminuita. Non solo. Il fronte degli imballaggi cellulosici è il più virtuoso e vede un tasso di riciclo del 79,7%: venti anni fa era del 37%. In pratica otto su dieci degli imballaggi su base cellulosica viene riciclato. È una posizione, quella dell’Italia, dovuta al fatto che si tratta di una nazione storicamente priva di risorse e materie prime, in questo caso la materia è il legno e le risorse quelle forestali, e che quindi ha sviluppato nei decenni scorsi un’attitudine quasi naturale al riciclo.

Macero in primo piano

Il macero oggi è la fonte primaria della fibra utilizzata per i prodotti di carta.

Attenzione però: le fibre non sono tutte uguali e i processi industriali si sono evoluti negli anni per ottimizzare l’impiego delle fibre cellulosiche da riciclo, che non sono assolutamente tutte uguali, specialmente per ciò che riguarda l’impiego finale. Lo standard EN 643, del Cen (Comitato europeo per la standardizzazione), identifica 95 tipi di diverse tipologie di carte da riciclare, definendo sia le percentuali massime d’altri materiali non cartacei ammessi sia quelli proibiti, che non devono mai essere presenti nella carta da macero destinata al riciclo.

Si sta lavorando a livello europeo e italiano per evitare fenomeni distorsivi sul fronte ambientale del riciclo da parte dei paesi extraeuropei.

La questione è semplice. Da alcuni anni, infatti, siamo diventati esportatori di carta da macero. Ossia forniamo la materia ad altri paesi, fuori dalla Ue. E fin qui tutto bene. Il problema è che in questi paesi, principalmente asiatici, i vincoli sulle politiche ambientali sono pressoché nulli. Ed ecco, allora, che si trova sul mercato internazionale carta prodotta con il macero a prezzi inferiori rispetto a quella europea. Si tratta di un caso di dumping ambientale che rischia di mettere in crisi aziende virtuose sotto il profilo delle tecnologie per l’ambiente.

Prossimità positiva

Lo sviluppo del riciclo, in tutti i settori – carta compresa – è quello della prossimità, riducendo così le emissioni di CO2 legate al trasporto e creando lavoro a livello locale.

Un esempio di best practices è quello di Parigi, dove carta e cartone sono avviati al riciclo in quattro stabilimenti vicini. L’agenzia municipale per i rifiuti domestici di Parigi, Syctom, infatti, include nei contratti di vendita della carta e del cartone recuperati una clausola di prossimità che vincola l’impresa assegnataria a lavorare la materia al massimo nei Paesi confinanti.

E l’Italia su questo fronte è in buona posizione. La distanza media di conferimento alle piattaforme di riciclo è di 17,3 km, mentre l’industria nazionale ha un tasso d’utilizzo della carta da macero di oltre il 55,2%. Ogni 100 tonnellate di carta prodotte in Italia, 55 provengono dalla carta da riciclo. La raccolta della fibra secondaria nel nostro paese ha due canali. Il primo è quello delle imprese di trasformazione a valle delle cartiere, dalle quali arrivano gli sfridi (ossia i residui del prodotto) delle lavorazioni e gli imballi dalla grande distribuzione organizzata e dalle imprese. Si tratta di materia selezionata all’origine, di buona qualità già senza passare a ulteriori trattamenti di selezione e pronta, quindi, per l’utilizzo in cartiera. Il secondo canale è quello della raccolta differenziata dei rifiuti urbani, che ha bisogno di una selezione preventiva e più accurata, prima di arrivare in cartiera. In assenza del riciclo questa carta sarebbe un rifiuto da spedire in discarica: il suo riutilizzo nei processi produttivi evita la realizzazione di venti discariche di medie dimensioni ogni anno.

Cittadini protagonisti

La raccolta differenziata di carta e cartone ha ormai una lunga tradizione, ma essendo dipendente dai comportamenti dei cittadini è stata oggetto di particolare cura. Da anni, infatti, è attivo Comieco, il Consorzio Nazionale Recupero e Riciclo degli Imballaggi a base Cellulosica, i cui aderenti sono i produttori, gli importatori e i trasformatori di prodotti a base di cellulosa e al quale possono aderire anche i recuperatori. La sua attività è la stipula di convenzioni e la gestione del sistema di raccolta e riciclo dei rifiuti su base cellulosica all’interno dei comuni.

Il consorzio ha coperto nel 2015 il 68,6% dei comuni, l’78,2% della popolazione e ha raccolto in convenzione 1,4 milioni di tonnellate di carta e cartone, erogando ai comuni convenzionati 98,5 milioni di euro.

Il processo industriale per la trasformazione della carta da macero avviene prima con la raccolta e lo stoccaggio a cui, nelle piattaforme di riciclo, segue la separazione della carta e cartone da materiali d’altro tipo, come le plastiche e i metalli. Fatto ciò, carta e cartone sono pressati, legati in balle e inviate in cartiera, dove vengono sminuzzati e successivamente sbiancati per eliminare gli inchiostri. In seguito si riduce il tutto in poltiglia aggiungendo acqua calda e si passa all’affinamento, che consente d’ottenere una maggiore purezza dell’impasto. In base a ciò che si vuole ottenere in uscita, a questo punto si aggiunge una certa percentuale di pasta di cellulosa vergine e il processo di riciclo è finito.

La pasta di cellulosa ora è pronta per entrare nel processo produttivo “normale” della carta, esattamente alla stregua della materia prima vergine. In Italia un foglio di giornale torna in “attività” attraverso il riciclo in 21, mentre per una scatola di cartone ce ne vogliono due.

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A parte i termovalorizzatori, come va l’import-export dei rifiuti in Italia?

People For Planet - Mer, 11/21/2018 - 01:18

Come se la cava l’Italia con l’import-export dei rifiuti, compresi quelli pericolosi?

Novembre, tempo di rifiuti. Il dibattito interno alla politica che mina il governo al suo interno  – con da una parte Matteo Salvini favorevole ai termovalorizzatori e dall’altra il secco “no” di Luigi Di Maio, specie in riferimento al Sud Italia – cade proprio nella Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti (SERR) in corso fino al 25 Novembre e giunta ormai alla decima edizione. Tema di quest’anno, i rifiuti pericolosi, vale a dire quei rifiuti urbani (cioè prodotti da privati) oppure speciali (cioè prodotti da attività industriali e commerciali) che contengono parti infiammabili, esplosive e potenzialmente tossiche per la salute delle persone e dell’ambiente. Rifiuti pericolosi possono provenire da cosmetici, vernici, lampadine, pesticidi, RAEE (Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche), eccetera, e sui confini – talvolta labili – tra rifiuti pericolosi e rifiuti semplicemente speciali si sono contese non poche battaglie legali, anche nel recente passato.

Lo smantellamento dei rifiuti, specialmente in regioni come la Campania, è stato una spina nel fianco per ogni governo salito in Italia, e talvolta ha contribuito addirittura a farlo cadere, come nel caso del secondo governo Prodi. Fatta eccezione per eccellenze come le città di Salerno, Mercato S. Severino e Giffoni, e per gli sforzi di città come Napoli, dove lo scorso ottobre la raccolta differenziata ha toccato il record storico del 38%, in Campania, come del resto in moltissime altre regioni, la differenziata continua ad avere percentuali da prefisso telefonico. D’altro canto la Lombardia, con i suoi 21 casi attestati di roghi dolosi, si sta impegnando parecchio per diventare la nuova terra dei fuochi. Piaccia o no, la questione dei rifiuti in Italia non si esaurisce in una partita verticale tra un virtuosissimo Nord e un altrettanto ipotetico viziosissimo Sud, e la differenziata non può sopperire ovunque allo smaltimento dei rifiuti, né costituire l’unica alternativa alla termovalorizzazione, considerato che dei 2,5 miliardi di tonnellate prodotti ogni anno in Europa soltanto l’8% proviene dalla famiglie.

Per completare il ciclo di rifiuti è necessario migliorare sia i metodi della differenziata e sia le tecnologie della termovalorizzazione. I due metodi, lungi dall’essere in contraddizione, al momento, non possono fare a meno l’uno dell’altro. Grazie a una legge del 1997 in Italia è vietato costruire un inceneritore senza termovalorizzazione – e ci mancherebbe, sarebbe uno spreco gettare al vento tanto calore senza farci almeno dell’energia elettrica, ma l’utilizzo dei termovalorizzatori continua a far discutere.

A proposito di ‘sprechi’, quante occasioni di guadagno spreca l’Italia?

Già, perché con buona pace dei catastrofisti che vedono la spazzatura soltanto come un problema, i rifiuti, essendo merci a tutti gli effetti, come qualsiasi altra cosa, possono rivelarsi fonte di notevoli opportunità.

I dati forniti da ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) in riferimento all’import-export dei rifiuti da parte dell’Italia nel 2014 dicono che a fronte dei circa 6,2 milioni di tonnellate di rifiuti importati sono soltanto 3,2 i milioni di tonnellate dei rifiuti esportati. Partner privilegiata è la Germania, dalla quale sempre nel 2014 l’Italia ha importato 1,2 milioni di tonnellate di rifiuti, di cui quasi il 95% di natura metallica, riutilizzata soprattutto dalle imprese trasformatrici dislocate in Lombardia. Verso la Germania l’Italia ha invece esportato 889.406  mila tonnellate di rifiuti, di cui ben 667.586 rifiuti pericolosi, nel cui recupero il Paese ha ancora molta strada da fare.

Nel 2014 l’Italia ha esportato complessivamente 919 mila tonnellate di rifiuti pericolosi, importandone 166 mila tonnellate. E mentre nel 2016 la produzione di rifiuti speciali non pericolosi è aumentata solo del 1,7% , quella dei rifiuti speciali pericolosi ha toccato +5,6%.

 

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Editori predatori: come danneggiare la credibilità della ricerca

People For Planet - Mer, 11/21/2018 - 01:13

Per la precisione sono 400 mila: e il numero delle riviste predatrici, stimato nel 2017 a circa 4 mila, è già più che raddoppiato, toccando quest’anno quota 8.700.

Contributi scientifici pubblicati senza alcun controllo, o con verifiche superficiali. Studi di università rinomate che finiscono accanto ad affermazioni di ciarlatani. Teorie del complotto accanto a pubblicità. Li hanno chiamati i “predatori della scienza”: sono editori che pubblicano (a pagamento) qualsiasi studio sulle loro riviste pur di far soldi e che – come se non bastasse – organizzano convegni farsa, dando vita a un sistema di falsificazioni nelle pubblicazioni scientifiche così ampio da mettere a rischio la credibilità del mondo della ricerca.

Nani che si credono giganti

Come possa accadere tutto ciò lo spiega un’inchiesta pubblicata sulla Süddeutsche Zeitung Magazin da un gruppo di giornalisti tedeschi che, in collaborazione con altre testate tedesche e internazionali, ha indagato per mesi sugli editori predatori, analizzando circa 175mila articoli. Tutto inizia con “semplici” siti internet che si spacciano per rinomati editori scientifici che convincono i ricercatori a pubblicare sulle loro riviste e a presenziare alle loro conferenze (dopo aver riscosso il saldo di apposite fatture). Poiché gli studi prima della pubblicazione vengono sottoposti a controlli molto superficiali o a nessun controllo, trovano spazio anche articoli sull’uso del veleno della tignosa verdognola (che è un fungo tossico) come rimedio anti-tumore. Una volta inserite le pubblicazioni nel circuito virtuale, il gioco è fatto. E pure il danno, dal momento che, come scrivono gli autori dell’inchiesta, “se spacciare sciocchezze per scienza è facile, una volta diffuse smentirle è difficilissimo“.

Scienze biomedicali e biologia

Scienze ingegneristiche, scienze agrarie, scienze della terra e dell’universo: sono tanti i rami della scienza coinvolti nelle pubblicazioni-bufale. E la scienza medica, con il coinvolgimento del settore biomedicale e della biologia, non si salva da questo sistema falsato.

Un sistema che si autoalimenta

Quello della “falsa scienza” è un sistema che si autoalimenta: le riviste pseudoscientifiche pubblicano articoli dietro compenso economico elargito dagli stessi autori; quando il numero di pubblicazioni cresce, le firme dello studio si trovano a essere invitate a tavole rotonde, congressi e convegni cui possono partecipare come relatori. Sempre dopo aver pagato.

L’open access

Il settore della “pseudoscienza” sfrutta per proprio tornaconto il principio dell’open access che, come si legge nell’inchiesta riportata dalla rivista Internazionale, “dovrebbe servire a scardinare le vecchie strutture di potere attraverso riviste scientifiche che, pur essendo sottoposte a controlli rigidi quanto quelli dei loro corrispettivi cartacei, sono poi accessibili gratuitamente su internet, affinché il sapere non sia più confinato nelle elitarie riviste di settore con abbonamenti così costosi da essere alla portata solo delle università dei paesi ricchi” (citazione da articolo cartaceo). Con l’open access, quindi, i ricercatori pagano perché i loro lavori siano controllati e pubblicati, e i testi dei loro lavori accessibili gratuitamente in rete.

L’inghippo

Ed è proprio dietro l’idea dell’open access che si nasconde la trappola: se nelle biblioteche tradizionali una rivista predatrice non sopravvivrebbe, su internet gli articoli di riviste rinomate come Nature o il New England Journal of Medicine “distano solo un paio di click” da quei siti internet che si spacciano per importanti editori scientifici. E così le notizie pseudoscientifiche si ritrovano pubblicate alla stregua di notizie scientificamente valide.

Peer review, questa sconosciuta

La peer review (la “recensione da parte dei pari grado” o “revisione tra pari”), è il procedimento che comporta la valutazione di un articolo da parte di una o più persone con competenze simili ai produttori del lavoro per verificarne l’idoneità alla pubblicazione scientifica su riviste specializzate. Pubblicazioni e progetti di ricerca che non siano stati soggetti a una revisione dei pari non sono generalmente considerati scientificamente validi, se non dopo eventuali e accurate verifiche. “La peer review – si legge nell’inchiesta – dovrebbe far sì che la via d’accesso alle pubblicazioni scientifiche sia stretta come la cruna di un ago” (e così è, tuttora, per le riviste scientifiche “serie”). Invece, nel caso degli editori predatori, “è larga come un tubo di scarico“. Un fenomeno in aumento, probabilmente facilitato dalla sempre maggiore diffusione di internet: se nel 2010 gli articoli pubblicati dagli “editori predatori” erano circa 50 mila, oggi sono 400 mila, ovvero otto volte di più. E il numero delle riviste predatrici, stimato nel 2017 a circa 4 mila, è già più che raddoppiato, toccando quest’anno quota 8700.

L’India in testa

A guidare la classifica dei Paesi da cui provengono la maggior parte degli editori predatori è l’India, che da sola ospita il 27,1% di tutti i “predatori della scienza” attualmente scovati. A seguire c’è l’America settentrionale, con il 17,5%, poi l’Asia (esclusa l’India) con l’11,6%, l’Europa con l’8,8%, l’Africa con il 5,5%, l’Australia con l’1,7%, l’America centro-meridionale e il Medio Oriente con lo 0,5% rispettivamente. Il 26,8% degli editori predatori, però, ovvero più di uno su quattro, risulta essere di provenienza sconosciuta.

 

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Di nuovo la Procura di Catania contro la nave di Medici Senza Frontiere

People For Planet - Mar, 11/20/2018 - 16:00

(Aggiornamento 20/11/2018)
Dopo due anni di indagini senza esiti sulle presunte complicità tra le Ong e i trafficanti di uomini, la procura di Catania ha disposto il sequestro della nave Aquarius e di alcuni conti correnti bancari di Msf.
Il reato, stavolta, sarebbe lo smaltimento illecito dei rifiuti da parte della nave umanitaria nei porti siciliani. Msf risponde: “E’ una misura sproporzionata e strumentale. Tutte le nostre operazioni in porto, compresa la gestione dei rifiuti, hanno seguito procedure che le autorità competenti non hanno contestato né indivisuato alcun rischio per la salute pubblica”.
Gabriele Eminente, Direttore generale di Msf in Italia, dichiara: “L’unico crimine che vediamo oggi nel Mediterraneo è lo smantellamento totale del sistema di ricerca e soccorso senza alcuna considerazione del diritto internazionale”.

Del caso Aquarius ci eravamo già occupati, di seguito l’articolo.

 

“La Spagna dice NO e va tutto bene. La Francia dice NO e andiamo alla grande. Malta dice NO e ci sembra sensato. La Germania dice NO e ci prostriamo. L’Italia dice NO e siamo tutti fascisti e razzisti di merda.
Come funziona? Che pena questi che si agitano intorno a questa vicenda della nave Aquarius cercando lo sciacallaggio mediatico mentre l’Italia sta facendo quello che fanno sempre gli altri paesi a partire da Malta che ad aprire il suo porto non ci pensa minimamente.
Primo: la nave che ospita queste persone non sta affondando, ma una nave super attrezzata e funzionale dove nessuno sta rischiando di morire.
Secondo: sono allibito perché le persone che ora strombazzano in tv sono le stesse che non hanno mai protestato contro  la Francia e tutti i paesi europei quando chiudono porti e frontiere; mai un fiato.
Terzo: l’Italia non può più essere il campo profughi della Merkel, dell’europeista Emmanuel Macron o del premier spagnolo Pedro Sanchez. Fatevene una ragione.”

Le parole sono di Paolo Ferrara, statista e ideologo di punta del M5S e hanno raggiunto oltre i 32.000 like e le 33.000 condivisioni su Facebook. Al di là delle manchevolezze ortografiche, stupisce l’assenza di numeri e dati reali, come ci si aspetterebbe da uno statista.

Questo il cruscotto giornaliero fornito dal sito del Ministero degli interni italiano, non certo dal sito di una ONG o della Germania, sulla situazione dei migranti sbarcati in Italia. I numeri sono aggiornati all’11 giugno 2018, data di pubblicazione del post su Facebook da parte di Ferrara:

Come si evince dai grafici, l’Italia non è affatto un campo profughi, men che meno di Pedro Sanchez, premier da soli 10 giorni che si è fatto carico di accogliere i 629 migranti a bordo della nave Aquarius. Si sa, l’esito di una storia – sia essa d’amore o di politica – dipende molto dalle decisioni prese durante la fase iniziale. E quando una storia finisce, è dell’inizio e della fine che si conservano i ricordi più vividi.

Quale sarà il ricordo finale che ci lascerà questo Governo non è dato a sapersi, ma probabilmente come prima azione politica ci saremmo aspettati l’abolizione dei vitalizi, l’introduzione del reddito di cittadinanza o l’abrogazione – divenuta all’indomani della campagna elettorale rinominata “riformulazione” –  della legge Fornero.

Pedro Sanchez ha dato un chiaro segnale della sua logica solidarista rispetto alla logica sovranista del predecessore Mariano Rajoy e di Matteo Salvini, ma non potrà accogliere tutte le navi future.

Salvini, da parte sua, agendo pubblicamente e trasformando la nave in un palcoscenico, circondata da motovedette con i rifornimenti di cibo e la garanzia di evacuare donne incinte e feriti in caso di emergenza, dichiara di avere conseguito la “prima VITTORIA” e di avere fatto in una settimana più di quanto abbia fatto la sinistra in sette anni.

Dunque il problema rimane.

Tanto più che ci vuole una buona dose di insipienza, o di malafede, per pensare che la chiusura ai migranti riguardi soltanto Salvini.

Il Ministro responsabile della chiusura dei porti è Danilo Toninelli. Interpellato la sera dell’11 giugno da Enrico Mentana, ha esordito dicendo “penso di aver dimostrato che abbiamo dimostrato una grande serietà”.
Luigi Di Maio ha chiamato le barche con i migranti “taxi di mare”.
Giuseppe Conte non dà segno di volere assumere una sua leadership particolare, e non è detto che il Ministro Giovanni Tria avrà la forza politica di tenere fede alle tesi sostenute nell’intervista rilasciata a Il Corriere della Sera, quando ha parzialmente sconfessato il contratto Lega-M5S in favore di una condotta più prudente in ambito italiano e nei rapporti con la Ue.

La criminalizzazione delle ONG

Nel 2014 la città di Lampedusa fu candidata al Nobel per la pace. Gli sforzi delle autorità, delle ONG e dei cittadini volontari erano motivo di orgoglio per tutti, a eccezione degli xenofobi. Oggi le ONG sono viste con sospetto o addirittura criminalizzate dall’opinione pubblica.

Il “codice di condotta” che nel 2017 l’allora Ministro degli esteri Marco Minnitti impose alle ONG e l’inchiesta voluta dal dott. Carmelo Zuccaro non hanno fatto che acuire il sentimento di malfidenza nei confronti delle ONG, ree, secondo Zuccaro, di “destabilizzazione dell’economia italiana” e di essere finanziate ora dai trafficanti ora dai “nemici economici dell’Italia”. Tutte ipotesi mai confutate, perché le fonti e i dati forniti “con certezza” non sono processualmente utilizzabili. Le indagini, tutt’ora in corso, non hanno mai accreditato le annunciazioni enfatiche di Zuccaro.

Ad oggi nulla risulta a carico delle ONG e la Guardia Costiera Italiana ha ribadito che le ONG non costituiscono un fattore di attrazione per traffici illeciti, ma il cortocircuito mediatico è ormai inarrestabile e le donazioni a favore delle ONG calano del 20%.

Come si è giunti a confondere gli scafisti con i soccorritori di mare, gli operatori di terra e le persone che cercano di mantenere viva la vocazione di un mare che accoglie persone vive anziché morte, è materia che esula le competenze giornalistiche. Pertiene piuttosto alla sociologia, all’antropologia. O forse al marketing.

Chissà che un domani i sindaci di Napoli, Messina, Palermo e Reggio Calabria vengano accusati di traffico di persone per avere dato la disponibilità di attracco alla nave Aquarius.

Quella della “voce grossa” è una strategia debole 

Appurato che l’organizzazione delle cooperative e degli strumenti di pronto soccorso andrebbero migliorati per evitare che la mala condotta dei pochi intacchi l’operato e la credibilità dei più, è così ingenuo pensare che gli investimenti maggiori, in termini di diplomazia e di risorse europee, non soltanto italiane, dovrebbero mirare alla risoluzione dei conflitti e a un sistema di accoglienza che guardi oltre l’emergenza della singola barca?

Un cittadino africano che volesse migrare in Europa per lavorare, senza scappare da alcunché (è una colpa?) non può più farlo legalmente.

Per chi proviene dall’Africa, migrare regolarmente è diventata un’impresa pressoché impossibile.

Non esiste alternativa alla clandestinità perché non esistono canali legali per migrare, né corridori umanitari per i profughi.

L’isolamento dei migranti bloccati su Aquarius non apparirebbe così simbolico se non sapessimo che in futuro ci saranno altre Aquarius e di mezzo ci sarà sempre il mare, elemento che attrae e respinge la capacità di meraviglia e il senso di mistero che accompagna la vita degli uomini, tutti.

Stavolta l’Italia ha fatto la voce grossa con l’Ue e ha “funzionato”. Ma la strategia della voce grossa funziona se dall’altra parte si ha qualcuno molto ragionevole, o molto spaventato.

Non è un’Europa spaventata che sognavamo. Di spaventoso c’è già il mare di notte.

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Fruttosio al posto dello zucchero: quando il rimedio è peggiore del male

People For Planet - Mar, 11/20/2018 - 07:46

La bianca e fine polverina si trova facilmente in vendita nei negozi ed è spesso un ingrediente di bibite e dolci, proprio come lo sciroppo di glucosio-fruttosio che – derivato dall’amido di mais tramite una serie di processi – è molto usato dall’industria (benché irreperibile isolatamente in commercio).

Il fruttosio è uno zucchero semplice, presente naturalmente nella frutta e in vari vegetali, nel miele, nello sciroppo di agave e nel saccarosio – il comune zucchero bianco, composto per metà di glucosio e per metà di fruttosio. Pur avendo le stesse calorie del glucosio, il fruttosio ha però un potere dolcificante superiore (e quindi può essere usato in minori quantità) e un indice glicemico inferiore. Inoltre non stressa il pancreas, inducendolo a produrre troppa insulina. Peccato che il comportamento del fruttosio nell’organismo è molto diverso da quello del glucosio: quest’ultimo può essere impiegato praticamente da qualsiasi cellula, il primo viene metabolizzato solo a livello epatico.

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Quale frutta e verdura è di stagione in autunno?

People For Planet - Mar, 11/20/2018 - 03:41

Torniamo a intervistare il nostro agronomo di fiducia Francesco Beldì per scoprire quali frutti e verdure sono di stagione in autunno e quali sono i segreti per una buona spesa a chilometro zero. Sapete come nascono i cachi? E le noci?

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Aiuto, anche nel rugby si critica l’arbitro e il mancato utilizzo del Var

People For Planet - Mar, 11/20/2018 - 01:30
La veltroniana iniziativa di Prandelli

Correva l’anno 2008 e il calcio italiano varò una delle tante iniziative che sono durate il giro di qualche settimana. Storpiando il significato e il concetto di “terzo tempo” rugbistico – che nella palla ovale è un sano dopo partita con gli avversari a base di birra – la Serie A introdusse il terzo tempo de’noantri. Che in soldoni prevedeva il saluto degli avversari al triplice fischio finale dell’arbitro e il ringraziamento al pubblico. Meteora che fece capolino sui campi italiani su iniziativa veltroniana della Fiorentina di Cesare Prandelli allora allenatore in ascesa che cercò di cucirsi addosso l’abito dell’uomo di sport. Il calcio italiano respinse rapidamente la novità come un corpo estraneo. È una questione culturale e la cultura non può essere imposta, è frutto di un processo lungo che dev’essere metabolizzato.

Nel 2018 in Italia 451 aggressioni agli arbitri di calcio

Dieci anni dopo, di Cesare Prandelli si sono perse le tracce (come di Veltroni del resto, almeno in politica). L’ultima sua esperienza in panchina si è chiusa qualche mese fa nell’Al Nasr, squadra degli Emirati Arabi Uniti. In compenso però, e non senza qualche campanello d’allarme, l’ultima partita della Nazionale di rugby ha fatto registrare la tendenza opposta e cioè il rugby che emula il calcio, e non può mai essere una notizia positiva. Per ora, siamo all’uomo che morde il cane. Per fortuna distanti anni luce dalle 451 aggressioni arbitrali registrate in Italia nel 2018 nel calcio. Né si hanno notizie di risse tra genitori alle partite di rugby dei loro figli. I due sport restano pianeti distanti. Però qualcosa, purtroppo per il rugby, comincia a muoversi.

Le critiche del ct dell’Italia

È successo che l’Italia ha perso il suo diciottesimo match sui diciotto disputati contro l’Australia. Stavolta, però, a finire sotto processo è stato soprattutto l’arbitro. Il francese Gauzere è stato accusato di aver annullato una meta regolare agli azzurri, di averne convalidata una irregolare ai wallabies e di aver sorvolato su altre irregolarità senza peraltro avvalersi del supporto televisivo. Che nel rugby non si chiama Var bensì Tmo.

Il punto, però, sono le dichiarazioni rilasciate a fine partita dal ct azzurro O’ Shea: «Ha ragione il ct dell’Inghilterra Eddie Jones che alle riunioni degli arbitri non va più. Lo farò anche io, tanto è fatica sprecata. Potrei anche scrivere al capo degli arbitri, ma a cosa servirebbe? Sui raggruppamenti agli australiani l’arbitro consigliava di togliere le mani, a noi fischiava subito punizione. E sulla meta annullata a Tebaldi non consultare il Tmo, che è lì a disposizione, mi sembra al di là di ogni immaginazione. Era meta, e avrebbe cambiato la partita».

Il dibattito

Dichiarazioni in perfetto stile calcistico. E forse, a leggere i quotidiani italiani, sembra che – almeno a livello professionistico – il rugby non sia più un pianeta parte. La Stampa scrive: “sarebbe ipocrita non ammettere che oggi nella palla ovale esiste una questione arbitrale”. Il Corriere della Sera torna sulla vicenda con un approfondimento: “Il rugby ha un problema e farebbe bene a non sottovalutarlo. Difficilmente si vedrà un giocatore protestare in campo, ma l’aria è cambiata e le cose possono solo peggiorare”. E conclude così: “Il pubblico del rugby è ancora civile e paziente e per ora protestano solo gli allenatori. Ma rovinare tutto è un attimo. E sarebbe la fine della diversità dal calcio alla quale il mondo del rugby tiene, giustamente, moltissimo”.

Diversità, ci sentiamo di rassicurarli, che al momento è bella salda. Visto che è bastata un’accusa a un arbitraggio infelice per aprire il dibattito. Il calcio, per fortuna degli amanti della palla ovale, viaggia in un’altra di dimensione. Ahi noi, spesso lontana dal concetto di sport. 

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Prescrizione di latte in formula in dimissione dall’ospedale: è capitato anche a te?

People For Planet - Mar, 11/20/2018 - 01:29

Indicare nel libretto sanitario del neonato al momento delle dimissioni dall’ospedale l’utilizzo di una specifica marca di latte in formula è  vietato. Come spiega Martina Carabetta, Consulente professionale in allattamento materno (o Ibclc, International board certified lactation consultant), “nel 1996 l’Italia ha recepito, purtroppo  solo in parte, il Codice Internazionale per la  Commercializzazione dei Sostituti del Latte Materno, documento stilato congiuntamente dall’Organizzazione mondiale della sanità e dall’Unicef nel 1981. Questo Codice tutela i consumatori, cioè le mamme e i bambini, impegna i governi a  provvedere alla diffusione di informazioni corrette circa  l’allattamento e inoltre impegna i produttori e distributori a utilizzare un marketing corretto e non ingannevole per i sostituti del latte materno e altri alimenti infantili, oltre che per biberon e tettarelle”.

Vietato promuovere marche specifiche

Il Codice, precisa l’esperta, non vieta o impedisce la vendita del latte di formula o degli strumenti per utilizzarlo, ma vieta di promuovere una determinata marca. E una delle pratiche scorrette è proprio l’indicazione di uno specifico latte artificiale alla dimissione dall’ospedale dopo aver partorito, perché in questo modo i genitori sono indotti a credere che quella marca sia migliore rispetto ad altre, o che il bambino sia obbligato per qualche motivo a usare quello specifico latte.

E allora come mai spesso al momento delle dimissioni dall’ospedale sul  libretto sanitario del tuo bimbo viene indicato, nel caso in cui non avessi latte o non ne avessi abbastanza, di utilizzare il latte in formula di una certa marca?

Inviaci una foto

Se hai conservato il libretto delle dimissioni ospedaliere del tuo bambino, controlla se anche nel tuo caso è stata data  l’indicazione di utilizzo di uno specifico latte in formula.

Se è  successo anche a te, inviaci la foto a redazione@peopleforplanet.it (avendo cura di non riprendere i  dati personali del tuo bambino).

Il nostro obiettivo è cercare di capire quanto è diffuso questo fenomeno, e per farlo ci serve il tuo aiuto.

 

Fonte immagine: iconsiglidelfarmacista

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Il fotovoltaico a film sottile: sarà la tecnologia del futuro?

People For Planet - Mar, 11/20/2018 - 01:20

Il pannello fotovoltaico classico è costituito da celle al silicio cristallino (monocristallino o policristallino); quando gli atomi di silicio sono disposti in modo tale da costituire un unico cristallo, una sorta di lingotto, si parla di celle fotovoltaiche a silicio monocristallino, quando gli atomi di silicio sono disposti in modo tale da costituire vari cristalli uniti tra di loro si parla invece di celle fotovoltaiche a silicio policristallino; questo tipo di pannelli rappresentano una quota del 70% circa all’interno del settore mondiale.

Se invece si utilizzano altre tipologie di materiali semiconduttori al posto del classico silicio che vengono posizionati sopra ad una lastra di vetro, plastica oppure di metallo si parla di celle a film sottile (thin film). Il silicio amorfo è uno di questi materiali, una variante più grezza del silicio cristallino, capace comunque di attivare l’effetto fotovoltaico, rivestendo il supporto con un unico film sottile dello spessore di pochi millimetri.

Tra le tecnologie alla base del film sottile, che si distinguono per semiconduttore utilizzato, troviamo quella dell’ A-Si  (Silicio amorfo) oltre a quella denominata CIGS o CIS (Seleniuro di rame, indio e gallio la prima, Diseleniuro di rame e indio la seconda) e la GaAs (Arseniuro di gallio). Una quota importante del film sottile ad oggi usa anche moduli in Tellurio di cadmio, CdTe, circa il 50%, ma questo materiale contiene grandi quantità di cadmio che è sostanza cancerogena e quindi non rappresenta la tecnologia migliore dal punto di vista dell’impatto ambientale.

Le restanti tecnologie citate del film sottile, che sono quindi le scelte più opportune, poiché non contengono questo elemento, hanno caratteristiche e applicabilità diverse; ovvero alcune sono più adatte in piccola scala, altre in larga scala, alcune hanno una maggiore resa, altre maggiore durabilità, per cui la tecnologia da applicarsi va vista in funzione del contesto specifico.

Il fotovoltaico a film sottile rappresenta oggi una nicchia di mercato, appena il 3% di esso ma, mentre lo sviluppo tecnologico del pannello tradizionale sembra avere ben pochi margini, per la tecnologia in thin film invece i progressi sono appena iniziati. Per questo è bene valutare lo stato dell’arte dello sviluppo e i vantaggi che questa tecnologia può offrire.

Partiamo dai costi: ad oggi il film sottile risulta meno costoso rispetto alle celle tradizionali, costa meno produrlo e ha una maggiore versatilità di utilizzo. La materia prima, il silicio amorfo, per esempio, ha avuto un calo del 50%, e i pannelli di questo materiale hanno un costo che si aggira intorno ai 0,50 €/watt; costano meno anche perché hanno bisogno di larghe superfici e pertanto vengono usati su larga scala (in ambito industriale, per scuole o università).

I pannelli a film sottile inoltre sono produttivi con poca luminosità o con un’inclinazione non ottimale, e hanno una grande opportunità di crescita anche nel contesto residenziale per la possibilità di applicazioni con un design innovativo; possibilità dovuta anche alla flessibilità e al ridotto spessore. Per esempio dagli Stati Uniti arriva il fotovoltaico a film sottile trasparente e senza cornice “effetto-vetro”.

Il punto di forza principale di questa tecnologia, oltre al costo ovviamente, è che il thin film module può rivestire intere facciate di edifici, può integrarsi in vetrate, tetti a “cupola” e ad altri elementi architettonici irregolari; inoltre, anche grazie al fatto di “lavorare” bene ad alte temperature o con luce diffusa, può essere installato in posizione verticale o orizzontale, o non perfettamente a sud, senza inficiare sensibilmente sul rendimento. In questi casi vi sarà infatti un rendimento comunque superiore rispetto ai pannelli in silicio cristallino installati nella stessa posizione.

L’efficienza del film sottile è stata però finora la differenza principale tra il film sottile e il cristallino, a scapito del primo fino a poco tempo fa. Ad oggi la tendenza è invertita e l’efficienza del film sottile è in grande crescita. E’ bene tuttavia specificare che l’efficienza non è un indicatore di qualità dei pannelli fotovoltaici, ma un semplice rapporto tra produzione e superficie occupata. Un’efficienza minore non significa minore qualità dei pannelli, ma una maggiore superficie necessaria per kWh prodotto.

Il film sottile ha avuto finora efficienze minori: inizialmente gli impianti a film sottile avevano un’efficienza media del 13% rispetto agli impianti cristallini, che presentavano un’efficienza media del 16%; ma questo gap ad oggi si sta sempre più riducendo. Un team di scienziati della Colorado State University sta lavorando per accelerare l’evoluzione tecnologica dei pannelli solari a film sottile al fine di ridurre ulteriormente il costo dell’energia, e ha elaborato una tabella di marcia delle prestazioni che monitora i risultati raggiunti sin dal 2014.

La tendenza mostra che gli ultimi grandi passi avanti raggiunti hanno permesso al thin film di aumentare l’efficienza di conversione sopra al 19%. Oltre ad altri importanti miglioramenti come l’allungamento della vita degli elettroni fotogenerati o la diminuzione della velocità di ricombinazione interfacciale, di difficile comprensione per chi non è del settore, ma che aprono la strada a rese ancora più elevate, fino al 25% raggiungibile addirittura in 3 soli anni.

Fonti:
http://www.green.it/pannelli-solari-film-sottile/
http://www.rinnovabili.it/energia/fotovoltaico/pannelli-solari-a-film-sottile/
https://www.fotovoltaiconorditalia.it/mondo-fotovoltaico/i-prezzi-dei-pannelli-fotovoltaici-a-film-sottile
https://www.tesla.com/it_IT/solarroof

Fonte immagini: Fotovoltaicosulweb

Immagine di copertina: Armando Tondo

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20 Novembre: Giornata Internazionale dell’infanzia e dell’adolescenza

People For Planet - Lun, 11/19/2018 - 11:30

«A matita siamo tutti uguali». Lo dicono i bambini delle scuole del Municipio Roma II per sottolineare che tra loro non sentono differenze legate alle etnie di provenienza. A penna, invece, per la legge, non hanno gli stessi diritti: quelli nati da genitori stranieri non sono cittadini italiani. Ecco perché, per la Giornata internazionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, il Municipio ha deciso di riconoscere loro la cittadinanza simbolica. L’evento si terrà il 21 novembre all’Aula Magna della Sapienza che patrocina l’iniziativa, insieme a 600 bambini e bambine.

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Kanesis: l’azienda italiana inventa la bioplastica di canapa.

People For Planet - Lun, 11/19/2018 - 10:46

Da due giovani siciliani nasce la rivoluzione della bioplastica sostenibile che unisce la canapa agli scarti vegetali delle aziende agricole. Secondo la filosofia di Kanèsis, infatti, si possono sostituire i materiali petrolchimici con composti di origine vegetale, supportando così l’economia circolare.

 

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Etichette per alimenti: esistono anche quelle “etiche”

People For Planet - Lun, 11/19/2018 - 01:57

Nell’ambito dell’agroalimentare, chi vuole garantire la propria produzione e renderne conto ai consumatori può farlo in diversi modi: aderendo alle richieste previste dalle normative obbligatorie, scegliendo di produrre secondo un determinato disciplinare, ad esempio uno di quelli che poi gli permetterà di definire il proprio prodotto come Dop o Igp, solo per citarne alcuni. In aggiunta a questi, alcuni produttori poi hanno deciso di aderire a protocolli di produzione volontari, per dimostrare al consumatore di aver prestato attenzione anche ad altri aspetti che coinvolgono il processo produttivo.

Abbiamo chiesto all’avvocato Dario Dongo, esperto di diritto alimentare internazionale e fondatore di Great Italian Food Trade e del sito Fare, che contiene anche informazioni sulle regolamentazioni dei prodotti alimentari, di elencarci i principali. Tra i tanti protocolli di adesione volontaria, Dongo ha identificato due certificazioni principali: il biologico e la normativa SA (Social Accountability) 8000.

Il biologico

“Chi aderisce alla disciplina delle produzioni bio seguendo i principi normati nel regolamento recentemente aggiornato (848/2018), deve garantire non solo la produzione, ma contribuire anche al mantenimento o al ripristino delle aree naturali” – spiega Dongo – “Si tratta di una certificazione che segue regole omogenee in tutta Europa, resa da enti terzi che vigilano sull’attuazione della disciplina e che esiste da quasi 40 anni, con obiettivi che trascendono il tema della salute del consumatore e mirano anche alla preservazione della biodiversità e del mantenimento degli habitat naturali, con attenzione verso la flora e la fauna selvatica”.

La Social Accountability

Guardando all’ambiente è opportuno guardare anche ai lavoratori, e i marchi che li tutelano sono diversi. C’è però una norma internazionale che, secondo Dario Dongo, può essere presa come riferimento: si tratta della SA 8000, dove “SA” sta per “Social Accountability”, cioè “responsabilità sociale”. “È uno standard internazionale soggetto a certificazione volontaria, che si interessa in modo specifico, obiettivo, e sulla base di parametri condivisi, di garantire l’assenza di sfruttamento da parte dei lavoratori, anche in termini di tutela di diritti sindacali, e di rispetto di diritti dei lavoratori negli standard definiti dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro, oltre che dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e la convenzione Onu sui diritti dell’Infanzia”.

Anche qui la norma è soggetta a certificazioni, che vengono rilasciate dopo le verifiche e le ispezioni di enti terzi. Riguardo all’adesione a questo standard, c’è una eccellenza italiana, spiega Dongo: “Coop Italia è stato il primo rivenditore a livello europeo ad aver introdotto in modo strutturale la certificazione SA8000 su tutti i prodotti legati al proprio marchio. La garanzia offerta da SA8000 è rigorosa e ampia, poiché coinvolge tutti gli operatori a monte della filiera, dalla produzione agricola primaria alla logistica, oltre a eventuali anelli intermedi nella distribuzione ”.

Dove trovarle: in etichetta o con qualche ricerca

La certificazione biologica è ben visibile sull’etichetta con il simbolo europeo della “fogliolina” con le stelline, che riporta anche i numeri per identificare il produttore e la filiera, mentre lo standard SA8000 viene riportato con un simbolo oppure indicato in maniera testuale. Se non lo trovate, un giro sul sito web delle aziende nelle sezioni dedicate alla responsabilità sociale potrebbe togliervi ogni dubbio.


Immagine di copertina: Fotomontaggio di Armando Tondo

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Scegliere il consulente finanziario

People For Planet - Lun, 11/19/2018 - 01:10

Il rapporto del cittadino comune con le banche è spesso influenzato dalla presunta (ed ingenua) consapevolezza che la nostra relazione goda di “privilegi e di particolari attenzioni” solo perché abbiamo un buon rapporto con il “direttore”, figura simbolo di un “potere che fu” la cui amicizia, conoscenza o stima ostentiamo, per un caffè al bar o anche per un semplice saluto di riconoscimento in filiale, quasi come se fosse uno status.

Oggi tutte le funzioni decisionali sia in materia creditizia che nella fissazione dei prezzi sono accentrate nelle torri cablate delle direzioni generali e ben poche “facoltà” deliberative sono rimaste nelle mani del “direttore” che funge solo da coordinatore delle direttive impartite dall’alto e pressa i suoi consulenti-venditori a vendere ciò che gli hanno imposto di collocare.

Siate invece consapevoli che una figura determinante, molto spesso anche più preparata tecnicamente del “direttore”, in termini di indirizzo nelle scelte di gestione dei risparmi o anche di finanziamento degli investimenti, e’ proprio il consulente-venditore.

E’ con lui che trascorriamo più tempo a parlare prima di prendere le nostre decisioni; è con lui che occorre instaurare un rapporto di trasparenza e lealtà; è lui che può gestire meglio le pressioni per il collocamento dei prodotti spazzatura. Perché , ricordatevi, che più si sale nella scala gerarchica – direttore, super direttore, mega direttore galattico per dirla alla Fantozzi – più l’autonomia di pensiero e l’etica è controllata e gestita dal top management.

Soprattutto al bar con il direttore si sono consumate (e si consumano) le più subdole vendite di prodotti finanziari che nulla avevano a che fare con l’esigenza del cliente.

Il momento della scelta, quando ci è consentito (!!!), del consulente diventa quindi determinante nel percorso di educazione finanziaria che stiamo tentando di fare su questo giornale da oltre 4 anni.

Gli attori in scena appartengono a 4 tipologie:

Il consulente bancario, con contratto di lavoro dipendente, quello che troviamo agli sportelli delle filiali e che essendo stipendiato dalla banca e talvolta incentivato-premiato per la vendita dei prodotti della casa, si trova costretto ad eseguire gli ordini di scuderia per evitare ulteriori pressioni e trasferimenti in luoghi scomodi.

Il promotore finanziario, un libero professionista per la vendita “fuori sede” di prodotti finanziari e con un rapporto monomandatario con una banca. Il loro centro d’affari è la costruzione di un portafoglio d’investimento con i prodotti che la banca ha deciso di inserire nel catalogo. Tale decisione si concretizza con un accordo commerciale di distribuzione (collocamento) tra la società che crea il prodotto e la banca che lo propone ai suoi clienti. I soggetti che devono guadagnare sono quindi tre! In parole povere se la banca non è remunerata, non paga la società che costruisce il prodotto e non retrocede le provvigioni al promotore che cambia spesso casacca. Ecco perché molto spesso quelle banche non permettono ai clienti di comprare un prodotto di una altra casa spesso utilizzando la formula che “il prodotto non esiste o è troppo rischioso”. Per questo la loro consulenza si definisce “non indipendente”.

Il consulente finanziario indipendente, legato solo al cliente in base ad un mandato ricevuto, può aiutare il risparmiatore a orientarsi meglio, a evitare prodotti poco efficienti o troppo rischiosi. Ponendo in concorrenza più intermediari, può trovare le migliori condizioni sul mercato e utilizzare strumenti che le banche di solito non propongono perché semplici e/o a basso valore aggiunto per se stesse. Viene remunerato solo dal risparmiatore e pertanto, non essendo assillato da pressioni sulle vendite (dato che non riceve alcun compenso dagli intermediari), il professionista indipendente ha tempo di seguire i mercati ed è in grado di far cogliere ai suoi clienti le opportunità per ottenere un rendimento in linea con le proprie aspettative, mantenendo sempre il controllo sul rischio concordato. La parcella di un professionista indipendente è di solito inferiore rispetto ai prelievi praticati dalla banca, sotto forma di commissioni e spese, direttamente dal conto del cliente a fronte degli investimenti effettuati. Deve essere davvero bravo però per scegliere quei prodotti e quelle banche che gli permettono di massimizzare i rendimenti e soprattutto di minimizzare i costi per il cliente.

E poi esiste una quarta figura di cui si parla poco, molto sviluppata in Svizzera e nei paesi anglosassoni: il Gestore esterno indipendente (External Asset Manager). Si tratta di una società di gestione del risparmio (S.G.R. o Asset Manager) che ha come centro d’affari la gestione del portafoglio. Sono di fatto “i fornitori” dei prodotti finanziari alle banche che poi li rivendono a costo maggiorato ai loro clienti.
Queste società gestiscono sia fondi d’investimento che direttamente e in maniera indipendente i portafogli dei clienti.

Per la tutela delle disponibilità dei loro clienti i gestori esterni si avvalgono comunque di banche che accettano però di essere solo depositarie (guadagnano solo una piccola percentuale sulle masse in gestione): praticamente il cliente riesce ad accorciare la filiera andando direttamente dal “produttore” come se fosse un soggetto professionale o istituzionale risparmiando costi e guadagnando in personalizzazione.

Essendo il primo anello della catena della distribuzione finanziaria, non vengono pagati dai prodotti, ma applicano in chiaro le loro commissioni ai clienti per creare una gestione personalizzata.
I consulenti finanziari di queste società possono concentrarsi solo sulle esigenze del cliente perché non sono remunerati in base al prodotto che scelgono ma sui capitali dei clienti che gestiscono grazie all’indipendenza della società per cui operano.

A voi la scelta!

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Da gennaio si potrà camminare tra le opere di Dalì a Matera

People For Planet - Dom, 11/18/2018 - 09:00

Matera sarà Capitale europea della cultura nel 2019 e a omaggiare la città arriva una mostra all’aperto di Salvador Dalì. L’iniziativa promossa e curata da Beniamino Levi, presidente del Dalì Universe, prevede l’istallazione di alcune opere nelle piazze e strade del territorio e l’esposizione di 200 opere minori nel complesso rupestre di Madonna delle Virtù. La mostra sarà inaugurata ufficialmente agli inizi di dicembre e andrà avanti per tutto il 2019, ma è già possibile vedere un orologio sciolto in via Madonna delle Virtù, o un elefante gigante a piazza Vittorio Veneto.

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Come trasformare la tua auto in un mezzo ibrido fotovoltaico

People For Planet - Dom, 11/18/2018 - 03:35

L’idea è geniale: prendere un’auto a benzina o diesel a trazione anteriore e trasformarla in un mezzo ibrido solare a trazione integrale dove le ruote posteriori girano grazie a un motore elettrico. Sul tetto e sul cofano pannelli solari fotovoltaici per ricaricare le batterie.
Intervista al Prof. Gianfranco Rizzo, dell’Università di Salerno, inventore dell’HySolar Kit.
Per maggiori informazioni https://www.life-save.eu/

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