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Parigi, la bici cresce del 54%. Milano invece perde ciclisti

People For Planet - Gio, 03/05/2020 - 07:00

Parigi ha aumentato l’uso della bicicletta del 54% in un solo anno, secondo i dati diffusi dal governo francese. Guardando all’intera regione parigina dell’Île-de-France, il numero di ciclisti giornalieri è aumentato del 30% tra il 2010 e il 2018, come evidenzia uno studio condotto da Ile-de-France-Mobilités. Nel frattempo, l’uso dell’auto è diminuito del 5% nello stesso periodo.

Milano, cala il numero delle bici

A Milano, invece, la bicicletta sembra perdere piede, nonostante un’amministrazione che ha fatto della mobilità sostenibile un argomento di campagna elettorale. Il 18esimo censimento annuale dei ciclisti urbani organizzato a Milano dall’associazione Ciclobby, lo scorso ottobre, ha visto un calo dei ciclisti milanesi che si attesta intorno all’8% in un anno. Un pessimo segnale per una città che già pedalava molto poco.

Roma non pedala proprio

L’indice di Copenhagenize 2019 – che al solito pone in testa Copenhagen, Amsterdam e Utrecht tra le città dove è facile muoversi in bici – non riporta alcuna città italiana nella sua classifica delle 20 città amiche della bici. Con Atene, Tallin e La Valletta, Roma è l’ultima tra le capitali europee, con l’1% di tutti gli spostamenti dei suoi abitanti in bici (Copenhagen è al 58%, Amsterdam al 53% e Lubiana al 26%). 

Oltre un milione di persone in Italia, per la precisione 1.066.000, utilizza la bici per andare a scuola o al lavoro, il che equivale a 18 utilizzatori ogni 1000 abitanti. La più elevata propensione a usare la bici negli spostamenti urbani è a Bolzano, in Emilia Romagna, in Veneto, a Trento, in Friuli Venezia Giulia e in Lombardia (Confartigianato 2018). Ma, come detto, nelle nostre regioni “virtuose”, ci sta una Milano in discesa.

Come ce l’ha fatta Parigi

Se confrontarci con il Nord Europa ci avvilisce, un parallelo con i nostri vicini di casa può aiutarci a prendere esempio. Parigi è riuscita ad avviare con forza il cambiamento, costruendo 1000 km di nuove piste ciclabili in un anno, e il 37% è già terminato. Ha introdotto 10mila nuovi posteggi sicuri per la bici nelle vie della capitale. L’amministrazione incoraggia i cittadini a usare la bici per andare al lavoro ogni giorno, nelle parole e con i fatti (la sindaca Hidalgo la usa quotidianamente) e non solo per sport o divertimento. Lo scorso ottobre ha segnato un record, con oltre 200mila persone in sella alla loro bici in un solo giorno (fonte: The local). Non certo da ultimo, Parigi ha chiuso (nel 2016) la riva sinistra della Senna al traffico motorizzato, creando soste vivibili ovunque. Il perché è chiaro: per rendere una città più golosa per i ciclisti, serve renderla meno accessibile alle auto. «Pensiamo all’individuo, prima di tutto», ha detto Hidalgo al New York Times.

Il pugno duro

Come ogni ciclista sa, e come Anne Hidalgo ha recente ricordato a France24, «andare in bici è oggi il modo più veloce e semplice di muoversi in città». La sua amministrazione ha usato il pugno duro per convertire la mentalità dei parigini, estremamente abituati all’uso dell’auto. Le sue prime scelte hanno dovuto affrontare aspre critiche, anche per i lavori di costruzione delle piste ciclabili, che hanno a lungo rallentato il traffico cittadino. Rigida la riduzione dei posti auto in strada, che hanno anche visto un aumento dei prezzi per il parcheggio. Ad oggi, il numero di persone che va al lavoro in bici è ancora basso, come sottolineano i dati del governo: solo il 3% dei francesi lo fa. Ma il Paese è determinato a triplicare il dato entro il 2024, e sfidare addirittura la capitale europea del ciclismo, Copenhagen, dove 2 persone su 3 ogni giorno si muovono in bici (dato Cycling Embassy of Denmark). Secondo il già citato Copenhagenize Index, Parigi ha già scalato 5 gradini salendo nel 2019 all’ottavo posto tra le città più accessibili per chi si muove in bici.

Milano e Roma: che fare?

Secondo Paolo Pinzuti, che con lo slogan “Rendiamo l’Italia un paese ciclabile” lavora da anni al fianco della politica e delle aziende per diffondere la cultura della bicicletta attraverso la sua società Bikeconomist, Milano e Roma hanno 5 passi da fare – prima di altri – se non vogliamo restare proprio le ultime metropoli europee a cambiare faccia:

1. Contrastare la sosta selvaggia in modo strutturale e continuativo.

2. Pianificare le attività attraverso un biciplan (come previsto dalla legge 2/2018).

3. Realizzare una RETE portante di itinerari ciclabili, che comprenda quindi i raccordi, e non solo “pezzetti” di piste sparsi per la città.

4. Realizzare interventi di moderazione del traffico 

5. Mettere in sicurezza le intersezioni

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Come non farsi rubare la bici: i consigli di un ladro
FridaBike, dalla cargo coraggiosa ai vestitini sostenibili

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Italia, tra isteria e coraggio

People For Planet - Mer, 03/04/2020 - 15:00

Cosa scrivono della situazione italiana i media più accreditati a livello internazionale? Cosa si sa all’estero della situazione nel nostro Paese? Una veloce rassegna da Stati Uniti, Spagna, Francia, Germania, Regno Unito.

New York Times (Usa): Italia, Coronavirus Lab europeo

Da una corrispondenza di Beppe Severgnini dall’Italia. Nelle conversazioni, le battute spaventose si mescolano con dati scientifici mal digeriti. I virologi – che cercano di spiegare cosa sta succedendo e, cosa più importante, cosa aspettarsi – sono diventati nomi familiari. A volte litigano tra loro, aggiungendo confusione al mix.

Quindi gli italiani sono confusi e spaventati, non c’è da stupirsi. I media non parlano di nient’altro e aggiungono immagini allarmanti per fare il punto. Vediamo più maschere in TV e online che nelle strade semideserte di Milano.

L’umore impulsivo della recente politica sembra aver trovato terreno fertile, mettendo l’Italia in preda a una sorta di populismo sanitario innescato dalla paura, dall’allarme e dalle informazioni affrettate, con la paura che si trasforma in panico e la prudenza in diffidenza e litigi politici.

L’Italia vive in un tempo strano, sospeso. Milano, la sua città più energica, sembra ansiosa di tornare al lavoro come al solito, ma non sarà veloce, né facile. Il Paese trattiene il respiro e aspetta.

The Guardian (UK): Italia Paese di anziani

“L’Italia è un paese di anziani”, ha affermato il prof. Massimo Galli, direttore delle malattie infettive dell’ospedale Sacco di Milano. “Gli anziani con patologie precedenti sono notoriamente numerosi qui. Penso che questo potrebbe spiegare perché stiamo assistendo a casi più gravi di coronavirus qui che, ripeto, nella stragrande maggioranza dei casi, che iniziano lievemente e causano pochi problemi, specialmente nei giovani e certamente nei bambini.”

 “La nostra aspettativa di vita è tra le più alte del mondo. Ma sfortunatamente, in una situazione come questa, le persone anziane sono più a rischio di un risultato grave. “

Tra i testati vi è Papa Francesco, 83 anni, costretto a cancellare gli impegni di questa settimana a causa di un raffreddore. Ha restituito un risultato negativo, secondo quanto riportato dal quotidiano Il Messaggero.

El Mundo (Spagna): Italiani a un metro di distanza

Il Governo ha deciso l’adozione di misure per evitare l’agglomerazione di persone in modo che possano mantenere almeno un metro di distanza tra loro. È lo spazio minimo, secondo gli esperti, per evitare che le particelle di saliva che si disperdono quando si parla, si tossisce o si starnutisce possano raggiungere le persone intorno.

Der Spiegel (Germania): Italia tra isteria e coraggio

Zone con barriere, autorità in stato di emergenza e persone che stanno lentamente superando il panico e si stanno abituando a convivere con il virus.

La polizia italiana ha bloccato la strada di accesso alla piccola comunità di Casalpusterlengo, a circa un’ora di auto a sud-est di Milano. I carabinieri spiegano ai conducenti che nessuno può guidare nella “zona rossa” a causa del coronavirus. La zona rossa è un’area di quarantena chiusa che comprende dieci comuni dove vivono 50.000 persone. Circa la metà delle persone infette dal virus in Italia sono proviene da questa zona.

“Devo entrare”, dice una giovane donna. Si trova di fronte al poliziotto e sembra determinata.
“Non capisci”, risponde il carabiniere, che indossa una maschera bianca. “Se entri qui, potresti essere infettata.”
“Devo andare lì”, ripete la giovane con calma. Ha una valigia con sé e alcune borse. “Devo prendermi cura di qualcuno lì dentro.”

Si scopre che la donna ha un parente anziano in uno dei Comuni e la sua famiglia ha deciso ieri a cena che la giovane donna vada a prendersi cura del parente. La donna sa che può essere lasciata entrare ma non uscire. Sa anche che il tasso di mortalità è stimato intorno al tre percento tra quanti contraggono il virus. 

Le Monde (Francia): La Cina teme il ritorno del virus dall’Italia

Ironia della sorte, per l’epidemia del nuovo coronavirus, che sembra essere in declino in Cina ma continua a guadagnare slancio altrove, le autorità cinesi ora temono nuove contaminazioni da pazienti infetti all’estero. Hanno riferito martedì 3 marzo otto casi di coronavirus nelle persone di ritorno dall’Italia. Questi casi sono stati registrati nella provincia di Zhejiang (Est), tra i cittadini cinesi che sono tornati la scorsa settimana dall’Italia.

La Cina ha implementato una serie di misure per cercare di impedire che i suoi sforzi di contenimento vengano spazzati via dal contagio introdotto nel paese. I viaggiatori che arrivano a Pechino da paesi colpiti dal virus – tra cui l’Italia – devono rimanere in isolamento per quattordici giorni.

Immagine: Schermata della Mappa in tempo (quasi) reale di diffusione del Coronavirus realizzata dal Johns Hopkins Center

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Per contenere il Covid-19 saranno vietati abbracci e strette di mano?

People For Planet - Mer, 03/04/2020 - 12:06

Molto probabilmente gli italiani dovranno cambiare stile di vita per almeno un mese: no alle strette di mano, no agli abbracci, rimandati a data da destinarsi meeting, congressi e manifestazioni, anche quelle sportive. E le partite di calcio potranno essere effettuate solo a porte chiuse. Potrebbero essere queste alcune delle misure contenute in un nuovo Dpcm (decreto del Presidente del Consiglio dei ministri) per aggiornare i provvedimenti in campo sanitario relativi all’emergenza Coronavirus. Come riporta l’Ansa, queste nuove misure comportamentali per arginare il dilagare dei contagi del nuovo Coronavirus potrebbero essere tra gli argomenti della riunione iniziata a Palazzo Chigi questa mattina tra il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e i ministri (qui il Dpcm del 1 marzo 2020).

Il premier ha affermato anche che nel nostro Paese la situazione “è seria” e che, sebbene per ora non sia stata richiesta la chiusura delle scuole in tutta Italia, è una misura da non escludere qualora gli esperti la ritenessero opportuna.

Il “bollettino” in Italia

Attualmente nel nostro Paese il numero dei malati continua a crescere: alla mezzanotte di ieri erano 1835, di cui 927 asintomatici o con sintomi lievi in isolamento a casa propria, 742 ricoverati con sintomi (il 40% del totale dei contagiati) e 166 in terapia intensiva (circa il 10%). Se le vittime sono 52, i guariti sono arrivati a 149, con ben 66 in più in un solo giorno. E se due giorni fa l’incremento dei malati era stato del 50%, ieri si è fermato a ‘solo’ il 16%, con 258 casi in più. Forse è presto per parlare di rallentamento dei contagi, ma si tratta comunque di un dato “confortante”, secondo il capo dipartimento della protezione civile Angelo Borrelli.

Non è pandemia

Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità non è ancora pandemia. “Contenere il Covid19 è fattibile. Con misure precoci e aggressive si può interrompere la trasmissione”, ha detto il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus. “Stiamo monitorando la situazione ogni momento di ogni giorno e analizzando i dati. L’Oms non esiterà a descrivere questo coronavirus come una pandemia se questo è ciò che i dati suggeriranno”.

Leggi anche: Coronavirus: dieci cose da sapere sull’emergenza che spaventa il mondo

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“Lo smog è una pandemia: – 3 anni di vita ovunque nel mondo”

People For Planet - Mer, 03/04/2020 - 11:14

Ancora non è chiaro perché non spaventi nessuno – al contrario della meno grave epidemia di Coronavirus in corso – ma l’inquinamento atmosferico toglie anni di vita in tutto il mondo, più di guerre e violenze, più di malattie come la malaria o l’Hiv, più del fumo. Lo sostiene un vasto studio pubblicato sulla prestigiosa rivista ‘Cardiovascular Research‘, i cui relatori (Jos Lelieveld e Thomas Münzel dell’Istituto Max Planck) specificano: il mondo sta affrontando una “pandemia”. Lo smog infatti accorcia in media di 3 anni la vita delle persone, ovunque nel mondo (e molto di più, naturalmente, nelle città più trafficate, come Milano). Una delle principali fonti di smog, il trasporto su gomma, è imputato tra l’altro di un elevato aumento delle morti per incidenti, causati prima di tutto dai mezzi più inquinanti: i suv.

Lo studio

Lo studio è arrivato a queste conclusioni utilizzando un nuovo metodo di analisi degli effetti di varie fonti di inquinamento atmosferico sui tassi di mortalità. In base a questi calcoli, l’inquinamento atmosferico globale ha causato 8,8 milioni di morti premature extra l’anno nel 2015. “Significa un accorciamento medio dell’aspettativa di vita di quasi tre anni per le persone in tutto il mondo”, spiegano gli autori. A confronto, il fumo di tabacco riduce l’aspettativa di vita in media di 2,2 anni (7,2 milioni di decessi extra), l’Hiv/Aids di 0,7 anni (1 milione), malattie come la malaria 0,6 anni (600.000 morti) e tutte le forme di violenza (comprese le guerre) 0,3 anni (530.000 morti).

Lo smog ferma il cuore

I ricercatori hanno applicato l’effetto dell’inquinamento atmosferico su sei categorie di malattie: infezioni delle basse vie respiratorie, malattia polmonare ostruttiva cronica, cancro ai polmoni, malattie cardiache, malattie cerebrovascolari che portano a ictus e altre patologie non trasmissibili, fra cui ipertensione e diabete. Hanno così scoperto che le malattie cardiovascolari sono responsabili della parte maggiore dell’effetto dell’inquinamento atmosferico sull’aspettativa di vita.

Hanno anche avuto conferma che l’inquinamento atmosferico ha un effetto più grave nelle persone anziane, e nei bambini con meno di cinque anni nei Paesi a basso reddito, come Africa e Asia meridionale. A livello globale, circa il 75% dei decessi attribuiti all’inquinamento atmosferico si verifica nelle persone con più di 60 anni.

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Venerdì 6 marzo 2020 torna M’illumino di Meno

People For Planet - Mer, 03/04/2020 - 10:34

La trasmissione Caterpillar e Radio2 chiedono agli italiani di spegnere le luci che non sono indispensabili: un gesto simbolico, e non per questo meno concreto, per tutelare il pianeta Terra.

Quest’anno l’iniziativa serve anche a mettere a dimora un filare di 500.000 alberi che simbolicamente parta da Pino Torinese per arrivare ad Alberobello, perché piantare alberi e piante aiuta a mitigare il riscaldamento climatico e a salvare il pianeta.

“M’illumino di Meno” nasce nel 2005 quando parlare di stili di vita sostenibili e risparmio energetico sensibilizzava poche persone, oggi l’argomento è conosciuto da un pubblico decisamente più vasto ed ecco che si può pensare ad ”alzare l’asticella” e provare ad  aumentare gli alberi, le piante, il verde intorno a noi.

Sul sito si legge:

L’invito di Caterpillar è piantare un albero, perché gli alberi si nutrono di anidride carbonica. Gli alberi sono lo strumento naturale per ridurre la principale causa dell’aumento dei gas serra nell’atmosfera terrestre e quindi dell’innalzamento delle temperature

Gli alberi e le piante emettono ossigeno, filtrano le sostanze inquinanti, prevengono l’erosione del suolo, regolano le temperature

Gli alberi sono macchine meravigliose per invertire il cambiamento climatico. Per frenare il riscaldamento globale bisogna cambiare i consumi, usare energie rinnovabili, mangiare meno carne, razionalizzare i trasporti. Tutti rimedi efficaci nel lungo periodo. Ma abbiamo poco tempo e il termometro globale continua a salire.

Gli scienziati di tutto il mondo concordano: riforestazione. 

Caterpillar invita Comuni, scuole, aziende, associazioni e privati a piantare un tiglio, un platano, una quercia, un ontano o un faggio.
Ma anche un rosmarino, un ginepro nano, una salvia, un’erica o una pervinca major: tutto quello che si può piantare su un balcone.

Sul davanzale un geranio. E maggiorana, basilico, timo e prezzemolo: piantare un giardino sulla finestra. 
Piantare viole del pensiero, ortensie e petunie  in un vaso appeso alla parete. Piantare erba gatta.

Col vostro aiuto vorremmo piantare un filare di 500.000 alberi che simbolicamente ci porti da Pino Torinese fino ad Alberobello, perché piantare alberi e piante aiuta a mitigare il riscaldamento climatico e a salvare il pianeta.

Inoltre nell’anno in cui “M’illumino di Meno” precede i festeggiamenti dell’8 marzo Festa della Donna, Caterpillar lancia la “Super Mission“: far arrivare il messaggio di “M’Illumino di Meno” a due figure femminili che in questo momento rappresentano a livello globale l’impegno per la salvaguardia del pianeta: Greta Thunberg e Jane Fonda.

L’edizione 2020 di M’illumino di Meno è quindi sempre di più verde, globale, transgenerazionale e al femminile.

Leggi anche:
Contro il cambiamento climatico piantiamo 60 milioni di alberi
Quattordici dure verità sul cambiamento climatico
Il cambiamento climatico si combatte anche a tavola

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Coronavirus e Banche: leggete questi consigli…

People For Planet - Mer, 03/04/2020 - 07:00

Sembra un film già visto. Quando il mondo sta per crollare di fronte a un terremoto, le banche pensano (o fanno credere) sempre che l’unico palazzo che rimarrà in piedi è il loro.

Era successo già con Lehman Brothers nel 2008, si sta ripetendo di fronte alla epidemia dovuta al coronavirus.

Non è cosi. Un sistema già vacillante sta ricevendo altri forti scossoni per effetto della crisi economica e finanziaria che inevitabilmente coinvolgerà il mondo delle banche.

Aumento degli NPL (crediti di difficile recupero) e quindi del costo del rischio, calo della produttività interna, probabile taglio dei tassi e collegata ulteriore riduzione dei ricavi, crollo dei mercati azionari e obbligazionari: ecco lo scenario che si presenta al sistema finanziario.

Ma oggi, su queste colonne, piu che fare un analisi del sistema dobbiamo chiederci cosa succederà ai cittadini che hanno un rapporto con le banche.

E l’atteggiamento da struzzo produce più danni della conoscenza della verità.

Lo so bene. Io so e ho le prove

Nel 2008, quando si verificò il default di Lehman Brothers, ero dall’altra parte. Ci comportammo in maniera subdola ma dall’altro lato avevamo un popolo di utenti che metteva la testa sotto la sabbia per non vedere e capire.

Sapevamo che il fallimento di Lehman Brothers avrebbe danneggiato migliaia di correntisti, sebbene, già dal giorno successivo al crac della banca d’affari americana, le direzioni generali degli istituti di credito italiani sostenessero il contrario.

Il fine settimana lo avevamo trascorso attaccati al nostro BlackBerry facendo scommesse via email, sms e chat. La domanda era sempre la stessa: «Fallisce?». La maggior parte di noi rispondeva ostinatamente di no. Tutti pensavamo – forse anche per scongiurare l’ipotesi che un giorno potesse capitare anche a noi – che la Federal Reserve sarebbe intervenuta. Invece, quando alle otto di lunedì 15 settembre 2008, appena arrivati in ufficio, accendemmo i nostri computer, le agenzie di stampa battevano la notizia che Lehman Brothers, la terza banca per dimensioni negli Stati Uniti, aveva portato i libri in tribunale ed entrava ufficialmente sotto tutela fallimentare. La scommessa era stata persa. In tutti i sensi.

Nei nostri uffici i telefoni squillavano all’impazzata, i clienti, già scottati da ciò che era avvenuto proprio all’indomani dell’inferno di Ground zero, volevano spiegazioni, erano preoccupati, ansiosi, impauriti di perdere i propri risparmi.

In quello stato di agitazione generale, chiedemmo subito aiuto al top management per avere delle direttive da seguire con i correntisti. Le prime email che ci arrivarono dall’alto suonavano più o meno così:

«Tranquilli, state sereni. La vicenda Lehman Brothers è un fatto esclusivamente americano». Secondo i capi supremi, quello dei mutui subprime – concessi a chi non aveva neppure un dollaro ma aveva il diritto di comprare una casa – era un fenomeno che riguardava solo gli americani, che si erano lanciati nel business della finanza creativa. In sostanza, dovevamo rassicurare i clienti come se il fatto non ci riguardasse.

Ma non era così. E la storia degli ultimi 12 anni lo ha dimostrato.

La crisi di oggi

Chiediamoci quindi, oggi, quali effetti potrebbero riversarsi sui cittadini a causa della crisi economica e finanziaria prodotta dalla epidemia. Immaginiamo uno scenario per loro e suddividiamoli in due categorie: quelli che prendono soldi a prestito dalle banche e quelli che invece hanno i loro risparmi gestiti dagli istituti di credito.

È venuto il momento che, cari lettori, dovete RI-leggerci. Si, perché People For Planet ha già affrontato questi temi e ve li riproponiamo prima che sia troppo tardi.

Nel primo caso (coloro che  vorrebbero prendere o hanno già preso soldi in prestito dalle banche), si avvicina a un periodo di ulteriore “stretta creditizia” che, tradotto, significa che si faranno meno prestiti e che si chiuderanno i rubinetti a coloro che hanno già ricevuto finanziamenti. Leggete questi consigli e reagite subito.

Nel secondo caso (coloro che hanno affidato i loro soldini in gestione al sistema bancario) vi invito a rileggere quanto già scritto su queste colonne in merito alla attività di controllo degli investimenti in momenti di panico:

Le TRE regole per investire bene:
Regola n. 1: Per investire bene è necessario saper controllare e controllarsi
Regola n. 2: Ottimizzare gli investimenti
Regola n. 3: Il pilota automatico, il vero compagno dell’investitore

At last but not the least, mi preme dirvi che non risponderò agli struzzi e ai coccodrilli.

Noi ve lo avevamo detto come comportarvi.

Leggi anche:
Imprenditori: cosa fare per combattere la stretta del credito autunnale

Foto di Gerd Altmann

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Basta ricatti da Erdogan: l’Europa agisca, per se stessa e i bambini di Lesbo che tentano il suicidio

People For Planet - Mar, 03/03/2020 - 16:38

Finché ci sono persone disposte a rischiare la vita per venire in Europa, significa che questo vecchio continente ha l’artrosi, ma non è morto. Se lo ricordi, e agisca di conseguenza.

Caos nelle Isole Greche sotto le cariche neonaziste

La Turchia non blocca più i profughi siriani in fuga dalle zone che lei stessa attacca.
Atene ferma le richieste di asilo per un mese.
Nelle isole di Lesbo, e Chios è è guerriglia e devastazione da giorni.

A farne le spese, stavolta, non solo i rifugiati, ma anche gli attivisti, i volontari, i giornalisti: rastrellate le loro case, incendiato il centro dell’Unhcr destinato agli afghani, sequestrate e distrutte le attrezzature, il cibo, incendiati i magazzini con depositati gli aiuti. Ciò che sta accadendo dall’1 marzo, dopo che Erdogan ha “riaperto il rubinetto” dei rifugiati non è più sotto il controllo nemmeno della polizia greca.

Fuori dal campo di Moria, a Lesbo, migranti, volontari e giornalisti sono sotto scacco dei gruppi di estrema destra che hanno organizzato veri e propri checkpoint: se non sei greco vieni aggredito con bastoni, ti viene sequestrato e distrutto ogni tuo avere, che sia una telecamera o un paio di scarpe, e non puoi accedere al campo né in altre zone. Non puoi nemmeno scappare via mare, perché la guardia costiera greca presidia le coste e adotta manovre di allontanamento spregiudicate, in grado di di ribaltare qualsiasi gommone. Sono morte già due persone: un bambino di 4 anni, annegato dopo che il gommone in cui viaggiava con i genitori si è capovolto, e un ragazzo di 22 anni, Mohammed El Arab, scappato da Aleppo, di Aleppo, prima tramortito poi ucciso da una pallottola di gomma sparata dalla polizia. 

I bambini dei Centri profughi tentano il suicidio

I migranti paradossalmente più al sicuro sono quelli che si trovano dentro il centro profughi: quel centro profughi, dove, solo da febbraio a giugno del 2018, le équipe di Medici Senza Frontiere avevano osservato che quasi un quarto dei bambini (18 su 74) aveva praticato autolesionismo, tentato il suicidio, pensato di togliersi la vita. A Lesbo la pressoché totalità dei bambini soffre di mutismo selettivo, attacchi di panico, ansia, scatti d’ira e incubi costanti. Una situazione destinata a collassare: tra domenica e ieri nelle tre isole greche di Lesbo, Samos e Chios sono arrivate 1.200 persone, e prima di questa nuova ondata, solo a Moria, a fronte di una capienza complessiva di 3mila posti, si accalcavano 22mila migranti. 

I miliardi alla Turchia

Intanto nella scacchiera geopolitica vanno in scena le solite mosse di gioco: il Presidente della Turchia prima richiede altri miliardi all’Europa, poi, per risultare sufficientemente convincente, aumenta il numero dei profughi nella Siria del Nord compiendo rappresaglie a pretesto degli attacchi che le forze curde, aiutate dalla Russia, compiono alle milizie turche. Da ultimo apre la strada verso l’Europa ai rifugiati. Una coreografia ben studiata in ogni passo, che finora è valsa miliardi alla Turchia.

Una coreografia che è iniziata nel 2002 con il Turkey-Pre-Accession Instrument che tra il 2002 e il 2006 ha garantito alla Turchia fondi per 1,3 miliardi, presto triplicati: 4,8 miliardi tra il 2007 e il 2013, 4,5 tra il 2014 e il 2020.  Nel 2016, in particolare, era stato stanziato un pacchetto da 3 miliardi finalizzato al solo scopo di contenere il flusso dei profughi. Profughi provenienti dai territori colpiti dalla stessa Turchia.

Tra il 2002 e il 2020 Ankara ha incassato e complessivamente incasserà dalla Ue qualcosa come una quindicina di miliardi. Soldi stanziati, inizialmente, per aiutare la Turchia ad avvicinarsi agli ideali politici dell’UE. I contributi elargiti dall’Europa formalmente hanno l’obiettivo di “rafforzare la democrazia”. L’adozione di corridoi umanitari da parte dell’Europa non è più rimandabile, tanto più che dalla Grecia il caos si espanderà nei Balcani, sarà sempre più incalzante. Anche in previsione di questo, l’Europa doveva rafforzarsi su quel fianco, anche perciò non doveva rinviare i negoziati di ammissione con Macedonia del Nord e Albania, finora appannaggio esclusivo degli Stati Uniti, che a loro volta hanno passato la palla alla Turchia.

L’Europa è viva

A ricordarglielo sono proprio quelle persone che finora ha respinto. Lo ripetiamo: finché ci saranno persone disposte a rischiare la vita per venire in Europa, significa che questo vecchio continente ha l’artrosi, ma non è morto. Se lo ricordi, e agisca di conseguenza.

Leggi anche:
Turchia: il biasimo internazionale potrà fermare Erdogan?
L’intollerabile infamia contro i curdi

(Foto via Unicef)

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Cannabis, negli Usa aumenta il consumo da parte degli over65

People For Planet - Mar, 03/03/2020 - 13:24

Negli Stati Uniti è in crescita il consumo di cannabis tra le persone con più di 65 anni di età. Il dato arriva da uno studio pubblicato sulla rivista Jama Internal Medicine da cui emerge che in dieci anni il consumo di cannabis nella popolazione di questa fascia di età è salito dallo 0,4% nel 2006-2007 al 2,9% nel 2015-2016, aumentando di ben sette volte. Gli incrementi maggiori sono stati registrati tra le donne, tra le persone più istruite e tra i soggetti con il reddito più alto. 

Legalizzazione per uso ricreativo e medico

Ad oggi sono undici gli Stati americani che, insieme con il District of Columbia, hanno legalizzato la cannabis per uso ricreativo, mentre altri 33 Stati hanno legalizzato quella medica. “Con la legalizzazione della cannabis in molti Stati per scopi medici e/o ricreativi, c’è un crescente interesse nell’uso della cannabis per trattare una varietà di condizioni di salute a lungo termine e sintomi comuni tra gli adulti più anziani“, hanno scritto gli autori dello studio. Che spiegano che, alla luce di questi risultati, sarà importante in futuro continuare a monitorare il consumo di cannabis da parte delle persone appartenenti a questa fascia di età e, allo stesso tempo, sensibilizzare e informare su quelle che possono essere le conseguenze sulla loro salute dovute all’uso di cannabis.   

Leggi anche: Cannabis “legale” e “terapeutica”: facciamo chiarezza Canapa light, ecco come è nato il fenomeno dell’erba che non “sballa”

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“Non è cristiano chi non aiuta gli altri”

People For Planet - Mar, 03/03/2020 - 09:40

Io credo, noi crediamo, questo il titolo del nuovo libro di Papa Francesco che raccoglie le conversazioni con Don Marco Pozza trasmesse da TV2000.

“Quando vedo cristiani troppo puliti che hanno tutte le verità, l’ortodossia, la dottrina vera, e sono incapaci di sporcarsi le mani per aiutare qualcuno a sollevarsi: quando vedo questi cristiani io dico: ma voi non siete cristiani, siete teisti con acqua benedetta cristiana, ancora non siete arrivati al cristianesimo“.

Don Marco Pozza è il cappellano del carcere di Padova che aveva già intervistato il Papa sul Padre Nostro e sull’Ave Maria. Il Papa ripercorre il Credo per spiegare il senso di una fede che non è un’ideologia avulsa dalla realtà. “Il nostro comandamento principale è l’amore“.

In questi giorni ci sembra un messaggio importante.

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Cristianesimo a targhe alterne, dal Vangelo secondo Matteo Salvini

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Il reggiseno d’emergenza che salva te e chi vuoi tu

People For Planet - Mar, 03/03/2020 - 09:03

Ci abbiamo riso tanti anni fa, adesso potremmo valutare di acquistarlo anche a epidemia terminata: le sue applicazioni sono infatti davvero molte.

Ideato ai tempi di Chernobyl

Il reggiseno che si trasforma in due mascherine – vincitore del premio Ig Nobel 2009 per la salute pubblica, la classifica semiseria dei peggiori riconoscimenti scientifici – è il frutto del lavoro di Elena N. Bodnar, presidentessa del Trauma Risk Management Research Institute, che ebbe l’idea quando lavorava come medico in Ucraina durante l’incidente nucleare di Chernobyl.

Contro epidemie, incendi e molto altro

Il sito web del reggiseno sottolinea che le coppe rosse possono impedirti di respirare particelle nocive nell’aria come molte persone hanno fatto dopo l’11 settembre, può proteggerti da molte catastrofi: epidemie come l’influenza aviaria, o l’attuale epidemia di Coronavirus, un qualsiasi incendio o una tempesta di sabbia, un attacco terroristico biologico o, appunto, un disastro nucleare. Come è facile intuire, l’idea può salvare chi la indossa e anche un’altra persona. Disponibile a 29,99 dollari, la maschera si sgancia e si divide in due, con le bretelle che diventano velocemente i lacci con cui fissarlo dietro la testa.

Se invece siete tipi che non si spaventano facilmente, vi sarà comunque utile leggere le pillole antipanico per l’emergenza in corso, stilate dall’Iss.

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Libero mercato dell’energia: guida pratica per scegliere l’operatore più conveniente

People For Planet - Mar, 03/03/2020 - 07:00

Libero mercato: è lo slogan di questi ultimi due decenni, anche e specialmente per l’energia e come ultimo step lo si vuole introdurre anche per i privati e le famiglie, oltre che per le industrie per le quali esiste già da tempo. Anzi, la possibilità di aderire al libero mercato per le famiglie esiste già da alcuni anni, ma sono poche ad aver accolto questa opzione. Tra poco tutti, volenti o nolenti dovremo sbarcare al libero mercato perché quello tutelato, ossia quello dove l’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente (ARERA) impone i prezzi ogni tre mesi, sparirà. Il termine, che è già stato prorogato più volte, è il 1° gennaio 2022. E da allora si sarà tutti nel libero mercato, compresi coloro che non avranno effettuato alcuna scelta tra i molti operatori attivi già da alcuni anni e che ci tempestano di telefonate al limite della correttezza. Alcuni giungono ad affermare, cosa falsa, che in mancanza di una scelta sarà interrotta la fornitura di luce o gas. Ed è falso. Gli utenti che al 1° gennaio 2022 non avessero operato una scelta passeranno al Servizio di Salvaguardia, che però oggi ha molti aspetti ancora da chiarire. Quindi abbiamo tutto il tempo per esaminare per bene le proposte che ci arrivano, oppure usare un comparatore on line delle offerte: quello che offre il migliore ventaglio di proposte è quello dell’Arera che è pubblico e indipendente e si trova qui. L’Autorità ha aperto anche un numero verde che risponde al numero 800 166 654.

Armarsi in tempo

Nel frattempo visto che la scadenza è stata prorogata di ben un anno e mezzo, a dicembre era fissata all’1 luglio 2020, cosa possiamo fare? Prima di tutto esercitarci a cambiare fornitore. Già perché nell’accaparrarsi clienti le varie aziende fanno offerte non banali, a patto che le si sappia leggere. La prima cosa da fare è armarsi di bolletta della luce e verificare i propri consumi annui in termini di kilowattora e come questi sono distribuiti nelle varie fasce orarie che sono tre: F1, F2,F3. Si tratta di elementi essenziali ma non scontati. È stato verificato, infatti, che dei 18 milioni di famiglie allacciate alla corrente elettrica con il mercato tutelato, il 70% non conosce questi dati. Teniamo conto che il consumo medio elettrico delle famiglie italiane è di 2.700 kWh ogni anno, che sono in media ripartiti in 891 kWh in fascia F1 – quella più cara – e 1.809 kWh nelle fasce F2-F3 che sono quelle notturne e festive meno costose. E sulla cui convenienza torneremo tra poco.

Un PLACET capibile

Dopodiché scegliamo l’offerta PLACET (Prezzo Libero A Condizioni Equiparate di Tutela) che deve essere offerta per legge da ogni operatore è che è stata imposta per offrire una griglia di confronto accessibile agli umani, visto che la fantasia delle imprese distributrici dell’energia non conosce limiti nel complicare il quadro di riferimento. Pensate che anche un solo centesimo di euro per kWh di differenza significano 27 euro in più o in meno l’anno, ragione per la quale il passaggio da 8 C€/kWh a 3,5 C€/kWh per la sola componente energia significa un risparmio di 121,5 euro l’anno. Il comparatore di Arera in ciò ci aiuta, ma attenzione perché quando si va sul vero mercato libero, magari a tariffa variabile e non fissa, le cose potrebbero variare e anche di parecchio.

Quando apriamo la tendina dei costi della componente energia dell’offerta PLACET nel comparatore potremmo farci prendere dallo sconforto. La voci che compongono questo prezzo, infatti, sono parecchie e dalle sigle più oscure, al punto che persino un mago dei fogli di calcolo potrebbe essere indotto nell’errore. Ma una semplificazione è possibile. Armati della vostra fedele calcolatrice – che sarà l’indispensabile compagna assieme al blocchetto degli appunti nel vostro viaggio nel libero mercato dell’energia – prendete la cifra complessiva della materia energia, nel nostro caso, per un noto operatore della Capitale, di 233,13 euro l’anno, dividetela per il vostro consumo annuo di kWh ed ecco il prezzo del vostro kWh che nel nostro caso – con 2.700 kWh di consumo annuo – è di 0,08634444444 euro. Tradotto: 8,63 centesimi di euro a kWh. Fermarsi al secondo decimale basta e avanza. Ripetete l’operazione per diversi fornitori, magari privilegiando chi fornisce energia 100% rinnovabile (cosa per la quale conviene spendere un poco di più) e avrete il panorama delle offerte più convenienti.

Questione di scelte

E ora passiamo alle altre scelte. La selezione tra tariffa fissa (ossia fissata per 12 mesi) oppure variabile ogni tre mesi dipende dalla vostra propensione al rischio. La seconda è di solito un poco più bassa, ma potrebbe impennarsi per i capricci del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, oppure per un incidente a un metanodotto che rifornisce l’Italia, visto che dipendiamo per il 60% dal metano fossile per la produzione d’energia, mentre la seconda è un poco più cara ma “garantisce” che nell’arco dell’anno non ci siano variazioni, che però possono arrivare a fine anno tutte assieme.

Scelta più complicata e la scelta tra tariffa monoraria o bioraria. La seconda può convenire ma è molto raro. Sul mercato di maggior tutela la differenza è minima, meno di 1 C€/kWh, su quello libero possiamo trovare una differenza tra le due fasce da 1 C€/kWh fino a 3 C€/kWh tra F1 e F2-3, ma di solito la differenza è di 1 C€/kWh. Attenzione però: il confronto dobbiamo farlo con il costo del KW mono orario il cui prezzo è di solito tra i 5 e i 6 C€/kWh. Per cui una tariffa dove la forbice è tra 2 e 3 C€/kWh diventa conveniente se si sceglie quella più bassa per oltre il 60% dei consumi. Oltretutto questa forbice spesso è spostata verso i prezzi alti di mercato tra le varie compagnie che forniscono energia. Abbiamo fatto una simulazione prendendo il consumo medio di una famiglia italiana, che è di 2.700 kWh, e prendendo l’offerta con il maggior differenziale. Ebbene, se riusciamo a spostare 1.600 kWh (il 60%) nella fascia di minor prezzo paghiamo in totale 531 euro l’anno; se li spostiamo tutti, cosa che è impossibile, andiamo a 499 euro l’anno; se li consumiamo tutti in fascia F1 schizziamo a 580 euro l’anno. Con la mono oraria siamo a 540 euro l’anno più o meno fissi a seconda del contratto. A nostro giudizio a meno che non abbiate consumi enormi, senza il condizionamento estivo – che si usa solo di giorno – e non siate degli insonni cronici che fanno tutti i lavori domestici la notte la tariffa monoraria vi semplificherà la vita anche perché nella valutazione delle varie offerte questa è una variabile che complica non poco i calcoli. Calcoli che però vi terranno allenati perché alla scadenza di ogni contratto – che può essere di 12, 24 o 36 mesi – vi toccherà assolutamente tirare fuori dal cassetto l’amica calcolatrice e l’amico taccuino per rifare tutto da capo alle condizioni variate. Perché c’è da scommettere che gli operatori, passata la prima fase d’acquisizione dei clienti a colpi di sconti e offerte, passeranno all’incasso.

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Eschilo

Gela Le Radici del Futuro - Lun, 03/02/2020 - 15:49

Eschilo nacque ad Eleusi nel 525 a.C, città a 20 km da Atene.

Partecipò alle guerre persiane, fu attore, musicista ma soprattutto un grande tragediografo.

Eschilo è da sempre considerato il padre della tragedia greca che apportò molte innovazioni e modifiche nella rappresentazione delle tragedie oltre che nella loro composizione.

Tra le mutazioni apportate allo schema della tragedia, si sottolineano l’introduzione del secondo attore, il dialogo e infine i componenti del coro greco, vengono diminuiti a dodici .

Anche la lingua dell’epoca assume un nuovo tono.

Attraverso le sue tragedie, Eschilo interpreta il mondo che lo circonda e i suoi contemporanei con i loro dubbi, aspirazioni, passioni, riflessioni e problematiche.

Tema costante è dunque il rapporto tra l’uomo, essere razionale e responsabile, e le divinità che rappresentano il fato. Così ,l’uomo  sembra essere fautore del proprio destino e libero nelle sue azioni e scelte, mentre a volte è assoggettato a una forza superiore  per cui l’uomo è una pedina nelle mani degli dei.

Sono proprio le divinità, secondo la visione religiosa del tragediografo, che alla fine fanno trionfare la giustizia nel mondo.

La principale opera mai scritta è l’Orestea: una trilogia composta dall’ Agamennone, Coefore ed Eumenidi. Un’ opera che ci è giunta per intero.

Delle circa novanta opere da lui scritte, solo sette ci sono pervenute, e non tutte complete.

Dopo le vittorie contro i Persiani, contrariato dagli sviluppi politici, Eschilo si trasferì a Gela, dove morì  nel 456 a.C, perché, cosi’ come narra la leggenda,fu colpito da una testuggine lanciata in volo da un’aquila che scambiò la testa pelata di Eschilo per una roccia.

L'articolo Eschilo proviene da Gela Le radici del Futuro.

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Il monologo di Andrea Pennacchi: “Pensavo meglio quest’autonomia”

People For Planet - Lun, 03/02/2020 - 15:15

Andrea Pennacchi nel suo personaggio “Il Pojana“. Da Propaganda Live del 28 febbraio 2020.

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Parebere: il forum mondiale della gastronomia al femminile

People For Planet - Lun, 03/02/2020 - 15:00

Poco più di 200 donne (dovevano essere il doppio ma il coronavirus ha fatto i suoi danni) si sono incontrate ieri 1 marzo a Istanbul per Parebere, forum mondiale della gastronomia al femminile dedicato alla Marchesa de Parabere, una sorta di Artusi spagnola.

«Lei in realtà si chiamava Maria de Echague, madre di otto figli e proprietaria di due ristoranti tra Bilbao e Madrid nei primi anni del Franchismo. A quel tempo, solo alle aristocratiche era permesso scrivere libri o sui giornali. Così Maria si trasformò nella Marchesa de Parabere» racconta Maria Canabal, ideatrice del Forum, giornalista, figlia di diplomatici, spagnola di nascita e parigina d’adozione, che ha vissuto in una quindicina di nazioni e parla correntemente cinque lingue.

Una sorta di #metoo del cibo che ogni anno vede cuoche e sociologhe, designer e scienziate, contadine e docenti universitarie confrontarsi su un tema.

Il futuro del cibo

Questa edizione, la sesta è dedicata al futuro del cibo e vede testimoni come Sibel Kutlusoy, designer turca che ha fatto della bio-creatività il suo lavoro e tra bellissimi cucchiai fatti con l’amido di patata ed etichette del vino con le bucce d’uva dichiara che per il cibo serve: innovazione, utilità, estetica, onestà, durata, sostenibilità.  

Domenica è intervenuta al forum Corinna Hawkes, docente di normativa alimentare alla City University di Londra e consulente del sindaco Sadiq Aman Khan per il programma di lotta all’obesità infantile. Ha dimostrato dati alla mano che l’agricoltura sostenibile passa dai contadini con piccole e medie aziende, che la ricerca più efficace sa cogliere le sfide sociali e che l’educazione alimentare abbatte i costi sanitari legati alla cattiva nutrizione.

C’era anche Claude Roden, esperta di cucina mediorientale, nata in Egitto e cresciuta a Londra, che ha fatto innamorare del cibo gli spettatori della BBC raccontando la cultura degli ingredienti e l’intreccio tra la storia dei popoli e l’evoluzione della cucina.

La mission? Fare rete

Un po’ di tutto insomma: cuoche e scienziate, ingegneri e contadine, antropologhe e agronome che si raccontano. Laboratori dove confrontarsi e imparare e soprattutto fare rete: «Quando ci siamo trovate a Bilbao per il primo incontro» racconta Maria Canabal «Eravamo duecento donne di trenta Paesi. Sembra incredibile, ma professioniste geograficamente vicine non si conoscevano, colombiane e cilene, messicane e americane… Normale, visto che le donne non erano considerate parte del circuito dell’alta gastronomia! Il primo passo è stata la rete. Hanno capito che non erano sole. È stato molto importante: non si può immaginare la quantità di progetti, amicizia, collaborazione scaturiti da quel primo Parabere. L’anno dopo nasce il Parabere Forum, associazione senza fini di lucro con tre obbiettivi: diversità, uguaglianza, parità di genere. E tre sono anche gli ingredienti dell’empowering women in cucina: informazione, insegnamento e modelli di ruolo».

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Se l’impiego è precario, lo diventa anche la salute emotiva

People For Planet - Lun, 03/02/2020 - 13:36

Se il lavoro è precario, diventa precaria anche la salute emotiva. E diminuiscono la gradevolezza e la coscienziosità del lavoratore. È questa la conclusione a cui è giunto uno studio pubblicato sul Journal of Applied Psychology da un gruppo di ricercatori della Rmit University’s School of Management di Melbourne, in Australia.

Se la precarietà si protrae

A fare la differenza per la stabilità emotiva del lavoratore che ha un impiego precario è il protrarsi della precarietà stessa, spiega Lena Wang, coautrice dalla ricerca. Se da una parte, infatti, “l’insicurezza lavorativa potrebbe aumentare la produttività perché porta i lavoratori a impegnarsi di più per tenersi stretto il posto di lavoro”, lo stesso non accade quando la situazione di precarietà lavorativa si protrae per lungo tempo: in questo caso subentra un senso di incertezza cronica che porta il lavoratore, ad esempio, a ridurre lo sforzo di instaurare relazioni profonde con i colleghi.

Lo stress aumenta, la produttività diminuisce

Lo studio ha utilizzato dati rappresentativi a livello nazionale tratti da un’indagine condotta sulle famiglie, sul reddito e sul lavoro in Australia (HILDA) estrapolando i dati relativi a 1046 lavoratori. I numeri raccolti hanno messo in evidenza che se l’incertezza lavorativa si protrae comporta un’influenza negativa sulla stabilità emotiva, sulla gradevolezza e sulla coscienziosità del lavoratore, riducendo di conseguenza le capacità di andare d’accordo con i colleghi, di far fronte alle situazioni stressanti e di perseguire gli obiettivi prefissati.

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Usa, +53% morti in strada ed è colpa dei suv

People For Planet - Lun, 03/02/2020 - 12:25

Negli Stati Uniti, dal 2009 al 2018, il numero di vittime pedonali è aumentato del 53% (da 4.109 morti nel 2009 a 6.283 morti nel 2018). In parallelo, i decessi di pedoni in relazione al totale dei decessi per incidenti automobilistici sono aumentati dal 12% del 2009 al 17% del 2018. L’ultima volta che i pedoni hanno rappresentato il 17% dei decessi per traffico totale negli Stati Uniti è stato di oltre 35 anni fa, nel 1982. Lo dicono i dati dell’Associazione governativa americana per la sicurezza stradale, GHSA, che ha appena pubblicato il suo rapporto annuale sugli incidenti mortali nel traffico pedonale. Simile la situazione nel nostro Paese, dove c’è un morto ogni 14 ore: in crescita del 7,4% rispetto anche a soli due anni fa.

Suv, il primo problema

Quest’anno l’andamento si rafforza oltreoceano, e già segna un +5% rispetto al 2018. La causa? La diffusione di suv e pick up, spiega GHSA, responsabili del forte incremento, assieme alla cattiva progettazione stradale e alla distrazione alla guida. Non a caso, nel mondo, vive e prospera un movimento che condanna la scelta di questo tipo di veicoli, specialmente nelle città. Mentre la scienza ha più volte specificato che è troppo spesso la stupidità, a guidare la scelta di acquisto di questi mezzi.

In 10 anni – spiegano gli esperti – il numero di vittime che coinvolgono SUV è aumentato dell’81 percento, mentre il tasso di aumento che ha coinvolto automobili è aumentato del 53%. Perché succede? I pedoni colpiti da un SUV di grandi dimensioni hanno il doppio delle probabilità di morire rispetto a quelli colpiti da un’auto, per via della forma delle dimensioni e del peso di questi veicoli.

Il telefono, secondo imputato

A seguire, resta alto il pericolo legato all’uso del cellulare: negli ultimi dieci anni l’uso degli smartphone è aumentato del 400 per cento e il consumo di dati wireless del 7000 per cento. Molti incidenti avvengono durante la scrittura di messaggi di testo o conversazioni telefoniche, precisa l’organizzazione.

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CuoreBasilicata COTTO&LUCANO: la Rafanata

People For Planet - Lun, 03/02/2020 - 10:29
INGREDIENTI

6 uova
6 cucchiai di rafano grattugiato
4 cucchiai di pane raffermo sbriciolato
3 cucchiai di formaggio pecorino grattugiato
olio extravergine di oliva (in alternativa strutto) q.b.
sale q.b.

PREPARAZIONE

Decorticate il rafano e grattugiatelo in una ciotola.

A parte sbattete le uova.

Amalgamate alle uova il pane raffermo sbriciolato, il formaggio pecorino, il rafano grattugiato, un filo d’olio EVO e un pizzico di sale.

Ungete una terrina con dell’olio o in alternativa con dello strutto. Versatevi il composto (lo spessore della “frittata” dovrà essere di almeno 2 cm).

Infornate per 10-15 minuti: la rafanata sarà pronta quando avrà assunto una colorazione dorata.

CURIOSITÀ

Il termine “rafanata” deriva dal suo ingrediente principale, il rafano, una radice fortemente aromatica e balsamica. Nel potentino è definito ancora oggi “u tartuf’ d’i povr’ òmm” ovvero “il tartufo dei poveri”.
In alcune varianti vengono aggiunte patate e diverse tipologie di salumi locali.

Fonte: CuoreBasilicata.it

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Contro l’inquinamento mezzi pubblici gratis

People For Planet - Lun, 03/02/2020 - 10:27

Il problema del Lussemburgo? Il traffico (cit.) Sembra una boutade ma è la tragica realtà del piccolo granducato europeo. La mobilità del Paese è un vero problema specie per il pendolarismo di chi lavora nel Lussemburgo e arriva dai Paesi vicini come Belgio, Francia e Germania.

Come risolvere il problema degli ingorghi? Semplicemente rendendo gratis i trasporti pubblici, rimarranno a pagamento solo il biglietto del treno di prima classe e i biglietti internazionali.

Investimenti a raffica per viaggiare meglio

Il costo totale dell’operazione per lo Stato è di 500 milioni di euro all’anno, con un risparmio stimato a famiglia di circa 100 euro l’anno.  

«Saremo un laboratorio per la mobilità del 21esimo secolo» ha dichiarato il portavoce del Governo lussemburghese.

E se non basta si prevedono ingenti investimenti per migliorare la rete ferroviaria: 3,2 miliardi di euro fino al 2027 (erano già stati stanziati 2,8 miliardi di euro tra il 2008 e il 2019) per aumentare la capacità della rete ferroviaria, raddoppiare il numero di posti nei parcheggi, adattare le linee di autobus, fornire informazioni in tempo reale ai viaggiatori, raddoppiare il numero di punti di ricarica per i veicoli elettrici, migliorare le piste ciclabili, estendere la rete tranviaria e utilizzare una terza corsia sulle autostrade, dedicata al carsharing.

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Foto di David Mark da Pixabay 


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Storia di un uomo che ha trovato un rimedio per la sua malattia

People For Planet - Lun, 03/02/2020 - 07:00

Questa è la storia di un giovane studente di medicina, David Fajgenbaum, che dopo essere quasi morto cinque volte in quattro anni ha trovato un farmaco, ideato per una condizione medica completamente diversa dalla sua, in grado di curarlo.

Oggi David Fajgenbaum ha 34 anni ed è docente di medicina all’Università della Pennsylvania. Nel 2010 stava per morire a causa di una malattia rara: curato con la chemioterapia, ha avuto nei tre anni successivi 4 ricadute quasi fatali. Quando tutto sembrava ormai perduto e le opzioni terapeutiche erano state tutte tentate ma senza risultati, è stato in grado di trovarsi la cura da solo. Ora ha 34 anni, si è sposato, ha avuto una bimba e a oggi sono 73 mesi, vale a dire 6 anni e un mese, che vive senza alcuna ricaduta. La soluzione l’ha trovata lui stesso in un farmaco già esistente, ideato per il trattamento di una patologia che non ha nulla a che fare con la sua. Assunto “off-label“, ovvero per fini terapeutici non previsti dal foglietto illustrativo, il farmaco gli consente di vivere una vita praticamente normale.

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La storia di David

Nel 2010 David era uno studente universitario al terzo anno di medicina. Un giorno, in modo del tutto inaspettato: «ho iniziato a sentirmi più stanco del solito. Ho iniziato a notare dolore addominale e poi accumulo di liquidi nelle gambe» racconta su una pagina del portale dell’AAMC, l’Association of American Medical Colleges, associazione no profit fondata nel 1876 e dedicata alla trasformazione dell’assistenza sanitaria attraverso l’innovazione nell’educazione medica, l’assistenza ai pazienti all’avanguardia e la ricerca medica avanzata. «Sapevo che qualcosa non andava. Non sapevo cosa, ma sospettavo potesse essere qualcosa di serio». Al pronto soccorso gli dissero che fegato, reni e midollo osseo stavano collassando senza motivo apparente. Venne ricoverato. Dopo 11 settimane era in terapia intensiva e le sue condizioni di salute continuavano a peggiorare. La diagnosi infine arrivò: era affetto da un raro e aggressivo disturbo del sistema immunitario, la malattia idiopatica multicentrica di Castleman (iMCD, da “idiopathic multicentric Castleman disease”).

La malattia idiopatica multicentrica di Castleman

La malattia idiopatica multicentrica di Castleman è la forma più severa della malattia di Castelman. Viene diagnosticata in circa 5000 nuovi pazienti negli Stati Uniti ogni anno, all’incirca lo stesso numero della sclerosi laterale amiotrofica (Sla). A metà tra un linfoma e una malattia autoimmune, si manifesta con una iper-attivazione del sistema immunitario che interrompe la funzione degli organi vitali senza motivo noto. Circa un terzo dei pazienti muore entro cinque anni dalla diagnosi e un altro terzo muore entro 10 anni. Insieme ad altre 7000 patologie che colpiscono circa 30 milioni di americani l’iMCD è classificata tra le malattie rare. Di queste, il 95% non ha alcuna terapia approvata dalla Fda, la Food and drug adiministration, l’ente governativo statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici.

Appena formulata la diagnosi i medici somministrarono a David una chemioterapia nel tentativo di tenerlo in vita. «Fortunatamente – racconta – la chemioterapia iniziò appena in tempo per salvarmi la vita. Sfortunatamente, però, non risolse il mio problema, e nei tre anni successivi ho purtroppo avuto quattro ricadute molto pericolose, quasi mortali».

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La costituzione del network per la Castleman disease

Al momento della diagnosi di David, per l’iMCD non c’erano cure approvate dalla Fda, nessun criterio diagnostico, nessuna linea guida per l’applicazione di eventuali trattamenti e la ricerca era sostanzialmente ferma. Il problema delle malattie rare è che spesso sono poco conosciute e poco studiate perché i pazienti che ne soffrono sono in numero limitato e le case farmaceutiche non investono nella ricerca. La svolta per David arriva con l’idea di creare un network all’interno del quale tutte le strutture sanitarie aderenti potessero mettere a disposizione delle altre le proprie conoscenze sulla malattia di Castleman, e allo stesso tempo potessero consultare le informazioni inserite dagli altri partecipanti al network, accrescendo notevolmente la mole di dati disponibili per fare ricerca. E così nel 2012 David Fajgenbaum insieme con il medico che lo aveva in cura fondarono il Castleman Disease Collaborative Network (CDCN): una comunità di oltre 400 tra medici, ricercatori, pazienti e parenti di questi ultimi. «Abbiamo quindi reclutato i miei vecchi compagni di università e i migliori ricercatori per eseguire studi ad alta priorità, raccogliere fondi e procurarsi i giusti campioni su cui fare ricerca. E parallelamente ho iniziato a condurre ricerche di laboratorio e cliniche sull’iMCD, lavorando principalmente sui campioni di sangue e tessuto a cui era più facile accedere: i miei».

L’ultima ricaduta

Nel 2013 David ebbe la sua ultima ricaduta. In quell’occasione già estremamente complessa la cosa peggiore, nonostante la realizzazione del Castleman Network, fu comprendere che non erano state individuate ancora opzioni terapeutiche per trattare la sua condizione e che le medicine che gli stavano somministrando, come già accaduto nelle precedenti ricadute, lo avrebbero salvato dalla morte ancora una volta nel breve termine ma non gli avrebbero evitato una nuova riacutizzazione della malattia che, con ogni probabilità, sarebbe avvenuta prima delle precedenti, lasciandogli meno tempo a disposizione per vivere la sua vita. Sapeva di aver bisogno di identificare un farmaco che potesse impedire il ritorno dell’iMCD: ma, poiché lo sviluppo di un nuovo farmaco approvato dalla Fda necessita mediamente di 10-15 anni di tempo e di oltre 1 miliardo di dollari, pensò che una via più breve e decisamente più fattibile per curare la sua condizione fosse quella di utilizzare uno tra i 1500 farmaci già approvati dalla Fda e in commercio. «Molte malattie, seppur diverse tra loro, condividono tipologie simili di cellule disfunzionali, geni, vie di segnalazione cellulari, ecc. Ho quindi pensato che alcuni dei farmaci già esistenti potessero teoricamente essere usati ‘off-label‘ per il trattamento di malattie senza altre opzioni, come l’iMCD».

Lo studio delle cartelle cliniche

David iniziò quindi uno studio approfondito delle migliaia di pagine delle sue stesse cartelle cliniche e dei dati degli esperimenti di laboratorio eseguiti da lui stesso sui suoi campioni di tessuto. «Avevo bisogno di identificare un tipo di cellula, un gene, una linea di comunicazione…insomma qualcosa che fosse disregolato e che potesse essere preso di mira con un farmaco già esistente, indipendentemente da quale fosse la malattia per la quale il farmaco era stato originariamente sviluppato».

Finalmente la scoperta

Dallo studio sui suoi stessi dati David riuscì a scoprire che le sue cellule T (cellule del sistema immunitario) risultavano attivate e una molecola del sistema immunitario chiamata VEGF era molto elevata. Ulteriori analisi rivelarono un potenziale legame tra questi due fattori: nel sangue di David sembrava infatti essere iperattiva una linea di comunicazione cellulare coinvolta sia nell’attivazione delle cellule T che nella produzione della molecole VEGF. «La parte migliore di questa scoperta fu comprendere che esiste un potente e sicuro inibitore di questo meccanismo, chiamato sirolimus, approvato per il trapianto di rene. Non era mai stato usato prima per l’iMCD e non c’erano garanzie che avrebbe funzionato, ma io e i miei medici decidemmo che lo avrei provato».

Sei anni e un mese senza ricadute

A oggi David può segnare 73 mesi dalla sua ultima ricaduta, un tempo nove volte più lungo delle sue remissioni medie prima di iniziare ad assumere il sirolimus. E oggi si gode il suo lavoro e la sua famiglia: nel 2013, prima dell’ultima ricaduta, si era fidanzato con Caitlin; dopo aver iniziato la cura con il sirolimus si sono sposati e nel 2018 hanno avuto una bimba, Amelia. Nel frattempo il sirolimus ha aiutato altri pazienti affetti da iMCD, David si è laureato in medicina e ha lanciato uno studio clinico su questo farmaco per studiarne l’efficacia in pazienti con la sua stessa malattia.

Un sistema di ricerca ripetibile

Oltre al fatto che David Fajgenbaum ha trovato una possibile cura per la malattia idiopatica multicentrica di Castleman, un’altra buona notizia è che i passaggi che sono stati utilizzati per questa scoperta sono ripetibili per tutte le malattie rare, dal momento che – come spiega lo stesso David – «abbiamo creato una rete collaborativa per raccogliere idee e suggerimenti per avere spunti per la nostra ricerca; abbiamo valorizzato i dati generati da ricerche già svolte per identificare potenziali nuovi target terapeutici per farmaci già esistenti; infine abbiamo testato questi farmaci per nuovi usi».

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Libri e cultura ai tempi del coronavirus

People For Planet - Dom, 03/01/2020 - 15:00

Marco Garavaglia, 30 anni, proprietario della Libreria indipendente Golem, ha preso il Covid-19 per le corna e inforcata la bicicletta consegna i libri a casa dei suoi clienti: «Bisogna fare di necessità virtù. La gente non esce? Io prendo la mia bici e unisco l’utile al dilettevole».

E pare non sia l’unico: stessa iniziativa anche da parte di alcuni librai a Venezia e a Milano.

Il libro più richiesto sembra sia L’amore ai tempi del colera di Gabriel Garcia Marquez…

Scherzi a parte, Garavaglia consiglia Gli Schifosi di Santiago Lorenzo un romanzo che racconta la storia di un uomo che si ritrova isolato in un paesino spagnolo: «È un libro che spiega molto bene la solitudine di questi giorni» spiega il libraio  «Poi essere lontano dai rimbombi di questo terrore non deve essere male».

La scuola è importante

È diventata virale la lettera di Domenico Squillace, preside del Liceo Volta di Milano ai suoi studenti.

«Le lezioni si tenevano anche durante la guerra» ha dichiarato a Repubblica: «Al massimo, quando arrivavano i bombardamenti, ragazzini e professori correvano nei rifugi. Per questo fa così impressione la decisione di chiudere le scuole in una Milano che sembra raccontata dalle pagine del Manzoni. Tra le righe sulla peste nei Promessi Sposi ho trovato similitudini con questi giorni di ansie sul coronavirus, la caccia al nemico: ieri gli alemanni oggi i cinesi. Così ho scritto ai miei ragazzi una mail di pensieri e consigli perché il sospetto non si trasformi in una caccia all’untore, perché non vedano nell’altro una minaccia. Perché il vero rischio di queste malattie invisibili se non si sta attenti è un imbarbarimento della vita sociale”.

Il testo della lettera agli studenti

AGLI STUDENTI DEL VOLTA

La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, come è noto; ed è noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò una buona parte d’Italia…..

Le parole appena citate sono quelle che aprono il capitolo 31 dei Promessi sposi, capitolo che insieme al successivo è interamente dedicato all’epidemia di peste che si abbatté su Milano nel 1630. Si tratta di un testo illuminante e di straordinaria modernità che vi consiglio di leggere con attenzione, specie in questi giorni così confusi. Dentro quelle pagine c’è già tutto, la certezza della pericolosità degli stranieri, lo scontro violento tra le autorità, la ricerca spasmodica del cosiddetto paziente zero, il disprezzo per gli esperti, la caccia agli untori, le voci incontrollate, i rimedi più assurdi, la razzia dei beni di prima necessità, l’emergenza sanitaria…. In quelle pagine vi imbatterete fra l’altro in nomi che sicuramente conoscete frequentando le strade intorno al nostro Liceo che, non dimentichiamolo, sorge al centro di quello che era il lazzaretto di Milano: Ludovico Settala, Alessandro Tadino, Felice Casati per citarne alcuni. Insomma più che dal romanzo del Manzoni quelle parole sembrano sbucate fuori dalle pagine di un giornale di oggi.

Cari ragazzi, niente di nuovo sotto il sole, mi verrebbe da dire, eppure la scuola chiusa mi impone di parlare. La nostra è una di quelle istituzioni che con i suoi ritmi ed i suoi riti segna lo scorrere del tempo e l’ordinato svolgersi del vivere civile, non a caso la chiusura forzata delle scuole è qualcosa cui le autorità ricorrono in casi rari e veramente eccezionali. Non sta a me valutare l’opportunità del provvedimento, non sono un esperto né fingo di esserlo, rispetto e mi fido delle autorità e ne osservo scrupolosamente le indicazioni, quello che voglio però dirvi è di mantenere il sangue freddo, di non lasciarvi trascinare dal delirio collettivo, di continuare – con le dovute precauzioni – a fare una vita normale. Approfittate di queste giornate per fare delle passeggiate, per leggere un buon libro, non c’è alcun motivo – se state bene – di restare chiusi in casa. Non c’è alcun motivo per prendere d’assalto i supermercati e le farmacie, le mascherine lasciatele a chi è malato, servono solo a loro. La velocità con cui una malattia può spostarsi da un capo all’altro del mondo è figlia del nostro tempo, non esistono muri che le possano fermare, secoli fa si spostavano ugualmente, solo un po’ più lentamente. Uno dei rischi più grandi in vicende del genere, ce lo insegnano Manzoni e forse ancor più Boccaccio, è l’avvelenamento della vita sociale, dei rapporti umani, l’imbarbarimento del vivere civile. L’istinto atavico quando ci si sente minacciati da un nemico invisibile è quello di vederlo ovunque, il pericolo è quello di guardare a ogni nostro simile come a una minaccia, come ad un potenziale aggressore. Rispetto alle epidemie del XIV e del XVII secolo noi abbiamo dalla nostra parte la medicina moderna, non è poco credetemi, i suoi progressi, le sue certezze, usiamo il pensiero razionale di cui è figlia per preservare il bene più prezioso che possediamo, il nostro tessuto sociale, la nostra umanità. Se non riusciremo a farlo la peste avrà vinto davvero.

Vi aspetto presto a scuola.
Domenico Squillace

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Foto di Tumisu da Pixabay

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