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Nuovo Coronavirus: Cnr, «il rischio è basso»

People For Planet - Lun, 02/24/2020 - 13:00

Fazio e D’Urso ieri in onda negli studi di Milano senza pubblico. Le autorità sanitarie invitano a non creare allarmismi e a rispettare il decalogo per prevenire il contagio. Mentre sul web c’è chi sdrammatizza

Il rischio di decesso in caso di contagio da nuovo Coronavirus è basso: per comprendere i casi che finora sono risultati fatali è importante conoscere le condizioni di salute delle vittime. A spiegarlo in un articolo è l’Istituto di genetica molecolare del Consiglio nazionale delle ricerche, secondo cui «dai dati epidemiologici oggi disponibili su decine di migliaia di casi, l’infezione causa sintomi lievi/moderati – ovvero una specie di  influenza – nell’80-90% dei casi». Certamente si è anche registrato che nel 10-15% può svilupparsi una polmonite, «il cui decorso è però benigno in assoluta maggioranza. Si calcola che solo il 4% dei pazienti richieda ricovero in terapia intensiva». Il rischio di gravi complicanze, purtroppo, esiste: aumenta con l’età e soprattutto sono più a rischio le persone sopra 65 anni e/o con patologie preesistenti o con deficit del sistema immunitario, allo stesso modo in cui – precisa il Cnr – sarebbero a rischio nel caso di una normale influenza

Sintomi perlopiù lievi

L’obiettivo non è certamente quello di sottovalutare il problema della diffusione delle infezioni da nuovo Coronavirus, ma di affrontarlo senza allarmismo e con consapevolezza. Anche il ministero della Salute sul suo portale precisa che «come altre malattie respiratorie, l’infezione da nuovo Coronavirus può causare sintomi lievi come raffreddore, mal di gola, tosse e febbre, oppure sintomi più severi quali polmonite e difficoltà respiratorie. Raramente può essere fatale. Le persone più suscettibili alle forme gravi sono gli anziani e quelle con malattie pre-esistenti, quali diabete e malattie cardiache».  

Bilancio in continua evoluzione

I numeri dei contagi dovuti al nuovo Coronavirus sono in crescita nel nostro Paese. Attualmente i bollettini parlano di un quarto morto in Italia, un uomo di 84 anni che soffriva di patologie pregresse. In Lombardia i casi di contagio sono arrivati a circa 150, in Veneto a poco meno di 30 e in Emilia Romagna sono stati registrati sette nuovi casi, ma i numeri sono in continua evoluzione: di conseguenza le regioni del Nord sono state messe in quarantena con stop alle lezioni in Piemonte, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige e Lombardia e funzioni religiose sospese in diversi comuni.

Tasso di fatalità per età

In base ai dati raccolti sui casi registrati fino a oggi, il Center for Disease Control and Prevention cinese (China CDC) afferma che le persone che rischiano maggiormente il decesso in caso di contagio sono quelle con più di 80 anni, mentre in generale sono stati registrati relativamente pochi casi tra i bambini. Ecco la tabella riassuntiva: è bene precisare che la percentuale indicata di seguito NON rappresenta la percentuale di decessi per fascia di età ma rappresenta, per una persona in una determinata fascia d’età, il rischio di morire se infetto dal nuovo Coronavirus.

AGE DEATH RATE* 80+ years old 14.8% 70-79 years old 8.0% 60-69 years old 3.6% 50-59 years old 1.3% 40-49 years old 0.4% 30-39 years old 0.2% 20-29 years old 0.2% 10-19 years old 0.2% 0-9 years old no fatalities

*Death Rate = (number of deaths / number of cases) = probability of dying if infected by the virus (%).

Il decalogo per evitare la diffusione del nuovo Coronavirus

Dal ministero della Salute arriva il decalogo per evitare la diffusione del nuovo Coronavirus (che si trasmette anche senza sintomi):

Cosa fare in caso di dubbio

Le autorità sanitarie ricordano che il cittadino che ritenga di avere avuto contatti con persone attualmente poste sotto sorveglianza o che provenissero dalla Cina, soprattutto se manifesta sintomi influenzali, dovrebbe segnalarlo al 112 o al 1500 per essere preso in carico dagli operatori specializzati. Il Cnr ribadisce che, al di fuori delle aree in cui si sono verificati i casi, si può continuare a condurre una vita normale seguendo le elementari norme di igiene, soprattutto lavandosi le mani se ha frequentato luoghi affollati, ed evitando di portarsi alla bocca o agli occhi le mani non  lavate.

Ieri sera a Milano in onda senza pubblico

Ieri sera in prima serata Barbara D’Urso su Mediaset e Fabio Fazio sulla Rai sono andati in onda senza pubblico. Sia “Live-Non è la D’Urso” che “Che tempo che fa” hanno gli studi nell’area milanese, ed entrambe le produzioni si sono quindi adeguate all’ordinanza della regione Lombardia che prevede «la sospensione di manifestazioni o iniziative di qualsiasi natura, di eventi e di ogni forma di riunione in luogo pubblico o privato, anche di carattere culturale, ludico, sportivo e religioso, anche se svolti in luoghi chiusi aperti al pubblico». Anche le Iene hanno annunciato che per la prima volta in 24 anni di storia del programma andranno in onda senza pubblico in studio nelle prossime puntate di martedì 25 e giovedì 27 febbraio.

E qualcuno sdrammatizza

E mentre in molti supermercati delle regioni colpite dal virus si vedono in queste ore scaffali di beni di prima necessità – dalla pasta alla carta igienica – presi d’assalto e svuotati, e code chilometriche alle casse per la paura di una possibile quarantena in arrivo, sul web c’è anche chi sdrammatizza:

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OMS, Amazon ha falsi prodotti anti-coronavirus

People For Planet - Lun, 02/24/2020 - 12:10

La psicosi indotta dal coronavirus ha arricchito molti siti di e-commerce come Amazon con prodotti medicinali, spray disinfettanti (come l’ipoclorito di sodio), ma anche elettrodomestici che sostengono di essere in grado di prevenire la diffusione del virus, o far guarire le persone già colpite, senza nessuna evidenza scientifica. In alcuni casi le truffe sono clamorose.

La richiesta dell’OMS ad Amazon

Amazon ha iniziato – su pressione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità – a rimuovere dal catalogo tutti i prodotti di questo tipo, chiaramente falsi ma capaci di illudere le persone più spaventate dall’epidemia in corso. Tuttavia una ricerca CNBC ha trovato diversi prodotti che sembravano violare queste regole, inclusi spray disinfettanti e detergenti che affermavano di “uccidere” il coronavirus. Da noi è lo stesso: cercando “coronavirus” oggi compaiono su Amazon lampade che promettono di uccidere il virus al prezzo di 1.300 euro.

Oppure si trovano le banali mascherine “da chirurgo”, normalmente reperibili a 1,5 euro, non solo a 26 euro, ma con l’esplicita – e falsa! – precisazione che siano in grado di prevenire la diffusione di coronavirus.

Quali mascherine invece funzionano?

Esistono mascherine che possono limitare il contagio, se usate bene: ma hanno caratteristiche del tutto particolari.

L’esempio dei social media

Insieme alle piattaforme di e-commerce, l’OMS ha anche chiesto alle aziende di social media di contenere le informazioni false. Secondo quanto riferito, Facebook, Twitter, Youtube e TikTok hanno concordato di reindirizzare gli utenti che cercano coronavirus sulle loro piattaforme all’OMS o alle organizzazioni sanitarie locali. Cosa che succede anche da noi se si cerca “coronavirus” nella lente ad esempio di Facebook:

“Penso che sarebbe davvero straordinario vedere questa emergenza trasformarsi in un modello sostenibile a lungo termine, in cui possiamo avere contenuti responsabili su queste piattaforme, per sempre”, ha detto alla CNBC, Andrew Pattison, responsabile delle soluzioni di business digitali per l’OMS.

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Che fine farà MPS nel Risiko bancario

People For Planet - Lun, 02/24/2020 - 12:00

La scalata del gruppo Intesa-San Paolo, primo istituto di credito del paese, su UBI Banca, terzo player italiano, deve preoccupare lo Stato italiano, principale azionista di Monte Paschi di Siena.

No, non è un gioco di parole per confondervi ancora di più.

Ma l’OPS lanciata dal gruppo presieduto da Carlo Messina apre lo scenario del risiko bancario più rivoluzionario degli ultimi 40 anni.

Quello che porterà alla disintegrazione delle banche malconce e probabilmente un ritorno al passato con qualche grande banca (anch’essa malconcia) in mano pubblica perché di “interesse nazionale”.

Proviamo a ragionare semplice

Se Intesa-San Paolo è interessata ad Ubi si chiude la porta di una probabile fusione tra il gruppo diretto da Victor Massiah e il Monte dei Paschi di Siena.

Se Unicredit ha avviato un piano di ridimensionamento della sua presenza nel nostro paese (6.000 dipendenti e 450 filiali), è chiaro che il suo orizzonte è oltre le Alpi.

Se BPER ha bisogno di un aumento di capitale da un miliardo di euro e deve acquistare circa 500 sportelli di UBI a due milioni di euro cadauno, non credo che abbia liquidità per altre operazioni e comunque la sua presenza sul territorio tricolore sarebbe già eccessiva.

Se il titolo del Banco BPM continua a perdere valore in borsa perché gli analisti vedono male una probabile fusione con MPS, allora ecco che l’AD, Giuseppe Castagna, ha ribadito che il gruppo, reduce da una fusione importante, andrà avanti con un piano stand-alone.

E quindi ?

Quindi il derelitto Monte dei Paschi di Siena ha due probabili destini: o diventa una banca di “interesse nazionale” con controllo pubblico oppure il Tesoro, spiazzato dall’OPS promossa da IntesaSanpaolo su UBI Banca, deve svenderla a un gruppo straniero.

E intanto sono scattate le vendite del titolo in borsa.

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Los Angeles vieta gli animali selvatici ai party dei vip

People For Planet - Lun, 02/24/2020 - 10:34

Martedì 18 febbraio il consiglio comunale di Los Angeles ha votato una nuova ordinanza che vieta l’utilizzo di animali esotici per finalità di divertimento e passatempo. Quindi niente più animali nei circhi – già vietati con una legge della California – e vietato anche il noleggio per le feste private di Hollywood.

«Abbiamo voluto stabilire che la città di Los Angeles considera una vergogna gli abusi sugli animali e non è più disposta a tollerarli – ha spiegato il consigliere David Ryu – Il tema degli animali esotici ha iniziato a interessarmi quattro anni fa, quando ho visto una baby giraffa e un elefante marciare verso le colline di Hollywood per un party in un’abitazione privata. Non succederà più».

«Consentire contatti diretti con gli animali selvatici – ha scritto Catherine Doyle, direttore scientifico di Paws – è disumano per gli animali e pericoloso per le persone. Oltretutto molti non sanno che gli animali utilizzati per queste attività sono spesso stati sottratti alle proprie madri già pochi giorni dopo la nascita, al fine di essere addestrati».

«Queste pratiche — ha sottolineato Rachel Matthews di Peta al Los Angeles Times — condannano gli animali a vite miserabili, sempre in catene, sempre in gabbie e rimorchi».

Regolamentati anche gli animali nei film

Per essere ancora più chiari, l’ordinanza prevede che gli animali selvatici siano previsti solo nei parchi zoologici che portino avanti attività di ricerca, divulgazione e conservazione e che non prevedano forme di spettacolo o di interazione diretta con il pubblico.

Per quanto riguarda l’utilizzo degli animali nei film bisognerà seguire rigide procedure che prevedono la massima tutela degli esemplari coinvolti con obblighi e certificazioni che garantiscano che non siano stati compiuti abusi o maltrattamenti. In tutti i casi dovrà essere primario il maggior benessere possibile per gli animali.  

Un barrito di felicità ha accompagnato la decisione del comune statunitense.

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Foto di Melanie van de Sande da Pixabay

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La ricette di Angela Labellarte: spaghetti alla Carbonara

People For Planet - Lun, 02/24/2020 - 09:00

Ingredienti per 4 persone

Spaghetti 400 gr
Formaggio Pecorino 5 cucchiai
Pancetta tesa tagliata sottile 8 fettine
Uova 4 intere + 2 tuorli
Sale q.b.
Pepe q.b.

Preparazione

Tagliate le fettine di pancetta in tre parti, disponetele in una teglia da forno e infornate tre minuti a 220 gradi. Così diventerà croccante. In una ciotola versate 4 uova intere e due tuorli, il pecorino, sale e pepe e mescolate bene. Cuocete gli spaghetti al dente avendo cura di conservare un po’ di acqua di cottura della pasta. Scolate e versate la pasta in una padella con la pancetta e il composto di uova e pecorino, aggiungete due cucchiai di acqua di cottura e saltate velocemente per amalgamare gli ingredienti. Impiattate gli spaghetti aggiungendo un po’ di pecorino e qualche fettina di pancetta dorata.

Questa è una delle tante versioni degli spaghetti alla carbonara, spero vi piaccia!

Ph: Angela Prati

Leggi qui tutte le ricette con la pasta

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Trasformare edifici abbandonati in serre verticali è possibile: ecco come

People For Planet - Lun, 02/24/2020 - 07:00

Capannoni, magazzini ed edifici abbandonati, oltre a molte case cantoniere, spesso costellano le periferie delle nostre città e soprattutto le zone industriali come (brutti) promemoria di progetti ormai naufragati e di strutture architettoniche non recuperate e destinate alla rovina. Un nuovo progetto promosso in Veneto dall’Enea (l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico) promette ora di riqualificare queste strutture ormai dismesse e abbandonate creando serre verticali a coltivazione idroponica, ovvero “fuori suolo”, in cui la terra viene sostituita da uno strato di materiale inerte (come argilla espansa, fibra di cocco, lana di roccia).

Sarà solo un tentativo per dare un senso alle strutture architettoniche abbandonate e di cui non si sa più che fare? Sembrerebbe proprio di no, dal momento che questa tipologia di serre garantisce una maggiore produzione di verdure con minimo consumo di acqua e senza uso di pesticidi. Insomma: non solo riutilizzare edifici e strutture ormai abbandonati, ma ricavarne una produzione di verdure senza pesticidi e con poco utilizzo di acqua. Il progetto, promosso dall’Enea, si chiama Ri-Genera, e vede tra i firmatari Coldiretti Padova, Parco Scientifico e Tecnologico Galileo, Advance Srl, Idromeccanica Lucchini Spa e Gentilinidue.

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Il sistema Arkeofarm

Il progetto si basa sul sistema “Arkeofarm”, creato dall’Enea in collaborazione con Idromeccanica Lucchini, e consiste in un impianto per coltivazioni orticole intensive sviluppato su più piani verticalmente. “Nella serra sono impiegate tecniche ‘fuori suolo’ avanzate in ambiente chiuso e climatizzato, con illuminazione artificiale integrale a led che può essere ad altissima automazione grazie a sistemi robotizzati per tutte le operazioni, dalla semina alla raccolta fino al confezionamento”, spiega la ricercatrice Enea Gabriella Funaro. All’interno le coltivazioni sono realizzate in scaffalature sovrapposte minimizzando gli spazi e eliminando i rischi e le incognite del clima e delle malattie che invece gravano in modo rilevante nell’agricoltura classica, quella “outdoor”. L’utilizzo delle luci a led che riproducono lo spettro solare accelerano la fotosintesi consentendo alle piante una rapida crescita con qualità organolettiche e nutritive ottimali.

Un nuovo elemento urbano

La serra verticale rappresenta un nuovo “elemento” urbano facilmente adattabile grazie alla possibilità di essere localizzata sia in edifici privi di particolari caratteristiche, sia in quelli completamente ciechi, sia in edifici storici o con vincoli architettonici perché permette di lasciare inalterato l’involucro entro cui viene inserito il sistema di coltivazione.

“Vertical farm” mobili

Presentato per la prima volta a Milano nel corso di Expo 2015, dalla collaborazione tra Enea e Idromeccanica Lucchini è nato anche un modello di “vertical farm” mobile per la coltivazione di prodotti ortofrutticoli in verticale e anche in questo caso fuori suolo, all’interno di container. «Anche in questo caso non vengono utilizzati insetticidi e l’ambiente è illuminato con luce a led, mentre irrigazione e condizionamento dell’aria sono gestiti da un software», continua Funaro.

Riqualificare aree degradate

Sia le serre verticali collocate negli edifici in disuso che le “vertical farm” nei container possono essere utilizzati per riqualificare aree degradate con una nuova destinazione d’uso a fini produttivi, stimolando la nascita di distretti agroalimentari tecnologicamente all’avanguardia. «L’interesse riscosso da Ri-Genera da parte di aziende private e di istituzioni del nord Italia ci fa ben sperare che il progetto possa essere esportato dal Veneto al resto del territorio nazionale e anche all’estero – conclude Funaro -. Per questo abbiamo previsto attività volte ad aumentare la consapevolezza di produttori e consumatori, oltre che delle istituzioni, sui benefici delle tecniche di coltivazione idroponica e di vertical farming a livello di sostenibilità ambientale, economica e sociale».

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Di che musica sei? Le 13 emozioni quando ascoltiamo canzoni

People For Planet - Dom, 02/23/2020 - 12:00

Sono 13 La mappatura è stata effettuata da un gruppo di ricercatori dell’Università della California di Berkeley Divertimento, gioia, tristezza, relax… chi di noi non ha mai sperimentato che l’ascolto di una specifica canzone o di una certa melodia evoca determinate sensazioni? Alzi la mano chi non ha mai avuto questa esperienza. Ebbene, uno studio condotto dall’Università della California di Berkeley (Stati Uniti) non ha fatto altro che “mettere ordine” tra le diverse emozioni che la musica è in grado di suscitare nel cervello umano, costruendo una mappa di 13 emozioni-chiave.

Bellezza, calma, tristezza, trionfo…

Lo studio, che è stato condotto intervistando oltre 2500 persone tra Stati Uniti e Cina, ha messo in evidenza che attraverso diverse culture (cinese e statunitense, e tutte quelle che possono essere in loro racchiuse) e differenti generi musicali (rock, folk, jazz, musica classica, sperimentale e heavy metal) i campioni audio fatti ascoltare ai partecipanti allo studio hanno scatenato almeno 13 sensazioni dominanti, valide indipendentemente dalla cultura di appartenenza: divertimento, gioia, desiderio/sensualità, bellezza, calma, tristezza, sogno, trionfo, ansia, paura, fastidio, energia e sfida.

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Creata una libreria musicale

E così la canzone “Shape of you” di Ed Sheeran comunica gioia, “Careless whispers” di George Michael sprigiona accordo dopo accordo tutto il suo potere seduttivo, mentre la musica di violino suonata lentamente risulta invece associata alla tristezza. “Attraverso il nostro studio abbiamo organizzato una libreria musicale estremamente eclettica per ciascuna emozione, e catturato una combinazione di sentimenti associati a ciascuna traccia musicale”, spiega l’autore principale dello studio Alan Cowen, dottore di ricerca in neuroscienze alla UC Berkeley. I risultati sono stati pubblicati sull’edizione online della rivista Proceedings of the National Academy of Sciences. “Abbiamo documentato rigorosamente la più vasta gamma di emozioni che si può ascoltare universalmente attraverso il linguaggio della musica“, ha affermato l’autore senior dello studio, Dacher Keltner, docente di psicologia alla UC Berkeley.

Costruita una mappa interattiva                  

I ricercatori hanno tradotto i dati in una mappa audio interattiva in cui i visitatori possono ascoltare uno qualsiasi tra i migliaia di frammenti di musica per scoprire, tra le altre cose, se le loro reazioni emotive alle melodie corrispondono a quelle segnalate da persone di altre culture.

Lo studio

Per giungere ai loro risultati i ricercatori hanno chiesto ai partecipanti allo studio di selezionare dei video musicali su YouTube che suscitassero loro diverse emozioni. Successivamente, 2000 tra i  partecipanti allo studio – tra persone statunitensi e cinesi – hanno quindi valutato individualmente 40 campioni musicali in base all’evocazione di 28 diverse emozioni. I ricercatori hanno quindi poi raggruppato le 28 emozioni in un numero inferiore di categorie di sentimenti più generali, creando così la mappatura delle 13 emozioni-chiave che la musica è in grado di suscitare.

L’influenza del contesto non conta

I ricercatori precisano che, sebbene alcune delle associazioni tra musica ascoltata e tipologia di emozione evocata possano essere influenzate dal contesto in cui i partecipanti allo studio avevano precedentemente ascoltato un certo brano musicale, come ad esempio in un film o in un video su YouTube, questo è però meno probabile nel caso della musica tradizionale cinese, con la quale i risultati sono stati convalidati: per garantire l’accuratezza dei risultati ottenuti, infatti, in un secondo esperimento circa altri mille partecipanti hanno valutato oltre 300 ulteriori campioni di musiche tra melodie occidentali e tradizionali cinesi, convalidando anche in questo caso l’associazione tra le musiche ascoltate e le 13 emozioni-chiave mappate dai ricercatori.

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Milano, 5 cose da fare subito per migliorare l’aria

People For Planet - Dom, 02/23/2020 - 07:00

Il blocco delle auto di inizio febbraio, a Milano, è servito? Certo che è servito. È stata una giornata di riscossa della bellezza e della convivialità, dello stare bene insieme all’aria aperta: in sicurezza, senza rumori molesti e certamente respirando un’aria un pochino migliore. «Ben venga una giornata senza automobili – spiega Giacomo Toffol, pediatra Acp ed esperto di inquinamento dell’aria -. I cittadini hanno capito che si può vivere anche andando a piedi o in bicicletta, dato che la stragrande maggioranza dei viaggi che fanno si limita a un raggio di 2 chilometri. E usare i piedi è utile sempre! Sia per migliorare la salute, sia per ridurre l’inquinamento, sia per respirarne meno, essendo dimostrato che all’interno delle automobili l’aria è sempre più inquinata che non all’esterno».

Certo, le misure che bloccano le auto non fanno molto per l’aria nel medio termine. Per quello, suggeriamo 5 piccoli e veloci accorgimenti a costo zero, o quasi. Partono praticamente tutti da un unico concetto: far rispettare le regole. Pratica in disuso, purtroppo, un po’ in tutto lo stivale.

Chiudere le porte dei negozi

È un problema enorme, prima di tutto è uno schiaffo alla morale non più ammissibile. A fronte del primato di morti per inquinamento, l’Italia e Milano non impongono ai negozi di chiudere le porte: nonostante le mille promesse, fatte anche a noi oltre un anno fa. La misura non è solo facile e veloce, a costo zero e senza conseguenze per nessuno, ma anche logica. Perché non lo si fa? Perché gli esercenti temono di perdere clientela, che è la solita paura irrazionale di una categoria messa in ginocchio da altri problemi, e che per reazione si aggrappa con le unghie ai propri privilegi. Ma crediamo che passeggiare per strada ed essere investiti estate e inverno da continue folate di aria calda o gelata, è qualcosa di gravemente anti storico. Oltre che inutile per le vendite.

Limiti controllati alle temperatura nel pubblico e nel privato

Come per la salvaguardia della salute di tutti servono limiti di velocità in strada, nessuno può arrogarsi il diritto di vivere in maniche di camicia a gennaio a spese del sistema respiratorio degli altri: servono limiti ai riscaldamenti, che siano rispettati. Scuole, ospedali, asili nido, università, centri medici, negozi, uffici: troppo spesso, soprattutto nel Nord Italia, hanno temperature indoor molto alte, e magari le finestre o le porte aperte. In tutti i luoghi pubblici e privati, comprese le case, servono controlli che rendano la misura efficace. Non è solo importante per la sostenibilità ambientale, ma anche per la salute: vivere in ambienti chiusi e molto riscaldati è infatti associato a diverse patologie e disturbi.

Imporre 30 km/h nei centri cittadini

Questa misura ampiamente adottata in moltissime città europee e in alcune italiane ha – anch’essa – numerosi effetti positivi e costo zero, a parte una più capillare presenza di controlli dei vigili, naturalmente. Serve a rendere le strade più sicure per tutti, serve a consumare meno carburante, serve a disincentivare l’uso dell’auto in città (dove comunque la bici è sempre il mezzo più veloce), svuotando il panorama cittadino da veicoli che non solo occupano fisicamente piazze e strade, ma deturpano anche la bellezza delle città.

Non ammettere più la sosta selvaggia

Non è certo un problema circoscritto a Milano, ma Milano ne è l’emblema. Qui le auto si parcheggiano sotto gli alberi, sui marciapiedi, sulle aiuole, in ogni genere di divieto di sosta, comprese le curve. Chiamare i vigili è inutile: la multa, quando arriva, è sempre un imprevisto, che non cambia l’abitudine e il modo di fare. In nessuna altra grande città europea si nota tanta generosità da parte dei vigili e delle amministrazioni, rendendo così sempre l’auto il mezzo più comodo per muoversi. Tanto il parcheggio si trova sempre.

Eliminare subito i combustibili più dannosi

Milano ha promesso che prima o poi eliminerà le caldaie a gasolio, magari a partire dalle scuole e dagli edifici popolari che la stessa amministrazione gestisce. Ma Milano è piena di caminetti che ardono legna e pellets nonostante sia teoricamente vietato: anche qui mancano i controlli. Mentre le pizzerie che usano forni a legna dovrebbero vedersi imporre, come succede a Londra, l’utilizzo di filtri anti particolato: anche questa una promessa finora mancata dell’assessore Granelli.

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Nuovo coronavirus: in Italia due vittime. Contagi in crescita

People For Planet - Sab, 02/22/2020 - 13:21

Due vittime e più di quaranta contagi, la maggior parte in Lombardia, ma il numero sarebbe in crescita. E intanto i 19 italiani che si trovavano in quarantena a bordo della nave da crociera Diamond Princess, ormeggiata nel porto giapponese di Yokohama, sono rientrati stamattina all’alba. E’ questo attualmente nel nostro Paese il bollettino che riguarda il nuovo Coronavirus Covid-19.

Due decessi

Le due vittime – scrive l’Ansa – sono Adriano Trevisan di 78 anni, ricoverato già da una decina di giorni per precedenti patologie, deceduto all’ospedale di Schiavonia (Padova), e una donna residente in Lombardia e ricoverata a Codogno (Lodi).

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Il “caso indice”

Intanto continuano le ricerche su quelli che dovrebbero essere i portatori – o il portatore – del Coronavirus Covid-19 in Lombardia. Per ora è noto solo il “caso indice“: Mattia, un 38enne di Codogno che martedì 18 si è presentato all’ospedale con sintomi influenzali e che due giorni dopo è risultato positivo al nuovo Coronavirus. Non si fermano le ricerche dei contatti avuti dal 38enne – e dagli altri contagiati – al fine di isolare eventuali altri casi: un lavoro complesso poiché per quanto riguarda ad esempio il 38enne, prima di accusare malori influenzali è andato regolarmente al lavoro nel reparto amministrazione dell’Unilever di Casalpusterlengo, ha partecipato a due corse a inizio mese, ha giocato a calcetto ed è stato ad almeno tre cene e incontri di lavoro.

Il bilancio a livello mondiale

A livello mondiale il Coronavirus Covid-19 ha provocato finora 2361 vittime. Il totale dei contagi confermati è a quota 77662 e i pazienti guariti finora sono 21029.

Coronavirus: dieci cose da sapere sull’emergenza che spaventa il mondo

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Soffri del morbo del musone solitario?

People For Planet - Sab, 02/22/2020 - 13:00

Se non ti vedi mai con nessuno, se i tuoi amici si contano sulle dita della mano di un falegname distratto, se l’ultima volta che hai visto più di 5 persone tutte insieme è stato il v2-day allora hai un grave problema.
Sei un essere solitario. E non è una cosa affascinante, è una malattia.

La domanda semplice che ti permette di diagnosticare quanto tu sia vittima del morbo è: sei tu che vai verso gli altri o sono gli altri che devono venire verso di te?

L’atteggiamento solitario è una malattia gravissima che né medici né psicologi “ufficiali” riconoscono e che pochi tra i terapisti alternativi hanno “fotografato”.

Parliamo della non capacità di passare del tempo a parlare con altre persone.

Punto uno: perchè è una malattia grave. Psicologica e fisica.

Si tratta di una malattia molto più diffusa di quel che si crede.
Ma molti potrebbero non essere d’accordo con questa affermazione.
Starsene da soli è addittura considerato un segno di efficienza e forza!
Ma si tratta di un grave errore di valutazione.
Siamo esseri sociali, per milioni di anni la vita dei nostri antenati ha ruotato intorno alla collettività della tribù. La nostra intelligenza, il nostro linguaggio, la nostra capacità di creare arte, ridere e amare sono derivati della vita sociale. Abbiamo bisogno di parlare con le altre persone. È una banalità che viene poco considerata in campo clinico. Quasi nessun medico ordina a un paziente di iscriversi a un corso di salsa o di scrittura creativa. E questo è molto grave.
La mancanza di contatti umani, di scambio di opinioni, di chiacchiere futili, convivialità, gioco, sono un disturbo dell’anima che ha forti effetti sul fisico.
È ormai noto che i comportamenti giocosi e creativi, l’ascolto delle sensazioni piacevoli e il ridere, provocano la produzione di dopamina e di altre sostanze essenziali per il benessere.
Ed è stato stradimostrato che l’umore e le emozioni hanno un effetto immediato sul sistema immunitario. Un bacio di dieci minuti devasta i virus meglio degli antibiotici.

Punto due: le ragioni

Non voglio qui fare un trattato sulla tristezza e le ragioni che ci spingono a comportamenti autolesionisti. È chiaro però che una persona che non è capace di trascorrere una quota considerevole della propria vita godendo del rapporto con gli altri ha subito un grande trauma.
Ma al di là dei traumi passati vi sono alcuni modi di vedere che cementano l’incapacità di comunicare:

Paura di raccontarsi: ma checcavolo hai fatto nella vita per pensare che non sia conveniente raccontarla?

Avarizia: raccontare di se stessi vuol dire dare qualche cosa agli altri.

Senso di inferiorità: la mia vita e quel che penso sono privi di interesse. Percheccavolo pensi che la tua vita non valga la pena di essere raccontata?
Se una straordinaria unicità!

Paura degli altri: se uno viene a farti una domanda lo fa solo per farsi i cazzi tuoi.

Disinteresse: sono tutti coglioni cosa ci parlo a fare?

Mancanza di tempo: ho cose più urgenti da fare che perdere tempo a chiacchierare!

Credo che se una persona riflettesse su queste idee può capire facilmente che si tratta di trappole mentali.

Punto tre: parlare è indispensabile per la propria vita!

Chiacchierare con le persone, aprirsi, raccontarsi, ascoltare i racconti, condividere emozioni e sogni, giocare, sono cibo per la nostra anima. Di fronte alla morte e al dolore tutto il resto perde importanza e significato.
Ma l’amore, l’amicizia, il gioco e il ridere restano valori, motivi per i quali ha avuto senso vivere. Anche in punto di morte.
Dedicare un posto fondamentale nella nostra vita ai rapporti con gli altri non è solo piacevole e l’essenza della vita. È anche necessario!
Hai bisogno che la gente sia partecipe della tua gioia. Condividerla la amplifica e la rende più efficace come medicina. 
E ne hai doppiamente bisogno quando una malattia o un lutto ti colpisce. Affrontare questi momenti tragici da soli è terribile.

Speriamo che queste parole ti inducano ad aumentare la tua tensione verso gli altri.
All’inizio può sembrare difficile. Ma poi è come l’eroina: non ne puoi più fare a meno.
E a differenza dell’eroina la comunicazione con gli esseri umani fa bene, è legale e arricchisce la tua vita.
Per iniziare a godersi questa droga naturale è sufficiente guardare un essere umano e pensare: “Questo è un meraviglioso, unico esemplare di una specie fantastica e io ho l’incredibile opportunità di sapere qualche cosa di lui!” 
(Non devi assolutamente pensare: “un altro essere umano! Che palle ce ne sono miliardi e sono tutti stronzi”) 
Trovare qualcuno con cui parlare è facile, porca miseria, smetti di dire che non è facile, vai lì e gli fai una domanda.

Punto quattro: contro il governo dei censori lanciamo una campagna di intensificazione dei rapporti umani.

Per chi non lo avesse ancora capito esiste un rapporto diretto tra la possibilità di Salvini di rompere i coglioni a Travaglio e il numero di italiani che si abbracceranno nelle prossime 24 ore.
Non credere ai parametri della vecchia politica: amare è rivoluzionario!
Ti invitiamo a pubblicare sul tuo sito questo appello: parla con un essere umano!
È più affascinante di un panda!

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Foto di Fran__ da Pixabay

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Auto elettrica? Il retrofit è la risposta

People For Planet - Sab, 02/22/2020 - 07:00

Se da un lato si fa un gran parlare della mobilità elettrica e le case automobilistiche ci stanno martellando con la pubblicità delle auto ibride spacciate a zero emissioni, sotto a un altro punto di vista è silenzio assoluto circa quella che sarebbe una soluzione molto più ecologica rispetto all’acquisto di una nuova vettura elettrica: il retrofit elettrico.

Di cosa si tratta

Parliamo dell’installazione di un motore elettrico e relative batterie al posto di quello endotermico con il serbatoio di combustibili fossili. Naturalmente “condannando” al riciclo dell’acciaio anche il simbolo dell’inquinamento: la marmitta. Da quattro anni, e più precisamente dal gennaio 2016, è in vigore nel nostro Paese un decreto che cambia in maniera radicale, in direzione di una maggiore semplicità, l’installazione di un motore elettrico attraverso il retrofit elettrico – con le relative batterie – al posto di quello originale endotermico.

Problemi burocratici (in parte) superati

La possibilità finora era ostacolata tuttavia da questioni “burocratiche” visto che era necessario, pena la difficile omologazione, l’autorizzazione da parte della casa costruttrice per la trasformazione in elettrica, pena l’omologazione come veicolo unico che si traduceva in una spesa burocratica di parecchie migliaia di euro. Una via crucis che in precedenza si risolveva cancellando l’auto trasformata in elettrica dal Pubblico Registro Automobilistico italiano e immatricolandola al Tuv tedesco, per successivamente importarla nel Bel Paese dove grazie alle norme sulla libera circolazione delle merci in Europa, anche l’Italia deve accettare tutti i veicoli omologati in un paese della UE.

Regole chiare

Il decreto del 2016 comunque non rappresenta un salto nel vuoto dalla massima rigidità alla liberalizzazione assoluta visto che utilizza il modello, di successo, del retrofit con il Gpl o il metano delle auto a benzina. Quando trasformiamo una vecchia auto a benzina, magari Euro 0, con questi due gas, ottenendo dei veicoli ben meno inquinanti, spesso omologabili agli Euro 6, non rifacciamo l’omologazione di tutta l’auto: è necessario solo l’aggiornamento del libretto di circolazione.

Per il legislatore, infatti, l’utilizzo di un impianto a gas omologato su un’autovettura omologata dà come risultato un veicolo a sua volta omologato. E questo modello è stato utilizzato anche per il retrofit elettrico. Con il risultato di liberare il mercato, da un lato, ma di rallentarlo dall’altro.

I paletti, infatti, sono netti. Vediamoli. Il D.M. n.219/15, infatti afferma che:

  • gli organi di trasmissione del veicolo originale devono essere mantenuti;
  • la potenza del motopropulsore elettrico deve essere compresa nell’intervallo chiuso [65/100, 100/100] della potenza massima del motore originale endotermico;
  • la distribuzione delle masse sugli assi deve rientrare entro un +/- 20% rispetto a quella del veicolo originario per ogni asse mentre la massa complessiva non deve essere superiore di oltre l’8% (a quella del veicolo originario);
  • non devono essere modificati i dispositivi di sicurezza attiva e passiva del veicolo base, obbligatori per l’omologazione. In caso contrario dovranno essere ripetute le corrispondenti prove di omologazione.
Regole sì, ma non i freni

Si tratta di questioni tecniche oggettivamente essenziali che servono per realizzare un veicolo che sia a tutti gli effetti sicuro e affidabile come l’originale endotermico. Questi paletti però stanno oggettivamente frenando il mercato del retrofit anche perché va a rilento il processo di omologazione dei kit. Quest’ultimo, infatti, è un aspetto delicato che si scontra una serie di difficoltà oggettive che sono rappresentate in primo luogo dall’enorme varietà di modelli, caratteristiche e varianti del parco autovetture esistenti, che rendono molto complessa l’acquisizione delle specificità tecniche dei vari modelli da parte di soggetti esterni alle case costruttrici, le quali non hanno nessun interesse al fatto che si sviluppi questo mercato.

Concorrenza circolare

Non bisogna scordarsi, infatti, che negli anni Settanta l’auto concorrente della nuova utilitaria Fiat, la 126, che ne frenò la diffusione, fu la vecchia e storica 500 sul mercato dell’usato. Figuriamoci cosa potrebbe succedere con il retrofit elettrico che aumenta la vita delle vecchie autovetture, allungandola non poco e riducendo di molto la manutenzione che per l’elettrico, batterie a parte, è molto ridotta visto che il motore elettrico non possiede sistemi di raffreddamento e lubrificazione e ha un ventina di parti in movimento contro le oltre mille dell’endotermico. Quindi è chiaro che da parte delle case automobilistiche non ci si deve aspettare alcuna collaborazione, cosa che mette in difficoltà tutto il processo del retrofit elettrico che invece è molto atteso dall’utenza e dovrebbe essere più sostenuto dagli ambientalisti.

Un esempio di economia circolare perfetta

Il retrofit elettrico dei veicoli, infatti, è una di quelle pratiche che si inserisce a pieno titolo nell’economia circolare ed è win-win rispetto all’ambiente e al sociale. Da un lato, infatti, si sostituiscono veicoli inquinanti con quelli a emissioni zero, allungandone il ciclo di vita (Lca) ed evitando lo spreco di risorse come materia ed energia, tipiche dei processi produttivi degli oggetti nuovi. Sotto a un altro profilo c’è la questione dei costi. Il retrofit elettrico potrebbe assestarsi – per ora, visto che il costo più elevato è quello delle batterie, i cui prezzi sono in diminuzione costante – intorno ai 10mila euro. Ben distante dal prezzo di un’auto elettrica nuova che oggi non è inferiore ai 20mila euro. Nella migliore delle ipotesi.

Come fare

Quindi come fare se vogliamo fare il retrofit della nostra, datata, auto endotermica? Prima di tutto è meglio aspettare. L’operazione, infatti, diventa particolarmente conveniente nel momento nel quale l’auto endotermica necessita di una manutenzione importante, come la sostituzione di componenti fondamentali del motore, tali che normalmente imporrebbero la sostituzione dell’intera autovettura. Dopodichè è necessario verificare che esista un kit per la propria autovettura: allora si può iniziare nella trasformazione, valutando, però, anche l’opzione di scegliere un autovettura ex termica già convertita elettrica. Soluzione verso la quale si stanno orientando parecchi soggetti che operano nel retrofit, dando anche i due anni di garanzia canonici sul veicolo.

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Il Regno Unito vieta camini e stufe a carbone o legna umida

People For Planet - Ven, 02/21/2020 - 15:00

Dal prossimo anno la legna umida e il carbone saranno fuori legge nel Regno Unito. Caminetti e barbecue saranno ancora concessi, ma solo con le alternative combustibili meno inquinanti. Il governo britannico ha dichiarato che la vendita dei combustibili più inquinanti – da sempre tipicamente bruciati nelle stufe domestiche e nei fuochi aperti – verrà gradualmente ritirata, a partire dal 2021.

Un piano per l’aria

La decisione fa parte di una serie di sforzi messi in atto dalla Gran Bretagna – mediamente indietro su questo fronte rispetto ad altri Paesi europei – per contrastare il particolato sottile (PM10 e PM2.5) che può penetrare in profondità nei polmoni e nel sangue e causare gravi problemi di salute, a partire dal tumore al polmone: tra le prime cause di morte in tutti i Paesi sviluppati.

Camini e stufe: un alto rischio

“Le stufe a legna umida e a carbone sono ormai notoriamente la più grande fonte unica di PM2.5, contribuendo tre volte tanto all’inquinamento rispetto al trasporto stradale”, ha fatto sapere il Dipartimento per l’ambiente, l’alimentazione e gli affari rurali (Defra) anglossassone, nel spiegare la scelta alla popolazione. Campagne per ridurre l’impatto di questa fonte di inquinamento stanno dando risultati, anche se lentamente, un po’ in tutto il mondo. Ma ancora non da noi, sebbene almeno se ne stia iniziando a parlare.

La vendita di legno e carbone domestico in Uk sarà gradualmente eliminata nel periodo che va dal 2021 al 2023, per dare ai proprietari di casa e ai fornitori il tempo di passare ad alternative più pulite come il normale riscaldamento domestico a gas o elettrico, che produce meno fumo e inquinamento e sono più economici e più efficienti da bruciare. Oppure se legna deve essere, che sia almeno legna da ardere secca. Soluzione peggiore di tutte, come già abbiamo avuto modo di spiegare, quelle delle stufe a bioetanolo, un grave azzardo alla salute.

Il segretario all’ambiente britannico, George Eustice, ha specificato: “Gli accoglienti caminetti e stufe a legna a cui siamo abituati sono in molte case in tutto il paese, ma con determinati combustibili sono la più grande fonte d’inquinante per le persone del Regno Unito”.  L’obiettivo – ha poi specificato – è dimezzare i danni alla salute umana da inquinamento atmosferico entro il 2030.

Un danno diretto, dentro casa

Importante infatti notare che accendere stufe e camini non significa solo inquinare l’aria fuori casa, ma anche direttamente l’aria domestica, concentrando piccole quantità che – specie d’inverno, a finestre chiuse – finiscono per concentrarsi proprio dove passiamo gran parte del giorno e della notte. Il riscaldamento attraverso i termosifoni o a pompa di calore rappresentano a oggi la strategia migliore per noi e per gli altri, permettendoci anche di risparmiare se si rispettano alcune facili regole.

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I 10 migliori film sul Vietnam

People For Planet - Ven, 02/21/2020 - 12:00

Il conflitto che vide il gigante americano aggredire sul terreno militare e ideologico il Vietnam – che aveva una capacità di resistenza grazie alle precedenti guerre con Giappone e Francia – nel corso del secondo Novecento divenne un terreno di lotta globale, anche considerato che avveniva nel bel mezzo del Sessantotto.

La guerra abbe un fronte interno in America con milioni di persone che si opposero alle decisioni dei governi che non potevano consentire la presenza di un stato comunista nello scacchiere asiatico. In tutto il mondo globale progressista i vietnamiti erano considerati i nuovi pellerossa da sostenere. I conservatori invece mitizzarono i berretti verdi impegnati in operazioni militari in un territorio ostile e con un Paese diviso in due e schierato in fronti opposti. Migliaia di morti americani e reduci devastati nella mente per esperienze al limite dell’umano. Gli americani furono sconfitti abbandonando il Vietnam. Fu un trauma per tutta l’America. Chi tornò dal fronte era avversato da tutti. Poco dopo nacque una consapevolezza su molte efferatezze compiute anche dagli eroici Vietcong e ancor di più del terribile genocidio perpetrato dai Khmer rossi in Cambogia. Se gli americani erano responsabili di devastazioni con napalm e bombardamenti a tappeto dall’altra parte i rossi non erano esenti da colpe. Elementi storici che hanno dato materia viva per molti film  dedicati al Vietnam. Alcuni sono capolavori assoluti. Ho scelto i miei migliori dieci. 

APOCALYPSE NOW di Francis Ford Coppola, 1979

Un film che resta nel tempo e non tramonta mai. “Non è un film sulla guerra nel Vietnam – ha detto il regista Coppola – è il Vietnam”. Film con gestazione e lavorazione epica durata tre anni. Un tifone e morti durante le riprese nelle Filippine. Un documentario a futura memoria sul dietro le quinte. Ambientazioni perfette e recitazioni impeccabili. Durava 153 di minuti la prima versione originale massacrata dalle prime recensioni e portata incompleta a Cannes dove a sorpresa trionfa vincendo la Palma d’oro e salvando una produzione titanica e un montaggio durato anni. Sarà consenso di critica e di pubblico universale con sequenze memorabili e dialoghi celebri entrati nell’immaginario collettivo e una colonna sonora capace di mettere nella stessa compilation “La cavalcata delle Valchirie” di Wagner e “The end” dei Doors.
Nel 2001 Coppola tornerà a Cannes per presentare la versione Redux di ben 202 minuti che viene distribuita di nuovo nelle sale per poter far ammirare gli episodi che erano stati tagliati nella travagliata vicenda produttiva di un film monumento. A distanza di anni e per il quarantennale Coppola sentenziò che quella di Redux era una durata troppo lunga ed elaborò la versione definitiva del film: 183 minuti di “Final Cut” che dovrebbe dare un assetto definitivo al film summa sul Vietnam, metafora dell’esistenza umana e della follia della guerra desunto dalla letteratura di Conrad rielaborata da John Milius.  Il suono di Walter Murch e le immagini di Vittorio Storaro – premiati all’epoca con l’Oscar – sono stati rimasterizzati e digitalizzati in 4 K ricavati dal negativo originale, con il lavoro di un maestro del cinema che rielabora sempre ossessionato dalla perfezione. Indimenticabili  il viaggio sul fiume, i deliri psichedelici,  l’odore del napalm a fianco del surf affidati a un cast stellare che declina Marlon Brando, Martin Sheene, Robert Duvall, Denis Hopper, Harrison Ford, quest’ultimo nella parte del colonnello Lucas (dichiarato omaggio all’omonimo regista che si occupò della sceneggiatura e che doveva essere l’autore del film).
Ha scritto il poeta Davide Rondoni nella sua bellissima ode L’angelo delle ombre. Visione di Marlo Brando in Apocalypse Now di F.F Coppola: “Era Vietnam o casa / nostra dove padre e madre si rubavano l’ombra / della bocca, era in qualunque luogo ci tocca / vedere Marlo Brando a sedere / che sgranocchiava qualcosa come noi / nelle sere ai tavolini sparsi dei bar, e lui, diceva che conosceva l’orrore e diceva d’esserne-amico.”

FULL METAL JACKET di Stanley Kubrick, 1987

Il Vietnam ricostruito in studio e in Gran Bretagna, raccontato da un maestro del cinema che aveva paura di prendere l’aereo. La parte bellica è preceduta dall’addestramento delle reclute con la personale tragedia e caduta all’inferno di una recluta apostrofata come “Palla di lardo” per un attore che ingrassò di 35 chili per poter avere il ruolo. Il contraltare è il sergente istruttore Hartman, non sbatte mai le palpebre, ex marine che conosceva molto bene quel ruolo e che impegnò non poco il doppiatore italiano per il recitare scandito da comandi, insulti e bestemmie.  Pochi sanno che aveva partecipato alla scena degli elicotteri in “Apocalypse Now”. Dapprima incaricato da Kubrick come consulente militare, fu scritturato come interprete per le sue notevoli capacità oratorie.
Tratto dal romanzo di Gustav Hashford, che era stato in Vietnam, è il primo film di Kubrick che affronta la contemporaneità e secondo Morandini “andando al di là del Vietnam per prendere a bersaglio l’atrocità del secolo, il tempo sporco della Storia”. 
La prima parte vede diciotto giovani reclute trasformarsi in macchine di guerra. Nella seconda il protagonista Joker (ma guarda un po’) parte come corrispondente di un giornale di guerra e finisce nell’offensiva del Tet del 1968, con riprese effettuate nel Sussex, nella centrale del gas in demolizione del quartiere di Beckton, a Londra e tra le palme importate dalla Spagna. I vietnamiti non si vedono mai. 
Celebre il dialogo del protagonista che mette a confronto la scritta sul suo casco “nato per uccidere” e il simbolo dei pacifisti a dimostrare l’impossibilità dell’umanità in certi contesti.
Riuscitissimo il finale con i soldati che cantano la canzone di Topolino, eterno tentativo di consolarsi con la gioia dell’infanzia per poter preservare la loro umanità devastata dalla guerra.
Secondo Carlo Affatigato Full Metal Jacket “si dissocia dall’idea hollywoodiana di film bellico e diventa più una analisi sull’individuo e sul rapporto che si instaura tra realtà ed essere umano, di fronte alle esperienze estreme raccontate nel contesto della guerra”.

IL CACCIATORE di Michael Cimino, 1978

L’8 dicembre del 1978 usciva nelle sale americane un capolavoro assoluto della storia del cinema firmato da Micheal Cimino. Tre amici operai alle prese con la tragedia del Vietnam. In Italia esce l’anno successivo e molto pubblico di sinistra s’indignò per la rappresentazione feroce dei Vietcong nelle torture ai prigionieri americani. Ma era quasi tutto vero. Inventata solo la roulette russa che diventa intreccio sostanziale con la celebre sequenza che vede Robert De Niro tornare a Saigon e mettersi al tavolo per sfidare e salvare il suo amico e commilitone.
Dramma intimo e crepuscolare che si svolge in tre atti assumendo movenze indimenticabili. La scena del ballo fu provata per cinque giorni e i due attori che cadono sfiniti lo sono veramente, veri gli schiaffi dei vietnamiti durante la roulette russa. Cast memorabile. Primo grande successo di Meryl Streep. Per De Niro “la mia esperienza più difficile sul piano fisico e psicologico”. A John Cazale, al tempo compagno di Meryl Streep, e uno degli amici protagonisti del film, fu diagnosticato un tumore. La produzione lo licenziò in quanto non si sapeva se ce l’avrebbe fatta. Tutto il cast si rivoltò, Robert De Niro pagò di tasca sua l’assicurazione dell’amico John, che completò le riprese, ma non vide mai la prima del film.
Tante le scene memorabili.  Tra queste la caccia al cervo e il funerale di Nick che si conclude con tutti i protagonisti che cantano Good Bless America “Dove la commozione del lutto si trasfigura nel bisogno di speranza, perfetta e commovente rappresentazione del vitalismo assolutamente non ideologico di una nazione e di una cultura”.
In Italia fu proiettata la versione di 150’. Oggi è facilmente reperibile quella completa di 180’ in tecnologia 4 k. 

PLATOON di Oliver Stone, 1986

Oliver Stone era stato volontario in Vietnam tra il 1968 e il 1969. Aveva molto visto e vissuto quella tragica esperienza per raccontarla in un film da lui scritto e diretto. Infatti, il protagonista del film, Chris Taylor, è partito volontario “perché non trovavo giusto che a combattere fossero solo i poveri o gli uomini di colore”. Secondo Stefano Reggiani: “Forse la novità più rilevante di Platoon è l’accoglienza ricevuta in patria. E stato probabilmente come un deflusso liberatore, la guerra-guerra, il Vietnam finalmente visto da chi c’è stato, la consapevolezza che una generazione di ragazzi non poteva non dannarsi, non corrompersi, non odiarsi in quella giungla dello smarrimento senza giustificazione”. Le atrocità americane sono descritte con cruda realtà, l’uso delle droghe come antidoto alla quotidianità dell’orrore mostrano un cuore di tenebra collettivo e generazionale. Alla guerra contro i Vietcong si sovrappone il conflitto interno che spacca in due il plotone: da una parte il tenente Barnes , veterano sopravvissuto a numerose ferite con l’attitudine del killer più spietato, dall’altra il tenente Elias, che comincia a nutrire seri dubbi sul vero senso della guerra e usa la marijuana per sfuggire alla realtà.
Chris, spinto dal precipitare degli eventi, dovrà decidere da quale parte schierarsi e scegliere l’eredità del “padre buono” o di quello “cattivo”. Rivelazione per William Dafoe. Quattro Oscar: (miglior film, regia, montaggio e suono); bella la colonna sonora d’epoca. 

BIRDY LE ALI DELLA LIBERTÀ di Alan Parker, 1984

Il tema è di quelli che sono tornati a casa ma il Vietnam non possono dimenticarlo. Birdy è un giovane reduce del Vietnam rinchiuso in una clinica psichiatrica a causa di un grave trauma cerebrale. Un suo amico d’infanzia, anch’egli sopravvissuto alla guerra, fa di tutto per salvarlo. Tratto da un romanzo che però racconta i reduci della Seconda guerra mondiale. Il protagonista, senza nome, ha sempre voluto volare ed è attratto dagli uccelli: evidente metafora di libertà. L’epoca giovanile in un quartiere povero di Filadelfia ne fa anche un film sull’amicizia che si poggia su due grandi interpreti e contribuì a lanciare come star Nicholas Cage. Quell’amicizia e libertà che la guerra aveva mandato in crisi negli Stati Uniti. Vi si coglie, rivedendolo, la stessa sensibilità poetica della prima visione. Musiche di Peter Gabriel. Premio speciale della Giuria a Cannes

TORNANDO A CASA di Al Ashby, 1978

La moglie di un marine in Vietnam, Sally Hyde, decide di fare volontariato in un ospedale per veterani e si occupa di Luke Martin, un uomo sulla sedia a rotelle. Tra i due si sviluppa un’amicizia che si trasforma ben presto in una storia d’amore. Il progressismo liberal che affronta i reduci con i buoni sentimenti e i due attori protagonisti, Jane Fonda, attivista militante contro la guerra, e John Voight prendono l’Oscar assieme a quello della migliore sceneggiatura originale. Palma d’oro anche a Cannes da un film non amato dalla critica ma ben accolto dal pubblico. L’idea originaria è di Jane Fonda. Il reduce paralitico aveva protestato contro la guerra ed è pedinato dal Fbi che aggiunge non poco pepe alla storia. Anche il marito torna a casa ma è depresso e devastato dal prima e dal dopo. Film orientato sulla sensibilità femminile assente nei maggiori film sul Vietnam. Restano impresse le scene dei mutilati e quella di sesso tra Sally e Luke. 

RAMBO di Ted Kotcheff, 1982

Il reduce torna a casa e tutti lo maltrattano. John Rambo è un antieroe springsteiniano che nel cuore della provincia americana si ribella e con una forza bruta e spettacolare sfida tutti come fossero i Vietcong nella giungla, tenendo in scacco Fbi e Guardia Nazionale. Dovrà arrivare il suo ex comandante in Vietnam per convincerlo ad arrendersi con l’onore di tutte le armi. Piacque molto alla destra repubblicana e i loro alleati nel mondo per la centralità che assume l’ex eroe in divisa che ha combattuto al servizio degli Usa. Ma fu amato anche dalla sinistra liberal perché Rambo è lo sconfitto che si ribella all’ordine costituito e che critica in modo diretto il Potere. Resta sicuramente un grande film spettacolare che non perde impatto emozionale e che ha dato vita a una lunga serie di sequel, con Stallone assoluto protagonista, che si sviluppa in un arco di tempo di 37 anni, dal 1982 al 2019. Nessuno degno del capostipite.

URLA DAL SILENZIO di  Roland Joffe, 1984

Vincitore di tre Oscar. Sidney Schanberg, giornalista del “New York Times”, viene mandato nel 1972 in Cambogia, per seguire la guerra tra i Kmer rossi e il governo di Lan Nol e là si avvale del dottor Dith Pran (un laureato in chirurgia) come guida ed interprete. Una storia vera eroica e commovente realizzata dallo storico produttore dei film di Woody Allen. La barbarie della guerra e dei campi di rieducazione attorno all’amicizia professionale. Il film che ha meglio raccontato l’epica dura dei grandi inviati di guerra. Ma anche il più duro attacco critico alla convenzione politica di Pol Pot tesa all’annientamento di intere generazioni e che poggia sulla rigenerazione ideologica degli adolescenti. Film bello e devastante. 

BULLET IN THE HEAD di John Woo, 1990

Il Vietnam raccontato con occhio asiatico in una produzione di Honk Kong e firmato da un regista cinese molto bravo nei film d’azione. Tre giovani amici scappano da Hong Kong a Saigon, dove cercano di sopravvivere tra criminalità e mercato nero. Ma la guerra li coinvolge e vengono arrestati perché sospettati di aiutare i Vietcong; dopo essere stati rilasciati vengono rapiti dai Vietcong stessi. Il film racconta della guerra e di un gruppo di amici che cercano di viverci dentro e la conseguente perdita d’innocenza come in quelli occidentali. Molte le sequenze violente che impressionano lo spettatore. Secondo Morandini: “La sostanza sta in un commovente e pessimista melodramma sull’amicizia e la morte come presa di coscienza della tragicità dell’esistenza”: 

GOOD MORNING VIETNAM di Barry Levinson, 1988  

La commedia per raccontare la guerra sporca. Ispirato alla storia del presentatore radiofonico Adrian Cronauer (un ottimo Robin Williams vince il Golden Globe) che viene inviato in Vietnam allo scopo di trasmettere allegria nella vita dei soldati coinvolti nella guerra. L’uomo riesce nell’intento ma è in grado anche di irritare il sergente Dickerson a causa del proprio punto di vista sul conflitto. Immediatamente il programma viene censurato per le critiche a Nixon. Il film è nato dalla bontà dell’attore protagonista che ha spesso  improvvisato i suoi straordinari “pezzi” radiofonici superando l’estro di Cronauer. Degno epigono di “Mash” mescola il dramma della guerra con la riuscita satira comica che mette alla berlina l’ottusità della censura e della guerra. 

In cover: La Città imperiale di Huế, antica capitale imperiale del Vietnam.
Foto by CEphoto, Uwe Aranas

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Dimagrire facile: contro il sovrappeso cena leggera e colazione abbondante

People For Planet - Ven, 02/21/2020 - 11:51

Per fermare l’ago della bilancia che sale il segreto potrebbe essere racchiuso nelle porzioni di colazione e cena. Un pasto di fine giornata leggero abbinato il giorno dopo a una colazione lauta potrebbe essere la chiave per sconfiggere i chili di troppo e prevenire condizioni come il sovrappeso: a sostenerlo è uno studio pubblicato dai ricercatori dell’Università di Lubecca (Germania) sulla rivista Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism.

Perdere peso o mantenersi in forma

Gli studiosi spiegano che se si consuma una colazione abbondante, non solo le calorie introdotte vengono bruciate nel corso delle varie attività che si svolgono durante la giornata, ma che addirittura il metabolismo accelera fino a bruciare più del doppio delle calorie. Secondo i ricercatori, quindi, fare una colazione abbondante e una cena leggera può essere una via contro i chili di troppo che potrebbe funzionare sia per chi deve perdere peso, sia per chi vuole semplicemente mantenersi in forma.

Cena leggera, colazione lauta

Gli autori dello studio hanno invitato un piccolo gruppo di volontari a consumare per tre giorni una colazione leggera e una cena abbondante, e poi per i successivi tre giorni a fare il contrario, ovvero una colazione lauta e una cena leggera. Per valutare lo stato del metabolismo dei partecipanti allo studio i ricercatori hanno utilizzato la misura detta termogenesi: hanno così rilevato che consumando un pasto abbondante al mattino il metabolismo dell’individuo diviene più attivo e quindi brucia più calorie durante l’intera giornata. Non solo: gli studiosi hanno anche rilevato che mangiando poco a colazione, oltre ad avere più appetito durante il resto del giorno, si ha soprattutto un desiderio intenso di dolci, a tutto scapito della linea e del benessere.

Fai il test: Sei “zucchero-dipendente”? Leggi anche: Poca frutta secca ogni giorno previene l’aumento di peso

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Coronavirus: cane e gatto possono davvero prenderlo?

People For Planet - Ven, 02/21/2020 - 10:56

Non ci sono prove che cane e gatto possano contrarre il Coronavirus. Al contrario di quel che diversi media hanno scritto nei giorni scorsi, non abbiamo nessuna prova per affermarlo.

Per l’Oms non sono un rischio

L’Organizzazione mondiale della sanità ha precisato, al contrario, che non c’è motivo di evitare il contatto con cane e gatto, anche se – come lo è sempre stato – resta una buona norma pulirsi le mani dopo averli accarezzati, perché potrebbero contaminarci con batteri quali la salmonella o la escherichia coli.

Vero che il coronavirus si è sviluppato in un mercato di animali vivi a Wuhan, in Cina, probabilmente dal corpo di un animale selvatico. Può darsi che il virus sia passato da altri animali prima di giungere all’uomo, come era già successo per l’influenza aviaria, l’Ebola o la Sars. Ma questo non significa che gli animali in generale, specialmente cane e gatto domestici, siano pericolosi o possano trasmettere il virus.

Dai social arrivano immagini di gatti e cani cinesi a spasso con la mascherina Il panico fa fare cose strane

Come detto, in tutto il mondo si sta diffondendo invece l’idea che cane e gatto possano ammalarsi e contagiare le persone, cosa che nel migliore dei casi sta portando a imporre inutili mascherine anche a loro, o peggio sta facendo dilagare gli abbandoni di animali domestici lasciati morire di fame.

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Il Presidente Usa contesta l’Oscar a Parasite

People For Planet - Ven, 02/21/2020 - 10:52

Non gli è proprio andata giù, all’aranciocrinuto presidente Usa, che l’Oscar per il migliore film sia andato a un film straniero.

Durante un comizio in Colorado ha dichiarato: «Quanto ha fatto male l’Academy Awards quest’anno. Abbiamo avuto tanti problemi con la Corea del Sud per il commercio, e loro l’hanno premiata con il miglior film dell’anno».

Stentiamo a capire cosa c’entrino i problemi commerciali della Corea con il fatto che Parasite abbia vinto l’Oscar, ma tant’è, il Tycon ci ha abituati a questi salti mortali logici.

Non pago, Trump ha continuato: «Che diavolo! Era il miglior film straniero, ma che vuol dire il miglior film, non era mai successo… c’erano tanti grandi film. È tempo di tornare ai classici dell’epoca d’oro di Hollywood. Possiamo tornare per favore a Via col Vento

Sì, Presidente, ma facciamo un patto: voi tornate a Via Col Vento, alla Capanna dello Zio Tom e a tutti gli altri capolavori americani però in compenso ci ridate Kennedy e Obama. D’accordo?

Nessuno tocchi Brad Pitt

Poi, già che c’era, Trump se l’è presa pure con Brad Pitt – che ha sostenuto l’impeachment – definendolo «Un piccolo saputello
Beh… mica tanto piccolo, 180 centimetri di biondo stratosferico e neanche piccolo di età visto che di anni ne ha 56 – meravigliosamente portati, tra l’altro.

Presidente, come ha detto qualche malalingua democratica, forse il problema è che «Il film Parasite è un film straniero su come gli ultraricchi siano ignari dei sacrifici della classe lavoratrice, e richiede due ore di lettura dei sottotitoli. Ecco perchè Trump lo odia!».

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Carceri, picco suicidi nel 2019. Italia prima per detenuti non condannati in via definitiva

People For Planet - Ven, 02/21/2020 - 07:00

Mentre la popolazione carceraria europea diminuisce del 6,6% (come segnala un rapporto pubblicato dal Consiglio d’Europa nel 2018) quella italiana aumenta del 7,5%. Preoccupante lo stato delle carceri italiane: suicidi (anche tra le guardie penitenziarie), sovraffollamento, aggressioni, scarsa assistenza sanitaria, carenza di personale nelle strutture. A fornire un primo quadro è Mauro Palma, Garante nazionale dei detenuti, che in anticipo sul consueto gazzettino annuale del Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria italiana parla di «uno stato di abbandono che si respira nelle carceri».

Il rapporto di metà 2019 di Antigone aggiornato al 30 giugno registrava che nei 190 istituti di pena italiani erano reclusi 60.522 detenuti. In 6 mesi, rispetto a inizio 2019, sono cresciuti di 867 unità; 1.763 nell’ultimo anno. 60.522 detenuti a fronte di una capienza complessiva di 50.692 posti.

Rita Bernardini, esponente del Partito Radicale, l’unico partito sensibile sul tema delle carceri al di là delle elezioni politiche, ha elaborato i dati tenendo anche presenti i posti non disponibili carcere per carcere. Proprio l’Emilia Romagna, dove si sono da poco svolte le elezioni amministrative, ha 10 istituti penitenziari e registra il 144% di sovraffollamento, ben al di sopra della media nazionale, con picchi massimi a Ravenna (173%), Bologna (170%) e a Ferrara con il 152%.

Le Regioni più virtuose risultano essere la Calabria, che con 12 istituti si pone al di sotto della media nazionale di sovraffollamento (109%) e il Piemonte, la cui media di sovraffollamento tra le sue 13 carceri si attesta al 123%, con, tuttavia, ben 8 istituti che superano abbondantemente la media nazionale, come ad Asti (142%), Biella (144%), Vercelli (145%) e Alessandria, dove nella casa di reclusione si arriva addirittura al 150%.

Il Molise, dove sono presenti appena 3 istituti penitenziari, registra il più alto tasso di sovraffollamento d’Italia: 182% e proprio in questa Regione si trova la prigione più sovraffollata, quella di Larino, con il 214% di detenuti rispetto alla capienza.

Ci sono Regioni poi con più posti per detenuti che detenuti. È il caso della Sardegna, dove nei decenni scorsi furono costruite molte carceri (oggi in tutto 10) per lo più destinate ai detenuti per reati di criminalità mafiosa o terroristica provenienti dalla penisola. La struttura di Onani- Mamone, a fronte di una disponibilità di 386 posti, ospita attualmente 175 detenuti.

Un problema, quello del sovraffollamento, che colpisce chiunque stia all’interno delle carceri, anche chi ci lavora: da inizio 2020 nelle carceri si sono registrate 41 aggressioni ai danni di agenti penitenziari e 5 contro il personale amministrativo.

Come risolvere il problema del sovraffollamento in Italia?

Le soluzioni ci sono. Una sarebbe aumentare il ricorso alle misure alternative. Tanto più che l’Italia gode di un altro primato: tra i grandi Paesi europei, siamo i primi per percentuale di detenuti non condannati in via definitiva, il 34,5% rispetto a una media europea del 22,4%. I dati, sempre ufficiali e pubblicati dal Consiglio d’Europa nel rapporto ‘Space’, parlano in numeri assoluti di 20mila persone, di cui quasi la metà è in attesa di un primo giudizio, mentre gli altri hanno fatto appello contro la condanna o sono entro i limiti temporali per farlo. Senza considerare che, come sottolinea da Mauro Palma «circa 23 mila detenuti (23.024) stanno scontando una pena o un residuo di pena inferiore a 3 anni» e tra questi c’è sicuramente chi potrebbe accedere a misure alternative senza causare pericoli per la sicurezza dello Stato. Anzi, a beneficio delle sue casse: sono stati di quasi 2,9 miliardi di euro i fondi destinati all’Amministrazione Penitenziaria nel 2019.

Da anni, oltre al Garante dei detenuti, il partito del Radicali italiani e le tante associazioni al fianco dei diritti dei detenuti, come “Il Detenuto Ignoto”, “Antigone” e “Buon Diritto”, insistono perché l’Italia allarghi le misure alternative. Sul tema sono intervenuti anche la Federazione Nazionale Italiana dell’Informazione dal e sul carcere, il gazzettino “Ristretti Orizzonti” e “Radiocarcere”. Osservatori permanenti, che tengono gli occhi ben piantati nelle carceri, lì, dove l’opinione pubblica e i cittadini sempre più giustizialisti preferiscono sorvolare. L’augurio di “marcire in carcere” funziona meglio se non si ha una pallida idea di cosa siano le carceri.

In carcere ci finiscono soprattutto i poveri, quelli che non possono sostenere le spese processuali per fare appello o ricorso, quelli difesi dagli avvocati d’ufficio. I ricchi, fatta eccezioni per delitti, reati in flagranza, circostanze aggravanti e prove inoppugnabili, difficilmente finiscono in carcere. Sembra il solito lacrimevole patetismo tanto in voga, invece è banalissimo dato di realtà. I tassi di suicidi in carcere rimangono alti. Nel 2019 sono stati accertati 53 casi di suicidio, tra gli ultimi 8, avvenuti lo scorso dicembre, 4 sono di persone senza fissa dimora, 3 di detenuti in attesa di primo giudizio. I poveri, appunto.

Infine, altro dato interessante è quello che riguarda le strutture sanitarie, come le Rems (Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza) e le articolazioni per la salute mentale dei detenuti. In queste strutture ci finiscono in netta maggioranza i detenuti di nazionalità italiana (67%), seguono gli extracomunitari (28%) e i comunitari (5%). Del resto, già in fase processuale, per gli imputati extracomunitari che provengono da villaggi a minoranza linguistica non ci sono nemmeno gli interpreti. Basti pensare al caso di Adam Kabobo, il ghanese di 34 anni che nel maggio 2013 ammazzò tre passanti a colpi di piccone seminando il terrore nel quartiere Niguarda di Milano, condannato a 20 anni di reclusione con il riconoscimento del vizio parziale di mente e a tre anni di casa di cura e custodia (una misura di sicurezza e pena espiata che si applica agli individui che presentano “pericolosità sociale”). La perizia psichiatrica avvenne tra difficoltà linguistiche, perché gran parte del risicato vocabolario di Kobobo, semi analfabeta, parlava solo il dialetto del proprio linguaggio, era sconosciuto agli interpreti.

Fonti:
https://www.camerepenali.it/cat/9819/consiglio_deuropa_litalia_al_di_sopra_della_media_per_sovraffollamento_e_suicidi_in_carcere.html
https://www.coe.int/it/web/portal/-/europe-s-rate-of-imprisonment-falls-according-to-council-of-europe-survey
https://www.antigone.it/news/antigone-news/3238-numeri-e-criticita-delle-carceri-italiane-nell-estate-2019

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A Roma la casa dei libri senza prezzo (Video)

People For Planet - Ven, 02/21/2020 - 07:00

Un progetto bellissimo: una libreria dove il prezzo di copertina dei volumi lo decide il cliente. Si possono prendere fino a tre libri usati alla volta e lasciare un’offerta libera. Il tutto gestito da volontari che vogliono portare i libri laddove non arrivano.
Intervista ad Angela Processione di Book Cycle.

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Per info e orari della libreria consulta il sito https://book-cycle.it/

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Scopri il tuo potenziale

People For Planet - Gio, 02/20/2020 - 21:00

Tutto parte dalla passione. Quando ci dedichiamo a qualche cosa che risveglia il nostro interesse abbiamo più possibilità di raggiungere risultati positivi.
E i risultati positivi ci danno forza e determinazione.
Ma, come per tutte le attività, è fondamentale scegliere il metodo adatto.
Quel che è perfetto per la coltivazione delle ciliegie non funziona se vuoi piantare le fragole.
Per orientarsi nelle mille opportunità che oggi ci offre la vita e il mondo del lavoro è importante darsi un metodo che sia efficiente. Per “metodo” intendiamo un concetto semplice: se vuoi telefonare a tua cugina è essenziale che per prima cosa componi il numero e poi lo invii, aspetti che lei ti risponda e poi inizi a parlare. Iniziare a parlare prima che lei ti abbia risposto non facilita le tue relazioni umane.

Dopo gli studi è normale sentirsi disorientati, non si sa come iniziare a tracciare il proprio percorso, prima di tutto è importante chiedersi cosa voglio fare? Quali sono le mie capacità? Dove vorrei arrivare? Non importa che tipo di professione vuoi fare, qualsiasi strada è valida purché sia quella per te.
E anche se ami le professioni creative è importante che tu proceda in modo organizzato e vincente.
Nelle relazioni come nelle professioni la fantasia e la sensibilità sono essenziali ma rischi di disperderti se non strutturi il tuo modo di operare. Potresti sprecare molte energie e accumulare delusioni se navighi senza una bussola che ti permetta di procedere in modo organizzato e vincente.

Dal 27 al 29 marzo ti proponiamo un fine settimana di allenamento durante il quale potrai mettere a punto la tua tecnica per arrivare a compiere il tuo personale bersaglio.‬
Saper individuare il tuo progetto, organizzare il tuo piano di lavoro, migliorare la capacita di presentare le tue idee per trovare il sostegno e l’attenzione che ti servono, sono gli attrezzi che ti permetteranno di scoprire qual è il tuo vero potenziale.
Per affrontare la complessità del mondo del lavoro in continua evoluzione devi partire da una solida conoscenza di quel che realmente vuoi realizzare stabilendo un percorso per raggiungere il tuo scopo.
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5 regole per usare al meglio la lavastoviglie

People For Planet - Gio, 02/20/2020 - 20:52

Diverse ricerche avevano calcolato che l’impatto ambientale della lavastoviglie è minore del lavaggio a mano dei piatti, una ad esempio qui, che risale al 2005. Certo, nessuno prende mai in considerazione l’impatto relativo alla produzione e allo smaltimento della macchina, e c’è anche da dire che più o meno tutte queste ricerche sono finanziate dall’industria (che le produce). L‘ultimo studio in merito, ad esempio, pubblicato sulla rivista scientifica Environmental Research Communications, è stato finanziato da una di queste.

Come posso impattare meno (e risparmiare)?

Ma lasciamola così, e consideriamo l’utilità di questo studio per migliorare l’efficienza (energetica e ambientale) di un’operazione che facciamo ogni giorno e che comunque appare ormai per molti versi irrinunciabile. Infatti, l’analisi che ha studiato le abitudini dell’utilizzatore medio di lavastoviglie, ha sì valutato la lavastoviglie come una scelta ammissibile dal punto di vista ambientale, ma solo se rispettiamo queste regole:

  • Non pre-lavare a mano. Con una forchetta, o con la spugna, eliminiamo i residui senza consumare acqua
  • Sempre e comunque, usiamo acqua fredda
  • usare un detersivo di alta qualità, a basso impatto ambientale
  • riempire completamente la macchina: con l’uso, si impara a massimizzare enormemente gli spazi e a fare quindi meno lavaggi

Aggiungo che se non facciamo partire la lavastoviglie di notte, perché ad esempio non abbiamo un vantaggio economico in bolletta da questa possibilità, o perché laviamo in un giorno festivo, è utile interrompere il ciclo quando inizia il programma di asciugatura: aprire il portellone sarà sufficiente ad asciugare i piatti, risparmiando quasi un’ora di lavoro aggiuntivo per la macchina.

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