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Natalità in calo? La soluzione si chiama “modello Svezia”

People For Planet - Mar, 02/12/2019 - 13:00

Nel 2017 in Italia sono nati 458 mila bambini, meno della metà dei nati durante il “baby boom”. Un trend che, al contrario, la Svezia è riuscita a invertire con un massiccio investimento sulla spesa pubblica tra “bonus bebé”, congedo parentale e asili nido.

In Italia si fanno sempre meno figli e il trend non sembra destinato a invertire la rotta. Nel 2017 ha toccato un nuovo minimo storico con soli 458 mila bambini iscritti in anagrafe. Meno della metà delle nascite durante il “baby boom”, con 1.016 nuovi arrivati nel 1964. La soluzione? A detta del ministro della Famiglia, Lorenzo Fontana, l’aborto sarebbe tra le cause principali di questa tendenza negativa tant’è che, poco dopo il suo arrivo a Palazzo Chigi, esortava lo Stato ad «aiutare le donne a non farlo».

Ma se si dà un’occhiata ai numeri nel contesto internazionale, appare evidente che più aborti non significa necessariamente meno nascite. Secondo dati Eurostat, infatti, rispetto a tutti gli Stati membri, i tassi di natalità netti più alti del 2016 sono stati registrati in Irlanda (13,5 per 1.000 residenti), Svezia e Regno Unito (11,8‰), e Francia (11,7‰). Al contrario i più bassi si registrano negli Stati membri del Sud, tra cui Italia (7,8‰), Portogallo (8,4‰) e Spagna (8,7‰). Analogamente, nello stesso anno il maggior tasso di abortività ogni 1.000 donne in età fertile (15-44 anni) si è registrato in Svezia (20,8‰), Regno Unito (15,6‰), Francia (14,9‰), mentre i più bassi in Italia (7,9‰), Portogallo (8,1‰) e Spagna (10,5‰).

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Ristrutturazioni e bonus mobili

People For Planet - Mar, 02/12/2019 - 10:43

Interessato chi ha effettuato lavori di risparmio energetico e acquistato elettrodomestici. Ricevuta dell’invio da esibire al Caf per la detrazione.

Ancora pochi giorni a disposizione per l’invio all’Enea dei dati sugli interventi di ristrutturazione legati al risparmio energetico effettuati nel 2018 tramite il sito dedicato. Dopo la scadenza non si potranno più inviare comunicazioni relative allo scorso anno. Senza la ricevuta non si potrà avere la detrazione.

Quali interventi e quali impianti. L’obbligo di comunicazione riguarda chiunque ha pagato delle fatture per lavori classificati come risparmio energetico utilizzando il bonifico per ristrutturazione, sia nel caso in cui la fattura riguardi solo l’acquisto dei beni elencati, sia nel caso in cui si tratti di fatture per interventi più ampi che elencano, però, anche l’installazione degli impianti in questione. La lista è tassativa e comprende :

  • coibentazione (interventi su tetti e/o pareti e/o pavimenti);
  • solare termico;
  • installazione di infissi completi di finestre;
  • caldaie a condensazione;
  • climatizzatori a condensazione;
  • pompe di calore;
  • sistemi ibridi (caldaie a condensazione e pompe di calore);
  • microcogeneratori;
  • scalda acqua a pompa di calore;
  • impianti a biomasse;
  • impianti fotovoltaici;
  • sistemi di Building Automation per il controllo a distanza degli impianti energetici.

In caso di bonus mobili. Va compilata la scheda per l’Enea anche in caso di acquisto di elettrodomestici nell’ambito del bonus mobili. In questo caso, come indicato sul sito dell’Enea, l’obbligo riguarda i seguenti elettrodomestici:

  • forni,
  • frigoriferi,
  • lavastoviglie,
  • piani cottura elettrici,
  • lavatrici,
  • lavasciuga,
  • asciugatrici.

La lista anche in questo caso è tassativa.

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Bici contromano e “case” per ciclisti. Regole anche per i monopattini

People For Planet - Mar, 02/12/2019 - 08:48

Dopo tanta attesa è finalmente arrivata una riforma del codice della strada che, prima di tutto, sottolinea il valore e l’importanza delle biciclette, il cui uso verrà così – finalmente – incentivato anche garantendo al ciclista priorità e privilegi, per sostenere un’abitudine che, se diffusa, potrebbe non solo cambiare la qualità dell’aria di un paese deferito alla commissione europea per questo motivo, ma anche cambiare il volto delle città rendendole più sicure e quindi più vive, riempiendo strade e piazze di persone e bambini.

Il testo di legge è stato presentato in Commissione Trasporti alla Camera.

La riforma presentata dal Movimento 5 stelle prevede che, nei centri abitati, ma purtroppo solo dove il limite di velocità è di 30 chilometri orari, le bici potranno circolare anche contromano “indipendentemente dalla larghezza della carreggiata e dalla massa dei veicoli autorizzati al traffico”. Cosa diffusa invece in tutte o quasi le strade delle altre capitali europee, da Parigi ad Amsterdam: pedalare è faticoso e al ciclista deve essere concessa la scorciatoia. La norma, appunto molto diffusa all’estero, non ha portato un aumento di rischi per gli incidenti stradali, ma solo una maggior diffusione del mezzo sostenibile per eccellenza. La possibilità di “circolare anche in senso opposto a quello di marcia rispetto agli altri veicoli” dovrà essere segnalata da un pannello.

Ancora, i ciclisti avranno la precedenza rispetto ai mezzi a motore sia agli stop che ai semafori. Non è ancora chiara con precisione la modalità, ma saranno disposte versioni nostrane delle cosiddette “case” nella segnaletica orizzontale, come avviene nel resto d’Europa. In pratica le bici superano le auto in fila a un semaforo e si dispongono in testa (anche ai motorini) in un rettangolo bianco o colorato (la casa simbolica, vedi foto) posto in terra ai piedi del semaforo. Questo spazio ad hoc sarà comunque “una striscia di arresto avanzata” e i Comuni dovranno indicare sempre almeno una doppia linea davanti ai semafori e agli stop. Ne esistono in diverse città italiane, ad esempio a Latina, ma sono eccezioni sporadiche.

La “casa” non dà ai ciclisti solo la precedenza nel ripartire con il semaforo verde, ma evita che i ciclisti stiano dietro o a fianco delle auto, a respirarne i miasmi, suggerendo anche una ripartenza “dolce” agli automobilisti (le accelerazioni in partenza sono grossa fonte di emissioni).

Ancora, le biciclette potranno circolare anche sulle corsie preferenziali riservate agli autobus e ai taxi. Un modo veloce ed economico per rimediare alla drammatica scarsità di piste ciclabili. Si sta anche pensando di introdurre l’obbligatorietà dell’utilizzo del casco e incentivi per l’acquisto.

Per quanto riguarda il “parcheggio” delle biciclette, in caso di assenza di stalli adibiti dal Comune, si potranno legare ai pali sui marciapiedi e nelle zone pedonali, come già veniva tollerato.

Infine, nel disegno di legge è previsto l’obbligo per i Comuni di creare “parcheggi rosa” per le donne in gravidanza. Un modo intelligente non solo di sostenere una donna incinta, ma soprattutto di contrastare l’infondato luogo comune secondo il quale non si può usare la bicicletta durante la gravidanza, invece raccomandata se non ci sono particolari impedimenti medici.

La riforma tratta anche di nuovi mezzi: skate, hoverboard e monopattini saranno infatti inseriti per la prima volta nel codice della strada, e dovranno quindi giustamente avere delle regole e rispettarle. Si discute in questi giorni se potranno circolare solo nelle piste ciclabili: si spera di no. Il monopattino, almeno, è il primo mezzo sostenibile utilizzato dai bambini, e sparirebbe se si dovesse confinarlo nelle ciclabili.

Per quanto riguarda gli automobilisti, è stata fortunatamente confermata la stretta sull’uso di smartphone alla guida e il divieto di fumare in auto se sono presenti bambini.

Rivoluzione poi in tema limiti di velocità: se il testo sarà approvato così com’è, sulle autostrade a tre corsie si potrà viaggiare fino a 150 chilometri orari.

Altra buona notizia per la mobilità sostenibile: in autostrada potranno circolare anche le moto elettriche con cilindrata superiore ai 150 cm3, se il testo verrà approvato.

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Se non vinci, non vengo a vederti. Accade persino nel rugby

People For Planet - Mar, 02/12/2019 - 02:02

Da ormai 19 anni anni (dall’anno 2000), l’Italia del rugby è stata ammessa al più prestigioso torneo europeo. Che un tempo si chiamava Cinque NazioniFrancia, Inghilterra, Scozia, Irlanda, Galles – e poi è diventato Sei Nazioni

Solo che da diciannove incontri, l’Italia perde sempre. L’’ultima vittoria è datata 28 febbraio 2015, in Scozia. È uno strano fenomeno quello rugbistico italiano. Oddio strano fino a un certo punto. Un attento osservatore del rugby, Sebastiano Pessina, ha perfettamente fotografato la situazione: “è come l’Africa col calcio. È dal 1990 che si dice che prima o poi una Nazionale africana vincerà i Mondiali e invece non accade mai. Quando arrivano ai quarti di finale, è una festa”.

È quel che accade con l’Italia del rugby. Ma non è questo l’argomento della rubrica. L’argomento è legato al titolo di giornale: “Col Galles un’altra delusione. Attenta Italia, il pubblico cala”. “Meno di 40mila all’Olimpico, mai così pochi”. 

Ma che vuole dire? Che cos’è questo modo di descrivere i fenomeni sportivi, se non dittatura del risultato? Per l’Italia è un onore partecipare al Sei Nazioni di rugby. Riuscire ad assistere dal vivo alle performance dei più bravi atleti europei della palla ovale, vale da solo il prezzo del biglietto. Sarebbe come andare a vedere una squadra di Nba impegnata contro una squadra italiana di basket e poi disertare il palazzetto all’ennesima sconfitta. Come se lo sport in sé non ci interessasse. 

Sì, diciannove sconfitte consecutive sono tante, troppe. Certificano che il rugby italiano non riesce a progredire. O che magari altri hanno ripreso a correre più velocemente rispetto a noi. Ma che ragionamento è legare la presenza del pubblico alla possibilità di vincere? È una logica che denota, appunto, la totale assenza di cultura sportiva. Come avviene in tante tifoserie calcistiche italiane. O si vince, o subentra l’assuefazione. 

Accade a Napoli dove lo stadio è semideserto a ogni partita. Persino alla Juventus dove non pochi tifosi reclamano la vittoria della Champions come se nello sport la competizione fosse un accessorio. Questo desiderio della vittoria a tutti i costi sta snaturando il rapporto con lo sport. La vittoria, o comunque il miglioramento delle proprie performance, è il naturale obiettivo di ciascun atleta e di ciascuna formazione. Ma per il pubblico dovrebbe esserci anche un’altra componente: il piacere di assistere a uno spettacolo, a un evento. Forse questo vale meno per il calcio, visto il rapporto perverso che si ha in Italia col gioco del pallone. Ma se il principio viene meno anche per il rugby, vuol dire che siamo quasi senza speranze. Che non esiste più l’educazione allo sport. Che non c’è più il riconoscimento della superiorità dell’avversario. Diventa esclusivamente una questione di partigianeria.

Roma ospita ogni anno gli Internazionali di tennis. Ovviamente non capita mai che vinca un italiano. Nemmeno un’italiana, anche le donne fino a qualche anno fa sono state decisamente più competitive degli uomini. Non per questo gli spettatori diminuiscono. Si sfrutta un’occasione più unica che rara: assistere dal vivo ai più forti giocatori del mondo. Questo vale il prezzo del biglietto. Ciascun atleta compete secondo le proprie possibilità. È l’architrave dello sport. Il resto – o vinci o non vengo a vederti – equivale all’atteggiamento di quei bambini che dopo aver portato il pallone pretendono di vincere altrimenti non si gioca più. È l’aberrazione dello sport.

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Imola, le cabine elettriche diventano una galleria d’arte a cielo aperto

People For Planet - Lun, 02/11/2019 - 15:34

Da strutture grigie e anonime a superfici per una galleria d’arte a cielo aperto: è stato completato a Imola il progetto di Hera e Noi Giovani che ha trasformato otto cabine elettriche in opere d’arte grazie al contributo di artisti nazionali e internazionali. Un intervento di rigenerazione urbana: per ogni cabina elettrica è stato scelto un tema e un artista responsabile dell’intervento, a ogni street artist è stata fornita una documentazione completa con informazioni, foto, video e testimonianze relative alla zona, garantendo al progetto completezza e uno stretto legame con il territorio e le sue tradizioni

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Un mese e mezzo alla Brexit. Senza accordo con l’Unione Europea succederà che…

People For Planet - Lun, 02/11/2019 - 15:00

Il 29 marzo è prevista la cessazione della partecipazione del Regno Unito all’Unione Europea e attualmente non c’è un accordo che regoli la Brexit, dopo che quello raggiunto dalla premier britannica May con l’UE è stato bocciato dal Parlamento del suo Paese.

Si materializza la possibilità quindi che scatti il 29 marzo il “no deal”, cioè una Brexit senza accordo. Tutti si interrogano sulle sue eventuali conseguenze.  Ci sarebbero sicuramente effetti negativi sui rapporti sociali, economici e anche sull’ambiente e cresce la preoccupazione.

E’ sintomatico in tal senso che il Times di Londra abbia rivelato che, addirittura,  nel caso di divorzio dall’Ue senza accordo, la regina Elisabetta II e il resto della famiglia reale saranno portati via da Londra e trasferiti in un luogo segreto per timore che possano scoppiare dei disordini.

Il piano, studiato da Whitehall, il ministero dell’Interno britannico, doveva rimanere segreto ed è simile al piano che era stato predisposto durante la Guerra Fredda, per mettere in salvo la famiglia reale in caso di un attacco nucleare dell’Unione Sovietica.

Adesso si replica: Elisabetta II e il marito, Filippo di Edimburgo, sarebbero portati in un luogo segreto. Con loro, i componenti di maggior spicco della famiglia reale, a cominciare dal principe del Galles, con la moglie Camilla, e le famiglie dei suoi figli, William ed Harry.

Secondo uno studio commissionato dal governo britannico, il “no deal” potrebbe costare al Paese più del 10 per cento del suo PIL in 15 anni.

Insomma, il “no deal” non sembra promettere rose e fiori per il Regno Unitoanche se non mancano i britannici ottimisti. Tra i più accaniti sostenitori della Brexit prevale la visione di un “no deal” come opportunità per la Gran Bretagna che permetterebbe di sviluppare in un futuro senza vincoli le sue potenzialità economiche.

Ma cosa significherebbe, concretamente, per il Regno Unito e gli altri Paesi europei, compresa l’Italia, uscire dall’Unione senza un accordo?

Una definizione formale si trova nel documento prodotto dalla Commissione Europea, in cui si legge che se non sarà raggiunto un accordo alla mezzanotte del 29 marzo 2019 «il Regno Unito diventerà una terza parte rispetto all’Unione, e le leggi dell’Unione smetterebbero di applicarsi sia nei confronti del Paese che al suo interno». E quindi:

  • 1 – I cittadini europei residenti nel Regno Unito e quelli britannici residenti nell’Unione si troverebbero ad essere tecnicamente extracomunitari. In Gran Bretagna si trovano attualmente 700.000 italiani.
  •  2-  Persone e merci non potrebbero più viaggiare liberamente tra Unione Europea e Regno Unito. Rinascerebbero le frontiere nei porti e negli aeroporti, ma anche via terra tra Irlanda e Irlanda del Nord e tra Gibilterra e Spagna, come quelle che separano l’Unione da paesi terzi. E quindi controlli di documenti delle persone e, soprattutto, controlli sanitari e di aderenza alle norme rispettivamente britanniche o europee nei confronti delle merci, con rallentamenti e problemi anche nel settore della salute per la distribuzione dei farmaci.
  • 3 – Il Regno Unito perderebbe l’accesso al mercato unico europeo, l’area economica dentro alla quale non ci sono barriere agli scambi di beni e servizi e viceversa i prodotti europei verso il Regno Unito. Le merci sarebbero quindi sottoposto a tariffe e controlli aggiuntivi previsti in questi casi con conseguenze a volte ai limiti del paradosso. Per esempio, senza accordi aggiuntivi, il “no deal” annullerebbe gli attuali accordi sull’aviazione civile e quindi renderebbe impossibile agli aerei britannici entrare nell’UE e viceversa.
  • 4 – Possibili problemi anche per l’export italiano.  Mentre alcuni Paesi europei come la Germania, il Belgio e la Francia si sono già dotati di una legislazione di emergenza per affrontare i rapporti con il Regno Unito in caso di uscita senza alcun tipo di accordo con l’Unione europea, non ha fatto altrettanto finora il Governo italiano.  Gli scambi commerciali tra i due Paesi hanno raggiunto nell’ultimo anno quota 34,5 miliardi di euro, di cui 23,1 miliardi di esportazioni verso la Gran Bretagna e 11,4 miliardi di euro di importazioni verso l’Italia, con un saldo positivo per l’Italia di quasi 20 miliardi. L’export italiano verso il Regno Unito è rappresentato innanzitutto dai prodotti agroalimentari, sia trasformati sia freschi, e dal vino. L’assenza di una legislazione di sostegno da parte dell’Italia in caso di “no deal” potrebbe comportare seri problemi per l’export italiano.

Insomma, viene da dire:

Hey English, do you really want Brexit?

Fonti:
Commissione Europea
Times
Aise.it
Ilpost.it
Wallstreetitalia.com

Fonte immagine: MilanoFinanza.it

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I poveri sono grassi, dovrebbero mangiare meno.

People For Planet - Lun, 02/11/2019 - 12:00

Non ci sono più i poveri di una volta. I 10 milioni di indigenti italiani non sono più scheletrici ed emaciati. Questi sbafano a 4 palmenti quantità fantascientifiche di proteine e grassi idrogenati incazzati. E poi si ammalano e si lamentano che non hanno i soldi per comprarsi le medicine!”

Capita di sentire discorsi come questi in certi ambienti. E fa impressione. Dare addosso ai poveri è facile quanto imbecille. Trump sta dimostrando che è anche una strategia che paga. Dare la colpa ai profughi, a quelli che muoiono di fame nel terzo mondo è di moda.

Ma anche tra i progressisti c’è qualcuno che fa la morale a chi è sul lastrico.

“L’Italia andrebbe meglio se i poveri si impegnassero di piu’ in politica”.

Piu’ della metà degli italiani o non andrà a votare o non ha ancora capito per che cosa voterà.

“Ma perché non si informano? Perché non studiano la riforma costituzionale? Non capiscono che è in gioco il loro futuro?”

No. Non lo capiscono.

E forse noi che siamo impegnati politicamente, noi progressisti, dovremmo iniziare a chiederci se non è un po’ anche colpa nostra: abbiamo voltato le spalle agli “interessi del popolo“?

Secondo me la risposta a questa domanda è:. Ci siamo dimenticati di quei cambiamenti che realmente migliorerebbero la situazione degli italiani.
Attratti dai temi di grande spessore morale e politico lontani dalla quotidianità della gente.

Certo difendere la costituzione è giusto e necessario ma ci sono urgenze drammatiche che sono passate in secondo piano.

Tutti sono d’accordo che l’Italia non può ripartire se non ci liberiamo dell’oppressione burocratica, se non si fa funzionare la giustizia e se non si razionalizza il sistema (lotta agli sprechi, ecotecnologie e digitalizzazione). E solo se si ottengono risultati su questo fronte si potranno trovare le risorse per compiere le azioni sociali più urgenti.

Non basta una legge, per riuscirci ci vuole una rivoluzione culturale, un cambiamento di metodo…

Il problema è che se iniziamo a parlare di burocrazia ed efficenza dobbiamo discutere di questioni tecniche complesse e la gente fa fatica a seguirle. E così si parla d’altro.

Tempo fa, durante un dibattito televisivo con Giachetti, candidato sindaco al comune di Roma per il PD, ho posto il problema: “Ve la pigliate, giorno e notte, con la Raggi e non vi rendete conto che durante gli anni dell’amministrazione di sinistra non siete riusciti neanche a fare un bilancio analitico del comune!”

Al che il buon Giachetti si è messo a sghignazzare. E mi ha risposto come se fossi un matto, che il comune di Roma deve presentare i bilanci alle autorità competenti… Quindi ce l’ha il bilancio! Il conduttore e un giornalista del Manifesto, ridacchiavano anche loro della mia coglionaggine.

Non sapevano cosa sia un bilancio analitico, che non centra nulla con un bilancio ordinario.

Il bilancio fiscale ti dice quanto spendi e quanto guadagli, suddividendo i costi per aree: sanità, educazione, cultura, assistenza eccetera.
Il bilancio analitico invece è in grado di dirti quanti metri quadrati di immobili si riscaldano e quanto costa riscaldarli al metro quadrato.

Vuol dire sommare tutte le spese per spostamenti dei vari settori, e poi calcolare costi a km e costi in termini di ore lavoro. Tutti questi dati ci sono nei bilanci ma sono divisi per settori e quindi non si capisce nulla. Oppure non sono forniti in modo valutabile.

Che una palestra costi 500 euro all’anno per l’acqua non vuol dire nulla se non so quante persone la frequentano. Cioè, se ci sono 50 persone che si fanno una doccia o 5mila. E poi devo confrontare questi numeri con esempi relativi ad altre città ed ad altre nazioni per capire se i costi sono giusti o esosi. E poi devo raccontare tutto in modo che qualunque cittadino possa capire e dare giudizi e contributi. La democrazia è creare una app con la quale puoi fare le pulci al bilancio del tuo Comune, standotene comodamente in poltrona a casa tua.

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Torna a soffiare il vento di Riace

People For Planet - Lun, 02/11/2019 - 11:14

Il legame con Riace nasce in occasione del campo di lavoro che abbiamo fatto da quelle parti, i primi dieci giorni dell’agosto scorso, con un gruppo del Gim (Giovani impegno missionario) dei missionari comboniani. In breve tempo, siamo entrati in sintonia con i migranti, con Mimmo Lucano e con l’esperienza di Riace. Quando lo abbiamo invitato a parlare ai giovani, Mimmo si è commosso e ci ha detto che avrebbe iniziato un digiuno a oltranza per sollecitare il ministero degli interni a erogare i fondi dovuti per il funzionamento dello Sprar, il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati.

Siamo rimasti sempre in contatto e abbiamo vissuto da vicino l’iniziativa giudiziaria della Procura di Locri sulla gestione dei progetti d’accoglienza dei migranti e gli arresti domiciliari che Mimmo ha dovuto subire in ottobre. In seguito ha avuto il divieto di dimora a Riace e ora vive a Caulonia, piccolo centro dell’Alta Locride. È inconcepibile che un uomo che ha fatto del bene sia stato trattato in questo modo e la sua opera devastata. In questi mesi molti migranti se ne sono andati da Riace – dei trecento che erano ne sono rimasti una sessantina – e l’opera di accoglienza e di integrazione, che è stata e che può tornare a essere un esempio per tante realtà italiane, è stata di fatto smantellata.

Tuttavia è accaduto che molte realtà e associazioni, in giro per l’Italia, non si sono arrese a questa situazione e stanno provando a fare ripartire l’esperienza che è antitetica alle scelte che la politica italiana sta facendo.

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Foto: Riace 2018. Foto di Roberta Ferruti

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M’illumino di Meno

People For Planet - Lun, 02/11/2019 - 08:47

M’illumino di Meno è la giornata del risparmio energetico e degli stili di vita sostenibili, ideata nel 2005 da Caterpillar e Rai Radio2 per chiedere ai propri ascoltatori di spegnere tutte le luci che non sono indispensabili. Un’iniziativa simbolica e concreta che fa del bene al pianeta e ai suoi abitanti.

M’illumino di Meno torna il primo Marzo 2019 ed è dedicata all’economia circolare. L’imperativo è riutilizzare i materiali, ridurre gli sprechi, allontanare “il fine vita” delle cose. Perché le risorse finiscono, ma tutto si rigenera: bottiglie dell’acqua minerale che diventano maglioni, carta dei giornali che ritorna carta dei giornali, una cornetta del telefono diventa una lampada, fanghi che diventano biogas. Dall’inizio di M’illumino di Meno, in 15 anni, il mondo è cambiato.

L’efficienza energetica è diventata un tema economico rilevante e le lampadine ad incandescenza che Caterpillar invitava a cambiare con quelle a risparmio energetico, adesso, semplicemente, non esistono più. Ma spegnere le luci e testimoniare il proprio interesse al futuro dell’umanità resta un’iniziativa concreta, non solo simbolica, e molto partecipata.

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Pedalare come un fumatore turco

People For Planet - Lun, 02/11/2019 - 01:57

4.000 biciclette distribuite finora ad altrettanti bambini, 15.000 l’obiettivo finale. È  questa la bella iniziativa di Hasan Kara, sindaco di Kilis, città turca al confine con la Siria, circa 260mila abitanti, la metà dei quali sono profughi siriani.

L’amministrazione regala biciclette nuove e fiammanti ai bambini se uno dei due genitori smette di fumare. Per avere e tenere la bicicletta i piccoli devono controllare che mamma o papà non riprendano a fumare, mantenere buoni voti a scuola e impegnarsi a pedalare almeno un’ora al giorno.

Il lancio dell’iniziativa è avvenuto in contemporanea con l’inaugurazione di una nuova pista ciclabile di 6,5 km in città (altri 30 km sono in cantiere).

Le biciclette ridurranno il traffico di auto e motorini (alcuni trasportano anche 3-4 persone e i caschi protettivi sono una rarità), sono uno straordinario strumento di promozione di uno stile di vita sano e sono un simbolo di coesistenza, ha dichiarato il sindaco Hasan Kara.

Fonte: https://www.theguardian.com/cities/2018/dec/11/cycles-for-cigarettes-turkish-city-gives-children-bikes-if-relative-quits-smoking-kilis

Immagine di copertina: Armando Tondo

Le biciclette più pazze del mondo (photogallery di Armando Tondo)

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Il ricambio aziendale non è solo un affare padre-figlio

People For Planet - Lun, 02/11/2019 - 01:29

Abbiamo già iniziato a discutere dei rischi insiti nella successione aziendale, ma forse, per questione di spazio e di battute, non abbiamo fatto ben comprendere che la continuità aziendale è un problema che riguarda non solo la proprietà (i rappresentanti delle due generazioni che originano il cambio), ma anche altri attori che sono portatori di interessi esterni all’azienda che, è bene ricordarlo, nel momento del passaggio generazionale, esce quasi sempre profondamente mutata.

Chi sono i tanti attori in scena?

Parliamo degli eventuali manager dell’azienda che non sono membri del gruppo proprietario, tutti i collaboratori, i consulenti standard (commercialisti, avvocati, consulenti del lavoro) dei protagonisti della successione, le loro famiglie e, all’esterno dell’azienda, tutti i portatori di interessi in azienda come le banche, i fornitori e i clienti e, sia pure in maniera molto indiretta, le associazioni industriali di appartenenza e gli enti locali.

La successione imprenditoriale può essere infatti concepita anche come un processo di scambio e selezione di competenze tra i due protagonisti principali che, oltre a garantire il fisiologico alternarsi alla guida dell’azienda, permetta il mantenere o il variare di valori, metodi, procedure e tecniche manageriali (competenze critiche) coerenti con le esigenze proprie dell’impresa.

Se queste competenze critiche per l’efficace conduzione dell’azienda rimangono inalterate nel tempo ed è presumibile possa durare anche per il futuro, risulta chiaro che, da un lato, il percorso formativo del successore potrà ricalcare quello seguito a suo tempo dall’attuale imprenditore e, dall’altro, che la delega tra i due protagonisti potrà essere esclusivamente operativa cioè limitata allo svolgimento di attività in misura più o meno ampia a seconda dei casi.

Differente e più complesso è il caso in cui il processo di successione non si deve limitare a concludere un avvicendamento fisiologico ai vertici dell’azienda, ma deve anche favorire la riformulazione del ruolo imprenditoriale richiesto dalle mutate condizioni aziendali.

In presenza di nuove funzioni critiche, di emergenti strategie di evoluzione aziendale, di rapida crescita dell’azienda o al contrario, di involuzioni nel processo di sviluppo, l’imprenditore deve, oltreché percepire queste novità, sapervi adattare i modi e i tempi del proprio contributo all’azienda.

In questo quadro occorre soffermarsi sul ruolo degli altri attori coinvolti.

Escludendo le banche di cui abbiamo parlato tanto su queste colonne e che, tranne casi eccezionali, sono portatori dei soli propri interessi, è il caso di soffermarci sugli altri protagonisti.

Con riferimento all’ambito familiare e amicale il principale obiettivo che questi ultimi devono perseguire è quello di garantire un clima favorevole alla successione: ciò non significa evidentemente evitare che, influenzati dalla morale cattolica della ‘famiglia del Mulino Bianco’, determinati e oggettivi conflitti si manifestino.

Il ruolo positivo della famiglia e di eventuali amici coinvolti come esterni nel processo di successione, tranne alcune eccezioni, si svolge soprattutto nella sfera della mediazione interpersonale e della creazione di spazi di confronto.

Specialmente per i membri della famiglia che possiedano quote o azioni dell’azienda e che non sono coinvolti nella gestione, il momento della successione può rappresentare l’occasione traumatica di divisioni e contrapposizioni: anche per questo l’abitudine al confronto regolare nell’ambito di un consiglio di famiglia può essere molto utile.

Infine, va ricordato che la famiglia per sua natura tende a smembrarsi e a creare nuovi nuclei; poiché non sempre per l’azienda è efficace seguire la stessa prospettiva si fondano, per esempio, piccoli ‘sottogruppi’ familiari: questo fenomeno tende di per sé ad aumentare la complessità del processo successorio.

E quindi a maggior ragione occorrono forze di mediazione che sicuramente possono svolgere i familiari e gli amici.

Gli attori che invece agiscono in ambito aziendale (dirigenti, commercialista e tutti gli altri collaboratori) possono e devono contribuire alla creazione di una visione realistica e approfondita dell’azienda: ciò a beneficio immediato dei protagonisti della successione.

Questi attori dovrebbero essere attentamente ascoltati da entrambi in ordine alle attese dell’evoluzione futura dell’azienda e coinvolti nei tempi e nei modi più opportuni laddove l’avvento di uno o più successori possa bloccare significativamente le aspettative di carriera e le motivazioni al lavoro di ognuno di essi.

In alcuni casi di successione imprenditoriale impossibile da realizzare in ambito familiare, collaboratori e consulenti, come precedentemente rilevato, possono svolgere un ruolo più attivo rilevando la proprietà dell’azienda o, nel caso di successione traumatica e quindi improvvisa, supportando l’eventuale periodo di interregno.

Normalmente questo è l’unico polo da cui, nell’intero processo di successione, possano provenire informazioni aggiuntive sulla gestione aziendale rispetto a quelle già conosciute dai protagonisti.
L’unica alternativa può essere rappresentata da clienti e fornitori che possono rilevare l’azienda.

Fatte queste premesse, il ruolo dell’onnipresente commercialista non appare ancora pronto ad affrontare, tranne casi eccezionali (significa statisticamente una percentuale bassissima del totale degli iscritti all’ordine), il fenomeno della successione in azienda.
Il consulente deve essere autorevole e meritare la piena fiducia dell’imprenditore e della famiglia comprendendo le diverse esigenze della famiglia e dell’impresa e gli equilibri in gioco. E fin qui ci siamo.
Ma il passaggio generazionale non ha regole e soluzioni standardizzate e precostituite. Occorre gestire e coordinare aspetti eterogenei in una soluzione personalizzata e armoniosa.
E qui si evidenziano i limiti della categoria.

L’ordinamento giuridico italiano offre diversi strumenti per il passaggio generazionale, ma l’esperienza dimostra che la soluzione del caso concreto richiede spesso l’impiego congiunto ed equilibrato di più strumenti, conciliando la trasmissione della proprietà e la definizione delle regole di corporate governance senza mai perdere di vista la strategia di continuità e crescita dell’impresa.

La strutturazione di un trust o di un patto di famiglia, la stesura di un testamento, la definizione di una carta dei valori della famiglia, la costituzione di comitati di famiglia con relativa condivisione delle regole di funzionamento o la negoziazione di patti parasociali sono esempi di attività che un passaggio generazionale può richiedere unitamente a una razionalizzazione dello schema societario e/o alla scelta dei veicoli societari più adatti.

Ma soprattutto l’attività del consulente dovrebbe essere mirata alla pianificazione (dal punto di vista organizzativo, legale, fiscale, contabile e amministrativo) della successione.

Mettersi sulla scena e non occupare la casella del suggeritore che, pur fiutando aria di default, non entra direttamente sul tema, ma allestisce e vende servizi-tampone o progetti-ponte.

Non se ne risenta l’ordine dei commercialisti. Confrontarsi con le differenze non significa voler eliminare quelle differenze.

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La questione migranti che portò Roma al collasso

People For Planet - Dom, 02/10/2019 - 16:00

La cattiva gestione dell’ondata migratoria di Goti, nel quarto secolo, generò le ostilità alla base della Battaglia di Adrianopoli, l’inizio della fine per l’Impero Romano d’Occidente. 

l 9 agosto del 378 d.C., ad Adrianopoli, in Tracia – nella moderna provincia turca di Edirne – si consumava una delle peggiori sconfitte militari mai subite dai romani: il massacro di 30 mila soldati dell’impero, guidati da Flavio Giulio Valente, perpetrato dai Goti, al seguito del re guerriero Fritigerno. Secondo gli storici, quella disfatta segnò l’inizio della catena di eventi che avrebbe portato alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente, nel 476. 

Ripercorrere oggi gli eventi che portarono alla battaglia di Adrianopoli è interessante: secondo una lettura dei fatti di allora pubblicata su Quartz, all’origine della strage ci sarebbe stata la cattiva gestione, da parte dei romani, di un’imponente ondata migratoria di Goti avvenuta due anni prima. Gli stessi Goti che si sarebbero trasformati nei carnefici delle legioni dell’Urbe.
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Una buona notizia è una notizia?

People For Planet - Dom, 02/10/2019 - 15:26

Laura Malucelli, scrittrice e amica, anni fa mi diceva che una buona notizia non è una notizia. Fu un duro colpo per me che mi occupavo di Cacao – Il quotidiano delle buone notizie comiche, una news letter che arrivava nella casella mail di quasi ventimila persone.

Malgrado la critica ho continuato a pensare che mettere in risalto le buone notizie, raccontare di azioni meritevoli, dei passi verso la civiltà e i diritti umani, e anche, perché no, mettere in ridicolo certi atteggiamenti, raccontare del ladro che si dimentica i documenti nella casa che va a svaligiare, fosse un buon modo per dimostrare che non è vero che va sempre tutto male e che una risata o almeno un sorriso merita sempre di essere fatto.

I media danno risalto a quello che non va e allora noi, dall’altra parte della barca davamo conto di quello che invece va o che ci faceva ridere.

E quindi in questa domenica un po’ grigia, almeno in Umbria, vi racconto quello che è successo questa settimana di buono, divertente, che va in quella direzione lì, sì proprio quella lì.

Un rifugio di animali in Arizona era a corto di personale e nei pressi c’è una casa di riposo per anziani. Collegata la sinapsi ecco che i micini abbandonati e bisognosi di cure sono stati affidati ad altrettanti anziani più o meno nelle stesse condizioni. I risultati sono eccezionali: i mici crescono alla velocità della luce, i nonni no, ma sono molto più contenti.
Fonte: Greenme

Bilanci di Giustizia nel suo incontro annuale ha dimostrato che, conti alla mano, le famiglie più attente all’ambiente e ai consumi sono più felici.
“Quando l’economia uccide bisogna cambiare” è lo slogan di questa rete che nasce nel nel 1994.

Volete fare un regalo veramente eccezionale al vostro amore per San Valentino? Christie’s mette all’asta un frammento ‘cosmico’ di asteroide a forma di cuore precipitato sulle montagne Sikhote-Alin in Siberia il 12 febbraio 1947. Base d’asta 500mila dollari. Un po’ caro ma di un’originalità spaziale.
Fonte: Repubblica.it

Alla veneranda età di 97 anni il Principe Filippo ha deciso di rinunciare alla patente. Tutta l’Inghilterra ha tirato un sospiro di sollievo.

Buona domenica a tutti!

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“Hai tempo”, una cosa bella da dire

People For Planet - Dom, 02/10/2019 - 09:03

La settimana scorsa ho chiesto ai bambini di ricopiare un breve testo su un foglio. Non ho dato un tempo. La consegna, però, era precisa. Il lavoro semplice. La prima bambina, straniera, ha finito il suo lavoro di copiatura in dieci minuti, qualcuno in quindici, qualcuno in venti e così via. Qualcuno ha saltato delle lettere, qualcuno è andato a capo quando non doveva. Qualcuno non ha fatto errori.

Suonata la campanella c’erano ancora due bambini che stavano scrivendo. Uno si è alzato e me l’ha consegnato, l’altro ho dovuto richiamarlo perché mi portasse il suo lavoro. Quest’ ultimo, siccome ne aveva copiato solo metà, quando mi è venuto vicino mi ha detto con una voce sconsolata: “Ma io non l’ho finito!”“Non importa”, gli ho risposto, “hai tempo. La prossima volta lo finirai con calma. Non ti preoccupare”. Mi ha sorriso, si è tranquillizzato ed è volato a mensa.

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Foto di Myles Tan, tratta da Unsplash.com

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Strumenti e musica per aiutare i quartieri disagiati delle città

People For Planet - Dom, 02/10/2019 - 07:42

Ospiti d’eccezione al Festival delle Felicità Interna Lorda sono stati i ragazzi di MusicaInsieme a Librino che hanno sperimentato il metodo Abreu, nato in Venezuela per offrire ai bambini dei quartieri più poveri delle città la possibilità di imparare a suonare uno strumento musicale.

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Brindisi, scritte omofobe contro uno studente.

People For Planet - Sab, 02/09/2019 - 14:55

BRINDISI – Scritte omofobe a scuola contro uno studente del terzo anno, i compagni lo difendono e riempiono la facciata dell’istituto con striscioni con l’hashtag “#siamotuttifroci”. È accaduto all’istituto Alberghiero di Brindisi. Qualcuno nella giornata di ieri, 7 febbraio, aveva imbrattato le mura e le scale esterne dell’edificio scolastico con insulti omofobi nei confronti di un ragazzo minorenne, era stato scritto anche il suo nome e cognome. La reazione degli altri studenti è stata esemplare.

Il dirigente scolastico Vincenzo Antonio Micia ha fatto immediatamente cancellare le scritte. Questa mattina gli stessi studenti con i docenti hanno organizzato un flash mob fuori dall’istituto, al quale hanno partecipato anche i ragazzi delle altre scuole superiori della città. Nella giornata di ieri i rappresentati degli studenti dell’Alberghiero hanno avvertito i colleghi delle altre scuole.


Durante la manifestazione è intervenuto il ragazzo vittima degli insulti ed ha commosso tutti. Con gran coraggio ha parlato davanti ai suoi coetanei. “Io sono fortunato – dice – ho accanto la mia famiglia e i miei amici, oggi la vostra vicinanza mi fa sentire più forte in questo mio percorso di vita”.

Dopo le sue parole anche altri ragazzi hanno fatto coming out: “Che ne sapete voi della paura quella che ci distrugge – spiega uno studente – che annienta le famiglie, gli amici di scuola. Che ne sapete voi del dolore, che dura finché qualcuno non ti libera, accettandoti per quello che sei, un omosessuale”. Poi è stato il preside a rassicurare i suoi ragazzi.

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La cannabis migliora la fertilità?

People For Planet - Sab, 02/09/2019 - 13:00

L’esposizione a un moderato livello di fumo di cannabis potrebbe comportare un miglioramento della fertilità. E’ questa la conclusione, in controtendenza con le attuali conoscenze sull’argomento, a cui è giunto uno studio realizzato da un gruppo di ricercatori guidati da Feiby Nassan del Dipartimento di salute ambientale della Harvard T. H. Chan School of Public Health di Boston (Stati Uniti) e pubblicato sulla rivista Human Reproduction.

Lo studio

Gli studiosi hanno raccolto più di mille campioni di sperma appartenenti a 662 uomini (36 anni di media e con un livello di istruzione universitaria) con problemi di fertilità in cura al Massachusetts General Hospital Fertility Center tra il 2000 e il 2017. Tra gli uomini reclutati per lo studio, 317 hanno anche fornito campioni di sangue in cui i ricercatori hanno potuto misurare la presenza e il livello degli ormoni riproduttivi. Tutti i partecipanti hanno inoltre compilato questionari in cui descrivevano il loro consumo di cannabis, da cui è emerso che circa il 55% aveva fumato cannabis (di questi, il 44% non fumava più mentre l’11% fumava ancora al momento dello studio).

Conta spermatica migliore

Dalla ricerca è emerso che l’esposizione a un basso livello di cannabis nel corso della vita potrebbe migliorare la produzione di sperma, incrementando di conseguenza la fertilità maschile. L’analisi dei campioni di sperma ha infatti messo in evidenza che gli uomini che avevano fumato avevano una concentrazione media di 62,7 milioni di spermatozoi per millilitro, contro i 45,4 milioni di spermatozoi per millilitro di chi non aveva mai fumato. Non solo: tra i consumatori di cannabis, solo il 5% aveva una conta spermatica inferiore a 15 milioni per millilitro, ovvero la soglia minima di “normalità” indicata dall’Organizzazione mondiale della sanità, mentre tra chi non aveva mai fumato era sotto questa soglia il 12% degli uomini. Infine, un maggiore uso di cannabis è risultato collegato a livelli più alti di testosterone

Necessari ulteriori studi 

Un risultato che ha sorpreso gli studiosi perché in completa controtendenza con le attuali conoscenze scientifiche secondo le quali fumare cannabis avrebbe effetti dannosi sulla salute riproduttiva maschile. I ricercatori spiegano che gli esiti di questo studio devono essere presi con molta cautela, e che sarà necessario effettuare nuove ricerche per capirci di più. Ad esempio, spiegano gli stessi autori dello studio, per quanto riguarda l’aumento dei livelli di testosterone nei fumatori di cannabis un’interpretazione plausibile “è che gli uomini con livelli di testosterone più elevati siano più propensi a intraprendere comportamenti di ricerca del rischio, tra cui fumare cannabis”. E che, quindi, fumare cannabis non sia la causa dell’aumento del testosterone, ma un comportamento che viene attuato di conseguenza. Non solo: gli stessi ricercatori precisano poi che, essendo stata la ricerca condotta esclusivamente su uomini con problemi di fertilità, i risultati non possono essere estesi alla popolazione maschile in generale.

Risultati da prendere con cautela

Lo scetticismo degli studiosi è alto anche perché studi condotti recentemente hanno ottenuto risultati opposti. Come spiega la studiosa Sheen Lewis della Queen’s University di Belfast (Regno Unito), “nei nostri laboratori abbiamo trovato esattamente gli effetti opposti“: uomini che ogni giorno fumavano la stessa dose moderata di marijuana hanno visto crollare sia la quantità che la motilità degli spermatozoi, indicatori fondamentali della salute riproduttiva maschile.

Photo by Get Budding on Unsplash

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Rischio di contaminazione: richiamati lotti di gorgonzola dolce Dop

People For Planet - Sab, 02/09/2019 - 08:00

Il ministero della Salute ha richiamato diversi lotti di gorgonzola Dop dolce per rischio microbiologico legato alla presenza di Listeria monocytogens, batterio responsabile della listeriosi, infezione che può colpire sia gli uomini che gli animali. Il richiamo riguarda lotti di diversi marchi di gorgonzola – Bella Italia, Igor Blu, Casa Leonardi, Novarì, Colle Maggio – prodotti nello stabilimento di Cameri (Strada statale Leonardi 21, provincia di Novara). Per maggiori informazioni sui lotti interessati e le scadenze si può cliccare qui.

La Listeria

Il batterio Listeria monocytogens è molto diffuso nell’ambiente e si trova comunemente nel suolo, nell’acqua, nella vegetazione e nelle feci di molte specie animali senza che questi mostrino sintomi apparenti. Può contaminare qualunque livello della catena di produzione e consumo degli alimenti. Può crescere e riprodursi a temperature variabili da 0 a 45°C, tende a persistere nell’ambiente e quindi essere presente anche in alimenti trasformati, conservati e refrigerati.

Poiché la listeriosi generalmente è dovuta all’ingestione di cibo o mangime contaminato viene classificata, sia per l’uomo che per gli animali, fra le malattie trasmesse attraverso gli alimenti  (tossinfezione alimentare). Più raramente le infezioni possono verificarsi attraverso il contatto diretto con animali, persone o l’ambiente contaminato.

Gli alimenti a rischio

Gli alimenti principalmente associati all’infezione da listeriosi sono pesce, carne e verdure crude, latte non pastorizzato e latticini come formaggi molli e burro, cibi trasformati e preparati (pronti all’uso) inclusi hot dog, carni fredde tipiche delle gastronomie, insalate preconfezionate, panini, pesce affumicato.

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Governo vs case farmaceutiche: riusciremo a risparmiare 2 miliardi?

People For Planet - Sab, 02/09/2019 - 01:36

Cosa sono i farmaci fotocopia? In America chiamano lo stesso concetto “me-too” (termine poi divenuto famoso in un altro contesto): ovvero la creazione e la messa in vendita di farmaci identici a quelli esistenti, solo per entrare in un mercato redditizio senza fare sforzi di ricerca scientifica. In altre parole: il mercato c’è e anche io (casa farmaceutica) ci voglio guadagnare (me-too). Peccato che ogni farmaco abbia anche un costo pubblico, se il farmaco è di fascia A, e che alcuni farmaci fotocopia abbiano prezzi molto maggiori rispetto a un’efficacia identica agli altri: un costo inutile per il governo che “li passa” al cittadino, e un costo inutile per tutti noi. Silvio Garattini, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche “Mario Negri” di Milano ne fa da anni una guerra personale.

Il progetto è di frenare questo assalto al banco farmaceutico e vietare i doppioni in fascia A, arrivando a un risparmio di 2 miliardi di euro: ovvero 40 volte di più rispetto al risparmio previsto dall’eliminazione delle pensioni d’oro, tanto per capirci, che si ferma a 50 milioni di euro. Una torta preziosissima per un Paese indebitato come il nostro, ma anche un frutto da difendere con le unghie e con i denti per le case farmaceutiche (e in alcuni casi anche per i farmacisti o i medici che già in passato hanno remato contro il cambiamento).

Dottor Garattini, quali sono le medicine gemelle in fascia A di cui parliamo? Che tipo di farmaci, in altre parole, più spesso soffrono di questo immane spreco?

“Potremmo prendere molti esempi per classi di farmaci. Ad esempio ci sono, a parità di efficacia, costi molto diversi tra farmaci del gruppo degli antidepressivi, o tra i sartani (farmaci antipertensivi), gli ACE inibitori (contro l’ipertensione), i bifosfonati (contro l’osteoporosi), gli anti-ipertensivi e i polmonari. I farmaci non sono beni di consumo, ma strumenti di salute. Bisogna razionalizzarne l’uso, per ridurre la spesa: il mercato ha troppi doppioni. Non possiamo avere in Italia 21 farmaci antidepressivi e non sapere se ce n’è uno che funziona meglio degli altri – spiega Garattini – Stesso discorso per gli antidolorifici o i gastroprotettori. E non è accettabile che il Ssn spenda 280 milioni l’anno solo per la vitamina D, che ormai è noto non cambia il numero di fratture negli anziani”.

“Le analisi ci dicono che appena il 6-8% dei farmaci varati in questi ultimi anni presenta qualche vantaggio. Sono medicinali approvati spesso attraverso studi clinici controllati, che avevano come termine di confronto il placebo, anziché il miglior farmaco disponibile. Farmaci che proliferano a ritmo esponenziale sono ad esempio gli antitumorali, che però non offrono alcun vantaggio terapeutico. Tra il 2002 e il 2014 sono stati approvati farmaci antitumorali per 71 indicazioni, rivolte a vari tumori ma, come rileva uno studio, il vantaggio di sopravvivenza è di 2,1 mesi, e quasi sempre con una cattiva qualità di vita (a causa degli effetti tossici di questi stessi prodotti). Purtroppo tali approvazioni rendono ricchi i produttori e sempre più povero il Servizio sanitario, perché i prezzi sono stratosferici e largamente sproporzionati rispetto ai vantaggi promessi. Un altro esempio: i farmaci contro l’epatite C, che neppure il Ssn italiano può acquistare per tutti i malati. Insomma, va rivisto il Prontuario Terapeutico Nazionale, che non è stato sottoposto ad analisi sistematiche da oltre 20 anni e che registra attualmente disparità di prezzi fra prodotti che non sono differenti fra loro. Ed è necessario anche che chi approva i farmaci chieda di più all’industria farmaceutica. Che fa bene alla società solo se orientata a produrre strumenti di salute anziché beni di consumo”.

Come potremmo avere una classifica indipendente dei farmaci più efficaci? “Attraverso la ricerca! E comunque se ne potrebbero scegliere solo alcuni sulla base delle evidenze disponibili”.

Il progetto sembra molto ambizioso, e davvero utile. Ma la strategia da mettere in atto non è ancora nota… lei magari sa qualche novità? “Si attende che AIFA, l’Agenzia italiana del farmaco, prenda in considerazione le proposte del nostro documento”.

Onestamente… crede che si realizzerà? Riusciremo a superare l’unione di lobby così potenti (farmacisti, industrie, medici hano già fatto quadrato contro questo cambiamento…) “Noi dobbiamo fare tutto il possibile. È chiaro che vi sono molte lobby, ma lo Stato dovrebbe avere come obiettivo quello di proteggere il SSN dal mercato della medicina”.

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I polli non erano poi così felici

People For Planet - Ven, 02/08/2019 - 18:00

Uno dei temi cari a People for Planet per la tutela dei consumatori, per non essere beffati noi tutti, sono le pubblicità ingannevoli: in questo caso specifico si tratta di animali di allevamento per particolari tipologie di prodotto che, secondo l’Enpa (Ente nazionale protezione animali) e non solo,  sono stati rappresentati diversamente dalla realtà.

A seguito della denuncia presentata dall’Enpa nel 2016  verso Gesco, azienda del Gruppo Amadori, proprio per difformità tra quanto affermato nella comunicazione  e reali condizioni, è arrivato – da pochi giorni – l’esito del procedimento di AGCM (Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato, di seguito anche Autorità o Garante) e, all’interno di questo, gli impegni di Amadori.

Secondo l’Enpa, la Società Cooperativa Agricola Gesco, azienda del Gruppo Amadori che si occupa della produzione e commercializzazione di carni avicole e suine, sarebbe stata costretta a cambiare parti di immagini e testi della pubblicità sulla filiera di pollo diffuse attraverso il sito internet aziendale, perché di fatto ingannevole. Su brochure e sito web sarebbe quindi inziata la ‘pulizia’ dei contenuti dove si mostrava una realtà per i polli allevati non corrispondente a quella esistente, secondo quanto sancito dall’AGCM la società sembrava suggerire che tutti i polli allevati godessero delle “migliori condizioni di benessere animale”. Ma per Amadori non è così e, in un comunicato, asserisce che si tratta di una notizia strumentale, in quanto “nessuna infrazione è stata accertata dall’Autorità Garante”.

E, specifica, che l’azienda ha comunque avviato un confronto costruttivo con le istituzioni «con l’obiettivo di migliorare ulteriormente la chiarezza dei messaggi del proprio sito internet aziendale sul benessere animale e, pur ritenendo di aver già adempiuto ad ogni dovere di chiarezza di informazioni verso il consumatore, ha accolto le indicazioni di AGCM e fatto integrazioni alla pubblicazione online».

Cronologia delle iniziative giudiziarie Enpa
  • 29 maggio 2016: Report trasmette su Rai Tre un servizio che mostra un allevamento Amadori. Qui il video, dal minuto 24:00 (https://www.raiplay.it/video/2016/05/Report-del-29052016-3838cc8f-782b-4487-8f5e-1899ab872776.html).
  • 3 agosto 2016:  Enpa presenta una denuncia contro Amadori alla Procura della Repubblica di Forlì. La Procura iscrive la denuncia sul registro delle notizie di reato.
  • 3 agosto 2016:  Enpa presenta una denuncia all’Autorità Garante per la Concorrenza e il Mercato per l’apertura di un procedimento contro Amadori per pubblicità ingannevole.
  • 21 ottobre 2017: Il Garante archivia il procedimento.
    17 novembre 2017: Enpa si oppone al provvedimento di archiviazione dell’Autorità.
  • 31 gennaio 2018: a seguito di un nuovo video realizzato da Animal Equality (organizzazione internazionale no profit per la Protezione Animale fondata nel 2006) Enpa integra la denuncia del 2016.
  • 6 settembre 2018: L’Autorità apre il procedimento contro Amadori per pubblicità ingannevole.
  • 14 gennaio 2019:  L’Autorità emette un esito sul proprio Bollettino n. 2 del 14 Gennaio 2019 di cui si riporta il contenuto nell’estratto disponibile qui
Conclusioni

Quanto riportato nel parere, ovviamente, non cambia nulla per i polli, ma, come sostiene Matteo Cupi direttore esecutivo di Animal Equality Italia, ha comunque un valore perché «dimostra l’importanza delle investigazioni che riescono a mettere in luce queste discrepanze notevoli», che sicuramente influenzano le abitudini e le scelte dei consumatori attraverso una sempre maggiore informazione e consapevolezza.

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