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Come puoi ridurre le microplastiche dalla tua lavatrice

People For Planet - Ven, 02/07/2020 - 16:29

Chi ci segue da tempo ricorderà che il problema delle microfibre plastiche rilasciate dai tessuti sintetici durante il lavaggio in lavatrice è stato uno dei nostri “cavalli di battaglia” e che fin dalla sua nascita People For Planet ha proposto di rendere obbligatorio il montaggio, sulle lavatrici, di un filtro anti microfibre.

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Il perché di questa emergenza è presto detto: l’inquinamento dei mari è quotidianamente alimentato, a ogni lavaggio in lavatrice, dalle microplastiche che vengono rilasciate dai materiali sintetici di cui sono composti i nostri vestiti. Ogni volta che laviamo tessuti sintetici come il poliestere, che è solo un filato di plastica, si staccano pezzi molto piccoli di plastica che scorrono nello scarico giungendo in mare. Come spiega il team del progetto ambientalista Story of Stuff, attivo nella ricerca di soluzioni a questo problema, “una volta che queste fibre si riversano nei corsi d’acqua locali agiscono come spugne, assorbendo altri inquinanti attorno a loro. Sono come piccole bombe tossiche piene di olio motore, pesticidi e sostanze chimiche industriali che finiscono nelle pance dei pesci e infine nelle nostre pance. Si è già stimato che ce ne siano 1,4 milioni di miliardi di miliardi nei nostri oceani, come dire 200 milioni di microfibre per ogni individuo vivente sul pianeta!”.

Purtroppo gli impianti di trattamento dell’acqua non possono catturare tutti i pezzi, vista la loro microscopica dimensione. Inoltre più vecchi sono i tessuti, più fibre perdono nel lavaggio. Quindi che fare? In generale si dovrebbero evitare gli “scossoni” cioè movimenti bruschi e agenti chimici che corrodono o strattonano i tessuti facilitando la perdita delle microfibre.

Con la speranza che l’industria, oltre che la politica, si decidano ad affrontare in modo sistematico questo importante problema, riportiamo alcuni consigli che tutti noi possiamo seguire.

Lavaggi meno frequenti

Lavare meno evita anche di sprecare acqua ed energia, meglio indossare i capi qualche altra volta in più prima del passaggio in lavatrice.

Lavatrici a freddo

Come riportato da Phys.org lavando al di sopra dei 30°C le fibre si rompono più facilmente.

Centrifuga bassa

Secondo Wired.it, la velocità della centrifuga influisce parecchio sulla scomposizione delle fibre: più è veloce più la probabilità di rottura delle fibre di tessuto aumenta.

Detersivi liquidi

La polvere è più abrasiva sui tessuti, aumentando così il distaccamento di microfibre, meglio quindi scegliere un detersivo liquido.

Cestello pieno

Al momento dell’avvio della lavatrice, meno capi ci sono e più questi sbatteranno sulle sue pareti provocando una maggiore dispersione di fibre plastiche.

Programmi brevi

Il principio è lo stesso, più dura il lavaggio e più il capo d’abbigliamento è “stressato” dal movimento e dal calore, contribuendo allo staccarsi delle microfibre.

Fibre naturali

Scegliere solo capi in fibra naturale al 100% come lana, alpaca, cashmere, cotone, lino e seta è un modo per evitare del tutto la dispersione di microplastiche nell’ambiente, poiché quando questi materiali vengono lavati, le fibre che perdono sono biodegradabili.

Utilizzare un dispositivo di raccolta delle fibre nella lavatrice

Su internet se ne vendono diversi, come il Guppyfriend, una sacca dentro cui inserire i vestiti che lascia filtrare acqua e detersivo ma non microplastiche (ne abbiamo parlato qui: Due oggetti per spargere in giro meno microplastiche). C’è anche la Cora Ball, con un sistema ispirato ai coralli, che con le sue protuberanze non cattura cibo ma microplastiche.

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Microplastiche, l’invasione invisibile
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Photo by Dan Gold on Unsplash

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È vero che gli idioti scelgono auto potenti?

People For Planet - Ven, 02/07/2020 - 15:00

Anche la scienza si è domandata più volte quel che ci domandiamo tutti: sarà un caso che quando assisti a un comportamento indecente in strada, si tratta spesso di una autovettura di grossa cilindrata, lussuosa o, comunque, costosa? E sapete cosa ha risposto?

Esiste una correlazione tra la scelta di un’auto potente e l’essere “idioti”

Cliccate qui per notare la terminologia esatta utilizzata dai ricercatori, che non è proprio “idioti”. Se non masticate l’inglese vi possiamo aiutare. Lo studio titola: “Non solo gli stronzi guidano le Mercedes: lo fa anche la gente normale”. Che è un modo in fondo carino per difendere la categoria, avvertendola allo stesso tempo del messaggio che lancia al mondo scegliendo quell’auto. Potremmo parafrasare: “Potresti anche non essere stronzo, ma diciamo che se scegli queste auto fai di tutto per sembrarlo”. Lo studio – serissimo – è stato condotto dall’Accademy fo Finland, e guidato dal ricercatore Jan Erik Lönnqvist, docente in Psicologia Sociale all’Università di Helsinki.

Non è la prima volta che la scienza attacca la categoria

Va bene, forse lo sapevamo già. Qualche anno fa ne parlava il New York Times dando seguito a un altro studio prestigioso che spiegava come, nello scalare classi sociali, le persone mediamente si comportino progressivamente sempre più in modo anti-etico. «I ricchi sono diversi da te e da me: soprattutto al volante», avevano spiegato gli studiosi americani, che misurarono il comportamento delle varie tipologie di auto agli incroci e in prossimità delle strisce pedonali. Da studiosi e medici italiani, poi, è arrivato di recente anche uno strale alle pubblicità dell’ultimo SUV della Jeep, accusata di essere “classista” e “individualista”: e come dar loro torto.

Anche secondo il professor Lönnqvist, «i conducenti di Audi e BMW e similari sembrano molto più propensi a ignorare le regole del traffico e guidare in modo sconsiderato e pericoloso. Hanno più probabilità di passare col semaforo rosso, di non dar precedenza ai pedoni e di guidare in modo spericolato o troppo veloce».

Come si è condotto lo studio

Lo studio finlandese ha registrato il comportamento delle macchine per strada, ponendo poi domande a un campione di popolazione sul perché, nel caso lo fossero, si sentissero attratti da queste auto. Il campione ha coinvolto 1.892 proprietari di auto, con domande sulla propria vettura, sulle abitudini di consumo e sul reddito e la ricchezza, assieme ad altre domande volte a scoprire i tratti prevalenti della personalità. Le risposte sono state analizzate con il modello a cinque fattori, il framework più utilizzato per valutare i tratti della personalità in cinque settori chiave (apertura, coscienza, nevrosi, estroversione, gradevolezza).

Nessun dubbio. Sono “stronzi”

Le risposte sono state inequivocabili ed è inutile girarci intorno: gli egocentrici e polemici, testardi, spiacevoli e insensibili hanno molte più probabilità di possedere un’auto di alto livello.

Ma è la ricchezza che rende stupidi o sono gli stupidi che puntano alla ricchezza?

Secondo Lönnqvist, è più vera la seconda. «Abbiamo scoperto un rapporto diretto tra le persone con una personalità particolarmente sgradevole e la passione per le auto potenti e costose. Sono persone che mediamente si considerano superiori agli altri, e pensano di mostrarlo in questo modo». La buona notizia? Con il diffondersi di abitudini più sociali e sostenibili, con l’imporsi di modelli cool come ad esempio gli hypster che girano in bici, l’attenzione all’ambiente e ai diritti di tutti, o il crescente numero di chi vuole un veicolo elettrico, ecco che i SUV e le auto potenti, con le loro elevate emissioni, stanno gradualmente perdendo il loro fascino e anzi si associano sempre più spesso a categorie “sfigate”.

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Bullismo: oggi giornata nazionale. Vittima più di 1 ragazzo su 2

People For Planet - Ven, 02/07/2020 - 11:06

C’è da chiedersi quanto tempo dovrà ancora passare, o quanto dovrà peggiorare la situazione, prima che il bullismo possa essere definito per quello che è: un’emergenza sociale. Secondo i dati diffusi dalla Società italiana di pediatria preventiva e sociale (Sipps) in occasione della Giornata nazionale contro il bullismo e il cyerberbullismo che si celebra oggi e del Safer internet day che ricorre l’11 febbraio, più della metà degli adolescenti di età compresa tra gli 11 e i 17 anni è vittima di bullismo. Mentre il cyberbullismo – ovvero le vessazioni perpetrate tramite dispositivi tecnologici come smartphone, tablet e pc – colpisce il 22% dei ragazzi nella stessa fascia di età. Ed entrambi i fenomeni sono purtroppo in crescita, e non solo nel nostro Paese.

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Fenomeno in crescita

“I risultati evidenziati dall’ultima indagine Istat in merito – spiega Giuseppe Di Mauro, presidente Sipps – dimostrano che più del 50% degli intervistati 11-17enni riferisce di essere rimasto vittima, nei 12 mesi precedenti l’intervista, di un qualche episodio offensivo, non rispettoso e/o violento. Questo aiuta noi specialisti e le famiglie ad avere una fotografia chiara e netta di una tragica realtà che, purtroppo, è ancora in espansione e necessita di una lotta congiunta di tutti gli attori coinvolti, istituzioni, famiglie e specialisti sanitari”.

Contro il cyberbullismo decisivo ruolo dei genitori

Quanto in particolare al cyberbullismo, gli esperti non hanno dubbi: “Controllo, educazione e dialogo con i propri figli: il cyberbullismo deve essere prevenuto e affrontato tramite queste tre azioni – spiega Luca Bernardo, Responsabile Rapporti con Enti e Istituzioni della Sipps – nelle quali la figura dei genitori conserva un ruolo fondamentale e decisivo”.

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6 femmicidi in una settimana e niente soldi alla Casa delle Donne

People For Planet - Ven, 02/07/2020 - 10:35

La vicenda della Casa delle Donne di Roma è lunga e travagliata, spesso a rischio di chiusura per mancanza di fondi ma tenuta in piedi dal lavoro e dall’impegno di volontarie tenaci e la solidarietà di migliaia di persone.

Da oltre 30 anni la Casa Internazionale delle Donne è la voce di ogni donna.

Hanno accolto oltre 500.000 donne di qualsiasi classe sociale, etnia, posizione politica o credo religioso.

Ciò detto è ancora più incredibile il post che Giorgia Meloni ha postato ieri in tarda mattinata su Twitter:

«Grazie a FDI è stata bloccata l’ultima oscenità del Pd: dare quasi un milione di € del Mef, guidato da Gualtieri, alla Casa delle Donne, associazione di sinistra che si trova nello stesso collegio nel quale il Ministro è candidato. Non si usano Istituzioni per comprare consenso».

Perché è andata proprio così: è stata giudicata inammissibile la richiesta di fondi (900 mila euro) presentata dai relatori di maggioranza per salvare dallo sfratto la storica istituzione romana.

Partito Democratico e Italia Viva hanno annunciato ricorso, la destra ha insinuato che la richiesta era stata presentata per aiutare la campagna elettorale del ministro Gualtieri, è partita la rissa e la seduta è stata sospesa.

Le reazioni su Twitter sono decine, ne riportiamo solo una di Martin:

«Ah… Pensavo che la violenza sulle donne fosse un problema trasversale. Se la loro difesa è roba di sinistra, la violenza è roba di destra?»

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I 10 migliori film del Neorealismo

People For Planet - Ven, 02/07/2020 - 07:00

Secondo il grande regista americano Samuel Fuller: «C’è neorealismo quando c’è qualcosa di reale, quel tocco che solo qualcuno che ha vissuto una certa esperienza può dare».  

La storia del cinema è stata profondamente modificata dalla corrente italiana che dopo la Seconda guerra mondiale cambiò lo stato delle cose per chi girava un film e per chi lo guardava. Il neorealismo italiano si è caratterizzato in nuovi spazi da girare (non solo esterni ma anche nuovi teatri di posa), nuovi soggetti con cui farlo (gli attori presi dalla strada e i bambini), nuovi temi e nuovi generi che faranno da architrave a una rinnovata stagione del cinema italiano. Un cinema dove irrompe la vita quotidiana del dopoguerra con prostitute, sciuscià, partigiani e con ricchi spesso cattivi e poveri buoni.  

Il Neorealismo è un ponte obbligatorio per comprendere l’Italia e gli italiani. Si dice che non abbiamo mai fatto una rivoluzione. Non è vero. Quella tra il 1943 e gli anni Cinquanta fu una rivoluzione estetica, civile e morale che ha una bandiera tricolore riconosciuta e apprezzata dal cinema mondiale ancora oggi.

Ho scelto i miei migliori dieci film di quel fecondo periodo tenendo in conto non solo il valore estetico ma anche la capacità di saper ancora dialogare con il mondo attuale. 

LADRI DI BICICLETTE di Vittorio De Sica, 1949

Una storia semplice. Quasi banale. Che diventa racconto universale ancora modello. Un disoccupato trova lavoro come attacchino. Riscatta la sua bicicletta al banco dei pegni indispensabile per il proprio lavoro. Al primo giorno d’impiego gliela rubano sotto gli occhi. Cerca di recuperarla assieme al figlio (i due protagonisti non sono attori professionisti) in un peregrinare per una Roma ripresa in slarghi e ambienti che restituiscono la città dell’epoca. La macchina da presa pedina padre e figlio, ne ricostruisce i rapporti complessi, l’unità di intenti familiari. Il padre disperato ruba una bicicletta davanti allo stadio, la folla lo blocca ma viene lasciato libero per le lacrime del figlio che commuovono la gente. De Sica ha raccontato che per far piangere in modo realista il piccolo Bruno Stajola gli disse con credibilità che aveva saputo che raccoglieva le cicche da terra per rivendere il tabacco. L’aneddoto è ripreso e raccontato anche in “C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola.
Una sorta di stella polare del Neorealismo. Un senso di pietà pervade tutta la visione. Lo spettatore s’identifica pienamente nel dramma del derubato e nella compagnia del proprio figliolo. Figure femminili molto sullo sfondo che restituiscono anche un clima d’epoca. Un mondo di miseria e di dramma occupa la scena pubblica grazie al film. Solidarietà, indifferenza e aperta ostilità mostrano senza finzione la varia umanità uscita dalla guerra. Zavattini trasse la vicenda da un libro omonimo che non aveva avuto grandi successi. 
Secondo Oscar per De Sica dopo quello ottenuto per “Sciuscià” e pioggia di premi e consensi in tutto il mondo che consacra il regista e il suo sceneggiatore Zavattini ai vertici dell’innovazione cinematografica internazionale. Si racconta che dei produttori americani avessero proposto Cary Grant per il ruolo del protagonista. 

ROMA CITTÀ APERTA di Roberto Rossellini, 1945  

Singoli episodi della Resistenza romana che diventeranno storia cinematografica universale. La Roma occupata dai nazisti aveva lasciato un segno di morte e di male. Una popolana, un sacerdote e un ingegnere comunista diventano gli eroi positivi che sacrificano la vita nel nome del bene comune. A guardare il prete morire ci sono i ragazzini della parrocchia che hanno scelto di stare dalla giusta parte. Anche il figlio della sora Pina che aveva visto ammazzare la madre.
Le ristrettezze del dopoguerra fanno girare il film con pochi soldi e pellicola scaduta comprata a caro prezzo vendendo l’argenteria di famiglia del regista. Tutto il mondo resta incantato dal vero e dal nuovo che s’imponeva come stile di riferimento. Non era un riconoscimento solo dalla critica ma anche dal pubblico di tutto il mondo. 
Quello che era accaduto diventava cinema del reale. Il piano morale prevale su quello politico, pur evidenziando l’incontro delle diverse sensibilità partitiche che fanno fronte comune contro il nazifascismo. Il film giusto al momento giusto. Una pioggia di premi. Dirà il regista Otto Preminger: «La storia del cinema si divide in due parti: il prima e il dopo “Roma città aperta». Tra gli sceneggiatori c’è anche Federico Fellini
Anna Magnani superba, Aldo Fabrizi non è di meno.
Uno stile semplice e diretto, che diverte anche con incredibili soluzioni comiche che si mescolano al clima di grande tragedia, lo rendono un film assoluto.

PAISÀ di Roberto Rossellini, 1946

Viaggio da Sud a Nord dell’Italia per episodi che illustrano le tremende cronache della guerra dallo sbarco degli americani in Sicilia fino alla presa di coscienza della Resistenza come Risorgimento nazionale. Tra slang americano, dialetti italiani e tedeschi nemici, secondo Morandini «uno dei vertici del neorealismo italiano che porta ad un grado di incandescenza espressiva e di autenticità tragica la materia della cronaca». C’è un vero che irrompe in una presa diretta per le masse. Inoltre mostra un’Italia diversa nei suoi confini e nelle sue abitudini. Rossellini attraversa la penisola dalla Sicilia alle Valli di Comacchio raccontando per episodi un cinema regionale che il nazionalismo fascista aveva interrotto. Tutti gli attori non sono professionisti. Contributo di Fellini alla sceneggiatura. Hanno detto i fratelli Taviani: «La guerra e il fascismo avevano azzerato la nostra infanzia. Siamo rinati guardando Paisà. Quando si accese la luce dell’intervallo ci siamo resi conto che avrebbe cambiato la nostra vita.»

RISO AMARO di Giuseppe De Santis, 1949

Sorta di epopea costruita sul lavoro femminile delle mondine che andavano a far lavoro stagionale nelle risaie del Piemonte. Un giovane regista di stretta osservanza comunista a soli 32 anni realizza un capolavoro che troverà il largo consenso del pubblico. Strepitoso il cast a partire dalla protagonista femminile Silvana Mangano che nei panni della mondina scosciata contribuisce a lanciare il mito della maggiorata fisica degli anni Cinquanta. Vittorio Gassman strepitoso veste i panni di un perfetto malamente bello e destinato alla distruzione. Ne è antagonista Raf Vallone, già cronista dell’Unità e calciatore che diventa uno dei migliori attori italiani. La lotta sindacale assieme al boogie-woogie e ai fotoromanzi. Ha spiegato Farassino che: «Spettacolo e coscienza civile sono fusi con rara maestria in un racconto di ampio respiro che può stare alla pari con i grandi affreschi epici americani».

OSSESSIONE di Luchino Visconti, 1943

Film apripista della stagione neorealista realizzato mentre il fascismo è ancora al potere. Luchino Visconti, aristocratico per nascita, incarnava al meglio la possibilità di concepire cinema in modo nuovo e internazionale. Era stato assistente di Renoir in Francia e trasse materia viva senza citarla da “Il postino suona sempre due volte” di James Cain
La tragedia americana viene trasposta in ambientazione realista dell’Italia di provincia. Si tratta di una storia di sesso e sangue, di desideri morbosi mai visti primi. Tra sfondi assoluti della Pianura Padana e porto di Ancona vanno in scena vecchi osti, camionisti aitanti ed ex prostitute che sostituiscono i gagà del cinema dei telefoni bianchi. Tutto il nuovo è visto «con gli occhi privi d’indulgenza di un aristocratico immoralista». Il film diventa una bandiera, un manifesto, quasi un proclama a scoprire il vero.

SCIUSCIÀ di Vittorio De Sica, 1946

Quando gli venne assegnato il primo Oscar al film straniero nelle motivazioni si sottolineò: «L’alta qualità di questo film, mostrata con eloquenza in un paese ferito dalla guerra, è la prova per il mondo che lo spirito creativo può trionfare sulle avversità.» De Sica e Zavattini avevano rivolto lo sguardo verso i ragazzi, rimasti sulla strada nelle macerie belliche, che per vivere erano lustrascarpe dotati di arte dell’arrangiarsi e che per bisogno finivano anche in riformatori dove il fascismo faceva ancora sentire la sua anima più profonda. Franco Interlenghi giovane protagonista sarà destinato a luminosa carriera. Un realismo sognatore simboleggiato da un cavallo bianco domina la vicenda triste e dal finale drammatico. Una svolta del cinema di De Sica che vira verso la profonda denuncia sociale. 

MIRACOLO A MILANO di Vittorio De Sica, 1951

Epica zavattiniana tratta dal suo romanzo “Totò il buono”, dove un giovane orfano è campione del buonismo povero che si accompagna ai barboni derelitti dalla guerra. Nel loro campo si trova il petrolio e i capitalisti con la polizia mostreranno il loro volto feroce. Apologo fiabesco ancora oggi molto attuale modulato tra Brecht e populismo poco ideologico. Non è un caso che fu avversato da Destra e Sinistra con differenti critiche politiche. I moderati ne vedevano un elogio del comunismo, i progressisti non apprezzarono la mancata politicizzazione dei poveri. Trionfo a Cannes con Palma d’Oro. Bellissimo il surreale finale cui collaborò alla realizzazione anche un giovane Dario Fo

UMBERTO D. di Vittorio De Sica, 1952

I tormenti della vecchiaia di Umberto D., altre lacrime, altre finestre del reale dove la vita non è quella degli altri film tutta rose e fiori. Un modesto impiegato in pensione, espulso dalla propria padrona di casa in quanto non più in grado di pagare l’affitto, medita il suicidio. Per interpretarlo De Sica chiama un professore universitario. Il suo vissuto è un cane di cui cerca di disfarsi e una servetta vessata dalla sua padrona cui Umberto D. consiglia di studiare la grammatica per meglio difendersi. Il film fu apostrofato da Andreotti in un celebre articolo, in cui invitava il cinema a raccontare storie positive, ricordato con la frase “i panni sporchi si lavano in famiglia” mai in effetti pronunciata dal politico che comunque aveva rimproverato De Sica di aver «voluto dipingere una piaga sociale… con valente maestria» ma senza «quel minimo di insegnamento che giovi nella realtà a rendere domani meno freddo l’ambiente di quanti in silenzio si consumano, soffrono e muoiono».

ACHTUNG! BANDITI!  di Carlo Lizzani, 1951

Film nato da una committenza dal basso promossa da un gruppo di operai costituitasi in cooperativa di spettatori che sottoscrivono azioni da 500 lire. Ricorda il regista Carlo Lizzani allora ai suoi esordi: “Genova volle il suo film e i fondatori della cooperativa furono d’accordo a scegliere a tema della prima opera cinematografica finanziata direttamente dagli spettatori la Resistenza, che proprio a Genova aveva avuto momenti e figure indimenticabili”. Con attori Gina Lollobrigida e Andrea Checchi il film narra con un racconto di finzione la lotta partigiana a Genova e in Liguria, vissuta dalle organizzazioni clandestine in città e nelle fabbriche impegnati nella guerriglia sulle montagne e nella battaglia aperta nelle ultime fasi del conflitto. Prima rivalutazione del ruolo dell’esercito italiano che combatte dalla parte giusta. Uno dei primi esempi di cinema militante italiano. 

IN NOME DELLA LEGGE di Pietro Germi, 1949

Quando il neorealismo incrocia il western di John Ford. Un pretore del Nord arriva in Sicilia in un paese vessato dalla mafia; tutti lo avversano tranne Paolino, un giovane e onesto lavoratore. Le ingiustizie e i soprusi sono all’ordine del giorno. Quando, deluso e amareggiato, il pretore decide di andarsene, è l’omicidio di Paolino che lo induce a restare per combattere la mafia con tutti i mezzi. Antesignano del cinema civile antimafia. Un neorealismo dimenticato e da rivalutare che trova ottimi interpreti in Massimo Girotti e Saro Urzì. Su tutto domina la messa in scena e la regia di un grande autore come Pietro Germi. Tra gli sceneggiatori ancora una volta Federico Fellini

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Curiosity Killed the Cat (Infografica)

People For Planet - Ven, 02/07/2020 - 07:00

I gatti sono i felini più presenti nel mondo, camminano con le giraffe e i cammelli

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«La vera emergenza italiana? L’odio»

People For Planet - Gio, 02/06/2020 - 15:00

Dunque quel disagio che molti italiani lamentano, e che nelle ultime settimane ha portato migliaia di giovani (e meno giovani) nelle piazze a chiedere “Basta odio”, arriva alle istituzioni più alte: niente di meno che al Ministero dell’Interno.

L’intervista a Repubblica

In un’intervista pubblicata oggi, 6 febbraio, su Repubblica.it la titolare del Viminale, ha innanzi tutto espresso la propria solidarietà e vicinanza a Eugenio Scalfari e all’attuale direttore del quotidiano Carlo Verdelli per le minacce e messaggi di odio di cui sono oggetto da un mese a questa parte (per saperne di più si legga qui). E poi è andata oltre: perché ha definito la situazione che si sta venendo a creare nel Paese come «un’emergenza culturale e civile. Che mette in discussione le ragioni stesse del nostro stare insieme.»

Assenza di pensiero e ignoranza

Gli episodi che la sig.a Lamorgese cita come emblematici sono nella nostra memoria recente: dagli insulti a Liliana Segre, alla scritta nazista di Mondovì, alle manifestazioni razziste e xenofobe e più in genere al disprezzo per il “diverso”, diverso per colore di pelle o credo religioso o inclinazioni sessuali o addirittura per il genere.

Secondo la Ministra «è stato superato l’argine» e le ragioni di quest’odio, in cui siamo immersi, vanno ritrovate nella «assenza totale di pensiero. Assoluta ignoranza della storia. Nonché, il più delle volte, [nella] inconsapevolezza di quali ferite si aprano nel ridare corpo a certi fantasmi. È come se nel gesto di odio si riassumesse una nuova “normalità”, una declinazione come un’altra della cultura imperante dell’outing. Ebbene, – aggiunge la Lamorgese – io a questo fallimento non voglio rassegnarmi e penso non sia giusto rassegnarsi.»

La responsabilità della politica e l’«igiene delle parole»

Sollecitata da Carlo Bonini, il giornalista autore dell’intervista, a commentare la responsabilità di Matteo Salvini a proposito della diffusione dei comportamenti “portatori d’odio”, la Ministra premette subito che del suo predecessore non intende parlare. Forse timore di vedere strumentalizzato quanto dice? Probabilmente sì, ma il suo pensiero in proposito è molto chiaro e inequivocabile lì dove richiama alle proprie responsabilità tutti gli attori della Politica: «a prescindere dagli schieramenti, dalle legittime convinzioni di ciascuno, la Politica ha urgente bisogno di una igiene delle parole e dei comportamenti. Anche perché la mancanza di igiene e la progressiva assuefazione all’odio ha già prodotto un effetto esiziale».

E questo effetto rovinoso si riassume in una sola, terribile parola: «indifferenza. … E l’indifferenza è imperdonabile».

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Scovato (quasi) l’identikit del cancro

People For Planet - Gio, 02/06/2020 - 12:52

Un importante passo verso le terapie personalizzate.

Hanno esaminato il codice genetico di 2658 persone affette da tumore e studiato 38 tipi di neoplasie, dando vita alla più grande banca dati sul Dna del cancro. A mettersi all’opera, tra laboratori e corsie d’ospedale, un team internazionale di più di mille ricercatori che ha lavorato contemporaneamente per più di 10 anni in 37 Paesi, pubblicando i risultati ottenuti dai loro studi in ben 22 articoli su varie riviste scientifiche. Il progetto, che si chiama Pan-Cancer Analysis of Whole Genomes (PCAWG) e di cui si parla nell’articolo pubblicato su Nature, è stato in grado di delineare l’identikit del cancro più accurato fino a oggi, fornendo un quadro quasi completo di tutti i tumori conosciuti.

Un puzzle di cui si conosceva solo l’1%

“Il cancro – spiegano i ricercatori – è come un puzzle da 100 mila pezzi, e fino a oggi mancava alle nostre conoscenze il 99% dei pezzi”. Un’enorme lacuna che, grazie al lavoro dei mille scienziati in 37 Paesi, è stata ora in gran parte colmata.

Universo complesso

Un tumore, spiegano gli studiosi, è una versione corrotta delle nostre cellule sane: le mutazioni che impattano sul nostro patrimonio genetico cambiano le nostre cellule fino a quando, alla fine, queste non iniziano a crescere e a dividersi in modo incontrollato. Il lavoro degli studiosi mostra che l’universo-cancro è enormemente complesso poiché il nostro Dna viene colpito da migliaia di diverse combinazioni di mutazioni, e la sfida è capire quali di queste mutazioni evolverà in neoplasia e quali, invece, possono essere tranquillamente ignorate.

Le mutazioni fondamentali

Il progetto ha scoperto che i tumori delle persone contengono, in media, tra le quattro e le cinque mutazioni fondamentali che guidano la crescita del cancro: potenziali punti deboli che, in futuro, potrebbero essere attaccati con trattamenti personalizzati per inibire lo sviluppo della neoplasia. Tuttavia, il 5% dei tumori si sviluppa pur non presentando queste mutazioni fondamentali: questo significa, spiegano i ricercatori, che nonostante i grandi passi in avanti fatti c’è ancora molta ricerca da fare.

Cure personalizzate e diagnosi precoci

Le nuove conoscenze ottenute potrebbero consentire, oltre che di personalizzare i trattamenti tumorali in base a ciascun paziente, di sviluppare metodi per diagnosticare il cancro molto precocemente: gli scienziati hanno infatti anche dimostrato che più di un quinto dei tumori lascia la propria traccia nell’organismo anni o addirittura decenni prima che inizi a svilupparsi effettivamente.

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Arriva dalla Cina la lampada antivirus

People For Planet - Gio, 02/06/2020 - 12:33

«Grazie ai raggi UVC questa lampada disinfetta un’area compresa tra 20 e 30 metri quadrati da tutti i tipi di virus, allergeni o batteri come E.Coli o Staphylococcus. Se ve lo steste chiedendo: no, probabilmente il Coronavirus che gira in queste settimana non lo elimina, poiché fa parte della famiglia della SARS. In ogni caso, il lato smart di questa lampada è anche un altro: grazie a un suono di notifica che arriva sul nostro smartphone possiamo essere avvertiti se nell’aria c’è un agente virale più resistente, che la macchina non riesce a eliminare. L’autonomia della è certificata per 9mila ore e il prodotto è utilizzabile da remoto tramite app» . Lo riporta lo stesso sito dell’azienda cinese.

Un successo enorme

Xiaomi, nota società cinese di elettronica, ha lanciato Xiaoda come risposta al Coronavirus. Il nuovo prodotto è stato lanciato sotto la piattaforma di crowdfunding Youpin e dal 20 febbraio inizieranno le prime spedizioni. Il successo è stato infatti enorme: oltre 84.000 persone hanno aderito finora al crowdfunding. Come nel caso della maggior parte delle lampade di questo tipo, anche la lampada di sterilizzazione Xiaoda è portatile e ha più o meno le dimensioni di una lattina.

Non solo Coronavirus

Naturalmente le sue applicazioni sono numerose, soprattutto in inverno. Può limitare o ridurre la diffusione di virus tra familiari o in ufficio, compresi raffreddori e influenza, ma può anche eliminare gli odori dai vestiti nell’armadio o nel frigorifero. Può anche sterilizzare l’aria di ambienti spesso ricchi di patogeni, come i bagni con scarsa circolazione d’aria.

Come funziona

La lampada UV utilizza diverse gamme di luce per favorire la disinfezione e la sterilizzazione, uccidendo i microrganismi. In più, unisce ultravioletti e ozono per distruggere i 5 batteri più comuni nell’aria. Secondo l’azienda, il tasso di sterilizzazione dell’aria può raggiungere il 99,9%.

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Una legge per aiutare le librerie indipendenti

People For Planet - Gio, 02/06/2020 - 10:13

La novità più importante infatti è l’abbassamento dal 15 al 5% dello sconto massimo applicabile sul prezzo di copertina. Questo limite non riguarderà i testi scolastici, per agevolare le famiglie, e ogni editore avrà sempre la possibilità, per un mese all’anno, di estendere gli sconti al 20%, ma solo su libri usciti sei mesi prima, escludendo così le novità.

La legge inoltre predispone nuovi finanziamenti per la promozione della lettura, prevede una card per i lettori in difficoltà economiche e istituisce ogni anno una città come Capitale del Libro con un investimento di 500mila euro.

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«Un risultato storico per il Paese», ha dichiarato il presidente dell’Ali (Associazione Librai Italiani), Paolo Ambrosini.

Non solo la politica di limitare gli sconti dovrebbe aiutare le librerie indipendenti a competere un po’ di più sia con i grandi editori che con Amazon – il vero e più temibile avversario -, le piccole librerie con fatturato inferiore ai 20mila euro annui potranno usufruire di incentivi fiscali e sarà anche istituito un albo di quelle di maggior prestigio.

Così speriamo di non dover più assistere alla chiusura di librerie storiche come la Paravia a Torino o a Milano la libreria dell’ospedale Niguarda, e a  Roma  La Feltrinelli International, per citare solo quelle chiuse all’inizio di quest’anno.

Le voci critiche

A non essere d’accordo con la nuova legge l’Aie, l’Associazione Italiana degli Editori, il cui presidente Ricky Levi si è dichiarato contrario alla riduzione dello sconto: «Con questa legge, a perdere saranno i lettori. Non è ciò che serve al mondo del libro, la prima industria culturale del Paese, in un momento delicatissimo di consolidamento della crescita».

Secondo Levi le perdite potrebbero arrivare a 75 milioni di euro con la perdita di duemila posti di lavoro.

Il presidente dell’Aie chiede quindi la detrazione fiscale per l’acquisto dei libri dalle tasse e l’aumento della “carta cultura” per i 18enni.

La verifica dell’efficacia della legge l’avremo tra un anno, intanto buona lettura a tutti!

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Foto di Nino Carè da Pixabay

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Michele Dotti: la realtà brucia

People For Planet - Gio, 02/06/2020 - 07:00

Facciamo un po’ di chiarezza sui numeri e sulla percezione della realtà

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Vedi anche:
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Michele Dotti: l’albero dei soldi

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Nuovo Coronavirus: dubbi su esposizione, prevenzione e trasmissione? Ecco le risposte

People For Planet - Mer, 02/05/2020 - 13:02

Nel nostro paese il nuovo Coronavirus ( 2019-nCoV) ha fatto registrare finora due casi di contagio: una coppia di turisti cinesi arrivati in Italia il 23 gennaio scorso per una vacanza, e alcuni giorni dopo ricoverati all’Istituto nazionale per le malattie infettive “Lazzaro Spallanzani” di Roma. Gli ultimi aggiornamenti parlano di un aggravamento delle loro condizioni di salute e, sebbene il 99% dei contagi riguardi la Cina, la preoccupazione di nuove infezioni non accenna a diminuire nel nostro Paese.

Ecco allora che l’Istituto superiore di sanità, organo tecnico-scientifico del servizio sanitario nazionale, risponde ai principali dubbi su esposizione, prevenzione e trasmissione relativi al nuovo Coronavirus, stilando una sorta di manuale anti-panico. 

Leggi anche: Coronavirus: dieci cose da sapere sull’emergenza che spaventa il mondo

Se prendo gli antivirali prevengo l’infezione?

No, allo stato attuale non ci sono evidenze scientifiche che l’uso dei farmaci antivirali prevenga l’infezione da Coronavirus o da altri tipi di infezioni virali.

Se sono stato in metropolitana con una persona che tossiva e nei giorni seguenti compare la tosse anche a me devo andare in ospedale?

No, ad oggi non vi è alcuna evidenza scientifica che il nuovo Coronavirus stia circolando in Italia. È invece certo che si è in una fase di massima trasmissione del virus influenzale stagionale. Pertanto, se dovessero comparire sintomi respiratori – come febbre, tosse, mal di gola, ecc. – o, comunque, difficoltà respiratorie, è opportuno rivolgersi al proprio medico curante.

Come faccio a sapere se la mia tosse è dovuta a un’infreddatura o al nuovo Coronavirus?

Al momento, secondo le evidenze scientifiche disponibili, il nuovo Coronavirus non circola in Italia. Le uniche condizioni di rischio legate alla possibilità di aver contratto l’infezione sono:

  • aver viaggiato negli ultimi 14 giorni in zone della Cina in cui il virus si sta diffondendo
  • avere avuto contatti con persone con infezione accertata
  • In ogni caso, qualora dovessero comparire febbre o disturbi respiratori, considerato che in questo momento si è nel periodo di massima circolazione dell’influenza stagionale, è opportuno rivolgersi al medico curante
Se mi sottopongo privatamente ad analisi del sangue, o di altri campioni biologici, posso sapere se ho contratto il nuovo Coronavirus?

No. Non esistono al momento kit commerciali per confermare la diagnosi di infezione da nuovo Coronavirus.  La diagnosi deve essere eseguita nei Laboratori di riferimento e, laddove si rilevino delle positività al virus, deve essere confermata dall’Istituto superiore di sanità. Qualora si sia stati esposti a fattori di rischio – quali viaggi nelle zone della Cina in cui il virus sta circolando o contatti con persone in cui l’infezione sia stata accertata –  è possibile contattare il numero telefonico 1500, messo a disposizione dei cittadini dal ministero della Salute, per avere risposte da medici specificamente preparati e ricevere indicazioni su come comportarsi. Tuttavia per le persone senza sintomi di una certa gravità e senza fattori di rischio al momento non è previsto iniziare un iter diagnostico

È vero che posso essere contagiato dal coronavirus toccando le maniglie degli autobus?

Allo stato attuale, non essendoci evidenze scientifiche della circolazione del virus in Italia, è altamente improbabile che possa verificarsi un contagio da nuovo Coronavirus attraverso le maniglie degli autobus o della metropolitana. È comunque buona norma, per prevenire tutte le infezioni respiratorie, lavarsi frequentemente e accuratamente le mani prima di portarle al viso, agli occhi e alla bocca.

L’infezione da Coronavirus causa sempre una polmonite grave?

No, l’infezione da nuovo Coronavirus può causare uno spettro di sintomi che spaziano da disturbi lievi, tipici delle normali infezioni respiratorie stagionali, a infezioni più gravi come le polmoniti. È opportuno precisare, in ogni caso, che poiché i dati in nostro possesso provengono principalmente da studi su casi ospedalizzati, e pertanto più gravi, è possibile che sia sovrastimata la gravità dell’infezione.

Se ho sintomi respiratori e penso di poter essere stato contagiato dal nuovo Coronavirus, devo chiamare il 118 per andare in ospedale o andare dal mio medico curante?

Se si è stati esposti a fattori di rischio, come aver viaggiato nelle zone della Cina in cui il nuovo Coronavirus sta circolando o si è stati a contatto con persone risultate infette, per prima cosa è opportuno contattare il numero telefonico 1500, messo a disposizione dei cittadini dal ministero della Salute, per avere indicazioni sui comportamenti da seguire.

Per avere informazioni sempre aggiornate, clicca qui

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Sclerosi multipla: ricercatrici italiane scoprono molecola che controlla la malattia

People For Planet - Mer, 02/05/2020 - 11:55

Hanno scoperto una molecola prodotta dall’organismo umano in grado di esercitare effetti terapeutici nella sclerosi multipla attraverso un meccanismo prima sconosciuto: il merito è di due ricercatrici del Dipartimento di Medicina sperimentale dell’Università di Perugia, le farmacologhe Claudia Volpi e Ursula Grohmann. 

Nuovo meccanismo terapeutico

La sclerosi multipla è una malattia autoimmunitaria e infiammatoria cronica, altamente invalidante, in cui il sistema immunitario distrugge la guaina mielinica che riveste le cellule nervose. Lo studio, condotto dalla giovane ricercatrice Giada Mondanelli e pubblicato sulla rivista Proceeding of the National Academy of Sciences (PNAS), ha permesso di scoprire che un metabolita del neurotrasmettitore serotonina prodotto naturalmente dal nostro organismo, chiamato IDO1, potenzia l’attività di un enzima in grado di regolare la risposta del sistema immunitario, innescando nei topi affetti da sclerosi multipla un meccanismo – fino a oggi sconosciuto – dall’effetto protettivo.

Leggi anche: Sclerosi multipla, un caschetto riduce l’affaticamento

Il ruolo delle proteine “checkpoint”

In condizioni fisiologiche il nostro sistema immunitario ha il potenziale di riconoscere e distruggere gli agenti patogeni responsabili di malattie e infezioni senza danneggiare le proprie cellule e tessuti. Ciò avviene perché esistono delle proteine che funzionano come “checkpoint”, cioè che controllano, e spengono quando necessario, la risposta immunitaria – ad esempio quando è eccessiva oppure quando è erroneamente diretta verso le cellule o i tessuti del proprio organismo. Quando i “checkpoint” non funzionano bene si assiste allo sviluppo di malattie autoimmunitarie e infiammatorie croniche: dal punto di vista terapeutico sarebbe quindi molto importante riuscire a potenziare farmacologicamente la loro azione. Ed è proprio quello che le ricercatrici dell’Università di Perugia sono riuscite a fare.

Il risultato è stato ottenuto in collaborazione con Antonio Macchiarulo, docente di Chimica farmaceutica nel Dipartimento di Scienze farmaceutiche, e con i neurologi Massimiliano Di Filippo del Dipartimento di Medicina e Paolo Calabresi (ora al Policlinico Gemelli di Roma).  

Allo studio nuovi farmaci

Ora la sfida continua in laboratorio: un nuovo finanziamento da poco ottenuto da una delle autrici dello studio, Ursula Grohmann, prevede lo sviluppo e la commercializzazione di farmaci capaci di potenziare l’attività enzimatica del “checkpoint” IDO1 nella sclerosi multipla, ma anche in altre patologie autoimmunitarie come diabete giovanile, tiroidite e psoriasi.

Leggi anche: Sclerosi multipla, dare visibilità e informare

Nella foto: da sinistra: Giada Mondanelli, Antonio Macchiarulo, Ursula Grohmann e Claudia Volpi

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Cibo, le migliori app per risparmiare

People For Planet - Mer, 02/05/2020 - 11:15

Ogni anno in Italia 15 miliardi di euro vengono sprecati buttando via cibo buono, stando ai dati del progetto Reduce del Ministero dell’Ambiente. Di questo tesoro, ben 13 miliardi arriva dalla sfera quotidiana: una vergogna in termini economici, etici e ambientali. Per minimizzare il proprio contributo allo spreco, e risparmiare denaro, magari a partire da oggi che è la Giornata Nazionale contro lo Spreco Alimentare, ci viene in aiuto la tecnologia, ecco le migliori app che ci vengono in aiuto.

App per tutti

Forse la app del momento, la più famosa e diffusa è To Good To Go, nata nel 2015 in Danimarca con l’obiettivo di combattere lo spreco alimentare, l’applicazione è presente in 14 Paesi d’Europa, conta ad oggi oltre 19 milioni di utenti ed è tra le prime posizioni negli App Store e Google Play di tutta Europa. Too Good To Go permette a bar, ristoranti, forni, pasticcerie, supermercati ed hotel di recuperare e vendere online – a prezzi ribassati – il cibo invenduto “troppo buono per essere buttato” grazie alle Magic Box, delle “bag” con una selezione a sorpresa di prodotti e piatti freschi che non possono essere rimessi in vendita il giorno successivo. Gli utenti della app non devono far altro che geolocalizzarsi e cercare i locali aderenti, ordinare la propria Magic Box, pagarla tramite l’app e andarla a ritirare nella fascia oraria specificata per scoprire cosa c’è dentro.

MYFOODY è invece una piattaforma, con app disponibile sia per iOS sia per Android, che consente di trovare le offerte dei supermercati più vicini, facendo risparmiare  fino al 50% sulla spesa e contribuendo a ridurre lo spreco alimentare, con benefici evidenti per l’ambiente. Quali sono i cibi proposti? Quelli prossimi alla scadenza ma ancora ottimi, i prodotti con difetti di confezionamento e gli alimenti stagionali che rischiano di essere sprecati.

Una Buona Occasione è invece un’app in cui trovare, per oltre 500 alimenti, consigli su come e dove conservarli; su quali sono le porzioni raccomandate; su come riutilizzare gli avanzi e gli scarti; sulla stagionalità di frutta e verdura; su come fare la lista della spesa. E molto altro ancora.

Dona ciò che hai risparmiato

ShareTheMeal è un’app per fare del bene e non sprecare il cibo, donandolo con un gesto a chi ne ha più bisogno. Creata dal World Food Programme dell’Onu, ti permette di offrire un pasto a chi è in difficoltà, monitorando la tua donazione in modo facile e intuitivo. Certamente non  possiamo mandare gli avanzi del frigo direttamente a chi ne ha bisogno nel mondo, in un click. Ma possiamo imparare a risparmiare, e donare quanto avremmo buttato nella spazzatura a chi finora ha raggiunto più di 86 milioni di persone con assistenza alimentare in 83 Paesi. Il WFP infatti è al 100% su base volontaria: quindi ogni donazione va a chi ha fame. I costi amministrativi sono tra i più bassi del settore non profit: oltre il 90% delle donazioni vanno direttamente alle operazioni che stanno costruendo un mondo senza fame.

App per bar e ristoranti

Bring the food è l’app sviluppata dalla Fondazione Bruno Kessler di Trento in collaborazione con Fondazione Banco Alimentare per recuperare le eccedenze alimentari della piccola e grande distribuzione, delle mense e del settore della ristorazione per metterle a disposizione di Onlus ed enti caritatevoli che, a sua volta, si occupano di donarlo a chi ne ha più bisogno. Ognuno può iscriversi come potenziale “donatore di alimenti” o come potenziale “ente beneficiario”.

Last Minute sotto casa è un portale e permette ai commercianti di vendere a prezzi scontati i prodotti rimasti invenduti in giornata e ai clienti interessati di approfittare delle diverse offerte.

Cosa può fare la politica

Tutto, o almeno la sua parte. Ad esempio, si potrebbero incentivare le aziende affinché sviluppino nuovi packaging e nuove tecnologie capaci di conservare il cibo più a lungo, e segnalare l’imminente scadenza del prodotto. Ma poi si potrebbe anche agire sul piano culturale, rivolgendosi a tutti i cittadini, perché percepiscano l’importanza di assumere un corretto stile di consumo a zero spreco e a basso impatto ambientale: risparmiando denaro.

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Foto di Mabel Amber, still incognito

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A Milano un giardino per Pippa Bacca

People For Planet - Mer, 02/05/2020 - 10:39

Pippa Bacca era un’artista e una performer. 12 anni fa aveva 33 anni e decise di partire per un viaggio in autostop insieme a Silvia Moro partendo da Milano. Il progetto artistico si chiamava “Spose in viaggio“ e infatti Giuseppina di Marineo, chiamata Pippa e Silvia erano vestite da sposa.

Durante il viaggio si fermavano nei villaggi a raccontare il loro progetto di pace e amore.

Meta di arrivo Gerusalemme dove avrebbero lavato gli abiti da sposa impolverati per eliminare simbolicamente le scorie della guerra.

In Turchia le due artiste si separarono temporaneamente. Avrebbero dovuto riunirsi a Beirut ma a Gebze, in Turchia il 31 marzo del 2008, Pippa ha incontrato un uomo che l’ha violentata e uccisa.

A Pippa, nipote di Piero Manzoni, Giuseppe Manetti ha dedicato un documentario dal titolo “Sono innamorato di Pippa Bacca” che racconta il suo viaggio e qualche giorno fa è stato dedicato il giardino della Casa degli Artisti in via Tommaso da Cazzaniga. A scoprire la targa decine di donne vestite di verde, il colore preferito dall’artista.

Dal 4 al 13 febbraio a Pippa Bacca alla Casa degli Artisti è dedicata la mostra “Pippa Bacca – Sempreverde“.

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Evasione fiscale: per combatterla sono necessari alcuni “distinguo”?

People For Planet - Mer, 02/05/2020 - 07:00

Ogni anno le cifre relative ai miliardi di euro di evasione fiscale (più di 100 mld gli ultimi dati: provate a immaginare in concreto 100 miliardi di euro: non ci si riesce!) appaiono decisamente raggelanti. E ogni governo non manca occasione per proclamare interventi che riportino nelle casse dello Stato almeno una parte dei mancati introiti: tracciabilità dei pagamenti, soglia massima ai pagamenti in contante, lotterie legate agli scontrini fiscali ecc…

Ben poca attenzione invece è stata data (con la sola eccezione del Dataroom di Milena Gabanelli pubblicato su Corriere.it) ai dati resi pubblici qualche settimana fa dal dipartimento Crisi d’impresa della procura di Milano, frutto di un lavoro, durato mesi, di analisi dei crediti vantati dall’amministrazione nei confronti delle aziende fallite o in amministrazione straordinaria.

Uscire dalla narrazione tradizionale dell’Italia solo come “paese di furbetti”

L’ammontare dei crediti erariali e previdenziali insinuati nei fallimenti è spaventosamente grande: si parla di 105 miliardi di euro. E ciò che non si racconta al grande pubblico – e che rimane estraneo anche al dibattito politico – è la circostanza che gran parte di questa cifra (80%) non nasce come conseguenza della crisi ma è invece espressione di modalità nello svolgimento delle attività di impresa impostate fin dall’inizio in funzione evasiva, e pertanto delinquenziali.

In altre parole, accanto alle imprese in difficoltà – fenomeno ovviamente destinato a imporsi in tempi di stallo economico – negli ultimi anni si sta assistendo all’esplosione della nascita di “società usa e getta”. Queste infatti vengono impostate fin dall’origine sui mancati versamenti dell’IVA, delle ritenute d’acconto e dei contributi previdenziali.

Nella migliore delle ipotesi si tratta di un meccanismo perverso per stare sul mercato ma non facciamoci troppe illusioni: solo nell’area milanese ben il 41% dei crediti insinuati nei fallimenti tra il 2009 e il 2018 è rappresentato da crediti di erario e previdenza. Sono cifre che vanno molto oltre quel 14% che invece si riscontra nelle amministrazioni straordinarie e che può essere considerata una percentuale fisiologica per un’impresa in dissesto finanziario. E dunque sono cifre che testimoniano l’esistenza di un numero sempre crescente di fallimenti dolosi, di aziende che nascono per stare sul mercato – in particolare quello della logistica – un paio di anni, o addirittura solo per frodare il fisco emettendo fatture false ed evadendo l’IVA (cosiddette “cartiere”).

No alibi

Lo studio di questi fenomeni e la loro divulgazione sono fondamentali per la comprensione del mercato all’interno del quale tutti noi ci muoviamo. E lo sono non soltanto per gli “addetti ai lavori”, vale a dire procure e tribunali e mondo della politica, ma anche per noi che, in veste di consumatori, gioiamo del “buon affare”, magari perché acquistiamo online senza spese di spedizione, e poi ci scandalizziamo se non riceviamo lo scontrino del caffè al bar.

“Che ci azzecca?” potrebbe chiedere qualche lettore. Ci azzecca, perché la gran parte delle aziende che si costituisce a fini elusivi, che nascono cioè non per stare sul mercato ma per fallire dopo pochi anni, opera, guarda caso, proprio in quel settore attualmente di maggiore espansione, quello della logistica. Lo schema, spiega bene Milena Gabanelli, è sempre lo stesso: il committente, spesso un soggetto internazionale, affida gran parte della gestione delle merci a società esterne, che a loro volta si affidano a piccole società o a cooperative, che non hanno mezzi propri né capitale e gestiscono solo la manodopera assumendo molti dipendenti anche in violazione delle norme sul lavoro. In tal modo – e non pagando IVA, ritenute e contributi – si aggiudicano gli appalti sottocosto. Dopo un paio di anni chiudono, cambiano nome… «E ricomincia la giostra».

Se proprio dobbiamo vivere la schizofrenia da un lato di contribuire alla sopravvivenza di società campioni di evasione e dall’altro di fare i paladini dell’onestà contributiva, è bene che ne siamo consapevoli. 

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Amazon, la cultura del reso sta per battere un record

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Rafanata

CuoreBasilicata - Mar, 02/04/2020 - 15:23
Livello di difficoltà: BASSOCosto: BASSOTipologia: ANTIPASTI, CONTORNIINGREDIENTI
  • 6 uova
  • 6 cucchiai di rafano grattugiato
  • 4 cucchiai di pane raffermo sbriciolato
  • 3 cucchiai di formaggio pecorino grattugiato
  • olio extravergine di oliva (in alternativa strutto) q.b.
  • sale q.b.
PREPARAZIONE

Decorticate il rafano e grattugiatelo in una ciotola.

A parte sbattete le uova.

Amalgamate alle uova il pane raffermo sbriciolato, il formaggio pecorino, il rafano grattugiato, un filo d’olio EVO e un pizzico di sale.

Ungete una terrina con dell’olio o in alternativa con dello strutto. Versatevi il composto (lo spessore della “frittata” dovrà essere di almeno 2 cm).

Infornate per 10-15 minuti: la rafanata sarà pronta quando avrà assunto una colorazione dorata.

CURIOSITÀ

La “rafanata” è un piatto della tradizione del carnevale lucano. Il termine deriva dal suo ingrediente principale, il rafano, una radice fortemente aromatica e balsamica. Nel potentino è definito ancora oggi “u tartuf’ d’i povr’ òmm” ovvero “il tartufo dei poveri”.
In alcune varianti vengono aggiunte patate e diverse tipologie di salumi locali.

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Gnummariedd

CuoreBasilicata - Mar, 02/04/2020 - 15:11
Livello di difficoltà: MEDIOCosto: BASSOTipologia: SECONDI PIATTI, CARNEINGREDIENTI
  • 400 g di intestini e animelle di capretto o agnello lattante
  • 1 spicchio d’aglio
  • lardo di maiale q.b.
  • prezzemolo q.b.
  • peperoncino q.b.
  • sale q.b.
  • olio extravergine di oliva
PREPARAZIONE

Lavate accuratamente gli intestini e le animelle, raschiate per rimuovere la parte scura e lasciateli in acqua fredda e sale per 12 ore.

Asciugate con un panno e mettete da parte le budelline e la rete. Avvolgete poi le interiora a mo’ di gomitolo.

Tagliate la rete in quattro parti da 20 cm circa. Dopodiché appoggiateci sopra le interiora, una fetta di lardo, un pizzico di sale, un filo d’olio, l’aglio, il prezzemolo e il peperoncino sminuzzati. Avvolgete e legate ben strette le budelline.

Sistemate infine gli involtini su di una griglia e arrostite sulla brace.

CURIOSITÀ

Una vera specialità gastronomica lucana, gli “gnummarieddi” o “gliummarieddi” sono gustosi involtini di interiora (generalmente di capretto o agnello lattante) conditi con peperoncino, aglio e prezzemolo.
Il termine dialettale deriva dal latino “glomus” ovvero gomitolo. Questa preparazione era molto diffusa un tempo nelle aree rurali, quando, tra i contadini, vi era la necessità di consumare anche le frattaglie.

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Prescrizione sì/no: 7 domande che forse ti stai facendo

People For Planet - Mar, 02/04/2020 - 15:00

Dopo quanto tempo scatta la prescrizione? 

I reati più gravi hanno tempi di prescrizione ormai siderali: l’associazione mafiosa si prescrive in 30 anni, idem la violenza sessuale, l’omicidio stradale fino a 45 anni, il disastro ambientale in 37 anni e sei mesi, la corruzione tra i 12 e i 15 anni, la rapina in 25 anni e la bancarotta in 18 anni. L’aumento dei tempi di prescrizione e di conseguenza la diminuzione degli imputati che ne beneficiano, è stato introdotto dopo la riforma Orlando. 

La prescrizione vale per tutti i reati? 

No, i reati che prevedono la pena dell’ergastolo sono imprescrittibili.

Nei processi per reati per i quali vale la prescrizione, la prescrizione è inoppugnabile? Scatta in automatico?

No. La cassazione può sempre decidere che il terzo grado di giudizio è inammissibile perché il ricorso è inaccessibile e bloccare la prescrizione. Succede con una certa frequenza.  

La legge Bonafede si applicherebbe alla maggior parte dei processi?

No. La legge Bonafede che sta dividendo Governo, maggioranza e l’intero sistema giuridico, riguarda una minima parte dei processi: le statistiche del Ministero della giustizia per il 2017 dicono che il 53% dei processi si è prescritto nella fase delle indagini preliminari – dunque per volontà del Pubblico Ministero o della Procura, senza nessun intervento dell’avvocato di difesa – e almeno un altro 22% nel corso del giudizio di primo grado, prima che la riforma possa avere efficacia (perché cancella la prescrizione dopo la sentenza di primo grado). Di fatto, la legge Bonafede si applicherebbe a poco meno di un quarto dei processi che oggi si prescrivono.

In breve, perché i c.d. “giustizialisti” sono a favore dell’abolizione della prescrizione? 

Coloro che più traggono giovamento dalla prescrizione sono coloro che si possono permettere avvocati e processi lunghi. I ricchi, i cosiddetti ‘colletti bianchi’, che grazie alla prescrizione rimangono impuniti senza scontare alcuna pena in carcere. Trenta anni fa è entrato in vigore il nuovo codice di procedura penale che ha allungato i tempi della giustizia.  Poi con la legge ex Cirielli – che si chiama così perché, secondo l’ex pm Piercamillo Davigo, l’onorevole proponente disse di non chiamarla più con il suo nome perché aveva orrore di ciò che era diventata – i tempi di prescrizione si sono dimezzati. Il risultato è che un sistema di prescrizione così ce l’hanno solo l’Italia e la Grecia. Non è vero che l’abolizione della prescrizione vale solo nei Paesi “barbari”. Negli Stati Uniti, con l’inizio del processo cessa di decorrere la prescrizione, come in Italia nel processo civile. Se si ritiene che i termini di prescrizione siano utili allora si accorcino prima del processo ma una volta che il processo comincia non si può fare una corsa contro il tempo.

In breve, perché i “garantisti” sono contrari all’abolizione della prescrizione?

La ragione per cui in Italia la prescrizione funziona ha a che vedere con le fondamenta della civiltà giuridica, finanche costituzionale, che poggiano sul principio in dubio pro reo: meglio un colpevole libero che un innocente in carcere. I verbali e le indagini svolte su richiesta del Pubblico Ministero sulla base delle quali l’imputato viene rinviato a giudizio talvolta registrano un grado di approssimazione sconcertante. Intercettazioni male interpretate, fraintendimenti, scambi di persona. La legge Bonafede, potrebbe aumentare i tempi del processo, con evidenti ricadute sociali, morali e pecuniarie a danno dell’imputato, e potrebbe addirittura sovvertire il principio in dubio pro reo

In Italia esiste la responsabilità civile dei magistrati? 

No. A differenza che in America e in Inghilterra, dove è prevista dal diritto anglosassone, il diritto romano non prevede, in caso di errori e/o abusi d’ufficio, responsabilità civile del magistrato. Il rovescio della medaglia della responsabilità civile, quando si svolgono professioni particolarmente delicate come quella del medico, del magistrato, è d’altra parte il rischio di ridurre la disponibilità degli attori ad assumersi rischi e azioni ad alto tasso di responsabilità. Esigere coraggio dai magistrati significa tuttavia ammettere che non basta che i magistrati si limitino a fare ciò che prevede la stessa legge: applicare la legge. Significa ammettere che il sistema giudiziario è in crisi. 

Immagine copertina tratta dal film The dogman di Matteo Garrone

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Giornata mondiale sul cancro: tra notizie buone e meno buone

People For Planet - Mar, 02/04/2020 - 12:52

Gli ultimi 50 anni hanno visto enormi progressi nella ricerca riguardo alla prevenzione e al trattamento del cancro: i decessi per tumore sono stati ridotti e in particolare i Paesi ad alto reddito hanno adottato programmi di prevenzione, diagnosi precoce e screening, che insieme a migliori trattamenti hanno contribuito negli anni compresi tra il 2000 e il 2015 a un aumento della sopravvivenza delle persone che si ammalano di tumore: in particolare è stata stimata una riduzione del 20% nella probabilità di mortalità prematura.

Il nuovo rapporto Iarc-Oms

I dati arrivano dal nuovo rapporto mondiale sul cancro redatto dalla Iarc in collaborazione con l’Organizzazione mondiale della sanità “World Cancer Report: Cancer Research for Cancer Prevention” pubblicato in occasione della Giornata mondiale contro il cancro che si celebra oggi.

Elisabete Weiderpass, direttore dello Iarc (International agency for research on cancer), spiega che la sfida dei prossimi anni sarà migliorare la sopravvivenza in chi si ammala di cancro anche nei Paesi a basso reddito, che tra il 2000 e il 2015 hanno visto una riduzione della mortalità solo del 5% (contro il 20% di quella registrata nelle nazioni più sviluppate). Perché l’obiettivo da raggiungere è che, relativamente ai progressi fatti in ambito scientifico contro il cancro, “tutti abbiano la possibilità di beneficiarne allo stesso modo”.

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Nei prossimi 20 anni 60% di casi di tumore in più

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, se le attuali tendenze negli stili di vita odierni continueranno il mondo vedrà un aumento del 60% dei casi di cancro nei prossimi venti anni, con il maggiore incremento nei Paesi a basso e medio reddito: una situazione in gran parte dovuta al fatto che questi paesi hanno dovuto concentrare le loro risorse sanitarie sulla lotta alle malattie infettive e sul miglioramento della salute materno-infantile, riducendo di conseguenza le risorse da destinare alla prevenzione, alla diagnosi e alla cura dei tumori.

Gli interventi da attuare per combattere il cancro

L’Oms spiega che mettendo in pratica alcune “buone pratiche per la salute” è possibile ridurre i casi di cancro: tra queste, eliminare l’uso del tabacco (responsabile del 25% dei decessi per cancro), vaccinarsi contro l’epatite B (per prevenire il cancro al fegato), sottoporsi allo screening e vaccinarsi contro il Papillomavirus umano, l’Hpv (per ridurre il rischio di cancro alla cervice).

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