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Biopack, il contenitore per le uova che si pianta e fa nascere legumi

People For Planet - Lun, 07/08/2019 - 08:00

Il packaging sta diventando sempre più sostenibile: dagli involucri biodegradabili a quelli composti di materiali riciclati, sempre più aziende stanno virando verso tecniche di confezionamento amiche dell’ambiente, spinte anche dalle nuove norme che mettono al bando i contenitori monouso. Tuttavia anche il packaging sostenibile diventa uno scarto quando esaurisce la propria funzione, andando a sommarsi alla montagna di rifiuti che produciamo quotidianamente.

Il Biopack messo a punto dal designer greco George Bosnas nasce proprio per colmare questa lacuna nel processo di confezionamento: grazie a uno speciale materiale composto di polpa di carta, farina, amido e semi biologici di leguminose, Bosnas ha creato un contenitore per le uova che, dopo l’utilizzo, può essere piantato direttamente nel terreno per far nascere piccole piantine di legumi.

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Così gli scarti del caffè diventano sgabelli e tavolini

People For Planet - Lun, 07/08/2019 - 07:15

È stato presentato in concorso al Salone Satellite Award durante l’ultimo Salone Internazionale del mobile, si chiama Re.Bean ed è un progetto che viene da lontano: dall’Australia. Qui, il Melbourne Movement di Ian Wong ha ideato lo sgabello che si è recentemente aggiudicato il premio speciale di 5mila euro, previsto dal concorso e assegnato da Banca Intesa Sanpaolo. Nel video, tutta la fase di produzione di Re.Bean.

I rifiuti del caffè sono una materia prima infinita, tanto se ne usa nel mondo, ed è anche, di conseguenza, uno dei principali rifiuti organici in tutto il mondo. Coniugando questo aspetto a un design molto bello e a una semplice fase di produzione il prodotto finale sarà circolare a tutto tondo: nasce da un recupero di materia “prima seconda” molto diffusa, verrà usato a lungo perché è bello, ha un processo produttivo poco impattante.

Sempre dal caffè, ovvero dagli scarti di caffè legati tra loro con resina d’acqua, si ottengono anche ripiani dei tavolini da bar. Autogrill ha da poco presentato un nuovo piano industriale che include lo sviluppo di un brevetto, ottenuto in collaborazione con il Politecnico di Milano, che riutilizza gli scarti dei caffè proprio per realizzare questi oggetti di arredo.  Questo tipo di scarto a loro ovviamente non manca,   e così evitano anche i costi per smaltirlo.

Il materiale brevettato si chiama Wascoffee, è riciclabile al 100% e imita, nell’estetica, la pietra ricostruita. Il nuovo materiale è stato utilizzato per realizzare i tavolini in 8 ristoranti Bistrot e Puro Gusto in Europa, ma l’obiettivo è di andare a usarlo a livello globale. Ogni tavolo, che misura 60 centimetri di lato, viene realizzato con circa 3 chili di fondi di caffè, l’equivalente di ciò che si recupera da circa 400 caffè serviti.

Fonti: https://www.greenplanner.it/2019/05/15/re-bean-design-scarti-caffe/
https://www.repubblica.it/economia/finanza/2019/06/04/news/autogrill_cresce_e_investe_sulla_sostenibilita_-227958862/

Foto di Elias Shariff Falla Mardini da Pixabay

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Estate: rimedi green per combattere caldo e afa

People For Planet - Dom, 07/07/2019 - 21:15

Gli sbalzi di temperatura negli ultimi tempi ci colgono impreparati, sarà l’effetto dei cambiamenti climatici…così, spesso, non siamo pronti ad affrontare all’improvviso caldo e afa, che ci buttano giù per lo stress termico (il famoso colpo di calore!) e non ci fanno desiderare altro che sognare il mare e le vacanze.

Ovunque tu sia (casa, mare, ufficio o in giro per la città) nelle giornate afose, è bene mettere in atto dei “trucchetti salva afa” per affrontare meglio il caldo estivo

Leggi i nostri suggerimenti per poterti refrigerare in modo naturale, prestando attenzione ad alcune necessità dell’organismo, a consigli sull’alimentazione, ad abitudini alimentari e qualche dritta sull’uso di piante che possono stupirti con le loro proprietà.

Combattere il caldo: cosa fare per l’organismo

Idratazione e alimentazione – Oltre a bere due litri di acqua al giorno e consumare bevande fresche, melone e anguria dissetano, oltre a possedere virtù diuretiche: invece del gelato, più calorico e ricco di zucchero, fai merenda con i frullati. Inizia la giornata con frutta fresca, tè e un tramezzino… Un tocco di fresca golosità, perfetto per affrontare il caldo con buon umore!

Evita le bevande di produzione industriale, con un alto contenuto di zucchero e prepara a casa tisane, da bere anche fredde, che dissetano in modo più efficace. Prepara un infuso con erbe miste, aggiungi un rametto di menta, dal sapore fresco, e conserva in frigo. 

La merenda della nonna è un’abitudine salutare anche da adulti: il pane con un filo d’olio profumato e un pizzico di sale ti aiuterà se soffri di pressione bassa.

Per fare scorta di liquidi e sali minerali sfrutta acqua, frutta e verdura, da mangiare nei pasti principali e come spuntino: ottime le banane, ricche di potassio.

Insalate, yogurt, cibi semplici e poco manipolati per una dieta leggera e colorata. Tieni una borraccia in borsa: ti permetterà di conservare fresca l’acqua e dissetarti con piccoli sorsi frequenti, un comportamento più corretto rispetto a chi beve grosse quantità di acqua in poco tempo.

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L’insalata di riso è il piatto che crediamo di saper fare tutti, sbagliando

People For Planet - Dom, 07/07/2019 - 15:00

È il solstizio culinario che celebra l’arrivo dell’estate quella sincera: l’insalata di riso si gode la sua stagione. Non sapremo mai quanta ne consumeremo prima che arrivi settembre, ma proprio perché questo piatto ha un ciclo di vita ricorrente ma effimero (se nessuno ci impedisce di mangiarlo anche d’inverno, ma vuoi mettere?) il rischio da non correre è quello di mangiarne una versione banalizzata dalla fretta, dall’illusione che si tratti di un piatto velocissimo da fare in pochi minuti. Okay, non si tratta di alta cucina, ma ci sono una serie di errori che portiamo avanti in molti (non tutti) che forse è il momento di cancellare dal quaderno delle ricette a partire da questa estate. Quali sono i quattro errori dell’insalata di risopiù comuni?

#1 Servirla troppo calda o troppo fredda. Partendo dalla convinzione che l’insalata di riso sia un piatto “da battaglia”, rapido rapido, senza pretese, può succedere di condirla e servirla appena dopo che il riso sia stato scolato. In molti fanno lo stesso errore con la pasta fredda, alla quale aggiungono le verdure, e magari le mozzarelline, appena tirata via dallo scolapasta lessando le prime e rendendo filanti le seconde col calore. Così come si fa per il sushi, il riso deve essere a temperatura ambiente, quando viene condito, e fresco quando si mangia. La procedura migliore per seguire questa regola è quella di raffreddarlo con acqua corrente appena scolato e lasciarlo riposare prima di condirlo. Poi, una volta condito, si conserva in frigo e no, non si porta in tavola immediatamente. Attendiamo almeno cinque minuti, meglio dieci se la giornata è molto calda. È insalata di riso, non riso in brodo di pollo.

#2 Usare la maionese. Sì, c’è chi a sentirlo dire rimane a bocca aperta perché crede che la maionese sia uno degli ingredienti principali. Invece no, e i motivi per non aggiungerla, nemmeno come una nostra variazione sul tema, sono molti. Prima di tutto, perché alzare drasticamente la quota calorica di un piatto estivo fresco e leggero? Un cucchiaio di maionese porta circa 99 Kcal, se ne mettiamo 4 o 5, il contatore impazzisce. 

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Immagine La Cucina Italiana

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L’ecocapsula autonoma per vivere dappertutto

People For Planet - Dom, 07/07/2019 - 09:00

Uno studio di architettura slovacco sta per mettere in commercio un’abitazione mobile a forma di uovo che si alimenta da sola con energia solare e eolica, e purifica l’acqua piovana. Per vivere e lavorare nelle zone più remote del mondo non raggiunte dalle reti energetiche.

Ecocapsule è un progetto dello studio architettonico slovacco Nice, una micro casa mobile per vivere dappertutto senza bisogno di allacciarsi alla rete energetica. L’ovale ha un sistema autonomo di approvvigionamento energetico che sfrutta sole e vento per generare elettricità. L’acqua potabile viene prodotta raccogliendo e filtrando quella piovana. 

La struttura è leggera e facilmente trasportabile (pesa 1.500 kg), adatta a stazioni di ricerca da piazzare in luoghi remoti, a lodge per turisti, a unità per azioni umanitarie o a mini abitazioni per eremiti 2.0. Può ospitare due persone, offrendo i comfort di una stanza di hotel: cucina integrata, bagno, doccia calda e spazio sufficiente per conservare cibi e oggetti da lavoro.

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Immagine FOCUS.IT

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Gli strani casi dell’animo umano: “Gli stimatori del tempo di lettura degli articoli”

People For Planet - Dom, 07/07/2019 - 07:00

E prevedono, per noi, dopo quanto tempo riemergeremo dalla illuminante pagina; tornando alla vita vera e alla nostra quotidianità. 

Utile. Soprattutto se stiamo per approcciarci – per dirne una – alla “trascrizione letterale dell’intercettazione integrale di come è andata a finir male” tra Roy Laricchiuta e Alfonsa Cicognani, presunti e presuntuosi tronisti tv.

Ma se ha, dunque, così senso, conoscere prima il minutaggio della nostra attività di lettura, perché, allora, viene indicato dopo? 

Per la serie “risposte inutili a curiosità inesistenti”, l’inchiesta sul giornalismo che mancava.

Chi è “lo stimatore del tempo di lettura degli articoli”, dunque? Come e perché agisce?

A) Lo stimatore del tempo è anche un estimatore del tempo. Sa che chi ha tempo, non aspetti tempo; e sa dare tempo al tempo. Ma se il tempo ha già il tempo, perché dargli ancora tempo? 
Di fatto, lo stimatore del tempo è uno che lascia che piova sempre sul bagnato. 
#TuHaiCapitoCheDice #DiceCheÉbruttoTempo 

B)  Lo stimatore agisce nell’interesse del lettore. Sa che questi vorrebbe conoscere con largo anticipo se un pezzo intitolato “In forma con la dieta della frittata” valga 3 o 5 minuti della sua vita. E magari anche 3 o 5 cm sul girovita. 
Si narra, infatti, che esista una complicata equazione che pone in relazione peso del fruitore, velocità del metabolismo e disponibilità alla lettura. 
#EUgualeEmmeCcìAlquadrato #AmeParePiùTondoCheQuadrato

C) Lo stimatore del tempo incarna il lettore medio. Né troppo lento, né troppo veloce. Né troppo concentrato, né troppo distratto. Rappresenta un umano che non esiste: un lettore convenzionale.
Ma con che criteri si individua tale unità convenzionale? Il suo, è un tempo indoor o outdoor? Sul livello del mare o in montagna? 
#MaSeCimettoMenoÈrecord? #LeggereBevendoVinoÈdoping? 

D) Lo stimatore le cose le sa. E sa che conoscere con anticipo il tempo di lettura aiuta a sincronizzare tale pratica con altre attività della vita. Una intervista a Tina Cipollari può corrispondere all’intero ciclo – centrifuga compresa – di una moderna lavasciuga. 
La recensione particolareggiata dei nuovi pneumatici da bagnato, lo spazio di una fila al casello. 
#IlPrelavaggioSonoIpreliminariDelBucato #CheDioBenedicaIlTelepass 

Ma, al di là delle intenzioni originarie, vi proponiamo un uso alternativo dell’indicazione del tempo di lettura:

  1. Prendete il suddetto giornale e scegliete il peggiore degli articoli, ad istinto.
  2. Individuate, in fondo, il tempo di lettura stimato. 
  3. Impugnate un contaminuti e posizionatelo, in modalità conto alla rovescia, in corrispondenza del suddetto tempo. 
  4. Non buttate neanche un occhio allo scritto. Anzi, chiudete il giornale.
  5. Per quel tempo a vostra disposizione, concedetevi qualcosa che vi piace.

Roy e Alfonsa si sono traditi reciprocamente con lo stesso uomo”: tempo di lettura, 3 minuti.
Accendo il cronometro, mi siedo in poltrona e accarezzo il gatto. La sveglia suona, sono passati.
Ho coccolato lui e me stessa per ben 180 secondi.

Mamma e figlia si rifanno naso e tette insieme e si spacciano per gemelle”: tempo di lettura 7 minuti.
Tic tac, tic tac. Infilo il cd nello stereo, clicco play e chiudo gli occhi. Sveglia: ho ascoltato Last train home di Pat Metheny.

Un aspirante scrittore e un’aspirante soubrette si accusano reciprocamente di molestie”: aspirante tempo di lettura, 6 minuti.
Ho già tra le dita l’allegra guerra tra Benedetto e Beatrice in “Molto rumore per nulla” di Shakespeare.

Il politico di turno fa la solita sfuriata propagandistica”: 5 minuti.
Stacco alcuni rametti da una pianta in terrazzo e li rinvaso nella terra, poco distante. Germoglieranno.

Non so se, alla fine, abbiamo afferrato lo spirito originario.
Ma siamo certi che il tempo di lettura possa essere interpretato, contemporaneamente, anche come un “tempo di non lettura”. L’importante è che ci regali la percezione di quanto prezioso possa essere ogni istante.
E quanto possa essere meraviglioso scegliere il nostro tempo.

(Tempo di lettura: 3 minuti)

Photo by Aron Visuals on Unsplash

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Luoghi abbandonati recuperati…

People For Planet - Dom, 07/07/2019 - 06:30

Luoghi abbandonati nel mondo recuperati attraverso progetti di rinascita ambientale ed economica, censiti nell’Atlante dei paesaggi riciclati; altri luoghi non ancora recuperati – edifici o paesi fantasma – che parlano attraverso le immagini in un lavoro fotografico, l’Atlas Italie.

Si chiama Atlante dei paesaggi riciclati, gli autori sono due architetti, Michela De Poli e Guido Incerti, e tratta proprio di quello che viene definito il terzo paesaggio, ovvero l’insieme di tutti quei luoghi abbandonati dall’uomo: i parchi e le riserve naturali, le grandi aree disabitate del pianeta, le ex discariche o miniere. Ma anche spazi più piccoli e diffusi, quasi invisibili, le aree industriali dismesse dove crescono rovi e sterpaglie, le erbacce al centro di un’aiuola spartitraffico (definizione data da Gilles Clément, scrittore e paesaggista, nel libro Manifesto del Terzo paesaggio).

Sono spazi diversi per forma, dimensione e statuto, accomunati solo dall’assenza di ogni attività umana. Il libro mostra un’ampia serie di paesaggi riciclati, ovvero luoghi effettivamente recuperati ma mantenuti nelle loro specificità e memorie, pone una riflessione sul recupero e la re-invenzione del paesaggio come possibilità di fruibilità del territorio e di conservazione di un’identità.

Progetti realizzati, o in corso, in Italia e nel mondo per recuperare il suolo, o per rendere nuovamente fruibili le porzioni di territorio che negli ultimi anni hanno subito l’aggressione dell’industrializzazione e altri fenomeni che ne hanno compromesso la loro qualità e bellezza originaria.

Nel processo di riqualificazione si mostra come non si dovrebbe “cancellare” ogni traccia del passato quale esso sia, anche e soprattutto nell’industriale, ma piuttosto conservare gli esempi migliori di architettura e paesaggio quali testimonianze dei vantaggi e degli svantaggi della storia industriale.

Perché questi testimoni oculari in fondo caratterizzano il territorio: le demolizioni e le misure di rigenerazione convenzionali, che cancellano, servono soltanto a privare le popolazioni della propria identità e della propria storia.

In questo modo il passato affianca il presente, l’identità locale si preserva e si lascia ampio spazio alla fantasia e alla creatività per realizzare cose nuove, che possano essere da stimolo e ispirazione per lo sviluppo sostenibile. Molti progetti riguardano anche terreni bonificati, cave recuperate, ex discariche, Terrains Vague, ambiti inutilizzati e da bonificare che negli ultimi venti anni sono stati riconosciuti come spazi potenziali per una nuova ricchezza sociale, economica, ambientale e che diventano occasione di una nuova forma di progetto che tenga conto di tutti questi aspetti insieme all’identità.

Tra i 58 progetti al mondo analizzati nell’Atlante ne abbiamo selezionati alcuni in Italia e nel mondo:

High Line di New York

Un progetto di conservazione di un elemento industriale abbandonato promosso dagli abitanti stessi ha portato alla realizzazione di un percorso verde all’interno del caos cittadino. E’ nel 1934 che la linea ferroviaria di collegamento High Line apre ai treni, collegando dal terminal di St.John’s Park fino alla 34th Street e trasportando merci e persone in zone ormai densamente industrializzate della città. Lo sviluppo urbanistico sempre più intenso creò densità maggiori e, dato il caro prezzo dei terreni, i costruttori preferirono sviluppare i propri edifici verso l’alto, arrivando alla città che tutti conosciamo oggi. E in questo panorama l’High Line rimase un elemento centrale nell’urbanistica di Manhattan, attorno a cui le nuove architetture crearono collegamenti diretti, tramite vuoti e gallerie all’interno degli edifici e affacci privilegiati per il percorso. Con lo sviluppo della viabilità e dei collegamenti nell’underground, il percorso ferroviario cessò nel tempo di funzionare: l’ultimo treno solcò i binari nel 1980. Da allora un’associazione cittadina riuscì a imporsi su decisioni altamente speculative e nel 2006 venne indetto dal Comune un concorso internazionale di progettazione. Il progetto vincitore propose l’utilizzo delle strutture a parco pubblico sopraelevato con lo scopo di distribuire e rendere sicuro il traffico pedonale per il quartiere e di collegare le attività culturali. L’utilizzo di materiali organici e industriali e un attento design che incontra l’esistente hanno permesso il raggiungimento degli obiettivi desiderati dalle associazioni e da tutti i cittadini. Gli accessi al parco sopraelevato sono resi possibili da ascensori panoramici e rampe, posti nei nodi di confluenza con le grandi strade newyorkesi. La progettazione delle pavimentazioni crea un passaggio bello tra la storia – incorporando i binari in essa – e la vegetazione, passando gradualmente dal suo tracciato verso le aree verdi e aiuole.

High Line, New York, USA. Credits @AngeloPerna Gas Works Park

Un grande stabilimento di produzione di gas nel centro di Seattle diventa un parco pubblico: il Gas Work funzionò dal 1906 al 1956, dopo di che la distribuzione del gas naturale continuò attraverso la stessa rete sotterranea pressurizzata.

È stato il primo parco di recupero industriale del mondo, avanguardia del riciclaggio di strutture obsolete e del bio-risanamento delle aree dismesse. Dopo tredici anni di abbandono, l’architetto del paesaggio Richard Haag fu incaricato di analizzare gli 8 ettari di estensione del sito per saggiare la possibilità di realizzarvi un parco pubblico. Il suo studio iniziò una campagna educativa per accrescere e migliorare nella comunità la consapevolezza di nuove possibilità rispetto a una tabula rasa e alla mera nuova costruzione impianti sportivi. Dopo due anni la città rinunciò all’idea della demolizione, a condizione che fosse sempre possibile smantellare le strutture, ma decise di non rimpiazzarle.  Venne dimostrato che il bio-risanamento costituiva un modo naturale ed economico per ridurre le infiltrazioni di idrocarburi a livelli accettabili, creando un sistema verde e pulito.

Il capannone dell’aspiratore è stato immaginato come spazio giochi coperto, l’edificio della caldaia come spazio per pic-nic. L’uso adattivo ha consentito esperienze impareggiabili su macchinari unici, con un risparmio enorme di costi e con la possibilità di conservare un pezzo di memoria.

Miniera di Ravi Marchi, Gavorrano

La miniera Ravi Marchi e gli edifici annessi per l’estrazione e il trattamento della pirite, utilizzata dal 1918 al 1965 per la produzione di acido solforico, fanno parte oggi del grande parco minerario e naturalistico di Gavorrano (Grosseto), nelle colline metallifere che degradano verso il territorio della Maremma. 

Dopo un lungo periodo di abbandono, durante il quale gli impianti vennero smantellati, il complesso risultava quasi completamente nascosto da cumuli di terra e da una folta vegetazione. Un gruppo di progettisti diretto dall’arch. Alberto Magnaghi ha lavorato negli anni ‘90 alla redazione di un piano con obiettivi di recupero paesistico, restauro di reperti di archeologia industriale, espansione dell’attività turistica e di sviluppo del territorio. Il complesso è stato trattato come un antico sito archeologico, cosicché anche le residue strutture in ferro arrugginito  sono state conservate rigorosamente e protette  perché possano durare ancora a lungo e offrire le suggestioni che solo i reperti autentici sanno emanare.

Parco Lineare San Michele Genzeria (CT)

Il Parco lineare di San Michele Genzeria è un vero e proprio progetto di paesaggio, un’infrastruttura leggera, come si definisce oggi quello che è un percorso pedonale e ciclabile attrezzato, realizzato nel 1999, che recupera la vecchia linea ferrata a scartamento ridotto che collegava Caltagirone con Piazza Armerina e Dittaino attraverso i territori di San Michele di Ganzaria e Mirabella Imbaccari. Un’idea di progettazione e di costruzione del paesaggio, a detta dei progettisti (Arch. Michele Navarra), perché definisce e svela antichi paesaggi agricoli, naturali e storici siciliani, per 14 Km di lunghezza.

Fiumara d’Arte (Antonio Presti)

Un museo di sculture all’aperto nel messinese che si estende per chilometri lungo quello che era il letto della fiumara, nella zona di Tusa, nel messinese, vicino ai Monti Nebrodi.

Fonte immagine: www.i-art.it

La Fiumara nasce dall’iniziativa di un privato, il mecenate Antonio Presti. Moltissime le opere installate. Il tour per visitare le opere, per cui non basterebbe un giorno intero in macchina, prevede: La Materia poteva non esserci di Pietro Consagra (foce del fiume Tusa), La finestra sul mare di Tano Festa (Villa Margi vicino Reitano), Energia Mediterranea di Antonio Di Palma, 38° parallelo-Piramide di Mauro Staccioli (entrambi a Motta d’Affermo), Labirinto d’Arianna di Italo Lanfredini (Castel di Lucio), Arethusa di Pietro Dorazio e Graziano Marini (pannelli decorativi in ceramica per la stazione dei carabinieri di Castel di Lucio), Il Muro della Vita, decorazioni in ceramica di artisti vari (strada provinciale Castel di Lucio-Mistretta).

No man’s Land, Fort Salent UK

Un forte di epoca vittoriana per la difesa dalle imbarcazioni nemiche nello stretto di Solent, tra la città di Portsmouth e l’Isola di Wight, è il No Man’s Land. La costruzione fu avviata nel 1860  fu progettata per ospitare 80 soldati e 49 cannoni. Ci vollero 13 anni portarlo a termine. Molte le vicissitudini storiche da allora: fu utilizzato come base anche durante la seconda guerra mondiale e nel 1971 vi furono persino girati episodi di una serie televisiva famosa: Doctor Who. Nel 1990 dopo anni di abbandono fu trasformato in un hotel di lusso, ma nonostante la “promessa” di privacy e di tutti i confort il progetto fallì. Nel 2015 la società Britannica AmaZing Venues si è proposta una nuova riqualificazione del Forte sempre come hotel di lusso, stavolta per attrarre eventi e cerimonie. Il progetto di recupero ha portato ad un nuovo complesso, che ha mantenuto il più possibile la struttura originaria e dove sono state ricavate 22 camere, un bar cabaret, la sauna, una piscina riscaldata e una vista magnifica dal faro vetrato: a 360 gradi sulla distesa di mare aperto.

Un altro progetto molto bello è l’Atlas Italiae, l’atlante poetico della fotografa Silvia Camporesi (https://www.silviacamporesi.it/) che effettua un viaggio nell‘Italia “sospesa” se non abbandonata del tutto, che la conduce a percorrere l’Italia alla scoperta di luoghi e edifici abbandonati. Seguendo le tracce di un paesaggio che sta tra il passato che persiste, attraverso le rovine, e il futuro che potrebbe sradicarlo del tutto, questo lavoro, che è proprio un documentario fotografico, analizza e mostra la memoria di questi luoghi e quel che resta di loro.

Immagini di Silvia Camporesi

I borghi disabitati, le stanze dagli intonachi sgretolati, le strutture architettoniche fatiscenti che sono oramai un tutt’uno con la vegetazione, gli oggetti e gli utensili quasi intatti in mezzo alle polverose rovine: ciò che traspare dalle fotografie è l’anima dei questi luoghi, le loro memorie e la loro storia.

Sono tante le immagini in mostra capaci di catturare emozioni, da quelle che ritraggono l’ex manicomio dell’Osservanza di Imola, ai relitti di imbarcazioni, a ville abbandonate e avviluppate dai rovi, a borghi disabitati da decenni, ad ex colonie balneari decadenti… In tutti questi casi, in questi luoghi perduti, ma comunque testimoni del passato e così poetici, ci si chiede guardando le foto: serve davvero qui recuperare?

Altre fonti:
http://www-4.unipv.it/aml/bibliotecacondivisa/2022.htm
https://www.silviacamporesi.it/
http://www.i-art.it/it/i-art-itinerari/27/FIUMARA-D%E2%80%99ARTE
http://www.studionowa.com/in_project/pro/parco/parco.html

Atlas Italiae, l’atlante poetico di Silvia Camporesi

Immagine di copertina: Silvia Camporesi

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La vita di Tolkien diventa un film. Il regista “Entrambi eravamo due outsider”

People For Planet - Sab, 07/06/2019 - 21:00

Al Festival di Taormina il regista finlandese Dome Karukoski racconta la tormentata vita dello scrittore, interpretato da Nicholas Caradoc Hoult. Un film non autorizzato dagli eredi: “Sono curioso che lo vedano. Di certo non ho fatto un ritratto solo positivo del personaggio”

Trovare le terre di mezzo dietro gli occhi blu di un giovane orfano. È di Nicholas Caradoc Hoult il volto di John Ronald Reuel Tolkien, lo scrittore che ha consegnato al mondo – 150 milioni di libri venduti – e al cinema la saga di Il Signore degli anelli e Lo Hobbit. Girato dal regista finlandese Dome Karukoski, fine e devoto conoscitore dell’opera letteraria del professore di Oxford, Tolkien – il film in sala da noi il 26 settembre – si concentra sull’infanzia e la gioventù dell’autore, l’amicizia con un gruppo di coetanei sincera e profonda, un’unione che verrà sublimata ne La Compagnia dell’anello e un mondo immaginario, profondo e originale, la passione per i miti nordici. L’incontro con la compagna Edith, interpretata da Lily Collins e l’esperienza devastante della Prima guerra mondiale, la perdita degli amici e le cicatrici dell’anima che alimenteranno le visioni malefiche che popolano il suo mondo letterario.

Il regista ha portato il film al Festival di Taormina e raccontato che si tratta di un progetto che lo ha molto coinvolto dal punto di vista personale. “C’è una connessione forte per due motivi – spiega il cineasta finlandese, accompagnato dal figlio di cinque anni – A dodici anni ho iniziato a leggere i libri di Tolkien, partendo da Il Signore degli anelli e arrivando a The Hobbit e Silmarillion. Poi, crescendo, mi sono reso conto che c’erano tanti tratti biografici in comune tra me e il mio autore preferito. E tanti sentimenti condivisi. Io ero un adolescente povero, che si era sempre sentito un outsider. Ero cresciuto senza padre, mi sentivo solo. Sentivo un vuoto che cercavo di colmare trovando amici. Questo era importante per me: trovare una comunità che mi accogliesse. Sono stato bullizzato, ho sofferto molto e trovavo fuga nei libri, che Tolkien aveva creato con la sua immaginazione per sfuggire ai dolori della vita, lui orfano che aveva trovato la compagnia dell’anima e aveva perso tutti gli amici nella Grande guerra, conflitto che lo aveva segnato dolosamente e per sempre”.

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Entro 5 anni nessuno utilizzerà più gli smartphone

People For Planet - Sab, 07/06/2019 - 15:00

In un recente meeting che si è tenuto direttamente a Seoul nella Corea del Sud, Samsung, davanti a una platea di giornalisti selezionati, ha avuto modo di parlare di Samsung Galaxy Fold, dei problemi che ci sono stati e anche di cosa si aspetta dal futuro una delle prime aziende tecnologiche del mondo. A proposito del Fold si è espresso lo stesso DJ KohCEO di Samsung Electronics, affermando di aver personalmente spinto per l’uscita del prodotto prima che fosse terminato il suo perfezionamento. Al momento oltre 2.000 dispositivi stanno passando attraverso una lunga serie di stress-test per individuare ogni possibile problema che non era stato previsto.

Vogliamo però concentrarci su un altro spaccato del meeting. Secondo Kang Yun-Je, capo della divisione design di Samsung Electronics, l’attuale design degli smartphone ha dei limiti piuttosto stringenti. Proprio questi limiti hanno spinto Samsung a sviluppare uno smartphone dotato di schermo flessibile. E sempre i soliti limiti hanno spinto Samsung a sperimentare anche con altri dispositivi, quali auricolari wireless smart o gli smartwatch. Secondo Yun-Je nell’arco di cinque anni quasi non ci renderemo conto di indossare degli schermi: saranno direttamente integrati nei nostri vestiti, senza cuciture visibili.

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Debutta il robot granchio, progetto italiano per ripulire i mari dalla plastica

People For Planet - Sab, 07/06/2019 - 09:00
Un robot granchio, tutto italiano, per eliminare la plastica dei mari.

Un robot-netturbino che aiuterà a ripulire i nostri mari è stato presentato pochi giorni fa durante il World Ocean Day, da un team di ricercatori italiani guidati dal Dott. Marcello Calistidell’Istituto di Biorobotica della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa che sostenuti dalla National Geographic Society, hanno realizzato un progetto rivoluzionario.

Si chiama Crab Robot e come un granchio si muoverà sui fondali di mari e oceani e sarà in grado di raccogliere plastiche. Si tratta di un vero e proprio ripulitore del mare programmato per analizzare la acque e andare alla ricerca di microplastiche.

Il robot granchio pesa 20 chili ed è dotato di telecamere ad alta definizione come occhi, per l’esplorazione e i sensori per l’orientamento e di 6 gambe molleggiate veri e propri sostegni in grado di adattarsi al terreno, pensate apposta per potersi muovere nei fondali, riuscendo a spostare ogni singolo arto è in grado di aggirare gli ostacoli inoltre si muove saltellando per cui senza arrecare danni ai fondali e all’ecosistema e riesce ad analizzare l’ambiente circostante grazie a telecamere e sensori.

Il robot può essere guidato a distanza grazie alla tecnologia wireless ed è capace di camminare e addirittura correre fino a 200 metri di profondità.

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Ma come fai a pensare? Mannaggia! Si ragiona poco su come si ragiona

People For Planet - Sab, 07/06/2019 - 08:00

Mi telefona Laura Malucelli, persona meravigliosa. Parliamo di un progetto e lei mi dice: “Dobbiamo trovare il Mare Blu!”
E io le dico: “Cosa?”
“Il Mare Blu”. Mi cita uno scrittore che dice che qualunque cosa tu debba fare devi trovare un mare che non sia infestato da squali. Se ci sono gli squali è un mare rosso e non va bene… Devi cercare uno spazio nuovo, dove non c’è molta concorrenza… Allora puoi ottenere grandi risultati.”
Beh, grazie Laura.
Parlando con Laura si è verificato nella mia mente un fenomeno di COMPRENSIONE IMMEDIATA TOTALE ISTANTANEA, esperienza magica che si può sperimentare solo tra persone che hanno una grande sintonia sui fondamenti della vita. Pensandoci bene però mi ricordo una notte di tempesta in cui è successa una cosa strana.
Ero nella peggiore discoteca di Roma, un posto che veniva chiuso una volta alla settimana per sparatoria. C’era uno stretto corridoio e un borgataro enorme, con la giacca di pelle si era messo di traverso con il braccio appoggiato al muro. Se volevi passare dovevi inchinarti per transitare al di sotto del braccio, tipo Forche Caudine.
Vicino al borgataro stavano altri 4 ragazzotti.
Io arrivo, non mi chino, vado a sbattere con la mia esile cassa toracica contro il suo braccio e passo. 
Lui dice qualche cosa di sgarbato, io mi giro e gli faccio cenno di venirmi sotto. Pesavo 58 chili, ero un chiodo senza spalle ma non me ne fregava un cazzo. Ero molto giovane e molto arrabbiato e per tutta una serie di ragioni, difficili da spiegare brevemente, avevo un martello da carpentiere sotto la giacca. I primi due li lasciavo per terra, quel che sarebbe successo poi non mi interessava minimamente… Così gli faccio il cenno di farsi sotto,  un gesto con la mano aperta che vuol dire: vieni avanti!
Il borgataro mi osserva e mi fa: “Guarda che tu sei troppo nervoso. Non puoi prendere la vita così, ti ammali, bisogna rilassarsi un po’!” E me lo dice senza scherno, senza doppi sensi, in amicizia.
Per me è stata una lezione che mi ha cambiato la vita in dieci secondi. Di lì a tre mesi avevo lasciato la città e mi ero trasferito nella casa che poi sarebbe diventata Alcatraz.
Quella frase ha fatto saltare tutti i miei progetti, perché mi aveva fatto capire che stavo dando fuori di testa. E che era ora di scappare da Roma e cercare un ritmo di vita più umano. Se non lo facevo finivo veramente male… Ed essere maciullato da 5 energumeni in discoteca in fondo non era l’ipotesi peggiore su quel che mi poteva capitare.

Pensando a quell’evento mi chiedo: cosa è successo praticamente nella mia mente?
Vorrei cercare di descrivere un’ipotesi su cosa succede nella nostra mente quando acquisiamo una nuova idea.
Laura mi spiega in due parole il concetto Mare Blu, e io lo assimilo profondamente, lo inscrivo nel mio panorama mentale. E istantaneamente l’idea di cercare il Mare Blu quando penso a un progetto diventa per me una bussola che userò svariate volte.
Ma forse detto così non si capisce un gran che, provo a spiegarmi migliormente.

Se osservo come percepisco l’attività di pensare mi viene l’immagine di un grande schermo che occupa praticamente tutto il mio campo visivo, attorniato da una cornice nera sfocata ai margini. Questo schermo mi dà la sensazione di essere incurvato orizzontalmente e a riposo è di un color terra chiara, una situazione con poca luce…
Quando inizio a parlare, un istante prima, una parte del mio cervello fa qualche cosa che potrei indicare come la proiezione di una figura tridimensionale su questo schermo. Una specie di pietra levigata marrone, che di per sé non ha nessun significato ma è come il titolo di quel che sto per dire. È come se inviassi alla mia memoria il titolo del file che deve essere ripescato e raccontato.
In altri casi sullo schermo mentale appaiono sequenze di un film su quanto mi è successo. Oppure immagini. Se ricordo una sensazione la sento in tutto il corpo e sullo schermo mentale vedo solo dei piccoli bagliori, riflessi, tremolii, increspature, lampi sullo schermo che è diventato grigio scuro, di un materiale morbido e gommoso.

Questa idea dello schermo è ormai abbastanza diffusa, anche grazie a Daniel Tammet, il primo autistico capace non solo di fare calcoli incredibili a mente ma anche di descrivere come questo accade nella sua mente, descrive la formazione di un numero nel suo schermo mentale, come una nuvola nella quale ogni bozzo è di diverso colore e rappresenta una diversa cifra. Lui dice che ogni cifra è anche una sensazione, uno stato d’animo, un sapore. Ad esempio il 6 è triste.

Il modello accademico della mente
Come in tutto il sapere accademico anche nelle neuroscienze è scoppiato il casino.
Negli anni ’70 giunse la notizia che la parte sinistra del cervello era quella razionale (linguaggio) e quella destra irrazionale (emozioni).
Ma con le nuove tecnologie si è scoperto che in realtà la divisione non è così drastica. Poi si è scoperto che la corteccia, la parte più evoluta, è una specie di schermo sul quale rimbalzano i pensieri.
Poi si è visto che pure la spina dorsale entra in fibrillazione di fronte a certe idee e le emozioni determinano modificazioni nel corpo, dall’efficienza del sistema immunitario a tutto il resto. E c’è pure una dependance del cervello che sta sotto l’ombelico e si occupa di alcune funzioni fondamentali come l’equilibrio e la coordinazione dei movimenti (avevano ragione gli antichi cinesi e centroamericani).
Io credo che ben presto verrà provato che in realtà si pensa con tutto il corpo e che la corteccia cerebrale non è uno schermo ma qualche cosa di molto più complesso.
Nell’articolo precedente Anatomia umana: mi manca un pezzo! ho affrontato la questione di come il corpo regoli tutta la molteplicità enorme delle sue funzioni, così intimamente connesse.
Il funzionamento del pensare credo abbia grandi analogie.
Il pensiero non avviene come generalmente si crede nella mente. La mente nel suo complesso è solo il proiettore meccanico. Ugualmente al fatto che il DNA non è il centro decisionale della cellula ma solo la fabbrica dei componenti di base che poi vengono sviluppati da un sistema complesso di azione e retroazione che è basato nella membrana che riveste la cellula (Lipton).
La capacità di giudizio a mio parere non risiede nel cervello. E solo una parte della mente risiede nel cervello, tutte le cellule del corpo cooperano in risonanza con i neuroni costituendo un unico hardware. Ogni cellula è un bit. Connessioni tra i neuroni e tra le restanti cellule del corpo, immagazzinano ricordi, parole, immagini, emozioni, sensazioni. Se dico la parola fragola io sento anche a livello corporeo la sensazione fragola che contiene tutte le memorie relative all’esperienza fragola. Se mia zia Luigina mi ha dato un pizzicotto sulla guancia mentre mi infilava in bocca una bella fragola matura per me il concetto fragola sarà indissolubilmente legato alla memoria della mia guancia ancora traumatizzata per il pizzicotto.
Non esiste nessun punto del corpo che può concepire un ricordo o un pensiero senza che tutto il corpo dia il suo contributo a dar corpo e spessore emotivo al pensiero.

L’organizzazione della conoscenza
Anni fa ho letto su Internazionale (Santi subito!) di una serie di ricerche sul fatto che il cervello umano riesce a gestire pienamente le emozioni solo dopo i 25 anni, perché solo allora ha completato la sua crescita.
Questo modello è basato su un’idea nella quale la corporeità, la materia, è dominante.
Io credo che la questione potrebbe essere rovesciata.
Dai primi giorni di vita ai 25 anni compiamo un immane lavoro di sistematizzazione delle esperienze.
Costruiamo un vero e proprio universo mentale i cui fondamenti minimi (similmente alle particelle sub atomiche) sono i legami tra cellule e neuroni che registrano la memoria di esperienze/concetto. Piaget sostiene che il bambino esperisce gli oggetti meticolosamente e prima di formare l’idea sedia, deve toccarla, guardarla, sedercisi sopra, spingerla, passarci sotto, leccarla, annusarla. Un lavoro enorme che porta ad assimilare il concetto sedia. Da lì in poi siamo capaci di riconoscere una sedia nelle forme, nei colori e nei materiali più diversi, guardandola da qualsiasi punto di vista. Abbiamo quindi creato un modello di sedietà assoluta che sappiamo maneggiare molto bene.
Assimiliamo per alcuni anni una notevole quantità di concetti regalativi a cose materiali ma anche a situazioni, relazioni, comportamenti, questioni morali e principi generali.
Tessiamo letteralmente connessioni stabili che sono gli ingranaggi di una macchina che via via ci permette di affrontare classi di giudizio sempre più complesse, sistemi di confronto, misurazione, classificazione. Costruiamo pezzi sempre più complessi e gradualmente riusciamo a metterli in reciproca relazione.
Quando diamo un giudizio a volte impieghiamo meno di un secondo per formularlo proprio perché attiviamo questa macchina che processa la situazione che abbiamo di fronte sulla base di un sistema di identificazione che abbiamo impiegato anni a mettere insieme e che teoricamente dovrebbe continuare a migliorare negli anni grazie all’esperienza. 
Quando, ancora bambini, abbiamo assimilato un numero sufficiente di  identificazione iniziamo a scorgere similitudini e a porci domande (perché l’erba è verde?).
Crescendo acquisiamo un numero sufficiente di spiegazioni e riusciamo quindi a completare un modello di cosa si può fare e cosa no (non bisogna mai buttarsi dalla finestra!).
Via via questo modello si arricchisce ed entra in gioco la capacità di dare un giudizio morale e di scegliere cosa ci piace di più. Impariamo a modulare quel che vogliamo fare con quel che è permesso fare.
Nell’adolescenza acquisiamo la stupefacente capacità di organizzare progetti complessi, darci degli obiettivi e impegnarci per raggiungerli, sperimentiamo le meraviglie della volontà.
La maturità della mente si raggiunge quando arriviamo a strutturare un numero di esperienze che raggiunge una massa critica e riusciamo quindi a mettere in relazione due sistemi di idee: siamo capaci di sottoporre un progetto alla verifica dell’esperienza; grazie ai risultati delle nostre azioni cerchiamo di valutare se un’idea è realizzabile o no. Ugualmente siamo capaci di filtrare le nostre reazioni nel corso delle relazioni con gli altri, moderandole sulla base delle esperienze accumulate. È quel che viene detta “intelligenza relazionale”.
Ovviamente questo sviluppo della piena capacità di giudizio va di pari passo con il conseguente sviluppo fisiologico del cervello.
Sono le capacità di pensiero la causa dello sviluppo della materia grigia, non è lo sviluppo della materia grigia a determinare la maturità dell’intelligenza.
Mi fermo qui. Sul resto, su come lavora la mente durante il processo creativo, ci sto ancora pensando.

Vedi anche: Anatomia umana: mi manca un pezzo!
 Vinci solo se fai pace con te
Perché non credi al potere dei tuoi muscoli
Ci pensi tu a distruggere la tua vita o ti fai aiutare da qualcuno?
Scacco matto spirituale in 4 mosse 
Quanto è creativa la tua tribù?
Come compiere miracoli e altre cose facili da fare
La mente mente continuamente?
Il pensiero che guarisce
Avere sempre ragione fa malissimo alla salute

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Contro le zanzare adotta un pipistrello

People For Planet - Ven, 07/05/2019 - 21:10

Zampironi? Fornelletti? Insetticidi? Roba vecchia e anche tossica. Se volete liberarvi delle zanzare in modo rapido, eco sostenibile e alla moda procuratevi un… pipistrello.

Volete sbarazzarvi delle zanzare in modo rapido, eco sostenibile e alla moda? Procuratevi un… pipistrello o magari un’intera famigliola di questi piccoli (dalle nostre parti, ma altrove possono essere giganteschi) mammiferi volanti. Che in una notte possono mangiarsi fino a 2.000 zanzare a testa (sperando che non siano tutte accalcate nella vostra camera da letto).

Ma come fare ad attirare sul proprio terrazzo o nel proprio giardino questi simpatici killer alati?

NON C’È BISOGNO DI UNA CAVERNA. Basta offrire loro un rifugio adeguato. E non c’è bisogno di trasformare la casa in una bat caverna. Basta una scatoletta a forma di parallelepipedo in legno di betulla di circa 35 cm per 60, spesso 5 assemblato senza collanti e coloranti che respingerebbero l’utilissimo ospite.

Le bat box – come sono state ribattezzate –  esistono da qualche anno: sono la declinazione pratica del progetto “Un pipistrello per amico” sviluppato dal Museo di Storia Naturale dell’Università di Firenze e finalizzato alla protezione dei chirotteri. 

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Taranto: l’artista che colora le strade e illumina le periferie

People For Planet - Ven, 07/05/2019 - 17:00
A Taranto un artista di quasi 70 anni che colora le periferie

In quelle periferie spesso grigie e un po’ sottotono, ci pensa Domenico Campagna, un artista di 69 anni, originario di Adelfia (Bari) a riportare colore e vita, in particolare nel quartiere Tramontone, nella periferia Sud est di Taranto, dove tra grandi palazzi e la campagna che ancora spunta qua e là.

Da un giorno all’altro anonimi attraversamenti pedonali e spartitraffico diventano installazioni artistiche tutte colorate, Campagna ravviva così incroci e piazze, con delle performance temporanee, fatte di carta colorata applicata sull’asfalto a secco con della carta adesiva.

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Del Mare. Di questo abbiamo bisogno

People For Planet - Ven, 07/05/2019 - 15:00

Di cosa abbiamo bisogno, dunque? Del Mare.

«Ma ecco! ecco che giungono altri gruppi, che van diritti all’acqua e con l’intenzione, pare, di fare un tuffo. Strano! Nulla li soddisfa, se non il limite estremo della terraferma; […] Bisogna ch’essi s’avvicinino all’acqua quant’è possibile senza caderci dentro». Così scrisse, tra le prime righe del suo miracoloso Moby Dick, il grande Melville*. Il Mare dischiude le grandi cataratte del mondo delle meraviglie, conserva i nostri fantasmi, nascosti, giganti e occhiuti come processioni di balene.

Al Mare i greci dedicarono un dio particolare, fratello di Zeus. «Certamente tutto ciò non è senza significato. E ancora più profondo di significato è quel racconto di Narciso che, non potendo stringere l’immagine tormentosa e soave che vedeva nella fonte, vi si tuffò e annegò. Ma quella stessa immagine noi la vediamo in tutti i fiumi e negli oceani. Essa è l’immagine dell’inafferrabile fantasma della vita; e questo è la chiave di tutto». Certo, quando Melville scriveva, Mare era soprattutto viaggio senza garanzia di ritorno. Era ricerca, volontà e disperazione, necessità e scoperta, ancora lontana dall’annacquamento del turismo planetario.

Ma quel Mare non ha cambiato linguaggio, esso rimane la grammatica di ogni nostro racconto umano, il tessuto che garantisce la vera globalizzazione da più di duemila anni. Esiste una koiné ed è l’acqua di ogni città di Mare. Ho visto, a Odessa, intere scolaresche festeggiare l’ultimo giorno di lezione scendendo sulla spiaggia di Lanzheron, precipitandosi lungo la scalinata Potëmkin – con insieme  l’intensità di Ėjzenštejn e la leggerezza di Paolo Villaggio – gettandosi dai moli senza neppure svestirsi delle divise, nuotando in un’acqua tappezzata di decine di innocue e lattiginose meduse del Mar Nero. Erano gli stessi ragazzi che gridano alla vita mentre partono traghetti a giugno dal porto di Napoli, gli stessi dei giorni di calura a Genova.

Nel Breviario mediterraneo, Predrag Matvejevic scriveva: «L’età del molo si misura dallo stato delle bitte o da quanto ne è rimasto. La bitta del molo ha preso nome dallo stesso oggetto che si trova sulla coperta della nave: anche per questo aspetto nave e molo vengono a unificarsi. La città restituisce al porto un po’ di quel che ne ha ricevuto per poter essere qualcosa di più di quanto sarebbe senza di esso. Anche un porto da carico può diventare il porto dell’oblio. In un porto così le donne acquistano di prezzo, e i marinai talvolta vivono un’altra vita».**

Il Mare, dall’inizio dei tempi, è una zona di dissoluzione dei confini, un ausilio prezioso per chiunque desideri tramutarsi in qualcosa di diverso da ciò che è. La follia della cronaca degli ultimi anni lo ha trasformato in un cimitero, cercando di applicare agli specchi d’acqua la logica arida e precisa della terra. Il Mare continua a vivere, infatti,  sospeso tra due parole latine sorelle, il limes – la linea fortificata che traccia il confine violento ed artefatto tra due terre – e il limen – la soglia di un passaggio tra un interno ed un esterno. La prima dona l’idea del limite netto, del bastione fortificato a sorvegliare un confine che se valicato porterà all’assassinio. La seconda suggerisce l’immagine di un limite mai completamente raggiunto e mai totalmente sorpassato, fluido, che osserva come fa l’occhio di una balena, indifferente e gigantesco. Dunque marino.

* Moby Dick, Herman Melville (Adelphi edizioni, traduzione di Cesare Pavese)
** Breviario mediterraneo, Predrag Matvejevic

Immagine di copertina: Odessa, di Raniero Virgilio

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La grigliata fa male alla salute?

People For Planet - Ven, 07/05/2019 - 12:15

Tempo di vacanze e di pasti all’aperto, la grigliata è una tradizione ma bisogna fare attenzione. Quando si fa un barbecue infatti la cottura della carne può provocare la formazione di sostanze cancerogene: lo ricorda l’American Institute for Cancer Research, secondo cui con alcuni accorgimenti è possibile ridurre i rischi.

Diverse ricerche hanno mostrato che una dieta ricca di carne rossa e lavorata aumenta il rischio di tumori del colon – spiega Alice Bender, Senior Director of Nutrition Programs dell’istituto – e grigliare carne, sia bianca che rossa, ad alte temperature forma sostanze fortemente cancerogene“.

Il primo consiglio degli esperti è grigliare diversi tipi di alimenti, non solo le carni rosse ma anche quelle bianche, il pesce e la verdura. Anche la marinatura, prosegue il decalogo, aiuta a diminuire i rischi. Alternare carne e verdure su uno spiedo, avvertono ancora gli esperti, diminuisce l’area esposta alla fiamma ed è quindi più salutare.

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Da Ecofuturo 2019, intervento di Stefano Bozzetto: l’agroecologia

People For Planet - Ven, 07/05/2019 - 10:59

Stefano Bozzetto è dottore agronomo, laureato a Bologna nel 1982. Fa l’imprenditore agricolo da oltre 40 anni, curioso e appassionato della terra. Convinto sostenitore della necessità e della possibilità di coniugare sostenibilità ambientale e redditività, ha nel tempo approfondito, sia dal punto di vista tecnico-scientifico sia imprenditoriale, le potenzialità del suolo come carbon sink alimentate da tecniche agricole che derivano dall’integrazione in azienda agricola dell’impianto biogas.
Su questo tema ha al suo attivo numerosi articoli scientifici. Attualmente è anche titolare di uno studio professionale e consigliere di amministrazione di Agricola biometano e di Biogas refinery development BRD srl.

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Le ecotecnologie prossime venture che cambieranno il Mondo

People For Planet - Ven, 07/05/2019 - 10:30
L’accumulo al via

La prima è quella dell’accumulo. Che c’è di nuovo nelle batterie, direte voi? Tutto. Le batterie di nuova generazione e i sistemi di gestione delle stesse (Bms) sono completamente nuove. Oggi un normale computer portatile arriva facilmente alle otto, nove ore di lavoro, impensabili solo dieci anni fa. E mettere in casa batterie per stoccare la propria energia rinnovabile oggi è una cosa accessibile alle famiglie e non a qualche nerd verde. L’auto elettrica, inoltre, sta diventando una “batteria con le ruote” in grado di fare cose redditizie anche da ferma. Il suo pacco batterie è in grado di fornire servizi di rete quando è carica e collegata alla colonnina, producendo reddito. Si calcola che una vettura elettrica allacciata alla rete per 12 ore al giorno possa “produrre” servizi di rete per 600 euro ogni anno. E le nostre auto, oggi, stanno ferme 23 ore al giorno. Oltre a ciò il nostro accumulatore su ruote potrà fornire energia alla casa. In questa maniera l’auto diventerà un vettore che ci permetterà di acquistare energia a un prezzo basso, magari sotto forma di welfare aziendale o di promozione commerciale, usandola successivamente per far funzionare la lavatrice (ne abbiamo parlato anche qui).

Blockchain che spezza le catene

La blockchain, di cui si parla molto, altro non è che un indice, anche chiamato data base, – letteralmente catena a blocchi – che però per la sua costituzione è immodificabile, per cui non falsificabile. È importante perché si tratta di un sistema gestito dal basso che da garanzie più robuste di quelle del sistema bancario di oggi, e infatti è alla base delle criptovalute. Il motivo per cui è importante per tutti noi è il fatto che questa tecnologia sarà alla base della produzione familiare di energia rinnovabile – nel momento in cui una famiglia voglia vendere questa energia, oltre che consumarla – e per le comunità energetiche. Due modalità di produzione che si diffonderanno molto nei prossimi anni e la blockchain sarà la tecnologia sulla quale si appoggeranno le transazioni d’energia. Il fatto che le blockchain siano immodificabili e possano essere pubbliche aumenterà la fiducia da parte delle persone verso i soggetti che le utilizzano. Saremo certi, quindi, che ogni elettrone da noi prodotto o consumato avrà una sua carta d’identità chiara e limpida che ne determinerà, prezzo, provenienza e destinazione.

Eolico off shore galleggiante. E il vento galleggia

Una delle nuove tecnologie per le rinnovabili più prossime e promettenti è l’eolico off shore galleggiante. Si tratta di un sistema che risolverà una serie di problemi legati all’eolico off shore di oggi. Prima di tutto sarà possibile mettere pale eoliche lontane dalla linea dell’orizzonte, il che le renderà invisibili da terra, risolvendo in tal modo i problemi legati alla deturpazione del paesaggio. E si potranno mettere queste pale anche in mari dai fondali profondi, come la maggior parte del Mar Mediterraneo. Queste due caratteristiche consentiranno di andare a “prendere il vento” in tratti di mare dove ce ne è di più e che ora sono inaccessibili, installando pale di grandi potenza e dimensioni. Già oggi si stanno progettando pale galleggianti da 10 MWe.

Agricoltura di precisione, per il bio

L’agricoltura di precisione è quella che utilizza sistemi digitali e troppo spesso viene inserita nel novero delle pratiche agricole industriali e tacciata d’insostenibilità. Sbagliando. Questo tipo d’agricoltura, infatti consente pratiche agricole che aumentano la produttività – cosa che sarà necessaria visto che nel giro dei prossimi trenta anni ci saranno sul pianeta due miliardi di bocche in più da sfamare – salvaguardando risorse. Alcuni agricoltori della Pianura Padana – sì, per trovare l’innovazione basta scendere sotto casa e non è necessario arrivare al Mit di Boston – coltivano il mais per le loro mucche da latte usando l’agricoltura di precisione. Vediamo come. Prima di tutto si effettua la semina a sodo, che elimina l’aratura, per cui la CO2 presente nel terreno lì rimane, registrando la posizione Gps di ogni singolo seme. Successivamente si concima il seme usando il digestato prodotto da un impianto a biogas alimentato dalle deiezioni animali e dallo scarto del mais, iniettandolo a quattro centimetri di distanza dal seme la cui posizione è nota. Dopo ciò si posizionano le tubazioni per l’irrigazione goccia a goccia. In questa maniera si usa solo concime di provenienza certa e a chilometri zero, non si usano pesticidi e si risparmia il 30% dell’acqua per l’irrigazione. Il tutto con un incremento della produzione del 30%, e con un reddito aggiuntivo dovuto al biogas. Il cui utilizzo, tra parentesi, è a emissioni zero. Il mais è bio, quindi anche il latte è bio e con questo latte si produce un formaggio di qualità. In questo caso un Grana Padano bio 2.0.

Geotermia, calore sotto terra

Che siate seduti su un vulcano o no, nel vostro futuro c’è la geotermia. In buona parte d’Italia, ovunque ci siano delle terme, infatti sarà possibile produrre energia con centrali elettriche geotermiche binarie di nuova generazione che non emettono i fluidi e pertanto sono a inquinamento zero. Per le abitazioni domestiche e gli uffici, invece è possibile sfruttare la stabilità termica del sottosuolo che, coniugata alla temperatura in superficie, consentirà con la stessa macchina di avere riscaldamento o raffrescamento a seconda dei bisogni. Si tratta di sistemi di un certo costo, quelli domestici, che si stanno installando per ora negli edifici nuovi ma che si diffonderanno mano a mano che cala il prezzo. Ovviamente questi due tipi di geotermia sono a impatto zero.

5G per comunicare

Il 5G è il nuovo protocollo di comunicazione per i dispositivi mobili che rivoluzionerà anche il mondo dell’ecologia. Grazie alla sua velocità e diffusione, infatti, saranno migliaia gli oggetti che si scambieranno i dati in automatico aumentando l’efficienza del loro funzionamento. Le rinnovabili distribuite potranno accedere a dati di mercato dell’energia decidendo se conviene vendere l’elettricità o consumarla in un dato momento. E con la stessa dinamica si potranno gestire gli elettrodomestici di casa, auto elettrica compresa. Il 5G sarà essenziale, visto il suo basso tempo di latenza, per le auto a guida autonoma i cui viaggi saranno ottimizzati in base ai flussi di traffico, magari ottimizzando anche il car pooling. In alcune università si sta già studiando l’abolizione dei semafori grazie all’ottimizzazione dei flussi di traffico. L’automazione della logistica sarà incrementata e il 5G consentirà l’utilizzo di droni per la consegna delle merci, che hanno un consumo molto più basso del classico furgone, consentendo di rintracciare il destinatario, grazie allo smartphone, anche se è in movimento.

Immagine: Foto di Gerd Altmann da Pixabay

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Anziani, continuità assistenziale e cure domiciliari

People For Planet - Ven, 07/05/2019 - 09:45

Prof. Roberto Bernabei, Italia Longeva: “Un oliato percorso di continuità assistenziale è una forma di efficientamento del sistema, ma soprattutto un servizio concreto per il cittadino: c’è qualcuno che gli semplifica la vita nel passaggio fra ospedale e territorio, senza abbandonarlo a se stesso”.Presentata al Ministero della Salute la prima Indagine sulla continuità assistenziale in Italia

Roma, 3 luglio 2019 – La rete dell’assistenza a lungo termine agli anziani, per funzionare bene, deve disporre di servizi di assistenza domiciliare (ADI) e residenzialità assistita (RSA) adeguati e diffusi sul territorio. Essi rappresentano uno dei pilastri su cui si fondano sostegno e cure offerte agli anziani, eppure risultano ancora carenti rispetto ai 14 milioni di anziani residenti in Italia.

Lo dicono i dati del Ministero della Salute che ha ricalcolato al ribasso il numero dei cittadini che nel 2018 hanno beneficiato di questi servizi: solo il 2% degli over-65 è stato accolto in RSA e solo 2,7 anziani su 100 hanno ricevuto cure a domicilio, con incredibili divari regionali: in Molise e in Sicilia più del 4% degli anziani può contare sull’ADI, mentre in Calabria e Valle d’Aosta si stenta ad arrivare all’1%.

“L’ADI, che in Italia cresce troppo lentamente, più lentamente di quanto crescano i cittadini che ne avrebbero bisogno, è il vero cortocircuito di una buona continuità assistenziale. È evidente il ritardo dell’Italia in questo campo, anche rispetto agli altri Paesi europei: per ogni ora di assistenza a domicilio erogata nel nostro Paese, all’estero si arriva anche a 8-10 ore”, spiega Roberto Bernabei, Presidente di Italia Longeva, la Rete Nazionale di Ricerca sull’invecchiamento e la longevità attiva.

CONTINUA SU INSALUTENEWS.IT
Vedi anche: Sanità: alcune Regioni italiane risparmiano il 67% sull’acquisto dei farmaci, altre no, perché?!?

Foto di Steve Buissinne da Pixabay 

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I bambini li porta la cicogna?

People For Planet - Ven, 07/05/2019 - 09:29

Martina De Polo è andata a scoprire come funziona il Centro Lipu Le Cicogne del Sile. Intervista a Paolo Vacilotto.

Scopo principale del Centro è la reintroduzione in Italia della cicogna bianca. Ad oggi siamo a 300 coppie di cicogne bianche che nidificano in Italia. Trent’anni fa erano zero.

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Estate e pressione bassa: i rimedi naturali per star bene

People For Planet - Ven, 07/05/2019 - 08:00

Pressione bassa e alte temperature – Con le alte temperature è giusto adottare i giusti accorgimenti per vivere al meglio la stagione estiva. Chi soffre di pressione bassa sa che il caldo non aiuta ma purtroppo peggiora la sensazione di astenia e stanchezza.

Le alte temperature sono nemiche dichiarate della pressione bassa! Chi ne soffre deve conoscere come gestirla e salvaguardarsi. La medicina naturale ci viene in soccorso dandoci qualche aiuto.

La pressione bassa viene accentuata dalle alte temperature e sintomi abituali di stanchezza e astenia vengono accentuati. In estate chi soffre di pressione bassa viene accompagnato più di frequente da debolezza, malessere, spossatezza, sudorazione e capogiri. Queste reazioni accentuate sono una difesa che l’organismo mette in atto per disperdere l’eccessivo calore all’interno del corpo e salvaguardare l’omeostasi, ovvero l’equilibrio interno corporeo.

I rimedi naturali per la pressione bassa – Il rimedio naturale per eccellenza per la pressione bassa è la liquirizia, da tenere sempre a portata di mano, soprattutto fuori di casa. Ha un effetto immediato e dona subito sollievo in caso di capogiri, astenia o spossatezza. Un altro rimedio casalingo che funziona bene e in tempi rapidi per la pressione bassa è il sale grosso: sciolto sotto la lingua permette alla pressione sanguigna di crescere velocemente.

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