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Un Paese impreparato al maltempo può dirsi civile?

People For Planet - Gio, 11/01/2018 - 01:13

Venti forti, nubifragi, piogge torrenziali e trombe d’aria hanno messo in ginocchio l’Italia e fatto salire a undici il numero delle vittime, nonostante l’impegno massivo dei vigili del fuoco – quasi 8mila interventi nell’arco di 48 ore in tutte le regioni. Fra le vittime del maltempo, un vigile del fuoco volontario. Decine i feriti. Per evitare ulteriori tragedie il Viminale ha inviato una circolare a tutti i prefetti invitando a prendere in esame la possibilità di chiudere non soltanto le scuole, ma anche gli uffici pubblici.

“La strada provinciale 227 per Portofino non esiste più, il borgo è isolato” ha dichiarato Matteo Viacava, sindaco di Portofino. Alle 5 di mattina di ieri è collassata una carreggiata della strada Aurelia a Finale Ligure, all’altezza della zona Malpasso. La forte pioggia ha provocato una voragine di 6 metri in cui è finita un’automobile, al volante una donna rimasta ferita. Un’altra donna, in Val di Sole, in provincia di Trento, è morta a causa dell’esondazione del torrente Meladrio. Sempre al nord, in Val Venosta, a Silandro, una bambina è rimasta ferita da un sasso, cadutole addosso mentre viaggiava in auto. Monterosso evaquata, il porto di Rapallo devastato, case scoperchiate in Valsugana, alberi che cadono a Roma. La situazione peggiore è in Calabria, dove i morti per il maltempo sono  quattro. Massimo Marrelli, manager in ambito sanitario privato della Regione, è stato sepolto vivo insieme ai suoi tre operai durante un lavoro a una condotta fognaria a Isola Capo Rizzuto, in provincia di Crotone.

Il 9 ottobre di 55 anni fa avveniva il disatro del Vajont. 260 milioni di metri cubi di roccia si staccarono in blocco dal Monte Toc, dietro la diga del Vajont, crollando nell’omonimo lago. Quattro minuti di apocalisse che provocarono la morte di 1917 persone. Dopo lunghi dibattiti, processi e inchieste, la responsabilità cadde sui progettisti e dirigenti della SADE (ente gestore dell’opera della diga del Vajont fino alla nazionalizzazione) che nascosero l’incoerenza e la fragilità morfologiche dei versanti del bacino, scopertosi in seguito non idoneo per un serbatoio idroelettrico di quella portata.

“L’italia non dimentica le vite spezzate, l’immane dolore dei parenti dei sopravvissuti, la sconvolgente devastazione del territorio, i tormenti delle comunità colpite. Neppure può dimenticare che così tante morti e distruzioni potevano e dovevano essere evitate”. Questo il commento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della commemorazione dalla tragedia del Vajont. Una tragedia annunciata, resa ancora più infame dall’indifferenza nei confronti dei geologi che avevano preannunciato l’eventuale catastrofe. Le cose da allora non sono cambiate. I geologi di oggi rimangono inascoltati, come accadeva a quelli di ieri. Identica l’arroganza dei politici che non si curano del territorio, invariata la supponenza di progetti ritenuti inarrivabili anche se basati inevitabilmente, necessariamente, su approssimazioni, e perciò non monitorati e manutenuti con la dovuta attenzione.

La memoria collettiva segue percorsi ricorsivi. Con il tempo, i ricordi tragici si attenuano, immagini inquietanti come quelle degli yacht in frantumi tendono a confondersi tra le macerie passate. Alcune, come quelle del Vajont, vengono iconizzate, smorzando parte del loro potere perturbante. È fisiologico. C’è un tratto trasversale e comune a questi atteggiamenti, proprio della cultura dell’ottimismo, che è tipicamente italiano, certo, ma fisiologico a ogni nazione inevitabilmente tenuta a misurarsi con l’imponderabile, l’emergenza, la casualità. Lo si potrebbe definire “istinto di sopravvivenza nazionale”, che in parte trae forza dal dubbio più o meno verbalizzato di chi rimane, ricorda, e sa che il motivo per il quale l’ennesima tragedia lo ha risparmiato non è dato a sapere. Ciò però non può e non deve esimere dal porsi una questione: un Paese impreparato al maltempo, può dirsi civile?

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Ecco il making of della canzone della Bandabardò Oh Capitano

People For Planet - Mer, 10/31/2018 - 03:16

Nel making of le fasi della registrazione della colonna sonora del cortometraggio “Perché tutti vogliono salvare queste profughe?“, prodotto dal magazine online www.peopleforplanet.it che racconta in chiave satirica il salvataggio di un gommone carico di povere profughe extracomunitarie norvegesi, giovani e bionde, ad opera di un gruppo di generosi pescatori e bagnini di Cesenatico. Le riprese del lavoro della Bandabardò sono miscelate con animazioni dei disegni dello story board e con scene del salvataggio. Il corto ha avuto un grande successo sul web e in tv.
L’idea di questa operazione bontà è proprio quella di usare la tecnica del rovesciamento comico per provare a far riflettere.
Salvate le profughe bionde che hanno le tette rotonde è il ritornello di questa canzone che inneggia agli italiani che hanno il cuore d’oro e la forza di un toro e si commuovono per queste povere ragazze votate a un destino crudele: mangiano le aringhe anche alla mattina, è una vita meschina… Vogliono anche loro la pizza pazza anche se sono di un’altra razza!
La musica è di Enrico Greppi, il testo di Jacopo Fo.

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Se sono gli studenti a salvare il mare

People For Planet - Mer, 10/31/2018 - 03:07

Da piccoli si andava sulla spiaggia in cerca di conchiglie. Non si sapeva di che specie fossero, ma le si collezionava con criteri propri. Poi magari ci si imbatteva in qualche pesce spiaggiato e i più «scientifici» di noi provavano a catalogarlo. Era un gioco, ma se si traducesse in qualcosa di sistematico e analitico?
Avremmo una fotografia della biodiversità nelle nostre coste, utile per sensibilizzare sulla fragilità del patrimonio naturalistico a bordo mare, oggi spesso aggredito dall’aumento dei rifiuti.
«Beh, la mia classe e io – racconta Giosuè Mangialavori – abbiamo fatto proprio questo. Siamo andati su due spiagge dell’isola d’Elba e per quattro giorni abbiamo classificato gli organismi marini, la vegetazione e i rifiuti. Così abbiamo scoperto specie che non conoscevamo e, purtroppo, anche trovato tante bottiglie di plastica buttate». Giosuè frequenta l’istituto tecnico Natta di Milano ed è uno tra le migliaia di studenti italiani del triennio delle superiori che può fregiarsi del titolo di «Guardiano della Costa».
La maiuscola deriva dal fatto che tutto è partito da un progetto promosso dalla Fondazione Costa Crociere in collaborazione con il Miur, il ministero dell’Istruzione, per l’anno scolastico 2017-2018.

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Nel Nord Italia il 95% degli europei a rischio per lo smog

People For Planet - Mer, 10/31/2018 - 01:55

In Europa 3,9mln di persone abitano in aree dove sono superati contemporaneamente e regolarmente i limiti dei principali inquinanti dell’aria (Pm10, biossido di azoto e ozono). Di queste, 3,7mln, cioè circa il 95%, vive nel Nord Italia.
E’ quanto emerge dall’ultimo rapporto sulla qualità dell’aria dell’Agenzia Ue per l’ambiente. Il nostro Paese è al secondo posto in Europa per morti per Pm2.5 (60.600) e al primo per le morti da biossido di azoto (20.500) e per l’ozono (3.200).

Il dato sulle morti premature conferma il primato negativo dell’Italia dello scorso anno, con un lieve peggioramento delle cifre sui decessi. Solo la Germania fa peggio per le morti causate da Pm2,5. Il rapporto offre una nuova prospettiva quando afferma che su 3,9 milioni di persone che vivono in aree dagli sforamenti simultanei e regolari (giornalieri per il Pm10 e annuali per biossido di azoto e ozono) 3,7 milioni abitano nel Nord della Penisola. Nella Pianura padana si conferma particolarmente critica la situazione dell’ozono e degli ossidi di azoto (principalmente da motori diesel).

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Prendi a pugni il mal di testa

People For Planet - Mar, 10/30/2018 - 15:38

Quando mi fu diagnosticata un’emicrania con aura avevo circa 32 anni e vivevo a Milano.
Un sabato mattina, mentre ero in ufficio, mi accorgo che non vedo più alla destra del mio occhio destro, solo da quell’occhio il mio capo visivo si è ristretto.
Spiacevole… penso a uno sbalzo di pressione, dopo pochi minuti mi accorgo che non riesco più a leggere il giornale, le parole saltano davanti ai miei occhi e durante una telefonata non riesco a dire la parola “tavolo”. A questo punto decido di andare a casa ma salendo in macchina sento di non avere più la sensibilità dei polpastrelli delle mani.
Ok, vado in ospedale… vicino al mio ufficio c’è il Fatebenefratelli, posso andarci a piedi… lì mi fanno un’iniezione di Valium e mi dicono che è una crisi d’ansia perché sono obesa (cerco di spiegare che non è che ieri ero 60 chili e stamattina mi sono svegliata a 110… e quindi un po’ d’ansia sarebbe giustificabile ma non mi danno retta). Mi fanno sedere su una sedia e a me viene un mal di testa da incubo. Quando dopo un’ora mi chiedono come va e rispondo: “Benissimo!” purché mi lascino andare via di lì. Arrivata a casa passo due giorni che non so neanche chi sono… un dolore incredibile.

Il mio medico di base insinua che potrebbe esserci qualcosa che preme sul nervo ottico e quando gli chiedo cosa potrebbe premere sul nervo ottico mi guarda con aria rassegnata. Mi piacciono i medici ottimisti.

Faccio le corna al menagramo e scopro per fortuna che nel mio stesso palazzo vive un primario dell’Istituto Neurologico Besta che, saputa la disavventura, mi prescrive una serie di esami.
Dopo tac, elettroencefalogramma, doppler e quant’altro un giovane e gentile medico mi diagnostica una emicrania con aura.
“Lei è un caso da manuale” dice “Praticamente succede che una vena del suo cervello si chiude e prima di arrivare il dolore, che è la vera malattia, lei ha una serie di disturbi neurologici”
“Bene” dico io “La cura?”
“Non c’è” mi risponde serafico “Possiamo solo darle dei farmaci che l’aiutino a superare le crisi”
“E la causa delle crisi?”
“Non ne sappiamo niente” dice sempre più serafico “Speriamo solo di imbroccare in fretta il farmaco che le faccia sentire meno dolore. Deve cercare di fare una vita regolare, andare a letto e svegliarsi sempre alla stessa ora, non bere, non fumare, non… questo non la guarirà, perché non si guarisce da questo male ma magari aiuta…”
Fantastico.
Il primo farmaco è quello “giusto” e lo prendo ogni volta che sento arrivare i disturbi ma mi spacca lo stomaco e anche se il dolore è lieve mi sento come dentro a un acquario, le percezioni sono fumose e non riesco a lavorare.
Le crisi arrivano a intervalli irregolari, impossibile pianificare alcunché. A poco più di 30 anni la mia vita non è certo regolare e mi rifiuto che lo sia, accidenti.

A 35 anni mi trasferisco in Umbria, la mia vita cambia radicalmente ma l’emicrania non molla, mi accorgo che arriva quando sono molto stanca, e anche, soprattutto, quando pare a lei… la bastarda.
Poi un bel giorno conosco la dottoressa Maria Ernestina Fabrizio, l’assistente del prof. Vezio Ruggeri dell’Università la Sapienza di Roma. All’università Ruggeri e Fabrizio stanno conducendo uno studio molto interessante sui disturbi dell’alimentazione e riescono a curare con 12 sedute casi di anoressia e bulimia su adolescenti semplicemente attuando modifiche posturali e facendo giochi di visualizzazione: la chiamano “psicofisiologia”.
Mi ci butto a pesce (grasso) e durante una di queste sedute parlo con Maria Ernestina della mia emicrania e lei mi chiede “Che accade durante la crisi, fisicamente?”
“Dicono sia una vena che si stringe” rispondo.
“Bene” ribatte lei “Aprila”
Seeee… come se non ci avessi provato, son mica una pivella della new age, penso, ma quando arriva il male forse mi agito e la visualizzazione della vena che si apre non funziona.
“No, no, niente visualizzazioni” dice Matina “Aprila fisicamente”
“Cioè?”
“Prova a chiudere la mano sinistra a pugno e avvolgi il pungo con la mano destra, stringendola, poi, facendo forza, apri il pugno. Prova un po’ di volte, quando senti che arriva la crisi”
Bah… certo che provare non costa niente… mal che vada c’è sempre il pillolone di scorta.
Pochi giorni dopo, sono al ristorante dell’agriturismo della “Libera Università di Alcatraz” e sento che il mio occhio fa lo scemo, bah, provo. In mezzo al ristorante qualche ospite ha visto una cretina che chiudeva una mano a pugno, la copriva con l’altra e poi apriva il pugno, mettendoci forza.
La crisi non arriva. “Mah”, penso “Sarà stato uno sbalzo di pressione e non l’emicrania”.
La volta dopo idem, e quella dopo ancora niente crisi.
Vuoi vedere che…
Dopo un anno ho smesso di andare in giro giorno e notte con le pillole in tasca e ho anche smesso di fare quel gesto, perché secondo me il mio cervello ha recepito il messaggio, non ne ha più bisogno. La venetta ha capito l’antifona e quando sta per stringersi si ricorda di Maria Ernestina e si riapre subito. Oggi ho 60 anni e non ho più avuto una crisi.
Non son neanche dimagrita… ma questa è un’altra storia.

Racconto sempre questa storia, appena ne ho l’occasione perché spero serva a qualcuno che ha il mio stesso problema. Finora non ho avuto altri riscontri, e forse questa tecnica è servita a me e magari altri hanno trovato altre soluzioni. Che mi raccontate voi?

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Ciao a tutti! E grazie!

Le Buone Notizie di Cacao - Mar, 10/30/2018 - 11:56

Carissimi,
Con questo numero Cacao, Il Quotidiano delle Notizie Comiche sospende le pubblicazioni quotidiane.
Continuiamo con la pubblicazione del Cacao della Domenica che si trasformerà ma non vi anticipiamo ancora come, sarà una sorpresa!

Simo stati insieme per tanti anni. Cacao è nato cartaceo ormai più di 30 anni fa. Jacopo Fo lo pubblicava mettendo insieme suoi articoli, le vignette di Angese, le storie di Alcatraz.
Poi è arrivato Internet e nell’autunno del 1999 abbiamo iniziato a mandarlo via mail a poco più di 200 persone, usando Outlook. Ovviamente non si poteva inviarlo a tutti insieme e allora Armando e Simone lo inviavano a dieci indirizzi alla volta. L’impaginazione era quella di quel tempo: solo testo, e guai a mettere immagini che pesavano troppo.
E così via. Tutti i giorni da 19 anni a questa parte una persona della Redazione cercava le buone notizie con il lanternino in mezzo al marasma di quelle cattive, perché crediamo fermamente che mostrare il lato comico, sciocco e anche straordinario dell’essere umano ci salvi dal sentirci tutti vittime. Poi lo si rileggeva tutti insieme e si inviava a migliaia di persone.
Per alcuni anni il Cacao della Domenica fu lo spazio di Franca Rame e Dario Fo: fece un grande scalpore l’articolo scritto anche con Jacopo a pochissime ore dall’attentato alle Torri Gemelle di New York “Diamo una possibilità alla pace!”. Per non parlare della campagna contro l’uranio impoverito e delle tante altre battaglie che la famiglia Fo ha portato avanti con coraggio e determinazione.
Non ultima quella per lo sviluppo del fotovoltaico, e le mille altre a favore dell’ambiente, del benessere, della salute. A raccontarle tutte non basterebbe una settimana.

Abbiamo anche fatto degli strafalcioni che i lettori ci hanno segnalato puntualmente, come quando parlando di un progetto per fare un tunnel sotterraneo tra New York e Londra abbiamo scritto che sarebbe passato per l’Adriatico: le osservazioni di chi ci scrisse erano esilaranti.
Ed è famosa anche la nostra discalculia – non vi dico la soddisfazione quando abbiamo scoperto che non eravamo scemi ma solo malati – per colpa della quale non riuscivamo a fare un calcolo che fosse uno esatto.
E voi siete stati lettori straordinari! Non erano poche le persone che arrivando ad Alcatraz o incontrandoci a un qualche evento ci dicevano “Vi leggo! Mi fate fare la prima risata della giornata!” ed è proprio per questo che siamo stati presenti nelle vostre caselle mail per così tanti anni.
Ora ci fermiamo un po’ e prendiamo fiato, ragioni di vario genere ci hanno costretto a fare la scelta di fermarci. In questi anni molti siti hanno iniziato a mettere una sezione “buone notizie”, il messaggio è passato, noi abbiamo fatto da apripista come in moltissime altre iniziative.

E’ stato fantastico, davvero.

Siamo presenti nel web con blog, pagine Facebook, e con People For Planet, il nuovo sito che a gennaio compirà un anno e che sta crescendo con regolarità e che parla di quello che ci interessa da sempre. Insomma, non ci si perde, ci si trasforma, ci si adatta alle nuove esigenze, ma sempre mantenendo un contatto con chi ha voglia di seguirci.
Cacao Quotidiano chiude, viva Cacao!
Grazie a tutti! A chi ci ha letto, a chi ci ha segnalato le notizie, proprio a tutti!

A presto!
Jacopo, Simone, Maria Cristina, Gabriella, Armando, Manuela

Sfilo anche io!

Le Buone Notizie di Cacao - Mar, 10/30/2018 - 11:55

In inglese la passerella si chiama 'catwalk' e allora il gatto che ha deciso di farsi la toilette durante una sfilata in Turchia aveva tutto il diritto di esserci.
Ha pure cercato di afferrare le frange degli abiti delle modelle che gli passavano troppo vicino cercando coccole e gioco ma ‘ste benedette ragazze non lo hanno guardato di striscio. Insensibili.
(Fonte: Ansa)

L’indiano Apu dei Simpson è davvero espressione di razzismo?

Le Buone Notizie di Cacao - Mar, 10/30/2018 - 11:54

A più di trent’anni dalla prima puntata, i tempi cambiano e con essi, evidentemente, anche l’umorismo
Creata dal fumettista Matt Groening nel 1987, The Simpson è una tra le sitcom animate più popolari di sempre. Ambientata nella cittadina statunitense di Springfield, il cartone vuole essere una parodia satirica della società e dello stile di vita statunitense.
Ma, a più di trent’anni dalla prima puntata, i tempi cambiano e con essi anche l’umorismo, evidentemente. (…) Continua su People For Planet

Storie di ladri

Le Buone Notizie di Cacao - Mar, 10/30/2018 - 11:53

Belgio. I ladri vanno a derubare un negozio di sigarette elettroniche e il proprietario inizia una trattativa. “Se venite più tardi l’incasso è più alto, ora in cassa ci sono pochi spiccioli” e li convince!
I ladri tornano verso sera e, pensa te, trovano ad aspettarli la polizia che li ha arrestati per troppa stupidità.
(Fonte: Repubblica)

Tanti auguri!

Le Buone Notizie di Cacao - Mar, 10/30/2018 - 11:52

Mr. James è il custode di una scuola nel Tennessee ed è non udente. Allora i bambini per augurargli buon compleanno gli hanno cantato Happy Birthday con la lingua dei segni.
Basta poco, che ce vo’!
(Fonte Repubblica)

Sub sentinelle contro le «reti fantasma» che inquinano il mare

People For Planet - Mar, 10/30/2018 - 02:58

L’acronimo internazionale è un impronunciabile Aldfg, che sta per Abandoned, lost or otherwise discarded fishing gear. La definizione italiana di reti fantasma rende invece particolarmente bene l’idea.
Si calcola che negli oceani di tutto il mondo vi siano almeno 640 mila tonnellate di attrezzature da pesca abbandonate, che costituiscono il 10% circa di tutti i rifiuti presenti in mare.
Vere e proprie trappole che invadono i fondali o che vengono trascinate dalle correnti, quasi invisibili, che continuano a imprigionare fauna marina e a pescare pesci che nessuno andrà mai a recuperare. Sono 135 le diverse specie segnalate come vittime delle reti fantasma: animali rimasti intrappolati o feriti e, quasi sempre, uccisi. L’azione silenziosa di questi predatori artificiali è letale: gli organismi marini catturati passivamente muoiono per soffocamento, per inedia (ossia l’impossibilità di cibarsi a causa della costrizione) o per le lacerazioni procurate dai tentativi di liberarsi. Nelle maglie finiscono un po’ tutti: animali protetti come tartarughe, foche e cetacei, uccelli che si gettano in acqua per catturare piccole prede, ma anche pesci considerati «target» per la pesca, con danni enormi per l’economia ittica. «Una situazione a cui bisogna porre un freno – dice Donatella Bianchi, presidente del Wwf Italia e da sempre ambasciatrice del mare, che da 26 anni conduce Linea Blu su Raiuno raccontando non solo le bellezze ma anche i pericoli che corrono acque e fondali – Una grossa mano può arrivare da chi quel mondo sottomarino lo ama e lo conosce davvero, ovvero gli appassionati di immersioni».

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L’indiano Apu dei Simpson è davvero espressione di razzismo?

People For Planet - Mar, 10/30/2018 - 01:38

Creata dal fumettista Matt Groening nel 1987, The Simpson è una tra le sitcom animate più popolari di sempre. Ambientata nella cittadina statunitense di Springfield, il cartone vuole essere una parodia satirica della società e dello stile di vita statunitense.

Ma, a più di trent’anni dalla prima puntata, i tempi cambiano e con essi anche l’umorismo, evidentemente. La serie animata sembrerebbe aver deciso di lasciar cadere il suo personaggio storico Apu Nahasapeemapetilon, il commerciante indiano padre di otto gemelli che è divenuto oggetto di critiche in quanto incarnazione dei luoghi comuni più beceri, e per molti, stereotipo razzista di come gli occidentali vedono gli Indiani.

Facciamo un passo indietro: nell’autunno 2017, il comico americano di origini indiane Hari Kondabolu produce il documentario The Problem with Apu, nel quale vengono messi in evidenza un insieme di luoghi comuni, stereotipi culturali e razziali che il personaggio di Apu incarna nel famoso cartone animato americano. Come se non bastasse, il proprietario del Jet Market di Springfield è anche doppiato dall’attore bianco Hank Azaria: Apu sarebbe quindi, secondo Kondabolu, nient’altro che “un uomo bianco che fa l’imitazione di un uomo bianco che prende in giro mio padre”.

Come prevedibile, non si sono fatte attendere molto le critiche alle quali i creatori dei The Simpson e lo stesso doppiatore hanno reagito piuttosto fermamente, difendendo la loro libertà creativa e la libertà di portare in scena una satira volta solo a divertire; il personaggio di Apu è infatti una caricatura di quello che rappresenta la minoranza indiana in America, creata solo per strappare qualche risata.

La notizia del malcontento raggiunge rapidamente diversi personaggi di spicco del settore, tra cui il produttore Adi Shankar che, nel mese di aprile, aveva lanciato un concorso di sceneggiatura aperto a tutti nel tentativo di riscrive il personaggio in una chiave più attuale e con l’intento di “sovvertire Apu in maniera intelligente, mostrandone un altro aspetto che lo trasformi in un ritratto fresco, divertente e realistico degli indiani che vivono in America“. Nonostante il produttore Shankar abbia trovato la sceneggiatura perfetta, la sua operazione di riabilitazione del personaggio sembrerebbe essere stata inutile: l’indefesso lavoratore che gestisce un supermarket h24, coltissimo e titolato dottore in informatica, potrebbe lasciare lo show, dal momento che la Fox starebbe pensando di rimuoverlo in maniera definitiva dalle prossime stagioni per evitare ulteriori polemiche.

Mentre la Fox e i produttori stanno ancora decidendo cosa dichiarare ufficialmente sulla sorte di Apu, il web si divide tra i buonisti del politicamente corretto e il malcontento di chi s’interroga su quale sia il limite tra l’offesa e la satira, riportando l’attenzione sui diversi personaggi stranieri di Matt Groening , tutti ottimi stereotipi: che cosa dovrebbero dire gli italo-americani rappresentati nella serie dai due italiani Tony Ciccione e Luigi, non a caso un mafioso e un pizzaiolo in evidente sovrappeso? Forse, ossessionati dalla volontà di difendere il politicamente corretto e il terrore di rischiare di offendere qualcuno, stiamo perdendo la capacità di ironizzare su noi stessi.

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L’Entella Calcio, una storia italiana perfetta per Kafka

People For Planet - Mar, 10/30/2018 - 01:28
L’America’s Cup

C’è un filo che lega Franz Kafka, la tragedia del Ponte Morandi e l’Entella Calcio, la squadra che è finita nelle maglie della burocrazia e da un mese e mezzo è diventata una formazione fantasma: senza campionato né avversari.

Cominciamo da lontano. Tanti anni fa, era il 2003, la città di Napoli fu candidata a ospitare l’America’s Cup del 2007. Il regolamento della manifestazione prevede che le gare si svolgano nel continente del vincitore. E poiché, per la prima volta, i vincitori furono europei – gli svizzeri di Alinghi – il campo di gara del 2007 andava scelto in Europa.

Furono mesi di grande fibrillazione. Grandi progetti, architetti, urbanisti, economisti, ovviamente politici, al lavoro tra Palazzo Chigi e Napoli per non perdere la grande occasione. Napoli e l’Italia arrivarono alla selezione finale. Ma persero. I detentori di Alinghi scelsero come campo di regata Valencia un luogo tra l’altro non baciato dal vento.

La giungla giudiziaria

Mesi dopo, vennero fuori le motivazioni di quella scelta. Mai troppo pubblicizzate. E in quei documenti emerse che gli svizzeri erano terrorizzati dalla burocrazia e dalla legislazione italiana. Dal groviglio di istituzioni deputate a emettere sentenze, nessuna definitiva e sempre con la possibilità di essere messa in discussione da un nuovo ricorso. Gli svizzeri di Alinghi preferirono non correre il rischio di vedere sfumare un progetto internazionale e multimilionario e pensarono che avrebbe fatto meno danni un campo di regata con poco vento invece di un palcoscenico affascinante ma terribilmente incerto.

Difficile dar loro torto. Le conferme non mancano. Anche nello sport. Come dimostra la situazione della Serie B di calcio. La scorsa estate tre squadre – Avellino, Bari e Cesena – non sono riuscite a iscriversi al campionato e la Federcalcio ha optato per il blocco dei ripescaggi: la Serie B non si sarebbe più giocata a 22 squadre, bensì a 19. E infatti così è andata. Ogni turno c’è una squadra che riposa. Fin qui, siamo a fine ottobre, ciascuna squadra ha giocato otto o nove partite.

Nel limbo

Nel frattempo, però, alcuni club hanno attivato la macchina che tanto intimorì Alinghi e di cui ha perfettamente scritto Franz Kafka. La macchina della giustizia. Con infiniti ricorsi. Tra cui quello dell’Entella che però ha una ragione sportiva. È la squadra che lo scorso anno è retrocessa dalla Serie B, e una sentenza del Coni ha stabilito che il Cesena, già penalizzato per plusvalenze fittizie, dovesse pagare in maniera retroattiva. Proprio come aveva chiesto – nel ricorso presentato, ovviamente – l’Entella. Che però, nel frattempo, aveva anche già giocato una partita di Serie C, peraltro vinta contro il Gozzano. Da quel giorno, era il 17 settembre, l’Entella è finita nella terra di nessuno. Non gioca più in Serie C e aspetta un riaccoglimento in Serie B che fin qui non è mai avvenuto. Si sono soltanto susseguite sentenze del Tar e del Consiglio di Stato, a giorni alterne come le targhe quando c’è troppo inquinamento. I giocatori continuano ad allenarsi, ma non sanno perché. Una versione riadattata di Joseph K.

Tutti responsabili, nessuno responsabile

Impossibile, ovviamente, risalire a un responsabile. Come sta accadendo per la vicenda giudiziaria del Ponte Morandi. Purtroppo i media ne parlano sempre meno. Se non abitate a Genova e non leggete il Secolo XIX, siete tagliati fuori. Eppure sta emergendo un quadro tanto perfetto quanto inquietante della nostra Italia. I pubblici ministeri che stanno indagando, stanno scoprendo quanto sia arduo risalire a una responsabilità certa. Così ha scritto qualche giorno fa il quotidiano genovese: “Agli atti dei pubblici ministeri sono finiti ricorsi e richieste di pareri legali che i vari dirigenti avevano inoltrato agli avvocati del ministero per capire quali fossero le varie responsabilità. Alcuni (ritenuti dalla procura “interessanti”) risalgono ai mesi precedenti al crollo del Morandi, altri invece sono successivi”. Tutti responsabili, nessuno responsabile.

Parole che ricordano molto le dichiarazioni rilasciate un mese fa al Guardian da Gabriel Cleur, 20 anni, australiano, difensore del club: «È ridicolo, nessuno vuole prendere una decisione. Mai nella mia vita avrei immaginato di essere coinvolto in una situazione come questa. Tutti quelli con cui ho parlato, sono sbalorditi dalla situazione». Non a caso, l’Australia ospitò l’America’s Cup del 1987.

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Meno esperimenti sugli animali grazie ai software informatici

People For Planet - Mar, 10/30/2018 - 01:21

Per sviluppare un nuovo farmaco, un antitumorale ad esempio, servono mediamente fino a 14 anni, con un costo economico molto elevato, 1 miliardo e 200 milioni di dollari. Il processo prevede, ad un certo punto, la sperimentazione su animali.
Si potrebbe rendere il tutto meno dispendioso e più sostenibile utilizzando simulazioni al computer del comportamento del farmaco e delle reazioni dell’organismo.
Non si eliminano completamente gli esperimenti su animali ma si riducono sensibilmente.

Per maggiori informazioni http://www.softmining.it/

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Da oggi in Scozia i dottori possono “prescrivere” la natura come terapia

People For Planet - Mar, 10/30/2018 - 01:15

Da oggi in Scozia i dottori sono autorizzati a prescrivere ai propri pazienti un nuovo potentissimo medicinale, ovvero un trattamento giornaliero a base di… natura! Si tratta del primo programma del genere organizzato nel Regno Unito che mira a risolvere i problemi causati dallo stress come la pressione alta o l’ansia, oppure migliorare la vita di persone afflitte da patologie come il diabete, malattie cardiache o altro ancora…

Sappiamo bene quanto una vita sana ed equilibrata trascorsa lontano dallo smog e il più possibile a contatto con la natura, possa essere importante e incidere positivamente sulla nostra salute mentale e fisica. Nascono proprio per questo le “Prescrizioni della natura”, un programma ideato dall’associazione Healthy Shetland, team di miglioramento della salute che fa parte del NHS (National Health Service) Shetland. L’organizzazione propone nuovi metodi per migliorare il benessere e la salute delle persone tramite iniziative all’area aperta e che hanno come protagonista l’ambiente naturale unico di queste isole.

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Zucca e Halloween: il perché di una strana amicizia

Le Buone Notizie di Cacao - Lun, 10/29/2018 - 12:09

Una leggenda svela le inaspettate origini della festa più popolare d’autunno
Fine ottobre: le zucche intagliate, illuminate, con le loro fattezze un po’ orrorose adornano vetrine di negozi, balconi, davanzali. E’ così ormai da anni e lo è anche in questi giorni. Per chi qualche decennio fa era un bambino, sembra ancora un’abitudine un po’ esotica, una di quelle stranezze importate dagli Stati Uniti. E invece forse non tutti sanno che la zucca di Halloween, nel mondo anglosassone chiamata anche Jack O’Lantern, trova le proprie radici in Europa, per la precisione in Irlanda. (…) Continua su People For Planet

La felicità nella ciccia

Le Buone Notizie di Cacao - Lun, 10/29/2018 - 12:08

Uno studio dell’Università della Namibia ha dimostrato che gli uomini sono più felici quando stanno con una donna che ha qualche taglia in più rispetto a quelle proposte da moda e pubblicità. E non sono poco più felici, pare lo siano addirittura 10 volte in più!
E questo per vari motivi: secondo gli intervistati le donne curvy sono più dolci e più sensibili, adorano mangiare bene e spesso amano anche cucinare e la condivisione del pasto è più piacevole se non mangi solo sedano scondito.
E allora vai di lasagne!
(Fonte: curioctopus.guru)

Campionato del mondo di Tetris

Le Buone Notizie di Cacao - Lun, 10/29/2018 - 12:07

Il nuovo campione si chiama Joseph Saelee, 16 anni e ha battuto il sette volte campione del mondo Jonas Neubauer.
Il gioco è stato inventato 18 anni prima della nascita del campione. Come passa il tempo!
(Fonte: Corriere.it)

Cerca i santi e lascia stare i Pokemon

Le Buone Notizie di Cacao - Lun, 10/29/2018 - 12:03

Si chiama Follow JC Go e pare, si dice, si mormora, che sia stata accettata anche dal Papa. Praticamente è come Pokèmon Go ma al posto dei mostricciattoli bisogna cercare i santi, i beati e i personaggi della Bibbia per le vie della città.
Non è che si fanno catturare, individuati entrano nell’“evangelization team” del giocatore e vince chi ne ha di più. Se poi si vuole proprio il Paradiso il gioco permette di fare dotazioni in denaro “vero” a varie opere pie. Belzebù non c’è, pare non abbia rilasciato la liberatoria per lo sfruttamento dell’immagine dichiarando: “Non c’è più religione”.
(Fonte: Repubblica)

Elizabeth Sombart: «La mia musica tra (e contro) il dolore»

People For Planet - Lun, 10/29/2018 - 01:48

«Com’è iniziato tutto?». Elizabeth Sombart ripete la domanda, e in quel ripeterla c’è l’elastico che la spinge indietro a scavare nell’album dei ricordi e poi in avanti, a trovare le parole per rispondere. Nella sua voce c’è la cadenza francese, che poi però sembra tedesca, a volte anche russa, tante quante sono le origini dei suoi genitori e prima ancora dei suoi nonni. Lei è nata a Strasburgo, è una pianista di fama mondiale, internet dice che ha sessant’anni ma ha lo sguardo da ragazzina e la saggezza plastica che, guardandola, potresti attribuire a una pianta secolare. Cammina a piedi nudi nella sede italiana di Résonnance, la fondazione con cui da anni porta la musica classica là dove la musica classica, da sola, non arriverebbe mai. In mezzo alle guerre, tra profughi e rifugiati, negli ospedali, nelle carceri. E negli orfanotrofi, come il luogo in cui tutto è iniziato.

«Bussai alla porta di un orfanotrofio di Parigi e chiesi di parlare con la direttrice», racconta Elizabeth. «Poi, alla direttrice, chiesi di poter suonare e insegnare gratis la musica a quei bambini. “Ma tra i nostri programmi non abbiamo la musica”, mi rispose. “Inseritela”, dissi io. E lei, di rimando: “Comunque non potremmo farlo con lei. Collaboriamo con associazioni, mica con il primo che bussa alla porta”. Tornai qualche giorno dopo essermi messa al lavoro. Bussai e chiesi di nuovo della direttrice. “Ancora lei?”, mi disse. No, stavolta non sono io. Sono un’associazione». Era nata Résonnance. Era nato il progetto di portare la musica classica nei luoghi della sofferenza e nel dolore. Un piccolo passo per Elizabeth, un grande passo per l’umanità.

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