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Microplastiche: una seria minaccia ambientale

People For Planet - Lun, 03/05/2018 - 03:19

Viene stimato che ogni anno finiscano nel mare e negli oceani 8 milioni di tonnellate di plastica e, secondo le Nazioni Unite, se non si interviene subito nel 2050 in mare ci sarà più plastica che pesci.

Le microplastiche (di dimensione inferiore a 5 millimetri) si dividono in primarie e secondarie, le prime sono direttamente rilasciate nell’ambiente sotto forma di piccoli frammenti derivanti da attività umane di tipo domestico o industriale, possono essere aggiunte ai prodotti come nel caso dei cosmetici oppure possono originarsi nell’uso o nel mantenimento di altri prodotti come nel caso degli pneumatici o dal lavaggio dei tessuti sintetici. Le microplastiche secondarie si originano invece dalla degradazione di oggetti di plastica più grandi in frammenti sempre più piccoli una volta che sono esposti all’azione marina. La busta di plastica abbandonata in mare, per esempio.

Il Rapporto “Primary microplastics in the oceans: a global evaluation of sources”, presentato dall’Iucn Global Marine and Polar Programme nel 2017 è arrivato a concludere che tra il 15% e il 31% di tutta la plastica negli oceani, stimata intorno ai 9.5 milioni di tonnellate annue, ha origine da fonti primarie. E’ una percentuale significativa che fino ad ora non era stata stimata. Nei Paesi dove le strutture per il trattamento dei rifiuti sono più avanzate, le microplastiche primarie superano addirittura quelle delle microplastiche secondarie.

Il Rapporto ha ipotizzato tre tipi di scenari sui quantitativi rilasciati negli oceani per quanto riguarda le microplastiche primarie: ottimistico, pessimistico e intermedio per un range  che va dagli 0.8 milioni di tonnellate all’anno ai 2.5 milioni di tonnellate all’anno.

Sempre secondo il Rapporto Iucn, le minuscole particelle di plastica di derivazione primaria sono per lo più originate dai lavaggi dei tessuti sintetici e dall’erosione degli pneumatici. Guardando ai numeri, in uno scenario intermedio di 1.5 milioni di tonnellate per anno di microplastiche che arrivano al mare, ha stimato che oltre il 63% delle fonti di microplastiche primarie sono rappresentate dai lavaggi dei tessuti tessili e dall’abrasione dei pneumatici durante la guida (34% e 28% rispettivamente). Un terzo importante contributo è dato dalle polveri urbane (24%), mentre i prodotti per l’igiene personale e i cosmetici rappresentano il 2% circa delle fonti di microplastiche primarie negli oceani di tutto il mondo e i pellets di plastica lo 0,3%. Per rendersi conto, 1.5 milioni di tonnellate all’anno, tradotti in termini pro capite sarebbe a dire l’abbandono a cadenza settimanale nelle acque, da parte di ciascun abitante della Terra, di 212 grammi di plastica.

L’Iucn dice che i recenti appelli a vietare l’uso delle microsfere in cosmetica sono una buona iniziativa, ma fa notare che, essendo questa fonte responsabile solo per il 2% delle microplastiche primarie, gli effetti di un divieto, comunque necessario, sarebbero più limitati di altri interventi necessari per ridurre la presenza di microplastiche.

Fonti:
“UNEP FRONTIERS 2016 REPORT– Emerging Issues of Environmental Concern
“Primary microplastics in the oceans: a global evaluation of sources”, Iucn Global Marine and Polar Programme

* * *

Nel Manifesto di People For Planet  si propongono 3 leggi: la terza riguarda la limitazione delle microfibre rilasciate nei lavaggi e propone di rendere obbligatorio il montaggio, sulle lavatrici, di un filtro che trattenga le microfibre;  non è solo di buon senso, utile e discretamente facile da realizzare, è anche urgente!

Firma qui il manifesto!

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In copertina:
Una parte del problema delle microplastiche nei mari deriva dai pneumatici. Fotomontaggio di Armando Tondo

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Le pillole di Mamma Chimica: 6 detergenti con l’acido citrico (VIDEO)

People For Planet - Dom, 03/04/2018 - 03:51

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Autoproduzione sostenibile e a basso impatto ambientale con Mamma Chimica

People For Planet - Dom, 03/04/2018 - 03:42

Spopolano in tv e sul web i tutorial per farsi in casa detergenti, cosmetici, conserve e chi più ne ha più ne metta.

Noi abbiamo Mamma Chimica!
Sara Alberghini, mamma e blogger, è laureata in Chimica (indirizzo analitico-ambientale) e proprio da quando è diventata mamma ha iniziato a usare le proprie conoscenze per produrre da sé, in casa, cosmetici e detergenti per le superfici e per il corpo, utilizzando solo ingredienti base a basso impatto ambientale e di nessun impatto sull’organismo.

“Mi diverte, risparmio e ho abbandonato un sacco di detergenti puzzosi e non sempre salutari” scrive sul suo blog.
Dosando un po’ di acqua distillata e semplice acido citrico in polvere si possono fare tantissimi prodotti: brillantante, anticalcare, balsamo per capelli. Aggiungi un po’ di detersivo naturale per i piatti e hai anche uno sgrassatore.

Un po’ di bicarbonato di sodio puro tamponato sotto le ascelle è un ottimo antiodorante perché il bicarbonato impedisce la proliferazione batterica. Aggiungendo un po’ di menta piperita secca sbriciolata si ottiene un dentifricio aromatizzato che modifica il Ph della bocca e aiuta così a ridurre la formazione della placca, il resto del lavoro lo fa lo spazzolino.

Nei video che seguono, Mamma Chimica ci spiega alcune semplici ricette per preparare davvero in pochissimi minuti tanti prodotti da utilizzare in casa. Sono più che sicuri perché composti solo di acqua e additivi alimentari.

Fonte: http://www.mammachimica.it

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Ecologia, arte e solidarietà in Brasile

People For Planet - Dom, 03/04/2018 - 03:40

Sono in viaggio in Brasile per motivi di lavoro; per adattarmi al fuso orario e al cambio di clima ho anticipato la partenza e trascorro qualche giorno nei pressi di Salvador de Bahia. Questa zona sembra un pezzo d’Africa per clima, vegetazione e popolazione, solo il 10% è di pelle bianca, il 30% nera discendente dagli schiavi deportati e la maggioranza tocca tutte le sfumature possibili: color cannella, caffelatte, cioccolato, ebano.

Passeggiando, vedo un ragazzino sui 10 anni con un grosso sacco di lattine vuote sulle spalle, si china, ne raccoglie una, la scuote vigrosamente per svuotare il liquido residuo, la schiaccia con i piedi nudi e la mette nel sacco. La fiera che visiterò due giorni dopo è incentrata sull’alluminio, decido di conoscere anche questo aspetto. Per avvicinarlo compro una bibita di guaranà e gliela offro. Mi guarda stupito e un po’ dubbioso (penso con un brivido alle avvertenze che avrà ricevuto di diffidare di turisti potenziali pedofili),  ma fa caldo e la bottiglia è freschissima, il bambino controlla che sia sigillata, la stappa, mi ringrazia con un sorriso di un bianco abbagliante, la beve di un fiato e butta la bottiglia di plastica vuota per terra. Mi chino e la raccolgo. Si mette a ridere, con la risata fragorosa dei Neri, e senza smettere di ridere mi dice che la bottiglia di plastica non vale nulla, sono le lattine di alluminio che hanno un valore. La sua risata così fresca e piena, è irresistibilmente contagiosa, rido anch’io, poi gli prometto una mancia se risponde a qualche mia domanda: smette immediatamente di ridere e gli occhi gli brillano di curiosità.

Si chiama João, ha 11 anni ed è il più grande di 5 fratelli. D’estate (corrispondente al nostro inverno) esce al mattino presto, fa meno caldo e ci sono più lattine grazie alle bisbocce notturne dei turisti. Lavora 3 ore e poi altre 2 ore prima del tramonto, tutti i giorni meno la domenica. Mi dice che ogni due-tre sere passa un uomo nella sua strada con un furgoncino azzurro e una bilancia e tutti gli portano le lattine. Lui le pesa e paga 4 reais al kg. Gli chiedo se prima scuoteva cosi’ forte la lattina perchè l’uomo che paga le vuole assolutamente vuote, mi risponde di no, le svuota per accertarsi che non ci siano finiti dentro ragni o scorpioni che potrebbero uscire quando le schiaccia con i piedi nudi, o peggio mentre le sta trasportando. João mi guarda negli occhi, lo rassicuro che avrà la sua mancia, gli faccio vedere il biglietto da 10 reais ma lo tengo ancora in mano, ho ancora un paio di domande, a cui risponde impaziente di ricevere il premio. Imparo così che per fare 1 kg servono 40 lattine, nella stagione turistica ne raccoglie  100, a volte 150 al giorno, nella bassa stagione meno della metà, perché ce ne sono meno in giro e poi la mattina va a scuola (meno male!). L’ aspetto è quello di un ragazzino sano e ben nutrito, e l’espressione non ha perso l’aria dell’infantilità, anche se sembra cosciente ed orgoglioso di dare una mano in famiglia.

Mi rendo conto che in Brasile il riciclaggio dell’alluminio è affidato alla povertà: infatti non solo non si vedono lattine di alluminio abbandonate nelle spiagge, nei boschi o lungo il ciglio della strada, ma spariscono perfino dai cestini e dai bidoni dei rifiuti. Una forma di raccolta differenziata spontanea, incentivata da un guadagno minimo, ma comunque importante in un’economia di sopravvivenza. Purtroppo non funziona con gli altri tipi di rifiuti, per la raccolta dei quali manca la ricompensa economica.

João mi chiede se ho l’auto. Gli rispondo di sì e gli chiedo se vuole che lo accompagni a casa. Mi risponde che a casa ci va più tardi a piedi, ma mi chiede di passare con le ruote sul sacco di lattine per schiacciarle bene, cosi ce ne stanno di più.  Gli do la mancia promessa, poi gli dico che gli darò altrettanto se riprende la bottiglia di plastica vuota e mi promette che d’ora in avanti le butterà sempre nei bidoni della spazzatura. Giura di farlo, ma si sta sforzando per non scoppiare a ridere, so che stasera in famiglia rideranno tutti delle stravaganze dei bianchi.  Salgo in auto e passo coscienziosamente avanti e indietro sul sacco di lattine fino a lasciarlo spianato come se fosse di carta stagnola, mentre João ride a tutto spiano, e anch’io rido contagiata dalla sua allegria. Lo saluto, vedo nello specchietto che mi sta salutando ancora, felice dell’insperato guadagno, e mentre rientro faccio mentalmente un po’ di conti.

Per praticità considero una raccolta di 120 lattine al giorno, fanno 3 kg di alluminio quindi 12 reais per chi le raccoglie; in 25 giorni fanno 300 reais per 5 ore di lavoro al giorno, somma tutt’altro che disprezzabile visto che a Bahia il salario minimo è di 800 reais, pari a circa 250 euro, sarebbe quasi corretto se non fosse in nero e se a fare il lavoro non fosse un bambino.

Dopo aver fatto i conti in tasca a João, voglio farli anche nei confronti dell’industria. La fabbrica di alluminio sta pagando 4 reais al kg, pari a 1,2 euro. So che il prezzo dell’alluminio di prima fusione, cioè non riciclato è di 3 euro e sono favorevolmente stupita, mi sembra che l’industria stia pagando un prezzo onesto, considerando che non riceve fattura dal raccoglitore di lattine, lo paga in contanti, ha comunque dei costi per fare la fusione e la qualità risulterà inferiore all’alluminio non riciclato, per lo meno dal punto di vista estetico, aspetto importante sia per il settore dell’automobile che della costruzione. Nel ricco suolo del Brasile non manca l’alluminio, o meglio la bauxite da cui si ricava, quindi il riciclaggio non avviene per scarsezza di materiale. Evidentemente rimane comunque un guadagno che, su grandi volumi, raccolti da un piccolo esercito di tanti João di tutte le età, arriva a cifre importanti, quindi l’industria ha interesse a pagare un prezzo ragionevole a chi fa la raccolta per assicurarsi che continuino a farlo, e magari questo aiuta la fabbrica anche a mantenere buoni rapporti sul territorio.

Accendo il computer e confermo la mia ipotesi: il Brasile è leader mondiale nel riciclaggio dell’alluminio.

Ed ecco i grandi numeri del Paese: a livello annuale si riciclano quasi 300.000 tonnellate di lattine e la cifra di recupero è sugli 850 milioni di reais, circa 250 milioni di euro di cui una buona parte va all’economia semi-sommersa di migliaia di raccoglitori.  Si è calcolato che il ciclo è in media di 30 giorni durante i quali una lattina viene prodotta, acquistata, consumata, raccolta e riciclata.

Ora mi è chiaro anche da dove nasce il vantaggio economico: riciclare richiede il 5% di energia rispetto al processo di produzione dell’alluminio primario. In termini sia economici che ambientali significa un risparmio di 4.250 GWh/anno, una cifra pari al consumo residenziale annuale di 6,6 milioni di persone in 2 milioni di case. Sotto tutti i punti di vista vale la pena di incentivare al massimo il riciclaggio

Se c’è qualcosa che i Brasiliani prendono molto sul serio sono le feste e la ABAL, associazione delle industrie dell’alluminio, ha perciò proclamato il 28 ottobre come giorno nazionale del riciclaggio di alluminio per promuoverne i vantaggi economici, sociali ed ambientali.

Tutto questo dimostra che, se ben motivato, il riciclaggio funziona anche in un Paese che, se guardassimo i numeri per carta, plastica o vetro, scommetterei che sarebbe in fondo e non in cima alla classifica.

Il giorno dopo il mio incontro con João prendo un volo interno e arrivo a Sao Paulo, uno scenario completamente differente, la proporzione bianco/nero del colore della pelle è inversa rispetto a Bahia, d’altra parte non sto visitando una favela ma una fiera, simile a quelle di altre città europee con managers in giacca e cravatta che passeggiano per i corridoi, si scambiano biglietti da visita, consultano i cellulari.  

Fra gli stand, vedo qualcosa di insolito: un artista, con alcuni ragazzi e un mini-laboratorio di scultura. Sul banco piccole sculture nel colore naturale dell’alluminio, mentre dal soffitto pendono sculture più grandi di pesci coloratissimi. Guardo meglio, e riconosco nelle squame i colori e le marche delle bibite, il color oro per la birra, rosso Coca-Cola, verde Sprite: il materiale è ottenuto dalle lattine!

Parlo con l’artista, si chiama Osni Branco, un uomo di quasi 70 anni ben portati, che ha iniziato come autodidatta, poi ha frequentato corsi di studio in Brasile e in Giappone, unendo armoniosamente aspetti culturali occidentali e orientali. http://osnibranco.com.br/ .

Ma più che di sé mi vuole parlare del suo lavoro sociale, di come cerca di insegnare ai “meninos da rua” a dare un valore aggiunto alla raccolta delle lattine. Osni insegna loro a ritagliare coperchio e fondo e a dare solo questi all’industria (tra l’altro sono le parti che questa preferisce, fondo e coperchio pesano di più e l’alluminio non verniciato dà un risultato migliore). La parte che forma il cilindro della lattina, quella verniciata, è molto sottile e si ritaglia con le forbici quasi come se fosse di carta, inoltre è facile modellarla con le dita o con l’aiuto di strumenti molto rudimentali. Inoltre i colori brillanti delle lattine si prestano molto bene per rappresentare la variopinta fauna del Brasile. Gli chiedo qual è la cosa più difficile, mi risponde che non è insegnare il lavoro manuale, ma insegnare a vedere lontano. “Quando i bambini consegnano le lattine raccolte ricevono denaro subito, mentre per fare una scultura occorrono dalle 2 alle 4 settimane e poi bisogna venderla. Anche se il guadagno è molto maggiore, è difficile insegnare a un povero a guardare al domani, il suo orizzonte è limitato all’oggi e proprio per questo non riesce ad uscire dalla povertà. Quello che io voglio insegnare è proprio a crescere personalmente, ad aumentare l’autostima attraverso la soddisfazione per la realizzazione di piccole opere ed anche con il premio del maggiore guadagno, ma è difficile lottare contro il senso di precarietà di chi quando si alza non sa se mangerà a mezzogiorno. Per fortuna “commenta Osni “gli anni in Giappone oltre a nuove forme di arte, mi hanno insegnato soprattutto l’arte della pazienza, con qualcuno dei ragazzi delle favelas ce ne vuole tanta.” Osni mi conferma che l’industria dell’alluminio è attenta anche al sociale, e ha appoggiato diverse iniziative, qualcuna anche sua. Gli compro la scultura di un pesce variopinto per appenderla nel mio stand e spero che un giorno anche il piccolo João incontri qualcuno come lui.

 

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Notizie dall’Oltrebomba

Le Buone Notizie di Cacao - Sab, 03/03/2018 - 15:52

Eravamo lì e sembrava tutto normale.
Poi è scoppiato il casino, la crisi, le banche che fregavano le caramelle ai bambini, e i telefonini che non ti fanno soltanto i bocchini, gli asfaltati resuscitati, i babbuini vestiti da Armani, i ferri da stiro sentimentali e tutta quella gente lì con in testa idee liofilizzate…
Per non cadere in depressione è bene notare che quella è solo una parte del mondo.

(..) Continua a leggere CACAO della Domenica.

La rivoluzione olistica della chimica verde

People For Planet - Sab, 03/03/2018 - 03:23

Abbiamo già avuto occasione di raccontare cosa si intenda quando si parla di “chimica verde”: si entra nel mondo delle soluzioni ecologiche, sostenibili ed ecocompatibili di tutti quei processi industriali che sfruttano le energie fossili non rinnovabili o prodotti di sintesi dannosi per le specie viventi e l’ambiente. La chimica verde NON si occupa dell’industria alimentare per quanto riguarda il prodotto finale ma entra nel merito della produzione, per esempio dei fertilizzanti, fitofarmaci ecc.
Ormai da anni abbiamo preso confidenza con articoli monouso, come piatti e posate, prodotti in MaterBi, una bioplastica biodegradabile e compostabile, brevettata dalla Novamont, con cui si realizzano prodotti a basso impatto ambientale per la vita di tutti i giorni.
Con il mais si realizzano anche i CD: da una cooperazione tra Mitsui Chemicals Inc. e Cargill-Dow, LLc, Sanyo nel 2003 è stato realizzato il primo CD in bioplastica utilizzando il mais come materia prima per produrre l’acido polilattico con cui è realizzato il CD. Per fare un CD bastano 85 semi di mais, da una pannocchia intera si ricavano 10 CD. Sarebbe sufficiente lo 0,1% della produzione annuale per realizzare 10 miliardi di dischi.

La sostenibilità della “chimica verde” trova un suo punto di forza non solo nel prodotto finito ma ovviamente anche nel processo di produzione del bene. Dal momento che la materia prima è costituita da prodotti di derivazione agricola, è fondamentale che le fonti primarie e rinnovabili non vengano utilizzate a un ritmo più veloce rispetto al tempo necessario alla loro rigenerazione o che non si arrivi alla iperproduzione di un vegetale in monocultura: si pensi ad esempio alla coltivazione dei vegetali destinati alla produzione dei biocarburanti. Un tale comportamento comporterebbe danni enormi all’ecosistema di intere zone del pianeta.
Per questo motivo vengono privilegiate quelle soluzioni che permettono di sfruttare materiali di scarto: un ottimo esempio di economia circolare e applicazione della chimica verde è costituito dalla produzione di biogas.

I farmaci
Gli impianti farmaceutici generano da 25 a 100 kg di rifiuti per ogni chilogrammo di prodotto (come si legge nell’articolo di Nature “It’s not easy being green” di Katharine Sanderson)
Il rapporto è noto come fattore ambientale o “E-factor” (massa degli scarti di una reazione diviso per la massa del prodotto desiderato, entrambe espresse in chilogrammi. Tanto inferiore è il valore di questo fattore, tanto migliore è la performance ambientale della reazione studiata).
E proprio le industrie farmaceutiche sono state tra le prime a studiare il modo per produrre con meno impatto ambientale.
Il Viagra prodotto dalla Pfizer aveva un E-factor di 105. Riesaminando ogni fase della sintesi del farmaco i ricercatori hanno sostituito tutti i solventi clorurati con alternative meno tossiche e poi hanno introdotto misure per recuperare e riutilizzare questi solventi. Hanno eliminato la necessità di utilizzare il perossido di idrogeno, che può causare ustioni. Inoltre, hanno eliminato l’ossalil cloruro, un reagente che produce acido cloridrico e costituisce pertanto un problema di sicurezza. Alla fine, i ricercatori di Pfizer hanno portato l’E-factor del Viagra a 8.
La stessa Pfizer ha ridotto l’E-factor anche di un anticonvulsivante (da 86 a 9), ha apportato miglioramenti simili a un antidepressivo e a un anti-infiammatorio non steroideo. “Questi tre prodotti hanno eliminato oltre mezzo milione di tonnellate di rifiuti chimici”, afferma Dunn, leader del team che produce il Viagra.

I farmaci sono spesso prodotti mediante reazioni di sintesi a più stadi, invece che in reazioni semplici dove il reagente A reagisce col reagente B per creare il farmaco.
Nei vari stadi si perdono materiali, solventi, energia. Ecco che diventa importante ridurre questi scarti riducendo le varie fasi di lavorazione. Questo è avvenuto per l’antidolorifico ibuprofene, che inizialmente veniva prodotto in una sintesi di 6 passaggi e che una via più efficiente ha ridotto a 3.

Bioraffinerie
La parola sembra quasi una contraddizione in termini: il “bio” con la “raffineria” come si concilia?
Moltissimo a dire il vero.
La ricerca sui biocarburanti richiede l’utilizzo delle bioraffinerie.
Una serie di studi, soprattutto europei, prevedono la possibilità di trasformare o affiancare alle raffinerie esistenti o in disuso la produzione di combustibili da fonti rinnovabili. Le bioraffinerie sono industrie che integrano processi e attrezzature di conversione della biomassa per produrre combustibili o additivi per combustibili ma anche energia, calore e sostanze chimiche ad alto valore aggiunto.
Più di 10 anni fa si cominciava a parlare dell’utilizzo dell’olio di colza per far funzionare le automobili. Al tempo la flotta di autoveicoli diesel di molti Comuni della Romagna era alimentata con questo olio e l’aria sapeva di patatine fritte.
La ricerca è proseguita e oggi per i combustibili oltre che oli vegetali si utilizzano anche quelli di frittura esausti: in commercio si trovano biocarburanti che contengono fino al 15% di componente rinnovabile. Riuscire ad aumentare ulteriormente – e di molto – questa percentuale permetterà di abbassare il livello di CO2 nell’aria, promuoverà l’economia circolare e ridurrà le emissioni di gas serra. Il tutto senza cambiare il motore della nostra auto. Utopia? No, di certo, in pratica è già possibile.
Anche se si parla di combustibili l’integrazione con il territorio è molto importante. Nel Cluster Tecnologico Nazionale della Chimica Verde uno dei quattro progetti strategici di ricerca riguarda proprio la realizzazione di una bioraffineria che parte dall’identificazione di aree non di interesse agricolo e dallo studio delle culture no-food, così da ottenere biomassa attraverso processi tecnologici sostenibili.

Concludendo
Insomma, la chimica verde si occupa di tutti gli aspetti di un prodotto di sintesi chiedendosi da dove arrivano i materiali di cui si compone, quanto è costato in termini energetici e ambientali produrli e come ridurre questi costi. Si chiede se i materiali possono essere realizzati da fonti rinnovabili, se si generano sottoprodotti tossici e se quindi se ne può evitare la produzione, e quanti scarti permangono al termine del processo; infine, ultimo ma non ultimo, se sia efficiente sotto il profilo energetico.

Fonti:
http://materbi.com/
http://www.liceoartisticofoppa.it/uploads/scuola21/scuola3/fase2/Chimica/1_ChimicaVerde.pdf
http://www.nature.com/news/2011/110104/full/469018a.html
http://orizzontenergia.it/news.php?id_news=3721
http://www.peopleforplanet.it/biogas-economia-circolare-360-gradi/
http://www.scienzainrete.it/contenuto/partner/chimica-verde
http://lem.ch.unito.it/didattica/infochimica/2006_pesticidi/green/index.html
https://www.eni.com/it_IT/attivita/mid-downstream/bioraffineria.page

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Vuoi fare un blog e non sai come? Guarda qui!

Le Buone Notizie di Cacao - Ven, 03/02/2018 - 12:22

Una intera sezione di People For Planet è dedicata a chi desidera aprire un blog
E’ una sezione aperta a tutti, nasce inizialmente per un gruppo di oltre 500 studenti della città di Gela che, nell’ambito del progetto del Gruppo Atlantide “Gela Le Radici del Futuro“ (...) I tutorial insegnano passo dopo passo come realizzare un blog, metterlo online e indicizzarlo nei motori di ricerca, guidati da due “maestri” come Nicola Delbono e Jacopo Fo.

(..) Continua a leggere CACAO del Sabato.

Il potenziale dell’agricoltura urbana

People For Planet - Ven, 03/02/2018 - 11:41

Secondo uno studio di ricercatori dell’Arizona State University pubblicato sulla rivista Earth’s Future se tutte le città del mondo avviassero progetti di agricoltura urbana si potrebbe arrivare a coltivare 100-180 milioni di tonnellate di cibo all’anno, circa il 10% della produzione mondiale di legumi, radici, tuberi e colture orticole.

Matei Georgescu, professore di scienze geografiche e urbanistica presso l’Arizona State University: “Non solo l’agricoltura urbana può rappresentare una quota importante della produzione alimentare globale, ma presenta una serie di benefici collaterali, a partire dagli impatti sociali”.

I ricercatori hanno analizzato immagini satellitari, dati demografici e meteorologici di diversi contesti urbani.

E’ la prima volta che una ricerca scientifica effettua un’indagine così vasta sul settore dell’agricoltura urbana.
Qui la ricerca (in inglese).

(Fonte: Ecquologia)

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Anche le piante fanno musica!

Le Buone Notizie di Cacao - Ven, 03/02/2018 - 11:24

Al Maker Faire 2017 di Roma abbiamo conosciuto gli inventori di Music of the plants, un dispositivo in grado di registrare la resistenza elettrica delle piante e trasformarla in musica. Un modo nuovo per entrare in contatto con la natura. E in più fa bene alla salute!
Video

Buon compleanno, Coloredo!

Le Buone Notizie di Cacao - Ven, 03/02/2018 - 11:23

Compie 65 anni il gioco dei chiodini colorati inventato da Alessandro Quercetti.
E gode di ottima salute visto che nel 2017 nell’unica fabbrica di Torino ne sono stati prodotti 1 miliardo e 500 milioni di pezzi.
E vi possiamo assicurare che anche dopo anni che i figli si sono trasferiti, sposati e vi hanno fatto diventare nonni ve li trovate ancora in giro per casa.
(Fonte: Ansa.it)

Cercasi volontari per dinosauro

Le Buone Notizie di Cacao - Ven, 03/02/2018 - 11:22

E’ stato ritrovato un anno fa nell’Inghilterra del sud un Iguanodonte, un enorme dinosauro di oltre 136 milioni di anni fa. Ora i resti sono stati trasportati nel laboratorio Fossils Galore e il lavoro per riportare alla luce tutte le ossa è tantissimo, tanto che il laboratorio ha chiesto l’aiuto di volontari.
Basta avere più di 16 anni e un piumino per la polvere.
(Fonte: Ansa)

Eco Lego

Le Buone Notizie di Cacao - Ven, 03/02/2018 - 11:20

A partire da quest'anno, la Lego inserirà nei propri set anche mattoncini realizzati in plastica vegetale, ottenuta dalla lavorazione della canna da zucchero, sotto forma di elementi "botanici", come foglie, cespugli e piante verdi. I nuovi mattoncini sono uguali dal punto di vista tecnico a quelli realizzati con la plastica convenzionale e la società punta a realizzare una produzione 100% sostenibile di mattoncini e imballaggi entro il 2030.
(Fonte: Adn Kronos, segnalata da Davide Calabria, grazie!)

Il cactus è rock, l’orchidea è tanguera

People For Planet - Ven, 03/02/2018 - 04:52

Scherzi a parte, arriva dalla comunità di Damanhur, che dagli anni ’70 propone un modello di vita a contatto con la natura, uno strumento che registra la resistenza elettrica delle piante e la trasforma in musica.

Un sensore attaccato alle foglie e un altro nel terreno vicino alle radici registrano gli impulsi della pianta e li passano a un apparecchio MIDI che li converte in suoni estremamente rilassanti. Così rilassanti che, affermano i creatori, 10 minuti di riposo accompagnato da queste melodie valgono come due ore di meditazione.

L’idea non è nuovissima: nel 2014, con lo stesso sistema di sensori, anche la designer ambientale inglese Mileece Petre aveva dimostrato che le piante erano in grado di “emettere” musica; ed è un’idea che si sta diffondendo: il 27 e 28 maggio 2017 si è tenuto 1° Festival Internazionale della Musica delle Piante presso il ParcFloral di Parigi, dove musicisti e piante hanno suonato insieme, in armonia.

Concludendo: come stanno dimostrando diversi studi di questi ultimi anni (si veda per tutti il libro dello scienziato fiorentino Stefano Mancuso “Verde Brillante”) le piante sentono, vedono, parlano, annusano… e adesso suonano pure. Una serra è praticamente un’orchestra al completo.

Volete sentire la musica delle piante? Qui il video

Fonti:
http://www.musicoftheplants.com/it/2017/06/1-festival-internazionale-della-musica-delle-piante/
http://www.damanhur.org/it/ricerca-e-sperimentazione/mondo-vegetale
http://www.mileece.is/enter.html

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Anche le piante fanno musica! (VIDEO)

People For Planet - Ven, 03/02/2018 - 04:21

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Leggi qui l’articolo sulla Musica dalle piante

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Lo sviluppo dell’eolico off-shore in Europa (Infografica)

People For Planet - Ven, 03/02/2018 - 03:34

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2017 Totale potenza installata di eolico offshore a fine 2013 in tutta Europa Previsione potenza  installata di eolico offshore a fine 2020 in tutta Europa 12.631 MW LO SVILUPPO DELL’EOLICO OFF-SHORE
IN EUROPA PREVISIONI
FINO AL 2014 Totale potenza installata di eolico offshore a fine 2014 in tutta Europa 15.300 MW 2012 8.060 MW Totale potenza installata di eolico offshore a fine 2015 in tutta Europa 2015 24.600 MW 2013 Previsione potenza installata di eolico offshore a fine 2017 in tutta Europa 6.608 MW Nel 2016 gli investimenti nel settore dell’eolico offshore sono aumentati del 40% rispetto al 2015: 18,2 miliardi di euro, pari ad una potenza finanziabile di 4.900 MW. 2020 Totale potenza installata di eolico offshore a fine 2016 in tutta Europa 2016 5.002 MW Numero complessivo di impianti a fine 2016: 3.589 turbine installate in 81 wind farm in 10 paesi europei. 11.073 MW Totale potenza installata di eolico offshore a fine 2012 in tutta Europa PREVISIONI
FINO AL 24.600
MW 11.073
MW Previsione potenza installata di eolico offshore a fine 2017 in tutta Europa 5.002
MW 12.631
MW 8.060
MW 15.300
MW 6.608
MW Totale potenza installata di eolico offshore a fine 2013 in tutta Europa Totale potenza installata di eolico offshore a fine 2016 in tutta Europa Totale potenza installata di eolico offshore a fine 2012 in tutta Europa Previsione potenza installata di eolico offshore a fine 2020 in tutta Europa PREVISIONI
FINO AL Totale potenza installata di eolico offshore a fine 2014 in tutta Europa Totale potenza installata di eolico offshore a fine 2015 in tutta Europa PREVISIONI
FINO AL 15.300
MW PREVISIONI
FINO AL

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Gardensia, la campagna contro la sclerosi multipla

People For Planet - Gio, 03/01/2018 - 17:45

L’Associazione Italiana Sclerosi Multipla compie 50 anni e lancia la campagna #smuoviti per sensibilizzare e raccogliere fondi per la lotta alla sclerosi multipla.
#smuoviti inizia il 3, 4 e l’8 marzo (Giornata internazionale della Donna) con l’ormai tradizionale vendita di ortensie e gardenie in moltissime piazze italiane.
“Con SMuoviti chiediamo a tutti di agire concretamente, insieme alla nostra comunità, per costruire insieme un futuro migliore per le persone con SM”, ha dichiarato Angela Martino, Presidente AISM.

Clicca qui per maggiori info https://sostienici.aism.it/gardensia/

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Dare valore alla materia

Le Buone Notizie di Cacao - Gio, 03/01/2018 - 15:11

La carta è uno dei materiali che ha nel proprio Dna l’economia circolare. Un tempo, infatti, la carta veniva realizzata con gli stracci e solo successivamente con la cellulosa proveniente dal legno.
Oggi la fibra di cellulosa derivata dal legno viene riciclata fino a sette volte: ciò permette di diminuire l’impatto ambientale, anche attraverso pratiche di coltivazioni forestali sostenibili, che prevedono di piantare due o tre alberi ogni volta che se ne abbatte uno, ed escludendo da questo processo le foreste primarie, che sono uno scrigno della biodiversità e che anche grazie all’assorbimento di un’enorme quantità di anidride carbonica difendono il clima.
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Cibo e stampa 3D: mangeremo tecnologia?

Le Buone Notizie di Cacao - Gio, 03/01/2018 - 15:10

Nell’estate del 2016, a Londra, ha temporaneamente aperto un ristorante sperimentale 3D, FoodInk: bicchieri, piatti, posate, tavoli, tutto era realizzato con le stampanti 3D, compreso il cibo!
Per tre giorni gli chef stellati Joel Castanye e Mateu Blanche, provenienti dai ristoranti La Boscana in Barcellona e elBulli a Londra, hanno servito un mix di ricette classiche e cucina molecolare creato da una stampante 3D alimentare progettata e costruita nel 2014 dalla compagnia olandese byFlow.
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