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Addio stoviglie monouso: anche Pachino è plastic-free

People For Planet - Gio, 10/04/2018 - 02:43

Anche Pachino è un comune “plastic free”. Il sindaco Roberto Bruno ha firmato un’ordinanza con cui vieta dal primo novembre l’uso e la commercializzazione di contenitori, di stoviglie monouso ed altro materiale non biodegradabili. «Abbiamo preso questa decisione – ha dichiarato il sindaco, Roberto Bruno – al fine di orientare e sensibilizzare la comunità verso scelte e comportamenti consapevoli e virtuosi in campo ambientale. L’eliminazione graduale della plastica ci donerà una città più pulita, contribuirà ad aumentare la percentuale di raccolta differenziata e a ridurre i costi sia per i cittadini che per le casse comunali. Si tratta di una vera e propria rivoluzione ecologica, conseguenza della strada della sostenibilità ambientale ed economica su cui abbiamo improntato la nostra azione amministrativa in questi anni».

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Musica ed Economia Circolare

People For Planet - Gio, 10/04/2018 - 02:15

 

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Quanto spende lo Stato per i suoi parchi?

People For Planet - Gio, 10/04/2018 - 02:05

A rivelarlo è una nuova indagine del WWF Italia, recente e molto ben fatta, condotta sui ventitré parchi nazionali attualmente operativi e su ventisei delle ventinove aree protette marine attualmente istituite, per una superficie complessiva di circa 9.474.343 ettari, il 21% della superficie terrestre nazionale, che nel solo 2015 è stata visitata da circa 30,5 milioni di persone.

Il solito report allarmista pseudo-indagativo? Niente affatto. I dati sono ufficiali, e l’indagine è stata realizzata mediante la Prioritizzazione Rapida della gestione delle Aree protette (RAPPAM), un metodo introdotto nel 2003 da WWF Internazionale e riaggiornato nel 2017, preso a modello e utilizzato su scala mondiale perché attendibile e in grado di ridurre i margini di approssimazione dei report “vecchia maniera”.

Il rapporto, reso pubblico qui, mette in luce questioni all’italiana sia vecchie che inedite. A stupire, neanche a dirlo, è un dato prettamente economico:  l’Italia ogni anno destina alle sue aree verdi 81 milioni di euro, ossia 1 euro e 35 centesimi per ogni abitante, che equivalgono a un cappuccino. All’anno. A dispetto dei progressi avuti da quando è stata introdotta dalla legge quadro sulle aree protette (la l.n.394/91), infatti, la gestione dei fondi non basta a garantire un adeguato numero di personale qualificato e di strumenti indispensabili alla conservazione del verde.

Ben quindici parchi nazionali su ventitré non hanno nemmeno un presidente o un direttore stabile, ma vengono gestiti da figure terze di “facenti funzioni”. La gestione dei parchi rimane ostaggio della politica, resiste ancora, infatti, il vizietto dell’assegnazione arbitraria di ruoli tecnici ed esecutivi in base all’appartenenza politica dei candidati, senza passare da concorsi che invece premino la competenza dei candidati. Uno stigma, quello dei manager politici e politicizzati a capo dei parchi, che non sfugge al ministro dell’Ambiente Costa, il quale ha espresso l’intenzione di “agire subito, a cominciare dalle nomine, scegliendo i migliori profili a disposizione, attraverso un’ampia selezione di curricula evitando indicazioni di quelle persone che, a volte ‘un po’ troppo politicizzate’, non sono interessate a una vera svolta dei luoghi più importanti per la biodiversità”.

Fra gli attuali enti gestionali a capo dei parchi italiani meno il 10% è dotato di un regolamento, solo il 50% dispone di un Piano per il Parco che sia stato adottato anche dalla Regione competente, e solo il 30% dei parchi ha approvato un piano definitivo. Il 22% dei parchi è inoltre sprovvisto della figura di un naturalista o biologo, nel 22% manca un agronomo o un forestale, e addirittura l’83% non dispone di un veterinario e un geologo. Tutto ciò si traduce in una sola cosa: tirare a campare.

E per quanto riguarda il controllo della fauna selvatica?

Oltre il 60% dei parchi è impegnato in attività di controllo del cinghiale, mentre meno del 10% svolge un controllo sulle altre specie (cervo, corvidi, muflone, trota atlantica). Il metodo utilizzato principalmente è la cattura e l’abbattimento dell’animale (38% dei casi), il 35% mediante cacciatori autorizzati. Un altro 35%, invece, si affida a metodi ecologici come dissuasori e similari.

La perimentazione, intesa come capacità di salvaguardia degli ecosistemi all’interno del perimetro, rimane un tasto dolente, soprattutto in ambito marino. In oltre il 50% delle Aree Marine Protette (AMP), infatti, habitat e specie godono delle stesse condizioni, o addirittura peggiori, delle zone non protette. Le Aree Marine Protette, che coprono pochissimo della costa italiana, solo 700 km, lo 0,08% del totale, nonostante la crescente pressione (in ordine di incidenza) di turismo, specie aliene, smaltimento di rifiuti, inquinamento idrico, pesca e bracconaggio, ricevono 7 milioni di euro all’anno dallo Stato.

Circa le pratiche di censimento ai sensi delle Direttive Habitat ed Uccelli i monitoraggi sono in crescita, specie nei Parchi Alpini, dell’alto Appennino centrale, dalla pianura padana alle coste del nord Adriatico, ad est e a ovest del crinale appenninico. Al primo posto delle specie più investigate troviamo il lupo, monitorato in oltre quattordici parchi, seguito dall’ululone appenninico, dallo scarabeo eremita e dalla cerambice del faggio.

Decisamente promettente il quadro relativo alle attività di comunicazione e di partecipazione con privati ed enti pubblici, quali università, enti di ricerca, cooperative, Carabinieri, associazioni e ONG.

Si sa, l’essere umano è una specie che è sempre meglio monitorare.

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Le ricette di Angela Labellarte: composta di pesche, zenzero e peperoncino

People For Planet - Gio, 10/04/2018 - 02:02

Ingredienti

Pesche gialle: 1 kg
Aglio: 2 spicchi
Cipolla rossa: 100 gr.
Zenzero fresco: 10 gr.
Aceto di mele: 5 cucchiai
Zucchero semintegrale: 3 cucchiai
Menta: 1 cucchiaio
Sale: q.b.
Peperoncino Carolina Reaper: 1/4*

Preparazione:
Tagliare in modo grossolano la cipolla, l’aglio, lo zenzero e le pesche. Mettere tutto in una pentola alta e a fondo spesso, aggiungere lo zucchero, il sale, il peperoncino e l’aceto di mele. Lasciare cuocere a fuoco medio per circa 20 minuti. Aggiungere la menta e con un frullatore a immersione frullare il tutto creando così una composta omogenea.

* Questa varietà di peperoncino è molto saporita e anche molto piccante. Scegliete voi che tipo di peperoncino usare anche a seconda del vostro gusto. In tutti i casi inseritelo in questa ricetta perché dona una nota piccante indispensabile all’armonia della salsa.

Ph. Angela Prati

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Proibire la caccia la domenica? Di’ la tua

People For Planet - Mer, 10/03/2018 - 07:50

Ci riferiamo al recente incidente che ha visto la morte di un ragazzo ma anche a molti altri comunque gravi. Sicuramente bisogna rivedere una normativa obsoleta ma può servire anche proibire la caccia al cinghiale la domenica?

La storia del ragazzo ucciso da una fucilata si è ammantata di mistero. Secondo la procura lui stesso non era a spasso col cane, ma era in perfetta tenuta da cacciatore: con fucili, munizioni e tuta mimetica, senza avere però la licenza. Resterebbe da capire perché non ha risposto ai richiami del cacciatore che gli ha sparato, che cercava di capire se si trattasse veramente di un cinghiale, come pure restano vaghi molti altri dettagli di una storia fino a ora parecchio intricata. Ma non è di questo che vogliamo parlare. La questione sicurezza durante i periodi di caccia resta una questione alta. “La domenica qui da noi sembra il Libano. Si alternano camionette per la caccia al cinghiale: per un esemplare si muovono in 40. Non dico che ci chiudiamo in casa… ma quasi…non ci sentiamo affatto sicuri… figuriamoci nei boschi”, racconta Lucia, 45 anni, che vive e lavora nella campagna umbra, vicino Gubbio.

E difatti gli episodi di cui parlare sono purtroppo molti, in crescita, nonostante il numero dei cacciatori sia diminuito negli ultimi anni. Per questa stagione autunnale, ricordiamo tra gli altri il bimbo colpito alla schiena nel giardino di casa sua. La cosa ha scatenato una sollevazione contro una vecchia legge – anche da noi ampiamente contestata in questo articolo – che consente l’ingresso nei terreni privati anche senza il permesso del proprietario. E poi c’è stato anche il caso del giovane colpito a un occhio mentre pedalava su una pista ciclabile: anche qui, la responsabilità sembra stare nelle norme. I cacciatori hanno l’obbligo di indossare giubbini ad alta visibilità e segnalare con cartelli la propria presenza, ma anche di operare a distanza di sicurezza da case, animali da compagnia o greggi, sentieri e strade. La pista ciclabile dove è avvenuto il fatto però – teatro già altre volte di simili sciagure – dal punto di vista amministrativo è catalogata “Percorso storico naturalistico” e non pista ciclabile: quindi è aggirato il divieto dei 150 metri della fascia di rispetto.

Infine, il giovane morto. Il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, generale di brigata dei Carabinieri scelto da Luigi Di Maio, ha lanciato una proposta: chiudere la caccia la domenica, per permettere a tutti una scampagnata serena nei boschi.

Ha scritto cosi:

Voglio lanciare un appello alle Regioni affinché modifichino fin da subito il calendario in corso e blocchino almeno le battute di caccia (quelle ai cinghiali, le più pericolose e a rischio incidenti) la domenica, quando boschi e monti sono popolati ancora di più di escursionisti, da chi va a funghi, a castagne o semplicemente vuole godersi la Natura senza correre il rischio di morire. Per adesso, con le competenze date al Ministero dell’Ambiente, è quanto si può fare”.

E’ vero: si può rimanere bersaglio in qualsiasi giorno (e la normativa già prevede lo stop nei giorni di martedì e venerdì, anche se festivi). Ma sembra chiaro che il giorno festivo per eccellenza, la domenica, per chi lavora è ideale sia per cacciare sia per fare passeggiate nei boschi, anche se – a chi non fosse addentro al mondo venatorio – sorgono dei dubbi.

Ci sono moltissimi spazi dove fare escursioni, boschi interi liberi dai cacciatori già adesso, ogni domenica. Le aree in cui si può cacciare, infatti, sono ben precise: quindi non è come si vuol far credere. Fare passeggiate in massima sicurezza è oltremodo possibile anche la domenica”, mi dice Luigi, 37 anni, agente immobiliare milanese, cacciatore da due anni (il nome è di fantasia, ndr). “Le zone di caccia sono come cantieri: sono delimitate e chiuse, rese visibili dalle bandiere, e si suona la tromba prima di cominciare. Il capocaccia dà regole precise, e prima di sparare bisogna guardare dove è il proprio compagno, e salutarlo”, rincara Luca Gottardi, cacciatore trentino e autore del libro “Il cacciatore in favola”, una discussa opera per bambini che spiega perché è giusto “uccidere Bambi” (e anche noi qualche cosa a proposito la sappiamo: leggi qui l’intervista al conservazionista Spartaco Gippoliti che spiega perché il male peggiore per l’ambientalismo è stato Bambi e Walt Disney)

Come tutte le cose che vengono fatte sull’orlo dell’emergenza … a caldo… e non ragionate, anche questa sembra un’idea balzana, basata su episodi sporadici e ancora da chiarire … se si fa legge si fa per tutti…” conclude Gottardi.

Dunque da un lato si fa pressione per ampliare i periodi di caccia, visto la preoccupante emergenza ungulati – cioè cinghiali, in primis – che devastano i raccolti e arrivano a invadere i centri abitati, anche spesso caricando gli abitanti (vedi i centri abitati di Genova o Roma, qui la nostra gallery). Dall’altro la paura di essere impallinati. Nel mezzo, sicuramente, tante lacune normative, oltre a una legge vecchia e inappropriata, che forse andrebbero riviste prima di fermare la caccia al cinghiale la domenica. O forse no?

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Tutti gli articoli dell’Inchiesta sulla Caccia

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Il Ministero dell’Ambiente diventa “plastic free”

Le Buone Notizie di Cacao - Mar, 10/02/2018 - 11:10

Una promessa mantenuta quella del Ministro Sergio Costa: il ministero rinuncia alla plastica
Sono iniziati i cambiamenti che renderanno entro il 4 ottobre 2018 il ministero dell’Ambiente Plastic Free.  Il Ministro Sergio Costa lo avevo annunciato il 5 giugno scorso e adesso, attraverso un post pubblicato la scorsa domenica su Facebook, comunica l’avvio concreto al cambiamento green. Così si scrive:
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Maturità e social

Le Buone Notizie di Cacao - Mar, 10/02/2018 - 11:09

Altro che Millenials, gli over 55 sono attivissimi sui social e usano lo smartphone come fosse la caffettiera di casa.
Lo afferma una ricerca commissionata da Amplifon (!) e realizzata da Ipsos che ha analizzato i comportamenti social degli ultra 55enni in diversi Paesi del mondo.
E proprio gli italiani per il 76% risultano inseparabili dai loro smartphone e hanno almeno un account sui social.
Alcuni non ricordano più il perché.
(Fonte: La Stampa)

La mano finta

Le Buone Notizie di Cacao - Mar, 10/02/2018 - 11:08

Stiamo diventando fan dell’anziana Regina Elisabetta di Inghilterra. Dopo che abbiamo sentito la sua risata durante la registrazione del discorso di fine anno, quando l’operatore le ha chiesto di ripetere tutto da capo per colpa di alcuni cinguettii che erano entrati nel microfono, ora si scopre che per fare il suo famoso saluto l’anziana sovrana usa una mano finta. Le mette un guanto e poi la agita a destra e sinistra. Così si riposa.
Grande donna! A quando la prossima?
(Fonte: Corriere.it)

Welcome!

Le Buone Notizie di Cacao - Mar, 10/02/2018 - 11:07

Un bel video di Repubblica racconta dello Sprar (centro di accoglienza per i rifugiati e i richiedenti asilo) di Montesacro a Roma. Si chiama Welcome e ci vivono 4 famiglie. E grazie al lavoro della cooperativa Idea Prisma 82, questo piccolo Sprar non solo non ha creato attriti con i vicini, ma anzi tra tirocini formativi e altre iniziative ha innescato un sistema di scambio virtuoso che coinvolge l'intero quartiere.
#qualcunoglielotelefoniaSalvini
(Fonte: Repubblica.it)
Video

Il Ministero dell’Ambiente diventa “plastic free”

People For Planet - Mar, 10/02/2018 - 04:42

Sono iniziati i cambiamenti che renderanno entro il 4 ottobre 2018 il ministero dell’Ambiente Plastic Free.  Il Ministro Sergio Costa lo avevo annunciato il 5 giugno scorso e adesso, attraverso un post pubblicato la scorsa domenica su Facebook, comunica l’avvio concreto al cambiamento green. Così si scrive:

“L’avevamo promesso subito, fin dal primo giorno, e ci siamo: il 4 ottobre il ministero dell’Ambiente diventa #plasticfree! Inizia domani una settimana di cambiamenti in quella che per me è la Casa di Tutti: l’installazione dei dispense di acqua alla spina, la sostituzione dei prodotti all’interno dei distributori.
Ed è una piccola grande rivoluzione che non riguarda solo il Ministero. Se così fosse, sarebbe davvero limitata. Da quando abbiamo lanciato la “sfida”, ed era il 5 giugno, durante la Giornata internazionale dell’Ambiente, ci sono arrivate centinaia di adesioni: comuni, regioni, università, prefetture, associazioni, catene di supermercati, piccole isole… un’onda che si sta propagando anche nelle case di ciascuno di voi. Continuate a raccontarci la vostra trasformazione #plasticfree sia qui che su Twitter, taggandomi.
Contemporaneamente, stiamo lavorando a due grandi leggi per la riduzione della plastica monouso e degli imballaggi. Una sarà pronta entro un paio di settimane e ci piacerebbe chiamarla “SalvAmare” e di fatto anticipa la direttiva europea contro la plastica monouso.
L’altra prevede agevolazioni sia per gli imprenditori che scelgono di ridurre gli imballaggi sia per i consumatori che riempiranno il carrello con prodotti più sostenibili, e per questa abbiamo già trovato i fondi.
Serve l’aiuto di tutti, di ciascuno di noi, a tutti i livelli, perché l’Ambiente non ha colori e non ha steccati politici.
#IosonoAmbiente
Ad maiora semper”

Quindi, in arrivo due leggi contro plastica monouso e imballaggi e un reale cambiamento in corso da parte di un’istituzione che deve fungere da esempio non solo per i singoli cittadini, ma anche e soprattutto per le altre istituzioni italiane. Nel suo video pubblicato sul sito ufficiale del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, il Ministro Costa non manca di sollecitare apertamente il Presidente della Camera, l’Onorevole Roberto Fico e il Ministro dello sviluppo economico e del lavoro, l’Onorevole Luigi di Maio, affinché prendano d’esempio il Ministero di via Cristoforo Colombo e si assumano l’impegno di liberarsi una volta per tutte dalla plastica.

Ricordiamoci che ognuno di noi è motore del cambiamento. Sarebbe anche solo sufficiente porre più attenzione alle nostre azioni quotidiane per fare molto: scegliere con cura i nostri acquisti, modificare i consumi, ridurre gli sprechi

Puoi cominciare subito a essere parte del cambiamento! Leggi e sottoscrivi il Manifesto di People For Planet dove sono proposte 3 leggi facili per un mondo di domani migliore.

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Più bici che auto private: Copenaghen capitale europea del traffico green

People For Planet - Mar, 10/02/2018 - 02:24

Ogni paese ha i suoi primati, i paesi più civili di solito vantano primati positivi. E’ il caso della Danimarca, giudicato da anni dall’Onu la società più felice del mondo. Copenaghen, la bella capitale del regno, è diventata la prima metropoli dove nel vasto centro circolano più biciclette che non automobili private. La prima almeno in Europa, aggiungiamo, perché non sono a disposizione dati precisi sulle megalopoli asiatiche o africane, dove però moto e motorini sono preferiti alle bikes.

E’ un successo sui cui allori Copenaghen non vuole dormire, anzi: progetta di continuo nuove iniziative per incoraggiare sempre più pendolari a usare la bicicletta e non l’auto privata per il percorso casa-lavoro. Attualmente scelgono le due ruote a pedali 41 pendolari su cento, l’obiettivo è di raggiungere entro il 2025 un numero del 50 per cento e oltre dei ‘commuters’ che lasciano l’auto in garage o davanti casa e vanno a lavorare in bici.

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Vade retro Var, gli arbitri celebrano la rivincita del luddismo

People For Planet - Mar, 10/02/2018 - 02:17
Ned Ludd

Ned Ludd è un misterioso personaggio sulla cui esistenza esistono forti dubbi. Avrebbe vissuto tra il Settecento e l’Ottocento, e in piena rivoluzione industriale si sarebbe reso protagonista della distruzione di un telaio meccanico. Ha così incarnato nell’immaginario mondiale la resistenza alla meccanizzazione del lavoro, all’avanzare della tecnologia che avrebbe via via ridotto gli spazi occupazionali per l’uomo.

La resistenza passiva

Cosa c’entra col calcio, direte voi? C’entra, c’entra. Nonostante le belle parole che ogni tanto ci propinano alti dirigenti del calcio italiano e internazionale, è quel che sta avvenendo con la resistenza all’introduzione dell’uso della tecnologia nel mondo del pallone. A differenza del luddismo, questo movimento politico sta raggiungendo i propri obiettivi. Gli arbitri – che a parole sono tutti compatti nell’affermare che il Var è una manna dal cielo – di fatto hanno attuato una sorta di resistenza passiva, uno sciopero bianco. E hanno progressivamente e lentamente depotenziato la tecnologia. In Italia, ma non solo. E non lasciatevi abbindolare dalle promesse dell’uso del Var in Champions o in altri campionati.   

Gli arbitri sono figure sacrali

Non ci vuole Machiavelli per arrivare alla conclusione che la delega al mezzo televisivo costituisce la perdita di un potere. Non più arbitro in terra del bene e del male, per dirla alla De Andrè che parlava di un giudice ma va bene lo stesso. Bensì al massimo addetto al videoregistratore, intento a premere i pulsanti per la visione rallentata dell’azione. Sarebbe un po’ come se le sorti della Festa del ringraziamento fossero affidate ai tacchini. Voterebbero all’unanimità per l’abolizione, ovviamente. Gli arbitri – e i dirigenti – stanno facendo lo stesso. In maniera più dissimulata. E approfittando della cortina sovietica che da sempre avvolge il mondo del calcio. Un sistema di potere impermeabile a qualsiasi agente esterno. E così nessuno domanda, nessuno indaga, nessuno si informa. L’arbitro è una figura sacrale che non può essere disturbata.

Loro ce l’hanno fatta

Mentre in tanti sport l’uso dello strumento televisivo è pacificamente accettato, nel calcio ci si scontra con un muro di gomma di un’efficacia straordinaria. L’arbitro resta il giudice supremo della partita. E poco importa se in tv sia possibile guardare e individuare qualcosa che è sfuggito al direttore di gara. È come se non fosse mai esistito se non è lo stesso arbitro ad accettarne l’intervento. È meraviglioso. È l’arbitro che decide se aprire le porte del calcio alla realtà. Come se noi avessimo il potere di impedire a una brutta notizia di entrare nelle nostre vite.

C’è anche tanta innegabile invidia sia per i tecnocrati del pallone sia per questi signori – un tempo in giacchetta nera – che per novanta minuti detengono le chiavi delle emozioni di milioni di persone. Invidia perché ormai la nostra vita è quasi tutta legata all’uso della tecnologia. Il luddismo è stato travolto più che sconfitto. Eppure infonde speranza sapere che c’è una piccola regione battagliera che continua fieramente a resistere. E che nel proprio territorio detiene la maggioranza assoluta. Un fortino inespugnabile che è riuscito a smentire la profezia di Orwell con il suo 1984, che ha fatto marameo a Popper e la sua “cattiva televisione”. E che ti inchioda quando ti sfida ad affermare che possa esistere una e una sola verità. Non può esistere, e allora è meglio la loro.

Ned Ludd è stato vendicato

Un mondo, il loro appunto, dove si cucina ancora con la bombola. Ci si lava con l’acqua calda riscaldata col fuoco. Zero frigoriferi. Non ci sono bancomat né carte di credito. Niente Telepass, ma che diciamo: niente automobili. Non ci azzardiamo a citare gli i-pad o gli smart-phone. Non sanno nemmeno che cosa siano. Google tutt’al più è un calciatore dalla provenienza misteriosa, probabilmente di origine armene. Gli arbitri comunicano col telefono a gettone. I mega direttori galattici dell’universo del pallone scrivono direttamente nel cielo i loro pensieri. Come in Fantozzi.

Il caro vecchio calcio non si è piegato. Meglio non ingrandire l’immagine, come ci mostrò Antonioni col suo Blow-up. “Stiamo bene così – ci sembra di ascoltarli -. E quando le polemiche superano il livello di guardia, riaccendiamo la tv per qualche partita. Giusto il tempo di far placare le acque”. Ned Ludd è stato vendicato.

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Abbiamo meno di 10 anni per dire stop alle auto a benzina e diesel se vogliamo salvare il clima

Le Buone Notizie di Cacao - Lun, 10/01/2018 - 13:00

Se vogliamo limitare l’innalzamento della temperatura del pianeta dovremo ridurre le auto e rinunciare a quelle a diesel, benzina e ibride entro il 2028 in tutta Europa
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L’India che va avanti

Le Buone Notizie di Cacao - Lun, 10/01/2018 - 12:59

Dopo l’approvazione della legge che depenalizza l’omosessualità, i giudici della Corte Suprema Indiana hanno depenalizzato anche l’adulterio mandando in pensione una legge dell’epoca coloniale. "Il marito non è più il proprietario della sua sposa".

Pure le capre preferiscono chi è felice

Le Buone Notizie di Cacao - Lun, 10/01/2018 - 12:58

Secondo una ricerca della Queen Mary University di Londra, le capre sarebbero capaci di riconoscere lo stato d’animo umano e preferiscono le persone felici a quelle arrabbiate.
E non solo, secondo lo studio pure i panda, i cani e i cavalli avrebbero la stessa capacità.
Sorridete alla capra, per favore.
(Fonte: La Stampa)

Speriamo che chiuda

Le Buone Notizie di Cacao - Lun, 10/01/2018 - 12:57

A Malmö, in Svezia ha aperto un ristorante antispreco che serve pasti cucinati con soli ingredienti invenduti perché in scadenza.
Il locale è sempre piene e il proprietario Erik Anderssen si augura di chiuderne i battenti entro cinque anni: “Vorrebbe dire che avremo un sistema antispreco funzionante.
(Fonte: Repubblica)

Auto elettriche: produrle in Ue costa caro, mantenerle anche. La Cina sorride

People For Planet - Lun, 10/01/2018 - 12:46

A lanciare l’allarme è Herbert Diess, Chief Executive Officer di Volkswagen, che avverte: mantenere la promessa di proporre al mercato una versione elettrica di ogni modello di auto costerà più del previsto. Non basteranno i 20 mld di euro immaginati, almeno alla luce di nuovi dati che spingerebbero Diess a pressare l’azienda verso una riduzione delle spese funzionale ad investire su nuove tecnologie e fronteggiare eventuali crisi.

Le dichiarazioni sono estratte da un’intervista Diess ha realizzato per una newsletter interna, in cui appunto ammette che i costi della transizione verso l’elettrico sono più alti di quanto ci si aspettasse. La ragione è anche che i competitor hanno fatto progressi maggiori, ma si tratta di una preoccupazione comune che unisce tutte le case produttrici. Anche la Daimler (Mercedes-Benz) ha recentemente ammesso che la prospettiva di presentare una gamma di 10 veicoli elettrici entro il 2022 significa oltrepassare le stime di 10 mld di euro previsti inizialmente come investimento. Da parte sua, VW ha in programma di aggiungere 300 versioni ibride plug-in e elettriche al 2030, di conseguenza la questione costi diventa fondamentale.
Servono profitti per finanziare il nostro futuro”, sentenzia Diess. Ma non sono soltanto slogan allarmistici, si parla di numeri. “Il 4% è il minimo, il 5-6% ci consente alcuni investimenti, il 7-8% ci rende a prova di crisi”. Detto questo, la crisi di cui parla Diess non è comunque imminente: la strategia del gruppo al 2025 ha come obiettivo un utile operativo sulle vendite che si attesti proprio tra il 7 e l’8%, con sviluppi particolari nel comparto della mobilità sostenibile.

Costruire auto elettriche significa oggi vedersela con l’elevato costo delle componenti, batterie in primis. In generale, l’Europa è partita in ritardo rispetto a Paesi come la Cina che invece concede crediti per i produttori di veicoli elettrici e nell’ultimo anno ha investito 21,7 mld di euro in questo settore (l’Ue 3,2 mld). Le cifre vengono dal rapporto “Auto elettrica: investimenti e nuovi posti di lavoro in Cina. E l’Europa?” diffuso da Greenpeace, Legambiente, WWF, Kyoto Club, Fondazione per lo sviluppo sostenibile e Cittadini per l’Aria, che nei mesi scorsi si erano rivolti al ministro Sergio Costa perché venissero introdotti obiettivi di vendita per i produttori. Si legge:

“La politica cinese in materia di veicoli puliti – il ‘mandato per i veicoli a energia nuova’ – prevede che i costruttori di automobili ottengano crediti per la produzione di veicoli elettrici equivalenti al 10% del mercato complessivo delle autovetture nel 2019 e al 12% nel 2020. Considerando la struttura del credito, l’obiettivo per il 2020 si tradurrebbe in veicoli a zero emissioni pari a circa il 4% dei veicoli venduti. Nel novembre dello scorso anno, la Commissione europea ha proposto nuovi obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 delle autovetture del 15% e del 30% rispettivamente nel 2025 e nel 2030, ma non ha posto nessun obiettivo significativo sulle vendite di veicoli a zero emissioni”.

Se l’Europa non schiaccerà l’acceleratore, insomma, si potrebbe verificare un’invasione di componenti provenienti dal mercato cinese, gli stessi produttori peraltro si stanno affrettando ad aprire stabilimenti in Cina o a stringere partnership con realtà locali, basti pensare alla joint venture tra BMW Group e Brilliance China Automotive Holdings o alla megafactory che la stessa VW possiede in Cina, a Foshan, entrambi siti destinati allo sviluppo della e-mobility attraverso la fabbricazione di batterie.

Va meglio dal punto di vista dei potenziali acquirenti di veicoli elettrici, ma non in Italia. Secondo i dati pubblicati da LeasePlan, nel nostro Paese possedere un’auto elettrica costa più che altrove.
Lo studio annuale Car Cost Index mostra che i veicoli elettrici sono già più economici rispetto alle auto con motore tradizionale in Norvegia e nei Paesi Bassi, mentre in Belgio e nel Regno Unito, il gap nel costo totale di proprietà si sta rapidamente riducendo. Ma in Italia, rispetto ad una media Ue di costo medio di possesso di 616 euro mensili, si arriva al primato di 761 euro mensili come media delle 3 alimentazioni (benzina a 667 euro, diesel 628 e elettrico a 986 euro). Si spende meno che altrove in Polonia: 448 euro.
I costi di proprietà considerati sono quelli del segmento auto di piccole e medie dimensioni di 21 Paesi Ue e vengono presi in esame tutti i costi sostenuti dagli automobilisti, compresi carburante, ammortamento, imposte, assicurazione e manutenzione.
Rapportato al PIL dei vari paesi, i conducenti in Italia, Finlandia e Belgio devono sostenere il costo di proprietà più elevato, mentre gli automobilisti di Irlanda, Polonia e Svizzera quello più basso. Soltanto la Norvegia presenta un costo medio totale di proprietà per un veicolo elettrico – 670 euro al mese – inferiore al costo da sostenere sia per un’auto a benzina (731 euro) che a diesel (722 euro).

Non dimentichiamo poi che i proprietari di veicoli elettrici pagano più tasse: in media 131 euro al mese in tasse di circolazione e IVA per via dei costi di acquisto elevati, contro i 104 euro spesi in media per le auto alimentate a benzina e i 108 euro per quelle a diesel. Ma risparmiano in termini di alimentazione: 39 euro in media al mese per l’energia elettrica contro i 110 euro della benzina e i 78 euro del diesel. La benzina resta ancora la soluzione più economica per i guidatori in Romania, dove il costo totale mensile di proprietà per un veicolo è di 353 euro in media e le imposte si paga 50 euro al mese di IVA e una tassa di circolazione inferiore del 48% rispetto alla media europea.

 

 

Fonte img di copertina: Flickr

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Il bilancio di una piccola impresa: una fotografia sfuocata

People For Planet - Lun, 10/01/2018 - 02:33

Si tratta di un fenomeno che assomiglia al meccanismo della roulette russa dove la rivoltella da puntare alla testa viene offerta dall’arbitro ma a spararsi e’ lo stesso giocatore.
In questo caso quella pistola assume le sembianze del bilancio dell’azienda.
Il bilancio di una piccola impresa a carattere familiare dovrebbe prevedere (il condizionale non è usato a caso) tre semplici voci.
– «Attivo»: il denaro contante; il saldo creditore presso le banche; le fatture non ancora incassate nonché beni come veicoli, macchinari, immobili eccetera.
– «Passivo»: i saldi debitori presso le banche (affidamenti); fatture non ancora pagate; le tasse da regolare; il capitale sociale ossia i soldi messi dai soci per far partire e vivere l’azienda.
– «Patrimonio netto»: la differenza tra «attivo» e «passivo» che ci dice la sostanza netta, l’effettiva ricchezza della società.
Bene, in buona parte dei casi, in Italia, il bilancio di una piccola impresa a carattere familiare (dove i soci sono legati da vincoli familiari) non esprime nulla di tutto questo.
Non rappresenta mai o quasi mai l’esatta fotografia dell’azienda.
Di solito il «capitale sociale» è di 10 mila euro e, per di più, viene solo deliberato e mai interamente versato; il magazzino è sovrastimato per motivi fiscali; gli immobili (quando si possiedono) sono iscritti in bilancio a valori più bassi rispetto a quelli di mercato; i crediti verso clienti e i debiti verso i fornitori contengono perdite conclamate e contenziosi ormai accertati; compaiono ammortamenti ancora in essere di beni ormai logori e superati; gli utili risultano annacquati: questa è la vera istantanea della stragrande maggioranza delle imprese italiane.
Una realtà che le banche conoscono da sempre (i rating erano negativi anche prima del 2008), ma sulla quale hanno lasciato correre per anni.
Almeno fino a quando non hanno deciso, obtorto collo per le decisioni di Bruxelles (e con gli stessi rating), la stretta del credito, dimenticandosi del passato e della loro complicità nell’affossare i clienti.
Oggi, quindi, sono necessarie, per la sopravvivenza dell’azienda, alcune accortezze fondamentali che deve prendere per primo l’imprenditore.
La prima cosa che deve fare è capire che il bilancio della azienda e il bilancio familiare dei singoli soci sono due cose differenti.
Nelle imprese familiari si commette sistematicamente l’errore di non ripartire gli eventuali utili alla fine dell’esercizio, ma di considerare gli stessi come degli anticipi sui probabili redditi.
La maggior parte dei piccoli imprenditori (sistematicamente nelle imprese familiari), infatti, ha la percezione che la finanza di un’azienda altro non sia che un cassetto dal quale attingere soldi per fini personali: pagare la retta scolastica dei figli, mettere la benzina all’auto o comprare il regalo per il matrimonio di un parente.
Dovrebbe essere la norma che solo al 31 dicembre di ogni anno un imprenditore possa sapere se ha realizzato utili o perdite.
E solo a quel punto possa capire quanto spendere per le proprie esigenze personali oppure quanti soldi debba mettere, nel caso sia andato in perdita, di tasca propria per ripristinare il capitale.
Quelli familiari sono dei costi che molto spesso determinano degli scompensi finanziari e liti tra eventuali soci.
Da lì, se non se ne ha consapevolezza, il default è a un passo.
Ecco il motivo per cui è necessario che tutte le piccole imprese predispongano il budget familiare attraverso un programma Excel (ce ne sono tanti gratis sul web) che prenda in considerazione tutte le spese possibili e immaginabili cui va incontro la famiglia nel corso dell’anno: statisticamente sono i costi più difficili da tenere sotto controllo.
Spesso ho avuto a che fare con imprenditori che si lamentavano di aver chiuso l’esercizio in perdita salvo “scoprire” (dopo che li avevo sottoposti alla “violenza” del bilancio familiare) che, al lordo delle spese correnti dei familiari non espresse nel bilancio aziendale, quella impresa aveva prodotto utili che erano stati “anticipati” ai singoli soci.
Siamo all’anno zero e bisogna ripartire dalle basi per far crescere la cultura manageriale.
Se non facciamo maturare questa consapevolezza, siamo (consulenti e associazioni di categoria) corresponsabili del genocidio pensato e attuato dal sistema bancario.

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La generosità? E’ contagiosa

People For Planet - Lun, 10/01/2018 - 02:14

È UNA delle caratteristiche che più ci distingue, nonché una delle chiavi di successo della nostra specie: la capacità di cooperare, e di farlo in maniera flessibile, a seconda del contesto e delle esigenze. Lo facciamo persino quando apparentemente non guadagniamo nulla in cambio, per esempio donando sangue o contribuendo a cause benefiche.
Ma più che un comportamento ereditato appare piuttosto come qualcosa che facciamo in virtù di quello che fanno gli altri membri del gruppo in cui viviamo. In altre parole è come se la cooperazione, ma anche la condivisione e persino la generosità, fossero contagiose, poco legate alle predisposizioni individuali.
A suggerirlo, alzando un velo su una caratteristica così umana ma difficile da spiegare, è oggi uno studio apparso sulle pagine di Current Biology, che ha analizzato il comportamento di alcuni membri degli Hazda, in Tanzania.

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Dal Nepal buone notizie per la tigre

People For Planet - Lun, 10/01/2018 - 02:03

Erano 198 nel 2013, ora le tigri in Nepal sono 235. La notizia è stata diffusa ieri, in occasione del National Conservation Day. Un passo avanti verso l’ambizioso obiettivo WWF denominato TX2, che conta di raddoppiare la popolazione di tigri nel mondo entro il 2022, lanciato in occasione del Summit sulla tigre di San Pietroburgo nel 2010.
“Il nostro impegno per il piano d’azione per la conservazione della tigre continua”, ha dichiarato Bishwa Nath Oli, segretario del Ministero delle foreste e dell’ambiente. “Proteggere le tigri è una priorità assoluta per il governo, le forze dell’ordine, le comunità locali e la comunità internazionale”.

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