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Il poliaccoppiato si ricicla

People For Planet - Dom, 11/25/2018 - 01:39

Molto usato per confezionare e conservare gli alimenti, negli anni passati è stato uno degli imballaggi più osteggiato dagli ecologisti perché, essendo composto da più materiali, è difficile da riciclare. Ma un’azienda italiana ha trovato il modo per farlo

Il poliaccoppiato – il più noto in commercio è il Tetrapak – è a base di cartone, alluminio e plastica. E per anni gli imballaggi compositi poliaccoppiati sono stati uno dei più grandi problemi del riciclo, specialmente quelli per bevande (per esempio il latte) che sono per l’appunto composti e molto diffusi.

Se da un lato questi imballaggi garantiscono una tenuta assoluta agli agenti esterni – specialmente per la presenza dell’alluminio – e quindi una conservazione dei cibi per lungo tempo, scindere i tre materiali per riciclarli singolarmente era complicato, costoso e difficile; e d’altra parte il fatto che si tratti di materiali così eterogenei ne rendeva impossibile il riciclo tal quale.

Ora però questa è una fase superata. Nelle cartiere del Gruppo Lucart, infatti, per la prima volta in Italia, è stato messo a punto un sistema per separare i tre materiali avviandoli tutti al riciclo e non in discarica, o peggio, all’incenerimento.

Anzitutto la fibra di cellulosa ottenuta, che rappresenta il 74% dell’imballaggio, viene utilizzata come materia prima anche per i prodotti principali dell’azienda stessa (che  opera nel settore cartario e quindi chiude un ciclo al suo interno); plastica e alluminio sono invece conferiti ad altre imprese, che li utilizzano come materie prime nei settori dell’imballaggio e dell’edilizia.

Ed è un riciclo ad alta qualità.

La fibra di carta che si utilizza nel poliaccoppiato, infatti, è una fibra “lunga” e questa qualità le conferisce un notevole pregio, oltre che una vita altrettanto lunga: a ogni passaggio di riciclo – e carta e cartone possono arrivare a sette passaggi! – le fibre s’accorciano e sono adatte, mano a mano, a prodotti di minor valore aggiunto.

Stesso discorso per gli altri materiali. L’alluminio è un materiale molto pregiato che si può riciclare all’infinito, con un enorme risparmio energetico – oltre il 90% – rispetto al materiale vergine, mentre la plastica è tutta della stessa qualità, cosa che ne consente un riciclo agevole, rapido e ad alta efficienza sotto il profilo del processo industriale.

Questo il processo consolidato, ma le tecnologie corrono veloci anche sotto il profilo dell’economia circolare. Ecco dunque che da questo materiale di scarto è possibile ottenere nuovi materiali. In questo caso la carta viene separata dagli altri due materiali in cartiera e i due “superstiti” ancora accoppiati vengono inviati a un altro stabilimento dove, sempre assieme, si trasformano in un altro materiale: l’Ecoallene.

Il processo per la produzione dell’Ecoallene avviene in quattro fasi: la prima è quella di lavaggio, che deve essere il più possibile accurato per eliminare in maniera definitiva qualsiasi traccia della fibra di cellulosa. Il secondo è lo sminuzzamento, che consente di dosare accuratamente le quantità d’alluminio e di plastica, mentre il terzo è l’agglomerazione, processo che serve per omogeneizzare il materiale e prepararlo alla fase successiva, che è quella dell’estrusione. Qui il materiale assume le forme e le caratteristiche necessarie per l’utilizzo finale grazie a un processo di riscaldamento, additivazione e plastificazione. Ed ecco che due rifiuti impossibili diventano suole e tacchi, vasi, impugnature, elementi da giardino, film e lastre termotrasformate, elementi strutturali per piccoli mobili, oppure giocattoli.

Il riciclo dei poliaccoppiati consente anche un miglioramento della raccolta differenziata. I Comuni, infatti, possono raccogliere gli imballaggi compositi poliaccoppiati per le bevande assieme alla carta, semplificando il processo di raccolta differenziata. Con una maggiore chiarezza per i cittadini e una maggiore qualità della differenziata stessa. Cosa fondamentale per avviare al riciclo i materiali abbattendo i costi.

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La sinistra scompare? Non le donne di sinistra

People For Planet - Dom, 11/25/2018 - 01:16

Sembra che la sinistra voglia ripartire dalle donne, almeno a Milano. Nella Giornata mondiale contro la violenza di genere, parliamo di donne con Silvia Roggiani, Segretaria del Pd Milano Metropolitana fresca di nomina, che non le manda a dire né a Pillon né alla sinistra.

«Di maschilismo ce n’è ancora molto, troppo, in politica come altrove», ci dice. Non capitava dai tempi del PCI che a ricoprire il ruolo di Segretaria a Milano fosse una donna. Si sa, ci vuole “carattere” per certi ruoli.  «Tu ce l’hai, il carattere?», un refrain continuo, che l’ha accompagnata nei tanti anni di carriera politica nonostante la giovane età, 34 anni, fino alla recente candidatura, che nell’entusiasmo generale ha fatto sorgere, di nuovo, dubbi sul fantomatico carattere.

Cosa si intenda per “carattere” è affare da speleologi: «Francamente non lo so, so che ai candidati uomini nessuno si è sognato di chiedere se avevano o no il carattere». Dovendo concorrere con una donna, gli altri sono stati chiamati a discutere di temi femminili, e «già questa è stata una vittoria». Con la sua candidatura la Roggiani ha voluto dare un segnale alle tante donne che a volte – viste le difficoltà – sono le prime a precludersi l’ambizione a volere di più e la possibilità di fare di più.

In passato, anche all’interno del Pd di cui è stata responsabile organizzativa, le è stato rimproverato di essere «troppo organizzativa e poco politica». Sembra una barzelletta ma non lo è, infatti non fa ridere, fa semmai riflettere sul livello di astrazione raggiunto dalla politica degli ultimi anni, sempre meno concreta.

La voglia di lavorare e tornare a temi cari alla sinistra come la parità e la rappresentanza di genere è tanta, il che è tutto dire, in un Italia, dove meno di una donna su due lavora, l’occupazione media femminile rimane ferma al 34,9%, e in regioni come la Sicilia scende addirittura al 29%. «Vogliamo impegnarci perché il nostro Paese smetta di essere quello dove la forbice fra i nostri stipendi e quelli degli uomini è ancora larghissima». Intanto, per chi se lo fosse perso, con l’ultima manovra il governo non ha rifinanziato i congedi.

Essere femministe oggi è un privilegio?

Non so se lo sia, credo che stia diventando però sempre più una necessità. Non tanto perché le donne non hanno diritti, ma perché questi diritti difficilmente vengono applicati, e addirittura messi in discussione. Siamo in un momento storico in cui non possiamo dare per scontati i diritti guadagnati.

La sinistra scompare. E le donne della sinistra?

Le donne di sinistra non stanno affatto scomparendo. Ne sono esempio io, ne sono esempio le 100 donne deputate che per la prima volta nella storia dell’America siederanno alla Camera, ne sono esempio le moltissime di donne in piazza contro il ddl Pillon, la scorsa settimana ero in piazza con loro. Paradossalmente questo governo oscurantista ha risvegliato una resistenza civile, un moto quasi rivoluzionario.

Rivoluzionario?

Sì. A partire da noi donne, che abbiamo a cuore la parità di genere e vogliamo combattere con un governo che vorrebbe riportarci indietro di 50 anni e sottrarci diritti che hanno conquistato le nostre nonne.

Alcune di queste nonne da ragazze erano nell’UDI (Unione Donne Italiane), facevano self-help insegnando alle altre donne a controllare il seno e a conoscere il proprio corpo. Leggevano libri come Noi e il nostro corpo.

Posso dire cosa sta facendo Pd Milano Metropolitana. Innanzitutto siamo stati tra le prime Federazioni in Italia ad aver portato avanti un percorso di rinnovo della Conferenza delle Donne Democratiche, un progetto parallelo al Pd, che a sua volta, livello nazionale, vale a dire alla Camera e al Senato, ha chiesto tutte le audizioni possibili e i voti al ritiro per non far passare il ddl Pillon.

Che iniziative avete?

Abbiamo deciso di lanciare proprio oggi una campagna di mobilitazione. Attualmente una donna su tre è vittima di femminicidio. È una piaga intollerabile, dobbiamo sensibilizzare più persone possibili. Oggi siamo in oltre 20 banchetti sparsi in Milano e provincia per informare sulla Rete Antiviolenza e sugli strumenti di contrasto alla violenza di genere.

Quindi non è solo una battaglia politica…

Diffondere una cultura che valorizzi la differenza genere e promuova il superamento degli stereotipi dovrebbe essere una battaglia sia politica che culturale. Oggi è una data simbolica, perciò partiamo da oggi. C’è bisogno di simboli.

Le ideologie si nutrivano di simboli. Ci sono ancora le ideologie?

Purtroppo sì, ed è ora si staccarsene, il mondo procede in direzione opposta.

L’ideologia permetteva una dialettica, un tempo si parlava, non ci si arroccava.

La sinistra italiana parla forse troppo, non credo manchi la dialettica, semmai una sintesi fra le diverse correnti, che pure ci sono sempre state accanto alle grandi ideologie. Il Pd è nato anche grazie a queste piccole correnti. Tra gli iscritti al partito provenienti dai partiti fondatori e quindi ‘ideologici’ e i neoiscritti la dialettica è forte su alcuni temi.

Dimmene uno.

Il lavoro. Sull’art.18 lo scontro interno è ancora forte e spesso generazionale. Per alcuni, l’art.18 rimane l’unico mezzo a sostegno dei lavoratori, per altri, i lavoratori che traevano giovamento dall’art.18 erano comunque una minoranza, e bisogna occuparsi anche degli altri. Il valore della tutela del lavoro è il nostro faro, ci accomuna. Come tutelare il lavoro, rimane una questione su cui dovere trovare una sintesi, al più presto.

A parte la parità di genere, quale altro tema ti sta a cuore?

L’ambiente. Credo che molti degli elettori di sinistra che hanno votato i  5 stelle oggi siano a loro volta delusi proprio sul tema dell’ambiente. Personalmente ho apprezzato il decreto sulla terra dei fuochi, ma i condoni passati con il decreto Genova sono inaccettabili. Tornando a una realtà più piccola, regionale, Milano è la città che ha messo gli incentivi più alti sulle caldaie. Le politiche ambientali passano dalla buona pratica dei cittadini, che vanno incentivati.

Sembra che Milano voglia svincolarsi dalla dimensione italiana.

Sì, e lo dimostrano anche i ranking internazionali, Milano svetta tra le città europee e mondiali.

I tuoi genitori sono contenti che tu abbia intrapreso la carriera politica?

Mia madre molto, mio padre è un po’ preoccupato.

Immagino per il clima di cui si parlava.

Sì, il clima è sotto gli occhi di tutti, anche suoi.

Hai figli?

No, ma li vorrei. Vorrei avere la sfrontatezza di prendere la decisione  senza pensare troppo a quello che potrebbe succedere.

Momento Nanni Moretti: Silvia, dimmi qualcosa di sinistra.

Equità. Praticare l’equità nel quotidiano, essere di sinistra per me significa questo.

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Melegatti riparte dalla “fabbrica segreta” e dal lievito salvato dai dipendenti

People For Planet - Sab, 11/24/2018 - 09:05

La Melegatti rinasce per la terza volta in due anni e si prepara a riportare i pandori nei supermercati per Natale grazie, in parte, a una linea di produzione installata in una “segretissima” azienda veneta (quella di proprietà di San Giovanni Lupatoto è in riorganizzazione in questi giorni) e al lievito madre salvato da Matteo Peraro e Davide Stupazzoni, due dipendenti che l’hanno tenuto in vita – gratis – nell’ultimo anno di crisi. Guadagnandosi oggi una campagna spontanea dei social network che spingono per premiarli con la nomina a Cavalieri del lavoro.

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Integratori alimentari: all’Italia il primato dei consumi in Europa

People For Planet - Sab, 11/24/2018 - 01:42

Il mercato degli integratori nel 2017 ha sfiorato in Italia i 3 miliardi di euro, con una crescita del 5,9%. In quello stesso anno il 65% della popolazione adulta ha utilizzato almeno un integratore e oltre due consumatori su tre li hanno considerati prodotti sicuri ed efficaci, e mediamente ogni persona ha assunto 2,5 tipologie di supplementi. Questo trend in continua ascesa fa conquistare all’Italia la pole-position in Europa sul consumo di integratori con il 20% di circa 12 miliardi di consumi nel 2016; seguono Germania (13,2%), Russia (9,6%), Regno Unito (9,7%) e Francia (8,9%) e tutti gli altri Paesi europei (38,6%).

Dato sottostimato

Per quanto elevato, il dato relativo alle vendite di integratori nel nostro Paese è sottostimato: il 92% circa del valore di mercato degli integratori in Italia deriva infatti dagli acquisti effettuati in farmacia, e il rimanente 8% viene dalla grande distribuzione organizzata che include i “corner farmacia” in iper- e supermercati, ma non tiene conto delle vendite nelle erboristerie, nelle parafarmacie e online.

Prodotti alimentari

Gli integratori alimentari sono “prodotti alimentari destinati a integrare la comune dieta e che costituiscono una fonte concentrata di sostanze nutritive, quali le vitamine e i minerali, o di altre sostanze aventi un effetto nutritivo o fisiologico, in particolare, ma non in via esclusiva, aminoacidi, acidi grassi essenziali, fibre ed estratti di origine vegetale, sia monocomposti che pluricomposti, in forme predosate”, si legge sul sito del ministero della Salute. Quindi non solo vitamine e sali minerali, ma anche altri nutrienti di cui si sente sempre più parlare come potenzialmente benefici per l’essere umano. Si presentano solitamente in piccole unità di consumo come capsule, compresse, bustine, flaconcini e simili e, quanto alla loro azione nell’organismo, il ministero chiarisce che “possono contribuire al benessere ottimizzando lo stato o favorendo la normalità delle funzioni dell’organismo con l’apporto di nutrienti o altre sostanze ad effetto nutritivo o fisiologico”. La loro immissione in commercio è subordinata alla procedura di notifica dell’etichetta al ministero della Salute, e vengono inclusi in un registro periodicamente aggiornato e consultabile in ordine alfabetico per prodotto e per impresa: l’elenco attualmente contiene più di 72500 prodotti.

Consumi rilevanti, benefici (molto) limitati

A fronte dell’entusiasmo dei produttori per un mercato in continua crescita, gli studi sugli integratori sembrano andare in tutt’altra direzione. Secondo il Position Statement “Alimenti, diete e integratori: la scienza della nutrizione tra miti, presunzioni ed evidenze” redatto da Gimbe, fondazione che ha lo scopo di promuovere e realizzare attività di formazione e ricerca in ambito sanitario, “relativamente all’assunzione degli integratori alimentari le evidenze scientifiche mostrano che nella stragrande maggioranza dei casi il loro uso non solo è improprio, in quanto una dieta bilanciata sarebbe molto più efficace per ‘sanare’ eventuali carenze di oligoelementi o vitamine, ma che spesso questi prodotti si associano a effetti indesiderati sia per la concomitanza di patologie o di trattamenti farmacologici con cui possono interferire, sia per i potenziali effetti avversi quando oligoelementi e vitamine vengono assunti in dosi superiori rispetto ai reali bisogni”.

E’ quindi fondamentale che medici e farmacisti informino i loro pazienti che gli integratori non sostituiscono mai una dieta sana ed equilibrata e che, “nella maggior parte dei casi, offrono benefici molto limitati, se non addirittura nulli, rispetto a una corretta alimentazione“, si legge nel documento. 

La dieta della mano

Come fare a essere sicuri di alimentarsi in modo equilibrato? Basta seguire poche regole, spiega Giuseppe Fatati, Direttore della Struttura Complessa di Diabetologia e Dietologia dell’Azienda Ospedaliera S. Maria di Terni: “Mai escludere i carboidrati dall’alimentazione quotidiana: pane, pasta, riso, cereali e biscotti, in tutto, devono rappresentare il 50% dell’introito calorico totale giornaliero. E assumere ogni giorno fibre e antiossidanti da frutta e verdura, almeno 5 pugni, possibilmente distribuendoli nel corso della giornata (anche a colazione e merenda)”. Quanto alle proteine, 3-4 volte a settimana bisognerebbe mangiare pesce, 2 volte a settimana le uova, 2-3 volte legumi (che consumati insieme alla pasta o al pane rappresentano un piatto completo), 3-4 volte a settimana carne (senza eccedere con le quantità, circa un grammo per ogni kg di peso corporeo), 1-2 volte a settimana latticini, evitando di mangiare più di una tipologia di proteina per pasto. “Per non eccedere con le quantità si può prendere come misura la propria mano: per i carboidrati un pugno di pasta o di riso; una fettina di carne grande quanto la mano, spessa non più di mezzo centimetro; cinque pugni al giorno di vegetali (frutta e verdura). In questo modo si ottiene un’alimentazione ipocalorica da circa 1400 calorie giornaliere. Aumentando di poco le quantità si ottiene una dieta con un introito calorico appena maggiore”.

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25 novembre: Giornata mondiale contro la violenza sulle donne

People For Planet - Sab, 11/24/2018 - 01:24

Il 25 novembre è la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, indetta dalle Nazioni Unite per tenere viva l’attenzione sulle migliaia di donne al mondo che vengono picchiate, uccise e sfruttate.

La Giornata L’Onu ha raccolto cifre allarmanti: al mondo 1 donna su 3 nella sua vita subisce violenza fisica o sessuale, molto frequentemente da qualcuno che le è intimo. Solo il 52% delle donne sposate o in coppia prende decisioni libere sulla propria sessualità, sulla contraccezione e sulla propria salute. Il 71% delle vittime della tratta di esseri umani è composto da donne e ragazze, e 3 su 4 di queste sono sfruttate sessualmente. Sullo stesso sito si legge che la violenza contro le donne è causa di morte e disabilità al pari del cancro, e causa più problemi di salute di incidenti stradali e malaria messi assieme. l’Onu sottolinea anche la gravità del problema del femminicidio, con i suoi dati del 2012 che confermano che un femminicidio su due viene perpetrato dal partner o da un famigliare. La manifestazione a Roma Anche in Italia saranno molte le iniziative, gli eventi e le campagne per risvegliare le coscienze su questo tema. Oggi a Roma si tiene anche la manifestazione indetta dal movimento “Non una di meno”, dedicata alle problematiche italiane. Scrivono in un comunicato le organizzatrici: “Da più di due anni siamo nelle piazze e nelle strade a ribadire che i femminicidi sono la punta di un iceberg fatto di oppressione: la violenza maschile comincia nel privato delle case ma pervade ogni ambito della società e diventa sempre più strumento politico di dominio, producendo solitudine, disuguaglianze e sfruttamento”. Le donne del movimento attaccano anche il governo: “Mentre dichiara di voler porre fine alla povertà, pianifica misure che intensificano la precarietà e accentuano la dipendenza economica che ci espone ancora di più alla violenza e alle molestie sul lavoro. La precarietà è donna e per questo la nostra lotta contro la violenza è anche una lotta contro la precarietà e lo sfruttamento”. Chiudono poi ribadendo l’importanza della libertà di abortire e la contrarietà al Ddl Pillon, il disegno di legge proposto dal senatore leghista Simone Pillon, che introduce una serie di modifiche in materia di diritto di famiglia, separazione e affido condiviso dei minori. Tra le richieste del movimento, maggior educazione alla differenze nelle scuole e nelle università, più welfare e servizi che funzionino per chi scappa dalla violenza, più educazione sessuale, consultori funzionanti e aperti. I numeri in Italia Anche in Italia in effetti i numeri sulla violenza di genere e sui femminicidi sono allarmanti: il quotidiano La Repubblica ha anticipato alcuni dati del report Grevio, (Group of Experts on Action against Violence against Women and Domestic Violence), organismo del Consiglio d’Europa che monitora in ogni paese l’applicazione della Convenzione di Istanbul, sulla prevenzione della violenza contro le donne. Secondo il report mancano più di 5mila posti letto sicuri per chi fugge dalla violenza in famiglia, dove si svolgono l’80% dei maltrattamenti. Secondo i numeri riferiti dal quotidiano, i fondi pubblici sono pochi ma anche utilizzati male e gli interventi di prevenzione sui territori vengono svolti in maniera poco coordinata. Secondo i dati della rete dei Centri Antiviolenza Di.Re, presentati questa settimana e relativi al 2017, la violenza sulle donne accolte nei centri viene esercitata principalmente da uomini italiani (65%, contro il 23% di nazionalità straniera) e nel 75,7% dei casi è esercitata da un uomo che è in relazione con la donna, partner, ex, familiare, collega o amico.
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Aziende agricole italiane, quelle guidate dai giovani sono al top in Europa

People For Planet - Ven, 11/23/2018 - 10:03

Dal produttore di luppolo in idroponica a quello di latte per il Parmigiano Reggiano di montagna, dal coltivatore di canapa alla conduzione di un laboratorio rurale per il co-working. Le imprese agricole italiane guidate da giovani si dimostrano vitali, con performance economiche doppie della media, e dotate di un approccio al mercato innovativo e tecnologico.

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Abitare il futuro: Homekit e Woodhouse

People For Planet - Ven, 11/23/2018 - 04:15

A Eco_luoghi, in esposizione al MACRO – Museo d’Arte Contemporanea di Roma, si respirava il futuro: tecnologia e sostenibilità al servizio dell’edilizia di domani.
La nostra inviata Simona Belotti è andata a intervistare due progetti vincitori del concorso Eco_luoghi 2017/2018.
Interviste agli architetti Marino La Torre, progettista della Homekit e Federica Mares per Woodhouse.

Per maggiori informazioni: https://www.facebook.com/unoaunostudio/ (Homekit) e https://nisarchitetti.it/ (Woodhouse)

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L’UE prevede maggiore sicurezza per i passeggeri ferroviari

People For Planet - Ven, 11/23/2018 - 01:41

La misura è stata già approvata dalla Commissione per i trasporti e il turismo il 9 ottobre 2018, ora l’aggiornamento del regolamento che regola i diritti dei passeggeri dovrà essere applicato da tutti i Paesi dell’Unione Europea e per tutti i tipi di trasporto ferroviario: pubblico, privato, nazionale, internazionale, locale, ecc.

500 miliardi, tanti sono i chilometri percorsi in Europa ogni anno dai viaggiatori, una cifra che fa girare la testa.

Cosa prevedono le nuove norme? Innanzitutto la garanzia dell’assistenza gratuita alle persone con disabilità o con mobilità ridotta nonché il rimborso totale per gli ausili di mobilità persi o danneggiati e per i cani d’assistenza persi o feriti durante il viaggio.
Inoltre sono incrementati i rimborsi per i ritardi. Il passeggero potrà chiedere o il rimborso totale del biglietto o un rimborso parziale qualora intenda comunque continuare il viaggio.

Volete portare la bicicletta con voi e non trovate mai il posto sul treno? Le nuove norme prevedono spazi maggiori per incoraggiare l’uso di questo mezzo ecologico e salutare.

Alcune informazioni sui diritti dei passeggeri saranno anche stampate sui biglietti e saranno specificati i tempi e le procedure per quanto riguarda le lamentele.

Resta con i piedi per terra, prendi il treno veloce.

La rete ferroviaria sempre più ad alta velocità potrebbe provocare un cambio di abitudini nella mobilità europea facendo preferire il treno all’aereo anche per le tratte internazionali.
Almeno è quello che si spera con l’apertura del mercato di tutti servizi ferroviari entro il 2020.

Libera concorrenza, insomma, per quanto riguarda servizi e prezzi, così come è successo con l’arrivo dei voli low-cost.

Lorenzo Bernardi su smartmag.it fa l’esempio dell’Eurotunnel della Manica gestito dalla campagnia Getlink. Attualmente la tratta Parigi-Londra è affidata a Eurostar International con tariffe anche superiori  ai 400 euro. Un’alternativa low-cost permetterebbe costi ridotti anche del 25% pur se con tempi di percorrenza maggiori.

In pratica quello che è successo con l’arrivo nei nostri aeroporti di Ryanair e Easyjet, con pregi e difetti che ne conseguono.

In Italia esiste già un treno che non fa capo a Trenitalia e si tratta di Italo che oggi serve 17 città con 13 milioni di passeggeri all’anno.

Secondo uno studio dell’Università Milano-Bicocca la concorrenza ha abbassato le tariffe di Trenitalia del 41% con un aumento dell’80% dei passeggeri, tanto che Easyjet ha soppresso la tratta Milano-Roma dai suoi voli.

Il bilancio è in attivo, ma com’è lo stato delle Ferrovie dello Stato?

Se l’Alitalia perde ogni anno circa 500 milioni di euro, le Ferrovie dello Stato invece godono di ottima salute: il bilancio 2017 vede un utile di 552 milioni. Tanto che si ventila la possibilità che il trasporto su rotaia comperi quello in aria, e chi vivrà vedrà.

Tutto bene, quindi?

Bene per quanto riguarda la sicurezza: il treno risulta il più sicuro tra i mezzi di trasporto. L’Unione Internazionale delle Ferrovie (UIC) ha pubblicato la relazione 2017 sugli incidenti ferroviari in Europa che ha dimostrato che nel decennio 2007-2016 gli incidenti e il numero di vittime sono diminuiti di un terzo rispetto al decennio precedente.

Il trasporto ferroviario inoltre è ecologico perché pur soddisfacendo il 7% della domanda di trasporto globale emette solo il 4% di CO2 del settore contro il 10.2% della navigazione, e il 72,6% del trasporto su gomma.

L’Italia inoltre ha il primato mondiale di elettrificazione con il 70% della rete nazionale e per ribadire quanto detto sopra, ogni nuova linea ad alta velocità riduce del 50% il traffico aereo sulla stessa tratta.

Non mancano i disagi, soprattutto per quanto riguarda le tratte che servono i pendolari che spesso utilizzano percorsi brevi e serviti peggio delle grandi città.

E’ di questi giorni la notizia che Trenord avrebbe intenzione di tagliare i costi con la soppressione di 50 corse che sarebbero sostituite da autobus, con buona pace dell’ecologia.

In Lombardia il percorso tra Bergamo e Milano è diventato un incubo per i viaggiatori che si trovano spesso in treni sovraffollati, vetusti o addirittura soppressi proprio nelle ore di maggior traffico.

Nel 2017 su questi treni inoltre è calato l’indice di puntualità passando dall’84% al 79%. Problema non da poco per chi deve timbrare il cartellino.

Non stanno meglio i pendolari veneti specialmente nella tratta Verona-Rovigo – e quindi tutte le stazioncine intermedie – dove si verificano continuamente ritardi e sovraffollamento.

Sia la Regione Lombardia che quella del Veneto si sono impegnate per rimodernare il parco mezzi, elettrificare le linee che non lo sono ancora migliorando così notevolmente il servizio. La cattiva notizia? Non se ne parla prima del 2020, un tempo lungo per chi soffre da molto tempo dei malfunzionamento delle ferrovie.
Meglio tardi che mai, dirà qualcuno, e qualcun altro pensa che forse si poteva cominciare prima di esasperare la situazione.

Fonti:

https://www.startmag.it/innovazione/come-lalta-velocita-low-cost-cambiera-la-mobilita-europea/

http://www.ferrovie.info/index.php/it/13-treni-reali/3196-l-uic-pubblica-il-rapporto-del-2017-sugli-incidenti-ferroviari-in-europa

http://www.europarl.europa.eu/factsheets/it/sheet/130/trasporto-ferroviario

https://www.ilgiorno.it/bergamo/cronaca/pendolari-treno-1.4280634

http://www.larena.it/territori/citt%C3%A0/pendolari-entro-il-2020-linee-elettrificate-e-altri-treni-1.6904643

http://lecconews.lc/economia/piove-su-trenord-lettere-critiche-di-pendolari-lecchesi-236193/#.W_LZpZNKj9A

 

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Povertà sanitaria: quattro milioni di italiani non hanno i soldi per curarsi

People For Planet - Ven, 11/23/2018 - 01:14

Nel 2017 hanno rinunciato a sottoporsi a visite o accertamenti specialistici per motivi economici quattro milioni di italiani. Vale a dire il 7% della popolazione del nostro Paese.

Il dato arriva dall’audizione del Presidente dell’Istituto nazionale di statistica Maurizio Franzini relativa al documento “Attività conoscitiva preliminare all’esame del disegno di legge recante bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2019 e bilancio pluriennale per il triennio 2019-2021 (C. 1334 Governo)”, redatto dall’Istat e presentato davanti alle commissioni congiunte Bilancio di Camera e Senato.

Forti le differenze territoriali tra Nord e Centro-Sud

“Tra quanti dichiarano che le risorse economiche della famiglia sono scarse o insufficienti – si legge nel documento – l’incidenza della rinuncia alle prestazioni specialistiche è complessivamente pari al 5,2%, a fronte dell’1,9% tra le famiglie che dichiarano di avere risorse ottime o adeguate. Sono forti le differenze territoriali tra Nord e Centro-Sud. La percentuale più bassa si rileva infatti nel Nord-est (2,2%) e la più elevata nelle Isole (4,3%). Queste situazioni rappresentano un segnale di vulnerabilità nell’accesso alle cure che riguarda in particolare i meno abbienti”.

I poveri spendono in cure 117 euro all’anno

Di povertà sanitaria parla anche il Rapporto 2018 – Donare per curare: Povertà Sanitaria e Donazione Farmaci realizzato dalla Fondazione Banco Farmaceutico onlus e BFResearch, da cui emerge che a causa di spese più urgenti perché non rinviabili le famiglie povere destinano alla salute solo il 2,54% della propria spesa totale, contro il 4,49% delle famiglie non povere. In particolare, possono spendere solo 117 euro l’anno (con un aggravio di 11 euro in più rispetto all’anno precedente), mentre il resto delle persone può spendere 703 euro l’anno per curarsi (+8 euro rispetto all’anno precedente). Per le famiglie indigenti, inoltre, la quota principale della spesa sanitaria è destinata ai medicinali: 12,30 euro mensili, pari al 54% del totale.

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Il segreto delle feci cubiche del vombato

People For Planet - Gio, 11/22/2018 - 10:18

Tra le tante caratteristiche del vombato (fam. Vombatidae), un piccolo e raro marsupiale australiano dalle zampe corte e dall’aspetto simile a quello di un roditore, quella più curiosa riguarda la sua digestione: lo schivo mammifero produce feci a forma di cubo, che delimitano l’ingresso delle sue tane e che spesso ne denunciano la presenza quando chi le ha create se ne sta ben nascosto.
Questi escrementi sono il risultato di un adattamento evolutivo preciso, che fa in modo che non rotolino via ma rimangano a segnare il territorio, saldi come mattoni. Come il vombato riesca a produrli in una foggia così strana rimane un mistero: quella a parallelepipedo è una forma molto rara in natura (e quando la si trova capita, appunto, di interrogarsi sulla sua origine).

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Il Sole è la nostra energia (Infografica)

People For Planet - Gio, 11/22/2018 - 03:14

In questa infografica riportiamo i dati del Rapporto Statistico sul Solare Fotovoltaico pubblicato dal GSE e relativo all’anno 2017. Quanti impianti ci sono in Italia, quanta energia producono ma soprattutto, quanto costa oggi un pannello fotovoltaico e come funziona lo scambio sul posto?

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Black Friday, caccia alle offerte di Amazon & Co. I consigli per evitare le truffe

People For Planet - Mer, 11/21/2018 - 10:26

Il Black Friday e il Cyber Monday sono alle porte. Il 23 e il 26 novembre saranno due giorni di shopping selvaggio per molti italiani, soprattutto online. Ma proprio a causa della sua sempre maggiore popolarità, questo appuntamento attira anche diversi consumatori non abituati ad acquistare in Rete. Per questo le associazioni Adiconsum e Centro Europeo Consumatori Italia hanno diramato una serie di consigli per non incorrere in acquisti incauti e gettare via soldi.

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Medicina narrativa, a Genova i malati si curano anche con il teatro

People For Planet - Mer, 11/21/2018 - 09:00

Ormai è noto che la cura di una malattia è più efficace quando alle classiche terapie mediche – necessarie e imprescindibili – si affianca anche un approccio integrato, composto dall’amore, dalla socialità, da una dieta appropriata, dalla meditazione, da stimoli creativi. La letteratura in merito si moltiplica ogni giorno. Però curare non significa soltanto guarire, ma anche accompagnare i pazienti, non abbandonarli, rendere significativi gli ultimi istanti. Un intervento efficace si sta rivelando la medicina narrativa, che agisce sul mondo interiore del paziente.

Genova tre associazioni (Gigi Ghirotti, Città di Genova, Istituto Italiano di Bioetica), guidate dalla sensibilità del poeta e scrittore Ivano Malcotti, hanno unito un team di professionisti che sostengono i pazienti, anche quelli con una prospettiva di vita molto breve, in un percorso legato al racconto e alla rappresentazione.

di Federica Morrone

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Economia circolare: parliamo di carta

People For Planet - Mer, 11/21/2018 - 01:32

La carta più antica che conosciamo risale al 150 dopo Cristo e arriva dalla Cina: veniva realizzata con gli stracci e per secoli, fino alla rivoluzione industriale, questo era il motivo  che ne limitava la diffusione.

La carta moderna arrivò nel 1844. In quella data, infatti, un tessitore sassone di nome Friedrich Gottlob Keller brevettò un processo per produrre carta dalla pasta di legno, consentendo la produzione di massa che prima era ostacolata dalla scarsità degli stracci. Fu subito un successo. L’improvvisa disponibilità della carta, con il calo di prezzo, permise la stampa di libri, periodici e giornali, diffondendo la cultura e sconfiggendo l’analfabetismo. Nella sola Inghilterra tra il 1861 e il 1900 si passò da una produzione di carta di 96 mila tonnellate a 648 mila all’anno.

Con questa rivoluzione si aprì anche una serie di problemi ambientali. La carta, infatti, divenne rapidamente un grande consumatore di legno vergine, e quindi di foreste, veniva raffinata e sbiancata con il cloro, aveva un enorme consumo d’acqua e si riciclava poco.

Oggi, e non da poco tempo, per fortuna tutto è cambiato.

Il 75% delle fibre vergini di cellulosa necessarie alle cartiere italiane è di provenienza certificata, con marchio del Forest Stewardship Council (FSC), a fronte del fatto che solo il 10% delle foreste globali lo sono. Lo sbiancamento della carta oggi avviene con sostanze rispettose dell’ambiente, visto che le cartiere, per trattare le fibre vergini, non usano il cloro gassoso. Il consumo d’acqua in quaranta anni è diminuito del 66%.

Efficienza energetica

Le cartiere italiane, impianti produttivi molto energivori, sono i grandi protagonisti dell’efficienza energetica industriale, con la generazione per autoconsumo e il recupero energetico. In venti anni hanno aumentato l’efficienza del 20% e la cogenerazione in questi stabilimenti, dove serve sia elettricità sia calore, oggi è diventata una regola.

L’Italia è tra i primi in Europa per l’utilizzo di carta riciclata. Nel 2017 sono stati raccolti 3,3 milioni di tonnellate di macero, 54,2 kg di carta e cartone procapite: più 0,5% sull’anno precedente.

Si tratta di dati importanti, specialmente alla luce del fatto che negli ultimi anni la produzione dei rifiuti urbani è diminuita. Non solo. Il fronte degli imballaggi cellulosici è il più virtuoso e vede un tasso di riciclo del 79,7%: venti anni fa era del 37%. In pratica otto su dieci degli imballaggi su base cellulosica viene riciclato. È una posizione, quella dell’Italia, dovuta al fatto che si tratta di una nazione storicamente priva di risorse e materie prime, in questo caso la materia è il legno e le risorse quelle forestali, e che quindi ha sviluppato nei decenni scorsi un’attitudine quasi naturale al riciclo.

Macero in primo piano

Il macero oggi è la fonte primaria della fibra utilizzata per i prodotti di carta.

Attenzione però: le fibre non sono tutte uguali e i processi industriali si sono evoluti negli anni per ottimizzare l’impiego delle fibre cellulosiche da riciclo, che non sono assolutamente tutte uguali, specialmente per ciò che riguarda l’impiego finale. Lo standard EN 643, del Cen (Comitato europeo per la standardizzazione), identifica 95 tipi di diverse tipologie di carte da riciclare, definendo sia le percentuali massime d’altri materiali non cartacei ammessi sia quelli proibiti, che non devono mai essere presenti nella carta da macero destinata al riciclo.

Si sta lavorando a livello europeo e italiano per evitare fenomeni distorsivi sul fronte ambientale del riciclo da parte dei paesi extraeuropei.

La questione è semplice. Da alcuni anni, infatti, siamo diventati esportatori di carta da macero. Ossia forniamo la materia ad altri paesi, fuori dalla Ue. E fin qui tutto bene. Il problema è che in questi paesi, principalmente asiatici, i vincoli sulle politiche ambientali sono pressoché nulli. Ed ecco, allora, che si trova sul mercato internazionale carta prodotta con il macero a prezzi inferiori rispetto a quella europea. Si tratta di un caso di dumping ambientale che rischia di mettere in crisi aziende virtuose sotto il profilo delle tecnologie per l’ambiente.

Prossimità positiva

Lo sviluppo del riciclo, in tutti i settori – carta compresa – è quello della prossimità, riducendo così le emissioni di CO2 legate al trasporto e creando lavoro a livello locale.

Un esempio di best practices è quello di Parigi, dove carta e cartone sono avviati al riciclo in quattro stabilimenti vicini. L’agenzia municipale per i rifiuti domestici di Parigi, Syctom, infatti, include nei contratti di vendita della carta e del cartone recuperati una clausola di prossimità che vincola l’impresa assegnataria a lavorare la materia al massimo nei Paesi confinanti.

E l’Italia su questo fronte è in buona posizione. La distanza media di conferimento alle piattaforme di riciclo è di 17,3 km, mentre l’industria nazionale ha un tasso d’utilizzo della carta da macero di oltre il 55,2%. Ogni 100 tonnellate di carta prodotte in Italia, 55 provengono dalla carta da riciclo. La raccolta della fibra secondaria nel nostro paese ha due canali. Il primo è quello delle imprese di trasformazione a valle delle cartiere, dalle quali arrivano gli sfridi (ossia i residui del prodotto) delle lavorazioni e gli imballi dalla grande distribuzione organizzata e dalle imprese. Si tratta di materia selezionata all’origine, di buona qualità già senza passare a ulteriori trattamenti di selezione e pronta, quindi, per l’utilizzo in cartiera. Il secondo canale è quello della raccolta differenziata dei rifiuti urbani, che ha bisogno di una selezione preventiva e più accurata, prima di arrivare in cartiera. In assenza del riciclo questa carta sarebbe un rifiuto da spedire in discarica: il suo riutilizzo nei processi produttivi evita la realizzazione di venti discariche di medie dimensioni ogni anno.

Cittadini protagonisti

La raccolta differenziata di carta e cartone ha ormai una lunga tradizione, ma essendo dipendente dai comportamenti dei cittadini è stata oggetto di particolare cura. Da anni, infatti, è attivo Comieco, il Consorzio Nazionale Recupero e Riciclo degli Imballaggi a base Cellulosica, i cui aderenti sono i produttori, gli importatori e i trasformatori di prodotti a base di cellulosa e al quale possono aderire anche i recuperatori. La sua attività è la stipula di convenzioni e la gestione del sistema di raccolta e riciclo dei rifiuti su base cellulosica all’interno dei comuni.

Il consorzio ha coperto nel 2015 il 68,6% dei comuni, l’78,2% della popolazione e ha raccolto in convenzione 1,4 milioni di tonnellate di carta e cartone, erogando ai comuni convenzionati 98,5 milioni di euro.

Il processo industriale per la trasformazione della carta da macero avviene prima con la raccolta e lo stoccaggio a cui, nelle piattaforme di riciclo, segue la separazione della carta e cartone da materiali d’altro tipo, come le plastiche e i metalli. Fatto ciò, carta e cartone sono pressati, legati in balle e inviate in cartiera, dove vengono sminuzzati e successivamente sbiancati per eliminare gli inchiostri. In seguito si riduce il tutto in poltiglia aggiungendo acqua calda e si passa all’affinamento, che consente d’ottenere una maggiore purezza dell’impasto. In base a ciò che si vuole ottenere in uscita, a questo punto si aggiunge una certa percentuale di pasta di cellulosa vergine e il processo di riciclo è finito.

La pasta di cellulosa ora è pronta per entrare nel processo produttivo “normale” della carta, esattamente alla stregua della materia prima vergine. In Italia un foglio di giornale torna in “attività” attraverso il riciclo in 21, mentre per una scatola di cartone ce ne vogliono due.

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A parte i termovalorizzatori, come va l’import-export dei rifiuti in Italia?

People For Planet - Mer, 11/21/2018 - 01:18

Come se la cava l’Italia con l’import-export dei rifiuti, compresi quelli pericolosi?

Novembre, tempo di rifiuti. Il dibattito interno alla politica che mina il governo al suo interno  – con da una parte Matteo Salvini favorevole ai termovalorizzatori e dall’altra il secco “no” di Luigi Di Maio, specie in riferimento al Sud Italia – cade proprio nella Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti (SERR) in corso fino al 25 Novembre e giunta ormai alla decima edizione. Tema di quest’anno, i rifiuti pericolosi, vale a dire quei rifiuti urbani (cioè prodotti da privati) oppure speciali (cioè prodotti da attività industriali e commerciali) che contengono parti infiammabili, esplosive e potenzialmente tossiche per la salute delle persone e dell’ambiente. Rifiuti pericolosi possono provenire da cosmetici, vernici, lampadine, pesticidi, RAEE (Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche), eccetera, e sui confini – talvolta labili – tra rifiuti pericolosi e rifiuti semplicemente speciali si sono contese non poche battaglie legali, anche nel recente passato.

Lo smantellamento dei rifiuti, specialmente in regioni come la Campania, è stato una spina nel fianco per ogni governo salito in Italia, e talvolta ha contribuito addirittura a farlo cadere, come nel caso del secondo governo Prodi. Fatta eccezione per eccellenze come le città di Salerno, Mercato S. Severino e Giffoni, e per gli sforzi di città come Napoli, dove lo scorso ottobre la raccolta differenziata ha toccato il record storico del 38%, in Campania, come del resto in moltissime altre regioni, la differenziata continua ad avere percentuali da prefisso telefonico. D’altro canto la Lombardia, con i suoi 21 casi attestati di roghi dolosi, si sta impegnando parecchio per diventare la nuova terra dei fuochi. Piaccia o no, la questione dei rifiuti in Italia non si esaurisce in una partita verticale tra un virtuosissimo Nord e un altrettanto ipotetico viziosissimo Sud, e la differenziata non può sopperire ovunque allo smaltimento dei rifiuti, né costituire l’unica alternativa alla termovalorizzazione, considerato che dei 2,5 miliardi di tonnellate prodotti ogni anno in Europa soltanto l’8% proviene dalla famiglie.

Per completare il ciclo di rifiuti è necessario migliorare sia i metodi della differenziata e sia le tecnologie della termovalorizzazione. I due metodi, lungi dall’essere in contraddizione, al momento, non possono fare a meno l’uno dell’altro. Grazie a una legge del 1997 in Italia è vietato costruire un inceneritore senza termovalorizzazione – e ci mancherebbe, sarebbe uno spreco gettare al vento tanto calore senza farci almeno dell’energia elettrica, ma l’utilizzo dei termovalorizzatori continua a far discutere.

A proposito di ‘sprechi’, quante occasioni di guadagno spreca l’Italia?

Già, perché con buona pace dei catastrofisti che vedono la spazzatura soltanto come un problema, i rifiuti, essendo merci a tutti gli effetti, come qualsiasi altra cosa, possono rivelarsi fonte di notevoli opportunità.

I dati forniti da ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) in riferimento all’import-export dei rifiuti da parte dell’Italia nel 2014 dicono che a fronte dei circa 6,2 milioni di tonnellate di rifiuti importati sono soltanto 3,2 i milioni di tonnellate dei rifiuti esportati. Partner privilegiata è la Germania, dalla quale sempre nel 2014 l’Italia ha importato 1,2 milioni di tonnellate di rifiuti, di cui quasi il 95% di natura metallica, riutilizzata soprattutto dalle imprese trasformatrici dislocate in Lombardia. Verso la Germania l’Italia ha invece esportato 889.406  mila tonnellate di rifiuti, di cui ben 667.586 rifiuti pericolosi, nel cui recupero il Paese ha ancora molta strada da fare.

Nel 2014 l’Italia ha esportato complessivamente 919 mila tonnellate di rifiuti pericolosi, importandone 166 mila tonnellate. E mentre nel 2016 la produzione di rifiuti speciali non pericolosi è aumentata solo del 1,7% , quella dei rifiuti speciali pericolosi ha toccato +5,6%.

 

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Editori predatori: come danneggiare la credibilità della ricerca

People For Planet - Mer, 11/21/2018 - 01:13

Per la precisione sono 400 mila: e il numero delle riviste predatrici, stimato nel 2017 a circa 4 mila, è già più che raddoppiato, toccando quest’anno quota 8.700.

Contributi scientifici pubblicati senza alcun controllo, o con verifiche superficiali. Studi di università rinomate che finiscono accanto ad affermazioni di ciarlatani. Teorie del complotto accanto a pubblicità. Li hanno chiamati i “predatori della scienza”: sono editori che pubblicano (a pagamento) qualsiasi studio sulle loro riviste pur di far soldi e che – come se non bastasse – organizzano convegni farsa, dando vita a un sistema di falsificazioni nelle pubblicazioni scientifiche così ampio da mettere a rischio la credibilità del mondo della ricerca.

Nani che si credono giganti

Come possa accadere tutto ciò lo spiega un’inchiesta pubblicata sulla Süddeutsche Zeitung Magazin da un gruppo di giornalisti tedeschi che, in collaborazione con altre testate tedesche e internazionali, ha indagato per mesi sugli editori predatori, analizzando circa 175mila articoli. Tutto inizia con “semplici” siti internet che si spacciano per rinomati editori scientifici che convincono i ricercatori a pubblicare sulle loro riviste e a presenziare alle loro conferenze (dopo aver riscosso il saldo di apposite fatture). Poiché gli studi prima della pubblicazione vengono sottoposti a controlli molto superficiali o a nessun controllo, trovano spazio anche articoli sull’uso del veleno della tignosa verdognola (che è un fungo tossico) come rimedio anti-tumore. Una volta inserite le pubblicazioni nel circuito virtuale, il gioco è fatto. E pure il danno, dal momento che, come scrivono gli autori dell’inchiesta, “se spacciare sciocchezze per scienza è facile, una volta diffuse smentirle è difficilissimo“.

Scienze biomedicali e biologia

Scienze ingegneristiche, scienze agrarie, scienze della terra e dell’universo: sono tanti i rami della scienza coinvolti nelle pubblicazioni-bufale. E la scienza medica, con il coinvolgimento del settore biomedicale e della biologia, non si salva da questo sistema falsato.

Un sistema che si autoalimenta

Quello della “falsa scienza” è un sistema che si autoalimenta: le riviste pseudoscientifiche pubblicano articoli dietro compenso economico elargito dagli stessi autori; quando il numero di pubblicazioni cresce, le firme dello studio si trovano a essere invitate a tavole rotonde, congressi e convegni cui possono partecipare come relatori. Sempre dopo aver pagato.

L’open access

Il settore della “pseudoscienza” sfrutta per proprio tornaconto il principio dell’open access che, come si legge nell’inchiesta riportata dalla rivista Internazionale, “dovrebbe servire a scardinare le vecchie strutture di potere attraverso riviste scientifiche che, pur essendo sottoposte a controlli rigidi quanto quelli dei loro corrispettivi cartacei, sono poi accessibili gratuitamente su internet, affinché il sapere non sia più confinato nelle elitarie riviste di settore con abbonamenti così costosi da essere alla portata solo delle università dei paesi ricchi” (citazione da articolo cartaceo). Con l’open access, quindi, i ricercatori pagano perché i loro lavori siano controllati e pubblicati, e i testi dei loro lavori accessibili gratuitamente in rete.

L’inghippo

Ed è proprio dietro l’idea dell’open access che si nasconde la trappola: se nelle biblioteche tradizionali una rivista predatrice non sopravvivrebbe, su internet gli articoli di riviste rinomate come Nature o il New England Journal of Medicine “distano solo un paio di click” da quei siti internet che si spacciano per importanti editori scientifici. E così le notizie pseudoscientifiche si ritrovano pubblicate alla stregua di notizie scientificamente valide.

Peer review, questa sconosciuta

La peer review (la “recensione da parte dei pari grado” o “revisione tra pari”), è il procedimento che comporta la valutazione di un articolo da parte di una o più persone con competenze simili ai produttori del lavoro per verificarne l’idoneità alla pubblicazione scientifica su riviste specializzate. Pubblicazioni e progetti di ricerca che non siano stati soggetti a una revisione dei pari non sono generalmente considerati scientificamente validi, se non dopo eventuali e accurate verifiche. “La peer review – si legge nell’inchiesta – dovrebbe far sì che la via d’accesso alle pubblicazioni scientifiche sia stretta come la cruna di un ago” (e così è, tuttora, per le riviste scientifiche “serie”). Invece, nel caso degli editori predatori, “è larga come un tubo di scarico“. Un fenomeno in aumento, probabilmente facilitato dalla sempre maggiore diffusione di internet: se nel 2010 gli articoli pubblicati dagli “editori predatori” erano circa 50 mila, oggi sono 400 mila, ovvero otto volte di più. E il numero delle riviste predatrici, stimato nel 2017 a circa 4 mila, è già più che raddoppiato, toccando quest’anno quota 8700.

L’India in testa

A guidare la classifica dei Paesi da cui provengono la maggior parte degli editori predatori è l’India, che da sola ospita il 27,1% di tutti i “predatori della scienza” attualmente scovati. A seguire c’è l’America settentrionale, con il 17,5%, poi l’Asia (esclusa l’India) con l’11,6%, l’Europa con l’8,8%, l’Africa con il 5,5%, l’Australia con l’1,7%, l’America centro-meridionale e il Medio Oriente con lo 0,5% rispettivamente. Il 26,8% degli editori predatori, però, ovvero più di uno su quattro, risulta essere di provenienza sconosciuta.

 

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Di nuovo la Procura di Catania contro la nave di Medici Senza Frontiere

People For Planet - Mar, 11/20/2018 - 16:00

(Aggiornamento 20/11/2018)
Dopo due anni di indagini senza esiti sulle presunte complicità tra le Ong e i trafficanti di uomini, la procura di Catania ha disposto il sequestro della nave Aquarius e di alcuni conti correnti bancari di Msf.
Il reato, stavolta, sarebbe lo smaltimento illecito dei rifiuti da parte della nave umanitaria nei porti siciliani. Msf risponde: “E’ una misura sproporzionata e strumentale. Tutte le nostre operazioni in porto, compresa la gestione dei rifiuti, hanno seguito procedure che le autorità competenti non hanno contestato né indivisuato alcun rischio per la salute pubblica”.
Gabriele Eminente, Direttore generale di Msf in Italia, dichiara: “L’unico crimine che vediamo oggi nel Mediterraneo è lo smantellamento totale del sistema di ricerca e soccorso senza alcuna considerazione del diritto internazionale”.

Del caso Aquarius ci eravamo già occupati, di seguito l’articolo.

 

“La Spagna dice NO e va tutto bene. La Francia dice NO e andiamo alla grande. Malta dice NO e ci sembra sensato. La Germania dice NO e ci prostriamo. L’Italia dice NO e siamo tutti fascisti e razzisti di merda.
Come funziona? Che pena questi che si agitano intorno a questa vicenda della nave Aquarius cercando lo sciacallaggio mediatico mentre l’Italia sta facendo quello che fanno sempre gli altri paesi a partire da Malta che ad aprire il suo porto non ci pensa minimamente.
Primo: la nave che ospita queste persone non sta affondando, ma una nave super attrezzata e funzionale dove nessuno sta rischiando di morire.
Secondo: sono allibito perché le persone che ora strombazzano in tv sono le stesse che non hanno mai protestato contro  la Francia e tutti i paesi europei quando chiudono porti e frontiere; mai un fiato.
Terzo: l’Italia non può più essere il campo profughi della Merkel, dell’europeista Emmanuel Macron o del premier spagnolo Pedro Sanchez. Fatevene una ragione.”

Le parole sono di Paolo Ferrara, statista e ideologo di punta del M5S e hanno raggiunto oltre i 32.000 like e le 33.000 condivisioni su Facebook. Al di là delle manchevolezze ortografiche, stupisce l’assenza di numeri e dati reali, come ci si aspetterebbe da uno statista.

Questo il cruscotto giornaliero fornito dal sito del Ministero degli interni italiano, non certo dal sito di una ONG o della Germania, sulla situazione dei migranti sbarcati in Italia. I numeri sono aggiornati all’11 giugno 2018, data di pubblicazione del post su Facebook da parte di Ferrara:

Come si evince dai grafici, l’Italia non è affatto un campo profughi, men che meno di Pedro Sanchez, premier da soli 10 giorni che si è fatto carico di accogliere i 629 migranti a bordo della nave Aquarius. Si sa, l’esito di una storia – sia essa d’amore o di politica – dipende molto dalle decisioni prese durante la fase iniziale. E quando una storia finisce, è dell’inizio e della fine che si conservano i ricordi più vividi.

Quale sarà il ricordo finale che ci lascerà questo Governo non è dato a sapersi, ma probabilmente come prima azione politica ci saremmo aspettati l’abolizione dei vitalizi, l’introduzione del reddito di cittadinanza o l’abrogazione – divenuta all’indomani della campagna elettorale rinominata “riformulazione” –  della legge Fornero.

Pedro Sanchez ha dato un chiaro segnale della sua logica solidarista rispetto alla logica sovranista del predecessore Mariano Rajoy e di Matteo Salvini, ma non potrà accogliere tutte le navi future.

Salvini, da parte sua, agendo pubblicamente e trasformando la nave in un palcoscenico, circondata da motovedette con i rifornimenti di cibo e la garanzia di evacuare donne incinte e feriti in caso di emergenza, dichiara di avere conseguito la “prima VITTORIA” e di avere fatto in una settimana più di quanto abbia fatto la sinistra in sette anni.

Dunque il problema rimane.

Tanto più che ci vuole una buona dose di insipienza, o di malafede, per pensare che la chiusura ai migranti riguardi soltanto Salvini.

Il Ministro responsabile della chiusura dei porti è Danilo Toninelli. Interpellato la sera dell’11 giugno da Enrico Mentana, ha esordito dicendo “penso di aver dimostrato che abbiamo dimostrato una grande serietà”.
Luigi Di Maio ha chiamato le barche con i migranti “taxi di mare”.
Giuseppe Conte non dà segno di volere assumere una sua leadership particolare, e non è detto che il Ministro Giovanni Tria avrà la forza politica di tenere fede alle tesi sostenute nell’intervista rilasciata a Il Corriere della Sera, quando ha parzialmente sconfessato il contratto Lega-M5S in favore di una condotta più prudente in ambito italiano e nei rapporti con la Ue.

La criminalizzazione delle ONG

Nel 2014 la città di Lampedusa fu candidata al Nobel per la pace. Gli sforzi delle autorità, delle ONG e dei cittadini volontari erano motivo di orgoglio per tutti, a eccezione degli xenofobi. Oggi le ONG sono viste con sospetto o addirittura criminalizzate dall’opinione pubblica.

Il “codice di condotta” che nel 2017 l’allora Ministro degli esteri Marco Minnitti impose alle ONG e l’inchiesta voluta dal dott. Carmelo Zuccaro non hanno fatto che acuire il sentimento di malfidenza nei confronti delle ONG, ree, secondo Zuccaro, di “destabilizzazione dell’economia italiana” e di essere finanziate ora dai trafficanti ora dai “nemici economici dell’Italia”. Tutte ipotesi mai confutate, perché le fonti e i dati forniti “con certezza” non sono processualmente utilizzabili. Le indagini, tutt’ora in corso, non hanno mai accreditato le annunciazioni enfatiche di Zuccaro.

Ad oggi nulla risulta a carico delle ONG e la Guardia Costiera Italiana ha ribadito che le ONG non costituiscono un fattore di attrazione per traffici illeciti, ma il cortocircuito mediatico è ormai inarrestabile e le donazioni a favore delle ONG calano del 20%.

Come si è giunti a confondere gli scafisti con i soccorritori di mare, gli operatori di terra e le persone che cercano di mantenere viva la vocazione di un mare che accoglie persone vive anziché morte, è materia che esula le competenze giornalistiche. Pertiene piuttosto alla sociologia, all’antropologia. O forse al marketing.

Chissà che un domani i sindaci di Napoli, Messina, Palermo e Reggio Calabria vengano accusati di traffico di persone per avere dato la disponibilità di attracco alla nave Aquarius.

Quella della “voce grossa” è una strategia debole 

Appurato che l’organizzazione delle cooperative e degli strumenti di pronto soccorso andrebbero migliorati per evitare che la mala condotta dei pochi intacchi l’operato e la credibilità dei più, è così ingenuo pensare che gli investimenti maggiori, in termini di diplomazia e di risorse europee, non soltanto italiane, dovrebbero mirare alla risoluzione dei conflitti e a un sistema di accoglienza che guardi oltre l’emergenza della singola barca?

Un cittadino africano che volesse migrare in Europa per lavorare, senza scappare da alcunché (è una colpa?) non può più farlo legalmente.

Per chi proviene dall’Africa, migrare regolarmente è diventata un’impresa pressoché impossibile.

Non esiste alternativa alla clandestinità perché non esistono canali legali per migrare, né corridori umanitari per i profughi.

L’isolamento dei migranti bloccati su Aquarius non apparirebbe così simbolico se non sapessimo che in futuro ci saranno altre Aquarius e di mezzo ci sarà sempre il mare, elemento che attrae e respinge la capacità di meraviglia e il senso di mistero che accompagna la vita degli uomini, tutti.

Stavolta l’Italia ha fatto la voce grossa con l’Ue e ha “funzionato”. Ma la strategia della voce grossa funziona se dall’altra parte si ha qualcuno molto ragionevole, o molto spaventato.

Non è un’Europa spaventata che sognavamo. Di spaventoso c’è già il mare di notte.

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Fruttosio al posto dello zucchero: quando il rimedio è peggiore del male

People For Planet - Mar, 11/20/2018 - 07:46

La bianca e fine polverina si trova facilmente in vendita nei negozi ed è spesso un ingrediente di bibite e dolci, proprio come lo sciroppo di glucosio-fruttosio che – derivato dall’amido di mais tramite una serie di processi – è molto usato dall’industria (benché irreperibile isolatamente in commercio).

Il fruttosio è uno zucchero semplice, presente naturalmente nella frutta e in vari vegetali, nel miele, nello sciroppo di agave e nel saccarosio – il comune zucchero bianco, composto per metà di glucosio e per metà di fruttosio. Pur avendo le stesse calorie del glucosio, il fruttosio ha però un potere dolcificante superiore (e quindi può essere usato in minori quantità) e un indice glicemico inferiore. Inoltre non stressa il pancreas, inducendolo a produrre troppa insulina. Peccato che il comportamento del fruttosio nell’organismo è molto diverso da quello del glucosio: quest’ultimo può essere impiegato praticamente da qualsiasi cellula, il primo viene metabolizzato solo a livello epatico.

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Quale frutta e verdura è di stagione in autunno?

People For Planet - Mar, 11/20/2018 - 03:41

Torniamo a intervistare il nostro agronomo di fiducia Francesco Beldì per scoprire quali frutti e verdure sono di stagione in autunno e quali sono i segreti per una buona spesa a chilometro zero. Sapete come nascono i cachi? E le noci?

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Aiuto, anche nel rugby si critica l’arbitro e il mancato utilizzo del Var

People For Planet - Mar, 11/20/2018 - 01:30
La veltroniana iniziativa di Prandelli

Correva l’anno 2008 e il calcio italiano varò una delle tante iniziative che sono durate il giro di qualche settimana. Storpiando il significato e il concetto di “terzo tempo” rugbistico – che nella palla ovale è un sano dopo partita con gli avversari a base di birra – la Serie A introdusse il terzo tempo de’noantri. Che in soldoni prevedeva il saluto degli avversari al triplice fischio finale dell’arbitro e il ringraziamento al pubblico. Meteora che fece capolino sui campi italiani su iniziativa veltroniana della Fiorentina di Cesare Prandelli allora allenatore in ascesa che cercò di cucirsi addosso l’abito dell’uomo di sport. Il calcio italiano respinse rapidamente la novità come un corpo estraneo. È una questione culturale e la cultura non può essere imposta, è frutto di un processo lungo che dev’essere metabolizzato.

Nel 2018 in Italia 451 aggressioni agli arbitri di calcio

Dieci anni dopo, di Cesare Prandelli si sono perse le tracce (come di Veltroni del resto, almeno in politica). L’ultima sua esperienza in panchina si è chiusa qualche mese fa nell’Al Nasr, squadra degli Emirati Arabi Uniti. In compenso però, e non senza qualche campanello d’allarme, l’ultima partita della Nazionale di rugby ha fatto registrare la tendenza opposta e cioè il rugby che emula il calcio, e non può mai essere una notizia positiva. Per ora, siamo all’uomo che morde il cane. Per fortuna distanti anni luce dalle 451 aggressioni arbitrali registrate in Italia nel 2018 nel calcio. Né si hanno notizie di risse tra genitori alle partite di rugby dei loro figli. I due sport restano pianeti distanti. Però qualcosa, purtroppo per il rugby, comincia a muoversi.

Le critiche del ct dell’Italia

È successo che l’Italia ha perso il suo diciottesimo match sui diciotto disputati contro l’Australia. Stavolta, però, a finire sotto processo è stato soprattutto l’arbitro. Il francese Gauzere è stato accusato di aver annullato una meta regolare agli azzurri, di averne convalidata una irregolare ai wallabies e di aver sorvolato su altre irregolarità senza peraltro avvalersi del supporto televisivo. Che nel rugby non si chiama Var bensì Tmo.

Il punto, però, sono le dichiarazioni rilasciate a fine partita dal ct azzurro O’ Shea: «Ha ragione il ct dell’Inghilterra Eddie Jones che alle riunioni degli arbitri non va più. Lo farò anche io, tanto è fatica sprecata. Potrei anche scrivere al capo degli arbitri, ma a cosa servirebbe? Sui raggruppamenti agli australiani l’arbitro consigliava di togliere le mani, a noi fischiava subito punizione. E sulla meta annullata a Tebaldi non consultare il Tmo, che è lì a disposizione, mi sembra al di là di ogni immaginazione. Era meta, e avrebbe cambiato la partita».

Il dibattito

Dichiarazioni in perfetto stile calcistico. E forse, a leggere i quotidiani italiani, sembra che – almeno a livello professionistico – il rugby non sia più un pianeta parte. La Stampa scrive: “sarebbe ipocrita non ammettere che oggi nella palla ovale esiste una questione arbitrale”. Il Corriere della Sera torna sulla vicenda con un approfondimento: “Il rugby ha un problema e farebbe bene a non sottovalutarlo. Difficilmente si vedrà un giocatore protestare in campo, ma l’aria è cambiata e le cose possono solo peggiorare”. E conclude così: “Il pubblico del rugby è ancora civile e paziente e per ora protestano solo gli allenatori. Ma rovinare tutto è un attimo. E sarebbe la fine della diversità dal calcio alla quale il mondo del rugby tiene, giustamente, moltissimo”.

Diversità, ci sentiamo di rassicurarli, che al momento è bella salda. Visto che è bastata un’accusa a un arbitraggio infelice per aprire il dibattito. Il calcio, per fortuna degli amanti della palla ovale, viaggia in un’altra di dimensione. Ahi noi, spesso lontana dal concetto di sport. 

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