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Listeriosi: in Spagna è epidemia

People For Planet - Mer, 08/28/2019 - 15:57

Diramata dalle autorità spagnole un’allerta mondiale: in questo periodo sono molti i turisti presenti su territorio iberico potenzialmente a rischio di contagio.

Oltre 532 contagi sospetti, 193 casi confermati, tre decessi. E’ questo attualmente il bilancio dell’epidemia di listeriosi che ha colpito una decina di giorni fa la Spagna, in particolare la regione meridionale dell’Andalusia, dove è stato registrato il maggior numero di infezioni. Cui si è aggiunto, l’altro ieri, il primo caso fuori dai confini iberici, un cittadino britannico che si sarebbe infettato durante la sua permanenza in Andalusia. Le autorità spagnole hanno diramato in via precauzionale un’allerta mondiale: in questo periodo infatti sono molti i turisti provenienti dall’estero presenti in territorio iberico, e quindi potenzialmente a rischio di contagio.

La buona notizia è che l’epidemia sta iniziando a rallentare: nella giornata dell’altro ieri (26 agosto) è infatti stato confermato un solo nuovo caso, portando i contagi accertati a 193.

Carne contaminata

A scatenare l’epidemia della tossinfezione alimentare che ha colpito la Spagna e soprattutto la regione dell’Andalusia sembrerebbe essere stato il consumo di “carne mechada” (affettato di arrosto di maiale tipico della regione) prodotta dalla  Magrudis, società con sede a Siviglia. Secondo il quotidiano spagnolo El Pais, infatti, sia il carrello del forno che gli aghi da lardo utilizzati per produrre il particolare tipo di carne sono risultati positivi alla presenza del batterio Listeria monocytogenes.

Cos’è la listeriosi

La listeriosi è un’infezione causata da Listeria monocytogenes, un batterio comunemente presente nel terreno, nell’acqua, nella vegetazione e nelle feci di molte specie animali. Solitamente è data dall’ingestione di cibo contaminato e per questo motivo viene classificata fra le tossinfezioni alimentari, ovvero le infezioni malattie trasmesse attraverso gli alimenti. Tra i cibi che possono trasmettere l’infezione ci sono pesce, carne e verdure crudi, latte non pastorizzato, formaggi a pasta molle, cibi trasformati e pronti all’uso. L’incubazione media è di tre settimane, ma può prolungarsi fino a 70 giorni.

I sintomi

La sintomatologia che accompagna la listeriosi è molto variabile: può essere assente o presentarsi simile a quella delle sindromi simil-influenzali con febbre, dolori muscolari, malessere generalizzato, spossatezza, diarrea, nausea e vomito, fino ad arrivare a encefaliti, meningiti e forme acute di sepsi (questi ultimi sintomi sono tipici della forma più grave di listeriosi, detta anche “sistemica”, che dall’intestino si diffonde nel sangue e in tutto l’organismo, arrivando al sistema nervoso).

Se contratta da persone adulte e in salute solitamente la listeriosi non comporta gravi problemi. Particolare attenzione deve invece essere posta alle persone più fragili come bambini piccoli, anziani e soggetti con le difese immunitarie compromesse, che rischiano le conseguenze più gravi nelle forme severe dell’infezione, e alle donne in gravidanza: l’infezione contratta durante la gestazione può infatti comportare serie conseguenze sul nascituro (morte fetale, aborto, parto prematuro). Soprattutto nei casi più delicati a fare la differenza è una diagnosi tempestiva.

Come evitare il contagio

Poiché il batterio Listeria monocytogenes è molto diffuso nell’ambiente è praticamente impossibile scongiurare completamente il contagio. È però possibile ridurre al minimo il rischio di infezione rispettando una buona prassi igienica nella preparazione dei cibi e, in generale, a livello alimentare. In particolare, come si legge su EpiCentro, il portale di epidemiologia per gli operatori sanitari dell’Istituto superiore di sanità (Iss), diverse sono le raccomandazioni per la prevenzione della listeriosi:

Raccomandazioni per il lavaggio e la manipolazione degli alimenti:

  • risciacquare accuratamente gli alimenti crudi, come frutta e verdura, sotto l’acqua corrente prima di mangiarli, tagliarli o cuocerli (anche se verranno sbucciati)
  • pulire alimenti come meloni e cetrioli con una spazzola pulita
  • asciugare i prodotti con un panno pulito o un tovagliolo di carta
  • separare le carni crude dalle verdure e dai cibi cotti e pronti al consumo.

Raccomandazioni per la cucina:

  • lavare le mani, i coltelli, i piani di lavoro, e i taglieri dopo manipolazione e la preparazione cibi crudi
  • mantenere la temperatura del frigorifero entro i 4°C e del congelatore sotto i -17°C
  • mantenere il frigorifero pulito, soprattutto da avanzi di carni cruda
  • pulire le pareti interne e ripiani del frigorifero con acqua calda e sapone liquido.

Raccomandazioni per la cottura della carne:

  • cuocere accuratamente e completamente il cibo derivato da animali.

Raccomandazioni per la conservazione sicura degli alimenti:

  • consumare i prodotti precotti, o pronti per il consumo alimentare, appena possibile
  • non conservare i prodotti refrigerati oltre la data di scadenza
  • dividere gli avanzi di cibo in contenitori poco profondi così da farli raffreddare più velocemente, chiuderli e consumarli entro 3-4 giorni.

Raccomandazioni sui cibi da preferire/evitare:

  • non mangiare formaggi molli (o bere latte) se non si ha la certezza che siano prodotti con latte pastorizzato.

In particolare i soggetti a rischio come le donne in gravidanza e le persone immunodepresse dovrebbero anche:

  • evitare di mangiare panini contenenti carni o altri prodotti elaborati da gastronomia senza che questi vengano nuovamente scaldati ad alte temperature
  • evitare di contaminare i cibi in preparazione con cibi crudi e/o provenienti dai banconi dei supermercati
  • non mangiare paté di carne freschi e non inscatolati
  • non mangiare pesce affumicato, a meno che non sia inscatolato in forme che non deperiscono a breve scadenza.
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Soia e carne bruciano l’Amazzonia: il 7 settembre con Jodorowsky piantiamo un albero

People For Planet - Mer, 08/28/2019 - 15:00

Direttamente da facebook riproduciamo questa straordinaria analisi di The Guardian e dell’esperto forestale Giorgio Vacchiano divenuta virale con più di 20.000 condivisioni, un pezzo fondamentale per non raccontarci più balle su molte questioni  e in particolare per prenderci tutte intere le nostre responsabilità da consumatori di soia sia in versione vegetariana che onnivora.  (fonte immagine di copertina Wikimedia). 

Occorre smettere di acquistare carne sottocosto,  che non sia prodotta e alimentata solo nel nostro paese e che sia allevata nel rispetto della vita degli animali almeno fino al macello. Una carne simile costa necessariamente di più, ma da Chianino ed onnivoro incallito non posso non affermare che il consumo di carne già in flessione importante nel nostro paese deve ridursi in maniera drastica.

Mangiarne molta meno e mangiarla solo proveniente da allevamenti alimentati solo con prodotti coltivati nel nostro paese e nella scelta di essere vegetariani o vegani occorre che la  soia  sia certificata biologica e che sia proveniente da paesi che rifiutano gli OGM e certamente non da nuovi terreni bruciati per fare posto a questa pianta fantastica addentata dalla  speculazione.

Continua a leggere l’appello del maestro Alejandro Jodorowsky su ECQUOLOGIA.COM di Fabio Roggiolani

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Lady Diana: 22 anni dopo la morte ancora nei nostri cuori

People For Planet - Mer, 08/28/2019 - 11:45

Sono passati già 22 anni da quel triste 31 agosto 1997 “Mia madre mi manca ogni singolo giorno. E sono passati vent’anni da quando è morta”, ha raccontato principe William ricordando la tragica scomparsa di mamma Diana.

Dopo 22 anni dalla triste tragedia, Parigi ha deciso di dedicare un memorial alla principessa che ha tanto amato: la piazza al di sopra del ponte del l’Alma prenderà il nome di Place Diana, Princesse de Galles, un modo per renderle omaggio e per permettere ai parigini – e non solo – di commemorarla, perchè la perdita di Lady D non è stata solo per la Famiglia Reale, ma per il mondo intero.

Icona di stile e protagonista suo malgrado del gossip, Lady D può essere considerata a buon diritto uno di quei personaggi che hanno segnato la storia del costume e la commozione che ha accompagnato le sue esequie – chi non ricorda i tantissimi fiori lasciati di fronte a Buckingham Palace in quei giorni – ne fu l’ennesima prova. Ripercorriamo insieme la vita della principessa e con essa, i motivi per i quali la sua figura si è imposta al grande pubblico come solo i personaggi romantici (e ahimé sfortunati) sanno fare.

Chi era Lady D, il matrimonio i doveri reali a il ruolo di madre amorevole e perché soprannominata la “Principessa triste“: Continua a leggere (Fonte: “Lady Diana: la favola della principessa triste che affascina ancora oggi” –  DONNAMODERNA.COM di Alessia Sironi

Dalla stampa nazionale:

Vittima assieme al compagno Dodi di un grave incidente a Parigi, la notte del 31 agosto 1997: Lady D morirà in ospedale 4 ore dopo. Tunnel de l’Alma, Parigi: notte tra il 30 ed il 31 agosto 1997 – Ore 00:25

Erano passate poche ore tra l’arrivo a Parigi dalla Sardegna di Lady Diana Spencer e del compagno Dodi Al-Fayed e l’inferno del Tunnel de l’Alma.

Una Mercedes SL380 di colore nero ha appena impattato a forte velocità contro il tredicesimo pilastro della galleria nel pieno centro di Parigi, arrestandosi sul lato destro della carreggiata. L’odore degli pneumatici bruciati e del combustibile sversato fanno da cornice al suono continuo del clacson della vettura con a bordo la coppia che riempiva le pagine della cronaca rosa di quegli ultimi anni.

Quello scempio di lamiere era fino a pochi minuti prima l’auto di servizio dell’Hotel Ritz, di proprietà del padre di Dodi. La coppia era salita a bordo della Mercedes per trasferirsi dall’hotel ad un appartamento della famiglia in Rue Arsène Houssaye (a poca distanza da Place Vendome) in quanto la coppia temeva di essere stata scoperta dai paparazzi.

Alle 00:20 circa a bordo dell’auto erano saliti la principessa e il compagno Dodi, prendendo posto sui sedili posteriori. Alla guida è Henri Paul; il quarto passeggero è Trevor Rees-Jones, guardia del corpo di Al-Fayed. Nello stesso momento la direzione dell’albergo fa uscire un’altra Mercedes nera, un’auto-esca per sviare i fotografi.

Ore 00:26 – Pochi secondi dopo lo schianto, giungono sul posto i fotografi Romuald Rat e Stéphane Darmon in sella alle loro motociclette. Di fronte a loro la scena è raccapricciante. il blocco motore della Mercedes era stato espulso e proiettato alcuni metri più avanti. Rat è il primo a riconoscere Dodi Al-Fayed intrappolato tra le lamiere in stato di incoscienza. Altri due fotografi, Arnal e Martinez, raggiungono il luogo dell’incidente. Partono le prime confuse telefonate ai soccorsi, mentre i flash dei paparazzi immortalano l’auto di Diana. Continua a leggere (Fonte “Lady Diana: la cronaca dell’incidente di 20 anni fa” –  PANORAMA.IT di Edoardo Frittoli)

Fonte: Lady Diana, perché dopo tanti anni è ancora così amata? RAI

L’INCIDENTE MORTALE DI LADY DIANA DIVENTA L’ATTRAZIONE 3D DI UN PARCO A TEMA: È POLEMICA. Il parco a tema del Tennesee National Enquirer Live, che prende il nome dall’omonimo giornale scandalistico, renderà l’incidente in cui è morta Lady Diana un’attrazione turistica.

(…)Stando a quanto riportato da Daily Beast, i visitatori potranno rivivere le dinamiche dell’incidente attraverso un’animazione 3D ed esprimere, al termine dell’esperienza, la loro opinione su come siano realmente andate le cose. Un’iniziativa che sta facendo discutere, a detta di molti macabra, ma per l’imprenditore Robin Turner assolutamente come un’altra:

È tutto proiettato. Si possono vedere i palazzi e le strade in 3D. Mostra il percorso da quando ha lasciato l’hotel Ritz, i paparazzi che la inseguono e i flash che, crediamo, abbiano abbagliato l’autista. Mostra cosa è accaduto. Non c’è sangue, niente di tutto ciò. Verrà chiesto cosa si crede sia successo, le cause della morte e chi c’è dietro. Chiediamo cose tipo: ‘Credi che la Royal Family sia coinvolta? Credi che lei fosse incinta?’. Non è di cattivo gusto. Mostriamo solo quello che è accaduto, e per quelli che non sono stati a Parigi è un modo per vedere la topografia della città”.

Continua a leggere (Fonte: FOXLIFE.IT di Maria Teresa Moschillo)

Fonte immagine: ROLLING STONE

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Lilly e vagabondo, l’interprete di Biagio è un vero trovatello adottato dai produttori

People For Planet - Mer, 08/28/2019 - 10:00

Sappiamo come la storia di Hollywood sia piena di persone che aspettano la loro grande occasione, che di solito gli si presenta da un giorno all’altro: stessa cosa per può accadere per gli animali, e infatti la storia del protagonista del live-action di Lilli e il Vagabondo è piuttosto curiosa.

Il suo vero nome è Monte, e originariamente fu trovato in un rifugio per animali in Arizona. I cineasti si imbatterono in lui all’HALO Animal Rescue di Phoenix, dove il Monte era stato trasferito da un rifugio nel New Mexico quando era ancora solo un cucciolo.

Nell’aprile 2018 venne adottato per una sorta di progetto top-secret che non venne rivelato ad Heather Allen, presidente e CEO di HALO, che non aveva la minima idea di cosa volessero quelle persone dal cane, ma era comunque entusiasta che il cucciolo sarebbe andato a vivere in una vera casa.

Continua a leggere su CINEMA.EVERYEYE di Matteo Regoli

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Modelli di economia circolare per arrivare a “Zero waste”

People For Planet - Mer, 08/28/2019 - 07:00

Una parte dei rifiuti oggi non è riciclabile e non viene recuperata per motivi tecnici, ma anche per motivi normativi o di modelli di gestione non avviati o non adeguati.

Un’altra parte di rifiuti deriva anche dalla lavorazione delle diverse sezioni della differenziata (carta, plastica, metallo, vetro): c’è una parte di scarti che a oggi non è riciclabile.

La prima cosa che viene in mente è la plastica di basso pregio, ovvero il monouso, che non è riciclabile né recuperabile, ed è per questo che l’Unione europea si è mossa da tempo con azioni specifiche per la plastica, ma non solo: vi sono altre tipologie di rifiuti urbani che non vengono a oggi sufficientemente differenziati. Per questo motivo dunque l’UE si è mossa anche per incrementare la biocircolarità di tutti i rifiuti urbani (Vedi Direttive UE Pacchetto economia circolare).

L’economia circolare può dare una grossa mano all’incremento delle quote riciclabili e recuperabili: le tecnologie che si muovono in queste direzioni, soprattutto in ambito industriale, daranno una grossa spinta all’obiettivo “rifiuti zero”. Chi produce non può più non considerare l’intero ciclo di vita del prodotto e non può più non assumersi la responsabilità del fine vita.

I divieti di utilizzo della plastica monouso, come nelle iniziative che stanno prendendo piede in tante parti di Italia, sono lodevoli e necessarie ma serve un cambiamento globale all’origine, alla produzione, con prodotti e beni pensati e progettati per essere riciclabili o recuperabili: il design for recycling.

Per tutte queste ragioni a oggi gli impianti – che con i sistemi attuali, in un ciclo di gestione del rifiuto avanzato e moderno, potrebbero arrivare a quote molto alte, ma non ancora pari al 100% – non possono cessare improvvisamente di esistere.

L’economia circolare però deve essere vista come una “stella cometa”, come direzione da seguire senza dogmi, ma anche senza pregiudizi. Un paradigma che eviti gli approcci apocalittici (saremo sepolti dai rifiuti), sia eccessivamente utopistici (i rifiuti spariranno in breve).

Chi ci governa – a tutti i livelli – è sempre più spesso impaurito dal conflitto o dai cambiamenti rapidi di rotta. Fare economia circolare oggi significa fare più impianti per il riciclo (digestori anaerobici, compostaggio, riciclo, piattaforme TMB), ma anche avere gli impianti a cui destinare gli scarti del riciclo e i rifiuti non riciclabili finché non si sarà in grado di smettere di produrre tutto ciò che non è circolare (termovalorizzatori).

Fare in modo, al contempo, che gli impianti di termovalorizzazione siano sempre più monitorati e controllati, che le procedure di gestione siano funzionali a garantire il minimo livello di emissioni nocive possibile, e che vengano ridotti e gestiti in maniera ottimale i casi malfunzionamento degli impianti.

E far sì che “economia circolare” oggi voglia dire sempre più rifiuti zero (con tutte le azioni possibili messe in campo dall’ente pubblico gestore del sistema, vedi articolo Comuni verso il “Rifiuti zero”) e che voglia dire anche coinvolgere sempre più “fette” di industria: cartiere, acciaierie, vetrerie, manifattura per la plastica, i tessuti, i materiali da costruzione, l’automotive, la cosmetica, l’agroalimentare, le bioraffinerie.

Il percorso verso lo zero rifiuti va avviato e sostenuto a livello globale da norme che favoriscano e non blocchino il riciclo e il recupero, come per alcune tipologie di rifiuto oggi accade, e a livello locale da percorsi di gestione del ciclo verso il modello Rifiuti zero.

Andrebbe sostenuto a tutti i livelli il design for recycling: alla base della progettazione e riprogettazione di ogni nuovo bene di consumo. Design for recycling, raccolta differenziata, riuso, recupero, compostaggio, trattamenti selettivi pre-incenerimento a monte, gestione dei sottoprodotti solidi post termovalorizzazione, ecc.: tutto deve concorrere al fine di azzerare la produzione di rifiuti e a rendere inutili i termovalorizzatori e, a maggior ragione, le discariche.  Perché di questi impianti, non se ne debbano costruire di nuovi, e si possa arrivare a portare gli esistenti via via a dismissione.

Immagine di copertina: Foto di annca da Pixabay

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Brexit: sparito il murale di Banksy con bandiera Ue

People For Planet - Mar, 08/27/2019 - 17:00

 E’ misteriosamente sparito ieri il gigantesco murale dedicato alla Brexit che Banksy aveva eseguito nel maggio 2017 su un’intera parete di un edificio nelle vicinanze del porto di Dover, nel sudest dell’Inghilterra.

A man has a picture taken next to a mural by artist Banksy of a workman removing a star from the EU flag in Dover England on Monday May 8, 2017. The mural which appeared Sunday near the ferry terminal in Dover. The street artist Banksy has let the world know his take on Britains decision to leave the European Union. Banksy has created a large mural in the British port of Dover showing a workman chipping away one of the 12 stars on the EU flag. (Gareth Fuller/via AP)
Fonte: ANSA.IT

 Secondo quanto riporta oggi la Cnn, che pubblica le immagini della parete con e senza l’opera, il murale – che raffigurava un operaio impegnato a cancellare una delle stelle dalla bandiera d’Europa – è scomparso durante il fine settimana.

Continua a leggere su ANSA.IT

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Hong Kong: dalla guerra dell’oppio di ieri ai manifestanti di oggi

People For Planet - Mar, 08/27/2019 - 15:00
Spari di pistola

Domenica sera, durante l’ennesimo scontro particolarmente violento tra manifestanti e forze dell’ordine, la polizia ha sparato in aria un colpo di pistola d’avvertimento. I manifestanti, che stavano caricando i poliziotti costringendoli ad indietreggiare, sono subito arretrati di alcuni metri spaventati dall’esplosione. I poliziotti a quel punto hanno estratto le pistole e le hanno puntate contro la folla per farla indietreggiare.

Ieri

La questione politica di Hong Kong è fra le più complesse al mondo: l’isola è geo-politicamente cinese, ma mantiene un’indipendenza tale da avere uno statuto, una bandiera e persino un linguaggio scritto proprio (il cinese tradizionale, a dispetto del mandarino semplificato della parte continentale). Questo perché alla fine della Prima Guerra dell’Oppio (che vide la Dinastia Qing avere scontri con quasi mezza Europa) l’impero Britannico, con il Trattato di Nanchino (1842), si fece cedere dall’imperatore Qing l’isola di Hong Kong, allora (come ora) un importante porto strategico esattamente nel mezzo della via della seta e lo scalo obbligato di moltissime navi mercantili. La cessione era dapprima secula seculorum, che significa che l’impero britannico avrebbe potuto usufruire dell’isola di Hong Kong in perpetuo, poi, nella terza guerra dell’Oppio, anche a causa dello sgretolamento cui andava incontro l’impero per via dei moti di ribellioni interne alle colonie (Ghandhi, per esempio, in India) il periodo di cessione dell’Isola di Hong Kong fu rinegoziato a 99 anni. Era il 1898. Nel 1997, in una delle più grandi operazioni diplomatiche di questo secolo, l’oramai ex impero britannico, a oggi solo Regno Unito, e il governo della Repubblica Popolare Cinese, formato dopo la caduta dell’impero Qing, si scambiarono la sovranità del territorio.

Oggi

Per favorire lo scambio e agevolare la transizione di Hong Kong da colonia britannica a provincia cinese le fu riconosciuta una autonomia politica, economica e culturale al pari di uno stato sovrano: pur appartenendo alla Cina, Hong Kong vanta infatti tutti i privilegi della vicina Singapore (tranne per l’obbligo di versare una quota degli introiti al governo centrale, come del resto era già costume sotto gli inglesi). Le manifestazioni che da qualche mese a questa parte infiammano le strade della provincia autonoma cinese hanno a che fare con questo aspetto, perché lo statuto di Hong Kong vanta un sistema giudiziario autonomo, dunque rappresenta un porto franco per tutti gli oppositori della “dittatura di fatto” di Xi Jinping (amorevolmente chiamato Winnie Pooh) i quali, per sfuggire alla persecuzione politica, si rifugiano sull’isola. Ed è qui che entra in gioco L’Extradition Bill: un disegno di legge che se fosse stato approvato (è per ora “sospeso fino a data da destinarsi”) avrebbe spedito tutti i criminali che rischiano una pena di 7 o più anni a farsi giudicare in Cina. Con ogni evidenza il Bill era mirato agli oppositori politici del regime. I quali verrebbero forzosamente estradati con accuse fabbricate per poi sparire nel nulla. O almeno questo è quello che i manifestanti credono. Nonostante il Bill sia stato sospeso, le manifestazioni contro questo emendamento filo-cinese non si sono arrestate e sono degenerate in veri e propri scontri tra civili e polizia, al punto che la Cina stessa ha mobilitato le proprie forze armate ai confini della provincia. 

Domani

L’esplosione di un colpo di pistola d’avvertimento, come accaduto domenica scorsa, rappresenta il nuovo picco di tensione delle manifestazioni ad Hong Kong. Cosa succederà quando anche questo picco verrà sormontato?

O la Cina reprimerà la rivolta in toto, annullando le convenzioni internazionali garantite ad Hong Kong come provincia indipendente dal 1997, o la NATO e Hong Kong lotteranno per il diritto di emancipazione dall’egemonia di Xi Jinping. Oppure, cosa molto probabile, la Cina mollerà il colpo sulle estradizioni, cercando un modo più subdolo per applicarle, ma la manifestazione cesserà e di conseguenza i disordini e le tensioni.

Il clima di instabilità dovuto dalle differenze tra i figli di terza generazione sotto regime britannico, che vedono nella Cina più un carceriere che un sovrano, e della Cina, che vuole riprendere il controllo di un territorio che è solo ed esclusivamente sulla carta, potrebbero innescare una quarta guerra dell’Oppio con esiti del tutto imprevedibili: non si esclude una coalizione cino-russa contro il blocco euro-britannico-americano, in termini di relazioni diplomatiche. 

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Sei ottimista? La tua vita sarà molto lunga

People For Planet - Mar, 08/27/2019 - 13:00

Chi è ottimista vive più a lungo: è stata osservata una stretta relazione fra l’affrontare la vita in modo sempre positivo e la longevità. In media l’ottimismo allunga la durata della vita dell’11-15% in più rispetto ai non ottimisti, come documenta uno studio dell’università di Boston pubblicato sulla rivista dell’Accademia americana delle scienze (Pnas).

Fra gli over 85 sono più numerosi coloro che affrontano la vita in modo positivo, e questo indipendentemente dallo stato socio-economico, le condizioni di salute, la depressione e lo stile di vita. Non solo dunque essere ottimisti protegge di più dalle malattie croniche e da una morte prematura, come hanno accertato precedenti studi, ma dà maggiori probabilità di avere anche un’eccezionale longevità.

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Stop alle ONG dei cieli

People For Planet - Mar, 08/27/2019 - 10:42

L’Italia tarpa le ali alle vedette volanti. Da quasi un mese, Moonbird e Colibrì, i due aerei leggeri delle ong che sorvolano il Mediterraneo per avvistare i gommoni dei migranti, non possono decollare da Lampedusa né da altri scali del nostro Paese. “Le norme nazionali impongono che quei velivoli possano essere usati solo per attività ricreative e non professionali“, sostiene infatti l’Enac, l’Ente nazionale per l’aviazione civile. Qualche sorvolo riescono ancora a farlo, ma con grande difficoltà, e partendo da aeroporti più lontani, in altri Stati. Dopo la desertificazione di un pezzo di mare davanti alla Libia a colpi di decreti sicurezza, si rischia dunque la desertificazione del cielo.

Chiunque abbia partecipato a missioni di Search and Rescue sulle navi delle ong (ieri la tedesca Lifeline ha soccorso un centinaio di migranti a 31 miglia dalla costa libica, sa  quanto sia importante avere due occhi che scrutano dall’alto. È il modo più efficace, talvolta l’unico, per individuare i gommoni e segnalarne tempestivamente la posizione ai soccorritori. Le coordinate sono trasmesse via radio dall’equipaggio di Moobird (un Cirrus Sr22 che vola per la no profit svizzera Humanitarian Pilote Initiative, in collaborazione con la ong tedesca Sea-Watch) e di Colibrì (un Mcr-4S a elica costato 130.000 euro ai francesi di Pilotes Volontaires). Secondo un’inchiesta del Giornale, dal primo gennaio agli inizi di giugno Colibrì e Moonbird hanno accumulato 78 missioni, 54 delle quali partite dallo scalo di Lampedusa. L’aeroporto a loro interdetto. Continua a leggere (Fonte: Stop alle ong dei cieli, l’Italia blocca gli aerei che avvistano i migranti da REPUBBLICA.IT di Marco Mensurati (A Bordo Della Mare Jonio) E Fabio Tonacci)

Dalla stampa nazionale:

MIGRANTI, STOP AGLI AEREI DI SEA WATCH. “ENNESIMO OSTACOLO AL SOCCORSO” – Per Sea Watch il blocco dei velivoli per “complicazioni burocratiche” è l’ennesimo tentativo di ostacolare l’attività di soccorso in mare delle ong. “Le nostre operazioni aeree sono attenzionate perché gli occhi della società civile danno fastidio, sia in cielo che in mare”, sottolinea la portavoce Giorgia Linardi. 

Intanto, secondo quanto rivelato dal quotidiano britannico The Guardian a inizio agosto, proprio il controllo aereo delle frontiere marittime sta diventando uno dei tasselli fondamentali della presente e futura strategia messa in campo dall’Europa per il controllo dei flussi migratori. L’agenzia europea di sorveglianza delle frontiere esterne Frontex oltre a gestire le politiche di rimpatrio degli stati membri dell’Ue è parte anche di un investimento da 103 miliardi di euro in aeromobili a pilotaggio remoto. Droni, telecamere aeree sul Mediterraneo, per controllare i confini e in teoria anche i naufragi che lì avvengono. Tuttavia alla richiesta di inviare copia delle istruzioni che gli operatori dei droni dovrebbero seguire qualora “intercettassero” un’imbarcazione in stato di pericolo, Frontex ha risposto di non poter inviare quei materiali. Continua a leggere (Fonte DIFESAPOPOLO.IT di Eleonora Camilli e Francesco Floris)

  • TUTTI I NUMERI DEGLI SBARCHI 2019 (1 GENNAIO – 19 AGOSTO) – Sono almeno 683 migranti e rifugiati sono morti nel Mediterraneo dall’inizio dell’anno al 19 agosto mentre tentavano di giungere in Europa via mare (di queste quasi 600 persone hanno perso la vita o risultano disperse nel Mediterraneo centrale). Anche se poco fa è arrivata la notizia di un nuovo possibile naufragio che coinvolge oltre cento persone davanti alle coste della Libia.

A lanciare l’allarme è stato il servizio di supporto a coloro che si trovano in difficoltà nel Mediterraneo nel tentativo di arrivare in Europa, Alarm Phone, che su Twitter parla di un’imbarcazione capovolta a largo delle coste libiche. Come si evince dall’infografica che pubblichiamo e in cui abbiamo usati le elaborazioni di Matteo Villa ricercatore Ispi che ormai da anni svolge un lavoro attento e insostituibile, sui dati dell’Unhcr e Ministero dell’Interno, il ruolo delle barche (ormai non più di tre) delle ong è risibile, eppure metre i migranti in arrivo grazie a scafisti doc sbarcano tranquillamente sulle nostre coste, il nostro Ministro della paura continua a concentrasi solo sull’inezia rappresentata dalle Ong. E non se ne vede la ragione Continua a leggere e guarda lìinfografica (Fonte: VITA.IT)

  • MIGRANTI IN CALO MA “SBARCHI FANTASMA” IN AUMENTO, ECCO IL VERO PROBLEMA – Lontano dai riflettori, in Sicilia e in Calabria gommoni e piccole barche continuano ad arrivare sulle coste italiane. Ma il Governo non ne parla. Fonti ufficiali del Ministero degli Interni riportano i seguenti dati a proposito dei migranti sbarcati in Italia: 85.207 sbarchi nel 2017, 16.935 nel 2018, e 3.073 nel 2019.

A scanso di equivoci, al di là delle strumentalizzazioni politiche e della distanza, legittima, tra la realtà dei fatti e la percezione dei cittadini, il calo degli sbarchi in Italia è incontestabile. In particolare a Lampedusa, si è passati dagli 11000 del 2017 ai 3900 del 2018 ma oggi, a inizio estate, nel 2019 sono già 1084, segno evidente che “i porti chiusi” pubblicizzati dall’attuale governo non sono affatto chiusi. L’audizione in commissione antimafia portata dal procuratore della Repubblica di Agrigento dott. Patronaggio mette sul banco fatti molto distanti dalla narrazione della propaganda di Salvini. Se è vero che gli sbarchi registrati nella provincia di Agrigento, in particolare a Lampedusa, sono crollati, il procuratore mostra preoccupazione per i cosiddetti sbarchi fantasma: imbarcazioni di piccole dimensioni, che giungono soprattutto dalla Tunisia, non dalla Libia, con a bordo poche decine di persone, delle quali si sa poco o nulla. Sugli “sbarchi fantasma” a inizio anno il Sole 24 Ore scriveva che ogni anno arrivano in Italia fra le 3.500 e le 5.000 persone, ma in realtà quanti siano nessuno lo sa esattamente, i dati in possesso non sono certi. Continua a leggere (Fonte: PEOPLE FOR Planet di Stela Xhunga)

Fonte immagine VITA.IT

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Incendi in Amazzonia: 7 piccoli gesti quotidiani per aiutare la foresta in fiamme

People For Planet - Mar, 08/27/2019 - 10:00

La foresta pluviale più grande al mondo sta bruciando. Sotto la pressione e l’allarme internazionale, il presidente brasiliano Jair Bolsonaro si è deciso a inviare l’esercito in Amazzonia per cercare di domare gli incendi.

(…) Gli incendi in Amazzonia sono una vera e propria emergenza. Ma noi cosa possiamo fare? Come possiamo intervenire? Non possiamo di certo spegnere le fiamme, ma con alcuni piccoli gesti possiamo renderci utili.

  1. Eliminare o almeno ridurre il consumo di manzo importato dal Brasile. Gli allevamenti di bovini sono una delle prime cause di deforestazione dell’Amazzonia;
  2. Ridurre il consumo di carta e legno che provengono dalla foresta amazzonica, o acquistare prodotti certificati;
  3. Condividere notizie e parlare di quello che sta succedendo nella foresta amazzonica usando l’hashtag #PrayforAmazonia;

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‘Marte grande come la Luna’

People For Planet - Mar, 08/27/2019 - 09:21

Arriva il 27 agosto e, puntuale, torna la bufala secondo cui Marte apparirà grande come la Luna. E’ ormai dal 2003 che il messaggio relativo al pianeta rosso salta fuori, complice l’annuncio di un evento epocale che tornerebbe a verificarsi solo nel 2287. Inutile, in realtà, trascorrere ore con il naso all’insù. Marte non apparirà assolutamente grande come la Luna. La storia si basa sull’evento che si verificò il 27 agosto di 16 anni fa, quando Marte raggiunse il punto più vicino alla Terra negli ultimi 60.000 anni. La distanza, in ogni caso, non scese al di sotto dei 56 milioni di km. Il pianeta rosso, a chi utilizzò un telescopio, si presentò più grande.

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Il calcio sta virando verso l’ottusità

People For Planet - Mar, 08/27/2019 - 07:36

Chi siete? Cosa fate? Cosa portate? Un fiorino.
Gli arbitri, e di conseguenza il calcio, stanno assomigliando sempre più ai doganieri di “Non ci resta che piangere”, il film con Massimo Troisi e Roberto Benigni. Il gioco sta virando, si spera non irrimediabilmente, verso l’ottusità. È quel che sta accadendo con la nuova norma relativi ai falli di mano in area di rigore. Una regola del tutto priva di buon senso, che ha eliminato il fattore volontarietà: fattore fino ad oggi fondamentale nell’assegnazione di un calcio di rigore. Oggi può bastare un tocco fortuito per arrivare a un calcio di rigore oppure a discussioni interminabili come accaduto in Udinese-Milan. Discussioni interminabili per episodi su cui prima non ci si sarebbe soffermati nemmeno un secondo. Addirittura a Cagliari viene fischiato a un calciatore che era di spalle.

Stiamo arrivando a uno snaturamento del gioco. Il calcio non può essere la scherma, con tutto il rispetto di una nobile arte come quella della scherma. Ma i principi alla base dei due sport sono completamente diversi. Non basta toccare il pallone col braccio per vedersi assegnata una punizione contro, altrimenti gli attaccanti cominceranno a mirare alle braccia degli avversari.

Su Repubblica, Gianni Mura ha sintetizzato perfettamente il concetto: “Le nuove regole, sul mani specialmente, sono un’idiozia totale. Quelli che in teoria dovrebbero migliorare il calcio, ne hanno snaturato lo spirito e lo stanno ammazzando. Scriviamolo, diciamolo, gridiamolo”.

Domenica scorsa, dichiarazioni improntate alla ragionevolezza sono arrivate da Marco Giampaolo allenatore del Milan: «Sui falli di mano in area, credo che ci si debba affidare al buon senso dell’arbitro. È lui che deve decidere di quale fallo di mano si tratta. Anche con l’aiuto del Var. È da questi particolari che si valuta la bravura di un arbitro, vale per i tocchi di mani e per i fuorigioco».

Non si può meccanizzare tutto, non nel calcio. Chi scrive, è favorevole al Var, è favorevole alla gol line technology, fondamentale domenica per il gol di Kolarov. Ovviamente di tutto dev’essere fatto un uso intelligente. Altrimenti presto bisognerà dare ragione a chi si opponeva all’introduzione del Var, al concetto – ovviamente banalotto – di verità affidato a una telecamera. Il fallo di mano torni a essere fallo di mano quando è volontario, quando il braccio è evidentemente lontano dal corpo, non quando soltanto un’amputazione avrebbe impedito di toccare il pallone.

Il calcio non potrà mai avere regole certe, chiare. È nella natura di questo sport. Bisogna affidarsi all’uomo. Che può avvalersi di una o più telecamere per evitare di commettere errori. Ma non può, poi, spegnere il cervello. Una partita di calcio non può essere diretta da un robot. Per quanto intelligente e sofisticato possa essere.

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Sardegna, il mare ripulito da cinque ragazzini

People For Planet - Lun, 08/26/2019 - 19:00

Hanno dagli 11 ai 14 anni, vengono da Torino e Avellino, per due giorni hanno raccolto rifiuti in acqua a Golfo Aranci: bottiglie, lattine, occhiali e vecchie cime

È nato come il gioco della bottiglia. Che non è quello in cui ci si dà un bacio, ma è quello, reinventato da loro, in cui si pesca una bottiglia dai fondali. «All’inizio, quando abbiamo trovato la prima, la lanciavamo e la andavamo a riprendere a nuoto. Poi ci siamo accorti che nel mare ce n’erano altre e allora abbiamo cominciato a raccoglierle una per una e a metterle sul nostro sup, il surf con la pagaia. Ma non c’erano solo le bottiglie: c’erano lattine, occhiali, tubi, barattoli, cime consumate dal sale, pezzi di legno rovinati con la vernice, diversi oggetti di plastica. Così abbiamo preso pure quelli e con un po’ di pazienza, sempre divertendoci, abbiamo riportato tutto sul pontile, dove abbiamo smistato i rifiuti nei bidoni della differenziata».

racconto è di Giorgia Cavallo, torinese di quattordici anni, la più grande della banda ambientalista di cui fanno parte sua sorella Flavia, dodicenne, Eva e Nicola Camoirano, anche loro di Torino, quasi tredici e undici anni, e Nicolò Uda, undicenne mezzo sardo e mezzo avellinese.

Sono amici da sempre, le loro famiglie trascorrono insieme le vacanze in montagna e anche al mare, e questa volta si sono dati appuntamento nel mare di Golfo Aranci, dove si trova la statua della Sirena realizzata dallo scultore Pietro Longu.

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Da “risparmiatore” a “investitore”: un passo necessario

People For Planet - Lun, 08/26/2019 - 15:00

Qualche settimana fa abbiamo affrontato il tema dei “soldi sotto al materasso”, immagine iconica del rapporto con le finanze dell’italiano, da sempre grande risparmiatore ma pessimo investitore.

Una relazione anacronistica se si pensa all’enorme trasformazione economico-sociale in atto, che sempre di più ci obbligherà a sviluppare nuove abitudini e nuovi comportamenti finanziari, prima che sia troppo tardi.

Chi non intercetterà questo cambiamento avrà vita difficile.

Ma come mai si è sviluppata negli anni questa caratteristica ?

Cominciamo con una considerazione storico-antropologica. Innanzitutto, per le particolari abitudini finanziarie che gli italiani hanno adottato dal dopoguerra a oggi. Dal dopoguerra fino all’inizio del nuovo millennio gli italiani erano accuditi da «mamma Stato». In altre parole, dalla culla alla pensione c’era una «mano invisibile» a proteggerli. Lo stato sociale (scuola, sanità, servizi pubblici, assistenza eccetera) permetteva di fare sonni tranquilli, di non doversi preoccupare (economicamente) per eventuali malattie o per l’istruzione dei figli, né tantomeno per la pensione. Tutto era garantito e assicurato, appunto, dallo Stato.

Questa sorta di bolla protettiva in cui gli italiani sono vissuti per oltre settant’anni ha inculcato in loro alcuni comportamenti che nel tempo sono diventati abitudini, sulle quali costruivano il proprio stile di vita finanziario. Infatti, non avvertivano l’esigenza di pianificare un investimento per gli studi dei figli o di accantonare parte del risparmio per il periodo del pensionamento, né di crearsi una copertura finanziaria (o assicurativa) per un’eventuale inabilità sul lavoro, poiché per tutte queste emergenze, future ed eventuali, interveniva lo Stato sociale.

Questo approccio ha rimosso dalla vita finanziaria dei risparmiatori italiani il concetto di tempo, proprio perché non avevano bisogno di guardare al lungo termine, al futuro di per sé incerto.

Non era «percepito» come conveniente rinunciare ai propri risparmi per investirli a dieci o vent’anni al fine di soddisfare un’esigenza futura: alla peggio, pensavano, avrebbero sempre avuto il supporto di «mamma Stato», che garantiva salute, pensione, alloggio eccetera. Era invece considerato conveniente tenere i soldi risparmiati sempre disponibili, «liquidi», come si dice in gergo, in modo da poterli utilizzare a ogni evenienza. È così che nacque il «primo grande amore» degli italiani: i Buoni Ordinari del Tesoro (BOT), titoli di Stato a tre, sei o dodici mesi con un buon tasso d’interesse.

I BOT hanno dominato le scene finanziarie per oltre cinquant’anni. Piacevano perché rispondevano a pennello ai desiderata degli italiani: erano sicuri, liquidabili nel breve periodo e rendevano bene. Basti pensare che negli anni Ottanta i BOT a dodici mesi hanno avuto un rendimento tra il 15% e il 22%!

I risparmiatori erano contentissimi, ma era solo una percezione di «valore». In realtà il rendimento «reale», cioè quello al netto dell’inflazione, spesso era negativo, ma nessuno se ne rammaricava. Ciò che contava in quegli anni era la percezione che si stesse facendo un affare, ed è proprio in quel periodo che nacque la prima convinzione distorta del risparmiatore italiano, cioè quella di poter investire a breve termine, con un rendimento alto, senza correre rischi.

Una equazione impossibile in finanza ma non per gli italiani!

Convinzione che ancora oggi viene discussa sulle scrivanie dei consulenti finanziari, proprio perché figlia della nostra storia recente e quindi difficile da estirpare dall’immaginario collettivo.

Oggi però le condizioni che hanno generato tale consapevolezza non ci sono più.

Perché la «mano invisibile» dello Stato non c’è più, e quindi alla sanità, alla pensione, alla scuola dei nostri figli eccetera dovremo pensare noi con i nostri risparmi.

Le pensioni sono a rischio: un giorno sì e l’altro pure l’INPS lancia l’allarme sulle difficoltà dell’istituto a reggersi in piedi.

Le spese sanitarie sostenute dallo Stato si sono ridotte, e l’assistenza per infortuni, inabilità eccetera si è drasticamente ridimensionata.

Le prestazioni scolastiche in molti casi sono deficitarie, e sempre più spesso per poter entrare con il piede giusto nel mondo del lavoro i nostri figli hanno la necessità di frequentare un’università privata o un master a nostre spese, magari anche all’estero.

E così via.

Se a questo aggiungiamo che i tassi d’interesse si sono praticamente azzerati e che l’epoca del «20% a un anno» non tornerà mai più (per fortuna, dico io, perché non era tutto oro ciò che luccicava, ma questa è un’altra storia), comprendiamo come questo lento e inesorabile cambiamento stia generando un nuovo contesto sociale, tale da rendere sempre più importante per il risparmiatore trasformarsi in investitore.

Non possiamo più pensare solo alle singole esigenze di breve periodo e lasciare il nostro futuro in balia del caso. Dobbiamo imparare a elaborare progetti di lungo periodo con l’obiettivo non solo di soddisfare le nostre necessità, ma anche di assicurarci quei servizi non più garantiti dallo Stato.

Photo by Sara Kurfeß on Unsplash

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Da Bolsonaro, ai VIP al G7: com’è la situazione oggi in Amazzonia

People For Planet - Lun, 08/26/2019 - 11:22
Fonte EURONEWS

Dalla stampa nazionale:

AMAZZONIA IN FIAMME, MACRON: “PAESI G7 UNITI PER AIUTARE I PAESI COLPITI”. I PRETI BRASILIANI CONTRO BOLSONARO: “BASTA DELIRI” – Tutti i leader del G7 sono d’accordo per “aiutare al più presto i paesi colpiti” dagli incendi in AmazzoniaEmmanuel Macron dal summit di Biarritz annuncia l’accordo, sottolineando che “c’è una vera convergenza” per fare fronte ai roghi che nelle ultime settimane stanno devastando la foresta più grande del mondo, dove circa 44mila soldati sono a disposizione per spegnere le fiamme. Il presidente del BrasileJair Bolsonaro, che prima aveva accusato agricoltori e ong del disastro, aveva avvertito la comunità internazionale affinché il disastro non venisse strumentalizzato per imporre sanzioni commerciali. E su quanto sta accadendo in Brasile è intervenuto anche Papa Francesco: “Siamo tutti preoccupati per i vasti incendi che si sono sviluppati in Amazzonia. Preghiamo – ha detto – perché, con l’impegno di tutti, siano domati al più presto. Quel polmone di foreste è vitale per il nostro pianeta”. Ma l’intervento più politico è stato quello dei vescovi brasiliani, che il 24 agostosono hanno lanciato un appello ufficiale. “È urgente che i governi dei Paesi amazzonici, specialmente il Brasile, adottino provvedimenti seri per salvare una regione determinante per l’equilibrio ecologico del pianeta, l’Amazzonia appunto”. Nel testo c’è anche un richiamo al presidente Bolsonaro affinché non si lasci andare a “deliri e debacle nei giudizi e nei discorsi”. Continua a leggere (Fonte: ILFATTOQUOTIDIANO.IT)

  • IN AMAZZONIA LA SITUAZIONE È GRAVE E IL PRIMO PASSO DA COMPIERE È (ANCHE) NOSTRO L’Amazzonia non è (più) il polmone del mondo: a causa della deforestazione in atto in Brasile e Bolivia consuma ossigeno e emette anidride carbonica. Ma il problema non è Bolsonaro (o Morales), il problema siamo noi

(…) Prima di tutto partiamo dall’inizio, ovvero gli incendiin Brasile. Ogni anno nella stagione secca (luglio-ottobre) i satelliti rilevano molti incendi nel bacino amazzonico. Secondo l’Instituto Nacional de Pesquisas da Amazôna, il 99% sono accesi dall’uomo, sia su terreni già senza alberi (fuochi agricoli legali) che per aprire all’uso agricolo aree ancora boscate ( spesso illegalmente). Questi fuochi non riguardano tanto la giungla tropicale come la immaginiamo, ma più le aree di margine più rade e aride. L’Amazzonia è fatta anche di questi ecosistemi (come il “cerrado”), ugualmente preziosi e delicati.

Eppure, un problema c’è. L’Amazzonia è grande quanto l’Unione Europea e da gennaio a luglio 2019 ne sono bruciati 18600 km quadrati, cioè lo 0.3%. Al’inizio di agosto questa superficie era il doppio rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, ma siamo lontani dal record e in media con il periodo 2000-2018. Il fenomeno deve preoccuparci, anche se ne parliamo solo quest’anno.

Il problema dell’Amazzonia: la deforestazione. L’Amazzonia è così grande che produce tramite l’evaporazione dagli alberi la “proprie” nuvole e la “propria” pioggia. Se incendi e deforestazione arriveranno a riguardare il 25%-40% della foresta (per ora siamo intorno al 15%), l’ecosistema non sarà più in grado di regolare il proprio clima e potrebbe tornare ad essere una savana come era già 55 milioni di anni fa. Ciò porterebbe al rilascio di enormi quantità di CO2 nell’atmosfera e mettendo a rischio milioni di specie animali e vegetali, tra cui il 25% delle piante medicinali che l’umanità utilizza per la fabbricazione di farmaci di ogni tipo. Continua a leggere (Fonte: TODAY.IT di Alberto Berlini)

> L’Amazzonia brucia: cosa possiamo fare nel nostro piccolo per aiutare la foresta

  • L’AMAZZONIA BRUCIA: SPIEGO IN MODO SEMPLICE CHE COSA SUCCEDE – Leggiamo che l’Amazzonia è in fiamme, che il cambiamento climatico, che le multinazionali, che il presidente bolsonaro eccetera. Qui spiego in modo chiaro e semplice che cosa accade. E spiego anche che cosa non accade.

Il clima non c’entra. Gli incendi in amazzonia non sono effetto del cambiamento climatico.
ripeto: non sono provocati dal cambiamento climatico. Invece possono contribuire ad accelerarlo: gli incendi in amazzonia possono essere una causa dei fenomeni climatici che vedremo nei prossimi anni.

Sono bruciate aree già in parte danneggiate. Le rilevazioni dei satelliti dell’agenzia spaziale brasiliana e le testimonianze sul posto hanno rilevato che gli incendi hanno distrutto anche alcune porzioni di foresta pluviale storica, ma la maggior parte delle fiamme ha interessato zone che erano già degradate dall’intervento dell’uomo, con inizi di impoverimento vegetale (savana), in gran parte parzialmente disboscate per ricavarne pascoli o campi coltivati.

Gli incendi sono accesi dall’uomo. Esistono anche gli incendi di origine naturale, ma nel caso degli incendi in amazzonia di questa estate la maggior parte sono stati prodotti da uomini per disboscare aree che interessano all’agricoltura o all’allevamento. Continua a leggere (Fonte ILSOLE24ORE.IT di Jacopo Giliberto)

Fonte immagine ILMESSAGGERO.IT

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I cani fanno bene al cuore e allungano la vita

People For Planet - Lun, 08/26/2019 - 08:51

Il cane è il miglior amico della salute dell’uomo. E del suo cuore. Infatti, avere un cane, tra passeggiatine mattutine e serali e corse al parco, migliora l’attività fisica. Il segreto è seguire le sue attività di gioco e non farsi prendere dalla pigrizia. È questa la conclusione di uno studio che ha anche firme italiane: quelle di tre ricercatori dell’Università di Catania. Il team di ricercatori siciliani ha lavorato allo studio condotto anche dal dipartimento di Medicina cardiovascolare della Mayo Clinic di Rochester (Usa) e dall’ospedale universitario Sant’Anna di Brno, in Repubblica Ceca.

Proprio nella città dell’Est Europa, da gennaio 2013 a dicembre 2014 sono state esaminate circa 2.000 persone. Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Mayo Clinic Proceedings: Innovations, Quality & Outcomes, ha dimostrato un’associazione tra il possedere un cane e la salute del cuore, secondo quanto già osservato dall’American Heart Association in termini di attività fisica e riduzione del rischio di malattie cardiovascolari. In altri studi possedere un cane è stato collegato a una migliore salute mentale e a una minore percezione dell’isolamento sociale, entrambi fattori di rischio per gli attacchi di cuore.

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Piante aromatiche: colori e odori per riempire giardino e balcone

People For Planet - Lun, 08/26/2019 - 07:00

Entrare in giardino ed essere sommersi dall’odore di liquerizia o da fiori azzurri facili da far crescere, che hanno poi anche un ottimo uso, magari in cucina.

Sono alcune delle soddisfazioni che si possono ottenere coltivando le piante aromatiche, termine “ombrello” usato per definire generalmente tutte le piante che hanno, in qualche loro parte, una fragranza di qualche tipo, un aroma, appunto.

Coltivarle anche nel proprio giardino o sul balcone non è poi così difficile, come ci ha spiegato l’agronomo Francesco Beldì, che ha appena scritto sull’argomento il libro “Coltivazione biologica delle piante aromatiche”, ed.  Terra Nuova Edizioni.

Cosa sono e come sono fatte le piante aromatiche?

«Non esiste una definizione precisa a livello scientifico per questo tipo di piante, si usa questo termine riferendosi alla fragranza racchiusa in una delle loro parti, dalle foglie, al fusto, alla radice. Molte di loro coincidono con quelle che sono definite “piante officinali”, perché spesso questo aroma coincide con un principio attivo che veniva utilizzato – o viene usato tutt’ora – in erboristeria o in medicina.
Il termine “piante aromatiche” è più ampio e fa riferimento al loro uso sia per alimentazione sia per l’aromatizzazione dell’ambiente, del giardino.
Le tipologie sono varie: possono essere alberi, come l’Alloro, oppure arbusti, ma anche piante erbacee e possono essere annuali e morire a fine stagione oppure perenni e durare nel tempo.»

Perché sono importanti e perché è utile coltivarle?

«Sono piante che si coltivano da sempre, nella tradizione, pensiamo ai ‘giardini dei semplici’ nei conventi, ma ognuno di noi ha coltivato un qualche tipo di pianta aromatica, pensiamo al vasetto di Basilico sul balcone.
Queste piante presentano di solito due grossi vantaggi: sono quasi tutte molto ‘rustiche’, cioè si adattano bene ai terreni e patiscono poco i parassiti. E poi basta coltivarne poche per soddisfare quello che è il proprio fabbisogno personale. Ad esempio, coltivando una pianta di Melissa una persona beve tisane di Melissa quasi per tutto l’anno. Oppure torniamo al classico Basilico, quasi tutti ne abbiamo un vasetto in casa perché se è fresco ha più sapore, ne basta poco e non ha particolari esigenze.»

Qual è l’origine delle piante aromatiche? Da dove provengono?

«Possono essere piante autoctone o piante che si sono adattate ai nostri climi: si pensi ad esempio alla Stevia, che da noi non esiste spontanea – viene dall’Oriente – ma che oggi viene coltivata anche nei nostri climi in quanto molto richiesta come dolcificante.
In effetti le piante autoctone sono davvero molto poche. Lo stesso grano viene dagli altipiani etiopici, cosi come il pomodoro che viene coltivato in Italia solo dal 1600.
Si tenga conto che vi sono specie che da noi non sono usate come aromatiche e in altri Paesi invece lo sono, e viceversa: ad esempio il coriandolo è una pianta che da noi cresce anche spontanea le cui foglie sono usate come aroma in India e in Centro America e non da noi.»

Chi può coltivarle?

«Non serve essere professionisti per coltivare queste piante, nel libro abbiamo messo indicazioni per tutti quelli che vogliono avviare una coltivazione, sia per hobby sia per chi vuole avvicinarsi a queste piante per scopi professionali.»

Quanto spazio ci vuole, dove possono essere coltivate? Si possono coltivare anche sul balcone o ci vuole l’orto e l’angolino delle aromatiche? Va bene qualsiasi terreno?

«Certamente molte piante possono essere coltivate anche sul balcone, mentre in giardino spesso si fanno delle aiuole delle aromatiche. Le aromatiche annuali possono essere messe nelle normali rotazioni dell’orto, quelle perenni invece vanno sistemate in un angolino o bisogna trovargli una collocazione fissa che sia adatta alle piante e comoda per continuare a coltivare l’orto. È anche vero che in un orto per uso famigliare basta coltivarle in piccole quantità, anche uno o due metri quadri se lo spazio è poco.»

Esiste uno ‘starter pack’ per chi vuole mettere le aromatiche nel giardino o in balcone?

«Prima di scegliere cosa piantare va analizzata la situazione del giardino e del balcone e la sua posizione e su quello decidere. Ad esempio se è in ombra si possono mettere menta o melissa…ma di solito si parte da piante di uso frequente, quindi quelle che sappiamo che useremo di più e alle quali poi abbiniamo altre piante.
Un ‘pacchetto di partenza’ classico potrebbe essere il Rosmarino con la Salvia al quale si può abbinare della Santoreggia, oppure dell’Issopo, a seconda di com’è l’aiuola e di quale è il suo posizionamento.
Se il giardino lo abbiamo dietro alla porta della cucina metteremo piante che si usano molto in cucina, se lo vogliamo fare all’ingresso di casa metteremo piante che abbinano la funzione estetica alla funzione aromatica. Dobbiamo però ricordarci che dipende dalle condizioni del giardino, basta fare un’analisi su quali sono le caratteristiche dell’angolo che scegliamo per le aromatiche. Non c’è bisogno di un professionista, basta guardare l’insolazione, l’uso che vogliamo fare delle piante, se c’è l’acqua facilmente a disposizione….
Ad esempio, se si ha un giardino roccioso, ben protetto dal freddo, magari in una zona d’Italia non freddissima si potrebbero mettere addirittura dei Capperi. La scelta è vastissima, qualunque tipo di angolo si può adattare per ospitare aromatiche.»

E riguardo al consumo, le possono usare tutti?

«Sono comunque piante che in generale vanno utilizzate con attenzione. Nel libro suggeriamo come e quando raccoglierle, come conservarle, come possono essere usate e che effetto hanno, però non diamo indicazioni o posologie perché non è il nostro lavoro. Bisogna comunque ricordare che si tratta di piante con un principio attivo che su alcune persone può avere un effetto negativo. Ad esempio il Timo, una pianta che uno pensa solitamente innocua, accelera il battito cardiaco. Se qualcuno ha la pressione alta e fa un bagno nelle foglie di Timo può avere una tachicardia, l’uso deve essere moderato. Nel testo ho cercato anche di segnalare quando e che cosa poteva far male.»

Il libro si intitola “Coltivazione biologica delle piante aromatiche”. Come mai si fa riferimento al metodo biologico come metodo di coltivazione?

«Secondo me, soprattutto se uno coltiva per se stesso, deve farlo utilizzando il minor numero possibile di prodotti che possano essere nocivi per la sua salute, non solo nell’alimento ma anche nell’utilizzazione. Nel senso anche di una protezione del coltivatore che non entra in contatto con prodotti pericolosi.
Nel caso del consumo di queste piante a maggior ragione non credo serva usare prodotti chimici, perché si assumono in piccole quantità, devono avere un aroma molto intenso e ne estraiamo delle sostanze concentrate: pertanto è necessario avere questi prodotti il più puri possibile.»

Nelle tue ricerche hai trovato qualche pianta aromatica un po’ particolare?

«Una che mi piace citare è la Monarda, o Tè Oswego. Era una pianta consumata come tè dagli indiani Oswego e che gli americani hanno cominciato a consumare come ‘tè alternativo’ quando alla fine del 1700 boicottavano il tè delle Indie della corona inglese. Ha un profumo molto buono, una fioritura bellissima e molto colorata, tanto che viene coltivata più spesso come pianta ornamentale. Non è semplice da trovare nei garden ma è molto bella da avere in giardino.
Oppure possiamo parlare dell’Issopo, che ha un sapore un po’ resinoso e un po’ amaro e si usa per aromatizzare gli arrosti e la carne, e si può usare per fare un ottimo sciroppo per la tosse. Ha una fioritura di lunga durata, molto bella, colorata di azzurro, ed è un pascolo per le api e per gli impollinatori molto apprezzato, quindi ha anche una serie di funzioni ecologiche molto interessanti, oltre ovviamente alla funzione estetica, come pianta ornamentale. 
Le aromatiche in generale sono ottime come pianta ornamentale. Nella Scuola Professionale dove insegno abbiamo provato a fare una aiuola ornamentale con l’erba cipollina, è venuta molto bene. Una collega invece ha messo all’ingresso dell’Elicriso, che ha un odore di liquerizia fortissimo che si avverte subito quando si arriva a scuola: è una bella sensazione.»

Immagine di copertina: Disegno di Armando Tondo

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“Il Titanic sta sparendo”

People For Planet - Dom, 08/25/2019 - 20:00

Per la prima volta in 14 anni, sono state raccolte nuove immagini del relitto del RMS Titanic, affondato nell’Oceano Atlantico il 15 aprile 1912 dopo la collisione con un iceberg. La Atlantic Productions, una casa di produzione video che vanta pellicole pluripremiate con Emmy e Bafta, ha annunciato e condiviso alcuni filmati in 4K del transatlantico dopo il successo della prima immersione per un nuovo documentario.

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Nel sito della società si legge che il loro sommergibile è partito all’inizio di agosto con un team di esplorazione guidato dall’esploratore Victor Vescovo, dall’esperto di Titanic Parks Stephenson e dal leader Rob McCallum. Durante gli otto giorni di immersioni si sono potute verificare le condizioni del transatlantico che appare quasi totalmente corroso dal sale.

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