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Prescrizione di latte in formula in dimissione dall’ospedale: è capitato anche a te?

People For Planet - Mar, 11/20/2018 - 01:29

Indicare nel libretto sanitario del neonato al momento delle dimissioni dall’ospedale l’utilizzo di una specifica marca di latte in formula è  vietato. Come spiega Martina Carabetta, Consulente professionale in allattamento materno (o Ibclc, International board certified lactation consultant), “nel 1996 l’Italia ha recepito, purtroppo  solo in parte, il Codice Internazionale per la  Commercializzazione dei Sostituti del Latte Materno, documento stilato congiuntamente dall’Organizzazione mondiale della sanità e dall’Unicef nel 1981. Questo Codice tutela i consumatori, cioè le mamme e i bambini, impegna i governi a  provvedere alla diffusione di informazioni corrette circa  l’allattamento e inoltre impegna i produttori e distributori a utilizzare un marketing corretto e non ingannevole per i sostituti del latte materno e altri alimenti infantili, oltre che per biberon e tettarelle”.

Vietato promuovere marche specifiche

Il Codice, precisa l’esperta, non vieta o impedisce la vendita del latte di formula o degli strumenti per utilizzarlo, ma vieta di promuovere una determinata marca. E una delle pratiche scorrette è proprio l’indicazione di uno specifico latte artificiale alla dimissione dall’ospedale dopo aver partorito, perché in questo modo i genitori sono indotti a credere che quella marca sia migliore rispetto ad altre, o che il bambino sia obbligato per qualche motivo a usare quello specifico latte.

E allora come mai spesso al momento delle dimissioni dall’ospedale sul  libretto sanitario del tuo bimbo viene indicato, nel caso in cui non avessi latte o non ne avessi abbastanza, di utilizzare il latte in formula di una certa marca?

Inviaci una foto

Se hai conservato il libretto delle dimissioni ospedaliere del tuo bambino, controlla se anche nel tuo caso è stata data  l’indicazione di utilizzo di uno specifico latte in formula.

Se è  successo anche a te, inviaci la foto a redazione@peopleforplanet.it (avendo cura di non riprendere i  dati personali del tuo bambino).

Il nostro obiettivo è cercare di capire quanto è diffuso questo fenomeno, e per farlo ci serve il tuo aiuto.

 

Fonte immagine: iconsiglidelfarmacista

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Il fotovoltaico a film sottile: sarà la tecnologia del futuro?

People For Planet - Mar, 11/20/2018 - 01:20

Il pannello fotovoltaico classico è costituito da celle al silicio cristallino (monocristallino o policristallino); quando gli atomi di silicio sono disposti in modo tale da costituire un unico cristallo, una sorta di lingotto, si parla di celle fotovoltaiche a silicio monocristallino, quando gli atomi di silicio sono disposti in modo tale da costituire vari cristalli uniti tra di loro si parla invece di celle fotovoltaiche a silicio policristallino; questo tipo di pannelli rappresentano una quota del 70% circa all’interno del settore mondiale.

Se invece si utilizzano altre tipologie di materiali semiconduttori al posto del classico silicio che vengono posizionati sopra ad una lastra di vetro, plastica oppure di metallo si parla di celle a film sottile (thin film). Il silicio amorfo è uno di questi materiali, una variante più grezza del silicio cristallino, capace comunque di attivare l’effetto fotovoltaico, rivestendo il supporto con un unico film sottile dello spessore di pochi millimetri.

Tra le tecnologie alla base del film sottile, che si distinguono per semiconduttore utilizzato, troviamo quella dell’ A-Si  (Silicio amorfo) oltre a quella denominata CIGS o CIS (Seleniuro di rame, indio e gallio la prima, Diseleniuro di rame e indio la seconda) e la GaAs (Arseniuro di gallio). Una quota importante del film sottile ad oggi usa anche moduli in Tellurio di cadmio, CdTe, circa il 50%, ma questo materiale contiene grandi quantità di cadmio che è sostanza cancerogena e quindi non rappresenta la tecnologia migliore dal punto di vista dell’impatto ambientale.

Le restanti tecnologie citate del film sottile, che sono quindi le scelte più opportune, poiché non contengono questo elemento, hanno caratteristiche e applicabilità diverse; ovvero alcune sono più adatte in piccola scala, altre in larga scala, alcune hanno una maggiore resa, altre maggiore durabilità, per cui la tecnologia da applicarsi va vista in funzione del contesto specifico.

Il fotovoltaico a film sottile rappresenta oggi una nicchia di mercato, appena il 3% di esso ma, mentre lo sviluppo tecnologico del pannello tradizionale sembra avere ben pochi margini, per la tecnologia in thin film invece i progressi sono appena iniziati. Per questo è bene valutare lo stato dell’arte dello sviluppo e i vantaggi che questa tecnologia può offrire.

Partiamo dai costi: ad oggi il film sottile risulta meno costoso rispetto alle celle tradizionali, costa meno produrlo e ha una maggiore versatilità di utilizzo. La materia prima, il silicio amorfo, per esempio, ha avuto un calo del 50%, e i pannelli di questo materiale hanno un costo che si aggira intorno ai 0,50 €/watt; costano meno anche perché hanno bisogno di larghe superfici e pertanto vengono usati su larga scala (in ambito industriale, per scuole o università).

I pannelli a film sottile inoltre sono produttivi con poca luminosità o con un’inclinazione non ottimale, e hanno una grande opportunità di crescita anche nel contesto residenziale per la possibilità di applicazioni con un design innovativo; possibilità dovuta anche alla flessibilità e al ridotto spessore. Per esempio dagli Stati Uniti arriva il fotovoltaico a film sottile trasparente e senza cornice “effetto-vetro”.

Il punto di forza principale di questa tecnologia, oltre al costo ovviamente, è che il thin film module può rivestire intere facciate di edifici, può integrarsi in vetrate, tetti a “cupola” e ad altri elementi architettonici irregolari; inoltre, anche grazie al fatto di “lavorare” bene ad alte temperature o con luce diffusa, può essere installato in posizione verticale o orizzontale, o non perfettamente a sud, senza inficiare sensibilmente sul rendimento. In questi casi vi sarà infatti un rendimento comunque superiore rispetto ai pannelli in silicio cristallino installati nella stessa posizione.

L’efficienza del film sottile è stata però finora la differenza principale tra il film sottile e il cristallino, a scapito del primo fino a poco tempo fa. Ad oggi la tendenza è invertita e l’efficienza del film sottile è in grande crescita. E’ bene tuttavia specificare che l’efficienza non è un indicatore di qualità dei pannelli fotovoltaici, ma un semplice rapporto tra produzione e superficie occupata. Un’efficienza minore non significa minore qualità dei pannelli, ma una maggiore superficie necessaria per kWh prodotto.

Il film sottile ha avuto finora efficienze minori: inizialmente gli impianti a film sottile avevano un’efficienza media del 13% rispetto agli impianti cristallini, che presentavano un’efficienza media del 16%; ma questo gap ad oggi si sta sempre più riducendo. Un team di scienziati della Colorado State University sta lavorando per accelerare l’evoluzione tecnologica dei pannelli solari a film sottile al fine di ridurre ulteriormente il costo dell’energia, e ha elaborato una tabella di marcia delle prestazioni che monitora i risultati raggiunti sin dal 2014.

La tendenza mostra che gli ultimi grandi passi avanti raggiunti hanno permesso al thin film di aumentare l’efficienza di conversione sopra al 19%. Oltre ad altri importanti miglioramenti come l’allungamento della vita degli elettroni fotogenerati o la diminuzione della velocità di ricombinazione interfacciale, di difficile comprensione per chi non è del settore, ma che aprono la strada a rese ancora più elevate, fino al 25% raggiungibile addirittura in 3 soli anni.

Fonti:
http://www.green.it/pannelli-solari-film-sottile/
http://www.rinnovabili.it/energia/fotovoltaico/pannelli-solari-a-film-sottile/
https://www.fotovoltaiconorditalia.it/mondo-fotovoltaico/i-prezzi-dei-pannelli-fotovoltaici-a-film-sottile
https://www.tesla.com/it_IT/solarroof

Fonte immagini: Fotovoltaicosulweb

Immagine di copertina: Armando Tondo

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20 Novembre: Giornata Internazionale dell’infanzia e dell’adolescenza

People For Planet - Lun, 11/19/2018 - 11:30

«A matita siamo tutti uguali». Lo dicono i bambini delle scuole del Municipio Roma II per sottolineare che tra loro non sentono differenze legate alle etnie di provenienza. A penna, invece, per la legge, non hanno gli stessi diritti: quelli nati da genitori stranieri non sono cittadini italiani. Ecco perché, per la Giornata internazionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, il Municipio ha deciso di riconoscere loro la cittadinanza simbolica. L’evento si terrà il 21 novembre all’Aula Magna della Sapienza che patrocina l’iniziativa, insieme a 600 bambini e bambine.

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Kanesis: l’azienda italiana inventa la bioplastica di canapa.

People For Planet - Lun, 11/19/2018 - 10:46

Da due giovani siciliani nasce la rivoluzione della bioplastica sostenibile che unisce la canapa agli scarti vegetali delle aziende agricole. Secondo la filosofia di Kanèsis, infatti, si possono sostituire i materiali petrolchimici con composti di origine vegetale, supportando così l’economia circolare.

 

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Etichette per alimenti: esistono anche quelle “etiche”

People For Planet - Lun, 11/19/2018 - 01:57

Nell’ambito dell’agroalimentare, chi vuole garantire la propria produzione e renderne conto ai consumatori può farlo in diversi modi: aderendo alle richieste previste dalle normative obbligatorie, scegliendo di produrre secondo un determinato disciplinare, ad esempio uno di quelli che poi gli permetterà di definire il proprio prodotto come Dop o Igp, solo per citarne alcuni. In aggiunta a questi, alcuni produttori poi hanno deciso di aderire a protocolli di produzione volontari, per dimostrare al consumatore di aver prestato attenzione anche ad altri aspetti che coinvolgono il processo produttivo.

Abbiamo chiesto all’avvocato Dario Dongo, esperto di diritto alimentare internazionale e fondatore di Great Italian Food Trade e del sito Fare, che contiene anche informazioni sulle regolamentazioni dei prodotti alimentari, di elencarci i principali. Tra i tanti protocolli di adesione volontaria, Dongo ha identificato due certificazioni principali: il biologico e la normativa SA (Social Accountability) 8000.

Il biologico

“Chi aderisce alla disciplina delle produzioni bio seguendo i principi normati nel regolamento recentemente aggiornato (848/2018), deve garantire non solo la produzione, ma contribuire anche al mantenimento o al ripristino delle aree naturali” – spiega Dongo – “Si tratta di una certificazione che segue regole omogenee in tutta Europa, resa da enti terzi che vigilano sull’attuazione della disciplina e che esiste da quasi 40 anni, con obiettivi che trascendono il tema della salute del consumatore e mirano anche alla preservazione della biodiversità e del mantenimento degli habitat naturali, con attenzione verso la flora e la fauna selvatica”.

La Social Accountability

Guardando all’ambiente è opportuno guardare anche ai lavoratori, e i marchi che li tutelano sono diversi. C’è però una norma internazionale che, secondo Dario Dongo, può essere presa come riferimento: si tratta della SA 8000, dove “SA” sta per “Social Accountability”, cioè “responsabilità sociale”. “È uno standard internazionale soggetto a certificazione volontaria, che si interessa in modo specifico, obiettivo, e sulla base di parametri condivisi, di garantire l’assenza di sfruttamento da parte dei lavoratori, anche in termini di tutela di diritti sindacali, e di rispetto di diritti dei lavoratori negli standard definiti dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro, oltre che dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e la convenzione Onu sui diritti dell’Infanzia”.

Anche qui la norma è soggetta a certificazioni, che vengono rilasciate dopo le verifiche e le ispezioni di enti terzi. Riguardo all’adesione a questo standard, c’è una eccellenza italiana, spiega Dongo: “Coop Italia è stato il primo rivenditore a livello europeo ad aver introdotto in modo strutturale la certificazione SA8000 su tutti i prodotti legati al proprio marchio. La garanzia offerta da SA8000 è rigorosa e ampia, poiché coinvolge tutti gli operatori a monte della filiera, dalla produzione agricola primaria alla logistica, oltre a eventuali anelli intermedi nella distribuzione ”.

Dove trovarle: in etichetta o con qualche ricerca

La certificazione biologica è ben visibile sull’etichetta con il simbolo europeo della “fogliolina” con le stelline, che riporta anche i numeri per identificare il produttore e la filiera, mentre lo standard SA8000 viene riportato con un simbolo oppure indicato in maniera testuale. Se non lo trovate, un giro sul sito web delle aziende nelle sezioni dedicate alla responsabilità sociale potrebbe togliervi ogni dubbio.


Immagine di copertina: Fotomontaggio di Armando Tondo

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Scegliere il consulente finanziario

People For Planet - Lun, 11/19/2018 - 01:10

Il rapporto del cittadino comune con le banche è spesso influenzato dalla presunta (ed ingenua) consapevolezza che la nostra relazione goda di “privilegi e di particolari attenzioni” solo perché abbiamo un buon rapporto con il “direttore”, figura simbolo di un “potere che fu” la cui amicizia, conoscenza o stima ostentiamo, per un caffè al bar o anche per un semplice saluto di riconoscimento in filiale, quasi come se fosse uno status.

Oggi tutte le funzioni decisionali sia in materia creditizia che nella fissazione dei prezzi sono accentrate nelle torri cablate delle direzioni generali e ben poche “facoltà” deliberative sono rimaste nelle mani del “direttore” che funge solo da coordinatore delle direttive impartite dall’alto e pressa i suoi consulenti-venditori a vendere ciò che gli hanno imposto di collocare.

Siate invece consapevoli che una figura determinante, molto spesso anche più preparata tecnicamente del “direttore”, in termini di indirizzo nelle scelte di gestione dei risparmi o anche di finanziamento degli investimenti, e’ proprio il consulente-venditore.

E’ con lui che trascorriamo più tempo a parlare prima di prendere le nostre decisioni; è con lui che occorre instaurare un rapporto di trasparenza e lealtà; è lui che può gestire meglio le pressioni per il collocamento dei prodotti spazzatura. Perché , ricordatevi, che più si sale nella scala gerarchica – direttore, super direttore, mega direttore galattico per dirla alla Fantozzi – più l’autonomia di pensiero e l’etica è controllata e gestita dal top management.

Soprattutto al bar con il direttore si sono consumate (e si consumano) le più subdole vendite di prodotti finanziari che nulla avevano a che fare con l’esigenza del cliente.

Il momento della scelta, quando ci è consentito (!!!), del consulente diventa quindi determinante nel percorso di educazione finanziaria che stiamo tentando di fare su questo giornale da oltre 4 anni.

Gli attori in scena appartengono a 4 tipologie:

Il consulente bancario, con contratto di lavoro dipendente, quello che troviamo agli sportelli delle filiali e che essendo stipendiato dalla banca e talvolta incentivato-premiato per la vendita dei prodotti della casa, si trova costretto ad eseguire gli ordini di scuderia per evitare ulteriori pressioni e trasferimenti in luoghi scomodi.

Il promotore finanziario, un libero professionista per la vendita “fuori sede” di prodotti finanziari e con un rapporto monomandatario con una banca. Il loro centro d’affari è la costruzione di un portafoglio d’investimento con i prodotti che la banca ha deciso di inserire nel catalogo. Tale decisione si concretizza con un accordo commerciale di distribuzione (collocamento) tra la società che crea il prodotto e la banca che lo propone ai suoi clienti. I soggetti che devono guadagnare sono quindi tre! In parole povere se la banca non è remunerata, non paga la società che costruisce il prodotto e non retrocede le provvigioni al promotore che cambia spesso casacca. Ecco perché molto spesso quelle banche non permettono ai clienti di comprare un prodotto di una altra casa spesso utilizzando la formula che “il prodotto non esiste o è troppo rischioso”. Per questo la loro consulenza si definisce “non indipendente”.

Il consulente finanziario indipendente, legato solo al cliente in base ad un mandato ricevuto, può aiutare il risparmiatore a orientarsi meglio, a evitare prodotti poco efficienti o troppo rischiosi. Ponendo in concorrenza più intermediari, può trovare le migliori condizioni sul mercato e utilizzare strumenti che le banche di solito non propongono perché semplici e/o a basso valore aggiunto per se stesse. Viene remunerato solo dal risparmiatore e pertanto, non essendo assillato da pressioni sulle vendite (dato che non riceve alcun compenso dagli intermediari), il professionista indipendente ha tempo di seguire i mercati ed è in grado di far cogliere ai suoi clienti le opportunità per ottenere un rendimento in linea con le proprie aspettative, mantenendo sempre il controllo sul rischio concordato. La parcella di un professionista indipendente è di solito inferiore rispetto ai prelievi praticati dalla banca, sotto forma di commissioni e spese, direttamente dal conto del cliente a fronte degli investimenti effettuati. Deve essere davvero bravo però per scegliere quei prodotti e quelle banche che gli permettono di massimizzare i rendimenti e soprattutto di minimizzare i costi per il cliente.

E poi esiste una quarta figura di cui si parla poco, molto sviluppata in Svizzera e nei paesi anglosassoni: il Gestore esterno indipendente (External Asset Manager). Si tratta di una società di gestione del risparmio (S.G.R. o Asset Manager) che ha come centro d’affari la gestione del portafoglio. Sono di fatto “i fornitori” dei prodotti finanziari alle banche che poi li rivendono a costo maggiorato ai loro clienti.
Queste società gestiscono sia fondi d’investimento che direttamente e in maniera indipendente i portafogli dei clienti.

Per la tutela delle disponibilità dei loro clienti i gestori esterni si avvalgono comunque di banche che accettano però di essere solo depositarie (guadagnano solo una piccola percentuale sulle masse in gestione): praticamente il cliente riesce ad accorciare la filiera andando direttamente dal “produttore” come se fosse un soggetto professionale o istituzionale risparmiando costi e guadagnando in personalizzazione.

Essendo il primo anello della catena della distribuzione finanziaria, non vengono pagati dai prodotti, ma applicano in chiaro le loro commissioni ai clienti per creare una gestione personalizzata.
I consulenti finanziari di queste società possono concentrarsi solo sulle esigenze del cliente perché non sono remunerati in base al prodotto che scelgono ma sui capitali dei clienti che gestiscono grazie all’indipendenza della società per cui operano.

A voi la scelta!

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Da gennaio si potrà camminare tra le opere di Dalì a Matera

People For Planet - Dom, 11/18/2018 - 09:00

Matera sarà Capitale europea della cultura nel 2019 e a omaggiare la città arriva una mostra all’aperto di Salvador Dalì. L’iniziativa promossa e curata da Beniamino Levi, presidente del Dalì Universe, prevede l’istallazione di alcune opere nelle piazze e strade del territorio e l’esposizione di 200 opere minori nel complesso rupestre di Madonna delle Virtù. La mostra sarà inaugurata ufficialmente agli inizi di dicembre e andrà avanti per tutto il 2019, ma è già possibile vedere un orologio sciolto in via Madonna delle Virtù, o un elefante gigante a piazza Vittorio Veneto.

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Come trasformare la tua auto in un mezzo ibrido fotovoltaico

People For Planet - Dom, 11/18/2018 - 03:35

L’idea è geniale: prendere un’auto a benzina o diesel a trazione anteriore e trasformarla in un mezzo ibrido solare a trazione integrale dove le ruote posteriori girano grazie a un motore elettrico. Sul tetto e sul cofano pannelli solari fotovoltaici per ricaricare le batterie.
Intervista al Prof. Gianfranco Rizzo, dell’Università di Salerno, inventore dell’HySolar Kit.
Per maggiori informazioni https://www.life-save.eu/

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Energy drink e alcol per 3 adolescenti su 10: un mix pericoloso

People For Planet - Dom, 11/18/2018 - 01:46

Tre adolescenti su dieci in Italia consumano alcol ed energy drink insieme. Un mix molto in voga ormai da almeno un decennio, e mai passato di moda, dagli effetti pericolosi. Perché la caffeina e le altre sostanze stimolanti presenti nelle bevande energetiche contrastano gli effetti sedativi dell’alcol, e la mancata percezione di questi ultimi porta a bere di più, instaurando un circolo vizioso che mette i consumatori di questi drink a rischio di binge drinking (abbuffata alcolica) e di comportamenti pericolosi, oltre che di sviluppare la dipendenza da alcol.

Pericolo binge drinking

Alcolici e superalcolici mescolati con energy drink sono il modo “giovane” di consumare l’alcol: il gusto per lo più fruttato e dolce di queste bevande energetiche, infatti, spesso si mescola con l’alcol fino a creare un gusto invitante, permettendo anche ai meno “esperti” in fatto di consumo di vino e simili di assumere importanti quantità di alcol senza accorgersene. Tutto questo favorisce inoltre il binge drinking o abbuffata alcolica: si tratta di problema che riguarda il 23% degli adolescenti italiani e che consiste nell’assumere elevate quantità di alcolici in un tempo breve e solitamente lontano dai pasti per raggiungere rapidamente la sensazione di ebbrezza. Una pratica che, come si legge in un recente studio italiano, può portare all’alcol dipendenza.

Non ci si sente ubriachi

Il circolo vizioso che sperimenta chi beve alcol mescolato a energy drink è spiegato dalla rivista “I profili dell’abuso“, giornale scientifico a cura dell’Onap, l’Osservatorio nazionale abusi psicologici, su cui si legge che mentre da una parte la caffeina e le altre sostanze stimolanti presenti nelle bevande energetiche (come la taurina) danno l’illusione di combattere gli effetti sedativi indotti dall’alcol, inducendo la sensazione di reggere l’assunzione di alcolici meglio di quanto si sia in grado di fare, dall’altra la mancata percezione degli effetti dell’alcol porta a bere di più e a sottovalutare il proprio livello di intossicazione alcolica, aumentando il rischio di trovarsi in situazioni pericolose per sé e per gli altri. Come, ad esempio, mettersi alla guida dopo una notte brava.

Negli spogliatoi

Capita a volte che il consumo di alcol ed energy drink avvenga anche negli spogliatoi di squadre giovanili, prima di disputare gare o partite. Niente di più sbagliato: come spiega il dottor Cristiano Sconza, specialista in riabilitazione ortopedica dell’Istituto clinico Humanitas, consumare questo tipo di cocktail comporta un maggior rischio di traumi e incidenti perché l’effetto stimolante di sostanze come caffeina e taurina, oltre a nascondere gli effetti ‘sedativi’ tipici del consumo di alcol come il torpore, altera le capacità propriocettive della persona, ad esempio nel mantenimento dell’equilibrio. “Ciò può causare una riduzione nella coordinazione e, dunque, portare a compiere movimenti alterati con incremento del rischio di cadute. Inoltre aumenta il rilascio di neurotrasmettitori eccitatori che attenuano gli effetti depressivi indotti dal consumo di alcolici, andando incontro a una sorta di iperattività a-finalistica“.

Un fenomeno che inizia 10 anni fa

Cercando sul web, i primi risultati che attestano tra i giovani italiani il consumo di bevande a base di alcolici ed energy drink risalgono al 2007. Proprio in quel periodo nel nostro Paese le bibite a base di caffeina e simili, sul mercato da più di 30 anni, iniziano a conoscere una sempre maggiore diffusione mentre parallelamente, per quanto riguarda il consumo di alcolici, si registrano incrementi tra i giovani, soprattutto tra le ragazze, e inizia a preoccupare il comportamento degli adolescenti.

Il consumo di bevande energetiche è considerato “normale” dai giovani

Se poi si pensa che nel 2016, secondo l’Istat, tra i giovanissimi di 11-17 anni ha avuto un “comportamento non moderato nel consumo di bevande alcoliche” il 20%, ovvero uno su cinque, e che secondo il report ESPAD (European School Survey Project on Alcohol and Other Drugs) dello stesso anno nel nostro Paese circa un adolescente su 3 tra i 15 e i 19 anni assume abitualmente energy drink, si capisce come mai ancora oggi l’abitudine di consumare bevande energetiche mescolate ad alcolici sia ancora una questione attuale. “L’uso di bevande energetiche – si legge sul portale dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza Onlus, che opera nelle scuole secondarie di I e II grado – si sta sempre più normalizzando, tanto che i più giovani le consumano quasi quotidianamente come se fossero bibite gassate (aranciate, gassose, cole) o sportive (integratori di sali minerali), senza avere la minima idea di cosa siano realmente e degli effetti che possono indurre, soprattutto se mescolate con drink alcolici”.

Gli energy drink: dannosi anche senza alcol?

La capacità di potenziare le prestazioni psicofisiche, unita alla possibilità di compensare gli effetti della sbornia e alla facile reperibilità del prodotto rende particolarmente appetibili gli energy drink soprattutto ai più giovani. Secondo gli esperti dell’Onap l’assunzione di queste bevande energizzanti rappresenta la base, “un vero e proprio ‘passaggio iniziatico’ verso la dipendenza e l’utilizzo di sostanze di abuso pericolose e dannose. Non è pertanto solo l’effetto farmacologico che ci deve preoccupare, quanto le motivazioni più profonde, quelle psico-sociali, che inducono giovani e meno giovani a usare sostanze stimolanti per potersi sentire al top nella società. Di fronte a questo, il compito che spetta all’intera società è gigantesco: invertire la marcia e tornare a credere che si può godere la vita senza la necessità di ‘additivi aggiunti’“.

 

Immagine di copertina: Disegno Armando Tondo

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Una bella storia: da Alessandria al MIT di Boston: Valeria, maker a 16 anni

People For Planet - Sab, 11/17/2018 - 09:00

Intraprendente, determinata, sicura di sé. Ha idee chiare per il futuro e un’energia contagiosa. A motivarla è la passione, quella per la tecnologia, i robot, ma anche per la ginnastica ritmica, che pratica da anni, per la pittura, gli origami, i viaggi, l’animazione in oratorio. Tanti interessi che riesce a coltivare quando non è a scuola. Sì, perché Valeria Cagnina, maker di Alessandria, ha solo 16 anni. Frequenta il terzo anno di un istituto tecnico informatico.

 

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Un progetto piemontese per coltivare nel deserto

People For Planet - Sab, 11/17/2018 - 03:58

La nuova tecnologia – e la start up che l’ha ideata – si chiama Ghzero e arriva da Torino. Ne sono fondatori Luca Bertolino, agronomo e docente, Massimiliano Caligara, chimico ambientalista, e Fabrizio Barini, che cura la parte finanziaria.

L’idea di base è semplice: costruire serre mobili che funzionino indipendentemente dalle condizioni climatiche esterne. Il motto dell’azienda chiarisce tutto in una frase: “Pensiamo a farvi crescere. Ovunque.

Una sorta di “coltivazione passiva” dove tutto quello che serve per mantenere in vita piante e frutta è autoprodotto nella serra stessa. E, proprio per questo, le coltivazioni possono avvenire ovunque: in alta montagna, nel deserto e dove ve ne sia bisogno, per esempio in aree industriali dismesse; si può in tal modo garantire frutta e verdura fresche in posti dove non sarebbero reperibili.
Tutto questo grazie all’installazione di lampade a led che sfruttano le energie rinnovabili in modo “intelligente”.
Se non bastasse l’autosufficienza energetica e idrica (il progetto prevede il risparmio dell’acqua di coltivazione fino al 90% grazie a metodi idroponici o aeroponici) le serre sono anche facilmente trasportabili perché composte di moduli di 10 metri per 10 e sono assemblabili sia in orizzontale che in verticale.

Il modulo base della serra mobile è in fase di realizzazione nell’Istituto agrario Bonfantini di Novara, che inizierà la produzione di piante utilizzando solo l’umidità dell’aria, e coinvolge gli studenti in un progetto di alternanza-lavoro. Il prototipo dovrebbe essere pronto per la fine di quest’anno, poi il prossimo febbraio si inizierà a coltivare e si prevede la validazione dei dati da parte del “Crea – Consiglio per la ricerca nell’agricoltura e l’analisi dell’economia agraria” per l’autunno 2019.

Fonti:
http://lospiffero.com/ls_article.php?id=42243
http://www.ghzero.com/
La Stampa, 15 settembre 2018

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Libera Lettura in libero Stato?

People For Planet - Sab, 11/17/2018 - 01:27

In questi giorni si parla molto di libertà di stampa. Gli insulti di Di Battista ai giornalisti hanno scatenato le ire della categoria.
E’ una storia già vista: chi sta al Primo Potere se la prende con quelli del Quarto e li accusa di essere faziosi, venduti, ecc. ecc.

Alcune precedenti esperienze sono andate anche al di là dei “semplici” insulti: ci ricordiamo del decreto bulgaro di Berlusconi che cacciò dalle reti televisive Rai Enzo Biagi, Daniele Luttazzi e Michele Santoro o dell’ostracismo nei confronti di Milena Gabanelli che di fatto è stata estromessa da Report e dall’azienda di viale Mazzini.

Ora arriva la proposta di un parlamentare pentastellato per istituire una commissione del Ministero dello Sviluppo Economico che decida di quali argomenti si debba occupare l’informazione scientifica in Rai. E non si capisce perché dovrebbe occuparsene il Ministero dello Sviluppo Economico e non quello dell’Istruzione, per esempio…

E’ finita qui? No, perché c’è sempre qualcuno che è più realista del re ed ecco che leggiamo nelle edizioni milanesi dei maggiori quotidiani che a Cinisello Balsamo è in atto una decisa protesta per il diritto di leggere quello che si vuole.

Il fatto: nella Biblioteca comunale ogni settimana si riunisce un gruppo di lettura composto da una settantina di persone e coordinato da Enrico Erns, insegnante. Scelgono di volta in volta i libri da leggere, si scambiano opinioni, consigli. Insomma leggono libri e discutono di libri.

E il fatto deve essere estremamente pericoloso per il bene della zona visto che il prof. Erns è stato convocato in Comune dall’assessore alla cultura Daniela Maggi, in forza alla Lega Nord, che gli ha chiesto di poter entrare nel merito delle scelte di quali volumi leggere; racconta lo stesso Ernst al quotidiano milanese Il Giorno: “Ci è stato chiesto di poter decidere e controllare i temi alla base dei gruppi di lettura. Avevamo mostrato all’assessore un elenco di quattro tematiche tra le quali gli utenti avrebbero deciso autonomamente le letture da affrontare, ma ci è stato chiaramente detto che non potevamo essere noi a scegliere i temi e che il Comune avrebbe dovuto avere parte in causa nel controllo e nella decisione”.

A questo punto l’unica soluzione possibile è stata quella di sospendere il gruppo fino a che la questione non venga chiarita.

La protesta è arrivata ai giornali quando 300 cinisellesi si sono riuniti nel piazzale davanti al circolo culturale Il Pertini – nome quanto mai significativo – e a turno hanno letto brani dove si afferma il valore della cultura libera.

Molte associazioni si sono dette disposte a ospitare il gruppo che però è deciso a volere restare in biblioteca.

In questi giorni il Sindaco dovrebbe incontrare i “pericolosi” lettori che intanto hanno deciso che nei prossimi incontri affronteranno i classici della letteratura russa. E allora ditelo…

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Scuola sicura e sostenibile: l’Italia non è tutta uguale

People For Planet - Sab, 11/17/2018 - 01:23

Ce lo dicono i dati, anche quelli recentissimi, appena presentati all’interno del Dossier Ecosistema scuola 2018, XIX Rapporto di Legambiente sulla qualità e sostenibilità dell’edilizia scolastica, delle strutture e dei servizi in Italia.

La sostenibilità inoltre non deve essere solo insegnata, perché non può rimanere un concetto astratto: i bambini devono viverla in prima persona. Perché, oltre a garantirgli maggiore sicurezza e salubrità degli ambienti, oltre a insegnargli che ciò che fa bene all’ambiente fa bene all’umanità, è anche l’unico modo perché questo approccio culturale, questo messaggio, “passi” e non rimanga una vuota intenzione.

Lo stato e la qualità degli edifici scolastici di un territorio rappresentano un indicatore di quanto una comunità investa nel benessere, nella sicurezza e nella formazione dei cittadini più giovani.

Per quanto riguarda la qualità degli edifici e la loro sicurezza, nel complesso i dati presentati dall’Ecosistema scuola 2018, relativi all’anno 2017, mostrano un panorama di 5.725 edifici, di cui quasi la metà edificati prima degli anni ’70 (ovvero prima dell’entrata in vigore di importanti normative come la normativa antisismica e il collaudo statico): di queste, ben il 46,8% necessita di interventi urgenti di manutenzione.
Al Sud, nonostante tre scuole su quattro siano in area a rischio sismico, solo una scuola ogni quattro risulta costruita secondo criteri antisismici, e non si pratica la necessaria prevenzione.

La verifica di vulnerabilità sismica è stata eseguita solo dal 27,4% degli edifici del Sud e dal 2,4% delle scuole delle isole mentre la percentuale sale al 50,9% al Centro e 35,3% al Nord. Le indagini diagnostiche dei solai hanno riguardato l’8,6% delle scuole del Sud e delle isole, il 31,6% delle scuole del Centro e il 25,2% degli istituti del Nord. I certificati di agibilità, prevenzione incendi e porte antipanico sono abbastanza diffusi, con percentuali però più basse soprattutto nelle isole.

Per sanare questa situazione e assicurare lo stesso grado di sicurezza agli alunni in tutta Italia -sottolinea il Dossier – è necessario conoscere lo stato di salute degli edifici scolastici situati nelle aree a rischio sismico maggiore, così da poter programmare le priorità d’intervento e la messa in sicurezza delle scuole più esposte.
Ma va anche superato il metodo di intervenire prevalentemente sui casi di emergenza, per arrivare invece a una programmazione degli interventi e della manutenzione ordinaria e straordinaria, prevedendo anche un piano di riqualificazione per la messa in sicurezza, la bonifica e la sostenibilità degli edifici.

Secondo Legambiente finanziamenti e programmazione vanno orientati verso obiettivi strutturali prioritari quali scuole nuove, azioni di riqualificazione che mirano all’adeguamento sismico e/o all’efficientamento energetico.
Inoltre, va sostenuta la capacità di programmazione e la qualità progettuale di quelle amministrazioni che sono più carenti e inefficienti: non dimentichiamo che secondo i dati forniti  da #italiasicura.scuole e rielaborati all’interno del Dossier, su 2.787 cantieri avviati negli ultimi anni per realizzare scuole nuove, interventi di adeguamento o miglioramento sismico e per interventi di efficientamento energetico, ne sono stati conclusi meno della metà.

Le competenze in materia di edilizia scolastica sono in capo agli Enti locali, che devono operare alla riqualificazione del patrimonio anche attraverso il contributo di finanziamenti da parte dello Stato. Nel Dossier si sottolinea anche che, nel tempo, questo trasferimento di risorse è stato molto esiguo e insufficiente rispetto al bisogno reale, e che questo bisogno è ancora oggi non del tutto quantificabile finché non sarà terminata l’Anagrafe scolastica (il censimento di tutti gli edifici scolastici) iniziata nel 1996 e ancora non terminata. Moltissimi sono i passi avanti da fare nel campo della sostenibilità energetica, con l’85% circa delle scuole classificate nelle ultime tre classi energetiche (E, F, G) e solo poco più del 5% nelle prime tre classi. Dato tendenzialmente positivo, anche se comunque molto migliorabile, quello delle scuole che utilizzano fonti di energia rinnovabile, che salgono al 18,2%, contro il 13,5% registrato nel 2012.

Allegato al Dossier troviamo una raccolta che fa ben sperare: una decina di progetti realizzati, esempi virtuosi e importanti esperienze di qualità edilizia di Comuni che hanno scelto di investire in innovazione e sostenibilità con grandi risultati, a partire da Bolzano che, grazie all’efficientamento energetico di tutti gli edifici scolastici, ha ridotto del 50% i consumi energetici.

Scuole belle, sicure e sostenibili, vediamone alcune:

Scuola Primaria di Romarzollo – Arco (TN)

L’edificio ha ottenuto la certificazione Leed Platinum (Leadership in Energy and Enviromental Design). Per la sua realizzazione sono stati usati materiali riciclabili e di provenienza locale, in modo da ridurre l’impatto ambientale del trasporto. Sensori installati un po’ ovunque monitorano costantemente la qualità dell’aria e comandano l’apertura di finestre motorizzate.

Le coperture sono state tutte eseguite con il sistema “tetto verde” ed in parte sono anche fruibili, le facciate sono caratterizzate da ampie superfici vetrate. Sono stati utilizzati materiali riciclabili e riciclati e certificati (es. legno FSC) e materiali di provenienza locale nella misura dal 25%. Per quanto attiene la parte impiantistica, l’edificio è dotato di impianto fotovoltaico, impianti geotermico e sistema di controllo con presenza per spegnimento automatico degli apparecchi di illuminazione artificiale e per il controllo dell’irraggiamento delle finestre che comporta il 75% in meno di energia elettrica consumata

Nuovo Polo Scolastico dell’Infanzia Virgilio – Locri (RC)

L’edificio esistente è stato demolito e ricostruito nello stesso sito quindi è una nuova edificazione, ma senza occupazione di nuovo suolo. E’ presente un uso diffuso del legno: ha una struttura portante in legno lamellare (abete rosso) e anche i tamponamenti esterni sono stati realizzati con pareti in legno esterne perimetrali curve e dritte e rivestimento isolante a cappotto in fibra di legno.

Sono state utilizzate le più innovative tecniche antisismiche e di efficientamento energetico. E’ stata prestata molta attenzione anche al raggiungimento di buoni livelli del “confort ambientale” analizzando e progettando accuratamente, per quanto attiene all’acustica, al ricambio aria, all’ illuminazione artificiale e naturale e al confort termico. Sono stati utilizzati materiali naturali e riciclabili, posizionati impianti fotovoltaici e organizzato un sistema di raccolta dell’acqua metorica per il suo riuso nell’irrigazione delle aree esterne.

Scuola Primaria Felice Socciarelli – Ancona

La scuola è stata costruita in ampliamento ad altro Istituto, ma del tutto indipendente da esso; è stata progettata da tecnici interni all’Amministrazione comunale ed è stata realizzata in meno di 100 giorni.

La struttura è interamente in legno lamellare strutturale, tranne le fondazioni e la copertura è stata realizzata con pannelli di legno lamellare con sovrastante pacchetto coibentato.

L’edificio è antisismico con il livello di prestazioni massimo in base all’attuale normativa. Stesso discorso per le prestazioni energetiche in quanto si tratta di un edificio in classe energetica A4, ad energia quasi zero.

Anche qui la scuola è dotata di un proprio impianto solare fotovoltaico in grado di garantire i 2/3 del fabbisogno totale di energia primaria totale. Per dire altre due specificità tra le tante, l’impianto di illuminazione è interamente composto da nuovi corpi illuminanti a LED e l’impianto di rete internet e per lavagne di tipo LIM è garantito in apposito apparato a cablaggio strutturato.

Asilo nido e Scuola materna Casanova di Bolzano

Il complesso scolastico è una nuova edificazione in un quartiere periferico di Bolzano. Gli edifici sono costituiti da due parti realizzate con materiali diversi: la parte basamentale della costruzione in conglomerato cementizio armato gettato in opera totalmente isolato e protetto dal gas radon, mentre la parte fuori terra è costituita da elementi di legno lamellare isolati internamente ed esternamente.

Particolare attenzione è stata data al sistema illuminante, dinamico e variabile in modo ergonomicamente studiato, con comandi intuitivi, automatici o individuali, tenendo conto dell’apporto termico, del direzionamento della luce, della protezione dall’abbagliamento, della schermatura solare.

Anche la domotica qui contribuisce a rendere efficiente e funzionale il complesso scolastico attraverso scenari preimpostati dove luci, tapparelle motorizzate, riscaldamento, gestione carichi, ventilazione, ecc., funzionano in base ad orari prestabiliti e alle esigenze degli operatori ed utilizzatori.  Il riscaldamento avviene tramite un impianto a pavimento e la qualità dell’aria è garantita da una unità di trattamento interna dell’aria dove temperatura, umidità, velocità e purezza sono controllate, regolate e opportunamente trattate in continuo.

Fonti:

https://www.legambiente.it/temi/scuola/edifici-scolastici
https://www.legambiente.it/contenuti/dossier/ecosistema-scuola-2018
https://www.edilportale.com/news/2018/10/progettazione/le-scuole-pi%C3%B9-belle-sicure-e-sostenibili-d-italia_66583_17.html 

Foto nel testo e di copertina:  XIX Rapporto Legambiente
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Cosa sta succedendo in California?

People For Planet - Sab, 11/17/2018 - 01:01

Scuole chiuse per il fumo, case devastate, boschi distrutti: gli incendi che stanno distruggendo la California in queste ore hanno causato decine di vittime e dispersi, con numeri che stanno salendo di giorno in giorno.

Il Corriere della Sera ha pubblicato un video realizzato con un drone, dove si vede il paesaggio lunare che una volta era la cittadina di Paradise, e che oggi sembra bombardata.


Il fuoco ha devastato anche le case delle star, da Gerard Butler, che si è ripreso con la mascherina davanti alle rovine, a Miley Cyrus, a Neil Young, che ha attaccato il presidente Trump che minimizzava sull’accaduto attribuendo il problema a una cattiva gestione dei boschi.

E ovviamente senza casa sono rimasti anche i normali cittadini: secondo le cifre della CBS sono più di 50 mila le persone evacuate in questi giorni.

La California è spesso soggetta a incendi, ma negli ultimi anni non si può negare che siano aumentati.
Il New York Times riferisce che i registri degli incendi californiani risalgono al 1932. Da quella data, ben nove dei dieci incendi più devastanti si sono verificati negli anni 2000, cinque dal 2010 e due solo quest’anno.

Il Bioclimatologo intervistato dal giornale, Park Williams, che lavora al Lamont-Doherty Earth Observatory della Columbia University, ha spiegato che la vegetazione è particolarmente soggetta a incendiarsi perché molto più secca, dato che le temperature medie sono “circa due o tre gradi Fahrenheit più della media”.
La causa iniziale degli incendi è poi ancora molto spesso l’uomo, ma a quanto pare il clima permette il diffondersi del fuoco in maniera più rapida, e ogni anno si alza l’asticella dell’incendio più devastante.

Speriamo che da quest’ultima tragedia, che ha coinvolto anche tanti Vip, si riesca a far scaturire un dibattito costruttivo che metta in discussione di nuovo le politiche recenti dell’amministrazione Trump, da sempre dichiaratamente poco interessato al tema cambiamento climatico.

Fonte immagine: NYTimes

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Prodotti editoriali elettronici: via libera all’aliquota Iva al 4%

People For Planet - Ven, 11/16/2018 - 09:54

Nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea del 14 novembre 2018 è stata pubblicata la direttiva (Ue) 2018/1713, che consente agli Stati membri di applicare alle pubblicazioni fornite per via elettronica le stesse aliquote Iva previste per le pubblicazioni su supporti fisici.
In tal modo, quindi, la normativa italiana (introdotta dalle leggi di stabilità per il 2015 e il 2016), che già stabilisce l’applicazione dell’aliquota ridotta del 4% anche ai prodotti editoriali elettronici, trova “copertura europea”.

CONTINUA SU FISCOOGGI.IT

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Diario della mia spazzatura: come l’ho dimezzata!

People For Planet - Ven, 11/16/2018 - 01:21

Da quando vivo in un microbilocale ho qualche problema con la spazzatura: avendo poco spazio mi sono accorta che continuo a riempire sacchi e a portarla via. Per una settimana ho deciso di fare una prova empirica, non troppo scientifica, ma giusto per rendermi conto: ho pesato tutti i rifiuti che ho prodotto in casa con il mio compagno per vedere se siamo degli spreconi (l’ho raccontato in questo articolo), e intanto ho pensato a come migliorare la situazione.

In una settimana “a regime normale”, soltanto in casa, abbiamo prodotto in due quasi 5 kg di spazzatura, alla quale andrebbero sommati i kg di tutto ciò che buttiamo via fuori casa, dove passiamo gran parte del tempo. Probabilmente sommando quei rifiuti arriveremmo a circa 8 kg, quindi 4 a testa. È una cifra più bassa della media nazionale annuale, che è più del doppio secondo dati Ispra, ma si tratta di una sola settimana, in cui non abbiamo dovuto buttare oggetti più “consistenti”, come piccoli elettrodomestici, rifiuti ingombranti ecc.

Lo step successivo: ridurre

Ho cominciato a ragionare su come potevo comunque ridurre i rifiuti prodotti, guardando a come arrivavano le cose nella mia spazzatura. Il tutto è stato un allenamento molto utile per capire come un oggetto diventava un rifiuto, e perché lo diventava. Mi sono detta che per una settimana avrei provato a ridurre dove potevo.

Prima di tutto mi sono accorta che un grande volume della mia spazzatura era dato dalla plastica, con bottiglie, contenitori e vaschette che occupavano tantissimo spazio. Non erano mai sacchetti molto pesanti ma a fine settimana avevo accumulato quasi 700 grammi di rifiuti di plastica.

Ho quindi deciso di bere per una settimana “l’acqua del sindaco”, cioè quella del rubinetto, e ho subito nettamente ridotto il volume del mio sacco, dato che buttavo circa una bottiglia al giorno.

Poi ho pensato a tutte le vaschette che mi ritrovavo perché avevo comprato carne e frutta al supermercato, già preconfezionate. Ho privilegiato frutta e verdura “sfuse” e per la carne sono andata al banco macelleria o dal macellaio, dove mi hanno avvolto la carne in una normale carta per alimenti. Già compravo le ricariche per saponi e detersivi ma nella nuova spesa sono stata attenta anche a come erano fatte queste ricariche e come potevo ottimizzare altri acquisti di saponi e detergenti, senza cercare negozi dove sono venduti sfusi, anche se ho visto che ormai è un’opzione presente anche in diversi supermercati. Ho continuato a comprare pasta o altri alimenti confezionati, bibite comprese. Potevo fare di meglio, ma comunque sono bastati questi accorgimenti per ridurre il mio sacco della plastica a circa 200 grammi. Nettamente meno di prima, 400 grammi in meno, e soprattutto per un volume molto minore.

Per il vetro e le lattine mi sono organizzata in maniera simile: senza impazzire, dove potevo ho cercato di diminuire il numero di contenitori usa e getta. Fortunatamente abbiamo vicino casa un negozio di vino sfuso, e abbiamo riempito una bottiglia lì, che riporteremo a loro una volta vuota. Vetro quindi quasi azzerato. Alla fine una bottiglia di vetro da circa 1 litro pesa quasi mezzo chilo, quindi in effetti basta poco a far salire o scendere il peso di questo tipo di rifiuto. Magari in zona si potesse portare il vuoto a rendere anche per la birra! Comunque in una settimana abbiamo consumato solo una bottiglietta piccola.

Per il ridurre il metallo ho fatto più fatica: passata di pomodoro e legumi sono più comodi in lattina, anche se volendo avrei potuto scegliere legumi secchi confezionati diversamente. In ogni caso alla fine della settimana ho raggiunto appena 410 grammi tra vetro e lattine, quasi un kg in meno rispetto alla settimana precedente.

La quantità di umido prodotta è leggermente diminuita rispetto alla settimana precedente, buttato in due tranches da 680 e 213 grammi, 893 grammi in tutto, circa 400 grammi in meno. Questo semplicemente perché sono stata attenta a ciò che avevo nel frigo e sono riuscita a non far andare a male la frutta come invece avevo fatto la settimana prima.

Rimane uno dei sacchetti più pesanti, ma per fortuna si tratta di rifiuto sostanzialmente biodegradabile. Avessimo un giardino forse con una parte avrei potuto farci del compost.

Anche per la carta sono riuscita a fare poco per farla diminuire: sono comunque arrivata a circa 600 grammi, circa mezzo kg in meno di prima, ma sostanzialmente per un caso, perché non ho fatto grandi pulizie di scaffali e scrivanie, e per ragioni di tempo non abbiamo comprato spesso il giornale questa settimana. Poi qui a Milano anche il cartone del latte va nella carta, e questa settimana io ne ho bevuto poco per cui ne abbiamo consumato meno, ma è un puro caso, non una riduzione voluta. Devo poi ammettere di non conoscere alternative in zona dove poter comprare latte confezionato diversamente. Mi sono accorta che in condizioni normali consumiamo quasi un cartone ogni due giorni.

Il rifiuto indifferenziato è rimasto uguale, circa 230 grammi rispetto ai 250 precedenti, anche se alla lunga ridurre le confezioni dovrebbe far calare anche questo numero.

Ho cercato di ridurre senza modificare troppo le abitudini che già avevo. Volendo far calare ulteriormente la mole di rifiuti penso che dovrei rivolgermi alle diverse catene e supermercati che offrono prodotti sfusi, anche alimentari e, organizzandomi con contenitori riutilizzabili, potrei buttare anche meno. Si tratta però di uno step successivo, per cui ci vuole qualche tempo per organizzarsi, rimodulando la propria spesa.

Conclusione: da provare

L’esperimento intendeva dimostrare (a me stessa in primis) quanto si possa incidere sulla produzione di rifiuti soltanto modificando leggermente le abitudini. Alla fine dei conti, in questa settimana dove siamo stati solo un po’ più attenti alla spesa e a cosa buttavamo, abbiamo prodotto 2 kg e 333 grammi di rifiuti in tutto. Non ho bluffato con i numeri ma è incredibilmente la metà del totale della settimana standard, dove la cifra totale era 4 kg e 669 grammi.

È un piccolo passo, ma abbiamo quasi dimezzato i rifiuti casalinghi soltanto con poche mosse.

Rimangono i rifiuti prodotti fuori casa, ma mi sono accorta che da quando ho fatto questo esperimento penso in automatico un po’ di più anche a ciò che butto quando sono in giro.

È stato un esperimento riuscito, certamente un po’ spannometrico e improvvisato, ma molto educativo. Sicuramente le scelte di consumo che ho fatto questa settimana le proseguirò nel tempo, quantomeno per evitare di dover scendere in continuazione a buttare la spazzatura!

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Le Vitamine, anima della vita (Infografica)

People For Planet - Ven, 11/16/2018 - 01:04

Le vitamine non vengono sintetizzate dal nostro organismo – o non in misura sufficiente – e quindi vanno introdotte con la dieta.
Conosciamole meglio e scopriamo a cosa servono.

Clicca qui per vedere l’infografica più grande

 

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Infezioni antibiotico-resistenti: Italia prima in Europa per numero di casi e di morti

People For Planet - Gio, 11/15/2018 - 23:36

Le infezioni antibiotico-resistenti provocano ogni anno in Europa quasi 700 mila casi e oltre 33 mila decessi. Un terzo delle infezioni e delle morti attribuibili all’antibiotico-resistenza si verifica in Italia, dove si contano più di 200 mila casi e quasi 11 decessi che fanno del nostro Paese il primo in Europa. Un primato di cui andare tutt’altro che fieri. I dati arrivano da uno studio del Centro Europeo per il Controllo delle Malattie (Ecdc) pubblicato sulla rivista Lancet Infectious Diseases, che sottolinea come la cifra dei decessi a livello europeo sia pari a quella dei morti per Hiv, tubercolosi e influenza messi insieme.

Seconda in classifica c’è la Francia, “staccata” però dall’Italia di ben 80 mila casi di infezioni antibiotico-resistenti e 5 mila morti, mentre la Germania, pur essendo al terzo posto, con 54 mila infezioni e duemila decessi fa registrare cifre pari a un quarto rispetto alle nostre.

Antibiotici di ultima generazione

La ricerca, condotta sui dati del 2015 ottenuti dal network di sorveglianza dell’Ecdc per cinque tipologie di infezioni antibiotico-resistenti, ha messo in evidenza che il 39% dei casi è causato da batteri resistenti anche all’ultima generazione di farmaci, tra cui i carbapenemi e la colistina.

Molte le infezioni in ambito ospedaliero

Dai dati raccolti è inoltre emerso che le resistenze agli antibiotici sono dovute nel 75% dei casi – cioè in tre casi su quattro – a cure somministrate in ambito ospedaliero, suggerendo che è necessario lavorare ancora molto sulla sicurezza del paziente anche in questo settore potenziando le misure di prevenzione delle infezioni batteriche.

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Giornata Mondiale del Cordone Ombelicale per promuovere l’utilizzo delle cellule staminali

People For Planet - Gio, 11/15/2018 - 10:07

Il 15 novembre si tiene la Giornata Mondiale del Cordone Ombelicale, World Cord Blood Day, un’occasione utile per promuovere la conoscenza del cordone ombelicale e del suo prezioso patrimonio di cellule staminali che nella maggior parte dei casi vengono gettate via. Invece potrebbero essere utilizzate per la ricerca su malattie serie e per trattare numerose patologie, dai linfomi all’anemia.

La data di questo appuntamento è stata scelta perché il 15 novembre del 1988 è stato effettuato il primo trapianto con le cellule staminali cordonali. Si tratta del caso del paziente Matthew Farrow affetto da Anemia di Falconi. All’età di 5 anni è stato curato grazie al sangue cordonale prelevato dalla sorella che dalla diagnosi prenatale è risultata non affetta dalla malattia.

CONTINUA SU PIANETAMAMMA.IT

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IL MUSEO FO-RAME? CHIEDETE AL CUSTODE - Articolo di Anna Bandettini

FrancaRame.it - Gio, 11/15/2018 - 09:51

Articolo pubblicato venerdì 9 novembre su La Repubblica

Avevano ragione Dario Fo e Franca Rame a lamentarsi di essere trattati come artisti scomodi e rompiscatole. E avrebbero ragione a farlo anche oggi di fronte all’indifferenza verso la memoria e la tutela del loro lavoro. Non si parla solo del fatto che, mentre all’estero continuano le messe in scena dei loro testi, da noi il loro teatro è silente, se si eccettua qualche raro caso: Valentina Lodovini che porta in scena Tutta casa letto e chiesa, Lucia Vasini che rifarà le parti femminili di Mistero Buffo, l’infaticabile Mario Pirovano che continua a tenere vivo il repertorio.

C’è la vicenda del museo-archivio Dario Fo e Franca Rame di Verona, il MusaLab, aperto nel 2016, a suscitare preoccupazioni. Il museo è chiuso nel senso che per visitarlo bisogna rivolgersi — così dice un cartello sulla porta d’ingresso — a un custode. Infatti, l’Archivio di Stato che ospita il materiale nella sede veronese, non ha personale e quel custode è gentilmente “prestato” dal Comune: quando si ammala, il museo chiude.

Eppure il MusaLab costituisce un patrimonio straordinario: non solo custodisce l’oltre mezzo secolo di storia del teatro di Fo e Rame con copioni, manoscritti, disegni, fotografie, dipinti, manifesti, libri, articoli, costumi, pupazzi e scenografie, ma novant’anni di storia del teatro se si considerano i materiali conservati della “Famiglia Rame”, antica compagnia di giro.

L’impegno finanziario del figlio Jacopo e la cura di Marisa Pizza finora hanno permesso un’attività continuativa del museo che ha intessuto relazioni con il territorio cittadino e non solo, progetta mostre (in preparazione una su Rossini e Fo), organizza visite guidate, scambi soprattutto con università straniere, collabora al progetto Scuola Lavoro, seguendo l’idea di Dario “l’arte in pasto ai giovani”. Ma lo spazio aggiuntivo promesso per sistemare le scenografie più ingombranti non è arrivato. Il bando pubblico per il riordino dell’archivio è già assegnato, ma nessuno firma i contratti per il personale che deve riordinare il materiale, perfino la segnaletica per indicare in città dove è il museo ha difficoltà a essere realizzata e in generale tutte le attività soffrono del fatto che il MusaLab non ha fondi extrabilancio dell’Archivio di Verona. Esaurito lo slancio iniziale dell’allora ministro Franceschini, gli impegni verso il patrimonio Fo-Rame sembrano persi in una nebbia di burocrazia e indifferenza, che nemmeno il ministro Bonisoli finora ha schiarito. Nonostante un governo coi pentastellati che avevano eletto Fo a loro paladino culturale.

Argomento: MusAlab - Museo Archivio LaboratorioAnno: 2018
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