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Coronavirus: dieci cose da sapere sull’emergenza che spaventa il mondo

People For Planet - Mer, 01/29/2020 - 15:00

Cosa sono i coronavirus? Perché si chiamano così? Come si trasmettono? Ecco 10 cose da sapere.

Cosa sono i coronavirus?

I coronavirus (CoV) sono un’ampia famiglia di virus respiratori che possono causare malattie da lievi a moderate, dal comune raffreddore a sindromi respiratorie molto più serie come la MERS (sindrome respiratoria mediorientale, Middle East respiratory syndrome) e la SARS (sindrome respiratoria acuta grave, Severe acute respiratory syndrome). I coronavirus sono comuni in molte specie animali (come i cammelli e i pipistrelli) ma in alcuni casi, seppur raramente, possono evolversi e infettare l’uomo per poi diffondersi nella popolazione.

Perché si chiamano così?

I coronavirus sono chiamati così per le punte a forma di corona che sono presenti sulla loro superficie.

Quanti sono i coronavirus che hanno infettato l’uomo?

A oggi i coronavirus conosciuti che hanno infettato l’uomo sono sette. Alcuni sono stati identificati diversi anni fa (i primi a metà degli anni Sessanta), altri nel nuovo millennio: questi ultimi sono il MERS-CoV (il coronavirus beta che causa la Middle East respiratory syndrome), il SARS-CoV (il coronavirus beta che causa la Severe acute respiratory syndrome) e il nuovo coronavirus (2019-nCoV), che sta interessando le cronache di questi giorni, così chiamato perché non è stato precedentemente mai identificato nell’uomo.  

Quali sono i sintomi?

Le infezioni da coronavirus nell’uomo causano malattie del tratto respiratorio superiore da lievi a moderate, come il comune raffreddore, che durano per un breve periodo di tempo. I sintomi possono includere febbre, tosse e difficoltà respiratorie. Nei casi più gravi – soprattutto quando a essere colpiti sono soggetti con le difese immunitarie deboli, come anziani, bambini molto piccoli o persone con preesistenti patologie croniche dell’apparato cardio-vascolare e/o respiratorio, l’infezione può causare malattie del tratto respiratorio inferiore come polmonite, bronchite, sindrome respiratoria acuta grave, insufficienza renale e persino la morte.

Esistono trattamenti specifici?

Non esistono trattamenti specifici per le infezioni causate dai coronavirus e non sono disponibili, al momento, vaccini per proteggersi da questi virus. La terapia cosiddetta “di supporto” consigliata di volta in volta dal medico in base ai sintomi del paziente (farmaci per i dolori muscolari, articolari e febbre) può risultare in molti casi efficace.

I coronavirus possono essere trasmessi da persona a persona?

Sì, alcuni coronavirus possono essere trasmessi da persona a persona, di solito dopo un contatto stretto con un paziente infetto, ad esempio tra familiari o in ambiente sanitario. La trasmissione può avvenire da una persona infetta a un’altra attraverso:

  • la saliva, tossendo e starnutendo
  • contatti diretti personali (come toccare o stringere la mano e portarla alle mucose)
  • toccando prima un oggetto o una superficie contaminati dal virus e poi portandosi le mani (non ancora lavate) sulla bocca, sul naso o sugli occhi
  • contaminazione fecale (raramente).
Si può prevenire la trasmissione del contagio?

È possibile ridurre il rischio di infezione, proteggendo se stessi e gli altri, seguendo alcuni accorgimenti:

  • lavarsi spesso le mani con acqua e sapone per almeno 20 secondi o con soluzioni alcoliche
  • starnutire o tossire in un fazzoletto o con il gomito flesso, utilizzare una mascherina e gettare i fazzoletti utilizzati in un cestino chiuso immediatamente dopo l’uso
  • evitare di toccare gli occhi, il naso o la bocca con mani non lavate
  • evitare contatti ravvicinati con persone che sono malate o che mostrino sintomi di malattie respiratorie (come tosse e starnuti)
  • rimanere a casa se si hanno sintomi
  • fare attenzione alle abitudini alimentari (evitare carne cruda o poco cotta, frutta o verdura non lavate e le bevande non imbottigliate)
  • pulire e disinfettare oggetti e superfici che possono essere state contaminate
Qual è il periodo di incubazione del nuovo coronavirus, il virus 2019 n-CoV?

Per quanto riguarda nello specifico l’incubazione del nuovo coronavirus cinese (virus 2019 n-CoV), il ministro della Sanità cinese ha affermato che il periodo di incubazione è tra 1 e 14 giorni, durante i quali il virus risulta già contagioso.

Il nuovo coronavirus si può trasmettere anche senza sintomi?

Sì, il virus 2019 n-CoV secondo uno studio pubblicato da The Lancet può essere trasmesso anche da persone che, pur avendo già l’infezione, non mostrano di avere sintomi.

Qual è l’origine del nuovo coronavirus?

Non è ancora risolto il rebus dell’origine dell’infezione del nuovo coronavirus. Inizialmente scienziati cinesi avevano affermato che il virus 2019 n-CoV è arrivato all’uomo dai serpenti (Journal of Medical Virology), ma molti virologi sono scettici poiché, come riporta la rivista scientifica Nature, non ci sono prove a sufficienza per sostenere che questi virus possano infettare altre specie animali diverse da mammiferi e uccelli: la teoria dei rettili come veicolo di trasmissione potrebbe quindi non avere fondamento.

Per saperne di più sui coronavirus: Epicentro, il portale dell’epidemiologia per la sanità pubblica a cura dell’Istituto superiore di sanità

Per avere altre informazioni sul nuovo coronavirus: Nuovo coronavirus sul sito del ministero della Salute
Nuovo coronavirus sul sito dell’agenzia europea European Centre for Disease Prevention and Control

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Australia, come diventare volontario

People For Planet - Mer, 01/29/2020 - 13:06

Con l’assopirsi dell’attenzione mediatica, l’Australia cercava volontari disposti a lavorare per curare e nutrire i tantissimi animali finiti nei rifugi e quelli che – a fronte della distruzione del loro habitat – vagavano inutilmente in cerca di cibo e protezione. Soprattutto la Kangaroo Island è in ginocchio, e faticava a portare avanti il lavoro necessario. Dopo un appello lanciato qualche giorno fa dalla Royal Society for the Prevention of Cruelty to Animals (RSPCA South Australia), la stessa ha dovuto oggi frenare gli entusiasmi. Alla richiesta di 120 volontari, hanno risposto infatti 13.500 persone, anche da paesi lontani come la Russia o l’Europa.

Come aiutare

Se tuttavia volete tenere monitorate le richieste, e far parte del prossimo blocco di aiuti, potete farlo a questa pagina, o cercando altre associazioni locali. Tenete ben presenti i requisiti essenziali: reggere la pressione di un lavoro faticoso e penoso. Avere la patente. Lavorare in autonomia per sette giorni a settimana. Di certo, un’esperienza umana capace di ripagare, tuttavia, ogni sforzo.

L’ape ligure, a grave rischio

Tra gli animali meno “iconici” di cui l’Australia e il mondo piangono il destino, ricordiamo qui una specie che ha un legame particolarmente forte – e poco conosciuto – con il nostro Paese. L’ape ligure era stata importata nella Kangaroo Island australiana nel 1885, e la legge bandì da allora di importarne altre specie di api – ma anche altri insetti o piante che potessero nuocerle – per mantenere la zona un santuario della specie animale poi estinta in casa, l’appenino italiano, a causa degli incroci e di pesanti epidemie.

Da allora, l’ape ligure è stata per quest’isola e per l’intera Australia uno dei fiori all’occhiello della sua celebre biodiversità, ma anche un prezioso business per gli allevatori e i produttori di miele che creano grazie a loro una miscela unica al mondo. Laboriosa, docile, resistente al caldo e al freddo, instancabile produttrice di pregiati mieli e cere, chiamata anche la “bionda” per l’addome chiaro, l’ape ligure aveva trovato in quest’isola un paradiso a 16 chilometri dalla costa.

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Ferie senza limiti, la nuova strategia di un’azienda belga

People For Planet - Mer, 01/29/2020 - 10:20

L’azienda è la Jonckers, società belga di traduzioni e interpretariato con filiali in tutto il mondo, compresa l’Italia.

Anche nella filiale di Bologna entro giugno di quest’anno sarà applicata la nuova normativa che prevede la possibilità per ogni impiegato di prendersi giorni di vacanza retribuiti anche oltre quelle previsti dal contratto.

Condizioni di lavoro più umane

Questo benefit serve alla Jonckers per attrarre nuovi talenti. L’azienda infatti ha bisogno di programmatori che sviluppino software di traduzione basati sull’intelligenza artificiale e questa figura professionale viene retribuita in media con 400mila euro l’anno: «Non possiamo permetterci queste cifre – ha dichiarato Geo Janssens, l’amministratore delegato di Jonckers – ma possiamo attrarre questi profili richiestissimi e mantenerli offrendo loro condizioni di lavoro più umane».

E la Jonckers non è neanche la prima, dal 2016 la Marbles ad Anversa ha applicato la stessa norma per 15 impiegati che nell’ultimo anno hanno richiesto una media di 26,5 giorni di vacanza a testa contro i 20 previsti dal contratto.

Neanche esagerati.

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Foto di skeeze da Pixabay

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BAT, un set di regole più stringenti per i termovalorizzatori

People For Planet - Mer, 01/29/2020 - 07:00

Le nuove regole dell’Unione europea impongono agli Stati membri di fissare limiti di emissione più stringenti, per evitare o ridurre le emissioni in aria, suolo, e acqua, e garantire il massimo recupero energetico, minimizzando la produzione di scarti da incenerimento. I termini per l’adeguamento sono di quattro anni: entro questa data, i provvedimenti di autorizzazione all’esercizio di ogni singolo impianto (le Autorizzazioni Ambientali Integrate – AIA) dovranno essere integrati per poter continuare a svolgere l’attività di incenerimento rifiuti e quindi sono condizione necessaria per l’esercizio di impianto.

Dalla prima pubblicazione delle BAT per l’incenerimento rifiuti, datata 1996, all’interno della Direttiva (IPPC) per il controllo e la prevenzione integrata dell’inquinamento, queste indicazioni (tecnologiche, organizzative, gestionali e di controllo) si sono evolute grazie all’innovazione e alla consapevolezza che determinati inquinanti non possono, né devono, sfuggire ai controlli e sono diventate sempre più severe.

Le linee di azione principali delle nuove BAT

Queste ultime BAT, in ordine cronologico, il cui processo di revisione si è basato su una raccolta di dati da più di 350 linee di impianti che hanno consegnato un totale di circa 50 mil. di valori di emissione- per garantire una copertura il più possibile statisticamente rappresentativa delle performance di settore- prevedono quattro linee principali di azione:

1) la misurazione in continuo di emissioni in aria di mercurio, con annessi nuovi range da cui partire per fissare i limiti nelle AIA;

2) il campionamento in continuo di emissioni in aria di diossine, che da ora in poi saranno vincolanti per la verifica della conformità alla legge, invece delle misurazioni periodiche;

3) i requisiti di efficienza energetica intrinsechi all’impianto, ovvero deve essere in grado di essere efficiente al meglio delle possibilità offerte nel settore;

4) altri requisiti in termini di gestione del rifiuto in ingresso, performance di combustione, recupero di materiali, emissioni in acqua per i sistemi di lavaggio dei fumi a umido etc.

È dunque su questi punti che verranno definite le misure da parte delle Autorità predisposte al rilascio e rinnovo delle autorizzazioni che il Gestore degli impianti dovrà adottare per evitare o ridurre le emissioni. Tenendo conto di tutti gli aspetti, tra cui anche gli effetti incrociati.

Cosa significa effetti incrociati?

Intanto bisogna dire che riguardo alle emissioni in aria, le nuove BAT contengono range di concentrazione per 13 inquinanti o gruppi di inquinanti; questi range sono stati ottenuti osservando e filtrando i dati di emissione degli impianti che hanno partecipato alla raccolta dati per ottenere dei valori rappresentativi delle performance associate alle tecnologie di abbattimento considerate BAT. Il concetto di base può essere tradotto nel fatto che applicando una o più combinazioni di tecniche, quando applicabili, ci si può aspettare che l’impianto raggiunga emissioni contenute in questo range.

È poi importante sottolineare che non esiste un impianto nella raccolta dati che soddisfi contemporaneamente tutti i valori più restrittivi di emissioni in aria, acqua e di performance energetica. Vanno infatti tenuti in considerazione gli effetti incrociati e le interdipendenze; per esempio, se si guarda alla tecnologia migliore per l’abbattimento dei componenti acidi nei fumi, allora sembra chiaro che il trattamento umido (o semi umido) sia la scelta migliore. Ma questa comporta a sua volta un refluo che dovrà essere successivamente trattato o evaporato, con conseguente diminuzione dell’efficienza energetica.

Ma non si potrebbe essere proattivi ed agire quanto prima?

Questi limiti più bassi e queste tecnologie più evolute, una volta risolti o superati gli eventuali effetti incrociati, potrebbero però essere adottate dai Gestori anche in tempi brevi e prima dei quattro anni indicati nella Decisione di esecuzione dell’Unione, magari sulla spinta dei Comuni vicini agli impianti o di area e/o dei comitati di interesse di cittadini, che vivono nei pressi di impianti di incenerimento rifiuti. Ovvero da chi, in entrambi i casi, rappresenta portatori dell’interesse a voler essere bene informati e soprattutto ad avere maggiori garanzie possibili per la salute.

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Regno Unito, la polizia include Greenpeace, Peta e altre no-profit fra i gruppi terroristici

People For Planet - Mar, 01/28/2020 - 15:00

La sezione antiterrorismo della polizia britannica scheda Greenpeace, PETA (People for the Ethical Treatment of Animals), il gruppo Campagna per il disarmo nucleare che si batte contro l’uso di armi nucleari, chimiche e biologiche, l’associazione ambientalista Extinction Rebellion e altre organizzazioni no-profit. Lo fa inserendole insieme ai gruppi neo-nazi e alle cellule terroristiche islamiche in un documento a uso pratico con finalità di prevenzione antiterrorismo.

Nell’ultima pagina di questo documento di 24 pagine, la polizia invita i cittadini a fare attenzione ai loghi e i simboli presenti al suo interno e a segnalare possibili azioni sospette sul portale online «L’azione contrasta il terrorismo». Una vera e propria guida, pensata per medici, insegnanti e altri professionisti a contatto con il pubblico che così potranno identificare i potenziali responsabili di terrorismo in Gran Bretagna e segnalarli opportunamente alla polizia. Chiunque potrà segnalare gli attivisti nell’apposito portale internetA rivelarlo è stato il The Guardian tramite un’inchiesta che ha sollevato l’opinione pubblica. Tanto più che, a detta di una testimone, un’insegnante che si è vista recapitare a scuola il documento, il testo «è straordinariamente vago e lascia molto spazio alla interpretazione del singolo».

La polizia ha così rettificato, specificando che il documento è una «guida per aiutare a identificare e comprendere la gamma di organizzazioni» e che dunque dovrebbe servire a distinguere tra gruppi terroristici e non, in modo da agevolare il riconoscimento di «giovani o adulti vulnerabili a ideologie estreme o violente». 

«Il documento chiarisce che non tutti i simboli presenti riguardano gruppi terroristici. Ma, a questo punto, qual è la ragione del loro inserimento?», ha dichiarato un portavoce di Extinction Rebellion al giornale britannico. Domanda cui non è ancora seguita una risposta.

Extinction Rebellion

Proprio a Extinction Rebellion, il movimento della ribellione pacifica diventato famoso al grande pubblico durante la settimana del Global Climate Strike il documento dedica un’intera pagina. Il gruppo viene presentato come «anti-sistema che attira ai suoi eventi ragazzini e adolescenti che difficilmente sono consapevoli» delle loro azioni. Sebbene non violenta, «la campagna di XR incoraggia altre attività che violano la legge» e per quanto «la preoccupazione per i cambiamenti climatici non sia di per sé estrema, gli attivisti del gruppo possono incoraggiare persone vulnerabili a compiere atti di violenza».

Strumento giusto per combattere il terrorismo?

Nei giorni scorsi la segretaria di Stato per gli Affari Interni del Regno Unito e membro del Partito Conservatore, Priti Patel, ha difeso il documento indicandolo come lo strumento giusto per prevenire i «rischi per la cittadinanza e la sicurezza». Tuttavia Sara Khan, a capo della commissione per la lotta all’estremismo, ha chiesto alla polizia di specificare cosa si intende per estremismo e di fornire una definizione chiara e univoca «che possa essere utilizzata dalla polizia, dal governo e dagli enti pubblici per aiutarli a svolgere i loro ruoli».

«Promuovere un documento in cui gli attivisti ambientali e le organizzazioni terroristiche sono quasi associate non aiuterà a combattere il terrorismo – ha detto John Sauven, direttore esecutivo di Greenpeace nel Regno Unito – danneggerà solo la reputazione dei poliziotti che lavorano duramente… Che messaggio diamo ai bambini se da un lato mostriamo gli effetti devastanti dei cambiamenti climatici e dall’altro presentiamo come estremisti chi si impegna per contrastare il riscaldamento globale?». Se l’Unione europea ha spinto l’acceleratore sui temi della tutela dell’ambiente e del contrasto al riscaldamento globale attraverso il green new deal (progetto lungamente rinviato) è anche grazie alle azioni di protesta e sensibilizzazione di questi attivisti. Alla loro caparbietà, la nostra riconoscenza.

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Milano unisce i balconi nella lotta allo smog

People For Planet - Mar, 01/28/2020 - 12:17

Le grandi e medie città italiane soffocano, incapaci di attuare politiche che prevengano l’annuale appuntamento con lo sforamento di gas tossici e polveri sottili: Milano in testa. Timidamente si provano rimedi tampone: dal blocco delle auto previsto per domenica prossima, alle piante mangia smog che Padova invece vuole piantare creando boschi e fasce verdi cittadine.

Arianna: conosci il nemico

A Milano, è ancora possibile partecipare al progetto Arianna: il vaso da balcone progettato da un team di giovani ingegneri e designer del Politecnico di Milano per monitorare la qualità dell’aria in città. La raccolta fondi attraverso la piattaforma di crowdfunding e hub di innovazione sociale Produzioni dal Basso è ancora aperta.

L’obiettivo economico della campagna (che ammonta a 40mila euro) è stato praticamente raggiunto e nei prossimi mesi verranno consegnati i primi vasi. Nel frattempo, è già possibile scaricare l’applicazione dedicata su Play Store (e a breve anche su Apple Store) per prendere visione dei dati finora raccolti e seguire in diretta la crescita della rete di “Arianne”.

Il team di giovani ricercatori che hanno ideato Arianna Ogni strada è un inquinamento a sé

Nel momento in cui tutti i vasi saranno distribuiti, il network di Arianna arriverà a coprire 200 punti di monitoraggio – complementari a quelli già esistenti (solo due, ndr) – che consentiranno non solo di avere a disposizione dati in tempo reale circa la qualità dell’aria a Milano, ma anche di comprendere la variabilità dell’inquinamento di strada in strada. È infatti dimostrato scientificamente che la qualità dell’aria è un fenomeno iperlocale, che cambia significativamente da quartiere a quartiere e da strada a strada. Se vuoi conoscere come è messa casa tua o la tua scuola, e aiutare la ricerca, puoi dunque unirti al progetto e portarti a casa il tuo vaso di Arianna. L’obiettivo finale dei ricercatori è valutare l’impatto delle soluzioni più efficaci per ridurre l’inquinamento, misurandole dettagliatamente, per capire se e quando funzionano.

A Padova si punta sul verde

Per il padovano, uno dei tentaivi di abbattere il particolato e i gas inquinanti si chiama Paulownia ed è una pianta che, secondo gli esperti di Coldiretti Padova, è in grado di assorbire dalle 28 alle 32 tonnellate di anidride carbonica all’anno, con poi la possibilità di ricavare un legno leggerissimo e resistente dopo cinque-sei anni dalla piantumazione.

“Da un paio d’anni stiamo lavorando per costruire una rete d’impresa di produttori di Paulownia anzitutto per realizzare una filiera del legno, prodotto ideale per costruire mobili, arnie, ma anche arredi per le navi, considerato il peso ridotto, insieme a stoviglie alternative alla plastica”, ha spiegato Massimo Bressan, presidente di Coldiretti Padova.

Speriamo che tutto questa serva anche a sensibilizzare la politica, l’unica che potrebbe incidere realmente nel cambiare le cose.

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Il meccanismo mediatico che stritola gli atleti

People For Planet - Mar, 01/28/2020 - 12:00

La differenza la fa la sempre la condizione di partenza. L’attesa che c’è nei confronti di un determinato atleta o una determinata squadra. Dopodiché, però, superato il primo ostacolo, una volta infranto il muro della notorietà, per il malcapitato o la malcapitata non c’è scampo. Entra in una sorta di garrota mediatica: più si progredisce, più crescono le attese. Ed è un crescendo rossiniano che non tiene minimamente conto della presenza degli avversari, dei fisiologici buchi nel processo di crescita o comunque delle fasi di rallentamento, dei percorsi migliorativi che possono indurre anche qualche crisi di rigetto. L’atteggiamento del giornalismo sportivo, che poi riflette l’atteggiamento del grosso della platea di riferimento, è binario: in caso di successo, elogi continui e progressivo innalzamento dell’asticella; in caso di insuccesso, si passa all’analisi della crisi e a un insopprimibile piacere nel pronunciare la parola fallimento.

Passiamo a qualche esempio concreto: il tennis

Nel tennis la stagione appena terminata è stata sorprendente. Il tennis italiano maschile – più o meno in letargo da sempre, tranne qualche eccezione come Fognini – ha portato in vetrina due nomi nuovi: Berrettini e il giovanissimo Sinner. Berrettini ha sorpreso tutti raggiungendo le semifinali agli Us Open dove è stato sconfitto da Nadal; si è poi qualificato per il Master ed è stato il primo italiano a vincere un match in questo torneo particolarmente prestigioso. Gran parte delle domande rivolte a Berrettini erano rivolte al suo futuro, a cosa avrebbe dovuto fare per migliorare, a come poter migliorare ulteriormente la sua classifica (è arrivato a essere numero 8 del mondo, un traguardo eccezionale che vale una vita intera), insomma a porre le basi dello schema precedentemente descritto. Come se tutta la fatica, il percorso compiuto per arrivare fin lì, non contasse più niente, fosse automaticamente cancellato. Mentre ci sembra l’aspetto di gran lunga più interessante. Non a caso, la precoce eliminazione di lui e Sinner agli Australian Open è stata prevedibilmente derubricata a delusione.

Lo sci femminile

Lo stesso processo, per ora fermo a uno stadio precedente, sta riguardando lo sci femminile. In questa stagione è tutto un fiorire di complimenti per i successi delle sciatrici: Federica Brignone, Marta Bassino, Elena Curtoni, Francesca Marsaglia e altre che hanno consentito all’Italia di salire 18 volte sul podio. Siamo alla fase della sorpresa. Tutto viene considerato positivamente. L’anno prossimo, però, scatterà la mannaia della conferma. Se hai raggiunto un risultato, la prossima volta dovrai migliorare. È un po’ come il fatturato per un’azienda. Bisogna sempre aumentare. Oppure vincere vincere vincere. Come veniva richiesta ad Alberto Tomba. Come ci si aspettava da Sofia Goggia su cui c’è stato meno accanimento mediatico solo grazie ai successi delle altre. O come accade per Federica Pellegrini.

Il meccanismo è sempre uguale a sé stesso. È fondamentalmente quello della ruota. Che molto raramente si sofferma sul lato oscuro, sui sacrifici che l’atleta compie per raggiungere quei risultati, su quali difficoltà comporti mantenere alti livelli di concentrazione. È come se il destino dell’atleta fosse solo quello di essere vampirizzato.

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Nuovo coronavirus cinese: per l’Oms il livello di rischio passa da “moderato” a “elevato”

People For Planet - Mar, 01/28/2020 - 10:49

Forse i serpenti non c’entrano e la prima persona infettata non era stata al mercato ittico di Wuhan. L’Organizzazione mondiale della sanità rimane ferma nel confermare che, per ora, non si tratta di emergenza sanitaria internazionale. Nell’ultimo rapporto diffuso domenica sera, però, è stato rivisto il livello di rischio dell’infezione, passato da “moderato” – come era stato definito dalla stessa Oms in cinque rapporti – a “elevato“. La portavoce Fadela Chaib ha spiegato in una nota che nelle comunicazioni dei giorni precedenti era stato detto “erroneamente” che il rischio era “moderato”.

Attualmente il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, si trova in Cina per verificare la situazione sul luogo, e al suo rientro verrà convocato nuovamente il Comitato per la gestione dell’emergenza per valutare se sia oppure no il caso di dichiarare lo stato di emergenza internazionale.

Nell’origine dell’infezione forse i serpenti non c’entrano

Intanto continuano le ricerche per capire da dove sia partito il virus e come sia arrivato agli esseri umani: diversi virologi intervistati da Nature hanno infatti mostrato molti dubbi riguardo ai risultati dello studio delle università di Pechino e Guangxi che ha individuato i serpenti come serbatoio del virus, sostenendo che questo virus può essere trasmesso solo tramite mammiferi e uccelli e, finora, non c’è alcuna prova che possa essere veicolato da altre specie animali. «Nulla supporta il coinvolgimento dei serpenti. È improbabile che il nuovo coronavirus abbia avuto abbastanza tempo di infettare un altro animale ospite per alterare il suo genoma in modo così significativo. Occorre parecchio tempo perché ciò avvenga», ha spiegato David Robertson, virologo dell’Università di Glasgow (Regno Unito).

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La prima persona infettata non era stata al mercato ittico di Wuhan

Un’altra novità riguarda la ricostruzione delle prime fasi dell’epidemia, pubblicata sulla rivista The Lancet e segnalata dalla rivista Science: il primo caso di infezione da coronavirus 2019-nCoV risale al primo dicembre e la persona infettata non era stata al mercato ittico di Wuhan. Si fa quindi spazio l’ipotesi che il virus possa essere stato portato al mercato di Wuhan da una persona già infetta: e il rebus all’origine dell’infezione si fa sempre più complesso da risolvere.

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Amazon: si può fare di più contro il cambiamento climatico

People For Planet - Mar, 01/28/2020 - 10:47

Durante lo scorso fine settimana un gruppo di attivisti che si è denominato Amazon Employees for Climate Justice ha pubblicato le dichiarazioni di 357 lavoratori di Amazon – che si sono qualificati con nome, cognome e ruolo – chiedendo un maggior impegno verso le emissioni zero e violando così le norme di comunicazione dell’azienda.

L’impegno attuale

Attualmente Amazon ha dichiarato di volere diventare carbon neutral – rendere l’attività a emissioni zero – entro il 2040, con l’obiettivo intermedio di non emettere CO2 in una spedizione su due entro il 2030.

Le richieste

I dipendenti chiedono di arrivare a emissioni zero dieci anni prima, nel 2030.
Inoltre di eliminare i contratti che Amazon ha con chi utilizza combustibili fossili per le consegne.
E di smettere di finanziare politici che dichiarano di non credere al cambiamento climatico.

La reazione di Amazon

Non l’hanno presa bene.
In un comunicato l’azienda risponde:

“Poniamo molta attenzione a queste tematiche e la pagina dedicata alle ‘Nostre Posizioni’ lo chiarisce, delineando ciò che stiamo già facendo.
Prendiamo come esempio il tema del cambiamento climatico: abbiamo fondato il Climate Pledge, impegnandoci a ridurre a zero le emissioni di anidride carbonica entro il 2040, dieci anni in anticipo rispetto all’Accordo di Parigi. Prevediamo di utilizzare il 100% di energia rinnovabile entro il 2030 e abbiamo migliaia di persone che lavorano su iniziative legate alla sostenibilità all’interno della nostra azienda. Invitiamo tutti i dipendenti ad impegnarsi, in maniera costruttiva, a lavorare assieme ai tanti team che all’interno di Amazon si occupano di sostenibilità così come di altri temi, ma applichiamo la nostra politica di comunicazione esterna e non consentiremo ai dipendenti di denigrare pubblicamente o mettere in cattiva luce l’azienda o l’assiduo lavoro dei colleghi che stanno sviluppando soluzioni a questi difficili problemi.”

Di Amazon in particolare e di altre aziende che si occupano di vendita on-line si è parlato anche nella puntata di Presa Diretta lunedì 20 gennaio e i numeri sono davvero impressionanti. C’ anche da dire, però, che l’unica azienda che ha risposto alle domande dei giornalisti Rai è stata proprio Amazon, mentre tutte le altre si sono defilate.
Inoltre il colosso americano ha annunciato l’acquisto di 10.000 auto elettriche entro il 2025 per le consegne in India, uno dei Paesi più inquinati del mondo.

Un maggiore impegno è possibile

Potrebbe sembrare che i dipendenti pretendano un po’ troppo ma se guardiamo al giro d’affari del colosso mondiale probabilmente riusciamo a ridimensionare la nostra impressione:

il giro d’affari di Amazon è stato di 3.000 miliardi di dollari nel 2019, si prevede che entro il 2022 si arriverà a 4.000 miliardi.

in Italia la crescita lo scorso anno è stata del 15%, con 1 acquisto ogni 37 secondi.
Ognuno di questi acquisti deve essere inscatolato, spedito e consegnato. Abbiamo reso l’idea?

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People For Planet intervista Silvano Agosti

People For Planet - Mar, 01/28/2020 - 07:00

Se vi diciamo “Lettere dalla Kirghisia”? Ecco, Silvano Agosti è l’autore di Lettere dalla Kirghisia. Lo abbiamo lasciato parlare a briglie sciolte…

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Questo video è un estratto, l’intervista completa dura 20 minuti ed è visibile qui

Guarda anche:
People For Planet intervista Stefano Benni: dalla scrittura ai cambiamenti climatici
People For Planet intervista Marco Baliani

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Il campo profughi di Moria, Grecia, è uno dei posti peggiori del mondo e a viverci sono soprattutto bambini

People For Planet - Mar, 01/28/2020 - 07:00

“Se si può stilare una classifica dei posti peggiori del mondo, sicuramente il campo profughi di Moria è tra i primi. Il contrasto con l’ambiente mediterraneo bellissimo dell’Isola di Lesbo che lo ospita e il salto incredibile che c’è solo spostandosi di pochi chilometri, dove il turismo e la vita di tutti i giorni continuano, sono cose che colpiscono profondamente. Gli operatori più provati, al ritorno dalle missioni, ultimamente, sono paradossalmente quelli che sono stati in Grecia, nella nostra Europa, a pochi chilometri da qui”. Lo racconta Maurizio Debanne, che è stato a Moria in autunno, per curare la comunicazione di Medici Senza Frontiere da quelle zone.

L’Isola di Lesbo

“Io definirei Lesbo l’isola delle contraddizioni, perché da un lato è una delle più grandi isole della Grecia, che d’estate si riempie di turisti, fino a ottobre, molto bella, e anche se in questi ultimi anni c’è stata una leggera flessione, continuano ad esserci alberghi e ristoranti, dove si fa una vita assolutamente normale. E poi ci sono i campi profughi”, spiega Maurizio.

L’Isola di Lesbo è molto vicina alla Turchia, e quindi in questi anni è diventata approdo dei tanti che scappano dalle guerre che stanno insanguinando tutto il Medio Oriente. Solitamente dapprima si spostano in Turchia e poi, quando riescono, tentano di raggiungere la Grecia e l’Europa per chiedere asilo. “In genere sbarcano a Nord, dove c’è la parte più turistica, poi vengono trasportati a Sud dove ci sono questi campi”, spiega.

“Il campo di Moria nasce da un’ex base militare, attrezzata nel 2013 per ospitare non più di 3 mila persone, e che oggi arriva a ospitarne 19 mila.In tutta l’isola sono poi ospitate 21 mila persone, perché c’è un altro piccolo campo. E nel momento in cui ci stiamo parlando, in tutte le isole greche ci sono 42 mila persone, uomini, donne e bambini bloccati per un tempo indefinito”, racconta Debanne.

Il massimo degli arrivi si è raggiunto proprio quest’autunno, a fine agosto e settembre, tutte persone partite dalla Turchia. “Un anno fa, nel gennaio–febbraio del 2019”, dice Maurizio, dati alla mano: “c’erano a Moria 5 mila persone, adesso sono più che triplicate. Soprattutto afghani, siriani, iracheni, che scappano da guerre che continuano. Il campo è letteralmente esploso ed oggi le persone sono state costrette per ragioni di spazio ad accamparsi anche nella campagna circostante il campo, organizzando campeggi improvvisati tra gli ulivi. E anche qui la contraddizione è molto evidente: immaginate questo bellissimo uliveto, come quelli che ci sono da noi, su una collina da cui sullo sfondo si vede il mare, e poi sotto vedi queste persone. Ho incontrato bambini che sono sbarcati da soli, senza nessun adulto con loro, arrivati da qualche ora, che non avevano un posto dove andare, gli avevano fornito una tenda ma non avevano nemmeno il materiale per isolarsi dal terreno”.

La percentuale di bambini in questo campo e nel suo vicino più piccolo è superiore alla media, conferma Debanne: “Sono il 40%, più di 7 mila. Bambini che non vanno a scuola, che non sono più padroni del loro futuro. I loro genitori ci raccontano di essere spesso colti dal senso di colpa per essere partiti, perché la loro è una generazione perduta”. Medici senza Frontiere ha una clinica di salute mentale per adulti nella città di Mitilene, e una clinica pediatrica appena fuori dal campo di Moria: “riceviamo bambini con malattie anche gravi, croniche, che non dovrebbero essere lì e che non dovrebbero stare proprio sull’isola perché nemmeno l’ospedale di Mitilene sarebbe in grado di curarli. Stiamo parlando di bambini malati di cancro, malattie cardiovascolari, diabete...”.

Foto fornita da Medici senza Frontiere Il campo dei bambini

Le condizioni di vita sono pessime, ma Maurizio racconta che quello che annienta psicologicamente le persone è l’assenza di futuro: “In Grecia sbarcano famiglie normali: architetti, ingegneri, notai, avvocati, ho conosciuto anche giornalisti. Famiglie normali, che sono state minacciate, o che hanno avuto la loro città bombardata, o non potevano più stare nel loro Paese. Nella disperazione hanno deciso di pagare questo viaggio per tentare di mettersi in salvo. Ma la disperazione più nera arriva dopo, quando ci si ferma in questo campo da cui non si sa se mai si uscirà”.

Chiediamo di capire, proviamo a metterci nei panni di una persona che arriva: “arrivi lì, ti danno il minimo indispensabile per accamparti. Ti danno da mangiare, c’è una mensa, il cibo è spesso terribile e improvvisato: un pomodoro, una banana, delle merendine, un pugno di lenticchie…nulla che possa veramente nutrirti in maniera completa, soprattutto se sei un bambino. Dopodiché ti fissano la data per il primo colloquio per la procedura di asilo: 15 mesi dopo, come minimo. Quindi ti metti nell’ottica di aspettare più di un anno solo perché la tua pratica inizi ad essere esaminata. Vivendo in una tenda, nel fango, con un bagno ogni 50 persone e una doccia ogni 70. Puoi uscire dal campo ma non puoi lavorare, perché non hai documenti validi. Aspetti e sopravvivi”. Una volta fatto il primo colloquio passano altri mesi prima che eventualmente sia possibile spostarsi, continua Maurizio: “La resilienza umana è enorme, ma davanti a questa attesa infinita molti crollano, e quando parli con le persone senti questo senso di rassegnazione molto forte. C’è una grossa differenza tra chi è appena arrivato e chi sta lì da due o tre mesi”.

E i bambini? “Sono tantissimi, li vedi per tutto il campo, anche piccoli, che giocano. Anche loro però soffrono in questo luogo che noi di Medici senza Frontiere abbiamo più volte definito ‘un inferno’. A Moria, come Medici Senza Frontiere, abbiamo un’unità che si occupa di salute mentale e abbiamo constatato nei bimbi diversi episodi di autolesionismo e tentativi di suicidio”.

Foto fornita da Medici senza Frontiere La “distrazione” di tutti

Il campo è gestito dal governo greco, che non riesce a far fronte a queste emergenze, sia dal punto di vista economico che organizzativo. Ma l’Europa, le istituzioni, l’opinione pubblica, non sono così attenti. “Come Medici Senza Frontiere abbiamo cercato il più possibile di far parlare di questo campo, con televisioni, giornali, con tutti i mezzi a nostra disposizione”, dice Debanne. E i giornali ne hanno parlato, hanno raccontato anche le proteste degli stessi ospiti del campo, quest’autunno dopo che si sono succeduti diversi incidenti mortali: roghi, omicidi, investimenti, che hanno coinvolto spesso dei minori. “Però poi non è cambiato molto, e adesso il campo è sempre là, e d’inverno fa freddo, c’è vento…”.

Maurizio, come tanti operatori di MSF, ha lavorato in altre realtà difficili, questa esperienza a Moria lo ha segnato: “sono stato nelle Favelas in Perù, in Kosovo durante il conflitto. Nessuna mi ha scioccato come questa, perché se per quei posti sei ‘preparato’, qui la distanza tra la disperazione con la normalità del turismo, della città, era minima. La spiaggia, il mare, erano bellissimi ma io in quel mare non sono riuscito a fare il bagno, tanti di noi hanno il rifiuto verso il mare”.

Foto fornita da Medici senza Frontiere La storia che ti ha colpito di più?

“Quella di una bambina di 9 anni, afghana, con una ferita di guerra a una gamba, sulla sedia a rotelle, e non riuscivamo a convincere le istituzioni a farla uscire dal campo, l’ho trovata assolutamente una follia”.

Abbiamo raccontato un Natale con Medici senza Frontiere qui: https://www.peopleforplanet.it/natale-al-campo-profughi/
Abbiamo raccontato la storia di altre persone che fanno volontariato qui https://www.peopleforplanet.it/la-vicenda-di-silvia-rapita-in-kenia-parliamo-con-altri-volontari-come-lei/
Se volete conoscere meglio il lavoro di Medici Senza Frontiere o sostenerlo il loro sito è: https://www.medicisenzafrontiere.it/

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Elezioni regionali: Emilia Romagna al centrosinistra, Calabria al centrodestra

People For Planet - Lun, 01/27/2020 - 15:00

Che questa volta le elezioni regionali fossero più importanti del solito si era intuito.
Non ci si giocava solo una poltrona, per quanto prestigiosa, ma la tenuta del Governo, l’andamento del Paese, specie in una regione come l’Emilia Romagna storicamente di sinistra.

Il risultato però non era scontato, anzi, si mormorava di un testa a testa dall’esito incerto.

Altro discorso per la Calabria, dove il risultato era già definito, si trattava di capire solo di quanto avrebbe perso il centrosinistra, una questione di numeri: di quanti punti Santelli avrebbe staccato Callipo (25 per l’esattezza).

Che le cose potessero andar bene per Bonaccini in Emilia lo avevo intuito quando la mia amica Cinzia, in carrozzina a rotelle per un incidente domestico in cui si è rotta malamente un piede, mi ha mandato ieri mattina la foto che vedete qui sotto. Quando si dice il senso di responsabilità: due infermieri avevano dotato di cingoli la carrozzina e l’avevano aiutata a scendere due piani di scale, salire in ambulanza e ritornare a casa.

E non solo lei: L’Auser Emilia Romagna ieri ha messo a disposizione 300 auto per accompagnare ai seggi anziani, persone disabili o in difficoltà motorie perché: «Tutti devono avere la possibilità di andare a votare».

E che dire poi di Giuseppina Vernia di Modena? La settimana prossima compirà 100 anni e la prima votazione della sua vita è stata quella al referendum del 1946 in cui gli italiani hanno scelto tra Monarchia e Repubblica.

E poi, com’era prevedibile si è scatenata la rete, o meglio Twitter che ha il grande pregio di richiedere la sintesi e quindi le battute sono in genere fulminanti:

Ci son piaciute alcune con l’hastag #emiliaromagna.
Alcuni si sono ispirati alla musica leggera:

Andrea:
Piange il citofono…

Rosella:
È inutile suonare qui non vi aprirà nessuuunooo…

Antonio
Se citofonando io potessi dirti SUCA, io suonerei

Sul citofono decine di meme e di commenti, tra gli altri quello laconico e definitivo di Andrea Purgatori: Si è rotto il citofono

Il serpe Loco
« Scusi, lei spaccia?»
«Sì»
«Mi può dare un po’ di tutto che oggi ne ho proprio bisogno»

Pamela spiega che:
Che ci volete fare, noi emiliano-romagnoli siamo gente concreta. Ci sentiamo più sicuri ad affidarci a 5 anni di buon governo che al cuore immacolato di Maria

A un certo punto della serata i dati di exit poll e prime proiezioni erano molto discordanti tra una rete televisiva e l’altra; così commenta Luca: Girano exit poll per cui le due fazioni sono avanti di 30 punti l’una e ha segnato anche Zoff di testa

Davide Zandarin insiste:
Secondo le proiezioni sono in vantaggio i fratelli Lumière.

Poi qualcuno si accorge di una strana anomalia; Loris:
Curioso che Lucia Borgonzoni non sia stata neppure ammessa alla conferenza stampa in cui Salvini accusa la fazione opposta di sessismo.

Ma poi in fondo, il bicchiere può essere sempre mezzo pieno. Scrive Luigi: Mattè ma che te frega, hai mangiato tre mesi gratis in giro per l’Emilia Romagna, so soddisfazioni!

E per finire un consiglio culinario da Sergio su Facebook:
Menù per un giorno di festa: gnocco fritto con prosciutto di Parma e culatello, piadina romagnola, tortellini, cotechino, un tocco di Parmigiano Reggiano, per dolce un assaggio di Bustrengo. Il tutto innaffiato da un buon Lambrusco o un Sangiovese. W l’Emilia Romagna!

E dopo un pranzo del genere buona digestione a tutti!

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A Perugia l’Angolo della Gentilezza

People For Planet - Lun, 01/27/2020 - 12:43

Un luogo completamente autogestito, in centro a Perugia, aperto giorno e notte, 7 giorni su 7 dove prendere quello di cui si ha bisogno, o dove donare quello che non si usa più o ciò che si è acquistato per alimentare la solidarietà.

L’iniziativa è stata realizzata grazie al Distretto Rotaract 2090, con il sostegno degli altri club perugini – e patrocinato dal Comune.  

Perché ci sono persone che per paura di uno stigma sociale o per pregiudizi non vogliono rivolgersi alle associazioni cittadine tipo la Caritas e allora: «Abbiamo così pensato di creare questo angolo in modo che chi vuole può donare una coperta o un cappotto e dall’altro lato chi ne ha necessità può usufruirne liberamente» ha spiegato Albert Verdese  presidente del Rotaract Trasimeno.

«Doniamo quindi questo spazio alla città per due mesi sperando che con il suo cuore lo sappia tutelare e rispettare e d’altro lato deve rappresentare un momento di riflessione e gioia dove si riscopre la bellezza del dono»

In un piccolo mobile sono custodite sciarpe, coperte, guanti e cappotti utili per far fronte al duro inverno perugino. Come dicono in città, cambiamenti climatici a parte: «Se bubbola dal freddo

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12 minuti di gentilezza al giorno e il mondo ti sorride

Fonte foto: Umbria Journal


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Nuovo coronavirus cinese: si trasmette anche senza sintomi

People For Planet - Lun, 01/27/2020 - 12:19

Proprio come avviene per altri virus, compresi quelli dell’influenza, si trasmette anche in assenza di sintomi il nuovo coronavirus cinese, il virus 2019 n-CoV, che sta provocando un’epidemia di polmonite atipica che secondo le ultime stime conta oltre duemila contagi e più di 80 vittime. E il numero di infezioni sembra in rapida progressione.

Lo studio pubblicato su The Lancet

La notizia che la trasmissione del virus può avvenire anche in assenza di febbre e di altri sintomi para-influenzali arriva da uno studio pubblicato su The Lancet da microbiologi e infettivologi dell’università cinese di Shenzen: condotto su una famiglia di sei persone, dall’articolo emerge che un bambino di dieci anni pur non avendo i sintomi dell’infezione è stato in grado di trasmettere il nuovo coronavirus.

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Lotta contro l’infezione più difficile del previsto

Come spiega in un articolo su Medicalfacts il virologo Roberto Burioni, la notizia che arriva dall’articolo della rivista The Lancet secondo cui pazienti asintomatici che stanno bene e non hanno febbre possono comunque diffondere il nuovo coronavirus, “è la più brutta di tutte”, afferma il virologo, perché “significa che la misurazione della temperatura agli aeroporti potrebbe non essere sufficiente per bloccare la diffusione della malattia. La lotta contro quest’infezione sarà più difficile del previsto”.

Mettere in quarantena i contatti dei pazienti

I ricercatori spiegano che rari casi di trasmissione asintomatica erano stati segnalati anche nella Sars, l’infezione da coronavirus emersa nel 2002 e che nel caso del virus 2019 n-CoV potrebbero rappresentare “una possibile fonte di trasmissione dell’epidemia”. Per questo gli autori della ricerca affermano che “è cruciale isolare i pazienti, tracciare e mettere in quarantena i loro contatti il prima possibile”.

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All’Ikea senza l’auto

People For Planet - Lun, 01/27/2020 - 12:07

Cambi o muori. Ikea, un tempo considerata l’effige del capitalismo spinto, mordi e fuggi, consuma e ricompra, da tempo ha iniziato a comunicare al mondo la sua voglia di far parte della civiltà che cambia, si adatta, migliora. Così, la multinazionale svedese ha iniziato a Vienna i lavori per il suo primo megastore, in centro città, senza parcheggio. Un messaggio chiaro e inequivocabile: siamo dalla parte di chi vive la città senza auto, sosteniamo e ammiriamo la tua scelta di muoverti in bici e con i mezzi pubblici. Senza auto, bada bene, e dunque anche senza auto elettrica: un’alternativa che piace molto a chi non riesce a concepire la propria vita senza le 4 ruote, ma che non rappresenta nessuna vera alternativa. Una scelta rivoluzionaria per la catena di mobili che ha basato il suo vecchio successo sul risparmio garantito dal fai-da-te: nel montaggio e nel trasporto.

Così cambierà Ikea

Il nuovo progetto Ikea prevede la costruzione di un edificio a sette piani in cui mobili e complementi d’arredo saranno presentati in modo innovativo, a metà strada tra la vendita online e quella tradizionale, tra il punto vendita e il caffè dove rilassarsi e chiacchierare, lavorare e fare shopping.

Il punto vendita è infatti progettato come un luogo di incontro, dove certamente si potrà anche fare acquisti e ricevere la merce troppo voluminosa per stare in una cargo bike, direttamente a casa entro 24 ore.

Per rendere il tutto ancora più cool, grandi marciapiedi incorniceranno l’edificio, e saranno connessi in modo diretto alla rete del trasporto pubblico, per una soluzione sostenibile e sicura al 100%. In più, pareti e terrazze ricche di vegetazione, e spazi verdi aperti anche durante gli orari di chiusura del punto vendita. Intorno allo store, saranno piantati 160 alberi per assicurare un microclima più piacevole, fresco d’estate e bello da vivere.

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Ikea vieta la plastica monouso entro 2020

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Banca Popolare di Bari: che sia la volta buona?

People For Planet - Lun, 01/27/2020 - 12:00

La regola vuole che l’informazione debba stare sulla notizia e la notizia del default della Banca Popolare di Bari ha creato sicuramente tanto rumore mediatico.

Ma poi tutti si dimenticano di parlarne… fino al prossimo bagno di sangue.

Che sia la volta buona per riflettere a mente fredda anche su altro?

Partiamo da una certezza: il salvataggio della Banca Popolare di Bari è solo una conferma della rigidità, se non incompetenza, manifestata dai nostri politici nelle soluzioni proposte.

Perché il salvataggio della Banca Popolare di Bari non si risolva nell’ennesimo sperpero di soldi pubblici “buttati” in una struttura ormai irrimediabilmente danneggiata, ma anzi si trasformi in un’occasione per ripensare il sistema bancario italiano, soprattutto quello del sud, occorre partire da alcune semplici riflessioni che ritengo debbano costituire dei “punti fermi” sia per i “regolatori” che per i “controllori” del sistema bancario:

1. la dimensione di una banca non è direttamente proporzionale alla sua “virtuosità”. Troppe banche di medie e grandi dimensioni sono andate in crisi negli ultimi anni, e troppe altre hanno annunciato roboanti piani di rilancio o di risanamento a spese dei dipendenti e dell’occupazione. Nei fatti, tali comportamenti, hanno dimostrato una volta di più che “il re è nudo”, e la maggiore dimensione delle banche nasconde spesso sotto un’apparenza di solidità una preoccupante pochezza sia a livello strategico sia in termini di qualità del management. 
E se “piccolo” fosse invece bello ? Probabilmente un contenimento delle dimensioni medie del sistema, in un’ottica di maggiore coerenza con il sistema economico italiano, e in particolare di quello meridionale, indurrebbe il sistema a focalizzarsi sul classico “core business” rappresentato dall’intermediazione tra raccolta del risparmio e crediti alle imprese e ai risparmiatori, limitando le politiche commerciali tese a piazzare a ogni costo prodotti finanziari e/o assicurativi complessi e spesso non adeguati alle esigenze della clientela, con le connesse pressioni a carico dei lavoratori del settore bancario perché realizzino budget partoriti a tavolino da un management inadeguato con l’intento di nascondere le proprie incapacità strategiche e gestionali;

2. il management del settore bancario va radicalmente rinnovato nel suo complesso, non solo in termini di età media, ma soprattutto in termini di capacità gestionali e strategiche mostrate sul campo! Non è possibile, ne abbiamo parlato tante volte su queste colonne, che i nomi siano sempre gli stessi, e che passino indenni di crisi bancaria in crisi bancaria, ricollocandosi altrove con irrisoria rapidità. Eppure, nel pur complicato contesto del sistema bancario italiano, qualche esperienza virtuosa e di successo c’è! Perché nessuno va a vederne i nomi degli artefici? Perché gli head hunter non aggiornano i loro database?
A tal riguardo segnalo una banca che è stata oggetto di analisi accurata da parte mia durante la preparazione di Sacco Bancario (Chiarelettere): Banca Popolare delle Province  Molisane. In quel Molise che per gli italiani non esiste, c’è una  banca che da qualche anno è la prima nel suo segmento per creazione di valore. Un esempio concreto di buona gestione associato a un modello di integerrima amministrazione sul territorio

3. il risanamento di una Banca (la Popolare di Bari, in questo caso), se ha come obiettivo la tutela dei risparmiatori (e non dei responsabili del dissesto!) e il “non sperpero” delle risorse pubbliche non può non passare attraverso una riduzione delle dimensioni della Banca, senza incidere in maniera radicale e “sanguinosa” sull’occupazione.
Come? Scorporando le filiali presenti nelle aree geografiche “no core” della Banca, ad esempio, nel caso specifico della Popolare di Bari, le filiali presenti in Abruzzo e Campania, e affidandole a banche virtuose del territorio, previa capitalizzazione delle stesse (nelle forme ritenute più adeguate e sicuramente meno impegnativo dal punto di vista economico) ad opera di Invitalia. Una sorta di fitto di ramo di azienda della BPB alle virtuosissime Banche territoriali del Sud. In questo modo, i soldi pubblici andrebbero a premiare i banchieri virtuosi, senza che lo Stato debba impegnarsi direttamente nella gestione, e la Popolare di Bari potrebbe proseguire il suo percorso di risanamento con dimensioni più contenute e focalizzandosi sul suo territorio storico di riferimento (Puglia e Basilicata, in particolare).

Che sia la volta buona ?

Continuiamo a parlarne, però, altrimenti dobbiamo aspettare solo le prossime vittime

Immagine: Italpress.it

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Ritorno al disco in vinile: moda o rivalutazione?

People For Planet - Lun, 01/27/2020 - 07:00

Era stato spazzato via dal walkman 40 anni fa, e poi dai Compact disc, ma negli ultimi anni è tornato a vivere. I record store, vecchi e nuovi, e i reparti di musica delle librerie oltre ad avere gli scaffali pieni di vinili sono anche pieni di gente. I dati delle vendite segnano un trend positivo in tutto il 2019, a quanto pare una fetta di pubblico è davvero tornata ad ascoltare musica sui 33 giri. Si tratta di una nicchia, ovviamente, ma rimane un fenomeno degno di nota.

Millennials e tendenze

In realtà, è da 14 anni che gli Stati Uniti registrano un trend di vendita degli lp (long playing) sempre migliore rispetto all’anno precedente, addirittura piazzandosi nel 2019 con un +12,9% per quasi 19 milioni di album venduti. In Italia i vinili valgono solo il 3,6% del mercato musicale, ma come riporta il Music Listening 2019Millennials e generazione Z sono la maggior parte dei consumatori del disco nero”. Gli album che hanno fatto la storia del rock internazionale e le nuove uscite di artisti della stessa generazione sono i più ricercati proprio dai millennials. In testa alle classifiche americane infatti c’è Abbey Road, l’album del 1969 dei Beatles, mentre nel 2019 in Italia c’è Dark Side of the Moon dei Pink Floyd. Tra le preferenze degli anni 2000 spiccano Lana Del Rey, Amy Winehouse e Billie Eilish. Tra gli album più venduti anche Bohemian Rhapsody e Greatest Hits I dei Queen.

Il culto del vinile coinvolge pubblico e artisti: oggi persino artisti pop e rap se non pubblicano anche il disco nero non sono abbastanza cool. Il fenomeno si può attribuire all’esigenza di avere un supporto da farsi autografare e al repentino scatto caricato su Instagram, ma c’è anche chi pensa alla qualità, al calore del suono indubbiamente meno piatto di quello generato dalla traccia mp3.

È un culto non una moda

Chi suona musica elettronica vive il vinile come un feticcio, che fa parte di una tradizione legata alla musica disco e al collezionismo di pezzi rari, utili al proprio lavoro. Oggi non solo chi mixa musica venera il vinile, ma anche chi ne fruisce e basta spende una fortuna per avere dischi tanto rari quanto popolari. Contrapposta alla fluidità dello streaming e della musica digitale, la fisicità del vinile e la sua scomodità – sentire 30 minuti di musica su un giradischi e poi cambiare lato e sentirne altri 30 non è di certo agevole come l’ascolto shuffle su Spotify – rientra totalmente nello schema della nostalgia vintage che stiamo vivendo in questi anni. Il vinile infatti non è l’unico formato vintage che vede crescere le vendite, anche le musicassette aumentano nel 2019: 118.200 le unità vendute contro le 99.400 del 2018. È la stessa rivalutazione del rumore in ambito musicale e sociale di cui parla Krukowski nel suo ultimo saggio: “Ascoltare il rumore”. Senza rumore noi e la musica perdiamo di profondità, siamo un po’ più vicini alla bidimensionalità.

In ogni caso, se fosse una moda o una tendenza su larga scala dietro ci sarebbe un’operazione di marketing concreta. Con i mezzi attuali le scelte di acquisto sono costantemente orientate dalle grandi multinazionali e in quel caso la fetta di mercato dei compratori di vinili sarebbe molto più ampia di così. D’altronde è proprio per la fortuna e la presenza di multinazionali del calibro di iTunes e Spotify che il vinile non può diventare un fenomeno mainstream.

Infine una delle cause del ritorno dei vinili è dovuta anche alla possibilità di ascoltarli su nuovi giradischi. Quelli presenti oggi sul mercato non sono eccessivamente costosi e hanno gli amplificatori incorporati, sono facilmente utilizzabili e funzionano anche meglio di quelli di una volta.

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Gli strani casi dell’animo umano: “Cristian e la Macumba dell’amore”

People For Planet - Dom, 01/26/2020 - 12:00

Ci sono persone che hanno una tendenza esclusivamente razionale, logica. Ordinate e metodiche, si perdono però spesso l’aspetto empatico, quasi “magico” della vita. Vanno dritte per la loro strada. Nette, sicure. Senza domande.

C’è chi, invece, ricerca un altrove, forse un “alquando”, con tutto il rispetto per i neologismi. E allora prova la via della religione, magari quella “di casa nostra”.
Concetti di base, facili da tenere a mente: c’è uno che ogni domenica fa un riassunto per tutti coloro i quali si fossero messi in ascolto solo in questo momento. Pratica: con una succursale vicino a ogni casa. Aggregativa: un sacco di riunioni e feste, pane, vino, musica. Certo, richiede continuità, coerenza, dedizione, fiducia. Impegnativa? Assolutamente sì.

E allora c’è la versione Bignami, che più che fede richiede un fatalistico abbandono: le stelle.

Per comprenderne le declinazioni possibili, ho acquistato una copia di una nota rivista d’astrologia, per individuare qualche voce autorevole a cui chiedere un consulto.

Ecco alcuni luminari a cui potremmo rivolgerci (tutto rigorosamente vero):

  • Astroparade
  • Buon segno
  • Cristian e la Macumba dell’amore
  • Umberto: Rituale d’amore egiziano, rituale del dio sole (divide il bene dal male, si esegue una volta sola nella vita), rituale sacro della vita (propiziatorio), nuovo filtro d’amore con acqua purificata astrale (completo di due candele a forma di cuore e un talismano dell’amore)
  • Le libere pensanti
  • I non può piovere per sempre [ma è un gruppo anni sessanta? – NdR]
  • Nuovo studio Nefertari: “con Giorgio e il suo staff verso la luce”
  • Studio Faraone del maestro Delpho
  • Jessica la regina dell’amore e le sue esperte in problemi sentimentali: “Chiamami, io saprò aiutarti. Ho l’esperienza e la capacità per risolvere ogni caso”
  • Genny e i suoi segreti dell’albero della vita
  • Shamir [che dovrebbe chiamarsi “Shamir e il suo Mascara” – NdR]
  • Le migliori cartomanti dell’Umbria [regione famosa per le arti divinatorie in tutto il mondo]
  • L’occhio esperto di Marisa
  • Le cartomanti più simpatiche d’Italia
  • Giulio Cesare il cupido dell’amore: “chiamami e verrò subito anche da te, ovunque sarai…per aiutarti per essere il tuo amico di fiducia; il tuo confidente un vero amico non ha prezzo” [punteggiatura originale]
  • Il castello magico di Startel
  • Nicos: “La sua potenza ti aiuterà a rischiare il tuo cammino [rischiarare, forse? – NdR]. Chiamandolo, scoprirai che lui è in sintonia con te, dovunque ti trovi, perchè lui è Nicos, il Signore della Luce”
  • Luis Velasco [Olè – NdR]
  • Donatella Basso: “compongo personalmente temi natale, rivoluzioni solari mirate, ricerco le vite precedenti. Hai fretta? Purifico e preparo la santeria [eh?]”
  • Daniel Leon il veggente ereditario
  • Vito: “sarò il tuo angelo custode” [Sembra Dracula – NdR]
  • Kronos il telepatologo
  • Studio esoterico Prof. Ogino [giuro!] ad Azzate (VA)

Già: non è facile trovare la propria chiave interpretativa dell’esistenza.
Voi chi mi consigliate?

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Il mio cane può diventare vegetariano? E il mio gatto?

People For Planet - Dom, 01/26/2020 - 07:00

La domanda sorge spontanea: avere un cane contribuisce a peggiorare la nostra impronta ambientale? La risposta è certamente sì: cani, gatti e altri animali domestici rinforzano il mercato degli allevamenti intensivi, mangiando prevalentemente carne, necessitano (spesso) di tutta una serie di gadget e prodotti che vanno dai giochi alle cucce, dai farmaci agli antiparassitari, vengono trasportati, lavati curati e pettinati in modo molto simile agli esseri umani e tutto questo ha un forte impatto, visti i numeri.

L’esercito dei pets

L’ottava edizione del dossier “Animali in città” presentato qualche giorno fa a Napoli da Legambiente, dice sostanzialmente che non sappiamo quanti sono, ma che sono tantissimi: i cani ad esempio sono un numero indefinito tra 11 e 27 milioni. I gatti sicuramente di più, e per loro si pone anche il problema di un altro tipo di impatto: il loro numero è aumentato a dismisura grazie all’amore dell’uomo e, da terribili predatori quali sono, sono veri killer di piccoli mammiferi e di  uccelli. Per questo motivo l’Australia, ma anche la Nuova Zelanda, ha addirittura messo una taglia sui mici selvatici, a difesa della fragile biodiversità del Paese.

Una scelta sana?

Molte persone si domandano quindi come poter ridurre l’impatto dei propri animali, a partire dalla dieta: mentre si diventa vegani o vegetariani per motivi ambientali, è naturale domandarsi se la stessa opzione etica possa andare bene anche per i migliori amici dell’uomo. A detta di chi ci ha provato, ci sono solo vantaggi: cani più sani e più belli, che vivono più a lungo e sono meno aggressivi.

Mai per i gatti

Alcuni esperti avvertono che amminoacidi e proteine della carne possono non trovarsi a sufficienza nei vegetali e nei latticini, ma molti altri sono più accondiscendenti. In fondo i cani – ma non i gatti, che necessitano di una dieta strettamente carnivora – sono onnivori come gli umani, e proprio come noi, possono stare in perfetta salute con una dieta vegetariana, purché sia attenta ed equilibrata. Questo nella teoria: nella pratica non ci sono studi che dimostrino gli effetti a lunga durata di una dieta vegetariana (ma neppure di una dieta a base di cibo industriale o domestico a base di carne). Ci basti il parere del nostro veterinario, anche in base alle condizioni del nostro cane, e il sondaggio condotto negli Usa da Peta, secondo il quale l’82% dei cani con regime alimentare vegetariano – ma anche vegano – erano in perfetta salute a 5 anni di distanza. Inoltre, considerate l’alternativa dei mangime per cani e gatti a base di insetti: più sano, più sicuro e molto più ecologico (in verità anche per i padroni) a detta della Fao.

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Scienza: animali cooperativi, altruisti e dotati di senso morale

People For Planet - Sab, 01/25/2020 - 15:00

L’elefantessa che difende una giovane femmina, ferita a una zampa, dall’aggressione di un maschio e poi si avvicina alla giovane femmina accarezzandole con la proboscide la zampa dolorante; i ratti che rinunciano al cibo se schiacciando il pulsante dell’erogatore causano una scossa elettrica a un ratto rinchiuso in una gabbia vicina; i ratti che soffrono se vedono un altro ratto provare dolore; i corvi che nutrono un loro simile cieco; le scimmie bonobo che dividono il cibo; le femmine bonobo che rifiutano il cibo più gustoso se le altre hanno ricevuto bocconi meno ricchi.

Il libro L’intelligenza morale degli animali di Marc Bekoff e Jessica Pierce, raccoglie molti esempi di comportamenti solidali in molte specie animali e ipotizza che lupi, scimmie, balene, ratti abbiano addirittura un livello elementare di empatia e senso della giustizia, senso morale quindi. Questo testo offre un panorama di tutte le sperimentazione realizzate per comprendere il ruolo della cooperazione nella selezione naturale.

La concezione corrente, dell’evoluzione della vita, è oggi ancora incentrata sull’idea che la competizione per il cibo e per il sesso sia stata centrale.

Solo negli anni ’80 Lynn Margulis si rese conto che le cellule, e quindi la vita stessa, esistono grazie alla cooperazione tra il nucleo della cellula e i mitocondri, proto organismi capaci di trasformare gli zuccheri in energia.

Lynn Margulis osservò che i mitocondri esistevano già prima della nascita delle cellule. Essi hanno un loro Dna, diverso da quello della cellula e si riproducono con tempi loro.

Quindi la cellula non è, come mi hanno insegnato a scuola, “il più piccolo organismo unitario”, bensì il frutto di una simbiosi; il nostro corpo è formato da miliardi di invisibili cooperative: la Coop sei tu!

A partire da questa constatazione Margulis ha riscritto i fondamenti della teoria dell’evoluzione, dimostrando che nella capacità di adattamento la cooperazione e la simbiosi sono addirittura più determinanti della competizione per il cibo e per il sesso; la vita stessa, nelle sue basi fisiologiche si è evoluta grazie alla capacità di cooperare.

E tutti gli esseri superiori vivono solo grazie alle loro capacità simbiotiche. Il numero dei batteri che vivono nel nostro organismo è maggiore del numero di cellule che formano il nostro corpo.

Senza queste migliaia di miliardi di batteri non potremmo neppure nutrirci perché sono loro a demolire il cibo e a trasformarlo in nutrimento che il nostro possiamo assimilare.

Quando alle superiori contestavo, la mia professoressa di lettere, prima di bocciarmi, mi disse che ero un illuso a sognare un mondo di pace e di fratellanza perché gli animali più simili a noi, gli scimpanzé, sono violenti, autoritari, uccidono i loro simili e addirittura si danno al cannibalismo… E concludeva che la guerra e il dominio sono connaturati con la natura umana quindi impossibili da estirpare.

Ma si sbagliava perché i nostri più vicini parenti sono i bonobo che, dividono equamente il cibo e la cura dei piccoli, invece di fare guerra con altri gruppi di bonobo usano il sesso per aumentare la capacità di collaborazione e sancire alleanze… E sono tutti bisessuali.

E di sicuro sono molto più intelligenti degli scimpanzé: fare sesso e cooperare apre la mente!

Riane Eisler nel libro Il piacere è sacro raccoglie decine di ricerche archeologiche che dimostrano che le prime civiltà umane, che hanno colonizzato le pianure lungo i grandi fiumi del mondo, dal Nilo al Fiume Giallo, tra 9.000 e 3.500 avanti Cristo, vivevano in case di pietre e fango munite di cardini per le porte e camini per il fumo; furono capaci di imprese colossali, cento volte più impegnative della costruzione delle piramidi: milioni di individui collaborarono per millenni riuscendo a bonificare le immense paludi lungo i fiumi, per coltivare le piante che li nutrivano: dovettero scavare centinaia di chilometri di canali, costruirono argini imponenti, svilupparono di tecnologie complesse (tessitura, ceramica, edilizia, selezione delle piante fruttifere, allevamento dei pesci); essi non conoscevano la guerra, non costruivano mura difensive, non avevano un’aristocrazia dominante che abitava in dimore lussuose o veniva sepolta in modo dispendioso. Erano società nelle quali uomini e donne avevano ruoli sociali paritari, l’orgasmo e il ridere erano considerati sacri momenti di comunione con la Dea Madre.

E poi ci sono i neuroni specchio. Ovvero la capacità di empatia della mente è fisiologica: quando vedi una persona sorridere si attiva la parte del tuo cervello che usi quando tu sorridi. E se vedi una persona piangere idem.

Come spiega Laila Craighero in Neuroni specchio un piccolo meraviglioso libro, il nostro cervello si è evoluto fisiologicamente sviluppando la capacità di identificazione fisica con l’altro. La cooperazione è scritta nel nostro Dna!

Dal che discende, tra l’altro, che la capacità di provocare dolore nelle altre persone esiste solo in individui che hanno subito la distruzione del sistema dei neuroni a specchio; ma ancora la nostra cultura non riconosce la mancanza di empatia degli assassini come il frutto di una gravissima e invalidante lesione celebrale.

Dovremmo parlare di più di questo argomento.

Una delle colonne del pensiero reazionario e aggressivo (che spesso si incontra anche tra i progressisti) è la convinzione che l’umanità sia sostanzialmente malvagia, che gli animali agiscano solo per convenienza e che il senso morale sia presente solo negli esseri umani (raramente).

La gentilezza, il senso della giustizia, l’empatia, la pietà, sono bei sentimenti, ma la storia la fanno la competizione per il cibo, il sesso e il potere…

E dobbiamo educare i figli con durezza perché il mondo è crudele. E dobbiamo temere gli immigrati perché vogliono solo prenderci quello che è nostro.

Proviamo a spiegare che la natura sa essere amorevole e senza la simbiosi la vita non esiste… Magari capiscono… In fondo, istintivamente, sono buoni anche loro.

Cambia il mondo! Sorridi a un leghista!

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Foto di luxstorm da Pixabay

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