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La formazione militare delle ragazze. ULTIMO CAPITOLO

Capitolo 17

I quattro dell’Alleanza si avvicinarono. Io, Pinin e Armin formavamo il gruppo di contatto. I cinque anziani amici di Pinin erano sparsi per la sala con le facce da turisti. Quando i quattro furono a un paio di metri Armin li salutò. Ci guardammo. Non ci furono strette di mano. Armin disse: “Aspettiamo che arrivino gli altri”.
“Aspettiamo”, disse il più anziano dei quattro, un signore imponente con una gran pancia e una settantina d’anni. Calvo. Gli altri tre erano giovanotti con lievi rigonfiamenti sotto le giacche.
Uno in particolare mi colpì. Aveva una faccia neutra, il naso piccolo, le mani piccole. Da una serie di segnali corporei trassi l’impressione che comandasse lui la forza d’urto.
Poi arrivarono quelli dell’Alleanza, anche loro erano quattro come avevamo chiesto. Tutti e quattro in blu. Tre maschi e una femmina. Carina ma aveva un corpo da lottatrice. Il capo delegazione era un vecchio piccolo e secco come un colpo di tosse.
Se avevano delle pistole le nascondevano bene. Forse erano tipi da fondina alla caviglia. La ragazza poteva nascondere una calibro 32 nel reggiseno.
Anche loro si avvicinarono. Sorridevano. Armin li salutò, il vecchio segaligno rispose aggiungendo un cenno gelido per la delegazione dell’Alleanza. I suoi accompagnatori restarono col sorriso meccanico sulla faccia e gli occhi spenti. Assassini nati.
Poi il vecchio della Congregazione diede uno sguardo alla Pinin: “Ti vedo bene, cara.”
Lei lo guardò come se vedesse un lombrico per la prima volta: “A te invece ti vedo sciupato…”
Lui incassò senza cambiare espressione. Sorriso metallico.
Pinin conosceva proprio tutti in questa storia.

“Allora?” Chiese il grosso vecchio dell’Alleanza.
“Allora dite ai vostri ragazzi di fare quattro passi indietro… Dobbiamo fare un discorso molto privato.
I due vecchi guardarono i loro accompagnatori che arretrarono pigramente un po’ contrariati. Stavano per perdersi la parte interessante.
Il loro dolore non mi spezzò il cuore.
“Allora caro Luigi Tosaerba, caro Marco, vi abbiamo qui convocati perché dobbiamo risolvere una questione incresciosa. Il ragazzo…” Indicò me. “E' stato coinvolto in una storia alla quale è estraneo. Le nipotine di Pinin hanno fatto un po’ di sciocchezze giovanili. Vi hanno raccontato un po’ di favole perché voi eravate ansiosi di credere alle favole. Adesso dobbiamo porre fine a questa faccenda prima che qualcuno si faccia male.”
Il vecchio piccolo disse: “Si è già fatta male molta gente.”
Il vecchio grosso aggiunse: “Per una volta siamo d’accordo su qualche cosa… E poi con che presunzione ci vieni a dire cosa dobbiamo o non dobbiamo fare?”
“Innanzi tutto state buonini perché avete otto pistole puntate addosso.
“Mi stai minacciando!” Esclamò il vecchio piccolo. Il vecchio grosso si guardò intorno e intercettò un paio di sorrisi da parte della nostra squadra Terza Età appostata intorno.
Armin continuò: “Non ti minaccio, ti informo. E poi ti informo anche che sappiamo che alla fin fine voi due siete amiconi. Muovete come pedine quei poveri fessi che credono alle vostre favole. E per inciso di matematica alchemica non capite un cazzo.”
“Ma tu chi cazzo ti credi?” sbottò il vecchio grosso, Tosaerba.
“Chi sono io lo sai bene. E ti ricordo che una volta ti ho anche salvato la vita, quando facevi l’imbecille rivoluzionario. Ma non è questo il punto. Il punto è che abbiamo le registrazioni di alcune telefonate tra voi due stronzi che vi mettete d’accordo. E ora siete sotto tiro. Quindi tu Tosaerba adesso telefoni e dici di lasciare andare le ragazze. Sono nella tua clinica. E tu Bussolotto telefoni ai tuoi e dici di ritirarsi.”
“Bussolotto lo dici a tua madre.”
“Non alzare la voce con me.”
E lì capii che era tutta una storia tra vecchie conoscenze, una storia dei tempi che furono, quando la città prendeva fuoco facilmente e le bande armate imperversavano. Vecchie amicizie, vecchi odi.
Il vecchio piccolo, Bussolotto, disse: “Non vorrai mica metterti a sparare qui dentro?”
Armin: “Sono convinto che a Leonardo piacerebbe.”
Proprio in quel momento mi resi conto che c’era un sacco di gente. Una decina di uomini comandati da Morbius, uno dei soci di Armin, si erano piazzati tra noi e gli accompagnatori di Bussolotto e Tosaerba. Un’altra decina, con a capo Scheletor, attorniavano noi, fingendo di ammirare l’Ultima Cena. Armin aveva convocato la Polizia Alchemica al completo.
Armin dedicò al suo gruppo di fuoco un’occhiata ampia e soddisfatta. Poi si rivolse al piccolo e al grosso: “Ragazzi, credo che non vi convenga continuare a fare i rompicoglioni. Una telefonata a testa e poi vi dimenticate di tutto. Se non lo fate vi ammazziamo e vi sputtaniamo con i vostri adepti. E non so in che ordine facciamo le due cose. Se non ci rompete le palle vi lasciamo vivere e continuare a fare i vostri giochini. Se non sono stato chiaro vi sparo nelle gambe così mi capite meglio. Abbiamo un intero battaglione fuori, abbiamo auto blindate ed esplosivo. Se vogliamo teniamo l’intero quartiere per due ore, dopo aver cosparso delle vostre budella questo luogo dove si celebra l’arte e la bellezza. Sarà uno schifo ma non mi rovinerà la cena di stasera.
Decidete: telefonate o morite?”
I due stronzi si guardarono e vidi benissimo che erano umanamente uguali. Un paio di merde.
Tirarono fuori i telefonini, molto controvoglia.
Telefonarono.
Passarono dieci minuti durante i quali non successe assolutamente niente e nessuno parlò.
Poi suonò il telefonino di Armin: suoneria campane a festa.
Lui rispose. Ascoltò. Sorrise e disse ai presenti: “Ok, la partita è chiusa. Se vi sento ancora respirare vengo a casa vostra a strapparvi gli occhi.”
Loro non dissero niente. Noi uscimmo. Dietro di noi gli amici di Armin. Poi scivolarono fuori anche gli amici di Pinin.
Un’auto ci aspettava fuori col motore acceso. Ma non faceva né rumore né puzza perché era una grossa auto elettrica. La nostra scorta si dileguò a piedi. Mente ci allontanavamo li vidi camminare in ordine sparso, metà su un marciapiedi, metà sull’altro. Formazione sciolta.

42 ore dopo mi svegliai da un lungo sonno. Sopra di me giravano le pale di un ventilatore appeso al soffitto, di quelli enormi usciti dai romanzi di Hemingway. Ero disteso di traverso su un grande letto coperto da una zanzariera. Faceva caldo. Mi misi seduto. Allungai la mano verso una birra calda che se ne stava solitaria sul comodino di bambù.
Mi feci una doccia. Mi infilai una camicia e un paio di calzoni Havana, poi feci i cento metri che mi separavano dal mare. Un mare immenso. Con sopra un cielo troppo alto. Odore di tropici, un odore leggermente marcio con una punta di aroma di rum.
Il sole era quello del primo pomeriggio. Mi guardai intorno. La spiaggia era rosa, lunghissima e semideserta. Sentii delle risate. Sotto un ombrellone c’erano le quattro sorelle Tempesta.
“Salute!” Dissi quando arrivai vicino a loro.
Mi guardarono come se avessi interrotto qualche cosa. Poi Ester disse: “Forse ti dobbiamo delle scuse.”
“E magari anche qualche spiegazione.” Dissi io.
“Magari…” Sospirò Deborah.
La guardai. Mannaggia… Era bellissima.
Ma non mi sentivo di far finta di niente. Avevano giocato con la mia vita come fosse una pallina da ping pong. Avevano rischiato di farmi ammazzare o di produrmi altri danni permanenti.
Ma sapevo già che alla fine avrei mollato.
Troppa pelle nuda esposta al sole per reggere a lungo con l’incazzatura.

Nei giorni successivi mi feci molte domande.
E feci molte domande alle ragazze.
La storia del sogno guidato era vera solo in parte. L’ultima parte. Quella che ci eravamo trovati di fronte agli eserciti schierati dell’Alleanza e della Congregazione, con l’Armata Rossa appostata in mezzo. Quello era un sogno. A partire dal risveglio del mattino. Gli adepti dell’Alleanza erano arrivati di notte e mi avevano narcotizzato mentre dormivo. Poi mi avevano portato alla clinica.
Anche il sogno che avevo fatto all’inizio di tutto era frutto di un trucco. Avevo sognato che una ragazza mi diceva: “Timbuctù è assediata. Timbuctù la profumata. Vieni a salvarmi. I Kung non lasceranno vivo nessuno!”
Noemi mi disse che il giorno prima che tutto iniziasse, il giorno prima del sogno, mi ero trovato in ascensore con un uomo anziano. E l’ascensore si era bloccato. Questo me lo ricordavo. Non mi ricordavo invece di essere stato ipnotizzato. Quello che mi era sembrato un sogno era un ricordo indotto.
Era vero il cadavere nella casa dove viveva il pesce rosso prigioniero (che poi avevo liberato, anche lui era vero).
Ed era successa realmente la battaglia alla Fortezza, quando la Confraternita aveva attaccato ed eravamo fuggiti per i tunnel.
E anche quei morti erano veri.
Perché ero stato scelto io?
Le ragazze avevano realizzato un programmino che analizzava numeri: numeri civici, numeri telefonici, date di nascita, targa dell’auto.
Ci avevano infilato dentro i numeri di un migliaio di identità prese a caso da alcune banche dati ed era venuto fuori il mio nome insieme a una percentuale notevole di numeri 5.
Così era scattata la caccia all’uomo. Che nel caso specifico ero io.
Che stronzata!
La storia dei libri con le copertine diverse aveva un senso?
No, erano lì per caso. Uno zio pazzo aveva dedicato gli ultimi anni della sua vita a scambiare le copertine ai libri.
E il libro che si intitolava L’educazione militare delle ragazze che significato aveva?
Deborah mi disse: “E’ un bel libro. Ne ho una copia in borsa, se vuoi te lo regalo. A noi non è servito granché a tenerci fuori dai guai…”.

Insomma, eravamo lì a prendere il sole e a bere succhi di frutta e mangiare aragoste arrosto. Era necessario che restassimo lì, fuori dai guai, per qualche anno… A meno che quelli dell’Alleanza e della Confederazione non si sterminassero reciprocamente prima.
La zia Pinin ci aveva messo soldi bastevoli su un conto corrente alle isole Cayman. E c’era parecchio mare da guardare. Non a caso lo chiamano oceano.
Insomma poteva andare peggio.

Poi una notte, dopo che avevo fatto l’amore con Deborah le dissi: “Io comunque il numero me lo ricordo”.
Lei disse: “Lasciamo perdere.” E si addormentò.

Io pensai: 2743. Poi mi addormentai anch’io.
Il giorno dopo, facendo il bagno nell’oceano incontrai un pesce rosso. Mi guardò, lo guardai, e mi parve di conoscerlo.
Ma con i pesci non puoi mai dire: si somigliano tutti.

Fine
(probabilmente)

 

INDICE CAPITOLI

Capitolo 1 Ottima marmellata d’arance

Capitolo 2 Ragazze educate

Capitolo 3 Una situazione complessa

Capitolo 4 Agguati mentali

Capitolo 5 Eventi indecifrabili

Capitolo 6 La Fratellanza

Capitolo 7 Nera. Ma quanto nera?

Capitolo 8 Il tripudio della confusione

Capitolo 9 La Fortezza

Capitolo 10 Scatole dentro scatole dentro scatole

Capitolo 11 La Polizia Alchemica

Capitolo 12 Fisso il pensiero fisso

Capitolo 13 clicca qui

Capitolo 14 clicca qui

Capitolo 15 clicca qui

Capitolo 16 Pinin

Capitolo 17 Fine