cacao della domenica

Mangiare cibo biologico senza condirlo con l’arte e la comicità fa male.

L’arte non è un optional. Non è una cosa che puoi fare o non fare.
L’arte è un nutrimento essenziale.
L’arte del gioco, dell’amore, del giardinaggio, della cucina, insieme alle arti classiche, sono uno strumento formidabile di iniziativa sociale.
E se poi all’arte unisci la filosofia del ridere (che non inquina e non ingrassa) ottieni uno strumento potente per rendere la tua vita più divertente e per migliorare la società.
Il grande limite che unisce oggi il governo e l’opposizione è la mancanza del senso dell’arte e dell’empatia.

E siccome la situazione sociale è difficile e impantanata credo che sia il momento giusto per lanciare un appello alla mobilitazione artistica nazionale. Serve un’ondata creativa che risvegli gli animi e i desideri ed eroda questa cappa di pessimismo e delusione che è il principale nutrimento della crisi economica e morale.

Vedendo che la maggioranza degli italiani resta indifferente a scandali come quello della mafia romana, scandali continui e abnormi, c’è da stupirsi. E c’è da stupirsi che quasi nessuno abbia voglia di alzare la testa e di imporre la fine dell’impunità, del delirio burocratico, dei processi infiniti e degli assolti per prescrizione… Quante volte lo abbiamo detto?
Evidentemente non è sufficiente, la controinformazione ormai è superflua, la gente sa come stanno le cose e se ne frega.
E più rifletto su questa paralisi più mi rendo conto che continuare a ripetere gli stessi discorsi è ormai sintomo di delirio compulsivo. Dobbiamo assaltare le trincee dell’indifferenza usando altri strumenti, inventando altri linguaggi, possiamo penetrare le barriere del vuoto mentale preconfezionato con lo stupore, il comico, il surreale.

Si impone un cambiamento. Nel 2015 Alcatraz diventerà, ancor di più, un centro di resistenza artistica. Ci dedicheremo in modo prioritario a organizzare gruppi creativi, video, spettacoli, laboratori.
E vediamo se riusciamo a invadere pacificamente, col divertimento, gli strati abulici della mente collettiva.
E' o non è un bel movimento?

E tanto per iniziare, dopo 33 anni, abbiamo cambiato il programma di Alcatraz per Capodanno e per l’Epifania. A fianco del tradizionale corso di Yoga Demenziale terremo due laboratori creativi (vedi alcatraz.it).
Ognuno porterà le sue idee ma per cominciare abbiamo anche una proposta da farti: creare insieme un’opera multicanale (vedi sotto).
Per 10 giorni Alcatraz diventerà un centro di propulsione emotiva, di studio cromatico, di esaltazione del bello, di trasmutazione danzante. E chi vorrà potrà partecipare via web: trasmetteremo tutto in diretta e raccoglieremo contributi anche da migliaia di chilometri di distanza (questo fatto che siamo interconnessi mi eccita…)

Facciamo un nuovo media. E che sia divertente.
Da giorni sto riflettendo sulla possibilità di creare qualche cosa di completamente diverso.
L’esplosione dei social network, di Youtube e degli altri sistemi di interconnessione ha aperto nuove sterminate possibilità ma fa anche sì che la nostra comunicazione sia frammentata su diversi canali.
L’idea è quella di creare una sorta di rivista che riunisca periodicamente tutto il marasma che produciamo.
Non ho ancora le idee chiare ma vorrei non chiarirmele da solo.
Provo quindi a esprimere quel che mi passa per la testa come provocazione per i cervelli di chi ha interesse per una simile impresa.
Innanzi tutto oggi la forza di FB è la continuità del messaggio. Grande vantaggio postare vari messaggi al giorno e interagire con commenti. Ma è anche dispersivo e la pagina del social network diventa una gabbia (nel senso della gabbia grafica), semplice ma limitante.
Immagino per prima cosa una comunicazione scadenzata, l’uscita della meta-rivista è un evento che avviene il 27 del mese ed è accompagnata da un web party, durante il quale il collettivo degli autori presenta l’opera e ne discute con i lettori in diretta, dalle ore 21,30 in poi.
La rivista potrebbe presentarsi come una schermata web unica, che si scorre magari in orizzontale ed è munita di una colonna sonora/voce fuori campo. Tutto avviene in questa pagina unica, che ha una misura grande; una specie di nastro di immagini ferme o in movimento; la pagina scorre come una lunga striscia colorata; nel monitor vedi via via solo una porzione.
Lo sfondo della pagina è fatto di grandi disegni, vignette e brevi testi, sui quali galleggiano televisori che attivati mostrano racconti, canzoni… Ci sono oggetti che si possono toccare con il cursore e cambiano di colore, di forma o di dimensione oppure si muovono, agiscono, danno vita ad animazioni o aprono bandiere di immagini. Nella rivista c’è ogni sorta di linguaggio: teatro, danza, canto, musica, disegno, fotografia, videoarte, racconto scritto.
Sarebbe poi divertente che ci fosse la possibilità di commentare singole porzioni della lunga striscia che potrebbe contenere pezzi di una specie di “muro” a disposizione degli utenti per aggiungere non solo scritti ma anche suoni, video e immagini.
E si potrebbe poi creare una versione cartacea, come oggetto d’arte a sé, un prodotto materiale per chi non vuole rinunciare a maneggiare la creatività, fisicamente. E potrebbe esserci anche un’appendice in pdf, una specie di “prossimamente” che possa essere inviato (e su questo vorrei parlare con qualche webmaster per sapere cosa e come si potrebbe fare).
Sei dei nostri?

Jacopo Fo

Il Buddha degli idraulici (versione spray)

Premessa
Forse per crescere è inevitabile soffrire.
Ma tu hai già sofferto abbastanza.
Ora hai diritto alla password.

Prefazione
C’è il Dio degli eserciti,
il Dio delle piccole cose,
il Buddha delle periferie,
la Santa Rita da Cascia dei coglioni.
Poi c’è il Buddha degli idraulici.
Quello che quando il rubinetto perde lo aggiusta.

Questo è il libro della grande saggezza del Buddha degli idraulici.

1. Tutti i padri dicono di amare i figli. Ma è una balla. Se fosse vero quando nevica le strade sarebbero piene di pupazzi di neve.

2. Come ebbe a dire un giorno Jean-Jaques Rousseau: “L’essere umano, sostanzialmente, è una gran testa di cazzo. Però ci sono dei giorni, che con una luce particolare può sembrarti un Dio”.

3. Esprimere a Dio la tua incondizionata ammirazione e la tua totale sudditanza estatica mi sembra un atteggiamento un po’ da leccaculo.
Dio si deve impegnare di più. Sono migliaia di anni che gli esseri umani si maciullano e si massacrano. E non è che Dio può venirci a dire che lui è innocente. Il difetto sta sempre nel manico. Mica l’ho fatta io questa cagata di guazzabuglio di galassie in fiamme e ragazze anoressiche che odiano il sesso orale perché contiene troppe calorie!
Eccheccazzo.

4. Se aspetti di essere sicuro che quel che fai sia perfetto prima di farlo, allora in tutta la tua vita non riuscirai a fare neanche una scoreggia.

5. Non credere a tutto quello che ti raccontano i giornali.
La stampa mente, la tv mente, la radio mente.
E anche la tua mamma non ti ha detto la verità su Babbo Natale.

6. “La vita fa schifo” disse la donna delle pulizie alle quattro di notte guardando il cesso della birreria “Il vecchio pirata” di Edimburgo.
Non aveva tutti i torti.

Vuoi picchiare un lottatore di Sumo?
Va bene, ma non precipitare le cose.
Il primo passo per realizzare il tuo sogno è trovare un lottatore di Sumo masochista.

7. Se fossimo nati per soffrire le donne invece delle tette avrebbero due rubinetti.

8 . Per farmi accettare le tue scuse dovresti convincermi che non sei venuto all’appuntamento perché eri morto.
Non mi basta che tu fossi svenuto, ferito, contuso.
Dovevi essere morto, clinicamente morto.
Possibilmente con la testa staccata dal collo.
Allora potrei diventare comprensivo.
(Le scuse sono la leva del Diavolo).

9. La vita non ha senso.
Questo è il problema.
Il senso glielo devi dare tu.
Non è facile.
Devi far finta di essere Dio e chiederti se avresti preferito non creare niente e restare solo al mondo per altri 20 mila miliardi di anni.
Dopo così tanto tempo, forse, anche il rischio di dare ad Adolf Hitler la possibilità di esistere ti potrebbe sembrare un’alternativa da prendere in considerazione.

10. Il mondo non è perfetto. Anzi per dirla tutta ogni tanto fa un po’ schifo.
Ma Dio non ne ha colpa.
Avrebbe voluto creare un mondo migliore ma non aveva i mezzi.
Dio non è onnipotente.
E solo più abile della media dei commercialisti.
Esistono altri dei che creano mondi perfetti dove la donna meno bella è Marilyn Monroe e il tuo sistema immunitario usa il tritolo contro i virus.
Quando fanno le feste tra di loro tutti prendono per il culo il nostro Dio perché da noi le ragazze rischiano la cellulite.
E lui ci resta male.

Dobbiamo assolutamente darci da fare per migliorare questo universo.
Conviene a tutti.

11. Mai uno che dica che vuol fare la guerra per trombasi la moglie di un generale.
Trovano sempre giustificazioni più decenti.

12. Ci sono animali migliori di noi.
Ad esempio gli orsi bianchi sono bellissimi.
Però noi abbiamo i fucili.
Che è meglio.

Per centinaia di milioni di anni gli esseri umani sono stati una specie di giocattolo per il regno animale.
Non avevamo artigli, zanne, unghie retrattili, code a martello, pungiglioni, denti avvelenati.
Non volavamo, non eravamo capaci di andare sott’acqua, non correvamo veloci.
Quando gli altri animali non sapevano che cazzo fare dicevano: “Andiamo a fare male agli esseri umani che sono così deboli e brutti!”
E tigri, leoni, serpenti, orsi, lupi, rinoceronti, elefanti, zecche, cimici, pulci, zanzare, scorpioni, risolvevano così i pomeriggi noiosi.
Merda!
Ci siamo rintanati nelle grotte, abbiamo usato il fuoco per sbarrare l’entrata, abbiamo imparato a costruire asce di pietra, aghi, pentole, muri, trapani, mulini a vento, frullatori col turbo. E quando abbiamo avuto bazooka abbastanza potenti siamo usciti fuori e abbiamo sterminato tutti quegli animali stronzi.
E abbiamo trasformato questo pianeta di cacca in un bel drive-in con asfalto a perdita d’occhio.
Ora i nostri bambini possono giocare in pace.

13. Tu sei onnipotente!
Guarda un sasso. Digli: “Non muoverti”. Vedrai che ti ubbidisce.
Ordinare ai sassi di mettersi a volare è stupido.
Perché dovrebbero farlo?
I sassi adorano stare fermi e ascoltare il vento che gli solletica le molecole.

14. Nuvole, come donne nude distese nel cielo.
C’è tanta di quella poesia in ogni battito di farfalla che anche una merda di vacca a volte riesce a commuovermi.

15. Nessuno sa esattamente perché le galline abbiano smesso di volare.
Ma date loro un buon motivo e vedrete che ricominceranno.
In nessun caso invece gli aerei riusciranno a fare le uova.

16. Siate realisti. Solo gli avvenimenti veramente improbabili hanno qualche probabilità di realizzarsi.
Beh, forse questo non è tutto vero.
Ma chi l’avrebbe mai detto che il Muro di Berlino sarebbe crollato così velocemente?
Tutti abbiamo qualche colpo di fortuna nella vita.
Ognuno secondo le proprie aspirazioni. I cercatori di tesori trovano galeoni affondati pieni d’oro, agli stitici al massimo gli viene la diarrea.

17. Se non ci sei quando ti sparano non riescono a colpirti.
E se ti colpiscono, rantolando, digli che hai nascosto 20 milioni di dollari dietro allo specchio, in un appartamento al terzo piano in via Garibaldi… e poi muori. Senza dirgli né il numero civico né la città. Ma sai quanto gli rode?

Jacopo Fo

Hai diritto di vivere?

 
Soffri per una lesione primaria al sentimento di avere il diritto di camminare su questa terra?
(A proposito dei fatti miei…)
 
Continuo ad accorgermi che in italiano mancano le parole per esprimere parecchi concetti.
Ad esempio, il sentimento del diritto di essere.
Si è parlato a fiumi di autostima.
Ma sinceramente io di autostima ne ho fin troppa. Nel senso corrente della parola: l’autostima è intesa come la convinzione di essere capaci di realizzare un progetto, di riuscire in un’impresa. Una cosa importante, fondamentale per vivere bene.
Ma qui vorrei parlare di un sentimento diverso (anche se il concetto è confinante). Un’idea che meriterebbe una parola a sé.
 
Tra i tanti regali che ho ricevuto dalla mia famiglia l’autostima è certamente importante. Quando avevo 18 anni mio padre mi disse che dovevo costruire una ventina di maschere di cartapesta. Io obiettai che non sapevo come fare. Lui mi mandò quattro giorni dal grande Donato Sartori, ad Abano Terme a imparare. 
In casa si dava per scontato che si poteva fare tutto. Bastava informarsi sulla tecnica necessaria e non aver paura dei fallimenti, la vita è una gara di resistenza, se insisti alla fine ci riesci. Nessuno prendeva in considerazione l’idea che non fossi capace di fare quel che mi si chiedeva. La fiducia ha una grande potenza e se tutti sono convinti che ce la puoi fare è probabile che tu ci riesca. E, in effetti, consegnai le maschere stando nei tempi del debutto dello spettacolo dei miei…
Per quanto riguarda invece il diritto di essere in famiglia c’era una visione molto dura: non ce l’hai, te lo devi guadagnare.
Mia madre mi ha tirato su dicendomi che dovevo diventare un vero comunista. Il che voleva dire molte cose. Prima di tutto essere comunista non è una cosa come essere dell’Inter o del Milan. Essere comunista è uno stile di vita, una serie di scelte, un modo di pensare e di agire.
E se si dava per scontato che ci sarei riuscito ma era sottinteso anche che avrei dovuto sudare per arrivarci.
Il mondo era pieno di comunisti di carta velina.
(Ovviamente in famiglia si giudicava che le dittature socialiste non avessero niente a che vedere con il Vero Comunismo… Mia madre rischiò di farci sterminare tutti all’aeroporto dell’Avana, litigando con gli ufficiali della sicurezza per il loro burocratismo idiota e prepotente. E i miei ritirarono l’autorizzazione a rappresentare i loro spettacoli in Urss dopo l’invasione della Cecoslovacchia…).
 
Quest’idea del corrispondere con le azioni alle proprie idee è per molti versi giustissima ma ha una controindicazione che a me è costata cara: l’idea di non avere il diritto di essere in quanto persona vivente e la tendenza a giustificarsi con l’azione per ripagare la fortuna di esistere e di essere pure un privilegiato per molti versi…
Il fatto di pagare il mio livello di privilegio con una serie di handicap (tipo bombe in casa o il dover andare a scuola scortato dalla polizia) non esauriva il costo morale ed etico dell’esistere.
In questo sono molto vicino ai problemi che vivono le persone di confessione protestante: Dio ti dà una certa quantità di talenti e devi dimostrare la tua fede facendoli fruttare. Un’idea edificante che contiene i germi di una grande sofferenza.
 
Sono arrivato a un’età che suggerisce i bilanci esistenziali.
E guardando a quel che ho fatto e a come l’ho fatto vedo che troppo spesso, in casa e fuori, mi sono sentito in dovere di fare parecchie cose spinto dal bisogno di pagare il lusso di vivere, di essere accettato, di essere amato. Ho coltivato un sentimento di essere in debito con tutto e forse questo sentimento di inadeguatezza mi ha limitato parecchio. E' un sentimento che comunichi in mille modi e che risulta irritante per le persone… Il che è comprensibile… Qualche anno fa la mia amica e grandissima persona, Gabriella, me lo ha detto… Ma ho impiegato un po’ a digerire il concetto.
 
Ora che sono cresciuto un po’ di più posso dire che la vita ha senso se la vivi intensamente, e non ci riesci se non hai un atteggiamento solidale verso gli altri. Perché sono le relazioni il sale della vita e agire in favore della collettività è il più grande lusso.
E credo che nella mia vita di essere stato un buon comunista, e a volte non è stato facile, ma credo anche di avere il diritto ad essere a prescindere dalle mie capacità. A prescindere da quanto io sia abile.
 
Il che non vuol dire che sia positivo rinunciare ad alzarsi dal letto e concludere qualche cosa di utile e di bello…
Realizzare i sogni è la più grande fortuna che si possa incontrare. La passione è essenziale. Ed essa, certo, comporta l’impegno. E non c’è risultato senza la determinazione, possibilmente incrollabile, nel perseguire i propri obiettivi.
Ma non credo che le “buone azioni” debbano essere considerate la tassa che ti dà diritto a vivere.
 
E mi chiedo anche quante persone abbiano interiorizzato questo tipo di senso del dovere, questo sentimento di dover pagare il diritto alla vita, e a quanti questo sentimento sia già costato troppo.
Per quanto mi riguarda è ora di smettere.
Sono un buon comunista perché assaporo la bellezza del vivere e credo nell’ottimismo della storia. Costruiremo un mondo veramente migliore se sapremo godere delle cose migliori del mondo come è adesso… Adoro De André ma si sbagliava: dai diamanti non nasce niente ma non nasce niente neanche dalla merda. Le cose buone nascono dallo stupore per il fatto stesso di essere vivi e di scoprire che abbiamo un’incredibile occasione per camminare su questa terra. E che ne abbiamo pieno diritto. Milioni di spermatozoi e centinaia di ovuli avrebbero voluto nascere, noi abbiamo vinto la lotteria, siamo nati e siamo ancora vivi. E questo è grande, illimitato e assoluto!
Camminerò su questa terra per tutto il tempo possibile e sperimenterò tutte le sensazioni possibili.
E non esiste ragione al mondo perché io non mi senta in diritto di farlo. Non è un’opzione è un dovere assoluto: onorare la fortuna del vivere.
Aug!
 
Jacopo Fo

Uomo: cosa succede se mentre fai pipì prendi la mira?

 

 
(A proposito del rapporto tra pensiero, azione e benessere del corpo)
 
Qualche anno fa l’associazione urologi inglesi lanciò una campagna di prevenzione dei disturbi prostatici molto particolare.
Distribuirono dei sacchetti che avevano lo scopo di finanziare la ricerca. Sacchetti che curiosamente contenevano delle palline di circa un centimetro di diametro composte di una sostanza galleggiante ed effervescente. L’uso era gettare una pallina nel wc e poi fare pipì cercando di colpirla provocando il vistoso aumento dell’effervescenza e il rapido annichilimento della suddetta pallina galleggiante.
Lo scopo era più di comunicazione che di sostanza: le palline avevano un costo proibitivo e solo pochi miliardari avrebbero potuto utilizzarle quotidianamente.
L’obiettivo dell’operazione palline era di rendere comprensibile una delle più recenti conquiste della ricerca urologica: la scoperta che l’uomo, per atavici motivi, quando cerca di colpire un bersaglio facendo pipì e può osservare l’effetto devastante del proprio getto urinico, prova una grande soddisfazione limbica e al contempo modifica il modo in cui utilizza la muscolatura vescicale, compiendo così una benefica ginnastica che tonifica le fibre; detta ginnastica quindi, andando a sciogliere contratture muscolari, migliora la circolazione sanguigna, ultimo effetto di codesta pratica è di conseguenza la riduzione di fenomeni come l’ipertrofia prostatica.
Questa scoperta, non dando la possibilità concreta di pubblicizzare un nuovo prodotto, non ha avuto una forte promozione tra gli addetti ai lavori. Nessuna casa farmaceutica ha valutato potesse essere remunerativo produrre simili palline e sguinzagliare migliaia di informatori medici, armati di viaggi premio alle Maldive, alle costole dei dottori della mutua.
 
Resta il fatto che si tratta di uno dei cippi che indica un interessante confine della ricerca clinica, quello del rapporto tra le modalità delle nostre azioni, la nostra partecipazione emotiva a queste azioni e il buon funzionamento del nostro organismo.
Potremmo parlare di intenzione/risultato di un’azione oppure di submodalità emotivo-simbolica di quel che fai.
Questo dipartimento della neurofisiologia comprende anche il modo di pensare. Ormai si sa che certe idee negative fanno male alla salute ma è importante comprendere che l’effetto del pensiero diventa realmente potente perché determina non solo idee ma modi di compiere un’azione. La dottoressa Fabrizio, docente all’Università La Sapienza di Roma, ha a lungo sperimentato un metodo efficace contro alcuni tipi di malanni cronici, ad esempio l’emicrania con aura, incentrato sulla presa di coscienza del malato della qualità di una serie di gesti quotidiani che diventano potenti proprio perché continuamente ripetuti.
Chiaramente questa osservazione (e il successivo cambiamento della submodalità) va applicata a numerose azioni.
Ad esempio la Fabrizio lavora sul modo di sedersi. Ha un certo peso il fatto che una persona non abbia l’abitudine ad accomodarsi al meglio sopra una sedia, appoggiandosi allo schienale; è negativo se si siede come se fosse pronta ad alzarsi subito, si siede sul bordo della sedia invece che al centro, non si appoggia allo schienale, non è a suo agio. Questi modi di fare attivano i muscoli in modo sbagliato e alla lunga creano una serie di danni e malfunzionamenti. Queste modalità (o submodalità, come le definisce Milton Erickson) portano con sé un sentimento, un modo di pensare, che non dà a quella persona “il diritto” di sedersi comodamente, di sentirsi a suo agio, contengono mancanza di autostima e sensazione di non avere sufficienti diritti e potere e ha sicuramente effetti negativi sullo stato d’animo, il senso di sé e quindi riducono il benessere… Ma è particolarmente interessante osservare che l’effetto negativo sul corpo di un pensiero, massifica la sua azione originando un modo di muoversi innaturale. Quindi agire sullo stato psicologico senza agire sulla coscienza del modo di muoversi che da questo discende, riduce enormemente le potenzialità della cura.
 
Su questo terreno stiamo studiando e sperimentando all’interno della Scuola di Naturopatia Complementare, cercando di raccogliere esperienze di diversi ricercatori e terapeuti e cercando di capire in che direzione possiamo realizzare sperimentazioni.
Per ora siamo riusciti a individuare una serie di titoli e di domande.
Eccole.
 
- Che peso ha il modo nel quale “ascolto” la malattia? Ho sperimentato che la mia passione per l’ascolto delle sensazioni mi  ha portato a un danno notevole perché a un certo punto ero entrato nella “contemplazione del dolore”. In un modo che ancora non so spiegare era come se il mio inconscio avesse mal interpretato qualche cosa… Io ascoltavo il dolore, perché il dolore è un messaggio del corpo che deve arrivare da qualche parte per innescare il meccanismo dell’autocura… In qualche modo mi sentivo gratificato dalla mia capacità di sopportare (psicopatologia spartana!); il mio irrazionale ha interpretato questo atteggiamento, e la pratica dell’ascolto del dolore, come una richiesta di dolore e ha iniziato a fornirmene in gran quantità. Fino a quando ho capito che così stavo sempre peggio e avevo mille acciacchi… Ho quindi smesso di concentrarmi sul dolore per sentirlo meglio e ho iniziato a cercare di ascoltare le sensazioni diverse, guardare altrove, pur senza oppormi al dolore (opporsi, contrarsi, quando si prova dolore non funziona perché rende più difficile per il corpo “capire” quale è lo squilibrio e quindi cosa fare per intervenire. Il dolore è parte della cura in quanto è una comunicazione urgente).
 
- Nel caso di ferite, ulcere e simili quanto è importante se io creo un’area di contrazione intorno alla ferita e contemporaneamente considero quell’area sporca o cattiva o brutta?
Pensare di muovere al rallentatore la pelle intorno a una ferita ha un effetto positivo perché costringe a tonificare la pelle e i muscoli della zona? (vedi articolo settimana scorsa). E poi è meglio se unisco al micromovimento un sentimento di amore e riconoscenza verso la parte malata, in quanto si è sobbarcata l’onere di ammalarsi per mantenere il mio organismo in equilibrio (la malattia è il modo che il corpo a volte sceglie per riequilibrarsi o per tamponare uno squilibrio. Cioè il sintomo è parte dell’autocura).
 
- Gli stati emotivi provocano processi mentali ma anche movimenti muscolari e altri fenomeni fisici. Probabilmente per questo motivo azioni che creano emozioni e conseguenti sensazioni emotive possono generare guarigioni… È il caso dell’efficacia di alcuni procedimenti sciamanici ma anche il motivo per cui ho benefici durante una crisi di emorroidi giocando ai videogames sparatutto?
 
- Camminare guardando per terra piuttosto che al disopra della linea dell’orizzonte (come sarebbe naturale) determina cambiamenti della modalità con ricadute sulla spina dorsale oltre che sull’umore?
Camminare pestando i piedi per terra oltre a distruggere i menischi crea danni a cascata alle relazioni interpersonali e alla fisiologia? Attraverso quali meccanismi questo succede?
 
- Quando respiri in modo naturale espandi i polmoni in fuori, verso l’alto, ma anche e soprattutto verso il basso. Il movimento del diaframma spinge in basso (di alcuni centimetri!) tutti gli organi interni, dal cuore e il fegato fino a vescica e intestini. Quando espiro il diaframma risale verso l’alto portando con se gli organi interni. Questo movimento genera anche un’azione di sostegno fondamentale al lavoro di pompa svolto dal cuore.
È da notare che anche il contemporaneo movimento verso l’alto dei polmoni durante l’inspirazione, seguito da un movimento verso il basso quando si lascia uscire l’aria, è importante anche se muove meno apparati interni; ha comunque un effetto tonificante essenziale e supporta la circolazione sanguigna della parte superiore del corpo. 
Ovviamente i polmoni hanno anche un movimento orizzontale di espansione… Sostanzialmente il palloncino dei polmoni si gonfia e sgonfia, producendo un movimento di andata e ritorno in tutte le direzioni.
Respirare avendo un’idea errata del respiro crea una serie di danni a tutti gli organi che dovrebbero essere tonificati e sostenuti da questo movimento. In questo caso una visualizzazione sbagliata del movimento genera un peggioramento della qualità muscolare. Il fatto di non percepire la modalità del respiro in modo corretto agisce negativamente sul modo di respirare. Ad esempio, a causa di una serie di lezioni di yoga impartitemi da insegnanti ben poco informati, ho maturato un’idea nella quale l’espirazione era connessa a un rilassamento del ventre, quindi a un cedimento degli organi interni verso il basso, contemporaneamente pensavo che muovere i polmoni anche verso l’alto e in fuori fosse cosa da militaristi violenti (pancia in dentro, petto in fuori). Il che mi ha inferto problemi di pressione eccessiva dall’ombelico in giù e contemporaneo eccesso di rilassamento dei tessuti… Ma ovviamente questo errore di movimento ha dietro anche un’immagine di sé che è difettosa anche dal punto di vista psicologico. Non mi vedo come una sfera pulsante con grande forza e unità ma un po’ mollusco troppo rilassato. Il che comporta danni emotivi e relazionali. Cioè vengo “sentito” come un pastina.
 
PS
Questo articolo fa parte di una serie di testi che sto scrivendo per contribuire allo sviluppo della Scuola di Naturopatia Complementare di Alcatraz. Si tratta di un percorso di formazione professionale ma anche di un ambito di ricerca, incontro e discussione tra diverse esperienze. A marzo inizierà il secondo ciclo di lezioni.
 
La Scuola di Naturopatia Complementare ha un costo elastico: si paga a seconda delle possibilità.
 
Jacopo Fo

Quanto della tua salute dipende da come fai lavorare il cervello?

 

(Non voglio parlarti del rapporto tra psiche e malattie ma proprio di come usi la mente)

Quarant’anni fa, vicino a Wuxi, Cina, seduto su una panchina dalla quale si poteva ammirare lo splendido lago e un’assurda piscina con falso colonnato greco, costruita da un inglese con grave turbe psichiche, ascoltavo Terziani, grandissimo neurologo, che mi raccontava la storia di un suo strano paziente.

Quest’uomo soffriva di una grave malattia degenerativa della muscolatura. Ma aveva stupito i medici perché, nonostante il malanno, continuava a camminare e a muoversi, vent’anni dopo la manifestazione iniziale del male. Quel che affascinava Terziani era che quest’uomo era riuscito a contrastare la malattia allenando muscoli “secondari” in modo da mantenere la mobilità. Camminava in modo un po’ inconsueto, ma camminava.

Quel discorso non si svolgeva per caso a Wuxi, entrambi eravamo incuriositi dal gran numero di anziani che all’alba se ne stavano immobili, in posizioni strane, nelle piazze e nei parchi, a volte in gruppi molto numerosi. Se restavi a osservarli ti rendevi conto che non erano del tutto immobili. Si muovevano ma molto, molto lentamente. Solo tempo dopo scoprii che stavano eseguendo i movimenti del Tai Ci, una specie di yoga cinese là praticato spesso in modo diverso da quel che poi vidi fare in Italia. La differenza sta proprio nell’estrema lentezza che sfiora l’immobilità. Il sospetto di Terziani era che esistesse un nesso tra quel che il suo paziente faceva per contrastare la degenerazione muscolare e queste tecniche di movimento praticate con grande soddisfazione in Cina soprattutto dagli anziani per mantenere il corpo elastico e lenire problemi di artrite, cattiva circolazione, pressione alta. Una tecnica antichissima inizialmente adottata dai guerrieri per velocizzare la guarigione di ferite e contusioni attivando il potere rigenerativo dell’ascolto e dell’aumento del nutrimento portato dal sangue alle cellule attraverso il miglioramento della circolazione sanguigna capillare (e forse anche grazie ad altri meccanismi dei quali parleremo in seguito).

Mi appassionai a questa disciplina e iniziai a praticarla da autodidatta scoprendo che il movimento rallentato determina una serie di reazioni nel corpo molto interessanti. Muovendo una parte del corpo al rallentatore si ottiene entro un minuto o poco più una sensazione di caldo, o di aumento di peso o di formicolìo. Queste sensazioni dipendono dal fatto che il movimento rallentato provoca la tonificazione muscolare, le contratture si sciolgono e quindi il sangue scorre meglio nei capillari, dando la sensazione di caldo… Tempo dopo seguii un corso di Ci Cung (una specie di Tai Ci) con un maestro cinese che insisteva su un punto: perché il movimento sia efficace, mentre lo fai devi ascoltare la sensazione che ti procura e visualizzare i movimenti mentre li esegui.

L’approccio al benessere proposto dal Tai Ci è molto originale.

Potremmo definirlo un sistema “mentale” ma esso non assomiglia a quel che comunemente definiamo “l’aspetto mentale di una malattia”. Non è incentrato sui meccanismi psicologici o psicanalitici, non tira in ballo il complesso di Edipo e la depressione… Ma non è neppure un sistema che si occupa del corpo e dei muscoli attraverso il semplice allenamento.

L’ambito di azione riguarda il modo in cui la mente interagisce con il movimento. Il movimento rallentato è efficace perché per ottenerlo DEVI entrare in uno stato di ascolto del tuo corpo molto particolare. In questo stato di coscienza induci non solo la tonificazione della muscolatura irrazionale (altrimenti detta profonda oppure emotiva), cambi anche il modo in cui la mente ascolta le sensazioni. Questo cambiamento aumenta notevolmente la tua capacità di ascolto: è come se tu alzassi il volume delle sensazioni che il tuo corpo vive. L’ascolto delle sensazioni nella nostra cultura non è considerato essenziale per il benessere.

Si tratta invece di uno strumento di autocura potente.

Ascoltare in modo rilassato le sensazioni dentro di te dà beneficio innanzi tutto perché, come ormai molte scuole di pensiero propongono, se la mente ascolta il corpo si facilita la capacità del corpo di autocurarsi. L’ascolto aiuta il nostro incredibile sistema di autoregolazione fisiologica a “individuare” squilibri e disfunzioni e quindi correggerle. L’idea è che le sensazioni interne permettano ai diversi “dipartimenti” del nostro organismo di segnalare al “sistema di controllo centrale” che cosa non va; se una persona non ascolta le sensazioni non permette che i messaggi che esse contengono raggiungano la mente e che la mente possa decodificarli, effettuare una diagnosi del problema e quindi attivare una risposta adeguata (ad esempio secernendo ormoni utili all’uopo).

Questo discorso per molti occidentali è privo di sostanza e sono rari i medici che contemplano questo approccio con gli assistiti, siano essi terapeutiregolari o alternativi.

In questi 40 anni mi sono dedicato a esplorare questo territorio e ho scoperto parecchie cose interessanti.

Ad esempio, un’antica tecnica che si basa sul pensare un movimento, visualizzarlo, senza compierlo realmente. Se mi fa male il gomito non è il caso di muoverlo né velocemente né lentamente. Ma posso ottenere gli stessi effetti che mi procura il movimento rallentato anche soltanto pensando di muoverlo: sento che il mio gomito si scalda! (E quindi ho migliorato la circolazione).

Si tratta di un meccanismo curioso che ha forse a che fare con i neuroni a specchio. Quando guardo una persona compiere un’azione (sorridere, correre ecc) si attivano nella mia mente le stesse zone che si attiverebbero se fossi io a compiere quell’azione. E questo vale sia a livello muscolare che emotivo: le persone che sono tranquille e soddisfatte “trasmettono” un senso di tranquillità e soddisfazione.

Questo è lo sconfinato terreno delle emozioni e dell’empatia che solo recentemente la scienza ha iniziato a esplorare (ricordo il poderoso lavoro svolto fin dagli anni ’80 dal dottor Ruggeri e dalla dottoressa Fabrizio docenti all’Università La Sapienza di Roma).

Non ho elementi scientifici per dire quanto ascoltare le sensazioni e visualizzare i movimenti sia efficace dal punto di vista clinico. Sicuramente si tratta di un’esplorazione del SÉ che mi ha arricchito e che mi ha dato benefici dal punto di vista fisico. Ben mi guardo qui da proporre queste esplorazione come un medicamento miracoloso, credo piuttosto che si tratti di una interessante pratica che può essere di supporto e completamento per terapie specifiche. Ma i confini dell’efficacia della pratica dell’autoascolto e della visualizzazione non sono ancora stati segnati…

N.B.: Propriocezione è la parola tecnica che indica l’ascolto di sé, l’hanno inventata perché nella nostra lingua non vi è una parola che indica l’ascolto del proprio corpo e questo la dice lunga sulla censura che la nostra cultura pratica sulle percezioni e quindi sull’ascolto delle sensazioni emotive… A scuola ci hanno insegnato che i sensi sono 5, ma a medicina insegnano che sono 6…

P.S.: Questo articolo fa parte di una serie di testi che sto scrivendo per contribuire allo sviluppo della Scuola di Naturopatia Complementare di Alcatraz. Si tratta di un percorso di formazione professionale ma anche di un ambito di ricerca, incontro e discussione tra diverse esperienze. A marzo inizierà il secondo ciclo di lezioni.

Su LiveStream il podcast delle lezioni e delle riunioni trasmesse via web.

 

La Scuola di Naturopatia Complementare ha un costo elastico: si paga a seconda delle possibilità.

Jacopo Fo

Tutta la verità sulla mia vita da cavallo

Come fu che mi feci mordere e scalciare ripetutamente ma alla fine riuscii a convincere 15 cavalli che ero uno di loro anche se non ero bravo a nitrire.
La mia passione per i cavalli è iniziata nel 1985, quando avevo 30 anni. Non avevo mai fatto equitazione e avendo terra a disposizione, e non volendo allevare animali da macello, decisi che i cavalli potevano essere una buona soluzione.
Non sapendone nulla comprai le giumente più mansuete che riuscii a trovare: cavalli da lavoro da montagna, cioè cavalli selezionati da secoli per docilità, intelligenza e resistenza. Non vanno veloci neanche se gli spari ma non si fermano mai. Esattamente il contrario dei purosangue, selezionati per la velocità e per dare tutto in pochi minuti, quindi animali molto più irrequieti...
Ma nonostante questa scelta prudente mi resi subito conto che aver a che fare con belve che pesano 500 chili e non parlano l'italiano è veramente problematico.
La prima tragica esperienza la feci riportando a casa una cavalla appena acquistata. Sapevo che per andare a destra bisogna tirare la redine corrispondente, idem per la sinistra, per fermare si tirano entrambe le redini e per far andare la bestia bisogna fare uno schiocco con la bocca e dargli dei calcetti sui fianchi e dire ohh ohh! Un conto è dirlo.... Ci misi 4 ore a fare 6 chilometri e me li feci praticamente tutti a piedi, cercando di trascinare quella bestia, che oltretutto si chiamava Fru Fru...
Non ne voleva proprio sapere di venir via dalla sua stalla e ogni volta che ci salivo sopra faceva dietrofront per tornare a casa; e potevo tirare le redini quanto volevo ma non c'era verso...
La mia seconda cavalcata andò un po' meglio. Piovigginava e io dovevo controllare che non ci fossero buchi in un recinto di diecimila metri quadrati, in mezzo al bosco. Prendo la cavalla più buona che avevo, una vecchia pezzata bianca e nera di nome Gilda, che era la cavalla dei matrimoni di Gubbio (tirava il calesse e si fermava se il semaforo era rosso).
Le metto la coperta, la sella, la testiera, il morso con le redini attaccate, monto sopra (non facile, per riuscirci la devo tirare vicina a un pietrone) e parto per la mia esplorazione su e giù per i dirupi del bosco. Piove sempre di più, la cavalla si scoccia e passa sotto un albero con la netta intenzione di farmi sbattere contro un ramo e buttarmi giù. Ma io sono giovane e lesto e mi sdraio sulla sua schiena per passare sotto un ramo. Ma la dispettosa è anche astuta e dopo il primo ramo ce n'è un secondo più basso e io finisco per terra. E (cavolo!) capisco tutto d'un colpo un sacco di film western che ho visto, perché resto con il piede sinistro incastrato nella staffa e mi rendo conto che se piglia a correre o mi da un calcio sono finito. La cavalla fa due passi trascinandomi sul prato intriso d'acqua gelida, giusto per farmi capire quanto io sia nella merda, poi si ferma e gira la testa per guardarmi negli occhi. E giuro che aveva chiaramente un'espressione di commiserazione. La ringrazio per non avermi terminato. Mi ricompongo e risalgo in sella. Ad un certo punto inizia a piovere intensamente... Ma che volete che sia un po' di pioggia a gennaio, mi rimbalza, ormai sono in un delirio da cowboy selvaggio. Arrivati in cima a un pratone praticamente verticale la cavalla si impunta e non vuole più andare avanti. Allora mi sporgo sulla sella verso un albero, strappo un rametto e lo uso come frustino facendolo sibilare dietro il suo sedere (senza colpirla, basta il rumore). Non si muove. Insisto e le do un colpetto sulla chiappa, giusto per farle capire chi comanda. Allora lei si gira, mi guarda in faccia contrita, scuote ripetutamente la testa per segnalarmi il suo disappunto, emette una specie di sbuffo spernacchiato di sconsolamento (giuro!) e poi fa un passo giù dal pendio. E istantaneamente mi rendo conto che la sella si è staccata, io sto scivolando lungo il collo bagnato della cavalla, un millesimo di secondo dopo ho le sue orecchie in mezzo alle cosce e successivamente sto precipitando giù per il prato con la sella che funziona tipo slitta da neve, mi faccio 20 metri poi a ruzzoloni e finisco in un roveto. Ci metto un po' a uscire dalle spine conficcate ovunque che San Sebastiano è un dilettante, mi rimetto in piedi mentre viene giù il Diluvio Universale per via che Dio sta sghignazzando per la mia idiozia, guardo in cima al pratone e vedo Gilda, immobile nel muro di pioggia che mi guarda con quella faccia tipo: "Ma lo sai che sei un gran cazzone?"
E lì ho capito che se volevo sopravvivere avevo bisogno di un po' di metodo.
Inizio a tampinare amici umbri, sardi e danesi che con gli equini ci sapevano fare e inizio a capirci qualche cosa di più (tipo come NON allacciare la sella se vuoi che resti attaccata alla belva). 
Imparai così come si fa a caricarsi sulla schiena un puledro neonato che è caduto da un dirupo e riportarlo su alla madre. Imparai che con un po' di pazienza la madre capisce che si deve sdraiare per allattare quel puledro perché lui non sta in piedi e che se sei stanco morto dopo che ci sei riuscito e ti sdrai sulla giumenta usandola come cuscino puoi anche addormentarti e ci si può fare una bella dormita tutti e tre assieme.
Imparai che ci sono diversi modi per guidare un cavallo, che può andare a marcia indietro e che esistono scarpe per cavalli che sostituiscono i ferri ma è un gran casino infilarglieli (ha 4 piedi!) e poi camminano come un cartone animato perché sono molleggiati.

Per un po' il mio lavoro principale è stato governare i cavalli, curarli e poi (tempo dopo e dopo parecchi morsi, calci e voli pindarici causa violente sgroppate) arrivai a fare lezione di equitazione ai bambini. Successivamente ho iniziato a fare sessioni di ippoterapia con persone con vari tipi di problemi e mi sono reso conto della sensibilità dei cavalli che cambiano addirittura il modo di camminare se in groppa hanno un bambino o un disabile. E ho visto anche che con questi animali si può sviluppare una situazione di empatia veramente straordinaria. Ci si capisce proprio al volo. A quel punto far stare cinque cavalli immobili mentre cinque bambini si mettono in piedi sulla sella, non è poi così complicato se li guardi negli occhi (i cavalli).
Ben presto però ho iniziato ad avere dubbi sul modo in cui i cavalli venivano generalmente domati e allevati.
Trovavo il morso, il frustino e gli speroni strumenti violenti e iniziai a chiedermi se non fosse meglio sperimentare altre modalità.
Fin dall'inizio decisi che non avrei tenuto i cavalli chiusi in box, che sono celle piccolissime per cavalli. Li lasciai liberi in grandi recinti con solo una tettoia per quando pioveva.
Mi dicevano che se facevo così non potevo poi prenderli quando volevo, per montarli. Ma verificai che non era vero, mi bastava chiamarli tenendo in mano un catino pieno di avena per vederli arrivare di gran corsa.
E non era vero che un cavallo va castrato perché sennò nella stagione degli amori non ti dà retta. Potevo prendere lo stallone in calore e metterci sopra mia figlia Mattea, che aveva due anni, e vedevo che lui non solo era docilissimo ma appoggiava le zampe per terra come se camminasse sulle uova per non darle scossoni e rischiare di farla cadere. Poi magari ci salivo sopra io e mi buttava per terra. Ma lo faceva solo per giocare. E, incredibile, mi buttava per terra solo se eravamo su un prato, mai se eravamo su un terreno sassoso! Gentilissimo...

Piano piano, di esperimento in esperimento, eliminai il morso (quel ferro che viene messo in bocca che se lo mettessero a me mi incazzerei...) e sperimentai che ubbidiscono perfettamente anche solo con una corda legata intorno al muso e alla testa e due redini. Anche le selle mi sembravano troppo pesanti e sperimentai una specie di sella ungherese, praticamente uno strato di tre centimetri di feltro e cuoio, tenuto fermo da tre cinghie (sotto la pancia, intorno al collo e intorno alla coda).
Con il mio fratello di sangue Sergio Angese, che diventò un grande cavallerizzo, molto più bravo di me, passammo ore a discutere e sperimentare per capire il modo tradizionale di andare a cavallo e come riformarlo...
Tra l'altro scoprimmo che non è per niente vero che per insegnare a un cavallo a fare qualche cosa devi spezzettare quel che vuoi che faccia, insegnarli un movimento per volta ripetendolo decine di volte e poi fargli fare tutti i movimenti in sequenza.
Se un cavallo vive libero, non viene trattato con violenza e hai con lui un contatto quotidiano improntato all'empatia lui prende gusto nel rapporto con gli umani. Con Titti, una bestia di 600 chili, facevo ogni giorno lezione con i bambini, per due o tre ore. Quando arrivava un gruppo nuovo tenevo una concione introduttiva e un giorno mi viene in mente che per far ridere i piccoli posso provare a fare una sciocchezza: dico che bisogna salire a cavallo non dal fianco ma partendo di fronte. Ci si mette davanti al muso dell'animale ci si attacca con le mani al collo, sotto le orecchie, e si sale. Ovviamente si tratta di un'azione impossibile, e io invece di arrivare sulla groppa finisco appeso con mani e piedi al collo del cavallo. I bambini ridono per la mia stupidità e per me il numero era finito lì. Ma Titti autonomamente ha un'idea per far divertire di più i bambini e mi mette il ginocchio anteriore sotto il sedere e mi spinge in su cosicché, io facendo forza con la mano sulla sua zampa, finisco a cavalcioni sulla sua schiena. Il giorno dopo ripeto il numero con un altro gruppo e quando sono di nuovo appeso al suo collo mi aspetto che mi aiuti col ginocchio a salire. Invece no, trova una seconda soluzione, alza il collo con un certo slancio, buttando la testa all'indietro e io con una mezza giravolta (agile come un ramarro) mi trovo in sella.
Ora io vorrei osservare che questa secondo me è intelligenza empatica!
Un' immagine che mi è restata impressa è quella di Mattea che a tre anni voleva spostare da sola un branco di una decina di cavalli usando un frustino da doma lungo due metri. Voleva assolutamente che io restassi indietro e si era messa ad agitare il frustino e a fare versi. Incredibilmente i cavalli le ubbidivano perfettamente ma tutti camminavano in avanti con la testa girata all'indietro: guardavano tutti Mattea per essere sicuri che non gli finisse tra le zampe... E per un cavallo non è normale camminare guardando all'indietro!

Passano gli anni e a metà dei gloriosi '90 trovo un libro: L'uomo che ascolta i cavalli (di Monty Roberts, da non confondere con L'uomo che sussurrava ai cavalli che poi ci hanno fatto il film con Redford) e scopro che la mia idea sulla doma dolce aveva qualche cosa di sensato, ma che c'erano potenzialità che non avevo mai nemmeno ipotizzato: cambiare totalmente il modo di concepire la relazione con i cavalli, risparmiando fatica e ottenendo un'affidabilità altrimenti impossibile.
Credo che a questo punto vorrai assolutamente capire di cosa si tratta e sapere tutto sul mio incontro con David Bassi e Monica Citti. Allora leggi qui.

Jacopo Fo