cacao della domenica

Il potere della creatività

Intervento di Jacopo Fo ad Alcatraz, in occasione dell’incontro con un gruppo di psicologi – Prima parte

Domanda: In che modo la tua creatività ti ha permesso di “evadere” da Alcatraz?

Jacopo: Ho spesso occasione di sottolineare la mia enorme fortuna: quella di essere vissuto in una famiglia molto creativa! Mi ritrovo così a fare lavori che, se non mi pagassero per farli, sarei io stesso a pagare per poterli realizzare… e questo per me è un obiettivo che ho cominciato ad apprendere già nella primissima infanzia, con modalità che mi hanno sempre motivato moltissimo.
I miei lavoravano davvero tanto, e avevo difficoltà ad avere la loro attenzione: ma avevo scoperto che quando disegnavo mio padre smetteva di fare qualunque cosa e si metteva a disegnare con me. Mi sembrava – e lo era! - un potere enorme, che, grazie al fatto che fin da quando avevo 3 o 4 anni era lo strumento con cui riuscivo ad avere l'attenzione di mio padre, ha fatto nascere in me la passione per il disegno.  
Mio padre non mi ha mai dato lezioni di arte, ho imparato guardandolo, penso anche attraverso i neuroni a specchio: il livello di “immersione” che avevano mio padre e mia madre quando facevano arte era totale.
Sotto questo punto di vista l'arte è un mezzo potentissimo, che nella nostra cultura è davvero sottovalutato. Ricordo mia madre nell'ultimo periodo della sua vita: era incredibile! Ad Alcatraz si organizzavano corsi di teatro ai quali partecipavano anche 100 ragazzi; mia madre era avvilita, stanca e depressa e si può dire che vivesse faticosamente la sua età, eppure quando iniziava a fare la lezione del suo corso lasciava tutti sconvolti: le cambiava la faccia, era come se facesse un lifting istantaneo, una roba da transmutazione! Questo cambiamento su una persona di ottantatré anni è immediatamente visibile e ne erano tutti stupiti, quasi fosse in preda a una possessione demoniaca!
Sempre a proposito della forza dell’arte: gli attori hanno una medicina che gli altri non possono prendere...
Vi racconto un aneddoto: Enzo Jannacci, oltre a essere un grande cantante, era un bravissimo cardiochirurgo, e una persona molto generosa: insomma, un grandissimo medico e un grandissimo uomo nelle relazioni con i malati.
Faccio una premessa: in teatro vige una regola ferrea, se c’è il pubblico non puoi non recitare, cioè se sei vivo devi salire sul palcoscenico, sei giustificato solo se sei morto.
Quando un attore era quasi morto ma doveva andare in scena si telefonava a Jannacci che dava il famoso “beverone Jannacci”, un cocktail fatto con un mix pazzesco inventato da lui, corrispondente a una super dose di cocaina, fatto però con aspirina, lassativo, vitamina c, whisky, due uova, ecc ...
Una volta Paolo Rossi era malatissimo - questa me l’ha raccontata proprio lui in persona – e gli danno questo “beverone Jannacci”: sale in scena, fa tutto lo spettacolo come se non fosse sembrato morto solo un attimo prima di entrare in scena, solo che finito lo spettacolo non riesce a smettere, per cui continua a raccontare altre cose della sua vita, altri aneddoti di quando era piccolo. Alla fine quelli del teatro gli dicono “Chiuso, eh” e lui si mette sui gradini davanti al teatro e continua... alla fine hanno dovuto ricoverarlo, fargli un'anestesia totale…  E’ che Enzo Jannacci non aveva ragionato sul fatto che a Paolo Rossi, essendo piccolo, sarebbe bastata mezza dose...
Sempre parlando di creatività c’è un’altra osservazione di fare. Ora, la recitazione non è un'attività razionale e c'è un rapporto molto strano tra quella che potremmo chiamare “mente scimmia” e il recitare. Faccio un esempio: può capitare di perdere il filo… attenzione, il filo dell'irrazionale… succede se ci si mette a pensare a quello che si sta facendo. E qui si corre un rischio pazzesco, quello di non ricordare più nulla. In pratica, se tu mentre reciti ti dici: “Ma che? sto recitando?!?”, si attiva la mente razionale che non è capace di ricordare le cose.
Quando questo accade in una commedia in cui ci sono più attori non è un grosso problema perché l'altro attore vede l'occhio perso e butta lì la battuta: “Siamo nel commissariato e allora lei, giornalista, cosa mi vuol dire?!” E tu capisci: “Ah cavolo, sono un giornalista, devo fare una domanda!”.
Quando si sta recitando un monologo è un disastro perché non c'è nessuno che può venire in soccorso.

A queste momentanee amnesie mia mamma aveva trovato una soluzione. Aveva dei fogli dove c'erano i titoli dei vari pezzi del monologo, una specie di scaletta.
Però c'è un problema: quando stai recitando, non riesci a leggere le parole, perché sei completamente nella mente non razionale che non è capace di leggere. Allora mia madre aveva pensato di mettere intorno alle parole degli aloni gialli, rossi, verdi, cioè di trasformare le parole in ideogrammi. In quel modo riusciva a leggerli.
Io e mio padre, amando il disegno, abbiamo trasformato questo metodo creando anche delle specie di fumetti, per cui nel foglio c’erano una serie di ideogrammi poi la raffigurazione di un omino che ricordava un movimento, oppure un oggetto, eccetera…
Mia madre è sempre stata la vera scienziata della famiglia.
La caratteristica del teatro epico - così come mio padre chiamava il teatro della narrazione in cui si raccontano storie - è che si interagisce con il pubblico: il pubblico, cioè, non è passivo e non guarda la rappresentazione come se la vedesse dal buco della serratura. No, in questo tipo di teatro l’attore parla con gli spettatori e così si crea l'improvvisazione.
L’esempio classico è lo spettatore che dice una frase, oppure se accade un incidente. L’attore, in questo caso, non fa finta di niente ma improvvisa una frase, una battuta. Il testo risulta così soltanto una specie di canovaccio, sul quale l’attore può fare quello che vuole.
Quanto agli spettacoli di mio padre, non si sapeva mai a che ora finissero perché se gli veniva in mente un'idea iniziava a fare un pezzo e invece di terminare alle 23 magari andava avanti fino alle 23 e 30 …  
Dove sta in questo caso il problema? Che poi non si è in grado di ricordare che cosa è stato detto durante l'improvvisazione! Qui si vede proprio bene la separazione tra il “cervello scimmia” e il cervello razionale: ciò che si fa con il “cervello scimmia” poi non ce lo ricordiamo.
E mia madre trovò la soluzione anche a questo problema: tutte le sere registrava lo spettacolo in modo che tutti i pezzi improvvisati poi potessero essere trascritti, annotati e memorizzati razionalmente. Altrimenti, pensate se a una battuta improvvisata tutti avessero riso come dei pazzi, e poi nessuno avesse saputo ricordare cosa era stato detto e non lo ricordasse neppure chi l’aveva fatta…!
Questa esperienza sicuramente l'avete fatta anche voi: succede ad esempio quando la mattina si resta a letto a poltrire e ogni tanto si fanno sogni e pensieri nel dormiveglia; e poi, quando si è proprio svegli svegli, non ce li ricordiamo. E magari dopo due o tre settimane ci si ritrova in quella situazione e ci si ricorda che avevamo pensato a quella cosa lì … e poi la si ridimentica!
E' straordinario... sono come due cervelli che vanno avanti in parallelo.
Per cui per me l'arte è stata proprio un mezzo di evasione reale: quando fai arte, come quando balli, quando canti, quando giochi con un bambino, quando fai l'amore… qualunque cosa che ti emoziona ha questa caratteristica: di portarti in un'altra dimensione della mente. (...)
(Continua)


L’incredibile assedio di Alessandria

Seconda e ultima puntata (qui la prima parte)

Dopo sei mesi di assedio e aver perso gran parte del suo esercito, Federico Barbarossa riesce a salvarsi. Vende un terzo delle sue proprietà personali, arma un nuovo esercito e non mantiene le promesse. L’anno dopo torna in Italia.
L’esercito lombardo è ritornato nelle mani dei nobili e dei ricchi mercanti che decidono di affrontare in campo aperto l’esercito tedesco che malgrado fosse di recente costituzione era comunque un esercito di specialisti con cavalli di 1.400 chili che indossavano armature e portavano  cavalieri con armature.
Federico Barbarossa arrivava in Italia con tremila cavalieri pesanti, poi la cavalleria leggera e la fanteria con gli arcieri, i balestrieri, i frombolieri. Parliamo di un esercito di diecimila soldati.
La battaglia avviene a Legnano ed è quella di cui parla sempre la Lega Nord il cui simbolo è Alberto da Giussano, generale che non è mai esistito ma si narra che con l’eroismo dei suoi cavalieri abbia sconfitto Barbarossa.
Gli storici che raccontano questa storia sono malinformati perché abbiamo le prove che le cose andarono in maniera ben diversa. In realtà, l’esercito tedesco si scontra con la cavalleria pesante lombarda e la stermina nei primi minuti della battaglia. Restano solo i fanti, i cavalieri lombardi sono in rotta e a quei tempi quando la cavalleria era sgominata non restava alcuna possibilità per i fanti: i soldati a piedi erano morti.
Federico Barbarossa era talmente certo di aver vinto che si mette alla testa dei suoi e dà la carica.
A questo punto però succede una cosa strana: immaginatevi una pianura, c’è questa fila di uomini male armati, molti addirittura disarmati ma non scappano, dietro alla fila di fanti c’è un carro trainato da un bue magro, sopra il carro un fraticello con in mano un martello e una struttura che regge una campana.
La cavalleria dell’Imperatore avanza e il terreno trema sotto gli zoccoli di tremila cavalli lanciati al galoppo, un terremoto che terrorizzava gli uomini. La cavalleria arriva a 50 metri, a 20, a 15 metri e a questo punto il frate dà una martellata alla campana e tutta la prima fila di fanti indietreggia e si scopre che erano lì per nascondere coi loro corpi un istrice di pali appuntiti.
Intanto che cavalli e cavalieri vanno a sbattere contro i pali i fanti si chinano a terra e raccolgono altri pali dove in punta sono legati i loro strumenti di lavoro: i taglialegna avevano legato le asce, i portuali gli uncini, i macellai i coltelli… e si erano disposti come gli antichi greci, quelli dietro avevano aste più lunghe.
L’istrice di pali ha fermato la carica della cavalleria, ora i fanti aggrediscono i cavalieri in gruppo: uno lo uncina e lo atterra, l’altro gli dà delle martellate, un altro cerca di mutilarlo con l’ascia, un altro ancora che con il coltello cerca un buco nell’armatura per finirlo. Ed è un massacro.
Lo stesso Federico Barbarossa viene ferito anche se in modo lieve. La sua guardia imperiale fa muro per portarlo in salvo e lui ordina la ritirata.
I Lombardi hanno vinto ma essendo a piedi non hanno modo di inseguire l’esercito tedesco che malgrado abbia subito gravissimi danni è ancora integro.
Ed è allora che assistiamo al grandissimo colpo di culo dei rivoluzionari: perché arriva una compagnia di 300 cavalieri lombardi che si era persa, girava per la campagna chiedendo: “Dov’è la battaglia?” e quindi era in ritardo. I cavalieri sbucano da un bosco e si trovano davanti l’esercito tedesco e non possono fare altro che attaccare.
Il Barbarossa ha già preso un sacco di legnate poco prima e non sa cosa fare: pensa che anche quella sia una trappola e che i cavalieri siano molti di più. L’esercito tedesco si fa prendere dal panico e si butta nel Ticino e, a causa delle armature pesanti, i cavalieri annegano in gran quantità.
Per la seconda volta in due anni l’esercito del Barbarossa viene distrutto e l’Imperatore è costretto a ritirarsi, torna in Germania e ancora vende altre sue proprietà per rifarsi un esercito ma comunque non tornerà più. Si è accorto che dare una lezione ai Lombardi è una faccenda complicata.
Ora, se voi foste Bossi o Maroni quale storia raccontereste? Quella di cui hanno fatto lo sceneggiato televisivo, una cagata pazzesca costata un sacco di soldi o questa versione che magnifica l’ingegno dei Lombardi?


L’incredibile assedio di Alessandria

Intorno all'anno 1000 inizia in tutta Europa un movimento di ribellione contro i signori feudali e le gerarchie ecclesiastiche. Il tentativo dei signori feudali di instaurare un controllo più rigido della società erodendo libertà e diritti che si erano conquistati durante il caos dei secoli precedenti, provoca le rivolte dei contadini. Al loro fianco scendono gli artigiani delle nascenti città che mal tollerano le esose tasse imperiali. Sulla rivolta soffiano banchieri, ricchi commercianti e imprenditori manifatturieri. Ma i signori feudali non capiscono come stanno le cose e, convinti che la loro cavalleria pesante sia invincibile, decidono di non concedere autonomie, esenzioni fiscali e spazi di autodeterminazione.

Milano viene espugnata per ben tre volte dall'Imperatore Federico I detto il Barbarossa che alla fine rade al suolo tutta la città lasciando intatte solo 17 chiese, fonde l'oro che rivestiva le colonne di San Lorenzo e infine fa trasportare le pietre delle case demolite fino a Pavia dalla popolazione vestita solo di un saio, col capo cosparso di cenere e le spade legate al collo. Per essere sicuro di non dover tornare un'altra volta in Italia, oltre a scacciare la popolazione dalla città, fa anche arare il perimetro urbano e lo fa cospargere di sale per renderlo sterile. Poi, visto che è un tipo pignolo ci lascia anche una guarnigione con l'incarico di uccidere chiunque fosse sorpreso su quelle terre.
Passa qualche anno, i profughi si accampano ai confini della città, mentre i milanesi più ricchi trovano ospitalità altrove. È un'orda di straccioni e piccoli artigiani quella che una notte dell'anno 1167 rioccupa il perimetro della città massacrando la guarnigione tedesca. Ricostruita alla meglio Milano, essi si pongono il problema di come affrontare di nuovo il Barbarossa. Fortunatamente i generali di professione erano fuggiti insieme ai banchieri, così capi improvvisati scelgono di combattere non facendo affidamento su mura ciclopiche e cavalleria pesante.
Una follia!
Essi iniziano la costruzione della più grande trappola che mai nella storia sia stata costruita. Conoscendo il percorso che il Barbarossa seguiva ogni volta nelle sue incursioni scelgono una zona paludosa alla confluenza del Tanaro e del Brenta. Qui costruiscono una città in grado di ospitare circa 5.000 abitanti. Per riuscire nell'impresa fanno un bando che offre a chiunque sia disposto a costruire e a difendere il borgo la cittadinanza, cioè la protezione dai signori feudali.
Al libero comune viene dato il nome di Alessandria in onore del Papa Alessandro III, grande nemico di Barbarossa. È una città molto particolare. È tutta fatta di legno e soprattutto è costruita per la maggior parte su barche. Anche le mura di cinta sono costituite da palizzate erette sopra barche. Una città galleggiante in mezzo a un acquitrino paludoso.
Nell'autunno del 1174 arriva il Barbarossa forte di 4.000 cavalieri, 6.000 fanti e con un seguito di 10.000 persone tra artigiani, operai, servi, commercianti e prostitute. Quando l'Imperatore vede quel patetico accrocco di pali chiede cosa sia. Si dice che gli sia stato risposto: "Alessandria, battezzata cosi' in tuo spregio!" e il Barbarossa disse allora: "Distruggetela!"
Qui si interrompe la cronaca imperiale. Ci sono sei mesi di buco. Quello che noi sappiamo è che Federico Barbarossa non riesce a conquistare Alessandria e che ne va dall’assedio senza più l’esercito. È arrivato con 20.000 uomini e se ne va con 2.000 e addirittura deve vendere parte delle sue proprietà personali per finanziare la costituzione di un nuovo esercito.
La storia ufficiale, quella che anche Umberto Eco sceglie di raccontare, dice che non si sa come questi Alessandrini resistono dopo sei mesi d’assedio.
Si racconta che avendo finito i viveri ci sia stato un contadino molto furbo che prende l’ultima vacca che gli è restata e l’ultimo sacco d’avena,  dà da mangiare l’avena alla vacca e poi finge che la vacca sfugga in un momento di distrazione. I tedeschi la catturano e la uccidono e quando vedono che ha la pancia piena di avena e pensano: “Se dopo sei mesi d’assedio gli Alessandrini hanno ancora la possibilità di nutrire il proprio bestiame vuol dire che hanno ancora talmente tanto cibo che non si arrenderanno mai”. E quindi Federico Barbarossa rinuncia a espugnare la città e se ne va.
Questa storia non sta in piedi, inoltre questo stratagemma risale ai tempi dei Greci, è una storia trita e ritrita. Non sta in piedi anche perché Milano, e altre città, non erano riuscite a resistere all’assedio per neanche più di un mese, come hanno fatto questi con le mura di legno, una città costruita sulle barche a resistere addirittura sei mesi? Era impossibile.
Ed ecco il racconto che mio padre mi faceva quando ero piccolo e che aveva sentito a sua volta dal nonno su come aveva funzionato questa trappola.
Quando Federico Barbarossa dà l’ordine di distruggere Alessandria partono i guastatori con le asce, i scudi, le balestre e gli archi ed entrano nell’acquitrino che circonda la città. Non è molto profondo, l’acqua arriva alla vita, avanzano senza problemi: dalla città non arriva alcuna reazione come se fossero tutti morti. E i guastatori arrivano fino alle mura e iniziano a colpirle con le asce per creare un varco, entrare nella città e distruggerla. A questo punto Barbarossa è convinto di avere già vinto, d’altra parte era ridicolo pensare che una città di legno potesse resistere… e allora fa partire la cavalleria che si butta nell’acqua e si avvicina alle fortificazioni. Iniziano a volare sui cavalieri, gettati dalla città, dei blocchi di pietra. Queste pietre sono leggerissime, arrivano addosso ai cavalieri e non fanno danni ma quando arrivano in acqua iniziano a bollire. È calce viva e brucia la pelle degli uomini e dei cavalli che si imbizzarriscono, succede un gran casino tra i cavalieri e i guastatori che sono immersi nell’acqua. Si aprono le porte della città ed esce un’armata di persone sulle barche e attacca. Fanno una strage. Rubano armature, insegne e armi e le inchiodano sulle mura della città e tutta la popolazione sale sulle mura e come gesto di disprezzo fa pipì sulle insegne imperiali. Si racconta addirittura che avessero imparato degli insulti volgarissimi in tedesco e li urlano a Federico Barbarossa per farlo incazzare ancora di più.
Barbarossa, il primo giorno di assedio, ha già perso una bella fetta del suo esercito e si rende conto che espugnare questa città non è poi così semplice.
Decide di procurarsi dei barconi per attaccare montando su queste grandi zattere le catapulte e le altre armi da guerra. Ci mette un po’ di tempo per costruire queste barche e quando attacca si rende conto che non è così facile, gli Alessandrini li lasciano avvicinare alle mura che sono mobili e così intrappolano le zattere dell’esercito tedesco e massacrano tutti. Di nuovo rubano le insegne, le appendono sulle mura della città e ci pisciano sopra insultando in tedesco l’Imperatore.
Federico Barbarossa ha un’altra idea: vuole costruire un pontile di legno con dei pali ficcati nella palude di modo da arrivare sotto le mura con le torri d’assedio e gli arieti. Pensa così che avrà una vittoria facile.
E così passano ancora alcune settimane, ci vuole tempo per costruire il ponte. Sta arrivando l’inverno, i lavori sono rallentati e inoltre gli Alessandrini spesso fanno delle sortite e incendiano il ponte, usando delle zattere in fiamme che mandano contro i pali di legno.  
Barbarossa capisce che neanche quella è una buona idea.
L’ultima possibilità è riempire l’acquitrino di terra e pietre così da farlo diventare terraferma e rendere possibile l’attacco. L’acquitrino è grande e anche in questo caso il lavoro è lungo e passano i mesi…
Prova anche a chiedere una tregua durante la quale scopre che c’è un tunnel che arriva al centro della città e cerca di entrare ma gli Alessandrini non ci cascano e quando gli imperiali cercano di usare il tunnel trovano i cittadini ad aspettarli.
Ormai son passati sei mesi, arriva la primavera e con essa la stagione delle piogge.
Abbiamo trovato un racconto su questo periodo fatto da un monaco. Questi monaci milanesi si erano trasferiti vicino ad Alessandria, probabilmente per appoggiare la costruzione di questa città su barche. Facevano parte dell’ordine degli “Umiliati”, un ordine che non esiste più forse sciolto perché erano troppo pericolosi.
Questi frati ci raccontano che avevano costruito insieme agli Alessandrini tre dighe: una sul Tanaro, una sul Bormida e una all’incrocio tra il Tanaro e il Bormida. Piove, le dighe si riempiono - si erano sbarrate due valli enormi, strette ma lunghissime, parliamo di un milione di litri d’acqua – e a un segnale che parte dalla città e via via viene ripetuto sulle rive di questi due fiumi si fanno crollare queste dighe liberando così un’ondata spaventosa. La città di barche si alza, il campo di Federico Barbarossa no e quindi immaginate il disastro: armi disperse nel fango, viveri distrutti, soldati e animali annegati.
La mattina dopo l’inondazione l’esercito più potente del mondo occidentale è completamente devastato e allora sono gli Alessandrini ad attaccare. Sono nella fase finale della battaglia quando arriva l’esercito dei nobili, dei ricchi lombardi che invece di finire l’Imperatore pensano di poter contrattare la pace. Barattano con l’Imperatore la possibilità di salvarsi la vita con i superstiti con una promessa di libertà e di lasciare ai Liberi Comuni la loro autonomia pur accettando il dominio dell’Impero.
Come è finita?
Il resto alla prossima puntata
(Continua)


Inanna, la Dea sumera censurata


di Jacopo Fo

Inanna seduce il Dio creatore, signore dell’acqua dolce, che dà vita e fertilità.
E quando egli è ebbro del vino invecchiato che lei gli ha offerto e della passione sensuale, si fa rivelare i 100 segreti della conoscenza, che poi regala agli esseri umani.
Inanna è una e trina. Lei è contemporaneamente 3 Dee.
Il suo amato, Dumuzi, viene ucciso e lei per riportarlo in vita scende nel mondo di sotto dove regna sua sorella Ereshkigal. Inanna si adorna di 7 ornamenti d’oro, perle e pietre preziose e scende nel mondo dei morti, superando 7 cancelli. Ma a ogni cancello deve rinunciare a uno dei 7 ornamenti.
Arriva quindi nuda al cospetto della sorella. Chi varca la soglia del mondo di sotto muore e dopo tre giorni resuscita.
Alla fine Inanna fa un patto con la sorella, il suo sposo Dumuzi starà per sei mesi nel mondo dei morti e per sei mesi nel mondo dei vivi, così che per la metà dell’anno le piante possano crescere e i frutti maturare.

Le storie di Inanna sono molteplici e per ognuna abbiamo diverse versioni. Questi racconti, all’origine di numerosissimi miti religiosi, sono un condensato di idee e simboli che sono le fondamenta dei miti umani. La sua epopea è tra le più antiche e complesse.
Eppure a scuola neppure te ne parlano.
Se il racconto di Inanna venisse letto a scuola in effetti avremmo dei problemi. Soprattutto laddove dice:

“Quanto a me, Inanna,
Chi arerà la mia vulva?
Chi arerà il mio alto campo?
Chi arerà il mio umido terreno?
Quanto a me, giovane donna,
Chi arerà la mia vulva?...”

Dumuzi rispose:
"Grande Signora, il re arerà la tua vulva.
Io, Dumuzi il Re, arerò la tua vulva."

Inanna disse:
"Ara dunque la mia vulva, o uomo del mio cuore!
Ara la mia vulva!"

In grembo al re si ergeva l'alto cedro…

Inanna cantò:
"Egli è germogliato: egli è fiorito;
E' lattuga seminata vicino all'acqua.
E' il beneamato del mio grembo…

Sempre mi reca dolcezza il mio uomo dolce come il miele,
Il mio uomo dolce come il miele.
Il mio signore, dolcezza degli dei,
E' lui il beneamato del mio grembo.
Miele è la sua mano, miele è il suo piede,
Sempre mi reca dolcezza…

Colui che impaziente, impetuoso, mi accarezza l'ombelico,
Colui che mi accarezza le morbide cosce,
E' lui il beneamato del mio grembo,
Egli è lattuga seminata vicino all'acqua."

5.500 anni fa già si parlava d’amore così!
Fantastico! Scommetto che se mi permettessero di fare una lezione su Inanna nei licei avrei tutta l’attenzione degli studenti…
Mi piace vincere facile… Poi probabilmente orde di genitori leghisti brucerebbero l’edificio scolastico e mi darebbero la caccia…

Oltre alla bellezza amorosa e alla complessità del mito di Inanna c’è un particolare che mi pare veramente importante dal punto di vista storico e che non ho trovato citato da nessuna parte, il che vuol dire che quantomeno è poco noto.

Per raccontare di che si tratta ho bisogno di fare una premessa.
Da decenni un gruppo minoritario di storici (per lo più donne, vedi Marija Gimbutas, Il linguaggio della Dea; Riane Eisler, Il piacere è sacro) sostiene, sulla base di notevoli prove archeologiche, che verso il 7000 a.C. lungo i grandi fiumi, in Egitto, Medio Oriente, India e Cina, si sviluppò una civiltà matriarcale di pescatori contadini.
Questi popoli scolpivano un gran numero di donne prosperose, falli, vagine e seni. Abitavano in villaggi senza mura e senza abitazioni regali.
Avevano case dotate di camini e cardini. Le loro sepolture non rivelano differenze di rango e le sepolture delle donne sono simili a quelle degli uomini. Grandi costruttori di canali, abili ceramisti, tessitori, falegnami e commercianti, inventarono una sorta di scrittura per immagini dedicata alla celebrazione della fertilità e non ci lasciarono nessuna immagine che celebrasse guerre o abilità guerriere. Popolazioni pacifiche che traevano la loro forza dalla capacità di collaborare per sfruttare al massimo la fertilità dei terreni che lo straripare periodico dei fiumi offriva, realizzando grandi opere collettive per irreggimentare le piene e imponenti costruzioni sopraelevate per tenere al sicuro le sementi. Questa civiltà viene comunemente chiamata matriarcale, ma molti storici oggi preferiscono il termine “collaborativa” (partnership) perché nella parola “matriarcale” si ravvisa il contrario di una società patriarcale, quindi dominata dalla femmina anziché dal maschio. Queste società ittico-agricole erano invece paritarie.

Nello stesso periodo, nelle steppe euroasiatiche si sviluppava una civiltà di allevatori nomadi. La condizione del pastore, ben diversa da quella del pescatore contadino, induce alla competizione. Da subito i pastori devono contrastare le belve che attaccano le greggi. Il bravo allevatore uccide il leone, quello meno abile perde tutto il gregge. Presso questi popoli le arti militari sono quindi fondamentali. Il valore del singolo pastore/guerriero è al centro della loro economia. Si sviluppa quindi l’individualismo e ben presto oltre agli animali feroci, i pastori devono fronteggiare predatori umani. Rapinare le greggi è più facile che rapinare i raccolti perché le pecore camminano da sole. Nasce così la proprietà individuale degli armenti e ben presto i maschi reclamano la proprietà anche sulle donne. Nasce il mito della verginità. Uomini più abili di altri diventano re e generali.
Il livello di violenza dentro i villaggi e con i vicini aumenta, alcuni si costruiscono armi più evolute e riescono a dominare vasti territori. La rapina e lo schiavismo diventano fonti economiche primarie. Quando alcuni riescono a costruire archi abbastanza potenti da uccidere un uomo da una certa distanza e quando riescono a domare i cavalli, iniziano ad attaccare le ricche e ben più evolute popolazioni delle grandi pianure.
Ed è questo il momento storico nel quale iniziano guerre su vasta scala. I popoli matriarcali resistono ma alla fine soccombono. A volte fuggono verso territori impervi pur di mantenere la loro libertà, a volte vengono trasformati in servi o schiavi dei vincitori.
Contemporaneamente i guerrieri pastori restano ammaliati dalla cultura, dalla ricchezza, dalla tecnologia e dalle arti dei popoli vinti.
Inizia così un processo di fusione e assimilazione.

Le tracce di questo processo sono rinvenibili nei testi più antichi dell’umanità.

I miti di gran parte del mondo narrano di una Dea creatrice che viene spodestata da un Dio guerriero. E dopo le prime ondate migratorie dei pastori guerrieri altri arrivano e conquistano quei territori e allora i nuovi vincitori aggiungono nel Pantheon dei popoli vinti un nuovo Dio guerriero, più potente del precedente, che lo spodesta. Ad esempio, nel Pantheon greco dopo la Dea creatrice Gea si susseguono ben tre Divinità maschili, una dopo l’altra.
Sto scrivendo un libro che ricostruisce queste stratificazioni nelle narrazioni religiose, si trovano tracce ovunque, anche nella Bibbia…

La storia di Inanna è interessante perché evidentemente nasce presso le culture matriarcali, alle quali deve il suo impianto generale e la struttura narrativa, e viene poi cannibalizzata da racconti patriarcali successivi.

Ad esempio, nella più tarda epopea di Gilgamesh, Inanna (chiamata Ishtar) tenta di sedurre l’eroe che però la rifiuta perché sa che distrugge i suoi amanti. Qui abbiamo da una parte l’origine del racconto della donna demone, o strega, che usa la seduzione per distruggere e contaminare e pure il mito delle Mille e una Notte, dall’altro c’è il rovesciamento del valore di Inanna che da Dea centrale e positiva (ruba la conoscenza per donarla agli uomini e garantisce la continuazione della vita e la maturazione dei frutti sconfiggendo l’inverno) diventa una specie di demone distruttore che trasforma i suoi amanti in animali oppure li uccide.

Il disprezzo di Gilgamesh è totale:
“Tu saresti come un forno che non fa sciogliere il ghiaccio,
una porta sgangherata che non trattiene i venti e la pioggia;
un palazzo che schiaccia i propri guerrieri,
un elefante che strappa la sua bardatura,
pece che brucia l'uomo che la porta,
un otre che inzuppa l'uomo che lo porta,
calcare che fa crollare il muro di pietra,
un ariete che distrugge le postazioni nemiche,
una scarpa che morde il piede del suo portatore.
A quale dei tuoi amanti sei rimasta per sempre fedele?”
(Tavola 6, versetti da 1 a 114 - vedi qui pag 35)

Dopodiché, è il caso di notare, Gilgamesh parte e precedendo Ercole di parecchi secoli va a uccidere il Toro Celeste, simbolo della fertilità matriarcale che Ishtar offesa ha scatenato contro gli umani.
La stessa Dea passa da grande benefattrice dell’umanità a orribile megera.

Una parte dell’epopea di Inanna è particolarmente interessante perché mi pare scritta in epoca successiva alla prima sconfitta dei matriarcali, quando ancora la donna non è considerata inferiore e peccatrice e la cultura dei vinti è ancora forte e intatta.
I conquistatori hanno il potere ma sono odiati dai vinti che li considerano dei selvaggi, abili con le armi ma incivili e ignoranti. I vincitori si rendono conto della loro inferiorità culturale e adottano in parte i costumi dei pescatori agricoli.

In questo contesto si inserisce il dialogo tra Inanna e Dumuzi, il re pastore.
All’inizio del breve poema Inanna rifiuta il pastore, vuole sposare il contadino, dice Inanna:
“L'uomo del mio cuore maneggia la zappa.
L'agricoltore! Lui è l'uomo del mio cuore!
Raccoglie il grano in grandi mucchi.
Riempie puntualmente di grano i miei magazzini."
Interviene a questo punto Dumuzi:
“Dumuzi parlò:
"Perché parli dell'agricoltore?
Perché ne parli?
Se lui ti dà farina nera,
Io ti darò lana nera.
Se lui ti dà farina bianca,
Io ti darò farina bianca.
Se lui ti dà birra,
Io ti darò dolce latte.
Se lui ti dà il pane,
Io ti darò il formaggio con il miele.
All'agricoltore darò la panna che mi avanza.
All'agricoltore darò il latte che mi avanza.
Perché parli dell'agricoltore?
Ha forse lui più di quanto io non abbia?"

Alla fine Inanna accetta il pastore e la poesia diventa un cantico amoroso.
L’integrazione tra i due gruppi etnici è avviata.

E come la fotografia di un passaggio epocale, giunge a noi, 5500 anni dopo essere stata scritta. Una prova letteraria che rafforza l’ipotesi delle culture matriarcali dominanti nelle grandi pianure irrigue.

I millenni successivi sono la storia di altre invasioni, dopo i Sumeri conquistarono le terre solcate dal Tigri e dall’Eufrate, i Babilonesi, gli Assiri e gli Ittiti.

Ma ancora ai tempi di Erodoto erano vive alcune tradizioni matriarcali come quella secondo la quale una donna doveva accoppiarsi con uno straniero prima del matrimonio e a questo scopo si recava al tempio della Grande Madre/Ishtar/Inanna dove attendeva che un forestiero la scegliesse; questo costume era una forma atrofizzata dell’ospitalità sessuale praticata dai matriarcali allo scopo di arricchire il sangue del loro popolo.

Trovo estremamente affascinante cercare le tracce della scomparsa cultura matriarcale nella contaminazione di racconti e usanze.
Se vuoi leggere tutto il testo del poema di Inanna vai a Dialogo d’amore.
La discesa di Inanna negli inferi la trovi invece qui.


Lezioni di filosofia orientale (come non le avete mai sentite)

Incontro di Jacopo Fo con gli studenti al teatro Puccini di Firenze in occasione della decima edizione del Filosofestival – Prima parte

Buongiorno,
la filosofia orientale è un grosso bordello. Innanzitutto perché siamo abituati ad aver a che fare con i nostri preti, e i preti orientali sembrano tutti belli, bravi e intelligenti e invece là dove c’è il potere vi sono sempre dei meccanismi perversi.
In Tibet, in uno dei centri culturali che oggi va molto di moda, c’è un personaggio che è come San Francesco in Italia, grossomodo: la differenza è che la popolazione tibetana è molto matriarcale, le donne hanno un grande potere e hanno una grande libertà anche dal punto di vista sessuale. Ad esempio è uno dei pochi Paesi del mondo dove una donna può sposare tutti i fratelli di una famiglia.
Quindi, essendo la cultura tibetana di origine matriarcale, la sessualità non è considerata peccato come da noi, anzi è un momento di elevazione dell’anima. Nelle culture matriarcali primitive di cui esistono ancora oggi tracce in alcune zone dell’Africa, dell’Asia e del Sudamerica, quello che per noi è la comunione con la divinità si ottiene attraverso due modi: ridendo e con il piacere sessuale.
L’orgasmo è l’unione con la divinità.
Per quanto riguarda il ridere, in Italia fino al 1200 in Puglia esisteva il Risus Pascalis, la risata di Pasqua. Durante la messa di Pasqua, per ottenere la consacrazione dell’Ostia, bisognava che tutti i fedeli ridessero sennò Dio non arrivava perché non gli piaceva la gente seria.
Tornando al San Francesco tibetano, devo dire che era un personaggio veramente molto strano. Si racconta che un tempo in Tibet ci fu un periodo di grande siccità e i monaci tibetani facevano credere al popolo che erano loro a decidere quando doveva piovere. E quindi il popolo, vista la carestia, se la prendono con i monaci accusandoli di essere alla fame per colpa della loro malvagità perché non fanno venire la pioggia.
Il Dalai lama è disperato e organizza un grande rito collettivo in una valle con decine di migliaia di persone. Immaginatevi una sorta di teatro con delle scalinate dove ci sono tutte le autorità religiose, i suonatori con le trombe lunghissime, le ruote della preghiera che girano… dopo ore ancora il cielo è terso e non si vede alcuna nuvola all’orizzonte. A questo punto arriva Kunga Legpa, tutto sporco, stracciato ma lo fanno passare perché è un famoso maestro spirituale e quando è in uno spiazzo davanti a tutta la gente e ai monaci si mette a testa in giù e incrocia le gambe. La tunica gli cade lasciando scoperto il sedere e lui spara una scoreggia epocale. Immediatamente inizia a piovere tantissimo e Kunga Legpa si rimette in piedi mentre tutti felici scappano da questa pioggia fortissima. L’unico che rimane fermo al suo posto è il Dalai Lama che è sconvolto dall’aver assistito a questo miracolo e Kunga Legpa gli si rivolge dicendo: “Hai visto che vale più una mia scoreggia di tutte le tue preghiere?”
E malgrado questo non gli tagliano la testa, in Tibet lo considerano una persona importante e a queste parole il Dalai Lama risponde: “Bene, visto che tu hai fatto piovere quando noi non ne siamo stati capaci ti do l’autorizzazione a formare un tuo ordine monacale, però al massimo sono ammessi dodici monaci, perché altrimenti mettereste in crisi tutta la chiesa tibetana.”
Esiste un vangelo delle gesta di Kunga Legpa che si intitola “Le gioiose avventure di Kunga Legpa”.
Vicino a Grosseto c’è un’associazione culturale buddista Merigar dove vive un discendente di Kunga Legpa, il professor Chögyal Namkhai Norbu, professore di lingue orientali.
Questo vangelo è molto divertente perché sono raccontati tutti i miracoli del monaco tibetano, anche se a dire il vero, l’unico vero miracolo è quello che vi ho appena raccontato.
Gli altri sono assurdi, per esempio: Kunga Legpa entra in una bettola e vede che c’è una donna che sta per avvelenare il marito, quando la donna vede il sorriso del monaco desiste dal suo proposito.
Un altro giorno sta camminando quando vede un gruppo di banditi che sta nascosto in attesa di assaltare una carovana e fare una carneficina. Allora il monaco si avvicina e dice: “Buongiorno, ma che bella giornata!” E se ne va. I banditi si guardano tra di loro e si dicono: “Ma perché stiamo qui ad aspettare di ammazzare la gente? Oggi possiamo fare delle cose più divertenti” e così rinunciano al massacro.
Insomma, tutti i miracoli di Kunga Legpa sono preventivi perché lui dice: “Che gusto c’è a resuscitare un morto? Bisogna impedire che lo ammazzino. Questo è il vero miracolo”.
Gira nei villaggi e fa prediche molto strane - ricordiamo che si parla sempre di popolazioni matriarcali, certi discorsi nel Medioevo in Toscana o in Sicilia sarebbero stati impensabili - parla alla gente e urla: “Uomini, voi non capite niente, siete delle teste di cavolo, portate qui le vostre donne e così facciamo l’amore e attraverso il rapporto insegno loro l’illuminazione e la grande sapienza del buddismo”. Due ragazze, in due diverse situazioni, si presentano e dicono: “Siamo qui, siamo disposte a fare l’amore per imparare tutta la tua conoscenza”.
Porta la prima ragazza in una grotta, per giorni si accoppiano in maniera molto appassionata dopodichè il monaco esce dalla grotta, la mura dopo averle lasciato cibo e acqua, dichiarando che dopo tanto amore è meglio che la ragazza stia da sola e si gusti con calma tutto quello che è accaduto. Torna dopo 15 giorni, abbatte il muro e la fanciulla esce dalla grotta volando perché è talmente pura e felice da non essere più sensibile alla forza di gravità e così vola nel mondo predicando la grandezza del Buddha.
E così avviene anche, in tempi diversi, con la seconda ragazza.
In alcuni templi buddisti potete vedere un altare dedicato a questo santo dove vi sono scolpite immagini che difficilmente potrete vedere nelle nostre chiese cattoliche: Kunga Legpa è sempre ritratto vestito da straccione che regge un enorme sesso maschile dal quale escono lampi e tuoni, un’eruzione vulcanica. La gente va lì e prega, decisamente una cultura molto diversa dalla nostra :)

(Continua qui)


Dio c'è e vi saluta tutti

Era il lontano 1998 quando scrissi questo libro e a riguardarlo adesso mi diverte ancora molto ed è pieno di concetti interessanti… buona lettura!

Dio c’è e vi saluta tutti

Prefazione
Lo scopo di questo libro è raccontarvi una cosa talmente elementare che sfugge alla rozzezza del cervello. Se però non ti accorgi di questo fatto rischi che la vita ti diventa come il cioccolato al latte Polka. Costosa e indigesta. Rendersi conto che il tuo cervello è vittima di un'illusione ottica e che non guardi, non vedi, non ascolti né il mondo intorno a te né il tuo corpo, né le tue emozioni è di vitale importanza.
Cosa resta della vita se non ti ascolti vivere?

QUI, ORA! (Chi ha scorreggiato?)
Soltanto davanti a fatti che ti stupiscono riacquisti il senso del tempo, ascolti il presente.
Sennò fluttui tra passato e futuro che, come dice Sauro Tronconi, non esistono anche se la psicanalisi non parla d'altro.
La mia domanda è: dov'ero con la testa quel giorno di aprile che mentre stavo in treno ho tentato di aprire una mandorla con un coltello e invece mi sono aperto un dito?
Questo libro serve per evitare inutili ferite da arma da taglio e altre superflue lacerazioni sanguinanti. (Spero che la Croce Rossa Internazionale ne compri un milione di copie).

PERCEZIONI SOTTILI (Ho gli alluci in calore)
Hai il latte alle ginocchia, i fremiti alle cosce, il nodo alla gola, i gattini nello stomaco, ti urlano i tendini delle spalle, ti viene il sangue agli occhi, hai la testa che rumina, ti prudono le mani? Sono tutte sensazioni dovute alle emozioni. È il cervello inconscio che ci parla. Condivide emozioni e ti dà i suoi consigli. Ti suggerisce che c'è o non c'è feeling, una buona vibrazione, con qualcuno o in qualche situazione.
Ci sono un mucchio di queste sensazioni interiori. Ce ne sono anche di estremamente sottili e rapide che sembrano quasi impercepibili. Ma sono vere. Sono a un livello più basso di volume audio, ma sono comunque intense. Il semplice ascoltare questa modulazione di frequenza ci fa entrare in una dimensione percettiva amplificata. Senza filtri sensoriali, senza corazze.
Insomma, ti togli i tappi dalle orecchie. E finalmente ti accorgi che il tuo partner non ti sta sussurrando parole d'amore. Ti sta insultando con un megafono e intanto demolisce il tuo miniappartamento con il martello pneumatico.
(continua)

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