cacao della domenica

Viviamo in mezzo alle allucinazioni

di Jacopo Fo

Perché riescono a spacciarci tante idee completamente stupide?
Non voglio avvilirvi ma una delle spiegazioni è che ci hanno detto che siamo gli esseri più intelligenti del pianeta, in realtà noi siamo solo i meno stupidi.
Tutti noi abbiamo sempre una quota scioccante di stupidità che cerchiamo di nascondere e senz’altro qualcuno in questo momento sta pensando: “Sì, ma io no, sono venuto bene e sono particolarmente intelligente”.
Mi spiace ma ho le prove del contrario perché ho la certezza matematica che a tutti voi è successo di essere in casa, cercate le chiavi di casa e non le trovate, guardate in tasca e non ci sono, guardate dappertutto e non le trovate e dopo che avete rovesciato la casa guardate in tasca e le trovate.
Questo fenomeno è particolarmente interessante perché non puoi sostenere che le chiavi di casa ogni tanto vanno al bar da sole a prendersi un caffè. A ben riflettere dietro tutto questo c’è dietro un fenomeno straordinario e cioè che la mano non mente: quando mettete la mano in tasca lei sente le chiavi, trasmette il segnale al cervello e in quel momento nella vostra mente succede qualcosa di misterioso collegato a non so cosa, magari a un trauma infantile con la zia Rosina e per motivi imperscrutabili il vostro cervello decide che in quel momento gli stanno sulle palle le chiavi.
Quindi prende il file che voi state vivendo in quell’istante e lo butta via e va a pescare nella memoria la sensazione della mano che fruga nelle tasche vuote.
E’ una vera e propria sostituzione e questo andrebbe proprio insegnato a scuola: il nostro cervello costantemente compie degli errori grossolani. Lui stesso è un sistema grossolano.
Noi discendiamo dalle scimmie della giungla: quando sta bene la scimmia? Quando guardando intorno a sé tutto quello che vede è identificato.
Quando vede qualcosa che non è identificato entra in allarme e il suo cervello entra in sofferenza. Ha un’urgenza pazzesca di identificare che cosa ha davanti.
Quindi noi abbiamo uno straordinario sistema di identificazione. Quando tutto è identificato il cervello ci premia, altrimenti ci sprona con delle sostanze chimiche, sgradevoli che ci mettono in attività.
Se siamo coscienti di questo e sappiamo che abbiamo la capacità di fare degli errori di percezione potremmo arrivare alla conclusione che siamo un po’ stupidi quindi mettere in atto delle contromisure.
Quante volte avete litigato con una persona che vi accusava di aver detto qualcosa di spiacevole su di lei? E voi continuate ad affermare che non è vero e allora l’amico ribadisce che non è sordo, ha sentito benissimo e così via. Ho risolto questo problema, ho evitato di rompere amicizie fondamentali per il mio equilibrio quando mi sono reso conto, dopo varie ricerche, che il cervello non funziona. O meglio: funziona a volte.
Per scrivere i miei libri spesso mi sono informato su vari testi. Leggo, sottolineo quello che mi interessa e poi cucio il mio testo divulgativo.
Mi capita spesso poi di cercare quella citazione che ho sottolineato in blu, con due righe laterali, in quella pagina di sinistra… e non c’è. Eppure me la ricordo perfettamente, ho la fotografia in testa.
Me la sono inventata, ho fatto una sintesi di varie cose e poi ci ho fatto un finto ricordo.
Sui finti ricordi trovate decine di libri che ne parlano, sono stati fatti degli esperimenti pazzeschi. Il più interessante è stato fatto in una classe di agenti della Polizia di Stato Usa dove gli agenti si stanno preparando all’esame per diventare investigatori per l’FBI, quindi parliamo dei migliori, di 30 persone abituate ad assistere a scontri, addestrate e capaci.
Mentre questi agenti sono a lezione, si spalanca la porta dell’aula ed entrano due uomini, uno spara all’altro e scappa. Il “morto” viene coperto con un lenzuolo. A questo punto il docente svela che si tratta di un test: “mi dite di che colore era chi ha sparato e di che colore era la persona colpita?”. Risultato: i bianchi dicono che un bianco è stato colpito da un nero e i neri che un nero è stato colpito da un bianco. E il risultato non cambiava qualsiasi combinazione si provasse.
Questa è un’informazione fondamentale per la nostra vita.
Non vi sto dicendo cosa dovete fare o come vivere, sto solo dicendo: attenzione, se vi trovate nella situazione che vi dicevo prima della rissa con l’amico che vi accusa di aver detto qualcosa su di lui avete la possibilità di rispondere in modo da non rompere amicizie fondamentali: “Non so se ho detto questa cosa, forse l’ho fatto e forse tu hai capito male, comunque mi dispiace che tu abbia capito questo, non lo volevo dire: ogni tanto disparlo”.
Punto. Chiusa la discussione. Che altro può dire l’amico? Se insiste vuole dire che è un po’ testa di cavolo che non vuole ammettere che anche lui può aver capito male.

Noi viviamo in mezzo alle allucinazioni e di questo parliamo la settimana prossima.


Qual è la soluzione migliore? – Parte terza

Come dicevamo nel Cacao della Domenica del 29 ottobre molti miei problemi li ho risolti per una botta di fortuna.
C’è una schiera di persone che definisco “deficienti” perché manca loro l’umanità e il rispetto per gli altri. Queste persone vanno in giro a dire cose del tipo “Se vuoi, puoi”, ecco, io ritengo che sia proprio importante fare muro rispetto a questa affermazione: Se vuoi puoi, un cavolo!
Perché ci sono milioni di donne che ogni mattina si alzano all’alba, lavorano 14 ore e vogliono enormemente comperare cibo e medicine ai loro figli e non possono.
Allora forse bisogna dire: Se vuoi e hai un culo mostruoso, puoi.
Ma se dicessero così non riuscirebbero più a vendere le loro ricette per risolvere i problemi con il pensiero positivo, con la nuova fede che viene da Oriente, da Occidente, dall’Africa, dalla Papuasia, con il nuovo mantra, i chakra, l’imposizione delle mani… tutte queste cavolate disumane. Siamo circondati da una banda di venditori di stupidaggini.
Se vi interessa ho scritto un libro: Come fare il buddista senza farsi male raccontando un minimo pacchetto di truffe.
Se devo citare un grande che ha avuto una vita che lo autorizza a dire quello che ha detto penso a Krishnamurti. Lui e suo fratello gemello quando sono ancora bambini scoprono una religione che era un mix tra induismo e misticismo europeo, i cui seguaci sono persone con molti soldi: principi, industriali, maraja, ecc. I due decidono che uno sarà il Messia.
Il fratello muore e quindi Krishnamurti è sicuro di essere il Messia. E’ di famiglia agiata e quindi riceve la migliore educazione: sono suoi maestri grandissimi intellettuali occidentali con impostazione scientifica e da grandi mistici orientali. E’ forse il primo esempio di qualcuno che, agli inizi del 1900, ha un grandissimo livello di formazione sia occidentale che orientale.
Quando compie 18 anni e ormai sa tutto, raduna i suoi fedeli e dice: “Signori, grazie per questi doni che mi avete fatto, grazie per avermi fatto vivere questa formazione straordinaria, ma vi devo dire la verità: vi siete sbagliati, non sono il Messia, ciao”.
Distribuisce tutte le sue ricchezze e gira per tutto il mondo dicendo sempre la stessa cosa: “non c’è niente che ti possa far fare un solo passo verso la crescita personale, non esiste nessun metodo, l’unica cosa che puoi fare è quel che ti piace e mentre lo fai ascolta la sensazione”.
Tutto qui, ed ecco perché non esiste una religione basata su Krishnamurti, tutto il messaggio è trasmissibile in 30 secondi.  :)
Poi le sue conferenze sono state tradotte in libri e affronta questo tema da 500 punti di vista.

Non c’è alcun metodo; quando vi dicono: “serve meditare” vi stanno mentendo. La meditazione si può fare se hai voglia di fare la meditazione e a te per una serie di ragioni piace la meditazione.
Preferisci il giardinaggio? Stare davanti al televisore a guardare la partita? Fare sesso? Qualunque cosa, qualunque attività gradevole se la ascolti ti può dare aiuto e se sei in una brutta situazione è l’unica cosa che ti può alleviare la sofferenza.
Chi vi dice: se fai questo o quell’altro non soffrirai più è un bastardo, cane rognoso, fetente.
Punto.

Allora, vi invito a prendere in considerazione questa possibilità: che non ci sia nessuno che vi possa insegnare qualcosa; potete ricevere delle informazioni ma questo è un altro paio di maniche. La figura del Maestro, di una persona che ti è superiore per qualche motivo e che è in grado di risolvere anche una parte del tuo problema, è una falsa illusione.
C’è qualcuno che vi può aggiustare un meccanismo: hai mal di fegato e qualcuno ti può aiutare a curarlo. Hai subito un trauma e uno psicologo ti può aiutare ad affrontarlo, ma è un’altra cosa.
Nella mia famiglia mi hanno insegnato un grande principio: “Fai quel che vuoi che cambi di più”. E devo dire che i miei lo hanno applicato nel bene e nel male.
Compreso il fatto che quando mia madre si è rotta le palle è morta. Ha detto: Mi sono rotta i coglioni, non ho più voglia di vivere, saranno fatti miei?  

Poniamo ad esempio che tu abbi il desiderio di fare l’attore: Come si fa? Puoi andare in una scuola di teatro. Va benissimo, noi le abbiamo fatte per tantissimi anni.
Ma se vuoi veramente fare l’attore: recita! Vai per strada e conti le persone che riesci a fermare raccontando una storia.
Quando riesci a fermare cento persone vuol dire che sei diventato bravo.
Non ti piace andare in mezzo alla strada? Gite scolastiche? Ho imparato a fare l’attore cercando di risolvere un problema all’apparenza irrisolvibile: come faccio ad avere l’attenzione di 50 ragazzini con tempeste ormonali di proporzioni tsunamiche che non gliene frega niente di NIENTE e tenerli interessati parlando di boschi?
Ho iniziato delle lezioni parlando solo di merda: la merda dei cavalli, andiamo a cercare quella degli animali nei boschi, quella delle formiche, guardate che mondo di merda, tutto funziona con la merda che viene mangiata dagli alberi che la digeriscono, ma anche gli alberi cagano anche se non fanno rumore… e alla fine i ragazzi mi ascoltavano. Oddio, andavano via pensando che ero completamente fuori di testa ma avevo ottenuto il mio risultato.
Allora, vuoi fare l’attore? Fallo. Serve aver visto degli spettacoli, aver guardato come fanno gli altri e magari cercare di non fare le stesse cose. Serve avere qualcosa da cui partire: un pubblico.
Non volete avere a che fare con gli adolescenti perché vi fanno impressione e vi ricordano momenti tragici della vostra esistenza?
Andate dove volete, dove c’è un assembramento, e lo fate.
Sento già qualcuno che pensa: è difficile. Vi posso assicurare che l’altra strada è più difficile: ci vogliono anni di corsi, trovare il modo di entrare in una compagnia teatrale – cosa impossibile in Italia perché a 70 anni c’è quello che fa ancora l’attor giovane e lo devi uccidere prima che la compagnia cerchi un altro attor giovane.
Le compagnie teatrali sono una lobby: tutto legale e chi entra non ne esce più. Ci si scambiano gli attori, determinano i loro pagamenti, eccetera e i nostri teatri italiani perdono più di 10 milioni di euro all’anno. Parlo dei teatri Stabili, quello di Torino, di Napoli, ecc.  
Quindi se è così complicato perché non trovare un altro modo per fare l’attore?

Alla prossima settimana!


Qual è la soluzione migliore? – Parte seconda

Quando ero un ragazzino ero la metà di adesso, anche ora non sono un colosso ma da ragazzo facevo veramente paura. Ed ero anche brufoloso, cosa veramente disdicevole, quindi avevo un livello di insuccesso con le ragazze olimpionico.
Soprattutto d’estate, quando arrivavo a Cesenatico e mi mettevo in costume da bagno, e le mie possibilità precipitavano verticalmente.
L’unico sistema per combinare qualcosa era avere qualcosa da raccontare alle ragazze, avevo una decina di argomenti che tiravo fuori all’occorrenza, facevo una bella figura e così avevo qualche rara possibilità.

Con il passare del tempo mi sono accorto che il sistema di scegliere una via alternativa nella risoluzione dei problemi (vedi cacao domenica 22 ottobre) è proprio giusto.
La prima cosa che ci insegnano è che esiste un metodo già “determinato” e se si vogliono risolvere i nostri problemi bisogna applicare il metodo “ufficiale”.
Ecco, vorrei dirvi che di solito il metodo ufficiale non funziona, e non ci vuole Einstein per capirlo, basta guardare la situazione del mondo: un sistema che ammazza ogni anno 10 milioni di persone di fame e che ne ammazza 100 milioni perché hanno mangiato troppo.
Abbiamo bombe atomiche che potrebbero distruggere 5000 volte il pianeta, e negli anni 70 era peggio, potevamo distruggere il mondo 10mila volte. Capisco che è un discorso noioso ma provate a pensare per un momento all’enormità di questa cosa.
Ci sono stati anni di trattative per distruggere l’arsenale nucleare perché i generali da una parte e quelli dall’altra dicevano: se noi smantelliamo le nostre armi accadrà che noi potremmo far esplodere il pianeta 4999 volte e loro 5000 e così il nostro deterrente nucleare ne soffre.
E se decidiamo che il sistema del potere è sbagliato, non è che ce n’è un altro che invece è perfetto: non funziona così, ognuno di noi ha il suo sistema, quello che ognuno di noi può cercare è il proprio modo di risolvere i propri problemi.
Se pensate che ci sia un qualcuno che è più alto, più bello, più intelligente, più biondo di voi che ha in tasca la soluzione ai vostri problemi e che se seguite il suo sistema arriverete all’obiettivo, ebbene, vi accorgerete che non funziona.
E’ stato effettuato un esperimento che dovrebbe cancellare tutte le discussioni che continuo a sentire sul come stare bene: un medico francese ha fatto una ricerca nei vari ospedali europei per cercare quelle persone che dovevano essere morte e che invece erano ancora vive in modo clinicamente inspiegabile. Insomma, quei casi in cui le analisi, le condizioni del paziente farebbero pensare che questi dovrebbe essere trapassato da tempo ma che invece, oltre ogni previsione, continua a vivere.
Il medico francese e la sua equipe trovano 3000 casi “miracolosi” e quindi vanno a visitare queste persone.  Possiamo immaginare che queste 3000 persone abbiamo trovato IL sistema giusto, quello che guarisce da malattie altrimenti mortali e quello che scopre è che queste persone sono guarite con 1500 sistemi diversi, alcuni completamente idioti. Buttarsi nell’acqua gelata d’inverno a Trieste alle cinque del mattino non ha nessun rapporto con la leucemia ma c’è un uomo con la leucemia che quando fa questa cosa guarisce, e gli altri del reparto leucemici, visto che quel paziente è guarito vogliono imitarlo e si vanno a buttare al mare d’inverno pure loro: una strage.
Quindi quello era un sistema che andava bene per QUEL paziente.
Alcuni guariscono con la medicina ufficiale, il medico aveva dato una medicina pensando: boh, proviamo e si stupisce lui stesso della guarigione. Magari gli ha solo prescritto dell’aspirina pensando che male non poteva poi fare e il paziente è guarito!

Allora, quando qualcuno vi dice: fai questo perché funziona, scappate! Non vi serve perché questa è la SUA soluzione. Ecco perché nel corso di Yoga demenziale non vi faccio fare degli esercizi ma vi propongo una serie di esperimenti, di possibilità e vi do una serie di informazioni, poi se voi volete provare qualcosa o no, quelli sono fatti vostri.
Se volete arrivare in ritardo alle lezioni o non venirci affatto va benissimo, perché funziona solo se vi interessa e quando vi interessa.
Fare qualcosa controvoglia è peggio che non farla. Il principio fondamentale è che voi siete le uniche persone che sanno cosa è importante per voi, o se non lo sanno possono provare a fare degli esperimenti ma fare qualcosa controvoglia per definizione non serve.
Se vi hanno detto che lo studio è noia e sofferenza, vi hanno detto una cosa sbagliata, si riescono a capire le cose nel momento in cui si trova la passione. Il problema è quello e la passione è un’altra cosa che non vi posso insegnare. Però possiamo fare degli esprimenti insieme appassionanti e sperare che si crei un vortice di divertimento collettivo così magari ci si appassiona a qualcosa che prima non interessava.
Appassionarsi, secondo me, è l’unico vero affare. Per prima cosa alla propria vita.

Mi rendo conto che molti dei miei problemi li ho risolti per culo.
Ma di questo ve ne parlo la settimana prossima :)
(continua)


Qual e’ la soluzione migliore?

di Jacopo Fo

Ci sono molte persone che sostengono di aver trovato la soluzione dei problemi.
Io non ho trovato la soluzione dei problemi, uso un altro metodo: metto insieme informazioni che mancano.
L’idea è che se una persona ha un maggior numero di informazioni, e quelle sbagliate vengono corrette, potrà affrontare i suoi problemi in maniera più efficiente e più produttiva.
Questa mia propensione deriva da un’esperienza per me molto scioccante: quando avevo tre anni e mezzo la mia famiglia ha deciso per la terza e ultima volta di fare una gita fuori porta. Forse per le vostre famiglie funziona ma per la mia era assolutamente insostenibile e infatti ce ne sono state solo tre…
Decidono di andare a mangiare in un ristorante sulle Alpi, per arrivarci bisognava prendere la seggiovia. Era estate e partiamo per questa spedizione. Arriviamo alla seggiovia e andando contro a ogni trattato internazionale sul trattamento dei prigionieri politici e dei bambini, la mia famiglia mi mette su un seggiolino che va a un’altezza spropositata sopra una foresta e nessuno li denuncia al Telefono Azzurro o chiama i vigili del fuoco o gli agenti psichiatrici e io vengo colto logicamente da una crisi di panico.
Quando arrivo in fondo, c’è l’addetto che mi deve far scendere, il ragazzo si rende conto che grazie alla muscolatura scimmia ho un forza mostruosa e non riesce a staccarmi dal seggiolino.
Una persona normale avrebbe fatto fermare qualche secondo la seggiovia, mi avrebbe calmato e fatto scendere, questo tizio sceglie un altro metodo e mi dà un ceffone mostruoso e mi tira giù.
Arriva mio padre sul suo seggiolino e invece di uccidere sotto i miei occhi festanti questo essere immondo, non fa una piega e capisco che funziona così: seggiovia, ceffone, il mondo è una merda.
Arriva mia madre anche lei impassibile sul fatto che io sia stato percosso da uno sconosciuto e mi portano in questo c… di ristorante di m… in cima alla montagna.
Non mi sono gustato molto il cibo perché pensavo al ceffone che avrei preso al ritorno.
Finalmente mio padre si rende conto che sono sull’orlo di una crisi di nervi e mi chiede: “hai paura a ritornare sulla seggiovia?” e io penso: “E’ un genio! Dovrebbero dargli il Nobel!”
“Bene” continua lui “Se hai paura torniamo giù a piedi”.

Non gli credetti perché ormai sapevo che mio padre faceva delle cose assurde.
Una volta tornai a casa sconvolto dall’asilo perché avevo scoperto che tutti i bambini avevano l’onomastico e io non sapevo neanche cos’era.
Allora chiesi ai miei genitori: “Ma quando è il mio onomastico?” e mio padre invece di andare a cercare nel libretto degli onomastici dove c’era San Jacopo, povera creatura, mi dice: “Guarda Jacopo, non discutiamo come ti chiami, perché non è colpa mia. Quando eri nella pancia della mamma io mi sono avvicinato e ho chiesto: bambino come vuoi chiamarti? E tu hai risposto Jacopo e così ti abbiamo chiamato”.
Quindi, voi capite, che ero abituato a manipolazioni orrende.

Tornando alla nostra gita in montagna, mio padre mi dice: “Scendiamo a piedi”.
“Ma davvero? Certo!” rispondo.
E per me quella camminata è stata un’esperienza fantastica tanto che credo sia uno dei motivi per cui anni dopo sono venuto a vivere in mezzo ai boschi.
Per me era un luogo inconcepibile, abituato a strade e case questo spazio immenso che abbiamo percorso per ore mi sembrava impossibile.
Era una situazione mentale stupefacente perché è l’incapacità di leggere la realtà che non si conosce. Ho avuto la mia prima esperienza in quella lunga passeggiata perché a un certo punto arriviamo su un torrente, per me non esisteva il concetto del mondo “naturale” fuori dal mondo cittadino, quindi vedo quest’acqua e mi dico: “Ma chi ha rovesciato tutta quest’acqua?” e mi rivolgo a mio padre. “E questa chi l’asciuga adesso?”
E poi vedo le mucche e chiedo a mio padre: “Chi sono questi mostri?”
E lui mi risponde: “Non ti preoccupare, se non gli dai fastidio non ti attaccano, sono delle mucche”
E il fatto che lui sapesse cosa c’era in questo mondo sconosciuto era veramente incredibile.
Dopo ore meravigliose e un colossale imprinting naturalistico arriviamo a valle e troviamo mia madre che era andata in seggiovia perché aveva le scarpe col tacco e la troviamo tutta sgarrupata perché, presa dall’ansia per il marito e il figlio in mezzo al bosco, era scesa dal seggiolino prima di arrivare alla piattaforma e aveva fatto così un bel salto, per fortuna un pino aveva attutito la caduta ma si era strappata il vestito, le calze, ecc.
E lì ho capito che c’è sempre un’altra via ed è sempre meglio.
Quando ho dei problemi chiedo qual è la soluzione e se non mi piace vado a vedere se c’è un’altra soluzione e… funziona.


La rivoluzione zapatista

di Jacopo Fo

Vi racconto un’altra piccola storia. E’ una leggenda, non so se sia una storia vera ma la trovo molto bella.
Quando i nativi americani videro le prime navi spagnole ancorate vicino alla spiaggia dalle quali scendevano le barche piene di marinai, erano in grado di vedere le barche ma non riuscivano a vedere le navi, perché il loro cervello non era in grado di concepirle: guardavano le vele bianche e pensavano che le navi fossero delle strane nuvole.
In pratica, se non si è registrata nella mente l’esistenza di una qualche cosa si rischia di non vederla.
Questo è quello che è successo a tantissimi bravi comunisti, ahimè, che sono andati in Chiapas e sono ritornati facendoci resoconti eroici dell’eroica rivoluzione dei compagni zapatisti.
Sul fatto che gli zapatisti siano compagni non ci sono dubbi, salutano con il pugno chiuso come i comunisti, hanno tutti il passamontagna come avevamo noi negli scontri degli anni ’70 e questa è un’altra solida similitudine.
E invece non è vero. Loro salutavano con il pugno chiuso prima di Cristoforo Colombo, che non c’entra un cavolo con Carlo Marx e l’Internazionale Comunista. E lo stesso vale per il passamontagna, l’avevano già nel 1000 a.C. perché l’eroe non si deve vedere in viso, l’eroe è il popolo.
E si scopre che gli zapatisti stanno da un’altra parte, per esempio sono dei patiti di numerologia: un giorno dovevano andare a Città del Messico per una grandissima manifestazione ed è sorto un grande problema: dovevano partire in 1111 e invece erano molti di più e questo secondo i presagi Maya avrebbe portato sfortuna.
Un altro episodio è relativo alla loro rivoluzione. Decidono di fare la guerra ma non in modo convenzionale. E’ l’unica guerra nella storia del mondo che è stata dichiarata, combattuta per soli sette giorni e in cui muoiono 12 persone per sbaglio e poi basta. Anche se l’esercito messicano continua a sparare loro non reagiscono più.
In realtà non si è trattato nemmeno di una vera guerra: semplicemente sono passati da una situazione di totale pacificità – nessuno in Chiapas aveva lanciato nemmeno un sasso contro la polizia – al conflitto più simbolico. Hanno inventato la prima guerra simbolica della storia del mondo. La prima guerra che nega la guerra. La prima guerra che è durata un giorno. La prima guerra che non ha dato il potere a generali imbecilli e criminali.

Il dibattito per decidere del conflitto coinvolge tutti i villaggi e dura un anno fino ad arrivare a un voto unanime. Se c’era qualcuno che aveva dei dubbi stavano a discutere per mesi fino a che non si convinceva, roba da psicopatici.
Poi iniziano a cucire delle divise perché volevano fare una guerra all’europea, quindi i soldati dovevano avere la divisa. Trovano una partita di cotone verde pisello e tutti a cucire queste divise allucinanti.
E, siccome non avevano armi decidono di fare i fucili di legno così che nelle fotografie sembrasse che tutti avevano i fucili.
E quando un esercito di ventimila uomini e donne con i fucili di legno può sconfiggere un esercito regolare armato fino ai denti?  
Il primo gennaio alle cinque del mattino! Quando tutti i militari sono ubriachi nelle caserme.
Gli zapatisti attaccano contemporaneamente in quattromila per volta cinque città, disarmano le guarnigioni e buttano i fucili di legno perché si sono rubati quelli veri.
Dopodiché trovano un gruppo di soldati ancora svegli e lì c’è l’unica sparatoria dove 12 zapatisti vengono uccisi.
Questa storia sarebbe già abbastanza singolare se non fosse che la rivoluzione doveva essere dichiarata un anno prima ma la mattina, quando attraverso i walkie talkie fecero l’appello dei villaggi, ne mancava uno. Era un bel problema, non si poteva certo lasciare fuori un villaggio: vi immaginate la vergogna degli abitanti e delle generazioni future? No, no, bisognava rimandare di un anno esatto.
E per un anno tutti mantennero il segreto, per un anno intero quattromila persone non fecero parola di quello che sarebbe avvenuto. Impossibile da credere, ma è andata proprio così.


Quante balle ci raccontano…

Di Jacopo Fo

Riprendiamo il discorso lasciato in sospeso la settimana scorsa con la panoramica di tutte le balle che ci hanno raccontato su tutto.
Credo sia importante che si capisca che i giudizi che diamo sulla realtà spesso sono viziati dal fatto che partono da un’idea tecnicamente sbagliata.
La maggioranza di noi ha studiato al liceo che la cellula è il più piccolo organismo vivente unitario, perché la cellula è fatta da una sola unica entità. All’inizio degli anni ’80 una ricercatrice – la maggioranza di queste scoperte sono state fatte da donne – la dottoressa Margulis fa una cosa che hanno fatto centinaia di migliaia di biologi: ha preso una cellula e l’ha guardata con il microscopio. Guarda bene e ha un’illuminazione e ne ha quasi paura perché si chiede come mai nessuno si sia mai accorto di quello che lei sta vedendo: e cioè che quegli aggeggi che poi si mettono assieme e formano la cellula sono i mitocondri.
La Margulis si accorge che in ogni cellula umana c’è un mitocondrio e sono anche all’esterno della cellula stessa e quindi la cellula è una cooperativa. Dopodiché propone una nuova teoria evoluzionistica basata sul fatto che gli elementi fondamentali dell’evoluzione non sono la competizione e la capacità di connessione sessuale, ma il primo elemento è la capacità di cooperazione e sostiene che noi esseri umani siamo riusciti a evolverci in una certa maniera proprio perché la cosa che sappiamo fare meglio è la cooperazione.
Allora, vorrei che provaste a fare un esperimento: pensate in che misura vi vedete parte di un gruppo, se pensate alla famiglia, alla vostra squadra di calcio, a qualunque organizzazione, ente, gruppi di amici… fino a che punto vi sentite partecipi di queste persone, fino a che punto la vostra salute fisica dipende dal fatto che voi incontriate queste persone? Se state male, tra le ricette per stare meglio c’è l’andare a trovare i vostri amici o è meglio chiudersi in casa?
Esiste una disinformazione sull’importanza del contatto con gli altri esseri umani.
In televisione ci martellano con la pubblicità che vende prodotti che sterminano qualunque tipo di batteri in casa. Il grande ribelle di questa campagna pubblicitaria disastrosa è il nuovo dentifricio che dice: perché volete sterminare i batteri nella bocca? Ne avete tanti quante le stelle nel cielo, vi vogliono bene, usate un dentifricio che non stermina i batteri perché è una stronzata. Il nostro ammazza solo quelli cattivi.

La verità la dice la pubblicità dello Yogurt. Noi riusciamo a digerire perché abbiamo miliardi di fermenti lattici, di creature che demoliscono il cibo che mangiamo, non siamo in grado di assorbire il cibo se non ci sono i batteri. E non solo: intorno a noi ci sono miliardi di batteri che sono un esercito che ci adora, sono convinti che noi siamo Dio e farebbero qualunque cosa per noi.
Se arriva un virus o un batterio cattivo, je menano. Se il virus riesce a superare il primo muro ce n’è un secondo che sono i batteri che stanno sulla nostra pelle che sono straordinari con cui abbiamo rapporti intimi e non ce ne rendiamo conto. Abbiamo gli organi sessuali completamente coperti di batteri e quando sentite certi desideri c’è da chiedersi se vengono dal cervello o è la sfera batterica cha ha iniziato ad agitarsi e a creare delle situazioni particolari.
Alla luce dell’importanza dei batteri sono state fatte delle ricerche sui depressi. Non so se avete notato su voi stessi oppure su qualche amico che il depresso tende a lavarsi di meno. E’ uno dei primi sintomi della malattia.
Perché? C’è un motivo ben preciso. Gli scienziati hanno scoperto che dopo tre giorni che non ci si lava, sul corpo si sviluppa un certo tipo di batterio detto “zellosus” che sta bene quando c’è quel sudaticcio, appiccicaticcio, quei sali minerali essiccati, ecc. E questo porco, perché è il batterio più maiale che esista, è drogato fradicio di dopamina e ha scoperto (vorrei sapere come cavolo ha fatto) che noi la produciamo.
Allora quattro miliardi di batteri al quadrato si mettono d’impegno e fanno la danza della dopamina, le cellule sottostanti sentono il gran fracasso e mandano un segnale al cervello che dice “Dopamina! Dopamina!” e allora il cervello la produce e questi miliardi di batteri se la fanno in vena!
E il depresso sta meglio perché il cervello aumenta la quantità di dopamina prodotta.
E questa è la meraviglia del creato, è una cosa fantastica, andrebbe insegnata a scuola. E bisognerebbe anche insegnare che noi avremmo un crollo delle spese sanitarie se invece di permettere queste pubblicità che incitano a disinfettare tutto si facesse una pubblicità progresso che dice: attenzione, quando vi lavate risparmiate di pulirvi o un gomito o un ginocchio, che sono le parti meno puzzolenti del corpo, di modo tale che lì possa resistere una colonia di questi batteri maialoni che vi fanno produrre più dopamina.
I destini dell’umanità sono in mano ai batteri. Ognuno di noi ha una “fauna” batterica personale (dicono flora ma è sbagliato, quella è fauna, i batteri ruggiscono, alcuni hanno proboscidi lunghissime). Ed è tanto personale che la malavita è fottuta perché oggi la traccia batterica del criminale si può vedere anche dopo quattro ore dal fatto criminoso e non c’è modo di nasconderla. Per non emettere una traccia batterica bisognerebbe andare in giro con uno scafandro pressurizzato che non emette aria perché ne basta un filo, e olè!
La ricchezza batterica è incredibile tanto che per certe malattie intestinali che distruggono la fauna batterica hanno pensato che si possono trapiantare le feci. Il procedimento non è truce come si potrebbe pensare, le feci vengono trattate e si guarisce perché qualcuno ha donato i propri batteri.
Perché ci abbracciamo e ci baciamo? Perché noi italiani viviamo più di tutti i popoli del mondo eccetto i giapponesi? (Che poi bisognerebbe capire perché i giapponesi vivono così a lungo… ma è tutta un’altra storia).
Noi siamo longevi per due motivi semplicissimi: in Italia ce la pigliamo più calma, se fai una stronzata in Germania ti mettono in galera e non ne esci più. In Italia… “mo’ adesso vediamo…” non c’è un mondo certo, c’è il grigio e il grigio allunga la vita. E le cose come vengono fatte in Italia? A cazzo di cane, e questo è fondamentale per il nostro benessere.
E l’altra cosa che ci allunga la vita è che noi ci abbracciamo e ci baciamo e gli attori italiani vivono tantissimo perché si abbracciano e si baciano più della media dei commercialisti.
Quando uno sta in casa e non esce, non abbraccia nessuno e sta male. Se avete dei problemi di salute chiedetevi quanta gente abbracciate, e poi chiedetevi quanto tempo passate a fare qualche cosa con qualcun altro. Qualunque cosa, non per forza meditazione o yoga, qualunque cosa, anche marciare a passo romano, andare alla partita, cantare nel coro della chiesa. Qualunque cosa voi facciate con qualcun altro crea un fenomeno che è stato studiato non a caso da un italiano. Nittamo Montecucco nel 1999 scopre che un gruppo di persone che fa insieme qualunque cosa dopo 31 minuti raggiunge un impressionante sintonizzazione delle onde cerebrali misurabile con l’encefalogramma. Inoltre, così facendo si aumenta la produzione di dopamina che è il neurotrasmettitore che ci fa stare bene, funzionare il fegato, i reni ecc e dà pure euforia. I popoli che hanno meno di noi l’idea dell’individualità rispetto al gruppo hanno più dopamina nel sangue.
Quanto il fatto di essere accolti da una collettività di amici, di familiari, di colleghi di lavoro è importante per il vostro benessere? Più della dieta o meno?
Franco Berrino, oncologo epidemiologo ha raccolto molte testimonianze su questo. In particolare una ricerca condotta su alcune infermiere americane ha rilevato che, al di là dei benefici relativi alla dieta, a stare meglio erano quelle che pregavano insieme tre volte alla settimana; e non solo: le infermiere nere che andavano a pregare tre volte alla settimana avevano dei valori di benessere generale maggiori delle bianche. Dio è razzista?
No, solo che i riti sono diversi: i neri cantano durante la funzione e quindi si scopre che l’arte ha un valore enorme. Cantare in coro è più che pregare, la musica ti dà emozione, ti porta in uno stato mentale in cui la mente razionale si spegne. La musica ti muove una serie di meccanismi poetici.
(continua)