libertà

Noi siamo quelli che amano la libertà

Molti dicono di essere progressisti ma allevano dobermann autoritari dentro la loro mente.

Non si costruisce una società nuova usando vecchi modi di pensare.
Noi vogliamo un mondo di pace, di cooperazione, d’amore.
Un mondo dove il ridere sia sacro e l’arte sia considerata una materia prima. Un mondo che conosca il rispetto, il senso dell’onore, la rettitudine.

Non possiamo costruire un mondo simile con la violenza, la doppiezza, la demagogia, la prevaricazione, l’autoritarismo.
È una banalità che quando inizi a metterla in pratica diventa una questione essenziale.

Quando iniziammo a costruire l’Ecovillaggio Solare ci trovammo a discutere con persone che ci dicevano: dobbiamo vietare le sigarette, non si deve mangiare carne, ci saranno dei turni di lavoro obbligatori, si terrà un’assemblea tutte le settimane.
Altri proponevano rigorosi esami per selezionare gli abitanti in modo di essere certi della loro fede ecologista. Dicemmo a queste persone NO. Noi non vogliamo costruire una comunità omologata, fatta di persone tutte uguali, amiamo la libertà e la biodiversità e non possiamo pensare di vivere in un villaggio fatto di obblighi e di divieti.
Perché mai dovrei vietare a qualcuno di fumare a casa sua o mentre passeggia nel bosco? Al massimo posso chiedergli di spegnere bene le sigarette se passeggia fumando… Ma se uno sceglie di andarsene dalle metropoli per vivere in una valle selvaggia si suppone che ami i boschi quanto me… Quindi suppongo che ci arrivi da solo a capire che è meglio non incendiare le foreste.

Io non voglio vivere in un ecovillaggio dove tutti la pensano come me. Mi annoierei mortalmente. Io adoro discutere. Ma non voglio neanche un ecovillaggio dove sia obbligatorio discutere una volta alla settimana…

Dobbiamo iniziare a dirlo chiaro che questo desiderio di mettere regole è una malattia mentale figlia dell’ideologia stessa che stiamo cercando di superare.
E dobbiamo scrivere sulle nostre pagine Facebook: “Attenzione, il mostro dell’autoritarismo contamina le menti dei rivoluzionari”

La situazione è merdosa perché un numero esagerato di umani non vuole vivere. Hanno fatto la loro scelta: vivere può essere doloroso quindi io riduco al massimo le mie percezioni. Mi congelo l’anima, mi anestetizzo i sentimenti, mi vulcanizzo le percezioni. Guardati in giro: sono migliaia, sono ovunque, sono zombi!
Questa è la forma mentis che permette al Capitalismo del Dolore di prolificare, divorare mercati e diritti naturali, massacrare i dissidenti, invadere nazioni, lasciar morire 10 milioni di persone ogni anno di fame.
Se la loro anima non fosse chiusa alla vita non potrebbero far finta di non vedere, restare passivi quando non direttamente complici.
E quando si ribellano lo fanno per finta, perché non compiono la prima essenziale azione rivoluzionaria: aprirsi alla vita!
Il cemento della loro sordità esistenziale sono le regole, contrappunto al culto della paura.
Vogliono vite ripetitive, dove tutto è inscatolato. Coltivano l’alienazione con lavori ripetitivi, amori ripetitivi, dolori ripetitivi.
Hanno passioni finte, esaltazioni per nuovi leader, nuove mode, vecchi rancori.
E se scelgono la via della crescita interiore anche lì si riempiono di dogmi, regole, sistemi, pratiche purificanti, maestri spirituali.
Autorità, regole, ripetizioni, procedure servono per procurarsi un’anestesia totale permanente dell’anima.

Queste persone sono intimamente pessimiste, non pensano che l’Universo ci ama e ama scherzare… Non hanno fiducia nell’improvvisazione, nell’invenzione, nella fantasia, nell’incontro, nel caso nella coincidenza. Non credono che l’impossibile si realizza continuamente. Non sanno che l’Universo adora sfidare i suoi limiti… Non capiscono che le lucertole con un po’ di sforzo e 20 milioni di anni di tempo sono riuscite a procurarsi ali e piume e imparare a volare… Più impossibile di questo!
Queste persone non credono che esista una forza positiva dentro ognuno, non credono che la cooperazione faccia miracoli, non credono che il mondo ci ama e che il progresso è insito nella forma degli atomi. Odiano i loro stessi sogni.
Hanno degli schemi fissi in testa e li applicano in modo meccanico perché il loro obiettivo non è migliorare veramente se stessi e il mondo, il loro obiettivo è alimentare ritualità anestetizzanti.

Ma in questi anni è cresciuto enormemente il numero delle persone che hanno rotto il loro personale loop.
Sta fiorendo la cultura della spinta gentile, dei piccoli passi, del flash mob destabilizzante, della comicoterapia, della riscoperta del gusto infantile del gioco come strumento di lotta sociale e divertimento personale.

Faccio un esempio.
Le persone che arrivano ad Alcatraz assaporano subito un senso di libertà. Gli spazi sono aperti, la natura non è addomesticata e domina prepotentemente il paesaggio, le persone che lavorano ad Alcatraz non sono in divisa e non si riesce a capire chi sono gli ospiti e chi fa parte dello staff. Da subito non hai a che fare con una situazione rigidamente definita, ruolizzata. Quando è ora di pranzo ti siedi dove vuoi, su lunghe tavolate, e ti trovi gomito a gomito con persone che non conosci ma che mediamente hanno voglia di parlare. C’è un grande tavolo pieno di delizie e prendi tutto quello che vuoi, quante volte vuoi. Scegli con gli occhi, non c’è un menù scritto… E se vuoi mangiare qualche altra cosa che non è sul buffet, basta chiedere, non ci sono costi extra da pagare. E le tovaglie sono di carta, puoi macchiarle, non c’è problema. Poi dai una mano a sparecchiare.
Questa situazione priva di costrizioni e inscatolamenti mentali dà alle persone un immediato senso positivo: è rilassante.
Ma ha anche effetti collaterali interessanti. Se le persone scelgono cosa mangiare senza doversi preoccupare del menù, del prezzo o della quantità, non solo si rilassano ma cambiano anche spontaneamente e senza sforzo, il loro modo di mangiare. Ad esempio si riduce dell’80% la quantità di carne consumata. Una cosa che avviene senza che ce ne si accorga semplicemente perché ci sono tanti cibi da assaggiare e tanti colori da mettere nel piatto.
La cosa incredibile è che appena i nostri ospiti sperimentano questa modalità morbida e accogliente reagiscono in assonanza con essa. Le persone ad Alcatraz si salutano quando si incontrano. Sembra una banalità ma è una cosa enorme, è pieno il mondo di posti dove le persone non si salutano neanche quando finiscono chiuse nello stesso ascensore!

Lo stesso discorso lo portiamo avanti da sempre quando si parla di benessere e “crescita personale”.
Nei corsi di Yoga Demenziale e nei seminari per migliorare il benessere psicofisico noi non offriamo percorsi preconfezionati.
Non abbiamo un modello perfetto da inculcare in ogni testa che ci capita a tiro. Non proponiamo quella tecnica o quella disciplina.
Non esiste una via preconfezionata per aprirsi alla vita.
Hai voglia di ascoltare questo evento straordinario che è il fatto che sei qui e sei spettacolarmente vivente?
Fallo. Non c’è niente di difficile, non ti serve il guru illuminato, l’apertura dei chakra, l’iniziazione o il faro della conoscenza del maestro.
Se ascolti le sensazioni e le emozioni piano piano ci prendi gusto. Scopri che puoi accettare la paura che ti fa il dolore se quel che ti viene di buono dalla vita te lo godi tutto. Questo è l’unico modo per risvegliarsi dall’anestesia e accettare i rischi del gioco pur di giocare… Sei tu che devi decidere se il gioco vale la candela e se vuoi puoi farlo istantaneamente.

Se ci provi magari scopri che alla fin fine il dolore è limitato, banale nella sua assoluta disperazione, è l’esperienza del vuoto, dell’abbandono, dell’assenza. Il dolore è la mancanza. E allora goditi quel che c’è, cura la tua paura, cura la delusione, l’umiliazione, la frustrazione dandoti alla vita. Per miliardi di anni non esistevi, per miliardi di anni non esisterai, adesso sei qui, nell’immensa magnificenza di un corpo e un’anima…
Puoi migliorare la tua dieta scegliendo il cibo con gli occhi; e se quel che mangi te lo godi veramente non inghiotti subito: mastichi. E se mastichi metà dei problemi digestivi e di sovralimentazione se ne vanno. Godersi la vita fa bene.

Da anni insegno una tecnica ginnica rivoluzionaria, molto più efficiente dello Yoga, del Tai Chi e dell’Antiginnastica messe assieme. Si chiama Movimento Spontaneo. Per spiegarlo servono 10 minuti.
Se inizi a muoverti e ascolti la maestosità delle contrazioni muscolari e delle rotazioni giunturali scopri che è piacevole e ti fa un sacco bene.
E se ascolti il movimento spontaneo puoi anche aver voglia di respirare in modo naturale, muovendo il diaframma e lasciando andare fuori l’aria passivamente.
E se fai ciò puoi scoprire che esistono tutta una serie di movimenti spontanei che ti viene voglia di fare se smetti di tenere i tuoi movimenti chiusi dentro i confini del Movimento Corretto.
Puoi scoprire che se muovi le spalle lasciando rilassate le braccia vengono fuori una serie di movimenti spontanei decisamente tonificanti.
E se la cosa ti fa piacere puoi sperimentare i prodigi del Movimento Totale, che consiste nell’esplorare la quantità dei movimenti che non fai più da anni. E se non hai di meglio da fare puoi scoprire che è veramente gradevole muovere tutto quello che riesci a muovere. Se sei in coda alle poste puoi farlo anche molto molto lentamente così nessuno se ne accorge e non ti prendono per matto.. E tu intanto trasformi il tempo perso a far la coda in un’esperienza piacevole e trascendentale.
E magari scopri che ti passano i dolori ai piedi se ti alleni a muover le dita una per una. All’inizio pare impossibile ma dopo un po’ ci riesci… È stupido ma divertente.

Il nostro lavoro si basa su una serie di percorsi di crescita personale che non sono basati su un modello qualsivoglia da fare proprio ma sul dare fiducia ai meccanismi naturali e spontanei, alla conoscenza istintiva di ciò che per noi è buono. Non c’è un maestro esterno che ti dà la linea, il maestro è dentro di te: tu hai dentro di te il modello naturale che è quello corretto, usalo! Milioni di anni di evoluzione naturale saranno ben serviti a qualche cosa…

Lo stesso identico discorso lo possiamo fare a proposito della creatività. C’è in giro ancora gente che è convinta che imparando le 100 regole d’oro del romanzo puoi scrivere un best seller.
Io ho scoperto che per scatenare la creatività devi fare proprio un bel niente. Metti venti persone in una stanza confortevole, dopo che hanno mangiato bene, e si inizia a fantasticare. Una sciocchezza tira l’altra e dopo due ore la creatività è montata a panna e iniziano a scoppiettare colpi di genio che rimbalzano da una testa all’altra. È un fenomeno potente e inarrestabile. È la magia del gruppo, il miracolo cooperativo. Quando hai imparato a farlo con gli altri poi sei capace di farlo pure in solitudine (ma in gruppo ci si diverte di più).

Ecco che cosa intendo per cercare di migliorare la propria vita e il mondo senza allevare mostri autoritari nella propria mente.
Dichiariamo che esiste questo altro modo di pensare e che siamo convinti che questa sia la direzione che può portarci in un posto più gradevole.
Impariamo a riconoscere che esistono mille gruppi creativi che agiscono sul pianeta seguendo la filosofia della spinta gentile, del sorriso, degli abbracci, della creatività, della cooperazione e del gioco. Un fantastico movimento composto da gente che ha compreso che se ti rilassi, se smetti di coltivare la paura di vivere, un nuovo modo di pensare e di sentire emerge spontaneamente dalla tua anima. Ed è pure simpatico!

 


Censura e libertà

Buon anno, amici lettori!
Iniziamo le pubblicazioni del 2012 con un testo scritto da Franca Rame.
In queste settimane sto lavorando alla biografia di questa coppia straordinaria. Sono molto fortunata, si tratta di un lavoro bellissimo, è come ripercorrere 80 anni della storia italiana vista dall'altra parte della barricata. Di là il potere, la censura, i fascisti, il Vaticano e di qui un uomo e una donna con migliaia di altre persone: operai, studenti, gente comune che crede fermamente che si possano cambiare le regole decise da altri.
Il mio lavoro ha coinvolto anche Franca, che lo sta revisionando: in alcuni casi non credo me ne sia molto grata, in altri si è divertita a ripensare ad alcuni episodi e in una nota mi scrive: "Ma secondo te, quando dormivamo?!?" Non lo so, davvero non lo so, hanno fatto così tante cose questi due signori... a dimostrazione che la passione per il proprio lavoro e per la propria vita dà una spinta incredibile, che dura decenni. E non abbiamo ancora visto tutto.
Quando Franca trova un racconto, un articolo o anche soltanto una nota che le sembra interessante, me la manda e vi posso assicurare che ogni volta è un grande dono. Due giorni fa è arrivato l'articolo che leggerete qui sotto, non so se sia un pezzo di teatro, o l'intervento a una conferenza, o appunti per un libro... non so e non credo sia importante, importanti sono le parole che Franca scrive, così attuali. E come sempre, almeno a me, gli scritti di Franca e Dario fanno venire voglia di non cedere, mai, al comodo opportunismo di chi dice: tanto non serve a niente... I Fo sono la dimostrazione che serve, eccome se serve, loro che erano Indignati quando questa parola era solo un aggettivo.
Buona lettura.

Gabriella
 

Ci sono nella vita di ogni uomo o donna, o in entrambi, uno o due momenti chiave con picchi a salire e a scendere. Dario e io ne abbiamo vissuti più di uno e tutti di straordinario valore, anche perché non si muovevano solo nell’ambito del nostro particolare interesse, ma coinvolgevano molta altra gente.
Quando esplose per esempio lo scandalo Canzonissima, non si trattò solo di un contenzioso fra la televisione e noi, cioè due attori e autori di un programma di sketch e di canzoni che si ribellavano ad un Ente statale a proposito di un contratto, ma tirava in ballo la vita e i diritti degli operai, quella della libertà di informazione oltre che di esprimersi riguardo alla politica: cioè tirava in ballo addirittura la Costituzione.
Inoltre, per la prima volta attraverso un programma di puro intrattenimento popolare, si denunciava l’esistenza di due grandi conflitti, nei quali c’erano morti e feriti ogni giorno. Si trattava delle morti sul lavoro e della guerra di mafia.
Di questi atti incivili e spesso criminali non se ne parlava mai in televisione e molto raramente sui quotidiani. Anzi, in televisione nessuno aveva mai trattato di questa realtà. Tutto era mascherato e seppellito. Il fatto poi che il vaso delle nefandezze fosse rovesciato nel programma più seguito non solo in televisione, ma anche attraverso la totalità dei mezzi d’informazione, fu il  detonatore massimo della bomba e del relativo scandalo. Il caso volle che, nello stesso momento in cui andava in onda la scena che trattava delle morti bianche, tutti gli operai d’Italia, in primo luogo i muratori, avessero indetto uno sciopero di alcuni giorni per protestare contro la mancanza di protezione sul lavoro, cioè la causa prima dei continui incidenti che causavano ormai una vera e propria strage in tutti settori.
Proibire che quell’atto unico satirico e di forte denuncia fosse trasmesso, era come buttare benzina sul fuoco. Bernabei, direttore politico e organizzativo dei programmi Rai, scelse per il fuoco, sperando nei pompieri, quelli politici, soprattutto. Ma la cosa non funzionò e la protesta divampò coinvolgendo anche  quei movimenti sindacali che normalmente accettano compromessi come certi pesci s’ingoiano l’esca con l’amo. Sempre in Canzonissima, mi pare la puntata appresso, ecco che va in scena un dialogo fra una “mugliera” sicula e un giornalista inviato dal continente. La donna è intenta ad avvolgere un lungo filo. Forse allude a una delle tre Parche, allegoria della vita e della morte. Ogni tanto si odono degli spari e qualche botto.
Il giornalista chiede di che si tratti, e la donna risponde che forse, quello sparo, proviene dal fucile di qualche cacciatore solitario, ma poi si corregge: può darsi che sia anche quello che uccide un infame che si piglia la sentenza. Altro sparo, ed ecco che viene indicato un sindacalista che creava guai; un botto, ed è il salto in aria della casa di qualcuno che non ha pagato il pizzo e così via, fra spari e mitragliate si arriva al punto in cui il giornalista chiede: “Come mai all’istante hanno cessato di far botti?” e la donna risponde: “Sempre prima dell’ultimo sparo c’è un attimo di silenzio”. “E a chi andrà l’ultimo botto?” Chiede il cronista. E la donna risponde: “A chillu cchi fa troppe domande, cioè a te”. Sparo, il cronista cade riverso.
Il peso e la forza di quella satira sfuggì ai censori. Era ritenuta troppo enigmatica per preoccuparsene, ma tutti gli spettatori, soprattutto a cominciare da quelli siciliani, capirono immediatamente che si trattava di discorsi sulla mafia e sui crimini che nell’isola si susseguivano a ripetizione (giudici, poliziotti e 70 sindacalisti uccisi in pochi anni). Si scandalizzarono i politici, a cominciare dai ministri del governo. Perfino i liberali con il loro segretario in capo, Malagodi, presero una posizione durissima, insultandoci e ricordandoci che già altri comici avevano sbattuto tempo addietro la faccia sulle tavole del palcoscenico, per aver esagerato nell’ironizzare sul potere; ma chi erano questi comici colpiti con tanta ferocia? Ed ecco che il segretario dei liberali fa il nome di un certo Mattia Perollo, comico di Trieste che si prese una fucilata da un fanatico fascista durante una rappresentazione.
Il  cardinale arcivescovo di Palermo fece pure un’omelia contro quello sconcio in grottesco; urlò: “La mafia non esiste, o ad ogni modo non si tratta di un’organizzazione criminale che voglia sostituirsi allo Stato, ma di normale delinquenza locale”.
Ricevemmo lettere minatorie in gran numero, scritte addirittura col sangue e biglietti sui quali era disegnata una lupara. Le minacce arrivarono anche su nostro figlio Jacopo, che aveva sei anni, al punto che per tutto l’anno scolastico dovemmo vederlo andare a scuola protetto da due poliziotti. Il direttore in capo della Rai, all’unisono con il dottor Bernabei, quando ci rifiutammo, in seguito alle loro censure, di salire sul palcoscenico per recitare il nulla (giacché ogni sketch di satira ci era stato cancellato) ci avvertì: “Voi rischiate molto, più di quanto non crediate. A parte una denuncia per turbativa dell’ordine pubblico, per la quale rischiate l’arresto immediato, sappiate che per anni e anni non vi capiterà più di poter calcare le scene della televisione …” e fu proprio così.
Fummo letteralmente cancellati dallo schermo televisivo per la bellezza di sedici anni, il che significa, nel mondo dello spettacolo, essere messi al bando per una vita. Ci restava solo il teatro, ma le varie piazze gestite da comuni dalla Dc come Bergamo, Vicenza, Padova, Rovigo, eccetera erano per noi assolutamente proibite. Ma il nostro gesto aveva mosso una notevole solidarietà da parte dei nostri colleghi, che avevano capito che bisognava rispondere non a branco, contro la prepotenza dei gestori culturali di Stato, ma era giocoforza organizzarsi con la creazione di un autentico sindacato degli attori e dei tecnici.
La sorpresa più straordinaria l’avemmo dal pubblico che, come rimontammo sulla scena con un nuovo spettacolo – si trattava di “Isabella, tre caravelle e un cacciaballe” - rispose al nostro apparire con uno slancio ed entusiasmo sconvolgenti. L’Odeon, teatro nel quale avevamo debuttato, era stato letteralmente preso d’assalto. Il botteghino dovette aprire le prenotazioni addirittura con dieci giorni di anticipo. La gente ci fermava per strada e ognuno ci dimostrava affetto e stima.
Per di più la notizia della nostra vicenda era giunta anche all’estero, per cui ricevemmo visite da cronisti da tutta Europa, nonché inviti da alcuni teatri di Francia e d’Inghilterra perché debuttassimo da loro.
Naturalmente la Rai ci fece causa, ma prevedendo il gesto, riuscimmo a superare in velocità l’ente pubblico e sporgemmo denuncia contro di loro con grande anticipo. Eravamo nei primi anni ’60, e quello era il tempo in cui esplodeva il grande miracolo economico dell’Italia… dappertutto crescevano case e palazzi come funghi, la produzione industriale era in forte rimonta e il grande successo della nostra economia aveva sorpreso tutti gli altri paesi dell’Europa; anche la coscienza civile e politica delle classi subalterne si trovava in forte crescita e ognuno era partecipe del fermento culturale che stava montando in tutti i settori, dal cinema alla letteratura al teatro.
Uno degli argomenti di cui maggiormente si discuteva riguardava il ruolo dell’intellettuale nella società. Naturalmente c’era chi parlava di impegno politico, e in particolare se gli ‘uomini di pensiero ed arte’ dovessero schierarsi per una causa o dovessero rimanere al di fuori d’ogni coinvolgimento, completamente autonomi e indipendenti da ogni gioco di potere. Fra l’altro c’era chi riprendeva l’antico tema dell’arte per l’arte alla ricerca della pura bellezza edonistica.
Fu proprio per entrare a piedi giunti nel dibattito che scegliemmo il tema delle grandi scoperte, prima fra tutte quella che culminò con il viaggio di Colombo nelle Americhe. Ci siamo serviti come testo base del saggio del grande storico spagnolo Salvador De Madariaga e ci inserimmo come contrappunto dominante la repressione condotta dal Tribunale dell’Inquisizione in quell’epoca in tutta la penisola iberica. Lo spettacolo si apriva infatti con una processione d’auto da fè, dove si notava subito la presenza d’alcuni condannati per eresia, fra i quali in primo piano appariva un attore capocomico che veniva portato al patibolo poiché ritenuto colpevole d’aver messo in scena un testo satirico che prendeva spunto dalla spedizione di Cristoforo Colombo, con relativa strage di selvaggi rei di credere in divinità estranee alla fede cristiana. Oltretutto nel testo opera presunta di  Fernando de Rojas si trattava della grande diaspora di ebrei che venivano spogliati dei propri beni allo scopo di rimpinguare le casse dissanguate dello Stato.
Il condannato spera nel sopraggiungere seppur in extremis della grazia concessa dal re. Quasi a mo’ di beffa gli viene ingiunto di recitare insieme alla sua compagnia, che finora lo ha seguito in prossimità del patibolo, l’opera che gli ha causato la condanna, cioè la vita di Cristobal Colon, il tutto direttamente sul palco del supplizio.
Pur di prender tempo l’attore accetta: il palco delle esecuzioni si trasformerà in palcoscenico e di volta in volta diventerà nave, con tanto d’alberi e vele, cattedrale e trono sul quale siederanno il re e la regina contornati dai giudici dell’Inquisizione. Con questo espediente è logico che tutta la vicenda riceverà una spinta paradossale straordinaria. Più che di personaggi, quindi, si tratterà di maschere: re, ammiragli e regine appariranno in tutta la loro vis comica deformante.
Cristoforo Colombo verrà interpretato dall’attore condannato, quindi le vite dei due personaggi saranno costrette a una sintonia quasi metafisica. E così scopriremo se il grande navigatore è maggiormente interessato alla scienza o agli affari e le cariche di potere; se dimostra pietà per i selvaggi fatti schiavi o piuttosto ha interesse a trarne utile nella tratta; e soprattutto capiremo come mai alla fine dei suoi viaggi, che hanno procurato tanta ricchezza e prestigio alla corte spagnola, viene da questa condannato alle catene e posto in galera.
Dicevamo che la tournée con quest’opera ci regalò un notevole successo, applausi ma anche contestazioni da parte di alcuni scalmanati reazionari, che male accettavano si svelassero alcune verità troppo aspre per alcuni palati. Fra l’altro, la commedia satirica era sostenuta da canti carichi di esplicita ironia; un coro, eseguito da otto uomini d’ordine esaltava l’odio razziale e l’intolleranza come aspetti del tutto positivi di una società. La prima strofa diceva: “Ogni tanto fa un certo piacere/ il poter bastonare qualcuno, il poter legalmente sfogare/ il livor di sentirsi nessuno/ su, urliamo, copriam di pernacchie/ Questa razza di bestie in ginocchio/ su pestiamoli senza pietà./ Oh che grande invenzione il nemico/ un nemico che sia disarmato/ ringraziam chi ce l'ha procurato/ umiliato e per giunta marchiato”. Ognuno può ben capire che si tratta di versi, ahimè, di una attualità sconcertante. È facile intuire che questo fosse uno dei momenti dello spettacolo che in qualcuno poteva maggiormente produrre forte indignazione e rabbia, tant’è che una sera, all’uscita del teatro Valle di Roma, fummo aggrediti da una squadra di fascisti che ci tirò addosso ogni lordura. Poi giacchè noi si era reagito, eccoli fuggire come di regola. (BOMBA)
In quegli anni, una compagnia di Barcellona – mi pare si chiamassero i Comedians – tentò di mettere in scena la satira su Colon. La Spagna era ancora sotto il regime di Franco. La compagnia riuscì anche ad eseguire la prova generale. Alla fine della prova gli attori furono tutti arrestati e portati in carcere, compreso il suggeritore.

 


Passaporto libero per le donne kuwaitiane

La Corte Costituzionale del Kuwait ha abrogato una legge del 1962 che obbligava le donne a chiedere il permesso del marito per ottenere il passaporto e poter viaggiare.
Secondo la Corte la norma era contraria ai principi di liberta' e di uguaglianza fra i sessi contenuti nella Costituzione.
(Fonte: Aduc)