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Cosa facciamo con i malvagi?

Cosa facciamo con i malvagi?

Un nuovo modo di vedere si sta diffondendo tra i progressisti.

La grande maggioranza del Movimento Progressista pensa che le persone che inquinano, sfruttano, organizzano guerre e violenze abbiano tutto l’interesse a farlo perché ci guadagnano.
Io faccio parte della minoranza chiassosa che pensa invece che il capitalismo del dolore non convenga più a nessuno, neanche ai cattivi cattivissimi che dominano il mondo. Questi sistemi sono ancora convenienti per le mafie locali, per gruppi residuali di avvoltoi sociali. Non conviene più alle grandi multinazionali. 
Solo vent'anni fa la situazione era ben diversa. Ma il mondo globalizzato rende superato lo sfruttamento criminale delle risorse e degli esseri umani.
L’epidemia di ebola ha fatto irruzione nella storia dimostrando questo semplice concetto.
Non conviene più a nessuno lasciare nella miseria, senza assistenza medica decente un paio di miliardi di persone. Perché con una tale massa critica di persone sottoalimentate ed escluse dai più elementari servizi igenici è garantito che prima o poi scoppia un’epidemia. L’epidemia di ebola la si fermerà, ma non sarà facile e le migliaia di morti che dobbiamo ancora aspettarci dimostreranno incontrovertibilmente che il modello di sviluppo del capitalismo del dolore è morto e sepolto. 
Con una tale quantità di viaggi in aereo e milioni di turisti in giro ovunque, non sarà semplice fermare l’epidemia.
Tra le cose più assurde che ho sentito recentemente c’è stata la dichiarazione di non so quale autorità sanitaria italiana nella quale si diceva: tutto sotto controllo, siamo pronti ad affrontare questa emergenza. Ma sei demente? Ma sai di cosa parli? Vista la facilità di contagio del corpo medico sperimentata negli Usa (con un unico caso di Ebola e 2 infermiere contagiate!) c’è da rendersi conto che 1000 casi di Ebola in Italia farebbero precipitare nel caos sia il sistema sanitario nazionale che la società civile.

L’evoluzione del capitalismo, come aveva previsto Marx, ha creato una situazione nella quale continuare a credere in questo modello di sviluppo vuol dire farsi male.

Il crollo dell’economia con le banche e gli speculatori che distruggono ricchezza mostra che il capitalismo nella sua fase di massima espansione non è più capace di garantire un crescente benessere neppure alla classe media. 
La sconfitta della via militare alla pacificazione del mondo (Somalia, Iraq, Siria, Afghanistan!!!) mostra che solo investire nello sviluppo economico e cancellare la miseria può fermare il terrorismo.

Il vecchio modello è morto, il nuovo è ancora un neonato in fasce.

La novità è che oggi i grandi manager, i grandi leader, i grandi finanzieri, vedono nei fatti che il futuro che loro immaginavano non esiste più.
Anche una zuccona come la Merkel sa benissimo che le fonti rinnovabili e la micro produzione localizzata sono il futuro dell’economia mondiale.
Anche un molesina come Obama ha capito che per fermare Ebola devi precipitarti a costruire ospedali in Africa, seguito da tutti i governi dei paesi ricchi che una volta tanto stanno aprendo il portafoglio. E non perché sono buoni ma perché se Ebola arriva in una megalopoli crepano anche loro… Oppure continuano a vivere autosegregandosi in un bunker, che non è il massimo delle aspirazioni di un miliardario con un minimo di gusto per la vita.
Certo che i miliardari se la passano comunque meglio della povera gente ma prova a metterti nei panni della maggioranza dei capitalisti del mondo: non vendi un gran che quando ci sono un milione di contagiati nella tua città e bande di diseredati girano saccheggiando i supermercati.
Questo sistema di sviluppo è doloroso e instabile, e ci porta continuamente a un pelo dal disastro totale.

Credo che Ebola contenga un’immagine terribile che sta penetrando nell’immaginario collettivo e che creerà sgomento crescente. C’è una fotografia in particolare che ha scioccato molti. Una giovane donna nera con un grazioso vestitino bianco e giallo a fiori, accasciata sul ciglio di una strada della Liberia. La didascalia racconta che si tratta di una ragazza contagiata che è stata rifiutata da tutti gli ospedali e ora si è messa ad aspettare di fronte all’unico centro di raccolta dove ha qualche possibilità di essere soccorsa.
Questo è Ebola oggi.
Quest’immagine dovrebbe gettare nel terrore anche i signori del mondo.

Seguendo il ragionamento arriviamo al succo della spaccatura nel Movimento Progressista.
Io credo che si sia di fronte a pericoli colossali ma credo anche che abbiamo gli strumenti per far cambiare rotta al mondo, e salvarlo.
Lo so che fa ridere dire che vogliamo salvare il mondo. Ma è esattamente quel che stiamo cercando di fare perché l’immenso, vorticoso, sviluppo delle tecnologie ha liberato forze straordinarie in termini di risorse e possibilità ma ha anche ingigantito il rischio che in una botta di idiozia si faccia precipitare la situazione mondiale al tardo medioevo.
Io sono molto ottimista, a patto che non ci si faccia crescere l’erba sotto i piedi.

Proprio perché siamo a un bivio tra un mondo migliore e la distruzione è importante ragionare con il culo nell’acqua fredda.
Dobbiamo chiederci se il nostro modo di concepire l’azione è veramente efficiente o se è solo una giusta presa di posizione incapace di portare a risultati effettivi.

Io concordo grandemente con la filosofia delle Città in transizione. Un movimento mondiale che prevede l’espulsione per chiunque organizzi una riunione politica senza fare anche una festa. Li adoro. Fanno parte del più grande movimento della spinta gentile, del pensiero creativo, della via empatia e comica al progresso. E sono convinti che sia il caso di abbandonare le forme dell’opposizione tradizionale, del muro contro muro. Oggi possiamo andare dai signori del mondo e dir loro: guardate qui! Abbiamo un modello di sviluppo che funziona. E non solo vi conviene economicamente, fa anche bene al mondo e all’umanità!

Lo so che questo discorso parrà delirante a qualcuno.
Eppure le prove che questo approccio diverso dà risultati ci sono. Ho scritto molti articoli raccontando esempi di aziende che hanno aumentato il loro fatturato e moltiplicato gli utili, umanizzando la loro struttura e il loro impatto sul mondo: la Semco di Ricardo Semler che ha arricchito gli azionisti puntando sulla cogestione di un’acciaieria che era il quinto gruppo industriale del Brasile; e c’è Interface, leader mondiale delle moquette, che verticalizza gli utili producendo la moquette atossica, ecologica, modulare, riciclabile, c’è l’Olivetti del dopoguerra… E ho raccontato storie di leader che hanno sperimentato con successo strategie diverse di crescita sociale e culturale, da Lerner ex sindaco di Curitiba, a Mockus che ha ridotto del 75% il numero di morti ammazzati a Bogotà mettendo i claun ai semafori. E ci sono le mille esperienze concrete delle associazioni che sperimentano la transizione sul territorio, quartiere per quartiere…
E c’è il grandioso libro del premio Nobel Mahammad Yunus, La fine della povertà. 
Esistono esperienze crescenti che dimostrano che un approccio empatico all’economia è redditizio in modo pazzesco.
Ma ancora sono notevoli resistenza e rigidità tra i progressisti.

Per chiarire con esempi pratici di cosa vorrei discutere ti racconto quel che mi è successo e i ragionamenti un po’ assurdi che mi sono fatto in testa di fronte all’aprirsi di uno spiraglio di possibilità di poter realizzare un’azione benefica in maniera esagerata…
Mi sono trovato tempo fa in una situazione strana, ero stato invitato a pranzo da un alto dirigente della Nestlé che voleva capire qualche cosa di più del mondo degli oppositori radicali.
La prima osservazione è che non avevo di fronte un genio del male ma una persona che condivide la mia visione del mondo su molte questione esistenziali.
Ma è una persona che guarda in un punto dell’orizzonte diverso dal mio. Ha una diversa scala di priorità.
La prima cosa che gli ho detto sedendomi al tavolo è stata: “Ma lo sai che siete considerati i secondi più cattivi del mondo?”
Lui è restato stupito. Non aveva idea che fosse possibile redarre classifiche dei più cattivi. Non aveva idea che esistessero un centinaio di milioni di oppositori radicali nel mondo che da anni non comprano più un cioccolatino Nestlé. E non poteva immaginare che milioni di mamme dicono ai loro bambini, mentre scorazzano in mezzo agli scaffali dei supermercati, “No, non prendere quei cereali perché sono prodotti dai cattivi!”
Ma anch’io non sapevo parecchie cose interessanti. Ad esempio che questa storia del latte in polvere per la Nestlé è una parte irrisoria del fatturato. E non sapevo che è diventata una questione di principio e che hanno valutato se vendere tutto il settore per evitare il boicottaggio internazionale e chiudere la questione e che alla fine hanno deciso di continuare a vendere il latte in polvere per neonati perché ritengono di essere stati accusati ingiustamente.
E non sapevo neanche che il 30% del cacao usato da loro in Italia provenisse dal commercio equo, solidale e biologico. Loro certe cose non le raccontano per non vantarsi. Sono così…
Bene, gli ho detto io: allora aprite un vero dialogo con le associazioni solidali. Si fa una bella assemblea mondiale, voi investite un po’ di milioni di dollari in servizi sanitari alle partorienti e propaganda all’allattamento al seno, vi sottoponete al monitoraggio di un comitato etico e scientifico, nominato dall’assemblea mondiale delle associazioni solidali medesima, e noi smettiamo di dire che siete i secondi più cattivi del mondo e se mettete più cacao e meno zucchero nei dolcetti li mangiamo pure. Se vuoi ti passo un paio di ricette per fare un cioccolato che dà dipendenza sessuale.

Devo osservare con rammarico che mi aspettavo di essere convocato nel giro di pochi giorni dal consiglio di amministrazione galattico per discutere le fasi operative della trattativa. Invece niente.
Ma il problema è un altro: se loro mi avessero detto di sì quante associazioni sarebbero state disposte ad aprire una trattativa?
Credo che se ci fosse una vera disponibilità, dimostrata con alcuni fatti preventivi, si riuscirebbe a convincere la stragrande maggioranza delle associazioni solidali del pianeta a condurre una simile trattativa, anche perché aderirebbero subito leader del calibro di Yunus… Ma sarebbe una gara dura. Alcuni contesterebbero addirittura che si apra un canale di conversazione con una grande multinazionale.

E vi immaginate i commenti che verrebbero fuori il giorno che io dico: ho avuto incarico da parte di Nestlé di aprire un dialogo con il mondo solidale. Sì, mi sono inventato una nuova professione: Avvocato Sociale, una laurea che mi sono dato da me presso la Libera Università di Alcatraz, di cui sono presidente. Una laurea che è riconosciuta solo nella Libera Repubblica di Alcatraz, dove mia moglie è Ministro della Cultura.

Mi diverte questo articolo perché scrivendolo mi rendo conto di quali implicazioni filosofiche, di principio, andiamo a scompigliare se si inizia a discutere del nuovo modello di sviluppo che desideriamo e di come farlo sbocciare.

Forse ti sarà venuto in mente anche a te che io non ho nessuna autorità per andare a trattare a nome di qualcuno.
Questa questione sembra secondaria ma in realtà è centrale perché permette di chiarire l’insieme della visione non solo degli obiettivi ma delle modalità.
I progressisti creativi non sono un partito, non c’è nessuna delega. Ormai abbiamo capito anche questo: le organizzazioni piramidali, l’istituzionalizzazione dei movimenti non funzionano e producono forme mentali che sono parte dei problemi che vogliamo affrontare. Non funzionano.
Un giornalista ha chiesto a un abitante di Cristiania, il quartiere autogestito di Copenaghen che resiste da 40 anni: “Chi comanda qui?”
E l’abitante: “Io sono il capo. Il problema è che anche gli altri abitanti di Cristiania sono convinti di essere il capo.”
Siamo una rete, una comunità su base di affinità, una tribù. Chiunque può alzarsi alla mattina e andare a parlare con qualunque potente e dirgli: noi siamo i buoni, con chi vuoi stare?
Certo poi bisogna sottoporre quel che ne vien fuori al resto del movimento. Ma non ho bisogno di un certificato per poter aprire una trattativa…

Fine prima parte.
Nella prossima cercherò di raccontare alcuni progetti che potremmo realizzare se la Mercedes decidesse di buttarsi a salvare il mondo e noi avessimo abbastanza ingegneri per prendere l’appalto dell’impresa.

Jacopo Fo