Vacanze estive alla Libera Università di Alcatraz

jacopo fo

Un’indagine di archeologia del pensiero

Appello ai matematici geometrici: mi aiuti a correggere un libro?

Dopo anni di ponderate ricerche ho finalmente finito un libretto su Pitagora, i taoisti e l’aritmetica geometrica.
In questo testo cerco di realizzare un’indagine di archeologia del pensiero e di scoprire perché la geometria divenne così importante per popolazioni ancora primitive, ben prima dei filosofi greci…
Ipotizzo che la passione per la magia dei numeri sia nata a partire da una serie di illusioni ottiche che è possibile produrre, ad esempio, intrecciando rami per costruire una capanna.
Ho lavorato a questo libro in modo discontinuo dal 1979… C’ho messo un po’... Adesso mi pare che abbia raggiunto una sua completezza ma prima di distribuirlo per il mondo vorrei avere l’aiuto di qualcuno che se ne intende di numeri, perché mi sono avventurato in un territorio che non padroneggio proprio.
Hai voglia di darmi una mano? Sono benvenute critiche, aggiunte, precisazioni e correzioni di qualunque tipo.
Se scrivi a elena chiocciola alcatraz punto it e ti inviamo il pdf.
Avrai una citazione nei ringraziamenti e la mia eterna gratitudine!
Intanto grazie per avermi letto fino a qui.

Intanto, ecco a voi il primo capitolo del libro. Buona lettura!

La Geometria Aritmetica da Pitagora a Israele alla Cina
Un’indagine di archeologia del pensiero

CAPITOLO 1
Pitagora disse che l’Universo è fatto di numeri
L’insigne matematico greco non fu il primo ad affermarlo. Almeno un millennio prima della sua nascita queste idee erano note dalle sponde del Nilo a quelle del Fiume Giallo.
Pitagora espose queste conoscenze in modo razionale e per questo viene considerato il primo matematico nel senso moderno del termine. Del modello elaborato dalla sua scuola poco si sa anche perché i pitagorici avevano fatto voto di segretezza, ritenendo che le loro scoperte non potessero essere comprese da tutti. E a ragione visto che neppure la segretezza evitò loro dure persecuzioni. Cosa poteva esserci di così terribilmente pericoloso nei loro ragionamenti sui triangoli e i pentagoni?
Leonardo da Vinci e Isaac Newton hanno dedicato molte energie allo studio di quella che Pitagora chiamava Geometria Aritmetica ma anche Leonardo e Newton pensarono che fosse meglio non divulgare i loro studi. Newton arrivò a bruciare una gran quantità di appunti per evitare che qualcuno li rendesse pubblici distruggendo la sua fama di grande scienziato.

Come vedremo Pitagora, Leonardo e Newton avevano paura di diffondere le loro scoperte per lo stesso motivo, cozzavano con il modo di pensare del loro tempo. Certamente tra la Calabria del 500 avanti Cristo e l’Inghilterra del 1700 c’era una gran differenza, ma l’idea del mondo dei re e dei sacerdoti era per molti versi simile.
Pitagora capì che se cercava di spiegare le sue idee al re di Crotone o ai sacerdoti del tempio di Atena gli avrebbero tagliato la testa. Leonardo decise di tacere per timore dell’inquisizione, Newton per evitare il dileggio della reale accademia delle scienze.
Questa motivata paura non era mitigata dal fatto che le loro idee derivassero da evidenze elementari che si possono osservare nella forma dei triangoli e degli esagoni senza aggiungere nulla a quel che i nostri occhi vedono.
Infatti, la ricerca degli antichi era estremamente rigorosa e seguiva un procedimento che potremmo definire precursore del metodo scientifico moderno perché essi prendevano in considerazione solo aspetti evidenti, che anche un bimbo poteva vedere, senza aggiungere nient’altro se non la capacità di notare particolari che potrebbero sfuggire a un osservatore frettoloso ma che una volta identificati risultano solidamente certi.
Pochi matematici moderni sono interessati a esplorare queste idee antiche perché puzzano di magia esoterica e i matematici temono ancor oggi di mischiarsi con fattucchiere, alchimisti, maghi e ciarlatani e guadagnarsi così il disprezzo del mondo accademico.
Così oggi sul web puoi leggere migliaia di pagine che trattano dei significati simbolici, letterari, psicologici o mistici, dei numeri e delle forme geometriche, poche pagine dedicate alla semplice descrizione della struttura concettuale che ha dato origine a questi simboli.
Eppure ci sono parecchi motivi per pensare che varrebbe la pena di capire come i nostri antenati costruirono la loro visione del mondo.

L’avo di Fibonacci e la costante nascosta nei numeri
Nel 1500 Fibonacci scoprì che alcuni numeri contengono un rapporto di grandezza crescente che ritroviamo in natura. Una costante che riguarda il rapporto tra le grandezze che è presente nella curva della spirale delle galassie e nella spirale della chiocciola di una lumaca, può scandire la distanza tra i rami di un albero o tra le foglie sopra un ramo, e si può scorgere nella disposizione dei semi di un girasole, nella forma degli organi interni umani, nella curva che disegnano le onde, nel rapporto tra lunghezza e spessore di ogni porzione della catena del dna. Possiamo trovare i rapporti di grandezza di Fibonacci osservando la misura delle falangi delle nostre dita o la larghezza del naso in rapporto con quella della bocca.
Possiamo dire che questo rapporto di grandezza è quello che la natura sceglie per creare molte forme.
Ed è stupefacente che la serie di Fibonacci fosse nota almeno 2500 anni prima che lui la descrivesse usando un linguaggio scientifico moderno: moltissime grandi costruzioni antiche sono state progettate sulla base di questi rapporti di grandezza.
E mi viene voglia di capire come i nostri antenati ci siano arrivati.
Ma la scoperta di questi rapporti tra grandezze è solo una delle notevoli intuizioni dei nostri avi.
L’idea che la materia sia composta da piccolissime particelle elementari e che le forme frattali siano onnipresenti si diffuse tra quasi tutte le popolazioni del pianeta molto prima che i filosofi greci iniziassero a dibattere sui fondamenti della fisica.
È affascinante scoprire perché popoli estremamente lontani tra di loro abbiano seguito metodi simili che li portarono a conclusioni analoghe.
E come riuscirono a maturare queste idee senza l’ausilio di tecnologie evolute?
Quella che segue è un’indagine di archeologia del pensiero. Utilizzando i cocci sopravvissuti delle conoscenze antiche cercherò di spiegare come sono arrivati a costruire il loro modello del mondo. (...)


Lezioni di filosofia orientale (come non le avete mai sentite)

Incontro di Jacopo Fo con gli studenti al teatro Puccini di Firenze in occasione della decima edizione del Filosofestival – Prima parte

Buongiorno,
la filosofia orientale è un grosso bordello. Innanzitutto perché siamo abituati ad aver a che fare con i nostri preti, e i preti orientali sembrano tutti belli, bravi e intelligenti e invece là dove c’è il potere vi sono sempre dei meccanismi perversi.
In Tibet, in uno dei centri culturali che oggi va molto di moda, c’è un personaggio che è come San Francesco in Italia, grossomodo: la differenza è che la popolazione tibetana è molto matriarcale, le donne hanno un grande potere e hanno una grande libertà anche dal punto di vista sessuale. Ad esempio è uno dei pochi Paesi del mondo dove una donna può sposare tutti i fratelli di una famiglia.
Quindi, essendo la cultura tibetana di origine matriarcale, la sessualità non è considerata peccato come da noi, anzi è un momento di elevazione dell’anima. Nelle culture matriarcali primitive di cui esistono ancora oggi tracce in alcune zone dell’Africa, dell’Asia e del Sudamerica, quello che per noi è la comunione con la divinità si ottiene attraverso due modi: ridendo e con il piacere sessuale.
L’orgasmo è l’unione con la divinità.
Per quanto riguarda il ridere, in Italia fino al 1200 in Puglia esisteva il Risus Pascalis, la risata di Pasqua. Durante la messa di Pasqua, per ottenere la consacrazione dell’Ostia, bisognava che tutti i fedeli ridessero sennò Dio non arrivava perché non gli piaceva la gente seria.
Tornando al San Francesco tibetano, devo dire che era un personaggio veramente molto strano. Si racconta che un tempo in Tibet ci fu un periodo di grande siccità e i monaci tibetani facevano credere al popolo che erano loro a decidere quando doveva piovere. E quindi il popolo, vista la carestia, se la prendono con i monaci accusandoli di essere alla fame per colpa della loro malvagità perché non fanno venire la pioggia.
Il Dalai lama è disperato e organizza un grande rito collettivo in una valle con decine di migliaia di persone. Immaginatevi una sorta di teatro con delle scalinate dove ci sono tutte le autorità religiose, i suonatori con le trombe lunghissime, le ruote della preghiera che girano… dopo ore ancora il cielo è terso e non si vede alcuna nuvola all’orizzonte. A questo punto arriva Kunga Legpa, tutto sporco, stracciato ma lo fanno passare perché è un famoso maestro spirituale e quando è in uno spiazzo davanti a tutta la gente e ai monaci si mette a testa in giù e incrocia le gambe. La tunica gli cade lasciando scoperto il sedere e lui spara una scoreggia epocale. Immediatamente inizia a piovere tantissimo e Kunga Legpa si rimette in piedi mentre tutti felici scappano da questa pioggia fortissima. L’unico che rimane fermo al suo posto è il Dalai Lama che è sconvolto dall’aver assistito a questo miracolo e Kunga Legpa gli si rivolge dicendo: “Hai visto che vale più una mia scoreggia di tutte le tue preghiere?”
E malgrado questo non gli tagliano la testa, in Tibet lo considerano una persona importante e a queste parole il Dalai Lama risponde: “Bene, visto che tu hai fatto piovere quando noi non ne siamo stati capaci ti do l’autorizzazione a formare un tuo ordine monacale, però al massimo sono ammessi dodici monaci, perché altrimenti mettereste in crisi tutta la chiesa tibetana.”
Esiste un vangelo delle gesta di Kunga Legpa che si intitola “Le gioiose avventure di Kunga Legpa”.
Vicino a Grosseto c’è un’associazione culturale buddista Merigar dove vive un discendente di Kunga Legpa, il professor Chögyal Namkhai Norbu, professore di lingue orientali.
Questo vangelo è molto divertente perché sono raccontati tutti i miracoli del monaco tibetano, anche se a dire il vero, l’unico vero miracolo è quello che vi ho appena raccontato.
Gli altri sono assurdi, per esempio: Kunga Legpa entra in una bettola e vede che c’è una donna che sta per avvelenare il marito, quando la donna vede il sorriso del monaco desiste dal suo proposito.
Un altro giorno sta camminando quando vede un gruppo di banditi che sta nascosto in attesa di assaltare una carovana e fare una carneficina. Allora il monaco si avvicina e dice: “Buongiorno, ma che bella giornata!” E se ne va. I banditi si guardano tra di loro e si dicono: “Ma perché stiamo qui ad aspettare di ammazzare la gente? Oggi possiamo fare delle cose più divertenti” e così rinunciano al massacro.
Insomma, tutti i miracoli di Kunga Legpa sono preventivi perché lui dice: “Che gusto c’è a resuscitare un morto? Bisogna impedire che lo ammazzino. Questo è il vero miracolo”.
Gira nei villaggi e fa prediche molto strane - ricordiamo che si parla sempre di popolazioni matriarcali, certi discorsi nel Medioevo in Toscana o in Sicilia sarebbero stati impensabili - parla alla gente e urla: “Uomini, voi non capite niente, siete delle teste di cavolo, portate qui le vostre donne e così facciamo l’amore e attraverso il rapporto insegno loro l’illuminazione e la grande sapienza del buddismo”. Due ragazze, in due diverse situazioni, si presentano e dicono: “Siamo qui, siamo disposte a fare l’amore per imparare tutta la tua conoscenza”.
Porta la prima ragazza in una grotta, per giorni si accoppiano in maniera molto appassionata dopodichè il monaco esce dalla grotta, la mura dopo averle lasciato cibo e acqua, dichiarando che dopo tanto amore è meglio che la ragazza stia da sola e si gusti con calma tutto quello che è accaduto. Torna dopo 15 giorni, abbatte il muro e la fanciulla esce dalla grotta volando perché è talmente pura e felice da non essere più sensibile alla forza di gravità e così vola nel mondo predicando la grandezza del Buddha.
E così avviene anche, in tempi diversi, con la seconda ragazza.
In alcuni templi buddisti potete vedere un altare dedicato a questo santo dove vi sono scolpite immagini che difficilmente potrete vedere nelle nostre chiese cattoliche: Kunga Legpa è sempre ritratto vestito da straccione che regge un enorme sesso maschile dal quale escono lampi e tuoni, un’eruzione vulcanica. La gente va lì e prega, decisamente una cultura molto diversa dalla nostra :)

(Continua qui)


Dio c'è e vi saluta tutti

Era il lontano 1998 quando scrissi questo libro e a riguardarlo adesso mi diverte ancora molto ed è pieno di concetti interessanti… buona lettura!

Dio c’è e vi saluta tutti

Prefazione
Lo scopo di questo libro è raccontarvi una cosa talmente elementare che sfugge alla rozzezza del cervello. Se però non ti accorgi di questo fatto rischi che la vita ti diventa come il cioccolato al latte Polka. Costosa e indigesta. Rendersi conto che il tuo cervello è vittima di un'illusione ottica e che non guardi, non vedi, non ascolti né il mondo intorno a te né il tuo corpo, né le tue emozioni è di vitale importanza.
Cosa resta della vita se non ti ascolti vivere?

QUI, ORA! (Chi ha scorreggiato?)
Soltanto davanti a fatti che ti stupiscono riacquisti il senso del tempo, ascolti il presente.
Sennò fluttui tra passato e futuro che, come dice Sauro Tronconi, non esistono anche se la psicanalisi non parla d'altro.
La mia domanda è: dov'ero con la testa quel giorno di aprile che mentre stavo in treno ho tentato di aprire una mandorla con un coltello e invece mi sono aperto un dito?
Questo libro serve per evitare inutili ferite da arma da taglio e altre superflue lacerazioni sanguinanti. (Spero che la Croce Rossa Internazionale ne compri un milione di copie).

PERCEZIONI SOTTILI (Ho gli alluci in calore)
Hai il latte alle ginocchia, i fremiti alle cosce, il nodo alla gola, i gattini nello stomaco, ti urlano i tendini delle spalle, ti viene il sangue agli occhi, hai la testa che rumina, ti prudono le mani? Sono tutte sensazioni dovute alle emozioni. È il cervello inconscio che ci parla. Condivide emozioni e ti dà i suoi consigli. Ti suggerisce che c'è o non c'è feeling, una buona vibrazione, con qualcuno o in qualche situazione.
Ci sono un mucchio di queste sensazioni interiori. Ce ne sono anche di estremamente sottili e rapide che sembrano quasi impercepibili. Ma sono vere. Sono a un livello più basso di volume audio, ma sono comunque intense. Il semplice ascoltare questa modulazione di frequenza ci fa entrare in una dimensione percettiva amplificata. Senza filtri sensoriali, senza corazze.
Insomma, ti togli i tappi dalle orecchie. E finalmente ti accorgi che il tuo partner non ti sta sussurrando parole d'amore. Ti sta insultando con un megafono e intanto demolisce il tuo miniappartamento con il martello pneumatico.
(continua)

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Il Teatro Fa bene raccontato da Jacopo Fo – Parte Quinta

Chiudiamo con questa ultima parte la chiacchierata di Jacopo con gli studenti sul significato del Teatro (con divagazioni…)
Parte 1 - Parte 2 - Parte 3 - Parte 4

Domanda: Secondo te quanto può essere utile l’Università?
Jacopo: Nessuna utilità!

Domanda: Ok, le altre… e questa, la nostra? [Risate]
Jacopo: Vabbè, mi ha chiesto una cosa generale! Ti posso dire che quando faccio le selezioni di lavoro segno con un “due meno” chi arriva dicendo che è laureato, perché generalmente chi esce dall’università è bravo a giustificarsi con i professori… Chi lavora con me, se non ha fatto una cosa e si giustifica, con me ha chiuso. Perché io ho una morale calvinista, che è anche un po’ giapponese: quelli che si giustificano sono dei vigliacchi. Se arrivi in ritardo, di’: “Mi scuso per essere arrivato in ritardo”. Se mi spieghi perché, allora io ti rispondo che dovevi partire un’ora prima… Ti si è rotta la macchina? Ecchissenefrega!
Io lavoro “all’opposizione”, e per noi portare a termine il lavoro è difficilissimo, perché c’è la censura e tanto altro. E dunque lavoro solo con gente che se mi dice che quel certo lavoro sarà consegnato entro una certa data, o me lo consegna o è morta… Con molte persone con cui ero a scuola insieme quando avevo la vostra età, collaboro e lavoro ancora adesso. Per tutta la mia vita – ora ho 62 anni – ho selezionato solo gente che sa mantenere la propria parola. Il risultato è che oggi lavoriamo con la Rai, con Eni, eccetera, e riusciamo a lavorare in metà del tempo e per metà del prezzo, per cui riusciamo a vincere gare che nessun altro riesce a vincere. E questo è l’unico modo, pur essendo comunisti e rompicoglioni – e noi stiamo sulle balle anche ai comunisti, perché rompiamo i coglioni anche a loro, perché non siamo mai d’accordo con nessuno! – cioè garantiamo la qualità.
Il grande problema è la separazione tra l’apprendimento scolastico e il mondo del lavoro. Per questo vi dicevo prima che secondo me sarebbe geniale se voi usaste queste lezioni non ai fini delle interrogazioni ma per fare un oggetto che quando poi uscirete dall’Università avrà un valore: avere 20mila “amici”, supporter, che vi seguono su Facebook, 10mila su Instagram e 5mila su questo o su quello è un vero e proprio capitale. Se voi usate questi anni semplicemente per acquisire crediti … beh, per me buttate via il vostro tempo.
Quando studiavo io si andava a scuola con le spranghe… i professori non avevano nemmeno il coraggio di discutere con noi; nella mia scuola non c’erano i libretti delle assenze e presenze e nemmeno i registri. Per un anno non sono entrato in classe, ma sono stato promosso comunque perché abbiamo occupato la scuola. Stavo a scuola tutto il giorno, 8 ore, senza entrare in classe e assieme a un gruppo di altri studenti avevamo fatto un sacco di lavori, audiovisivi, serigrafie, ecc. Lavoravamo molto di più di quelli che studiavano, ma lavoravamo su cose che ci servivano. A partire da quel lavoro fatto a scuola, io poi ho scritto dei libri, e li ho anche venduti, e venduti bene! Per un periodo ho scritto 4-5 libri all’anno e ho potuto farlo perché ho “monetizzato” il lavoro precedente e ho fatto tesoro del metodo imparato allora, anche con i professori che avevano voglia di insegnarci a lavorare. E senza voti!
Capiamoci: io sono molto favorevole allo studio. Sono contrario a questo modo di studiare. Quello per cui voi cercate di prendere per il culo i professori e non vi accorgete che quelli presi per il culo siete voi… perché poi finite con il fare lavori di merda!
Vorrei che in questo tempo che vi ho dedicato almeno uno di voi si rendesse conto che lo stanno truffando e che ha davanti una prospettiva agghiacciante… trovarsi a 30 anni con un figlio e una famiglia da mantenere e un lavoro di merda, e … non puoi non andare a lavorare sennò il bimbo non mangia! Ragazzi, l’inferno è questo.
Andate in giro per la città: c’è davvero tantissima gente disperata … voi ora, invece, vivete un tempo in cui potete lavorare senza avere l’urgenza, perché comunque a casa qualcuno vi sta dando da mangiare (sennò sareste più magri di quello che siete!). Il fatto che non utilizziate le vostre 8 ore al giorno per fare qualcosa che vi serve per uscire dalla scuola con un lavoro in mano è disastroso. Ed è un disastro che, ahimè, fanno centinaia di migliaia di studenti. Ripeto: quelli della mia scuola che hanno fatto ciò che ho fatto io, quando sono usciti si sono ritrovati a fare chi il giornalista, chi il cantante, ecc… Ruggeri, sì, andava a scuola ma utilizzava il tempo per imparare a suonare e in quinta liceo faceva già concerti; Gad Lerner faceva già giornalismo; Andrea De Carlo scriveva già libri, e via di seguito. Se volete fare gli scrittori quando pensate di cominciare? Quando andate a lavorare in fabbrica o in ufficio?!?
Voi li vedete i vostri genitori quando tornano a casa dal lavoro la sera? Sono distrutti… Voi ora siete nell’età migliore: avete il tempo e avete la fantasia. E avete l’università che vi potrebbe aiutare. Sono convinto che qui potete trovare professori che vi supportano: approfittatene!

Domanda: Hai collaborato con i tuoi genitori alla stesura di molti testi. A quale sei più affezionato?
Jacopo: Il testo per me più emozionante è la storia dell’assedio di Alessandria; non posso raccontarlo ora perché è un po’ troppo lungo. E’ la prima storia che mio padre mi raccontò quando ero piccolo ed è l’ultimo romanzo che lui scrisse prima di morire. La sua famiglia, infatti, è di Alessandria e si tratta delle storie che il mio bisnonno raccontava a mio padre su come questi folli riuscirono a fregare l’esercito di Federico il Barbarossa. Quando mio padre a scuola sentì raccontare la versione ufficiale dell’assedio di Alessandria non ci credette perché non gli tornava con quanto gli aveva raccontato il nonno. Ed è così che ha iniziato le sue ricerche storiche. Se vi interessa, su internet – digitando Jacopo Fo assedio di Alessandria – trovate un mio lungo articolo in cui riassumo questa storia. Fra qualche tempo dovrebbe anche uscire il libro per la Giunti. Questa per me è emotivamente molto importante. Ma di storie come questa ve ne sono a centinaia.
Grazie della vostra attenzione, buona giornata a tutti!

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Il Teatro Fa bene raccontato da Jacopo Fo – Parte Quarta

La chiacchierata di Jacopo con gli studenti sul significato del Teatro continua…

Domanda: Qualche anno fa frequentavo un’Accademia di teatro che poi ho lasciato perché non pensavo mi desse tutti i contenuti di cui avevo bisogno. Un giorno un professore molto giovane ci spiegò cos’era il gramelot  e poi passò tra gli studenti chiedendo loro di fare un esercizio. Per esempio, chiedeva di far vedere al pubblico una sedia con un gesto e una parola inventata. E così via, uno studente face una sedia, un altro un orologio, ecc. Arrivato da me mi chiede di fargli un sushi. Ora, io non avevo mai mangiato sushi e non sapevo nemmeno com’era fatto.
La mia domanda è: lei come lo farebbe il sushi? (risate e applausi)
Jacopo: Innanzitutto: se riprendessi questo racconto con una cinepresa e la mettessi su you tube, secondo me qualcuno ti guarda perché è molto divertente.
Ciò detto, la domanda è mal posta. Il gramelot è un finto linguaggio che veniva usato nel Medioevo dagli attori che non volevano essere decapitati per quello che dicevano quindi sostituivano le parole vere con una serie di suoni più o meno onomatopeici quando dovevano dire, per esempio, che il re era un pezzo di merda.
Se l’avessero detto in modo chiaro sarebbero finiti male, se usano suoni e gesti la passavano liscia: i censori non avrebbero potuto accusarli di niente, erano solo stati suoni inarticolati.
Quindi, il tuo insegnante non aveva capito cosa fosse il gramelot. Il gramelot è un gioco che mio padre e altri attori hanno sviluppato…
Che poi… mio padre non sapeva l’inglese e non era mai riuscito a impararlo e amava tantissimo il jazz e cantava con i suoi amici i brani jazz americani e si inventava le parole.
In seguito compose una canzone che diventò famosa e si intitolava: Il Pianto dei Piantatori di Piante. E la presentò alla radio spacciandola per una canzone americana e che i piantatori di piante piangevano in quel modo. Una stronzata epocale che fece ridere un sacco di gente.
In seguito utilizzò lo stesso linguaggio in Mistero Buffo e in gramelot fece i brani che, secondo il suo punto di vista, erano quelli che al tempo erano i più pericolosi.
Dietro il gramelot c’è anche un grande trucco teatrale: si fanno una serie di versi e di suoni da scimmione che sono vietati nella nostra consuetudine e la gente ride anche perché è liberatorio.
Quello che tu hai raccontato è interessante perché è la dimostrazione empirica che il tentativo di codificare quello che non è codificabile porta a dei discorsi che non hanno senso.

Domanda: Una delle critiche portate al teatro di Dario Fo e Franca Rame è che non sia arte o espressione poetica ma sia in realtà espressione politica di chi fa militanza, risultato di un “urgenza” comunicativa dei protagonisti… Come se si potesse portare a una separatezza tra ciò che è veramente teatro, poesia, letteratura, che risponde a determinati canoni nei testi e nei luoghi deputati alla loro rappresentazione, e tutto il resto, ciò che invece rimane escluso dall’orizzonte del “dicibile”
Jacopo: Questo è un problema centrale. Le persone asservite al potere si arrampicano sui vetri per poter affermare che certe espressioni non sono “arte”.
Guardiamo a Dante: La Divina Commedia, con il suo escamotage di Inferno, Purgatorio e Paradiso, è una satira politica, e Dante era una persona impegnata politicamente. Noi oggi leggiamo I Viaggi di Gulliver come fosse un libro per bambini, si tratta invece di un libro di battaglia politica. L’arte di serie A può assolutamente comprendere l’impegno politico … ricordiamo, tra i tanti, Tolstòj, Picasso… Sì, poi c’è anche Salvador Dalì, che si vende a Franco per avere in regalo il castello! Ma i venduti e i traditori sono sempre esistiti, e anche Dalì inizialmente fu un artista di rottura.
Ritengo che alla fine sia più una questione di lana caprina. Se andiamo a vedere chi resta nella memoria nei secoli, troviamo soprattutto persone che hanno rotto con i canoni estetici del loro tempo perché erano incazzati per motivi politici.
Di Leonardo Da Vinci non ci raccontano che l’unico dipinto andato distrutto perché prese fuoco – la Battaglia di Anghiari – era in realtà una satira. Secondo Macchiavelli in questa battaglia si scontrarono due eserciti, uno di Pisa e uno di Firenze, di 8mila uomini ciascuno, ma erano tutti mercenari svizzeri, da una parte svizzeri tedeschi e dall’altra svizzeri francesi. E, racconta appunto Macchiavelli, costoro combattono dall’alba al tramonto, con i due gruppi di generali che osservano dalla cima delle colline, e… c’è un solo morto! Un soldato che cade da cavallo… Leonardo dipinge questa storia in un momento politico particolare: nei bozzetti più antichi si vede un gruppo di vecchi sdentati che gioca a bandiera e non ci sono armi. Nelle versioni successive vengono aggiunte delle spade, i feriti, ecc. Abbiamo anche la testimonianza di Michelangelo, che sempre nel periodo di Firenze città libera dipinse la Battaglia delle Mutande, dove dipinge un gruppo di giovani nerboruti dell’esercito fiorentino che, visto il gran caldo, se ne stanno nell’acqua mezzi nudi. Sono due satire sulla guerra!
La stessa Cappella Sistina di Michelangelo venne considerata da alcuni, al tempo della sua esecuzione, un attacco frontale al potere.
In definitiva i grandi artisti della nostra storia avevano interessi culturali, sociali ed estetici: che oggi un critico teatrale ignorante ci venga a dire che quella certa espressione non è teatro perché vi è dentro della politica … beh, lo considero un analfabeta, non vale neppure la pena rispondere.

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Il Teatro Fa bene raccontato da Jacopo Fo – Parte Terza

Dopo la pausa delle domande dal pubblico pubblicate nel Cacao della Domenica del 3 maggio scorso Jacopo riprende la sua chiacchierata sul senso del teatro.

Penso che se a una persona nella vita va tutto bene sia meglio. E penso anche che dal dolore non si impari molto, anzi niente, il dolore è un’esperienza disgustosa. È anche vero che vivendo in un mondo pieno di problemi a volte recitare può essere uno strumento per sopravvivere perché vuoi raccontare qualche cosa.
Da questo punto di vista il teatro, come tutte le forme d’arte, è una medicina straordinaria. I medici dovrebbero prescriverlo nelle ricette: “Dopo i pasti fare arte e solidarietà”, perché sono le due cose che fanno meglio alla salute.
Ho visto i miei genitori sopravvivere oltre il punto di fine vita dal punto di vista clinico, i medici non ci potevano credere. Mio padre doveva finire il lavoro su Darwin e ci è riuscito. Secondo i medici doveva morire tre mesi e mezzo prima. Non aveva più capacità polmonare e malgrado questo nei primi giorni di agosto ha recitato davanti a tremila persone a Roma, finendo lo spettacolo cantando. Il medico che lo seguiva mi ha poi detto: “Visto questo, ora credo nei miracoli malgrado io sia ateo. Clinicamente quello che ho visto è impossibile”.
Se a voi non interessa raccontare perché non ve ne frega niente del mondo e vi va bene così, tutto vi funziona a meraviglia e il mondo è rosa… e secondo me avete dei problemi… allora non ci sarà determinazione nel vostro teatro. Secondo me è difficile che una persona in questo mondo sia perfettamente felice e possa fare un teatro che possiamo immaginarci per il futuro come la celebrazione della gioia e dell’amore.
Basta guardarsi intorno: questo pianeta è un massacro, venite avvelenati tutti i giorni da un livello di inquinamento atmosferico spaventoso, in un qualunque angolo di strada potete trovare un imbecille che vi ammazza, ancora c’è chi muore di fame… certo, vi va molto meglio di uno che sta in Siria però anche voi avete qualche problemino.
Se questa condizione non vi sposta nessuna emozione perché siete soddisfatti di voi stessi, dal punto di vista teatrale non farete mai niente. Non avete niente da raccontare…
La misura del teatro di Franca Rame l’ha data anche il fatto che lei ha raccontato, anche se in maniera edulcorata, lo stupro e le torture che ha subito. E’ stata la sua cura per anni. Mia madre recitava non perché voleva avere successo ma perché a stare in casa a pensare diventava matta e l’unico modo per sopravvivere era raccontare, condividere tutte le sere con mille persone quello che aveva subito.
Era brava a recitare anche prima, per carità, ma quando hai una tale urgenza arrivi a dei livelli di interazione e di scambio con il pubblico decisamente particolari. Da questo punto di vista mia madre ha inventato una forma di teatro molto particolare.
In un momento di gravissima depressione non riusciva più a tenere il cibo, vomitava tutto quello che metteva in bocca. Si rese conto che l’unica cosa che riusciva a digerire erano due forchettate di spaghetti che mangiava in una scena alla fine di uno spettacolo - vi ricordo che Franca apparteneva a una famiglia di attori girovaghi e ha debuttato a 12 giorni… il suo imprinting con il palcoscenico non è quello di un normale attore -. Finita quella tournée rischiava di morire per denutrizione e allora pensò che l’unico modo per vivere era quello di mettere in scena uno spettacolo nuovo dove raccontava la storia della sua vita e alla fine si faceva portare in scena un piatto di spaghetti che mangiava davanti al pubblico, raccontando che era l’unico cibo che riusciva a digerire. Lei mangiava e il pubblico piangeva. Era un’urgenza esistenziale.
Ora, io vi auguro che non vi succeda mai nulla di terribile nella vostra vita, però qualcosa deve aver colpito la vostra sensibilità e deve farvi desiderare in modo bruciante di cambiare questo mondo. Altrimenti non c’è, come la maggioranza degli attori che non vanno da nessuna parte. Poi ci sono attori che non hanno niente da dire e hanno ugualmente successo ma quella è un’altra categoria. Sono i “culoni”, hanno la faccia giusta, fanno la mossetta giusta, tutti ridono e guadagnano i milioni di dollari, ma sono pochi, veramente pochi.
Nella maggioranza degli attori che ha successo riconoscete un’emozione per il mondo anche se non siete d’accordo con quello che dicono. Purtroppo questa emozione la scuola non la insegna, o ce l’avete dentro oppure andate a lavorare in banca.

Domanda: Dici che l’unica alternativa sia la banca?
Jacopo: Meglio competere in una banca che cercare di fare arte se non hai un cavolo da dire.

Domanda: Credo che Dario e Franca avessero anche qualcosa in più rispetto agli altri attori. Soprattutto Franca, essendo una figlia d’arte. Tradizionalmente si dice che un figlio d’arte è colui che sa di sapere perché avendo imparato fin da piccolo a fare qualcosa non ne ha la consapevolezza, gli è naturale perché lo ha imparato per imitazione da sempre.
E invece sia Dario che Franca erano persone che sapevano riflettere sul proprio mestiere e questo faceva la differenza.
Jacopo: Sì, però è un processo successivo.
Domanda: Credi sia successivo?
Jacopo: Beh, mio padre ha iniziato raccontando le storie in treno mentre andava a Milano perché voleva far la corte alle ragazze e ha funzionato. Le prime storie le raccontava nel treno da Varese a Milano perché si annoiava e non essendo una gran bellezza…
Poi senz’altro è anche successo quello che dici, però ho sempre visto che la molla iniziale era qualcosa che li faceva incazzare perché era falsa o ingiusta.
Mia madre ha sempre tagliato i testi di mio padre, intere commedie buttate via. E non è che discuteva molto. Quando mio padre diceva “Ma non posso tagliare questo pezzo!” Mia madre rispondeva: “Tante belle parole tutte in fila” Più criptico di così! Semplicemente non funzionava dal punto di vista teatrale. Annoiava. Non analizzavano poi molto…
Senz’altro l’analisi c’è stata con Mistero Buffo, per esempio, ma quello che mi preme comunicare in questa sede ai ragazzi è che esiste un gesto iniziale primordiale ed è la decisione di volere comunicare e per farlo si è disposti a fare qualunque cosa per ottenere il risultato di avere qualcuno che ti stia a sentire.
Sei squilibrato, hai dei problemi e per stare in piedi hai bisogno che la gente ti ascolti. Io stesso sono qui per questo motivo, il fatto che voi mi stiate ascoltando mi permette di andare a casa e sentirmi meglio perché ho incontrato delle persone che mi hanno considerato una persona degna di essere ascoltata. In questo metto tutte le frustrazioni di quando avevo la vostra età ed ero lo zimbello della scuola, uno sfigato cronico e brufoloso.
E’ lì che nasce la mia determinazione. Molto spesso le persone di maggior successo a scuola e all’università nella vita sono un disastro perché non hanno una rabbia e una determinazione sufficienti per emergere. Voi ora siete in un mondo finto in cui eccelle chi riesce a risultare seducente per i coetanei, sembrare intelligente ai professori. Ecco, posso dirvi che simbolicamente questi li ho seppelliti tutti. L’unico che mi ha battuto anche da vecchio è Andrea De Carlo, mio compagno di scuola, ma lì c’è poco da fare. E’ uno di quelli che nascono perfetti, aveva una sorella meravigliosa che non voleva stare con me, lui a 17 anni già sapeva che avrebbe venduto migliaia di libri e io no… poi ne ho venduti anche io ma lui di più.
Sappiate che prima o poi farò un romanzo che venderà più di quelli di Andrea De Carlo. Anzi, potrebbe essere un grande titolo: Questo romanzo venderà più di quelli di Andrea De Carlo.

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