Dio è nero (E Gesù è un profugo siriano)

Dio è nero (E Gesù è un profugo siriano)  Mostra di dipinti di Jacopo Fo

Mostra di dipinti e acquerelli di Jacopo Fo
Dal 7 al 20 aprile 2017
presso la Galleria Monogramma - Arte contemporanea
Via Margutta, 102
00187 - ROMA
Tel. +39 06 32650297 - Fax  +39 06 32655574

Inaugurazione: venerdì 7 aprile 2017, ore 18:30

La mostra resterà aperta fino al 20 aprile 2017 con i seguenti orari: tutti i giorni escluso i festivi, dalle ore 10.30 alle ore 12.30 e dalle ore 16.00 alle ore 19.00

Questa mostra è un atto di opposizione a quanti erigono muri in nome di Dio.
A quanti non sentono l'imperativo morale di portare aiuto ai profughi e ai diseredati.
Viviamo una fase di revanscismo di sentimenti ignobili.
Sento il bisogno di ribellarmi all'ipocrisia di chi inneggia alla guerra e poi rifiuta di soccorrere i profughi.
Innanzi tutto mettiamo i puntini sulle "i".
Secondo i Vangeli, Gesù era un profugo immigrato in Egitto per sfuggire alla persecuzione.
E non era biondo. Era piuttosto scuro di pelle e di capelli. Anche perché ai tempi gli ebrei non erano ancora arrivati nell'Europa del nord, dove a causa del freddo si sono un po' sbiancati. Lo confermano autorevoli ricerche. Senza contare che una delle 12 tribù di Israele era nera, proprio nera, e lo è ancora! Quindi c'è il rischio che Gesù fosse non solo abbronzato ma proprio nero.
Quindi ne discende che la sua mamma, la Madonna, fosse piuttosto scura di pelle anche lei. Cosa di cui peraltro molti italiani sono convinti da tempo visto il proliferare delle Madonne Nere sul suolo italico.
Inoltre la rivoluzionaria ricerca di Luca Cavalli Sforza sul dna dei mitocondri delle cellule umane, ha dimostrato che discendiamo tutti da alcune donne africane nere di pelle. Quindi Eva era nera, e visto che Dio ci fece a sua immagina e somiglianza, è indiscutibile pure che Dio è nero!
Ed è pure dimostrato che le principali invenzioni dell'umanità primitiva, l'uso del fuoco, l'agricoltura, la ceramica, sono state realizzate da popolazioni nere dell'Africa prima delle migrazioni nel resto del mondo.
Questi sono i fatti, taciuti dalle scuole e dalla maggioranza dei testi divulgativi.
Ho deciso quindi di realizzare una serie di dipinti che facciano giustizia delle falsificazioni cromatiche razziste. Una mostra che parte da Roma e ha come obiettivo quello di girare l'Europa per arrivare infine in Africa.
Vorrei con questa azione pittorica innanzi tutto celebrare la bellezza dei popoli neri e secondariamente raccontare quel che viene taciuto. Ho una sola paura: che mi si accusi di blasfemia per aver dipinto un Dio nero. Temo che la stupidità dei bigotti razzisti sia superiore a qualsiasi logica consequenziale. Vediamo cosa succede.

PS
Questi lavori proseguono la ricerca sulle meravigliose sfumature della pelle nera che ho intrapreso per realizzare i pannelli di informazione sanitaria utilizzati durante il progetto teatrale in Mozambico "Il teatro fa bene".

Dal 20 aprile la mostra sarà disponibile per altre iniziative e spazi espositivi.
Si compone di 12 tele e 5 acquerelli, misure 90x120 - 70x100 cm
Costo: 500 euro + IVA + Trasporto e Assicurazione
Per info contattare elena@alcatraz.it

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Menzione speciale della giuria per Wiwanana

Wiwanana, il film di Iacopo Patierno che racconta la storia del progetto Il Teatro Fa Bene (qui il trailer http://www.ilteatrofabene.it/wiwanana/), ha ricevuto una menzione speciale della giuria al 27.mo Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina, svoltosi a Milano.
Bella e azzeccatissima la motivazione: “Attraverso il percorso di crescita personale ed espressiva degli attori mozambicani coinvolti nel progetto teatrale documentato, il film abbatte ogni barriera tra i protagonisti e lo spettatore che li guarda e che si immedesima senza riserve. Come per incanto cade la necessità di ricorrere a un “noi” e a un “loro”, e quindi il concetto stesso di barriera culturale.”
Grazie!

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Il teatro e la lotta (prima parte)

Intervento di Jacopo Fo all’Università La Sapienza di Roma il 24 marzo 2017

Buonasera!

Non è garantito che la genetica assicuri anche di essere intelligenti… quindi voi avete questo grosso dubbio, che io capisco: sono solo un cretino figlio di Dario Fo e Franca Rame oppure no?
Quello che posso provare a mettervi a disposizione è una serie di cose che mi hanno insegnato, non si tratta tanto di informazioni quanto di un metodo.
Quello che sono, nel bene e nel male, è il risultato di un trattamento che tradizionalmente veniva messo in atto nelle famiglie degli attori. Se nelle famiglie dei clown e degli acrobati mettono i bambini nelle altalene a tre mesi di vita così che riescano a fare il triplo salto mortale prestissimo, la scuola che ho subito io, e in un certo senso non potevo farne a meno, è molto diversa dal percorso che solitamente si crede debba fare un attore. Io sono cresciuto in un sistema di bottega.
Mio padre e mia madre non mi hanno mai fatto una sola lezione di teatro.
Ho smesso di studiare a 17 anni perché non ero in grado di seguire il percorso scolastico che mi veniva proposto e quindi l’alternativa era: o continuare a studiare o mettersi a lavorare.
Ho scelto il lavoro e mio padre mi disse: “Mi servono venti maschere tra tre mesi per il prossimo spettacolo” e io timidamente risposi: “Ma non so fare le maschere, esimio genitore” e mio padre: “Va beh, impari. Vai ad Abano dal mio amico Donato Sartori e lui ti spiega come si fa”.
Quindi mi spediscono ad Abano Terme, arrivo in questo immenso capannone pieno di ogni tipo di scultura, oggetti da tutte le parti del mondo – se vi capita di passare di lì andate a vedere la casa di Donato Sartori, lui è morto ma la famiglia continua la tradizione: è uno dei più bei musei di maschere che esistano in Europa – … e dopo tre mesi ho consegnato a mio padre le venti maschere.
Non perché fossi particolarmente bravo ma perché, secondo me, la forza di questo metodo è che non è contemplato il fallimento: devi fare 20 maschere. Punto. Se fra tre mesi sei ancora vivo devi aver fatto venti maschere sennò vuol dire che sei morto.
E’ stato fatto un esperimento: le maestre di una classe di quinta elementare sono andate a parlare con i professori della prima media raccontando loro una frottola pazzesca. In pratica hanno detto a questi professori: “Vi arriverà una classe stranissima, noi pensavamo che fossero una manica di deficienti e invece sono dei geni. Noi li trattavamo come dei bambini normali e questi rispondevano in modo incredibile. Ci abbiamo messo un paio d’anni a capire questa cosa, quindi vi avvisiamo che vi arriverà questa classe unica nella storia della nostra esperienza scolastica”. I professori della scuola media dicono “Ok” e dopo tre anni questa classe che era stata selezionata per la sua assoluta mediocrità era diventata la migliore, i ragazzi avevano ottimi risultati e rispondevano ai test in maniera spettacolare.
Se nella vostra famiglia vi hanno sempre detto: “Non correre che cadi” sono cavoli amari, nel senso che vi hanno fatto una violenza mostruosa: i bambini devo correre e devono cadere. E quando cadono bisogna dire loro: “Wow! Sei ancora vivo! Incredibile! Sei stato proprio bravo!”
E questo è stato il metodo della mia famiglia. Si dava per scontato che io sapessi fare alcune cose. E alcune erano da Telefono Azzurro: a 11 anni attraversavo l’Italia in treno da solo. Per esempio: andavo da Milano a Roma, prendevo poi il taxi e arrivavo a teatro dai miei. Era considerato normale e a mia figlia in nessun caso avrei fatto fare una cosa del genere. Ma erano altri tempi e funzionava così.
La mia prima audizione la feci quando avevo circa 23 anni. La commedia prevedeva i personaggi della moglie, del marito e il figlio, tra l’altro pure drogato. I miei genitori mi chiesero di provare a recitare la parte del figlio, avevo l’età giusta. Feci il provino e mi presero, io non ero molto contento, speravo che mi bocciassero. E così sono fuggito e sono andato a vivere in campagna.
Negli anni poi mi sono messo a fare teatro, prima clandestinamente indossando delle maschere, nessuno sapeva che ero io. Mettetevi nei miei panni: provare a fare l’attore con due mostri sacri del genere in casa… me la facevo sotto, come si dice in linguaggio forbito.
Arrivato ai 40 anni ormai recitavo da qualche tempo in vari posti e per la prima volta ho debuttato in un teatro vero, con le poltrone rosse, il palcoscenico e mio padre ha pensato bene che doveva venire a incoraggiarmi. E lì mi ha impartito l’unica lezione di teatro che vi passo perché vi può essere utile. Mi disse: “Prima di uno spettacolo fatti una passeggiata. Le serate dove ho recitato meglio sono state quelle in cui non avevo molta voglia, in platea non c’era nessuno che volessi particolarmente impressionare ma siccome sono un professionista ho comunque cercato di dare il meglio e mi sono accorto che proprio in quelle occasioni ho recitato meglio che in altre serate dove magari mi ero applicato di più. E poi ricordati che quando sali sul palcoscenico quelli che hai davanti sono degli amici perché si sono messi il cappotto e sono usciti di casa per venire a vederti”. Fine. Un corso di teatro decisamente rapido.
Per carità, è importante conoscere la storia del teatro ecc. ed è anche importante sapere che c’è un muro e che non c’è nessuno al mondo che può insegnarvi a sfondarlo. O avete voglia di farlo, avete la determinazione e il divertimento per abbatterlo, oppure non ce la farete.
Non ho niente contro la scuola e l’insegnamento. Gli ultimi 37 anni li ho dedicati a fare una scuola, una libera Università. Visto che non ero nemmeno diplomato al liceo ho dovuto fare una scuola Libera per diventarne rettore e realizzare così il mio sogno. Quindi sono a favore dell’insegnamento, insegno da 37 anni. Bisognerebbe chiarire che l’insegnamento è fondamentale e utilissimo ma poi c’è una parte che devi fare tu. E quella non te la può insegnare nessuno. Puoi stare a vedere per tanto tempo come fanno quelli che ne sono capaci. Spero che voi andiate a teatro a vedere molti spettacoli perché quello è il modo per imparare. Se ne avete la possibilità andate a vedere le prove di uno spettacolo, si impara molto di più.
In alcune puntate della serie in onda su Rai5 che raccontano la storia dei miei genitori gli ultimi cinque minuti sono dedicati ai corsi di teatro di Dario e Franca, e lì vedete le correzioni. Ed è molto interessante vedere quando mio padre o mia madre dicono: “No, così non va bene…”. Si impara più dagli errori propri o degli altri che dalle cose giuste.
Ciò detto, mi rendo conto che sono stato molto facilitato dal fatto che la mia famiglia ha fatto il teatro più semplice che esista. Molti comici fanno le imitazioni, per esempio, e quello è molto difficile. Lo stile della Commedia dell’Arte, che mi padre definiva “epico”, è invece facilissimo perché tutti voi, o almeno gran parte, siete in grado di raccontare a qualcuno una storia, qualcosa che vi è successo, in maniera che si capisca e che sia interessante.
Quello che si fa in questo tipo di teatro è soltanto questo: raccontare una storia esattamente come la si racconterebbe a un amico con poche variazioni, perché ovviamente se si parla a una persona a un metro da noi si ha un certo tipo di approccio che cambia se si parla a cinquanta persone. Il meccanismo però è lo stesso.
Su YouTube potete trovare il nostro Alcatraz Channel: lì c’è una serie di video di persone a cui abbiamo chiesto di raccontare un episodio divertente della propria vita. Sono una quarantina di video realizzati dagli allievi di un corso di teatro.
E’ molto interessante vedere la diversità tra un racconto e l’altro. Del teatro “ufficiale” italiano mi dà molto fastidio vedere che recitano tutti alla stessa maniera. Se invece andiamo a vedere come la gente racconta nella vita reale dei fatti che ha vissuto, si scopre che lo sa fare in maniera più semplice, quando si racconta di qualcosa che ci è realmente successa ecco che la recitazione è più spontanea.
Mia madre viene da questa scuola e ha molto influenzato mio padre perché lei faceva parte di una famiglia di attori girovaghi della fine dell’800 e stavano sul palcoscenico come se stessero al caffè, raccontavano storie e se dovevano pensare a come recitare il discorso della madre al figlio che parte, lo recitavano immaginando che lì ci fosse il figlio che stava realmente partendo, era tutto improvvisato, non avevano testi scritti.
Quello che io ho fatto in teatro è stato raccontare semplicemente delle cose che mi erano realmente successe. Durante i corsi ad Alcatraz cercavo di raccontarle in modo divertente e quelle più divertenti le ho cucite insieme e così ho fatto il primo spettacolo e poi un secondo, un terzo, un quarto. Quello che rende semplice questo lavoro è che racconto la verità. E il pubblico sente che non sto recitando, sto raccontando cosa mi è successo, nessuna tecnica di recitazione.
Questa è stata una rottura enorme negli anni ‘50/’60.
Figuratevi che mia madre fece un film con Renato Rascel dal titolo “Rascel Fifì” – se lo andate a vedere troverete mio padre biondo che fa il gangster sciupafemmine, la cosa più improbabile che si possa immaginare, povera creatura -  e fu doppiata da un’altra attrice perché la produzione disse che non sapeva recitare perché l’impostazione ai tempi prevedeva che le attrici recitassero con il “birignao”. Cosa che nessuno nella vita normalmente usa se non quelle che lo fanno di mestiere e che anche quando vanno a casa usano il birignao per dire: “Il bambino ha fatto la popò…” (continua)


La transizione che non vediamo

Carissimi,
come sapete ormai da tempo adoriamo le belle storie che arrivano dal “basso”. Vi abbiamo raccontato di Curitiba, di Antanas Mokus di Bogotà, del lavoro straordinario del Premio Nobel per la Pace Mohamad Yunus.
Queste storie sono migliaia, ormai, e le raccontano in pochi.
Paul Hawken ne parla lungamente sul suo libro Moltitudine Inarrestabile il cui sottotitolo è chiarificatore: Come è nato il più grande movimento al mondo e perché nessuno se ne è accorto.
Nella quarta di copertina si legge: “Ogni giorno, in ogni paese, nascono organizzazioni impegnate nella difesa della giustizia sociale e nella promozione della sostenibilità ecologica. Sono spesso piccolissime, non vengono rilevate dai media tradizionali, il potere politico le ignora o cerca di intralciare la loro attività. Non si riconoscono nelle ideologie dominanti e non hanno leader o istituzioni centrali. I loro obiettivi dipendono dal contesto in cui operano e dalla sua storia. Si servono della tecnologia per creare network sempre più estesi, e costituiscono il più importante movimento nella storia dell’umanità. Paul Hawken fornisce le coordinate e le metafore con cui descrivere questo fenomeno: proprio come il sistema immunitario, i cui anticorpi si attivano ogni volta che la nostra salute viene messa in pericolo, Moltitudine inarrestabile dà conto della risposta di milioni di persone alle minacce che vengono portate all’integrità della nostra casa, la Terra, e a quella dei suoi abitanti, tutti noi.”

Parliamo allora di transizione invisibile riportando integralmente un articolo apparso su uno dei nostri siti preferiti: comune-info.net e ringraziamo Gianluca Carmosino per lo splendido lavoro di informazione che lui e la sua Redazione fanno su questo sito.
In questo articolo si parla dell’Unione dei Lavoratori Disoccupati (UTD) a General Mosconi, nel nord dell’Argentina. La città ha 22mila abitanti che hanno lavorato nell’impresa petrolifera statale YPF fino alla privatizzazione, avvenuta negli anni Novanta del secolo scorso, che ha generato una schiera di disoccupati.
Che si sono organizzati… (...)

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E’ primavera!


E’ iniziata ufficialmente anche in Giappone dove si è celebrato l’inizio dell’hanami che per tradizione avviene dopo che sbocciano cinque o sei fiori di ciliegio dell'albero del santuario di Tokyo.
Pioveva, ma non importa, la primavera quando arriva arriva.
(Fonte: Ansa)

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