Dario Fo e Franca Rame, il Mestiere del Narratore - Intervista a Jacopo e Mattea Fo

Ringraziamo la redazione di Letture Metropolitane per la lnga intervista a Jacopo e Mattea Fo sulla mostra di Dario Fo a Palazzo Barberini, Roma.

Per maggiori informazioni sulla mostra clicca qui

 


Napercise, andare in palestra e dormire!

Nella palestra londinese di David Lloyd ci si può iscrivere al Napercise, l’esercizio del pisolino. 45 minuti, comodamente distesi su un lettino a dormire. Nella stanza fa molto caldo e la cosa farebbe bruciare anche calorie durante il sonno.
L’idea è nata dopo che Lloyd ha scoperto che l'86% dei genitori che accompagnavano i figli nella sua palestra entravano nella struttura stanchi e assonnati.
Chi russa viene terminato.
(Fonte: Huffingtonpost.it)

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Un matrimonio single

Con tanto di festa nel castello del “Boss delle cerimonie” Nello Ruggiero, parrucchiere quarantenne di Sant’Antonio Abate, si è sposato con se stesso.
 “Non amerò mai nessuno più di me stesso” ha dichiarato Ruggiero. “Viviamo in una società che tende ad emarginarti se sei single a quarant’anni. Volevo lanciare un messaggio, che è stato evidentemente recepito: mi hanno chiamato in tanti, sono fioccate le richieste di amicizia, molti mi hanno rivelato di volersi sposare da soli, come me. Anche persone sposate, sapete?”.
Chissà se può considerarsi bigamia.
(Fonte: Repubblica)

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Il Teatro Fa bene raccontato da Jacopo Fo – Parte seconda

Nel corso dell’intervento di Jacopo riportato nel Cacao di domenica scorsa il pubblico è intervenuto con numerose domande: ne riportiamo le più significative.
Buona lettura!

Domanda: Nel lavoro dei suoi genitori, e anche nel suo, quando è stato consapevole e voluto il recupero di certe pratiche teatrali storiche?
Risposta: I primi otto spettacoli di mio padre erano atti unici che mia madre recitava quando era piccola. Si andava allora sul sicuro: dal momento in cui si usa un canovaccio, una struttura narrativa rodata, la possibilità di sbagliare è bassa.
Nel caso dello spettacolo per il Mozambico ho narrato una storia che mi è stata raccontata e l’ho sistemata con dei canoni un po’ più moderni, con delle trovate diverse. Se volete potete vederla qui http://www.ilteatrofabene.it/webserie-puntata-1-tre-mesi-prima/.
Ho usato i trucchi della Commedia dell’Arte per far ridere e in Mozambico ha avuto un grande successo. Ovviamente non è uno spettacolo che va bene per un teatro occidentale.
Per capire meglio vi consiglio di leggere uno dei primi testi che i miei genitori hanno smesso in scena, La Marcolfa, e vi accorgerete di quanto è semplice e divertente la struttura del testo. Sbagliare uno spettacolo così era veramente difficile, quindi i miei genitori hanno iniziato con questi atti unici, hanno avuto molto successo e soltanto dopo tre anni hanno messo in scena uno spettacolo scritto interamente da mio padre.
E comunque Dario ha sempre usato delle chiavi, delle macchine teatrali.
La macchina del film Johnny Stecchino di Benigni era stata usata da mio padre nel ’61. E’ la macchina dei due gemelli e si tramanda da secoli.  La chiave è il modo di raccontare una macchina. La macchina è la struttura narrativa come si concatena per tenere l’attenzione dello spettatore.
Il disastro di molti spettacoli è che non hanno nessuna macchina e quindi non ha potenza.

Domanda: C’è stato un momento in cui ha messo in dubbio la sua passione per il teatro? Ha avuto qualche crisi?
Risposta: La crisi c’è stata all’inizio: non volevo saperne di fare l’attore. Disegnavo fumetti e facevo parte del Male, una rivista di satira politica che aveva un grande successo alla fine degli anni ’70. Poi mi sono messo a scrivere e anche lì è andata bene.
Lavoravo sotto falso nome perché volevo capire se avevo successo perché ero bravo io o perché ero figlio di Dario e Franca.
Ho iniziato a firmare con il mio vero nome quando scrivevo per L’Unità e per un motivo ben preciso: ai tempi i miei genitori erano stati buttati fuori dal Partito Comunista, e quindi scrivere sul quotidiano del partito cose tipo “anche i comunisti rubano” con il mio vero nome mi dava una grande soddisfazione.
Soltanto successivamente ho iniziato a recitare, ho avuto il coraggio di farlo. Quindi non ho avuto crisi dopo. Certo, ora sto scrivendo lo spettacolo nuovo e ci sto lavorando da molto, per me è molto faticoso, mio padre ne faceva uno o addirittura due all’anno. Io ne scrivo uno ogni tre o quattro anni.

Domanda: E’ così sbagliato aspirare al successo?
Risposta: Io voglio raccontare una storia a tutto il mondo. Per fare questo devo avere successo. Voler avere successo è un’altra cosa: non è una differenza piccola, non sto giocando sulle parole. Voglio raccontare una cosa, il mondo deve saperla. Ci sono cose che mi fanno tremendamente incazzare, il mio obiettivo nel mio nuovo spettacolo è raccontarle. Se ho successo lo racconterò a più persone. In certi momenti della mia vita ho raccontato cose che facevano talmente arrabbiare la gente che non avevo alcun successo ma non me ne fregava niente.
Ti racconto questa storia per spiegarmi meglio: il Male era stato fondato da Pino Zac e ci lavoravano Angese, Vincino e altri. Poi Pino Zac lasciò la direzione e la gestione divenne collettiva.
Eravamo alla fine degli anni ’70, un periodo un po’ oscuro: c’erano le Brigate Rosse, il terrorismo, valanghe di droga ecc.  
Il Male era un settimanale che aveva grande successo nelle periferie devastate e tra gli intellettuali. Ricevemmo 180 denunce per oscenità, dileggio alla religione con un record mio personale di 87 denunce.
Non mi hanno arrestato perché pubblicavo con il nome di Giovanni Karen e quando in redazione arrivava la polizia dicevo che non sapevo chi era, le vignette ci arrivavano per posta…
Nel 1979 decidemmo di fare un Festival della Miseria. Era la prima volta che l’area dell’ex macello di Roma veniva utilizzata per eventi culturali. Montiamo un palco aperto a chiunque, quindi c’erano quelli che lavoravano con Renzo Arbore, e anche Cicciolina, Ilona Staller, la porno star che si stava candidando con il Partito radicale. Insomma, un palcoscenico dove c’era di tutto e anche il pubblico era variegato, ancor prima dello spettacolo erano sorte alcune risse e c’erano i primi feriti. Una situazione assurda.
Avevo 24 anni e un passato burrascoso e decisi che volevo raccontare a queste 3000 persone che la materia non esiste, che a scuola ci hanno imbrogliato perché ci fanno vedere l’atomo e il neurone che gira intorno al nucleo sullo stesso foglio del libro di testo, ma in realtà non è
così: se il nucleo dell’atomo fosse grande come un nocciolo di una ciliegia e fosse qui a Roma, l’elettrone starebbe girando tra Albania, ex Jugoslavia, Svizzera, ecc. Quindi la materia è vuota. Se accatastiamo tutti i nuclei e i satelliti degli atomi uno sopra l’altro la materia che costituisce il Monte Bianco starebbe in una tazzina da tè. Si tratta di un discorso scientifico, non mi sono inventato niente. Se poi andiamo a vedere le particelle subatomiche la materia lì non esiste proprio, almeno come la intendiamo noi, esistono a singhiozzo, un po’ sono onde, un po’ materia.
Quindi la materia esiste ma solo poca e a momenti, quindi non scassate le palle col mutuo e dedicatevi all’arte.
Avevo la profonda esigenza di dire questa cosa a tremila persone. Tu mi chiederai: perché? E che cavolo ne so? Mi andava di andare lì e dire a 3000 persone che li avevano imbrogliati a scuola. Ancora adesso non ho capito perché volessi scioccare con questa rivelazione, forse mi dedicherò a 10 anni di psicanalisi e poi ti telefono per dirtelo.
Comunque desideravo ardentemente affermare che non sapevano un cavolo della realtà: insomma, ero leggermente provocatorio.
Sono lì in quinta del palcoscenico che aspetto il mio turno per esibirmi e annunciano lo striptease di Ilona Staller, che si sarebbe spogliata nuda e poi avrebbe giocato con un serpente.
Immaginatevi 3000 persone che vanno a vedere il festival del Male, erano gasatissimi, una suburra, si sentivano urla bestiali.
A Ilona Staller, uscendo dalla roulotte che avevamo noleggiato e fungeva da camerino, si strappa il vestito, quindi deve rientrare e farselo ricucire perché non può spogliarsi se il vestito non c’è già più…
Vincino allora mi dice: “Vai tu”.
Per tutta una serie di ragioni che non sto a spiegarvi perché sarebbe troppo lungo, avevo un cappello da vigile urbano nero e un cappotto blu lunghissimo. Vengo presentato come Giovanni Karen, il più porco disegnatore del Male, e salgo sul palcoscenico. E inizio a spiegare che la materia non esiste.
Il mio pezzo durava tre minuti e mezzo, dopo il primo iniziano a fischiarmi come sanno fare soltanto tremila persone che vogliono vedere la passera di Ilona Staller quando arriva un pirla che vuole spiegare la fisica nucleare e loro a scuola erano tutti ripetenti.
Il presentatore, che non aveva capito che ero del gruppo degli organizzatori, vedendo che il pubblico fischia cerca di allontanarmi; io ho avuto un momento di debolezza e arretro. Arrivato in quinta trovo gli altri del Male che mi dicono: “Ma testa di cazzo, il Festival l’abbiamo fatto noi, facciamo quel che ci pare, esci e finisci il tuo pezzo”.
Rinfocolato dai miei amici che mi supportavano, riguadagno il palcoscenico. Immaginatevi a quel punto il pubblico che mi vede risbucare al posto di Ilona Staller…
Il presentatore mi vede tornare e spalleggiato dalle urla belluine della massa arrapata decide di fronteggiarmi, anche perché al tempo ero magrissimo e quindi lui, essendo una bestia, pensava di poter averla vinta facilmente. Il suo linguaggio corporeo mi comunica che vuole espellermi dal palcoscenico a spintoni.
Caso volle che quel giorno un ragazzo, un ex fascista che avevo salvato dal linciaggio a Milano, mi avesse regalato una spada da kendo, una vera katana affilata; non sapendo dove appoggiarla in quella bolgia me l’ero messa sotto il cappotto.
Il presentatore viene verso di me inviperito urlando che me ne devo andare io e i miei atomi. E io mi slaccio il cappotto come fanno nei film western, lentamente, e tiro fuori la katana e mi metto in posizione di combattimento. Lo guardo negli occhi e lui capisce che non sto scherzando. Ero leggermente nervoso davanti a tremila persone che già mi fischiavano, volevo finire il mio pezzo, puttana la miseria!
A questo punto davanti alla possibilità dell’omicidio di un noto personaggio televisivo, le tremila persone tacciono, io agito la spada e le prime file degli spettatori indietreggiano di un passo. Il presentatore arretra pure lui, io ricomincio a spiegare che la materia non esiste. Finisco il mio pezzo in un silenzio di tomba. E quando il pubblico capisce che ho terminato, vi giuro, mi hanno spostato con i fischi.
Non erano più solo fischi, ormai si trattava di una competizione: volevano dimostrarmi che anche loro ce l’avevano lungo e duro. Ma io di più.
Questo è stato il mio grande debutto in teatro.
Ero fermamente convinto che il mondo era una merda, che mi giravano le palle ma che se fosse entrato loro in testa come funziona la fisica nucleare magari qualcuno avrebbe iniziato a ragionare.

Conosco solo questo sistema per fare teatro: ci vado perché ho dei gravi problemi psichici e voglio che la gente mi voglia bene! E siccome io voglio bene a loro, voglio anche spiegare delle cose rompicoglioni quindi devo riuscire a fare una roba che fa ridere e spiego anche come funziona questo o quell’altro perché ho anche una passione didattica mostruosa.
E’ sufficiente come modello comportamentale?
In quel momento non volevo il successo: volevo che si ricordassero che avevano visto uno psicotico che aveva detto che la materia era vuota. Poi magari uno su cento avrebbe verificato che avevo ragione.
Non vi fa incazzare questo mondo? Incazzarsi fa male. Per non soffrire, un buon sistema è dire a tutti che il mondo ti manda in bestia. Poi ti senti meglio anche se ti fischiano.


Mamma Togni

Ero una ragazza quando ho sentito per la prima volta questo testo di Franca e Dario che raccontava di Mamma Togni, medaglia d’oro della Resistenza.
Il 25 aprile abbiamo ricordato la Liberazione (e non la Libertà… porc...) e allora vi proponiamo questo racconto.
Quel giorno in piazza doveva parlare un deputato missino ma non sapeva che tra il pubblico c’era Mamma Togni col suo bastone.
Recita Franca Rame.

“Mamma Togni… mamma Togni, i fascisti sono in piazza su a Monte Beccaria, vogliono parlare in piazza!”
Due ragazzini da in fondo alle scale i sont venud a ciamamm
“Chi l’è che parla? Chi è ‘sto fascista?”
“Servello”. (...)

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Il rugby mi ha salvato la vita

Con una lunga lettera pubblicata sul sito del Mogliano Rugby, Aristide Barraud, francese, classe 1989, mediano d’apertura, in forze al Mogliano, annuncia il suo ritiro dal rugby giocato.
Pazzesca la sua storia: la sera del 13 novembre 2015, durante gli attentati che hanno sconvolto la città di Parigi, Aristide si trova in mezzo alla sparatoria, protegge la sorella minore ma un terrorista gli spara in pieno petto e su un piede.
Polmone perforato, la sorella riporta invece la frattura scomposta di un braccio.
Aristide viene sottoposto a diverse operazioni chirurgiche, riesce anche a tornare in campo, allenarsi, giocare una partita.
Ora l’annuncio del ritiro.
Da un’intervista di aprile 2016: “I medici non hanno ancora capito come non sia morto nei primi dieci minuti.
E quando ho detto loro che non ero nemmeno svenuto, non ci credevano. Da un punto di visto fisiologico, ciò non era quasi possibile. Avevo perso quasi tutto il mio sangue. Il rischio era il polmone. Volevano asportarmelo. Ci hanno messo del tempo prima di operare, potevo non sopravvivere a un intervento. Un medico ha deciso di farmi un’ecografia al cuore. Ha messo l’apparecchio e ha gridato ai colleghi: “Oh, putain! Venite a vedere! Ha il cuore di un bue“. Ho girato la testa e ho visto il mio cuore che pompava. Boum, boum. Mi hanno domandato: “Sei uno sportivo?” Ho detto di sì. A Mogliano, nello stile del nostro gioco, il numero 10 deve correre molto… Vedendo questo, i medici si sono detti che ce l’avrei fatta. Due giovani chirurghi dell’ospedale di Bichat si sono presi la responsabilità di operarmi conservando il polmone”.
Dalla sua lettera del ritiro: “Adesso ho bisogno di continuare a curarmi, nel corpo e nella testa. Sono stato in “battaglia” dal primo giorno, da quando mi sono svegliato più morto che vivo. Ho bisogno di tempo, e ho voluto scrivere queste righe perché in questo momento non voglio rilasciare altre interviste e parlare ancora di queste cose. Voglio staccare con tutto, anche con il Rugby. Tornerò, sicuramente tornerò, perché questo sport è la mia vita, ma lo farò quando starò davvero bene e potrò dare il meglio di me stesso per gli altri.”
In bocca al lupo, Aristide!

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